Chiesa delle Croci, il mistero delle statue scomparse
Non si fa in tempo a risolvere un mistero, che ecco spuntarne un altro. Ricordate l’articolo di qualche settimana fa, sulle statue dei santi sull’arco d’ingresso della Chiesa delle Croci? Nessun problema di identificazione per quella di destra, che l’immaginario collettivo popolare chiama «U Sant Miserill» (il Santo poverello). È San Francesco, con ogni probabilità. I commenti all’articolo hanno fatto emergere altri interessanti aspetti. Se avete la pazienza di leggere fino alla fine, li trovate lì.
Grazie ad una brillante intuizione di Tommaso Palermo, abbiamo ipotizzato che la statua di sinistra rappresenti verosimilmente, per postura e per indumenti, san Filippo Neri, la cui congregazione all’epoca raggruppava quasi tutto il clero foggiano. La nostra ipotesi è confermata da un esperto come l’architetto Gianfranco Piemontese: «Il confronto iconografico non lascerebbe dubbi. Anche la postura delle mani. Perciò anch’io sono dell’opinione che possa essere San Filippo Neri.»
Tutto risolto, dunque? Neanche per sogno. Ecco l’altro mistero. Nazario Martino e Silvio De Leo mi hanno inviato l’interessante fotografia che vedete in apertura, chiedendo: «Che fine ha fatto la terza statua?» La stessa domanda si pone Enzo Garofalo: «Delle altre due statue mancanti si sa qualcosa?»
Per cercare di capirne di più dobbiamo fare un viaggio a ritroso nel tempo, tra le diverse riproduzioni della Chiesa delle Croci nel corso dei decenni. Non poche, per fortuna: a conferma dell’importanza del tempio (che il sondaggio di Lettere Meridiane ha proclamato monumento più rappresentativo della storia e dell’identità della città) sia nel sentimento popolare che nella «ricezione» della città all’esterno.
La rappresentazione più antica, risalente al 1877, è quella disegnata da Hubert Clerget e pubblicata da Charles Yriarte nel suo libro Le rive dell’Adriatico ed il Montenegro.

Il disegno raffigura quattro statue, completamente diverse da quelle attuali: più che santi, le figure sembrano angeli. Potrebbe tuttavia trattarsi di una «licenza artistica» del disegnatore, in un’epoca in cui si privilegiava l’effetto estetico rispetto alla riproduzione fedele dello stato dei luoghi.
Risale invece al 1894 la xilografia pubblicata su Le cento città d’Italia (autore ignoto, editore Sonzogno). Le statue – anche in questo caso quattro – vi sono rappresentato in maniera stilizzata, ma sicuramente non si tratta degli angeli raffigurati dall’artista francese. La prima statua a sinistra sembrerebbe quella di san Filippo Neri. La terza quella di San Francesco.

L’immagine più sorprendente ed interessante coincide anche con la prima vera e propria fotografia della chiesa, scattata da Vincenzo Mancini agli inizi del Novecento. Guardatela bene: non solo le statue sono quattro, ma nel riquadro sommitale della facciata si scorge nitidamente un affresco, probabilmente la Madonna.

L’immagine inviataci da Martino e De Leo deve risalire agli anni Venti, così come quella che potete vedere qui sotto. Le statue non sono più quattro, ma tre.

Il «misfatto», ovvero la perdita delle due statue, si è verificato con ogni probabilità alla fine degli anni Venti. Al 1929 risale la cartolina che segue, la prima che mostri due sole statue. Non si conoscono le ragioni che hanno portato alla scomparsa delle altre due, né quale sia stato il loro destino. È verosimile supporre che siano rimaste vittime del tempo.

Nel 1933, la rivista «Ospitalità Italiana» dedicò alla provincia di Foggia un numero unico, che può essere ritenuto una delle prima guide turistiche della Capitanata. L’immagine di copertina era una bella fotografia a colori della nostra Chiesa, scattata al tramonto.

Le statue sono ancora due, nella stessa posizione asimmetrica che abbiamo visto nella immagine precedente. Guardando con attenzione, sembra scorgere alcuni monconi delle statue andate perdute.
Per trovare la facciata nel suo aspetto odierno bisogna risalire fino agli anni Cinquanta, data cui si riferisce la foto che segue.

La statue risultano riposizionate in modo simmetrico. Al posto di quelle andate perdute sono stati posti due pinnacoli, che contribuiscono a mantenere l’aspetto monumentale della facciata.
Come ho anticipato all’inizio, la pubblicazione del primo articolo ha permesso, grazie ai commenti dei lettori, di saperne qualcosa di più, soprattutto a proposito della statua attribuita a San Francesco. L’architetto Franco Onorati ipotizza: «Era chiamato Santo Miserino per la sua labilità statica….inconsapevolmente la denominazione non era dovuta alla gracilità del personaggio ma la scultura, sicuramente un pezzo erratico (fuori dal suo contesto originario, portato lì da altrove, n.d.r.) , era l’indicatore della salute della fabbrica. Era stato assurto e rappresentava di fatto il monitoraggio del monumento.»
La locuzione Santo Miserino era così diffusa nella rappresentazione comune da diventare proverbiale. Ricorda il giornalista Gianni di Bari: «Sant M’s’rin sop li cruc era il nomignolo affibbiatomi da mia nonna (di San Giovanni Rotondo) a causa dell’inappetenza infantile (svanita con l’adolescenza)». Un altro ricordo d’infanzia arriva da Vincenzo Pagano: «Mia nonna (classe 1893), riferendosi ad una persona non molto alta, era solita pronunciare la frase: “Me pare Sant Miserill’ sop ‘a petecagne!“. Finalmente ho capito a cosa si riferisse ma non so ancora cosa fosse ‘a petecagna!» La risposta giunge dal dizionario foggiano di Tonio Sereno: petecagne |pëtëcàgnë| [pətə’kaɲːə] sf. Pedana, Podio, Piedistallo.
Non c’è che dire: la Chiesa delle Croci sta proprio nel cuore dei foggiani, scandisce l’anima più vera e profonda della città. A proposito, vi sono piaciute le immagini? Gli abbonati al canale whatsapp di Lettere Meridiane potranno averle tutte, in alta risoluzione e restaurate digitalmente, domani. Se ancora non vi siete iscritti, fatelo: è gratis, la privacy è assicurata (i numeri di telefono non sono registrati), potete ricevere gratuitamente tutti i contenuti premium del nostro blog. E se spuntate la campanella di notifica, sarete aggiornati in tempo reale, alla pubblicazione di ogni nuovo articolo. Per abbonarvi, cliccate qui.
Geppe Inserra
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