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Come Benedetto Croce e Giovanni Gentile prescrivono debba leggersi Giambattista Vico

Posted by on Lug 21, 2025

Come Benedetto Croce e Giovanni Gentile prescrivono debba leggersi Giambattista Vico

Giuseppe Gangemi

Nel 1725, Giambattista Vico pubblica la prima edizione della Scienza Nuova. Sono esattamente trecento anni fa quest’anno. Cento anni fa, nel secondo centenario della prima edizione della Scienza Nuova, la Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto (RIFD) dedica un volume al secondo centenario, richiedendo contributi che presentino un’opera minore di Vico e solo uno dedicato a un’opera minore in collegamento con l’opera maggiore, la Scienza Nuova.

La scelta editoriale può sembrare paradossale anche se non lo era. Quella scelta conteneva una sfida alla lettura di Vico proposta da Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Proposta che, nelle linee generali, può essere così sintetizzata: Vico è un grande filosofo, ma solo per la sua opera principale nella quale esprime l’epistemologia della superbia. Le altre opere sono al di fuori di questa epistemologia e non meritano di essere commemorate. I redattori della RIFD ritenevano che tutte le opere di Vico meritassero di essere commemorate e, provocatoriamente, lo fanno dando un’enfasi addirittura maggiore alle opere minori rispetto alla maggiore.

Croce recensisce negativamente il numero monografico e fa una critica distruttiva di tutti i saggi, tranne un saggio sul De Uno di Giuseppe Capograssi. Questi proporrà, nei venti anni successivi, una lettura di Vico come grande filosofo in quanto esprimente, in tutte le sue opere, compresa la Scienza Nuova, un’epistemologia dell’umiltà che consiste nel porsi dalla parte del popolo. Questa posizione, continua Capograssi, è più evidente se si studia Vico seguendo l’evoluzione delle sue opere, a partire dalle prime, e, soprattutto, se si studia la Scienza Nuova seguendone l’evoluzione nelle tre edizioni.

L’operazione realizzata dalla RIFD, per quanto il fondatore e direttore di questa, Giorgio Del Vecchio, sia stato il primo professore universitario iscritto al Partito Fascista, influenza importanti oppositori del fascismo: Antonio Gramsci che sostiene, nei Quaderni del carcere, che Vico è stato “speculativizzato” (1975, 1089) e che, con questa operazione, “si dà inizio all’interpretazione idealistica della filosofia di Vico” (Gramsci 1975, 1480) e Silvio Trentin che recepirà dalla RIFD la propria lettura di Vico che influenzerà la sua opera principale, De la Crise du Droit et de l’Etat, pubblicata in esilio nel 1935.

Idealisti (Croce e Gentile) ed empiristi (Capograssi, Gramsci e Trentin) raccontano Vico in modo del tutto diverso: entrambi i gruppi riconoscono che egli è partito come filosofo dell’umiltà. Solo che, secondo i neoidealisti, a un certo punto, Vico avrebbe capito di trovarsi di fronte a un bivio: o proseguire con l’epistemologia dell’umiltà e continuare a stare dalla parte degli umili, o far fare un salto di qualità alla propria filosofia e staccarsi dagli umili per confrontarsi con i grandi filosofi e apprendere da filosofi come Cartesio invece di opporvisi su tutto. Con le varie stesure della Scienza Nuova, Vico avrebbe imparato a procedere “ismettendo almeno una parte della sua umiltà e acquistando qualcosa della superbia di Cartesio” (Croce 1980, 27).

Gentile è più diretto e sostiene che Vico, scrivendo nel 1725 la propria autobiografia, avrebbe rifiutato tutto quello che aveva scritto fino al 1708 compreso (data di pubblicazione del De nostri temporis studiorum ratione, sinteticamente De Ratione) e, nel 1730, con la Scienza Nuova seconda, avrebbe rifiutato anche la Scienza nuova prima tranne tre capitoli (Gentile 1968, 21). Vico, continua Gentile, siccome era autodidatta, non fu mai pienamente certo di quello che scriveva e modificava spesso le proprie convinzioni anche profonde. Per questo, “alla chiarezza delle sue idee, che covavano nella sua mente, egli non pervenne mai, benché vi lavorasse, con eroica costanza, per più di un quarto di secolo” (Gentile 1968, 22). Conclude che Vico, pur definendosi anticartesiano, è più cartesiano di quanti si dichiarano tali: come Cartesio egli ha colto l’atto puro e gli ha dato forma filosofica.

Per gli empiristi, come Vico scrive nella Vita di Giambattista Vico scritta da sé medesimo, è Francesco Bacone che lo spinge ad indagare nell’antichità, “con la lezione del più ingegnoso e dotto che vero trattato di Bacone da Verulamio De Sapientia Veterum” (1836, I, 407), nelle favole dei poeti perché questo aveva fatto Platone indagando nell’origine della lingua greca. Spronato da così grande esempio, Vico che già aveva immaginato di farlo, si mette a indagare sull’origine della lingua latina. Da questa ricerca empirica nasce e si sviluppa la Scienza Nuova che, nelle prime due edizioni, è più vicina alla realtà empirica che indaga, nell’ultima è concentrata sulle generalizzazioni individuate.

Per quanto riguarda le opere precedenti, (La congiura dei principi napoletani del 1701 e mai pubblicata in vita; le sei orazioni inaugurali dell’anno accademico recitate dal 1699 al 1707, saltando gli anni 1702 e 1793, e mai pubblicate in vita; la settima orazione del 1708 nota come De nostri temporis studiorum ratione, che è anche la sua prima grande opere filosofica), anche queste sarebbero il frutto di ricerca empirica: nella prima Vico descrive la cosiddetta congiura del Macchia e la mette a confronto con la rivolta di Masaniello, sostenuta dal popolo, e quella dei principi napoletani tentata senza il sostegno del popolo; le prime sei orazioni inaugurali, “trattano principalmente de’ fini convenevoli alla natura umana, le due altre principalmente de’ fini politici, la sesta del fine cristiano” (1836, I, 398); il De Ratione tratta del giusto modo di organizzare gli studi e, quindi, della formazione della classe dirigente.

Due le differenze tra l’interpretazione neoidealista e quella della RIFD: leggendo solo la Scienza Nuova terza, la Degnità LIII può essere interpretata come un’anticipazione della filosofia di Hegel, mentre leggendo quella Degnità, alla luce della Scienza Nuova seconda e prima, essa si rivela essere un principio fondante di una Scienza Politica non élitista; leggendo solo la Scienza Nuova terza, questa appare essere un’opera filosofica, mentre leggendola alla luce delle prime due edizioni, si rivela una riflessione empirica durata venti anni.

La scienza politica italiana del dopoguerra, fondata su posizioni neoèlitiste, supera il pregiudizio di Croce e Gentile i quali negavano alla riflessione sulla politica lo statuto di scienza, ma non ha ancora accettato Vico come uno scienziato della politica.

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