COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (II)
NOZIONI ELEMENTARI (DELLA STORIA E GEOGRAFIA DEL REAME PELLE DEE SICILIE)
EPOCA PRIMA
I Greci stabiliscono alcune colonie nel regno di Napoli—Irruzione de’ Barbari. —Dinastia de’ Normanni —Ruggiero I. —Guglielmo il Malo. —Tancredi.
Posteri, posteri, vestra resagitur.
Nacquerola pastorizia e l’agricoltura insiem con l’uomo, ed in ragione della civiltà, immegliaronsi appresso le diverse genti; ma i primi lor passi si ammantano della tenebria e del buiore de’ secoli. I primitivi progressi dell’agricoltura son forse dovuti alle società indiane? Ed a qual secolo appo gl’itali popoli? Forse all’età d’oro di Giano e di Saturno, riputati i primieri istitutori del viver civile del bel paese
CH’Appenninparte, il mar circonda e l’Alpe
Per mezzo dell’agricoltura e delle leggi? I secoli dalle storie, isolati fansi muti a cotal i ricerche.
Rifiorivano infra le prische nazioni gli Egizi per civile sapienza e per ¡svariate scienze ed arti. Da storici documenti fassi aperto che colonie egizie diffusero l’arte agronomica nell’Asia e nell’Africa, donde i Greci, dopo di averla ad alto grado di perfezionamento nel lor secolo elevata, la recarono negli stabilimenti che nella bassa Italia formarono. Il saggio Senofonte vergava carte sull’amministrazione de’ beni rurali, e ne dettava pubbliche lezioni in Scillonte, ove avealo l’ingrata sua patria esiliato. Da quell’epoca l’agricoltura comincia ad aver annali autentici, ne’ quali si fa spesso menzione della bassa Italia. Gli scrittori, che ne hanno trasmesse memorie, dipingono come dono spontaneo del nostro clima, e come pregio singolare del nostro suolo, la somma fertilità in prodotti di ogni generazione, necessari a’ bisogni ed agli agi della vita. Eglino aggiungono ancora che i nostri abitatori fruivano già di gran novero d’indigeni vegetali non men salubri che atti a soddisfare i sensi anzi che ce ne venissero dall’Egitto, dall’Asia e dall’Africa tributati. Essi consistevano in frumento, segala, ferro, panico, miglio, spelda, orzo, fave, piselli, fagiuoli, lenticchia, veccia, lupini, rubiglia, lino, canapa, cotone, rape, navone, ramolaccio, cavolo, bietola, aglio, cipolla, zucche, fieno greco, ec. ec.
Tra le piantagioni, la vite e l’ulivo formavano la più importante cura e sollecitudine de’ nostri antenati. Moltissime erano le specie delle uve. Verso il I secolo di Roma, al dir di Marrone, erano in gran rinomanza più di trenta specie de’ nostri vini, ed in ispezialità il Gauro, il Massico, il Cecubo, il Falerno, il Vesuviano, il Sorrentino, il Caulonio, il Reggino, il Brindisino, e l’Aulonio presso Taranto. Columella fa menzione di dieci speciedi ulive, che si alimentavano nelle nostre regioni, non che de’ dilicati olii Campani, Irpini, Pentri, Lucani, Calabri, Turii, Tarantini e Salentini, che i Romani e gli altri Italiani acquistavano a preferenza, e consumavano per fasto.
Le più floride colture erano sparse nelle regioni de’ Sabini, de’ Volsci, de’ Campani, de’ Sanniti degli Appuli e degl’Italioti, sì come attestano Polibio, Catone, Varrone, Cicerone, Virgilio, Diodoro, Columella, Dionisio, Plinio, Palladio, Strabone, Livio, ecc.
Queste nostre contrade non pativano neppurdifetto di alberi da frutte, tra i quali si specificano per quantità e per diffusione il fico, il pomo, il pero ed il castagno: il primo formava ricco oggetto di commercio.
Le selve, oltre al prestar rezzo e pastura alle pecore, e ghiande a’ maiali, eran sorgenti di ricchezza per ogni maniera di legname da costruzione, molto dalle strane genti preferito.
Era l’industria de’ grossi e minuti bestiami, una delle più estese e diligenti cure del nostro paese, ed in ispezial modo degli Appuli e de’ Lucani, ad essa di estrema opulenza debitori. La maggior parte de’ numerosi greggi avea suo stallo durante il verno nella Daunia e nella Bruzia, e quindi traducevasi alla stagion di state nel Sannio e nella Lucania, ove i boschi ed i vicini monti porgevan loro pascoli e frescura. Il vello delle gregge di Taranto per morbidezza e bianchezza era tenuto in pregio al par di quello di Mileto. Le lane delle mandre di Canosa, della Puglia e della Basilicata, torte e filate dalle donne di qualsivoglia grado e condizione, fornivan panni pel vestiario civile e militare, calze, berrette, coperteper l’inverno, dossieri, ed altri diversi lavori.
Torme di maiali per le foreste disseminati, offrivan cibo per tutto l’anno alle popolazioni ed agli eserciti. Le selve della Lucania ne fornivano in maggior copia, e di straordinaria grossezza, e diedero a’ nazionali ed agli esteri grande abbondanza di lardo sino a’ bassi tempi di Costanzo e di Costante.
Non minore era il numero de’ buoi, sostegno dell’economia campestre.
Pur di cavalli abbondavano queste nostre regioni, e per brio, velocità e robustezza eran in maggior pregio tenuti quei che educavansi nella Calabria, nella Puglia e nel Sannio Irpino.
Io non potrei dire a mezzo quanta fosse la floridezza e lo stato vegetale ed animale presso le antiche nostre genti, a malgrado de’ saccheggi e delle devastazioni dai Romani operate in queste fertili campagne per tre secoli in circa di guerra. Ahi! terra, ostello di dolore! Altamente ci duole l’animo nel confessare, che quei doni medesimi, dalla natura a pro del reame di Napoli largamente fatti, hanno mai sempre gravi sventure ad esso ingenerate. Sciami di pirati africani, e di barbare torme settentrionali, simili ad avoltoi dalla fame travagliati, piombar veggionoin vari tempi su questo bel paese, e quasi tutti i potentati dell’Europa inondare del sangue de’ lor popoli questa contrada, la quale, combattendo sempre le lor armate, era sempre più l’oggetto della lor rinascente ambizione. Quindi l’istoria di Napoli e tanto più istruttiva, in quanto riflette, per così dire, la storia di tutte le nazioni; dessa e il punto d’intersezione di tutte le rivoluzioni dell’Europa. Esser vuolsi al centro dell’orizzonte storico di questo continente? Napoli ne èil punto.
Gli eruditi innumerevolivolumi hanno scritto relativamente alla conoscenza dei popoli primitivi ed indigeni dell’Italia, gli uni assegnando l’anteriorità agli Etruschi; argomentando gli altri in favore degli Osci. Dopo avertentata ogni congettura, e posto in campo tutte le dispute della polemica, divenendo sempre più insolubile il problema, fu di mestieri risolversi d’ignorarlo affatto; risolvimento troppo duro per chi studia ad ammaestramento. Fuvvi mai quistione più sterile e vana? Estimare un popolo primitivo, e inferirne o ch’egli fosse uscito il primo dalle mani del Creatore, asserzione difficile a provarsi, o che dipartitosi da una regione si fosse in un’altra tradotto, ed in questo caso non è indigeno. Le nazioni esistono per la storia, perché hanlasciato monumenti di civiltà, altrimenti tutto ciò che raccontasi, e favoloso. Che monta sapere il nome degli avoli degli Cròni e degl’Irochési?
Le tenebre dell’antichità non ischiaransi per l’Italia se non nell’epoca della distruzione di Troia: allora un gran numero di Greci, obbligatia fuggire la lor patria, abbandonata per la lor lunga assenza alle usurpazioni degIi ambiziosi, approdarono alla parte meridionale del regno di Napoli. Quivi trovando tutte le dolcezze del clima natio, e viver volendo nell’allettamento d’una perfetta illusione, dettero a questa patria adottiva il nome di Magna Grecia.
I Locresi, soldati di Aiace, figlio di Oileo, della città di Naricia nell’Attica, dispersi dalla tempesta, che perir fece il loro re, fondarono la città di Locri nella prima Calabria ulteriore. Idomenèo s’impadronì del paese dei Salentini nella terra di Otranto; e Filottète, compagno d’Ercole, re di Melibèa nella Tessaglia, edificò la città di Petilia all’ingresso del golfo di Taranto. Agli attestati di Strabone e di Dionigi d’Alicarnasso, le migliori guide nel dedalo de’ tempi remoti, aggiugner bisogna l’autorità di Virgilio, geografo scrupoloso, del paro che Omero: nel terzo libro dell’Eneide, parlando della navigazione di Enea lungo le coste dell’Italia bagnate dal mar Ionio, dice:
Has autem terras ¡Italique hanc littoris oravi,
Proxima quae nostris perfunditur acquari aestu
Effinge: cuncta mali habitantur mania Graiis.
Hic et Naryeii posuerunt moeniaLocri.
Et Salentinos obsedit milite campo
Lyctius Idomeneus; hic illa ducis Melibaei
Parva Philoctetae subnixa Petilia muro.
Canto evita le terre, e quella parte
Italia che dal mar nostro si bagna,
Ché di malvagi Achéi tutta va piena.
Là di Naricia i Locri han posto albergo.
lvi il Cretese Idomenèo s’accampa
Ne’ campi Salentini, e vi guerreggia,
E Filottete Melibeo, di mura
Sua piccola Petilia erge munita.
Aercr
I Focesi lasciaron le tracce del loro genio coloniale su tutte le rive del Mediterraneo, da Velia sino a Marsiglia. Una colonia di Dorii aggregandosi agli abitatori di Pesto, nel principato citeriore, diede a questa città il nome di Posidonia; ove magnifici templi eressero, di cui tre sono ancor in piedi, ed uno quasi intatto. I Lacedemoni portarono al più alto grado di splendore la città di Taranto. Gli Achei reser floride e la città di Metaponto, ove Pitagora terminò i suoi giorni, consacrati alla gloria ed alla felicità della Magna Grecia di cui fu il legislatore; e la città di Crotone, presso alla quale sul promontorio Lacinio Giunone aveva un famoso tempio, in cui fu da Zeusi esposto il suo quadro rappresentante Venere agli sguardi dell’Italia ingran meraviglia venutane; e la città di Sibari, il cui nome offende il pudore, e fa sorridire la voluttà; e la città di Caulonia, rinomata perché vi si respira la più pura aria dell’Italia. Gli Ateniesi stabilirono ima colonia in Calabria nel golfo chiamato Scylaceum. Ascoltiamo Virgilio nel medesimo libro:
Haud mora, continuo, perfectis ordine votis,
Cornea velatarum obvertimus antennarum;
Grajugenumque domo, suspectaque linquimus arva.
Mine sinus Herculei, vera famaTarenti,
Cernitur; attollit tediva Lacinia contra
Caulonisque ares, et navifragum Scylaceum.
Poiché solennemente avem compiuto
I sacri riti, le velate antenne
Senza indugiar più a lungo ritorcemmo
Dal greco ospizio che sospetti aduna.
Di colà il Tarentino erculeo seno,
Se verace n e il grido, a noi dinanzi
Si spiega: incontro a cui sorge e torreggia
Della diva Lacinia il tempio altero;
Le rocche di Cantone, e la Scillèa
Vorago, infesta ai naviganti.
ARICI
Gli Eubei finalmente fondarono ed aggrandirono le città di Cuma e di Napoli. Così ad ogni passo incontransi in questo regno città, templi e mille altri monumenti contemporanei dei secoli eroici della Grecia, e che v’intervengono sulla sua religione, sulle belle arti e la sua gloria.
Le intraprese di Annibale nel tentare d’impadronirsi di Napoli, allor alleata dei Romani, tornarono a volo: essa fu poscia lor soggetta; ma non ricevé il nome di colonia romana se non sotto gl’Imperatori, e non discontinuò d’esser una città greca relativamente alle sue usanze, alla sua religione ed al suo linguaggio ancora. Essa formava un luogo di delizie e di riposo pei ricchi abitanti di Roma; parecchi vi si stabilirono. Napoli via più dilatossi sotto gl’imperatori Augusto, Adriano e Costantino. Nel corso di 500 anni, in cui queste nostre regioni venner dal popolo Romano soggiogate, furono general mente comprese sotto la denominazione d’Italia; la qual andò suggetta a diversi spartimenti. ed a svariati confini. Augusto la divise in undici regioni: la 1.(a)regione abbracciava il vecchio e ’lnuovo Lazio e la Campania, la 2.(a)Picentini; la 3.(a)Lucani, i Bruzi, i Salentini; la 4.(a)Trentani, i Marrucini, i Peligni, i Marti, i Festini, i Sanniti, i Sabini; la 5.(a)il Piceno; la 6.(a)l’Umbria; la 7.(a)l’Etruria; l’8.(a)la Gallia Cispadana; la 9.(a)la Liguria; la 10.(a)Venezia, Carni, Iapidia ed Istria; e la 11.(a)Gallia Traspadana. Fin dai primi tempi di Roma, il paese che discorre dal Tronto al capa dell’Armi, era ripartito in piccoli Stati, ove regnavano i Sabini, gli Equi, i Volsci, i Palmensi, i Pretoriani, gli Adriani, i Peligni, i Vestini, i Marti, i Marrucini, i Frentani, i Sanniti Pentri, i Sanniti Irpini, i Sanniti Caudini, i Caraceni; gli Ausonii, gli Aurunci, i Sidicini, i Campani, i Picentini, i Lucani, i Bruzi, i Reggini, i Locresi, i Cauloni, gli Scilletici; i Crotonesi, i Sibariti o Turii, i Sirini o Eraclesi,i Metapontini, i Tarantini, i Cumini, i Palepolitani e Napoletani, i Posidiniati o Pestani, i Veliensi, gli Iapigi, iCalabri o Messapi, i Salentini, i Peucezi, i Dauni, gli Appuli. E avvegnaché i più celebri scrittori di storia e di geografia, come a dire Livio, Stra Bone ed altri discordino intorno allevarle appellazioni di siffatti luoghi, puossi non però di meno con qualche precisione affermare che le due province di Napoli e di Terra di Lavoro comprendessero la Campania; il Contado di Molise fosse il Sannio, abitato da’ Pentri, da’ Caudini e da’ Caraceni; l’Appuzzo Citra contenesse i Marrucini; l’Appuzzo Ultra 1.(a) i Precutini; l’Abruzzo Ultra 2.(a)i Vestini, i Peligni; i Marsi e gl’Irpini il principato Ultra; il principato Citra e la Basilicata abbracciassero la Lucania; la Capitanata inchiudesse l’Apulia Daunia; la Calabria Citra fosse stata abitata da’ Bruzi; le due Calabrie Ultre fossero state la Magna Grecia; la Terra di Bari fosse stata l’Apulia Peucezia, e la Terra d’Otranto la Messapia.
Di cotal i luoghi favellando, non abbiam mentovato la Sicilia, perché le dianzi nominate regioni non furon mai partite in province. Ma sì in province furon divisi quei luoghi, cui, soggiogata l’Italia, coll’aiuto di lei conquistò dappoi il popolo di Roma. Le prime furon la Sicilia, la Corsica e la Sardegna: e però addivenne che la Sicilia riputata fosse provincia fuori d’Italia, si coni e fermato dall’Editto di Cesare, il quale, vietando a’ Senatori Romani d’andar senza licenza fuori d’Italia, da questa la Sicilia escluse. Neltempo della repubblica fu la Sicilia una provincia pretoria, perché da Roma vi si man dava un Pretore a governarla, come in Corsica e in Sardegna. Le anzi dette regioni furono variamente governate. Ci ebbe di quelle che sortirono la condizione di Municipii, i quali, oltre alle leggi romane, potevan anche ritener le proprie e municipali. Ma la più parte di queste nostre regioni sortirono la condizione di colonie, le quali si reggevano conforme al costume, alle leggi, ed agl’instiluti della stessa Roma. A simiglianza del Senato, del popolo e de’ Consoli, avean ancor esse i Decurioni, la Plebe, i Decemviri, gli Edili, i Questori ed altri magistrati come in Roma. Quindi si valevan de’ nomi di Ordo ovvero di Senatus Popolusque.
Di tutte le condizioni la più dura era quella delle Prefetture, le quali non potevano averleggi proprie come i Municipii, né crearsi i Magistrati da sestesse come le Colonie; e, secondo Pompeo Festo, ebber sì cruda sorte Capua, Cuma,Casilino, Volturno, Linterno, Pozzuoli, Acerra, Suessola, Atella Calazia, Fondi, Formia, Cerri, Venafro, Alife ed Arpino. Napoli, Taranto, Locri, Reggio ed alcune altre città Greche, chetano in Italia, ebber in sorte la miglior condizione, quella cioè delle Città Federate, le quali, tolto il pattuito tributo, erano in tutto libere. Dopo Augusto, l’Imperadore Adriano divise l’Italia in 17 province, unendo ad essa le isole di Sicilia, Sardegna e Corsica, escluse da Augusto. La Sicilia e la Campania ebbero Consolari; la Puglia, la Calabria, la Lucania e la Bruzia caddero sotto due Correttori, ed il Sannio ebbe un Preside: e le nostre contrade venner partite in cinque province, I la Campania, IIla Puglia e la Calabria; IIIla Lucania e i Bruzi, IV il Sannio; V la Sicilia. I loro governi divennero il flagello di ogni ramo d’industria per novelle avanie, e violente estorsioni.
L’imperator Costantino guardò la stessa divisione di 17 province d’Italia, delle quali pur cinque furono nel nostro reame. Egli suddivisò in due Vicariati tutte le 17 province, d’Italia e di Roma: di quest’ultimo fecer parte i nostri paesi, che rimaser così ordinati fino al 395, quando de’ figliuoli di Teodosio, Arcadio regnò in Oriente, e Onorio in Occidente. Allora numerosi stormi di Visigoti, capitanati da Alarico e Radegisio, usciti dal mezzodì della Svezia, ove sono ancor oggi le province di Gothia e Vestrogothia, dopo aver desolato le province illiriche e valicato. le Alpi, aprironsi il varco in Italia, saccheggiarono Roma, e vi distrussero templi, palagi, statue ed altri oggetti di belle arti, riguardati come capi d’opera dell’antichità: quindi traversarono la Campania, il Sannio, la Puglia, la Lucania e la Bruzia, pigliando ed abbruciando abitati, devastando campagne, sgozzando bestiami, ed uccidendo abitanti; ma assalito da violente febbre presso Cosenza, morissi Alarico dopo pochi giorni. I suoi general i deviar facendo il corso del fiume Busento, e scavar nel suo Ietto una tomba, v’interrarono il morto corpo, e gran parte delle rube in oro, argento, gioie ed altri oggetti preziosi, e rincanalando le sue acque, tolsero alla vista degli uomini i resti del lor duce, e spensero la vita agli schiavi a quella bisognaadoperati, per tema che alcun di loro il sito non appalesasse. Poseia di Cosenza partiti, dà per tutto osteggiando e abbottinando trassero sino nella regione de’ Bruzi, e arrestaronsi là dove Reggio e pel mare da Messina partito. Ma non si rimasero lunga pezza in Italia questi barbari: passaron oltre. Onorio loro diè l’Aquitania e parte della provincia di Narbona nelle Gallie. Di lì a poco Ataulfo, cognato di Alarico, videsi piombare su Roma, e venne atterrato ciò ch’era sfuggito al primo furore. Imperò concedette Onorio franchigia di tributo alla Campania e a quella tra le nostre province, che avean più dall’invasione sofferto. Erano già nove lustri tracorsi, quando Attila l’efferato, apertosi il passaggio per le Alpi, invase di barbari settentrionali d’Italia, e ponendo a sacco ed a fuoco gli abitati ed i campi, e facendo con inaudita spietanza immensa strage degli abitanti, senza distinzione di età, di sesso e di condizione, marciò sopra Roma; ma ritiratosi all’avvicina mento di Aezio, diessi a devastare le province, donde si tradusse di là del Danubio, poscia che si fu obbligato l’imperatore Valeriano di pagargli un annuo tributo. Imperò rimaser in pace questi paesi sino affanno 40, quando Genserico re de’ Vandali, dall’Africa venne in Sicilia, saccheggiò Capua, Nola e Roma, e fe’ ritorno in Africa. Finché costui visse, fece ogni anno approdare alle spiaggie della bassa Italia le sue flotte, tutte composte di uomini di scarriera, e davan la spogliazza a’ campi, mettevan a ruba le città, facevano schiavi e atterravan città, tra le quali si numerano. Reggio, Locri, Cotrone e Torio, che qualche avanzo ancor serbavano dell’antico splendore.
Rimasero per poco tempo tranquille queste nostre contrade, cioè sino al 478 quando Odoacre con gli Eruli e i Turingi occupò l’Italia, e trovatala d’ogni valeggio sprovveduta, uccise Oreste, e morir fece in esilio a Napoli, nel castello di Lucullo ch’or noi diciamo dell’Uovo, Mumillo, detto Augustolo, suo figliuolo, nel quale si spense l’impero dei Romani in Occidente. Tenne Odoacre la signoria d’Italia poco men di 14 anni, poiché nel 489 Teodorico, re degli Ostrogoti, si fe’ donno d’Italia e della Sicilia, e vi regnò da principe savio, benevolo e generoso, perché fece. eletta di persone insigni per talenti e virtù, affinché ben il consigliassero e dirigessero, e tra queste assegnò il primo posto a Magno Aurelio Cassiodoro, nato d’illustre famiglia a Squillace, parente di Simmaco patrizio. Teodorico ritenne la stessa divisione delle nostre province. Sin d’allora la città di Napoli cominciò ad elevarsi sopra tutte le altre, sicché poscia divenne capo d’un ducato importante ne’ tempi posteriori.
Dopo 32 anni di un regno felice, Teodorico accascialo dalla vecchiezza poco meno che orba, e dalle tante e svariate cure allassato, mutò contegno i e con talune azioni derogò alla somma gloria, che appresso alla posterità acquistato si avea. Durò la dominazione ostrogota da Teodorico sino a Teia per 64 anni de’ quali gli ultimi 18 furon adoperati in una guerra sanguinosa contra i Greci, i quali, sotto Belisario dapprima, e poi sotto Narsete, conquisero e devastarono l’Italia.
Ebbe fine il regno de’ Goti, per la perfida natura di Teodato, il quale avendo impalmato Amalasunta, figliuola di Teodorico, la fe’ strozzare in un’isola nel lago di Bolsena. Giustiniano, imperator d’Oriente, tra pel gran pregio in che si aveva Amalasunta, e per l’Africa restituita all’impero, era in quistione con Teodato, a causa del Capo Lilibeo in Sicilia, ditto da Teodorico in dote ad Amalafrida sua sorella, maritata con Trasimondo re de’ Vandali, e però dichiarò la guerra a Teodato.
Volgeva l’anno 536 quando il più prode de’ general i di Giustiniano, Belisario, tristo e celebre esempio delle umane vicende, già vincitore de’ Vandali in Africa, occupò la Sicilia, discese nei Bruzi, e non incontrò resistenza sino a Napoli. Dopo lungo assedio, per un acquedotto, che credesi vicino al luogo ove e la Chiesa di S. Sofia, presso piazza Carbonara, ei penetrò nella Capitale. Le province, che soffriron allora guasti maggiori, furono la Campania, la Calabria e la Lucania.
Non lungo tempo tracorse e i capitani greci venner in contesa tra loro per ambizion di comando. Il re Totila ne colse il destro, gli assalì e ne fe’ gran macello: quindi scorse la Campania, il Sannio, la Puglia, la Messapia, la Lucania e la Calabria, demolì le mura delle fortificazioni per togliere all’oste ogni mezzodi ricovero e di difesa, non recò alcun danno alle popolazioni, ed animò le opere rustiche. Indi sopravvenne un’orribil pestilenza, che afflisse e spopolò le province. In questo giunse Narsete in Italia, successore di Belisario, conoste poderosa raccolta nella Tracia, nell’Illirio. ed ingrossata dalle truppe di Fermano, di Giovanni, de’ Longobardi, degli Eruli, degli Unni, de’ Gepidi e de’ Persiani. Sanguinose battaglie sostenne Narsete, dapprima con Totila, e poscia con Teia, suo successore, morto il quale nella battaglia sul fiume Sarno, datagli da Narsete, nel 553 cadde estinto il regno gotico, e l’Italia fu sommessa all’imperatore d’Oriente. Narsete fe’ tostamente ritornare nella Pannonia i Longobardi carichi di doni, e ritenne gli Alemanni ed i Franchi, i quali, divisi in due corpi sotto il comando di Butilino e di Léotari, si resero rubelli, dandosi uno a devestare le regioni mediterranee sino allo stretto di Messina; l’altro le marittime sino alla punta di Leuca. Carichi di bottino volgevan in pensiero di far ritorno alle native contrade, quando fuRutilino da Narsete assalito su le rive del Volturno disfatto ed ucciso; e Leutarisalvo giunse tra Verona e Trento presso il lago di Garda, ove il suo esercito, afflitto da mortifera pestilenza, quasi tutto rimase estinto. Pagarono così entrambi il fio delle ruberie e delle devastazioni commesse nelle regioni di loro scorrerie.
Verso quei tempi vidersi introdotte nella bassa Italia le piantaggioni de’ gelsi e le uova de’ vermi da scia, che alcuni monaci, di ritorno dalle Indie, avean recate in molti luoghi dell’impero di Oriente.
Succeduto nell’impero Giustino a Giustiniano, l’Italia ebbe mutamenti maggiori di quelli che si avesse avuti sotto i Goti medesimi, i quali avean procurato di mantenerla nella stessa forma con che fu retta dagli antichi imperatori d’Occidente.
A Narsete succede Longino, il quale. comeché fermasse sua stanza in Ravenna, siccome gl’imperatori di Occidente e Teodorico co’ suoi Goti, abolì l’antica amministrazione, e in tutte le città e luoghi principali pose Capi, cui domandò Duchi, con un Giudice, sottoposti a colui, il quale, avente sua sede in Ravenna per l’imperatore, ebbe il nome di Esarca. Quindi, videsi la signoria italica partita in 36 ducati. Imperò essendo di tanto sminuzzato il potere, accelerassi una nuova invasione forestiera. Hacci chi dice che Narsete, caduto in odio di Sofia imperatrice, e perciò richiamato dall’Italia, inducesse con segreti maneggi Alboino, re dei Longobardi in Pannonia, a rendersi signore d’Italia. I Longobardi, traenti la loro origine dalle sponde del Baltico, da prima invasero la Pannonia e ‘l Norico, e poscia dal centro della Germania, valicato l’Adriatico, poser la prima volta il piede nel Sannio, sconfissero Totila, e, carichi di bottino, rinselvarono. Dopo non molto tempo passato, nel 568 regnando Giustino in Oriente, quei medesimi Longobardi, che per l’innanzi avean servito da mercenari, e che gustato avean le delizie del suolo italico, trassero a calca sotto i vessilli del lor re Alboino, e rafforzati da 20 mila Sassoni, e da una moltitudine immensa di Gepidi, Bulgari, Salmati, Pannoni, Svevi, borici ed altri, si misero in marcia ed occuparon Aquileia con molte terre della provincia di Venezia. Alboino fermossi nel Friuli, del quale fece un ducato, e diello a Guelfo, suo nipote: quindi il Ducato Foro iuliense. Di là recossi a Vicenza, Verona, Trento, e dappertutto stabilì Duchi o Governatori. Travalicò l’Adda, prese Brescia, Bergamo, Lodi, Como, Milano, e, ferma la sua sede in Pavia, fu da’ suoi vittoriosi soldati gridato re. E questa sì fu l’origine della monarchia Lombarda, la quale dal 570 durò sino al 776.
Avean le nostre province sino all’arrivo di Autari terzo re Longobardo i lor Duchi, come gli avea stabiliti Longino, dependenti dall’imperator d’Oriente. Nel 589 Autari sbarcò nel Sannio; di cui occupò la Metropoli, Benevento, e, facendone duca Zotone, traversò la Calabria in sino a Reggio, ove cacciato entro le onde il suo cavallo, e percotendo colla lancia una colonna miliare innalzata nel mare, disse esser quello il solo confine che dava alla monarchia longobarda. Ma, a malgrado di tante genti che spopolarono le natie contrade, non potè pervenire Alboino alla signoria di tutta Italia. La sua morte intervenuta dopo tre anni e mezzo, e l’anarchia, che ne fu la conseguenza, arrestarono i passi de’ suoi duci. Venezia si rese forte ed indipendente nelle sue lacune: Roma si mantenne fedele all’impero di Oriente sotto la protezione de’ Papi: il ducato di Benevento si sottomise a Zotone, come di sopra si ètoccato, e per quasi 500 anni fu sempre in guerra co’ ducati di Napoli, di Gaeta, di Sorrento, d’Amalfi, e con altri ducati minori, che dependevano dall’imperator d’Oriente: l’Esarcato di Ravenna e la Pentapoli, formante parte della Romagna, pur tennero da’ Greci. Durante la prima metà de’ mezzi tempi, molte città scossero il giogo de’ sovrani di Bisanzio, e rinvennero nella propria indipendenza princìpi di forza e mezzi di resistenza contro alle straniere invasioni.
La monarchia de’ Longobardi fornì una raccolta di leggi e di usanze curiose, avuto riguardo ai tempi in che furon introdotte, in particolar modo intorno a’ feudi e costumi feudali, di cui vari autori attribuiscono a’ Franchi e a’ Longobardi l’origine. Il ducato Beneventano, elevato da Arechi a principato fu diviso in due principati tra Radelghiso e Siconolfo. Spettarono al primo le province poste verso l’Adriatico, ed al secondo quelle verso il Tirreno; tranne i ducati di Napoli e Gaeta. I principati di Capua e di Salerno sostennero, atroci guerre co’ ducati Greci e co(r)re Franchi; soffrirono le incursioni de’ Saraceni; e sotto Desiderio ultimo re Longobardo, e Buono ultimo duca di Napoli, tutta l’Italia cadde nelle mani di Carlo Magno, che seco condusse Franchi, Sassoni, Borgognoni, Teutoni, Dalmati, Bulgari, Pannoni e Transilvani. I tentativi fatti da’ principi Longobardi, Astolfo, Berengario e Adelberto per reggersi in Italia, dieder luogo alle invasioni degl’imperaiori di Germania Ottone I, II e III: in queste turbolenze e dissensioni, e mentre infieriva una carestia desolante ed universale, cagionala da neve, che elevossi a più di due braccia di altezza, e che permanente rimase per circa due mesi, a causa de’ venti boreali, i quali spiravano con furor tale da impedire qualunque traffico da luogo a luogo, apparve una brigata di 40 pellegrini Normanni, di ritorno da’ sacri luoghi di Gerusalemme, illustrati dalla presenza de’ fondatori e de’ martiri della religione cristiana.
Nordmann significa nella favella alemanna, uomo del norte: ed i Normanni, sì come i Goti e i Longobardi, dalla Scandinavia uscirono ad inondare l’Occidente. Sbarcati in Salerno quei pochi Normanni, Guaimaro III, che teneva allora quel principato, gli adoperò contra i Saraceni, che queste spiagge infestavano, e con tanto valore si condussero, che molti principi Longobardi li vollero a guardia loro assoldati. I Normanni, riveduto il lor paese, qua ne rivengono, e, contro i Greci e i Saraceni sodo diversi principi militando, in gran fama salirono. Ma rimeritati d’ingratitudine da’ Longobardi, Sergio, duca di Napoli, per sé tennegli assoldati, e gli riconquistarono il ducato perduto. Da Sergio ebber in ricompensa il territorio che tra Napoli e Capua, dove fondarono Aversa, città così domandata per esser situata aversa, cioè, avverso Capua, il cui principe aveva invaso Napoli. Aversa fu tenuta da Rainulfo, cui Sergio diè titolo di Conte. Questi furono i primi Normanni venuti Ira noi verso l’anno 1016, de’ quali era duce Osmondo Drengot in disgrazia di Roberto, duca di Normandia. I secondi furon i figliuoli di Tancredi d’Altavilla, venuti intorno all’anno 1035. Essi bene e strettamente uniti combatteron sempre valorosamente, e l’imperatore Corrado confermò Rainulfo nella sua Contea. I tre fratelli maggiori Guglielmo, Drogone ed Onfredo, fattisi capi di quel drappello, militarono prima a favore di Guaimaro IV principe di Salerno contro gli Amalfitani, e poscia a pro di Paflagone, imperator d’Oriente, contro gli Arabi in Sicilia. Nel 1037 sbarcarono in Messina, e conquistarono il paese infino a Siracusa, via cacciandone i Saraceni, e rimettendolo, solfo il dominio dell’imperator d’Oriente. Ma indignati contro a Maniaco generale dei Greci, di mala fede, rapacità ed avarizia grande colpandolo, ed istrutti, perche testimoni oculari della codardia e dappocaggine delle sue falangi, determinarono di conquistar per sé medesimi ciò che i Greci possedevano nella Puglia e nella Calabria. Quindi tornati in terra ferma, e associatosi a quell’impresa Ardoino Longobardo, 300 uomini profferti da Rainulfo a 12 capi col titolo di Conti, Melfi, Venosa, Ascoli e lavello caddero l’una dopo l’altra in lor potere, e in tre battaglie fu l’oste greca intieramente atterrata, siche nel 1041 quasi, tutta Puglia fu sotto la signoria Normanna, e Guglielmo, per la sua forza estrema e pel valor suo sommo, soprannominato braccio di ferro, fu nel 1043 dall’esercito italiano e é normanno salutalo Conte di Puglia. Questo fu il primo titolo, e ‘l principio di tutti gli altri, che la Regalcasa Normanna ebbesi in Puglia, e poi in Sicilia. Dopo la sua inaugurazione, Guglielmo d’accordo con Guaimaro, nella dieta di Melfi,partironsi le città. A Rainulfo, conte di Aversa, toccò Siponto col monte Gargano: A Guglielmo, conte di Puglia, la città d’Ascoli: A Drogone, Venosa: Ad Arnolino, Lavello: Ad Ugone, Monopoli. A Pietro, Trani: A Gualtiero, Civita: A Ridolfo, Canne: A Tristajno, Montepeloso, e cosi ad altri duci normanni altro città, tali che Frigento, Acerenza, S. Angelo e Minervino: Melfi rimase luogo di assemblea e città li! era.
Guglielmo venne a morte tre anni dopo la sua inaugurazione, e a lui successero l’uno dopo l’altro i fratelli Drogone, Onfredo e Roberto Guiscardo, salutato quest’ultimo duca di Puglia e di Calabria. Roberto, dopo la memorabile sconfitta dell’esercito dell’imperatorEnrico e del Papa Leone IX presso Civita nella Capitanata, fatto il papa prigione, e restituitolo con tutti gli onori alla sua sede, venne investito delle sue conquiste. D’allora in poi soggiogò i principali di Capua, di Salerno, d’Amalfi, di Bari e gran parte della Sicilia, cui tolse a’ Saraceni, e fece governare da Ruggiero suo fratello, detto il Gobbo, col titolo di conte. Poscia, ceduto Benevento alla Santa Sede, volge le sue armi contro all’imperatore di Costantinopoli con maravigliosi successi; ma di là fa ritorno in Italia, affindi liberare il Papa Gregorio VII, cui l’imperatore Enrico IV tenea prigioniere in castel S. Angelo, e rivola in Oriente, quando morto in Corfù, e sepolto in Venosa, gli succede nel regno Ruggiero suo figlio, il quale, mancato di vita, fu pur seguitoben presto nella tomba dal fratelsuo Guglielma, già duca di Puglia. Morto costui senzafigliuoli, cadde tuttal’eredità a Ruggiero il gobbo. conte di Sicilia, zio di lui, il quale riunì alla sua signoria tutte queste province. Papa Urbano II lo fece suo legato, onde trasse origine la Monarchia di Sicilia, e, dopo aver preso il titolo di Gran Conte di Sicilia e di Duca di Calabria e di Puglia, preparò la dignità regia a suo figliuolo, anche di nome Ruggiero. Cosi rimaser estinte affatte le dinastie. lombarde, che signoreggiato aveano nella basse Italia per 509anni dopo il loro arrivo sotto il comando di Alboino, e per 303 dopo la disfatta del re Desiderio.
I Normanni serbarono le leggi longobarde e feudali. Le lettere risorsero mercé le cure de’ monaci Cassinensi e degli Arabi in Salerno, dove fiorì la scuola di filosofia e di medicina, e la Chiesa acquistò grande splendore per l’istituzione della maggior parte degli ordini religiosi, e per le donazioni di beni che le fecero vari principi pietosi.
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