Che cosa si deve intendere per Modernità?
«Com’è moderno!». Siamo sicuramente di fronte a un complimento: ma qual è il significato di “modernità” in senso assiologico e non cronologico?
Per comune consuetudine, il periodo che chiamiamo – ripeto, erroneamente – Medioevo, nato al crollo dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.), cessa dieci secoli dopo, il 12 ottobre 1492, quando le caravelle di Cristoforo Colombo avvistano il Nuovo Mondo.
Ma cosa cambiò effettivamente quel 12 ottobre? In pratica nulla. Ciò non soltanto perché la notizia giunse in Europa con vari mesi di ritardo (Colombo fece rientro a Barcellona solo il 20 aprile 1493) – a proposito, dobbiamo (ri)abituarci all’idea che l’Europa sia al centro della storia e non vergognarci o chiedere scusa di ciò[1] – ma anche perché l’unica scoperta che si credeva di aver compiuto non era quella effettiva di un Nuovo Mondo, bensì soltanto di una nuova via per raggiungere le Indie («buscar el Levante por el Poniente»). Da molto tempo, infatti, la navigazione era preferita ai viaggi via terra: se i Romani, costruttori di immortali vie di comunicazione terrestri ma essenzialmente prudenti sull’acqua, si limitavano quasi essenzialmente a viaggiare lungo la costa, altri popoli svilupparono il più coraggioso attraversamento dei mari. Quindi la scoperta di una nuova rotta avrebbe permesso di viaggiare comodamente via mare anziché pericolosamente via terra[2], motivo per cui i Re di Castiglia e di Aragona avevano armato le tre caravelle, ma non modificava la mentalità corrente.
Insomma la vita di tutta l’Europa non fu certo sconvolta dalla novità e non risulta che il 13 ottobre 1492 in alcuna casa Cupiello napoletana una donna di nome Concetta abbia svegliato il marito con fare apprensivo: «Scetate, Lucarie’, songon’e nnove, hanno scoperto all’America!».
Certo, oltre ai milioni di nuove anime da convertire, alle grandi ricchezze provenienti dalla Nuova Spagna (oro e argento innanzitutto, ma anche – tra l’altro – pomodori, patate e cacao, di cui la nostra cucina oggi non saprebbe più fare a meno) l’idea dell’apertura di una nuova via marittima di traffico era importante, ma non tale da cambiare un’epoca.
Il vero cambio di mentalità non fu quindi dovuto a una scoperta geografica, della quale peraltro inizialmente non furono comprese le reali novità ed importanza; perché avvenga qualcosa di immediatamente percepito come nuovo ed epocale si dovrà aspettare un altro quarto di secolo e precisamente un altro ottobre, quello del 1517.
Infatti in quell’anno, e precisamente il 31 ottobre, nel cuore del Sacro Romano Impero avviene un fatto senza precedenti: un modesto, ancorché borioso frate agostiniano si erge contro l’intera gerarchia ecclesiastica, affiggendo le proprie 95 tesi alle porte della cattedrale di Wittenberg. Che l’episodio dell’affissione sia vero oppure romanzato – se non del tutto inventato – dagli “agiografi”, rimane il fatto che è la pubblicazione delle tesi, tenendo conto della successiva riforma (o rivoluzione) protestante, a scuotere il mondo medioevale e a giustificare la propria data come un evento epocale che segna la fine di un’era.
Il gesto di ribellione di Lutero è epocale perché postula la ribellione – accettata da una larghissima fetta della popolazione, a partire dai contadini (che verranno poi traditi da Lutero[3]) fino agli aristocratici (che verranno invece sempre blanditi dal frate spretato) – nei confronti dell’autorità.
Sintetizzando, dal punto di vista politologico, gli elementi della rivoluzione protestante (esclusi quindi quelli di natura teologica e sociale) sono:
Rifiuto della gerarchia (quindi la ribellione al Vescovo e al Papa)
Soggettività del giudizio (concretizzantesi nell’accesso diretto ai testi e nella loro critica senza intermediari)
In particolar modo il secondo punto postula la distruzione della piramide di competenze che si era affermata durante il Medioevo. Volendo ulteriormente sintetizzare, si potrebbe dire che il nucleo della rivoluzione protestante consiste nel rifiuto del principio di autorità. La conseguenza è il «tot capita, tot sententiae»: così non c’è da scandalizzarsi per l’approvazione, da parte delle chiese protestanti, dei matrimoni tra omosessuali[4].
Ergere ogni singolo uomo a “misura di tutte le cose”, ovvero, in campo morale, a unico e supremo giudice della propria coscienza, significa rifiutare ogni principio superiore. È questa la quintessenza della modernità, da cui scaturiranno (solo in apparente contrasto tra loro) democrazie e assolutismo, dittatura e anarchia.
Se il mondo prospettato dal Medioevo – la citata piramide feudale – poteva essere graficamente riassunto in un triangolo, il mondo realizzato dall’Età Moderna si può immaginare come un segmento orizzontale sormontato da uno o più punti, senza che ci sia una serie di corpi intermedi ma soltanto, di fatto, il vuoto tra detentore del potere e governati.
Se, quindi, viene meno il principio di autorità, è palese che dall’ordine (che possiamo definire feudale, medioevale o, in una parola, tradizionale) si passa, attraverso il disconoscimento della gerarchia, al disordine moderno. Il rifiuto di Lutero di riconoscere l’autorità dei propri superiori è alla base della rivolta protestante (la Riforma) che il pensatore Plinio Corrêa de Oliveira[5] definisce “prima rivoluzione”[6], prodromo di tutte le altre in una spirale discendente che non sembra possibile arrestare[7].
Se quindi la rivolta contro l’autorità messa in atto da Lutero e sostenuta dai Principi tedeschi non in nome di principi religiosi, ma semplicemente per affrancarsi dal vincolo di fedeltà dovuto all’Imperatore del Sacro Romano Impero.
[1] Del resto è noto che il continente americano fu raggiunto dai Vichinghi (cfr. la Saga di Erik il Rosso e la Grœnlendinga saga o Saga dei Groenlandesi), c’è chi sostiene che lo abbiano conosciuto anche i Romani (cfr. Elio Cadelo, Quando i Romani andavano in America. Scoperte geografiche e conoscenze scientifiche degli antichi navigatori, Edizioni Palombi, Roma 2009, 20134) ed anche gli antichi Ebrei sono accreditati per una simile impresa, almeno stando al Libro di Mormon, il quale sostiene che al tempo della Torre di Babele un gruppo attraversò l’oceano Atlantico e stabilì una prospera colonia in America, intrattenendo con le popolazioni locali i soliti rapporti amichevoli che distinguono gli Israeliti, e finendo quindi per venir massacrati dagli indigeni. Sta di fatto che né gli stanziamenti vichinghi né gli altri essendo stati resi noti, il primato della scoperta del nuovo continente spetta a Cristoforo Colombo, che mise al corrente l’intera Europa della sua impresa. Lo stesso si può dire con altre scoperte, come quella della polvere da sparo o degli spaghetti, di fatto – per noi che ne abbiamo usufruito e tuttora ne usufruiamo – un primato tedesco (il frate trecentesco Berthold Schwarz – o Berthold der Schwarz) ovvero napoletano (qualche ignoto pastaiolo regnicolo) e non certo cinese.
[2] Il viaggio per mare è stato considerato, almeno fino a metà dell’Ottocento, più veloce, comodo e sicuro rispetto al corrispondente viaggio via terra. Si pensi, come unico esempio, al tragitto percorso da Caserta a Bari compiuto dal Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, nel 1859 in occasione delle nozze del figlio Francesco con Maria Sofia di Wittelsbach (che arrivava da Trieste via mare). Al termine del viaggio via terra (che durò ben due mesi, dall’8 gennaio al 7 marzo), la salute del Re si fece tanto grave che i medici sconsigliarono il ritorno via terra e gli imposero il rientro con una nave.
[3] Ecco cosa sostiene Lutero nel suo breve scritto Contro le bande brigantesche e micidiali masnade dei contadini (1523): «Di tre orrendi peccati contro Dio e contro gli uomini si sono macchiati questi contadini, è per essi hanno meritato più è più volte la morte del corpo e dell’anima. Primo: avevano giurato fedeltà ed obbedienza alle loro autorità è promesso d’ essere obbedienti è sottomessi, come comanda Cristo quando dice: “date a Cesare quel che è di Cesare” (Luca, 10,25) e “ciascuno sia soggetto all’autorità” (Romani, 13,1). Perché volontariamente e con l’empietà hanno spezzato quella obbedienza, ponendosi inoltre contro i loro signori, con ciò hanno confuso anima e corpo come fanno i perfidi, traditori, infidi, spergiuri, mentitori e ribelli. Per questo anche San Paolo dà di loro questo giudizio “Chi resiste alla potestà ne riceverà giudizio sopra di sé”. Questo versetto colpirà anche i contadini a breve a lunga scadenza, perché Dio vuole che siano mantenuti fedeltà e doveri». È curioso vedere l’elogio della sottomissione in bocca a colui che più di ogni altro si ribellò contro tutte le autorità, civili ed ecclesiastiche, che aveva incontrato! Non a caso il romanzo Q di Luther Blisset, pseudonimo dietro il quale si cela un gruppo di scrittori appartenenti all’ala più estrema dell’intellighenzia comunista, individua nella rivolta luterana il nocciolo della rivoluzione globale e, poiché gli autori si schierano dalla parte dei contadini e degli anabattisti, attaccano argutamente Martin Lutero affibbiandogli l’appellativo di “fra’ Porco all’ingrasso”.
[4] Il 26 agosto 2010 il Sinodo della Chiesa evangelica valdese ha approvato a stragrande maggioranza (105 voti favorevoli, 9 contrari, e 29 astenuti) un ordine del giorno che consente la benedizione di coppie dello stesso sesso, «laddove la chiesa locale abbia raggiunto un consenso maturo e rispettoso delle diverse posizioni». Il Sinodo valdese 2015 ha approvato una liturgia per la benedizione delle coppie dello stesso sesso. L’anno successivo, il 14 maggio, la Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI) ha ugualmente approvato un documento che afferma l’equiparazione delle comunioni di vita omosessuali a quelle eterosessuali, e di conseguenza apre la benedizione a qualsiasi tipo di coppia in varie forme di comunione di vita, senza discriminazioni.
[5] Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e contro-rivoluzione, prima edizione in italiano: Edizioni dell’Albero, Torino 1964; poi: Cristianità, Piacenza 1977; Luci sull’Est, Roma 1998; Sugarco, Milano 2009; Il Giglio, Napoli 2025.
[6] Individuando una seconda rivoluzione in quella francese, una terza in quella bolscevica e una quarta in quella dei costumi (il “Sessantotto”).
[7] Alle quattro “classiche” rivoluzioni individuate da Plinio Corrêa de Oliveira si possono aggiungere quella del cosiddetto “mondialismo” e quella, nuovissima, del gender.


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