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COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (IV)

Posted by on Lug 11, 2025

COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (IV)

EPOCA TERZA

Dinastia degli Angioini. — Carlo I. — Carlo II. — Roberto il Saggio. — Giovanna I. — Carlo di Durazzo. Ladislao. — Giovanna II.

CARLO d’Angiò imbrandì uno scettro di ferro sopra i suoi nuovi sudditi; confiscò i beni di coloro che combattuto aveano sotto i vessilli di Manfredi, e fe’ preludio con mille giuridici assassinii ad uno dei più enormi misfatti, che sempre nera renderanno ai posteri la sua rimembranza.

Le alte doglianze di Napoli e di Sicilia mosser il cuore del nipote di Federigo II, il quale contava appena quindici anni. Lucera, che non si era punto arresa a Carlo, inalberò la bandiera di Corradino; il quale esempio fu seguitato dalla Puglia, dalla terra d’Otranto, dalla Capitanata, dalla Basilicata, e dalla Sicilia, ove a Sciacca propriamente, era giunto Corrado Capece, che le cose disponeva in favor di Corradino. Ma questi il suo coraggio consultando, l’età sua non già, ponesi alla testa d’un esercito, parte da Alamagna con suo zio Federigo, duca d’Austria, e misurasi a Tagliacozzo, castello nell’Abruzzo ulteriore, coll’usurpatore di tutti i suoi diritti.

Ivi per sagace ingegnuòlo di Alardo di ValIeri, cavalier francese, trionfò Carlo d’Angiò: però che disfatti i due terzi dell’esercito suo, assaltò improvvisamente coll’altro, riposto in agguato, i vincitori Tedeschi, i quali scortamente usando a vittoria, qua e là dispersi, a far preda intendeano, onde costernati, furon messi in precipitosa fuga. Però Dante raccordando questo grave avvenimento cantò:

………………. e là da Tagliacozzo

Ove senz’arme vinse il vecchio Alardo.

Il poco avventurato Corradino cadde nelle mani di Cado. Questi crudamente avvisò, che la sola morte poteva por fine alle inchieste del legittimo erede del regno, che avevasi usurpato, e perciò tostamente convocar fece un parlamento, composto di persone suddite ed a sé fortemente obbligate. Non però dimeno infra quell’assemblea un sol giudice provinciale, ligio di Carlo, del cui nome la Storia non volle le sue pagine contaminare, votò per la morte; gli altri se ne stettero in timido e colpevol silenzio, Carlo, sull’autorità di questo sol giudice, pronunziar fece da Roberto, protonotario del regno, l’orribil sentenza. Corradino giuocava tranquillamente agli scacchi, allorché vennesi a comunicargliela. Preve tempo gli si accordò per disporsi alla morte, e ‘l 26 d’ottobre 1268 fu menato al supplizio in un coi suoi amici. Carlo era presente, da tutta la sua gente accerchiato.

Il giudice provinciale lesse la sentenza centra Corradino emanata, traditor dichiarandolo della Corona, e della Chiesa nemico. «Non si appartiene a te, fellone, esclamò Roberto di Fiandra, genero di Carlo, non si appartiene a te di condannar a morte sì nomi e sì generoso signore»:e così detto, gli diede d’uno stocco. Corradino, tra le mani dei carnefici, cavossi da sé il manto di dosso, ed essendosi posto ginocchioni per pregare, si levò esclamando: «Oh madre a mia! guai profondo dolore sarà per cagionarti la novella della mia morte!»Questa sola esclamazione svela l’anima sua bella. Questo sventurato principe rotolar vide ai suoi piè la testa di suo zio Federigo d’Austria, la baciò con trasporto, gettò il suo guanto al popolo, e porse la sua testa al micidial ferro. L’illustre casa di Svevia, la quale governato avea per 70 anni le nostre terre, cioè dal 1198 al 1268, si estinse in Corradino. Il viaggiatore da sensi di orrore e di disdegno e compreso, quando, sulla piazza del Mercato, fige i suoi sguardi sul marmo posto al luogo medesimo ove cadde la testa del giovinCorradino: ivi fabbricossi una cappella e vi si eresse un altare, non mica espiatorio, ma per ringraziar la provvidenza d’un tanto esecrando delitto. Leggesi intorno al fusto della colonna di porfido, che èsull’altare:

Asturis ungue leo pullum rapiens aquilinum

Hic deplumaxit, acephalumque dedit.

Questi due abbominevoli versi, onde vien felicitato Carlo d’Angiò nella morte di Contadino, godon almeno il vantaggio di votare all’esecrazione il nome del signor d’Astura, il quale, tradendo i doveri dell’ospitalità e dell’umanità, dette in man del carnefice il giovin principe.

Tutto non è benefizio per la tirannia: essa raccoglie sovente amare frutta dalle sue violenze e dalle sue ingiustizie. Il terribile scempio dei Francesi in Sicilia conosciuto sotto il nome di Vespro Siciliano, e di cui il successo fu di toglier per sempre la Sicilia alla dinastia di Carlo d’Angiò, gli fece pur troppo pagar il fio della morte di Corradino. Michele Paleologo e ‘l Sovrano Pontefice erano in discordia con Carlo. Questi erasi reso formidabile in Italia per la forza delle sue armi, ed era reputato uno de’ maggiori re di Europa; quindi temuto da Michele Paleologo. Il re avea ricusato le nozze del suo primogenito Carlo, principe di Salerno, con la nipote del Papa, e però questi corrucciossene. A queste cose aggiugnevasi pure il pessimo governo che faceano della Sicilia i luogotenenti angioini venuti di Francia. cotal i disposizioni a Carlo svantaggiose furono destramente messe a profitto da un nobile salernitano, ch’avea nome Giovanni di Procida, il quale viaggiando sotto mentite spoglie, e strettamente collegati infra di loro il papa Niccolò, l’imperator Paleologo e ‘l re Pietro d’Aragona marito di Costanza, unico germe della casa di Svevia, alla quale erasi recato il guanto, gettato da Corradino nella piazza del mercato, e apparecchiati a vendetta de’ Francesi gli animi dei Siciliani, quando la flotta del re d’Aragona veleggiava alla volta della Sicilia nel secondo dì di Pasqua dell’anno 1282, al suono della campana del vespro, colta l’occasione della violenza d’un francese tentata in persona d’una gentildonna siciliana, i Palermitani dieder di piglio alle armi e quasi ad otto mila francesi spensero la vita. Giunto poco dopo re Pietro, sbarcò con le sue truppe, si fe’ signore dell’isola, e i Siciliani giurarono a lui fedeltà, ed elessero a legittimo erede ed a futuro re Don Giacomo suo figliuolo. Imperò partironsi questi due reami: Palermo era stanza degli Aragonesi in Sicilia. Napoli fu residenza de’ Francesi in Puglia ed in Calabria, e con diversa amministrazione si ressero, e ritennero nomi ed ufiziali distinti, anche quando furono sotto Alfonso I riuniti.

Essendosi Carlo d’Angiò e Pietro d’Aragona tradotti a Bordeaux, città di Guascogna, allora sotto il dominio di Odoardo, re d’Inghilterra, per duellare, credendo aver tutti e due diritto su la Sicilia (duello che non fu recato ad effetto, perché il re d’Inghilterra ricusò d’accordare il campo a’ due re rivali), il principe di Salerno, nell’assenza di suo padre, fu Vicario del regno, dond’ebbe origine la Corte del Vicario, che più tardi sotto Isabella chiamossi Corte o Reggenza della Vicaria.

A quei giorni Ruggiero di Loria, gentiluomo calabrese, ammiraglio del re Pietro, disfece in Malta la flotta di re Carlo, pose a ferroed a fuoco i più deliziosi luoghi della costa di Napoli, sì che il principe di Salerno videsi obbligato d’imbarcarsi su le sue galee per vendicarsi de’ ricevuti insulti. Da ambe le farti si combatté con grandissima gagliardia: armata del principe fu disfatta, ed egli medesimo fatto prigione e rinchiuso nel castello di Mattagrifone in Messina. Il popol siciliano volea che la regina Costanza vendicasse la morte di Corradino con la morte del figliuolo dell’uccisore; ma la regina opponendosi a cotal orribile rappresaglia, inviò Carlo prigioniero a Pietro in Aragona. Carlo d’Angiò uditi quei fatti, recasi tostamente alla Puglia, e mentre apparecchiavasi a guerra per ridurre a libertà il figlio, morissi in Foggia nel principio dell’anno di Cristo 1285, il giorno seguente alla festa dell’Epifania, o, come altri narra, da se stesso si strangolò, dopo 19 anni di regno, essendo stato coronato re da papa Clemente nel 1266. Furono le sue viscere seppellite nel Duomo di Foggia, e ‘l corpo imbalsamato, e con gran dolore de’ suoi Francesi condotto in Napoli, e nel Duomo sepolto in un ricco avello di marmo, ove fu posta la sua statua in abito reale sedente sopra un Icone, che fu suo particolare stemma; e vi fu posta la seguente scrittura:

Conditur hac parva Carolus Rex Primus in urna, Partonopes Galli sanguini al tu honos;

Cui sceptrum, et vilam sors abstulit invida quando Illius famam perdere non potuit.

Fu Carlo, come scrive il Villani, grande della persona, con un naso maiuscolo, di color fosco, e, comeché di feroce aspetto, di signorile e maestoso volto. Fu di gran valore e forza dotato; di molto avvedimento e sapere, e larghissimo verso i suoi Cavalieri. A sì pregiate virtù Carlo accoppiò, sì come comunalmente adiviene, brutti e biasimevoli vizi, essendo stato crudelissimo oltre ad ogni convenevole segno. Dante pone Carlo e ’I re Pietro nel Purgatorio, amichevolmente insieme cantanti, sì per darci a divedere che la nemistà di quaggiù finisce col morire, come parimente per decantare la virtù, che in entrambi egualmente fiorì; i cui versi sono i seguenti:

Quel che par si membruto, e che s’accorda,

Cantando, con colui dal maschio naso,

D’ogni valor portò cinta la corda.

E se re dopo lui fosse rimaso

Lo giovinetto che retro a lui siede,

Bene andava ‘l valor di vaso in vaso;

Che non si puote dir dell’altre rede.

Jacomo e Federigo hanno i reami:

Del retaggio miglior nessun possiede.

Rade volte risorge per li rami

L’umana probitate, e questo vuole

Quei che la dà, perché da lui si chiami.

Anco al Nasuto vanno mie parole,

Non men ch’all’altro, Pier che con lui canta;

Onde Puglia e Provenza già si duole.

Tant’è del seme suo minor la pianta,

Quanto, più che Beatrice e Margherita,

Costanza di marito ancor si vanta.

Fu Carlo prode cavaliere, fece a sé tributario il regno di Tunisi, sì come già loera stato a’ re normanni. Giovanni di Brenna per la regina sua moglie avea conseguito il titolo di re di Gerusalemme, titolo che diede in dote a sua figlia Iole: Carlo d’Angiò, per la cessione di Maria, figliuola del principe di Antiochia, divenne re di Gerusalemme, titolo che ancor conservano i nostri re, e colà spedì Ruggiero Sanseverino a prender possesso di quegli stati in nome suo. Carlo elevò a grande onoranza le nobili famiglie, e creò gran numero di cavalieri. Vari ordini cavallereschi furono istituiti da’ re angioini, sì come Quelli della Nave, della Lonza, del Nodo, dell’Armellino. I Seggi di Napoli furono riordinati e illustrati, e i parlamenti general i furon tenuti esclusivamente in Napoli, la quale arricchissi di grandiosi edifici, e all’Università molti privilegi furon concessi.

Tra le leggi de’ Normanni e degli Svevi, e quelle degli Angioini, l’una differenza è di nome: le prime chiamandosi Constituzioni, le seconde Capitoli o Capitolari. L’altra differenza e che in generale le prime furono più civiche che forestiere, e le seconde più canoniche che civiche.

CARLO II

Il regno di Carlo II non offre nulla di memorabile. Questo principe, dopo essere stato per cinque anni circa prigioniero, perché non fu coronato re se non nel 1289, vien messo in libertà per la mediazione del re d’Inghilterra, e tra le dure condizioni, alle quali si sottopose, sì fu quella di cedere la Sicilia a Giacomo d’Aragona, facendogli sposare Bianca figliuola sua. Pietro d’Aragona non era più: suo figlio Giacomo gli succede al trono di Sicilia, quindi a quello d’Aragona, alla morte di suo fratello Alfonso; ma lasciò suo fratello Federigo come luogotenente in Sicilia, ad onta del testamento di suo padre, che in questo caso la corona di Sicilia a Federigo conferiva. Questa ingiustizia partorì accanite guerre tra i due fratelli. Giacomo, la figlia primogenita sposando di Carlo II, cede al suocero i suoi diritti sulla Sicilia; eglino collegaronsi per conquistarla, e l’isola fu inondata di sangue. Federigo diè prove di vaio re e virtù singolare, sostenne i suoi diritti con coraggio, riportò parecchie vittorie, e finì col rallentar la sua energia, a sposar assentendo Eleonora, terza figlia di Carlo nel 1302a condizione che il reame di Trinacria (questo fu il titolo che prese quel regno di Sicilia) ritornasse dopo la sua morte alla dinastia degli Angioini. E pur forza confessare che Carogovernò queste nostre terre rettamente, essendogli stata a cuore la pace, comeché la guerra non temesse, e con la sua numerosa famiglia bellamente fiori. Il primogenito di lui, Carlo Martello, fu chiamato alla corona di Ungheria per la successione della regina Maria sua moglie, e a quella corona successe l’altro suo figliuolo di nome Caroberto. Il secondogenito di Carlo, Ludovico, fu vescovo di Tolosa, e poscia santificato da papa Giovanni XXII. II terzogenito Roberto, come erede della corona, prese il titolo di duca di Calabria e il supremo comando dell’esercito. Il quartogenito, Filippo, fu principe di Taranto. Il quinto, conte d’Andria e reggente della Vicaria. Il sesto, principe di Salerno. Il settimo, principe d’Acaia, despota di Romania e grand’Ammiraglio del regno. Tutti questi valenti e generosi principi familiarmente usando con tutte le classi dello stato, resero il padre temuto ed amato a un tempo stesso. Carlo dopo aver fatto fabbricare molte chiese ed alcuni utili edifizi, dopo un regno di 25 anni passò di questa vita gli anni di Cristo 1308, amaramente rimpianto per la gran liberalità e clemenza, di che era adorno.

I fatti più degni di nota sotto la signoria di Carlo Ie di Carlo II d’Angiò, sono: la rinunzia al papato fatta nel Castello Nuovo da Papa Celestino, e l’istituzione del giubbileo sotto Bonifacio VIII della famiglia Gaetani.

Sotto il reggimento di Carlo II alquanti giurisperiti compilarono e cementarono le varie consuetudini, le quali, dopo la compilazione fattane a’ tempi di Federico II, avean vigore di leggi in molte città, sì come in Napoli, in Bari, in Aversa, in Gaeta, in Amalfi ed in altre. Il sovrano fece rivedere la maggior parte di esse dal famoso giureconsulto Bartolomeo di Capua, e nel 1306 le sanzionò. Furono creati secondo la costumanza francese i grandi uffici della corona e quelli della casa del re, come il maestro della cappella, che oggi addomandasi cappellano maggiore; il maggiore delle razze, oggi cavallerizzo maestro, ecc. Essi sparirono dal regno di Ferdinando il cattolico in poi, allorché andò a talento a’ re spagnuoli l’introdurne novelli a simiglianza di quelli di Spagna.

L’ordine, onde i re aragonesi si successero in Sicilia, èil seguente: tenne dapprima quella terra Pietro II figliuolo di Federico, di poi signoreggiolla Ludovico figliuolo di Pietro, Federico III il Semplice, Maria e Martino I, Martino li, e Ferdinando I il Giusto sino al 1435, quando Alfonso il Magnanimo riunì i due reami.

ROBERTO

Venuto a morte Ladislao, re d’Ungheria, senza figli, il trono si appartenea, secondo le leggi del regno, a Maria sorella di Ladislao, la quale sposato avea Carlo II. Ella cedé questa corona al suo figlio primogenito Carlo Martello, il cui erede Caroberto legittimi titoli vantava al trono di Napoli, come nipote di Carlo li, per la discendenza di primogenitura. Ma Caroberto, invece d’adoperar. le armi contra suo zio Roberto, amò meglio rapportarsene alla decisione di Clemente V, il quale decise la controversia in favore di Roberto, difeso dal celebre giureconsulto Bartolomeo di Capua. non Convenendo che il re degli Ungavi fosse ad un’ora re de’ Napolitani e de’ Siciliani: l’investitura del Sommo Pontefice essendo stata sempre per ambi i regni a favore de’ re angioini, avendo per intrusi gli Aragonesi.

Collegatosi l’imperatore Enrico VII con Federigo, re di Sicilia, citar fece Roberto a comparire, come vassallo dell’impero, dinanzi a lui. Roberto contumace, Enrico nel 1313fulminò contro di lui la sentenza, con cui lo privava del regno, e, come ribello dell’imperio, condannavalo ad esser decapitato. Allora Clemente V creò Roberto conte di Romagna e vicario generale dello stato ecclesiastico, e ‘lre di Napoli portò la guerra in Toscana ed in Sicilia. Ma Enrico morto a Buonconvento nel Sanese, la guerra cessò, e col re di Sicilia fu fatta una tregua. Roberto non evitò una guerra, che per cader in un’altra. Giustamente adirato contra Federigo, che violato avea la tregua per assaltar Napoli, sbarca in Sicilia, vi arreca la strage e la distruzione, senza ottener per sé alcun vantaggio: vien segnata di nuovo la pace, quindi rotta, poscia riconchiusa tra questi due principi, animati da quell’odio nazionale, che esser doveva inestinguibile tra Napoli e la Sicilia, si come le fiamme del Vesuvio e dell’Etna.

Non andò guari e Federigo proclamò Pietro, suo figliuol primogenito, successor del trono, ad onta del trattato, che fatto avea con Carlo II, la figlia di lui impalmando. Roberto per testa, invoca la giustizia divina ed umana, obliando che suo padre quella stessa giustizia violala avea, scioglier facendosi dai giuramenti per eludere le convenzioni, alle quali dovea la sua libertà. I Siciliani, l’odio de’ quali verso la sua dinastia era sempre più inveterato, sostennero e fecero trionfare la causa di Federigo, Roberto, fregiato del riguardevol titolo divicario della Santa Sede, e obbligato di sostenere una terribil lotta contra Ludovico di Baviera, successore d’Enrico. Questo principe dopo aver fiaccato tutte le forze di Roberto, entra vincitore in Roma, ove si fa coronare imperator d’Occidente, depone il Papa, e rendesi talmente odioso per le sue esorbitanze, che abbandonato dai suoi fautori, e incalzato dal re di Napoli, fuggissene in Alemagna, Roberto si avea gran potere sulla parte Guelfa contra i Ghibellini in Italia; ma la sua galleria per aver liberato i suoi stati e quelli del Papa fu attoscata dalla morte dell’unico suo rampollo il duca di Calabria, il qual non lasciava che due figlie. La primogenita Giovanna, quantunque non avesse che sette anni, fu maritata ad Andrea, secondo figlio del re d’Ungheria, anche di anni sette, suo zio, perché nato di Caroberto, re d’Ungheria, fratello di re Roberto, avolo di Giovanna. Questo spediente saggio e politico le future dissensioni evitava, a causa delle pretensioni del re d’Ungheria al trono di Napoli.

Federigo muore: Roberto credè la congiuntura favorevole ad una nuova invasione in Sicilia; ma i popoli di quest’isola, dopo di aver solennemente coronalo Pietro II, figlio di Federigo, respinsero i moltiplici tentativi del re di Napoli, con la doppia energia del loro odio verso gli Angiomi, e del loro amore verso gli Aragonesi. Quest’odio e quest’amore serbaron il trono di Sicilia a Luigi, che un lustro appena coniava alla morte di Pietro II, suo padre. Il vecchio re Roberto vicino a morte ricevé l’omaggio de’ Messinesi, dopo fio anni di guerra tra Napoli e la Sicilia, e, vedendo l’incapacità d’Andrea, rischiò diriserbar il retaggio del suo reame a sua nipote, a cui gli Ottimati e i deputati della nazione giuramento prestarono di fedeltà. Per questa disposizione diveniva Andrea il primo suddito di sua moglie. Nel 1343 addì diciannove di gennaio passò di questa vita Roberto. Visse da ottantanni, e ne regnò 34 a bel circa. Seppellissi al monistero di santa Chiara in Napoli il quale egli avea fatto fare e riccamente dotato a grande onore, e se ne fece cordoglio ed esequio molto solenne e con grande luminaria e di molta buona gente e signori cherici e laici. Egli fu molto savio re, sì di senno naturale, sì di scienza, come grandissimo maestro in teologia e sommo filosofo. A lui vien da taluni attribuita l’operetta delle virtù morali. In generale a que’ tempi furono incoraggiale le persone di lettere; caldeggiate le scienze e le arti; la teologia scolastica, la giurisprudenza, la lingua greca nella Calabria e nella terra d’Otranto fiorirono. Roberto pose la sua regalveste addosso al Petrarca, quando questi partì per farsi incoronare al Campidoglio, e tenne corrispondenza con tutt’i dotti dell’età sua, sopra tutto col Boccaccio. Tutto che fosse d’ogni virtù dotato, non però di meno poi che cominciò a invecchiare, l’avarizia il guastava in più guise. Morto che fu Roberto, l’età infantile di Giovanna, e il credito di frate Roberto Ungherese, ingenerarono gravi rivolture politiche, sì che gran numero di fuorusciti parteggiarono coi baroni.

GIOVANNA I

Il re Roberto con dispensagione del Papa e 7 della Chiesa avea diliberato che fosse re dopo la sua morte Andrea, figliuolo di Carlo Umberto’ re d’Ungheria, il quale avea per moglie Giovanna figliuola prima erede di Carlo duca di Calabria e figliuolo del re Roberto. Andrea e Giovanna, entrambi di 16 anni, il primo stolto della mente anzi che no, la seconda di dolci e soavi costumi, per la ragione che e «Amore e cor gentil sono una cosa», eran governati da Frate Roberto, il quale si aveva un mal nome, e gravissimo odio acquistato e concitato appresso l’universale. I baroni, avuto contezza che per bolla pontificia Andrea era per esser coronato re, fecer tra loro convegna di voler conservare alla lor regina intera real possanza, avendo eglino già a malincuore per ben tre anni sostenuto il duro dominio di frate Roberto, e sagacemente prevedendo che sotto un principe ungherese i signori d’Ungheria avrebber menato le faccende dello stato. A quei giorni corse pur pubblicamente la fama che invidia ed avarizia spinsero alcuni suoi cugini e consorti reali, cioè Luigi figliuolo del principe di Taranto suo cugino, il quale si diceva che avesse affare di Giovanna, e’ il figliuolo di Carlo d’Artugio, e Iacopo Capano, coll’assento e consiglio di Carlo Durazzo, a far morire il detto Andrea. E aspettandosi di presente d’esser coronato del reame di Sicilia e di Puglia, ed essendo ad Aversa colla moglie al giardino de’ frati del Marrone a diletto, ove tu poi il convento di S. Pietro a Maiella, di notte tempo a dì 18 di settembre fu preso, e messogli un capresto alla gola, e poi spenzolato dallo sporto della sala sopra il giardino, in questo la dimane fu trovato strozzato, e quivi restò insepolto alcuni dì. Erano in quella sala Carlo di Artugio e il figliuolo e ‘l conte di Tralizzo e certi de’ conti della Leonessa e di quelli di Stella e Iacopo Capano grande maniscalco e due figliuoli di Pacie da Turpia e Niccola da Mirizzano suoi ciamberlani. Tale fu la repente morte del giovine e innocente re, che non avea se non ig anni. Fu recato il corpo a Napoli e tumulato co’ reali. Si disse palese e buccinossi che Giovanna l’assentì: che di suo corpo ella non avea buona fama. La regina rimase grossa d’infante di sei mesi o là intorno, al quale, venuto alla luce, fu posto nome Caro ber lo, ingenerato, diceva ella, del re Andrea; Non ne fece romore né pianto, o piccolo a quello ch’ella dovea fare, e poco dopo sposò Luigi di Taranto.

Ludovico d’Ungheria mettasi alla testa d’un esercito, e spiega un vessillo nero, sul quale dipinto era suo fratello Andrea strangolato. Giovanna e ‘l suo consorte, di cui le truppe son battute, paventando forte la vendetta del re d’Ungheria, dansi alla fuga, e van cercando asilo nei loro stati di Provenza. Giovanna gettasi ai piedi di Clemente VI, che trasferito avea la S. Sede in Avignone, ed implora la protezione di lui. Allora il Papa aduna il suo concistoro, dichiara la regina innocente, e s’interpone fra lei e ‘l re d’Ungheria, il quale, dopo aver posto a morte il duca di Durazzo, cognato di Giovanna, e commesso pur quattro varie crudeltà contra i signori devoti alla casa d’Angiò, lasciasi infine placare per la mediazione del Papa, segna la pace, e si ritira. Giovanna, avuta col nuovo marito l’investitura pontificia, con ottanta mila fiorini, prezzo della vendita del contado d’Avignone, fe’ ritorno a Napoli, e rilevò i suoi dalla costernazione in cui erano. Dopo di essersi fieramente combattuto tra baroni partegiani d’Ungheria e baroni fedeli alla casa d’Angiò, regnò Giovanna con molta affezione de’ popoli. Il re creò allora l’ordine del Nodo, simbolo di forte unione, del quale onorò i più valorosi signori del suo regno. A quest’epoca la Sicilia, in preda a partiti ed a fazioni sempre rinascenti dalle lor ceneri, una favorevol occasione offrir mostrava a Giovanna, per effettuare il progetto di conquista, tante volte dall’avol suo indarno intrapreso. I baroni divisi in Catalani e in Chiaramontani, a cagione della gran debolezza del governo, misero a sangue quell’isola, e questi ultimi mandarono ad invitare Giovanna d’insignorirsi della Sicilia, sì come altre fiate sollecitato aveano re Roberto. Di grandissima virtù combatterono in quella impresa a pro di Giovanna, Acciaiuoli di Firenze, Sanseverino ed altri Napoletani. Ella sbarca a Messina, ov’è riconosciuta per sovrana, ad onta dei dritti del giovin re Federico. Costui or vincitore or vinto risultando, conclude finalmente un trattato, mediante il quale si obbliga di pagare un tributo a Giovanna, da cui vien riconosciuto re di Trinacria. Questa fu la fine della lunga guerra con la Sicilia, alla quale Luigi e Giovanna imposero di pagare ogni anno, nel giorno di S. Pietro, 3000once d’oro, ed in caso di guerra di fornire 100uomini d’arme, e 10galee armate, condizioni che non furon mai adempiute, per la morte immatura del re Luigi nel 1362, per la ribellione del duca d’Andria della famiglia del Balzo, e gli altri matrimoni della regina. Giovanna, vedova per la seconda volta e senza figli, sposò in terze nozze un principe d’Aragona, cui punto del mondo non ammise nel governo: annoiato costui della sua subordinazione, e della sua nullità politica, partì per Majorica, e morissi di 36 anni lungi dalla sua sposa.

La regina in età di quarantasei anni, contrasse un quarto matrimonio nel 1376 con un cadetto della casa di Brunswick, di nome Otone, e lo tenne nella medesima dipendenza che i suoi predecessori. Ella maneggiossi coi cardinali, mal paghi, come lei, del nuovo Pontefice Urbano VI, e di concerto conla’ Savoia e la Francia, la nuova elezione sostenne di Clemente VII, il quale, sotto il nome di antipapa, rifuggissi in Avignone, ov’ebbeprincipio la sacra guerra conosciuta sotto il nome di grande scisma d’Occidente. Perla sua condotta niente politica, la regina di Napoli si fece di Clemente VII un inutile protettore, e di Urbano VI un possente ed implacabil nemico. Questo Papa scomunica, depone Giovanna, dà l’investitura del reame di lei a Carlo Durazzo, solo avanzo della casa di Francia Angiò in Napoli, e che la regina adottato avea. Carlo Durazzo, ìn contraccambio della corona di Napoli, fa dono al Papa del principato di Capua; tutti e due piomban su Napoli. Giovanna, sorpresa senza, aver potuto raunare truppe, chiama in suo soccorso il marito. Otone accorre, vien rotto e fatto prigione. La regina chiudesi nel. Castel Nuovo, attendendo i soccorsi del fratello di Carlo I re di Francia, Luigi d’Angiò, cui ella suo erede dichiarato aveva in luogo dell’ingrato Durazzo. Questo principe, dopo aver esaurito la Francia con preparativi troppo dispendiosi, giunse troppo tardi per salvar la regina sua benefattrice.

Carlo Durazzo fecela perire nella stessa guisa che morto era Andrea primo marito di lei. Ella fu soffogata tra due materasse nel castello della città di Muro in Basilicata nel 1382. Otone fu imprigionato nella fortezza d’Altamura.

CARLO Dl DURAZZO

Egli dovea questo nome alla città di Durazzo conquistata su i Greci dalla sua famiglia, e divenuta suo appannaggio. La regi na Margarita sua moglie prese possesso della reggia, e Carlo III di Durazzo, cominciar!do a regnare, instituì l’ordine della Nave. Luigi d’Angiò, poco tempo dopo l’assassinio di Giovanna, arriva nel regno di Napoli con un possente esercito, s’impadronisce di molte città, penetra sin nella Campania.

Lì, invece di dar l’assalto alla capitale, lasciasi tenere a bada dalle disfide, che gli vengon fatte da Carlo Durazzo. La sua armata fu vittima de’ suoi temporeggiamenti: il disagio ed una epidemia pienamente 1 infievolirono. Luigi ne fu affetto, e si mori. Carlo Durazzo liberatosi da questo formidabil ne mico, abbandonasi a tutta la sua ambizione, e tassi beffe degli obblighi per convenzione con Urbano VI contratti. Sotto pretesto di conformarsi al ceremoniale, prende la briglia del cavallo del Pontefice, e mena così il Papa in prigione.

A quest’epoca, essendo morto il re d’Ungheria, Cario Durazzo dichiarasi protettore ei diritti dell’erede propria, di minor età, parte per l’Ungheria, vi fomenta una fazione, iene gli apre il sentiero al trono, vi ascende, e nella stessa sua corte nel 1386 vien trucidato da un Unghero, vendicatore della morte di Giovanna di Napoli e dei diritti della giovine Maria al tempo stesso, sua legittima sovrana.

LADISLAO

Carlo III di Durazzo lasciò due figliuoli, Ladislao di dieci anni, e Giovanna già grandicella. Siccome sotto il reggimento di Giovanna Ile discordie insorte tra i nobili dei sedili Capuano e Nilo con quei de’ sedili di Portauova. Porto e Montagna, i saccheggi de’ capitani di ventura indotti nel regno, e lo Scisma tra’ Papi di Roma e d’Avignone, al quale ebbero parte i Napoletani, tennero questo reame in soqquadro: così poco felici furono i principi! del regno di Ladislao, sì come, tranquillamente regnato non avea suo padre. Salutato re Ladislao, fu vista sorgere una nuova magistratura independente, creata da’ Seggi uniti al popolo, della gli otto Signori del buono stato, i quali doveano provvedere che da’ ministri del re non si facesse cosa, che offendesse la Giustizia. La famiglia reale stette inchiusa nella fortezza di Gaeta per lo spazio di 13 anni, in cui due accanati partiti disputataci il regno di Napoli, il partito d’Angiò e quello di Durazzo. Mentre Luigi II d’Angiò era coronato re di Napoli in Avignone, Ladislao anch’egli cingevasi del real serto la fronte, ed era investito della sovranità in Napoli. La capitale videsi in preda agli orrori di una guerra intestina; pugnavasi nelle strade. La vedova di Durazzo non seppe, coglier il destro per rassodar la corona sulla testa di suo figlio Ladislao; e Maria, madre dell’erede del duca d’Angiò, commise pure di più grandi abbagli, differendo di recarsi a Napoli con suo figlio. Questi giugne da ultimo, e vien accolto coll’entusiasmo della novità dagli ottimati del regno, ed in ispezialità da(r )Sanseverineschi, che gli aprono le porte di Napoli.

Ma Luigi, invece di consolidare la. lor operacon rendersi ligi i fautori di Ladislao, si assonna nei piaceri: destasi dal suo sopore allo strepito della marcia del suo rivale, che, uscito di Gaeta, ov’erasi rinchiuso, entra negli Abruzzi, s’impadronisce d’Aquila, e mette l’assedio innanzi Napoli. Luigi, dando ascolto a perfidi consigli, lascia questa città, e ritirasi a Taranto. Cavatosi di speranza dei suoi infruttuosi tentativi, tornai in Francia, e lascia Ladislao tranquillo possessore del regno di Napoli.

Questo principe, perfido del pari che Carlo Durazzo suo padre, più non sovviensi delle sue promesse fatte ai baroni del partito del suo rivale; ma, abbandonandosi a tutta la ferocia del suo carattere, bagnasi nel lor sangue ed in quello dei lor figli. Ripudia sua moglie Costanza, figliuola di Manfredi di Chiaromonte, conte di Modica, per isposar la sorella del re di Cipro, e rende via più solida la sua possanza pel matrimonio di Giovanna, sua sorella, col duca d’Austria.

Non avendo più ad occuparsi se non della felicità del suo popolo, credesi scevero affatto d’ogni altro pensiero: ei prende l’occasione d’una rivolta in Ungheria per tentarne la conquista, ma èobbligato di volger indietro i suoi passi, sentendo che Sigismondo ricuperato aveva il suo regno. Boso Ladislao dal verme dell’ambizione, aspirar osa allo scettro di tutta l’Italia. Il suo matrimonio con la principessa di Taranto, sua terza moglie, tutto il territorio gli sommettea, che dallo stretto di Messina agli stati della Chiesa distendasi. Roma, bagnala del sangue versato per le guerre religiose, di cui il grande scisma era la cagione, una facil conquista offriva a Ladislao, che più volle se ne impadronisce; e i suoi successi spigne sin nella Toscana. Il Papa, ch’erasi ritirato a Siena, chiama in suo soccorso quel medesimo Luigi d’Angiò, che indarno disputato avea la corona di Napoli a Ladislao. Il duca d’Angiò, più forte pe’ sussidii fornitigli dal Pontefice, marcia contra Ladislao, lo scaccia dalla Toscana, dagli stati romani, e guadagna la battaglia datagli sui confini del regno di Napoli. Ella era finita per Ladislao, se Luigi d’Angiò profittato avesse de’ suoi vantaggi. Ma questo principe, non avendo potuto ottener dal Papa il danaro necessario alla paga delle sue truppe, videsene abbandonato; e, con la disperazione nel cuore, fu obbligato di far ritorno per la seconda volta ne’ suoi stati di Provenza,

Ladislao rimettesi in campo, abbandona Roma al saccheggio, rivola in Toscana per recare ad effetto i suoi progetti d’usurpazione; ma repentinamente ammalossi in Perugia, avvelenato, come corse fama, di una strana e nefanda maniera, e morissi a 39anni nel 1414,senza prole; e’ però gli successe sua sorella Giovanna, già vedova del duca d’Austria.

GIOVANNA II

Ladislao non avendo avuto figli dalle sue tre prime, mogli, Giovanna sua sorella gli succede, e si fa sozza de’ medesimi vizi di suo fratello. In olà di quarantaquattro anni spinse i lezi e la sua civetteria sino alla dissolutezza: molti favoriti succederonsi rapida mente, ed abusarono del lor effimero potere; tra i quali si distinse un tal Pandolfello d’Alopo,giovine di vilcondizione, ma bello della persona. Dubbia fu pur sua condotta col celebre capitan di ventura, Sforza. Sia infine che fosse stanca de’ suoi impudici traviamenti, sia ohe l’età scemato avesse in lei l’ardor dei sensi, o per un. effetto forse di sua incostanza, la regina determinossi a sposar Giacomo di Borbone conte della Marcia de’ Realidi Francia. Questo principe, furioso per le scoperte che fa, relativamente ai colpevoli intrighi di sua moglie, mette a morte parecchi amanti di lei, e la. tratta con un rigor tale, che la nazione indegnatasi contro di lui, si solleva, e ì forza a cercar un asilo nel casteldell’Uovo centra la vendetta popolare. Giovanna riprende il potere e ne abusa; fingendo di riconciliarsi con Giacomo, il tiene per ben tre anni in prigione, da cui finalmente e tratto fuori. Immerso allora nel lo scoraggiamento e nella misantropia, rimpatriato si fa monaco di S, Francesco, e muore nel convento nel 1438. Giovanna in balia di se stessa, a tutti gli eccessi abbandonasi della depravazione e del dispotismo. I baroni mal contenti chiamano alla conquista, del regno di Napoli Luigi III d’Angiò, figlio del rivale di Ladislao, Questo principe arriva, ottiene avventurosi successi, e si avvicina a Napoli. Giovanna gli oppone Alfonso I re d’Aragona, cui adotta per suo successore.

Dopo molta effusione di sangue, Alfonso avendo riportato la palma sopra Luigi d’Angiò, vuol dominare anzi tratto alla corte di Giovanna, Allora questa regina sostituisce al l’adozione di Alfonso quella di Luigi IIIdi Angiò, cui spedisce in Calabria, per sommetter i baroni ribelli. Non ostante la sua vecchiezza, ella era tuttavia soggiogata dai suoi favoriti. Quegli, che la dominava a quei giorni, nomavasi Caracciolo; il quale spinse orgoglio e l’audacia a segno da domandarle il principato di Salerno. Furioso pel rifiuto, portò tant’oltre l’insolenza, che percosse la regina, sì come ne corse la fama. Per opera della duchessa di Sessa Covella Ruffo, fu assassinato Sergianni Caracciolo, ch’era gran Siniscalco, in Castel Capuano, dov’era la corte, ed i suoi figli furon condannati alla prigione ed all’esilio.

Dalla duchessa fu governata Giovanna dispoticamente sino alla fine del suo regno. Questa favorita impedì che il duca d’Angiò fosse richiamato a Napoli. Alla nuova della morte di questo principe, Giovanna infermasi per crepacuore, istituisce per suo successore alla corona di Napoli Renato d’Angiò, e spira all’età di sessantacinque anni nel 1435: ella regnali ne avea venti, senza occuparsi un solo istante della felicità del suo popolo. In lei si estinse la dinastia degli Angioini, che per lo spazio di 177 anni, cioè dalla venuta di Carlo I,nel 1268 sino alla fuga di Renato nel 1442(,)il trono di Napoli occuparono, e detter l’esempio d’ogni vizio e d’ogni delitto.

Intante rivoltare politiche da Roberto sino a Giovanna II avvenute, tacquero i buoni studi e le leggi; il solo mestiere delle armi salì in gran pregio ed onoranza. Néfu scevera di gravi moti la Sicilia; ché mancata la linea maschile per la morie di Federigo III, era succeduta a quel reame Maria, figliuola del morto re d’Aragona, allogata in matrimonio a Martino, figliuolo del duca di Montebianco, fratello di Giovanni re d’Aragona, e fu chiamato re Martino II.

Avvegnacchè fosse Giovanna II a vizio di cruda lussuria sozzamente rotta, e paresse che, a dilettamenti de’ sensi abbandonatasi, trasandasse le bisogne del suo reame, ciò non ostante riformò i tribunali, i riti della Gran Corte a miglior forma ridusse, altri novelli introducendone, dando loro forma e vigor di leggi, ed abolendo quelli, che nella sua collezione non erano compresi; In una prammatica detta Filingiera, perché pubblicata all’occasione di Caterina Filingiera, moglie di Sergianni Caracciolo, si stabili, che tra coloro, i quali viveano jure Francorum, la sorella maritata, ma non dotala de’ suoi beni, non dovesse escludersi dalla successione dei fratelli; e che infra coloro, i quali vivean lor vita jure Longobardorum, la sorella ne venisse esclusa, bastando che fosse stata dotata dal padre o dal fratello.

Sino al regno di Giovanna II eran le Università degli studi adusate conferire in Napoli e in Salerno i gradi dottorali ma fu volontà di quella regina, che i gradi di Dottorato o di Licenziatura nelle leggi civili e canoniche, e più tardi di medicina e di filosofia, venissero da un collegio particolare conferiti, sotto la giurisdizione delgran Cancelliere Caracciolo, della quale i principi di Avellino Caracciolo serbaron il diritto sino al 1806.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1848-DOMENICO-PANDULLO-Compendio-della-storia-patria-2025.html#EPOCA_TERZA

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