Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (IX)

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COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (IX)

Repubblica Partenopea, dal gennaio al giugno del 1799

Championnet bandì un editto, col quale ordinò lo stato di Napoli a repubblica indipendente. Un drappello di cittadini, inteso a comporre il novello statuto, regger doveva il governo con libere forme. Erano 20gl’individui, eletti dal general francese a comitati, i quali uniti si appellavano governo provvisorio, diviso in sei parti. I comitati prendevano il nome dagli uffizi, cioè Centrate, dello Interno, della Guerra, della Finanza della Giustizia, e Polizia, e della Legislazione.

Con ceremonia da baccanti più che da cittadini alzaronsi nelle piazze di Napoli gli alberi di libertà, emblemi allora di reggimento repubblicano. Fu pensier primo del governo spedire alla repubblica francese ambasciatori di amicizia e di alleanza; e furon prescelti a quegli uffici il Principe d’Angri e ‘l principe Moliterno. Un decreto divise lo stato in dipartimenti e cantoni, abolendo la divisione per province, e mutando i nomi per altri antichi di onorate memorie. Ma tanti errori in cotal partizione si commisero che fu mestieri restarsi all’antico. Buona legge sciolse i fidecommessi; altra dichiarò abolita la feudalità, distrutte le giurisdizioni baronali, congedati gli armigeri, vietati i servigi personali, rimesse le decime, le prestazioni, tutti ì pagamenti col nome di diritti. Tra mezzo a’ disordini e alla povertà della finanza comparve comandamento del generale Championnet, il quale, donando alla città le somme pattovite per la tregua, imponeva taglia di guerra di due milioni e mezzo di ducati e di altri quindici milioni su le province, pagabili nel prefisso tempo di due mesi. Cinque del governo andarono deputati del disconforto pubblico al generale Championnet, parlanti sensi di carità e di giustizia. Il general e, ripetendo l’empio motto di Brenno lor barbaro antenato, rispose loro: «Sventure a’ vinti!»Sin da quell’istante sorsero in lui sospetti, e ne’ repubblicani disamore ai Francesi. Il general e, nel vegnente giorno, confermando le taglie, ordinò il disarmamento del popolo. Solamente si permise la composizione delle guardie civiche, prescrivendo, che fossero scelti a quell’onore i più chiari e più fidi patriotti. Fu composto un tribunale addimandato Censorio, per ricevere le accuse, esaminarle, spingerle in giudizio e provvedere ai lamenti degli accusatori, ed alla tutela degli accusati. Comparve pure a questi giorni la costituzione della repubblica napolitana, proposta nel comitato legislativo dal rappresentante Mario Pagano: era la costituzione francese del 1793, con poche variazioni. Il governo provvisorio badava ad esaminare lo statuto costituzionale, mentre assai gran male soprastava, la penuria. In questo venne ad accrescere le mestizie presenti un certo Faypoult, commissario di Francia. Egli, con decreto della sua repubblica, riconfermava, per ragioni di conquista, le imposte di guerra; e diceva patrimonio della Francia i beni della corona di Napoli, le regge, i boschi delle cacce, le doti degli ordini di Malta e Costantiniano, i beni de’ monasteri, e feudi allodiali, i banchi, la fabbrica della porcellana, le anticaglie nascoste ancora nel seno di Pompei e di Ercolano. Championnet, indegnatosi d’una rapacità sì audacemente iniqua, futravagliato dalla universale scontentezza, impedì a Faypoult l’esecuzione del decreto, e ne fece per editto pubblica la nullità. Faypoult, discacciato, si partì. Poco di poi, per decreto del Direttorio, Championnet fu messo in arresto e tradotto in Francia innanzi un consiglio di guerra per essere giudicalo. Partitosi Championnet, ebbe il comando dell’esercito il generale Macdonald, e venne a lui compagno quel medesimo Faypoult, baldanzoso protervo inflessibile, il quale a prestanziar tornò i poco avventurosi Napolitani, vago di vendicarsi della lor gioia per la sua cacciata, e dell’amore che portavano al suo nemico. Sorsero scontentezze tra’ fautori de’ Francesi per l’intemperanza de’ capi. Negli Abruzzi si ribrandirono le armi borboniane, Teramo ed alcune altre terre tornarono alla devozione dell’antico re; i Francesi guardavano i forti di Pescara, Aquila, Civitella. Gli altri paesi delle tre provincie, divise per genio, stavano per la signoria o perla libertà. Terra di Lavoro stava sotto imperio di Fra’ Diavolo, il cui nome principale era Michele Pezza, d’Itri, e sotto Gaetano Mammone, di Sora, mugnaio, i quali, per la loro efferatezza, comparar si potevano alle più crude belve. Numerosa torma di Borboniani guerreggiava nella Provincia di Salerno, rifrenando la gallica licenza. La stretta di Campestrino, le terre di Cilento, i monti di Lagonegro, e ‘l cammino delle Calabrie, erano ingombrati da Borboniani. La città di Capaccio e le terre di Sicignano, Castelluccio, Polla; Sala, eretto il vessillo del Re, minacciavano i paesi repubblicani. Guerra sanguinosa travagliava la Basilicata, ove, parte devoti alla repubblica; parte alla signoria, ciecamente infra di loro combattevano. Sommoveano le Puglie contro alla repubblica quattro Corsi, diCesare, Boccheciampe, Corbara e Colonna. Trani, Andria, Martina, città grandi e forti, altre minori e la più parte delle Terre Pugliesi ubbidivano alRe.

I Borboniani calabresi spedirono al Re nella vicina Sicilia fogli e legati, pregandolo che impietosisse de’ suor fedeli, esposti alle vendette de’ nemici esteriori ed interni, mandasse milizie ed anni assaie personaggi di autorità e leggi e bandì per aiutare Io zelo delle genti già mosse. Tenutosi consiglio in Palermo, fu deciso secondare que’ moti; e poiché tra’ consiglieri mostravasi ardente, per la guerra il cardinale FabrizioRuffo, il Re l’investì d’illimitato potere, col titolo di viceré. Questi giunto nel febbraio di quell’anno 1799 al lido di Calabria, segnatamente ne’ feudi di sua casa, accontatosi prima coi suoi servi ed armigeri, decorso della croce e de’ segni delle sue dignità, sbarcò in Bagnava, dove fu accolta riverentemente dal clero e da’ notabili, e la plebe con fervente plauso il rimeritava del buon volere di far ritornare a devozion del Re finterò reame. Divagatosi l’arrivo e ‘l disegno del Cardinale, i popolani da vicini paesi a calca traevano alla volta di Bagnarae volenterosi si offrivano guerrieri pel Re. IlCardinale, pubblicato il decreto, che lo nominava luogotenenteo vicario del regno, uscìdi Bagnara, accerchiato da numeroso stuolo, col quale, senza guerra, soggettò le cittadi o terre sino a Mileto. In questa città il Cardinale convocò quanti più potè Vescovi, Curati, altri cherici di grado e antichi magistrati del Re e militari e statuali e cittadini potenti per nome o ricchezza; e sponendo i ricevuti carichi, la giusta e santa causa del trono e della religione, proclamò che i cittadini fedeli al Re, devoti a Dio, dovessero, unirsi a lui, portare al cappello per insegna e riconoscimento lacroce bianca e lacoccarda rossa de’ Borboni, abbattere gli alberi della libertà, ed‘ alzare in que’ medesimi luoghi le croci; l’esercito fuaddomantato della Santa Fede. Poscia benedette le armi; trionfando sempre, progredì per Monteleone, Maida e Cutro, sopra Cotrone. Questa città, difesa da’ cittadini e da soli trentadue Francesi, che venendo d’Egitto si erano là riparati dalla tempesta, dopo alcune ore di combattimento ineguale, fu debellata. Il Cardinale, lasciato presidio nella cittadella, quinci si parti per Catanzaro, altra città di parte francese. Giuntovi; il Cardinale mandòambasciata di resa. Catanzaro rispose: che ella non mai ribelle, obbediente alle forze della conquista francese come oggi alle più potenti, della Santa Fede, tornava volontaria sotto l’impero del Re. Così che tutta quell’ultima Calabria fattasi devota a’ Borboni; procedé il Cardinale verso Cosenza.

In questo mossero due squadre di Francesi e Napoletani, una per le Puglie, l’altra per le Calabrie. Il generale Duhesme fu eletto capo della prima schiera, che numerava sei mila Francesi, e mille o poco più Napoletani, retti dà Ettore Caraffa, conte di Ruvo. La seconda, forte di mille dugento Napolitani, aveva per capo Giuseppe Schipani, nato Calabrese, militare dimesso dal grado di tenente, e poscia elevato all’altezza di generale della repubblica. Egli, traversando Salerno ed Eboli, avvicinandosi a Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, Capaccio, vide un vessillo borbonico sul campanile di Castelluccio, piccolo villaggio in cima di un monte. Preso da sdegno, volse il cammino a quel paese; ma colà stando a ventura il capitano Sciarpa, talmente seppe incitare i suoi con l’esempio e con la voce, che pose in fuga la nemica schiera, e seguitando per la china i fuggitivi, altri ne presero, altri ne uccisero. Schipani trasse le sue schiere in Salerno; a Sciarpa crebbe animo e nome.

La schiera di Puglia, sottomettendo col grido le città forti e nemiche di Troia, Lucera e Bovino accolta festivamente in Foga, Barletta e Manfredonia, mosse il 25 di febbraio contro Sansevero, forte di 12 mila combattenti, che animosamente guerreggiando, aveano spento la vita a 300commilitoni de’ Francesi; ma, per ingegno di guerra, debellata da Duhesme, e scoppiando in costui lo sdegno, tre mila Sanseverini giacquero estinti sul campo, e non avrebbe avuto fine lo spietato eccidio, se parte delle donne in brune gramaglie avvolte, e parte con capelli scarmigliati, e vesti lacere ed insozzato, portanti in braccio i lor teneri pargoletti, non si fossero presentate a’ vincitori, umilmente pregandoli che da quella orrenda strage soprastessero.

Altra squadra repubblicana, forte quanto la prima, sotto l’impero del generale Broussier, con la medesima legione napolitana di Ettore Caraffa, drizzò il cammino ad Andria, difesa da 10mila Borboniani, soccorsi da 17 mila abitatori. Tollerate dall’esercito francese molte’ morti e più ferite di guerrieri prodi e chiari in guerra, assalirono le mura con le scale; e fu visto Ettore Caraffa con lunga scala su la spalla, e in pugno banderuola napoletana e spada nuda, ascendere il primo, ed entrar primo e solo nella città. Soggiacque alfine la città d’Andria, feudo un tempo, ed allora assai ricca possessione di quel medesimo Ettore Caraffa, che la espugnò. Egli avvisò nel consiglio si bruciasse; e a cotal sentenza assentendo Broussier e gli altri duci minori, fu quella città dalle fiamme consumata, con tante morti, lacrime e danni, che se a narrarli mi facessi, ciascun leggitore dentro impietrerebbe. Non diversa dalla sorte di Andria fu quella di Trani, la quale, dopo molte e chiare morti patite dai francesi, espugnata dallo stesso espugnator d’Andria, fu ridotta a cumuli di cadaveri e rovine. Quindi procederono le schiere a Bari, Ceglie, Martina e ad altre terre e città. Per tante stragi e sventure eran tornati in Puglia i segni e l’imperio della repubblica. Ma richiamato Broussier, sì come Duhesme, entrambi implicati da Faypoult nello stesso giudizio di Championnet, andarono a reggere quelle schiere i general i Olivier e Sarrazin. Così nella Puglia; ma Pronto e Rodio avean restituite all’imperio del Re presso che tutte le città e terre degli Abruzzi. Mammone occupava Sora, Sangermano e tutto il paese bagnato dal Liri. Sciarpa, dominando nel Cilento, minacciava le porte di Salerno. Il cardinale Ruffo, procedendo centra le città di Corigliano e Rossano, distaccò Nicastro sopra Cosenza, Mazza su Paola, sole città di quella provincia, che tenessero ancora per la repubblica. Paola cadde; Cassano e Rossano si arresero; solo Cosenza resisteva. Reggeva le milizie, tremila Calabresi un tal de’ Chiaro; ma quando più salde stavano le loro speranze, i Borboniani sottomisero in poco d’ora la città. Il cardinale, giunta ai suoi la numerosa frotta del de’ Chiaro mosse per la Puglia, per rivolgere di affetto e di governo coloro ch’erano ancora da’ Francesi, e per rincorare le parti regie, scorate da’ fatti testéper noi discorsi. Adunque, mentr’egli riduceva alla divozione del Re quel largo paese di Basilicata, bagnato dal mare Ionio, il generale Macdonald richiamava dalla Puglia leschiere francesi, e ‘l Corso de’ Cesare le terre votate di nemici andava occupando.

A quei medesimi giorni venne in Napoli il commissario francese Abrial per ordinar meglio la repubblica napolitana. Egli compose il governo con le forme di Francia: potere legislativo commesso a venticinque cittadini, potere esecutivo a cinque, ministeroa quattro. Egli medesimo fece eletta dei membri de’ tre poteri, serbando molto degli antichi rappresentanti, giugnendone nuovi, e taluni altri togliendovi, e spesso con altri rimutandoli. Fu dei nuovi il medico Domenico Grillo, ilnovello governo fu presente in ufizio con le regole costituzionali tratte dall’esempio diFrancia ché il direttorio era mal pago della forma politica data da Championnet alla napolitana repubblica. Intanto il Cardinal Ruffo all’espugnazione intendeva di Altamura, città grande della Puglia, forte per luogo e munizioni, per valore degli abitanti, fortissima. I Borboniani si misero a campo a vista delle mura e cominciò la guerra. Gli Altamurani, dopo aver fuso a proietti tutti i metalli delle case, ne’ tiri a mitraglie usarono le monete di rame, e con grandissimo valore combatterono sino a che fu esaurita la polvere ed allora i Borboniani, avvicinate alle mura le batterie de’ cannoni, ed aperte le brecce, presero la città. Le terre repubblicane della Basilicata si arresero a Sciarpa; le province di Calabria, Puglia ed Abruzzo, fuorché Pescara e poche città, cui i francesi guardavano, erano tornate intere al dominio dei Re; nella sola Napoli e in poca terra d’intorno stringevasi la repubblica. Il general e Macdonald, adducendo per pretesto, che la disciplina degli eserciti in deliziose città volge sempre in basso, annunziò che andava a campo in Caserta; celando le sventure Italia, e Schererbattuto più voltedagli Austro-Russi, e la battaglia di Cassano perduta da Moreau, e Milana presa da’ nemici, e il Po valicato, e Modena e Reggiooccupate, ed i popoli d’Italia, sconoscenti o adirati pe’ patiti spogli, parteggiar co nemici della Francia.

Mentre stava a campo in Caserta l’esercito di Macdonald, sbarcarono da navi anglo-sicule alle marina di Castellamare 500soldati del re di Sicilia e buona mano d’Inglesi le quali genti, aiutate da’ Borboniani e dalle batterie delle navi, presero la città ed il piccolo castello, che sta a guardia del porto. Nel tempo stesso un reggimento inglese e non piccola turba di Borboniani, sbarcati presso a Salerno, presero quella città, e rivoltarono a pro del Re, Vietri, Cava, Citara Pagani e Nocera. I general i Macdonalde Vatrin con forti schiere mossero il 28 di aprile contra il nemico, e, sottoposte le terre di Lettere e Gragnano, Macdonaldscese a Castellamare. Uscita del porto di Napoli nella notte la flottiglia napolitana, impedì che molte delle nemiche milizie s’imbarcassero sulle navi, e, caduti inmano del vincitore, furon morti o prigioni. Il generale Vatrin, più spietato, uccise tre migliaia di nemici. Eransi, dopo questi avvenimenti, alquanti giorni trascorsi, quando Macdonald venne di Caserta a Napoli, eda’ governanti, adunati a riceverlo, disse, ch’egli, lasciando forti presidi a Santelmo, Capua e Gaeta, partir doveacol resto dell’esercito, per rompere, sperava, i nemici delle repubbliche scese in Italia. E poi che i rappresentanti gli ebbero risposto sensi di amistà ed augurato felice ventura, et prese commiato e tornò al campo, donde a dì sette di maggio mosse l’oste francese divisa in due l’una guidata da Macdonald per la via di Fondi e Terracina, col gran parco di artiglierie e con le bagaglie; l’altra sotto Vatrin per Sangermano e Ceperano. E nel tempo stesso il general e Coufard, comandante negli Abruzzi, raccolte le squadre, traducevasi per le vie più brevi nella Toscana, dopo aver confidato le fortezze di Civitella e Pescara ad Ettore Caraffa, il quale, tornati i Francesi dalla Puglia era passato, con le sue gesti negli Abruzzi.

Tosto che si fu l’esercito francese dipartito, il governo della repubblica, dopo aver rivocato, per decreto, le taglie di guerra, scemato le antiche, noverato i benefizi civili, che aveva in prospetto, tostamente provvide ai bisogni di guerra; ché raccolse in legioni le milizie, che in varie colonne erano sparte; coscrisse schiere novelle; diede carico al general e Roccaromana di levare un reggimento di cavalleria; ingrossò la schiera dello Schipani; formò due legioni, e le diede al comando dei general i Spanò calabrese, e Wirtz, svizzero. Poscia il Direttorio fece capo supremo dell’esercito Gabriello Manthoné, stato rappresentante della repubblica nel pruno statuto, e ministro per la guerra nel secondo. Altra milizia si formò col nome di legione calabra, senza uniformità di armi, né di vesti, non aventi stanze comuni, né ordini di reggimento; truppe volontarie, tre migliaia, che ad occasione si univano per combattere sotto vessillo abbrunato, con lo scritto: «vincere, vendicarsi, morire».

A questi giorni molte navi nemiche bordeggiavano nel golfo, e poscia volsero a Procida ed Ischia, sbarcandovi soldati, uccidendo ed imprigionando i rappresentanti ed i seguaci della repubblica, ristabilendo il governo regio, e creando i magistrati a punì re i ribelli. L’ammiraglio Caracciolo, chiaro per fatti di guerra marittima, stando allora in Napoli, tornatovi da Sicilia con permissione del Re, ebbe il comando supremo delle forze navali della repubblica, ed il carico di espugnare Procida ed Ischia. Ungiorno intero valorosamente combatterono i repubblicani, e, dopo aver arrecato e patito, molte morti e molti danni, fu forza che al porto facessero ritorno, combattuti da contrari venti. Frattanto ordinavansi in Napoli possenti macchinazioni contro alla repubblica, dirette da un venditore di cristalli, però appellato il Cristallaio; e da altro capo, di nome, Tanfano. Sopra tutte le congiurazioni era terribile quella di Baker, Svizzero, dimorante in Napoli; ma un tal giovine Ferri, avendo svelato al governo quanto sapeva della trama, fu tostamente annientata. In questo sbarcarono in Taranto col maresciallo conte Micheroux intorno a mille fra Turchi e Russi, che, uniti e ubbidienti al Cardinale, presero la città di Foggia, quindi Ariano, Avellino, e si mostrarono alla piccola terra detta Cardinale, ed a Nola. Pronio, fedelissimo al Re, reggendo una schiera di Romani ed Aretini, correva la campagna sino a vista di Capua; Sciarpa, richiamate alla potestà del Be, Salerno, Cava, e le altre città testé soggiogate da’ Francesi, stava col nerbo delle sue bande a Nocera; Fra’ Diavolo e Mammone; uniti nelle terre di Sessa e Teano, aspettavano il comando a procedere. Le genti, che assalivano la inferma repubblica, erano dunque Napolitani, Siculi, Inglesi, Romani, Toscani, Russi, Portoghesi, Dalmati, Turchi, e nel tempo stesso correvano i mari del Mediterraneo flotte l’une all’altre nemiche, e potentissime. La francese di 25 vascelli; la spagnuola di 17; la inglese di 47, in tre divisioni; la russa di 4; la portoghese di 5; la turca di 3; la siciliana di 2: e delle sette bandiere, che ho indicate, le fregate, i cutter, i brick, erano innumerabili. Stavano da una parte Francesi e Spagnuoli, 70 legni; stavano dall’opposta 90 o più. Si aspettava in Napoli per le promesse del Direttorio francese la flotta gallo-ispana.

Tenutosi consiglio per la guerra, fu deliberato, che Schipani marciasse contra Sciarpa, Bassetti contro a Mammone e Fra’ Diavolo, Spanò contra de’ Cesare, Manthoné contra il Cardinale; restasse in città ed in riserva il generale Wirtz con parte di milizie assoldate, con tutte le civili, e la legione calabrese. Mossero al dì seguente Spanò e Schipani. Questi si mise a campo nella Cava; quegli, battuto ne’ boschi e tra le strette di Monteforte e Cardinale, tornò in città scemo di uomini, disordinato, con esempio e spettacolo funesto. Il general e Bassetti teneva sgombera di nemici la strada insino a Capua. Restavano ancora in città con le milizie del general e Manthoné le altre tumultuariamente coscritte; la legione di cavalleria, cui levava il generale Roccaromana, presentassi al cardinal Ruffo, e militò sino al termine di quella guerra per la parte borbonica. Il Cardinal Ruffo pose le stanze a Nola, e le sue torme campeggiavano sino al Sebeto: le schiere di Fra’ Diavolo, e di Sciarpa si mostrarono a Capodichino. Schipani, assalito prima alla Cava, e poscia vinto sul Sarno, passò al Granatello, picciol forte presso Portici; Bassetti tornò respinto e ferito in Napoli; Manthoné con tremila soldati giunse appena alla Barra, e dopo breve guerra, soperchiato da numero infinito, percosso da’ tetti delle case, menomato d’uomini, tornò vinto. Schiere di Russi e Siciliani, secondate da frotte borboniche, assalirono gli 11 di giugno il forte del Granatello, ove avean piantato le tende le milizie di Schipani, 100 uomini a quel torno, soccorsi da navi cannoniere, guidate con animo ed arte ammirabile dall’ammiraglio Caracciolo. Ferito il generale Schipani, avvisando di ritirarsi nella città, la dimane inviò tacitamente numerosa compagnia di Dalmati alle spalle de’ Borboniani, per aver certa ritirata sopra Napoli; ma quei Dalmati, unitisi a’ Russi, accerchiarono la piccola schiera de’ repubblicani e la fecero prigione, dopo molte morti e ferite, arrecate e sofferte. Ai primi albori del 13 di giugno il Cardinale fe’ muovere verso la Città tutte le schiere della Santa Fede. Mossero pur anche, a loro incontro i repubblicani. Il generale Bassetti con piccola mano correva il poggiodi Capodichino, a vista dell’ala diritta immensa torma, che procedeva nei fertili giardini della Barra. Il generale Wirtz, con quanti potè racimolare, andò sul ponte, vi stabili poderosa batteria di cannoni, e munì di combattitori e di artiglierie la sponda diritta del fiume; i castelli della città restarono chiusi co’ ponti rizzati. La legione calabra, partita in due, guerniva il piccolo Vigliena, forte o batteria di costa appresso all’edilizio de’ Granili, e facea pattuglia nella città per impedire le insidie interne. I partigiani di repubblica, vecchi od infermi, guardavano le castella; i giovani e i robusti combattevano alla ventura. I russi assalirono Vigliena; ma, per grandissima resistenza, fu mestieri atterrarne le mura con continua batteria di cannoni, e quindi Russi, Turchi, Borboniani, ed i legionari calabresi con disperata gagliardia battagliaronsi infino a che un certo Toscani di Cosenza, capo del presidio, tutto sanguinante per ferite, trattosi a fatica alla polveriera, e lanciatovi il fuoco, in un istante con ¡scoppio e orribil rimbombo, pari a quello della terra quando le si squarcia il seno gravido di vapori, muoiono quanti da quelle mura erano rinserrati, o dalle stesse rovine oppressati e sepolti, o lanciati in aria, o dai sassi violentemente colpiti; nemici, amici, orribilmente consorti.

Stava intanto Wirtz sul ponte, Bassetti su la collina, usciva dal molo con lance armate l’ammiraglio Caracciolo, il Cardinale co’ suoi procedeva. Cominciata la zuffa, miseramente d’ambe le parti cadevano. ed incerta pendeva la vittoria. Declinava il giorno, e dubbia era la fortuna delle armi in su le insanguinate sponde del Sebeto, quando il generale Wirtz, colpito e stramazzato da mitraglia, lasciò senza duce le schiere, rinviliti i combattitori di guerra; ed al partir di lui, su la bara moribondo, vacillò il campo, trepidò, fuggì confusamente in città. La schiera del Bassetti, saputo la morte del Wirtz, laperdita del ponte ed il campo fugato, aprissi il varco infra le torme plebee, e riparò nel Castelnuovo, ove già stavano in atto di governo i cinque del Direttorio, i ministri e parecchi del senato legislativo. Intanto voci di gioia, e luminarie grandi per tutta la notte del 13 di giugno, festeggiavano il ristabilito impero. Al seguente mattino, assalito e preso da’ Russi il forte del Carmine, non pochi repubblicani e soldati giacquervi estinti. Il Cardinale pose le stanze a’ Granili; le ordinate milizie della Santa Fede si misero a campo in sulle colline, che alla città soprastanno. La piccola roccia di Castellamare, assalita da batterie di terra e da vascelli siciliani ed inglesi, non si arrese se non a patti, che il presidio libero si traducesse in Francia, ciascuno seco portasse quei beni mobili che voleva, e lasciasse securi nel regno possedimenti e famiglie. Il sotto ammiraglio inglese F00te sottoscrisse per le parti regie il trattato, e poscia il presidio, apprestate le navi, fu menato a Marsiglia. Il Cardinale, per por fine alle atrocità ed orrende uccisioni d’ambe le parti, a se raccolti i capi delle truppe, e i magistrati del re, uditili tutti già corrivi agli accordi, inviò messaggio a Mejean con le proposte di accomodamento convenevole ai tempi, alla dignità regia ed a causa vinta.

Gli ambasciadori di Ruffo ed un legato di Mejean riferirono quelle profferte al Direttorio della repubblica. Fu concordato armistizio di tre giorni, e per cotal tregua vennero ad infrenarsi le crudeltà, le uccisioni, le ruberie. Consumata la tregua, il Direttorio elesse il generale Oronzo Massa a negoziatore delle condizioni di pace in un foglio distese. Convennero nella stanza del Cardinale il general e Massa, i condottieri de’ Moscoviti e de’ Turchi, l’ammiraglio della flotta inglese, il comandante Mejean. La pace fu scritta in questi termini:

» 1. I castelli Nuovo e dell’Uovo, con armi e munizioni, saranno consegnati ai commissari di S. M, il Re delle Due Sicilie e dei suoi alleati l’Inghilterra, la Prussia, la Porta Ottomana».

». 2. I presidii repubblicani de’ due castelli usciranno con gli onori di guerra, saranno rispettati e guarentiti nella persona e ne’ beni mobili ed immobili».

» 3. Potranno scegliere d’imbarcarsi sopra navi parlamentarie per essere portati a Tolone, o restare nel regno immuni d’ogni inquietudine per se e per le famiglie. Daranno le navi i ministri del Re».

» 4. Quelle condizioni e quei patti saranno comuni alle persone de’ due sessi rinchiuse ne’ forti, a’ prigionieri repubblicani fatti dalle truppe regie od alleate nel corso della guerra, ed a tutti quei drappelli della repubblica, che, ributtati da Mejean quando voleano riparare in Santelmo, accamparono sotto le mura e nei convento di San Martino».

» 5. I presidi repubblicani non usciranno da’ castelli sino a che non saran pronte a salpare le navi per coloro che avranno eletto il partire».

» 6. L’arcivescovo di Salerno, il conte Micheroux, il conte Dillon e ’lvescovo di Avellino resteranno ostaggi nel forte castello di Santelmo sino a che non giunga in Napoli nuova certa dell’arrivo a Tolone delle navi, che avranno, trasportati i presidi repubblicani. I prigionieri della parte del re, e gli ostaggi tenuti ne’ forti andranno liberi dopo firmata la presente capitolazione».

Seguivano i nomi di Ruffo e Micheroux per il re di Napoli; di F00te per l’Inghilterra; di Baillie, o come altri pretende, di Kerandyper la Russia; di Bonieu o Bonica pel Granturco; e por la parte repubblicana, di Massa e Mejean.

Un foglio del Cardinale invitò Ettore Caraffa, Conte di Ruvo, a cedere le fortezze di Civitella e Pescara alle condizioni delle castella di Napoli; e da vicario del Re con un editto bandiva esser finita la guerra, il regnonon aver più fazioni o parti, ma essere tutti i cittadini egualmente soggetti al principe, amici tra loro e fratelli, il Re voler perdonare i fatti della ribellione, accogliere per fino i nemici nella bontà paterna; e perciò finissero nel regno le persecuzioni, gli spogli, le pugne, le stragi, gli armamenti. Intanto essendo preste le navi, molti imbarcarono per recarsi in Francia, pochi rimasero in città. Non attendevasi per salpare se non il vento, sperato propizio nella notte quando fu visto il mare biancheggiar di vele, ed eran quelle le navi dell’armata di Nelson, che giunse al golfo prima che il sole tramontasse. Alcuni repubblicani su le navi medesime, ov’erano imbarcati, andarono a Marsiglia, molti altri non salparono, ché peggiori acque correre doveano. L’eroe di Aboukir, tenendo a vile, onore, giustizia, umanità, cassò le capitolazioni, dichiarandole mille, perché da lui non ratificale. Ah! Nelson, annullando le capitolazioni, la tua gloria annullasti; fu questo l’unanime sentimento de’ contemporanei tuoi, desso sarà pur quello delle umane generazioni nasciture. Il conte di Ruvo, ceduto le fortezze di Pescara e Civitella, e venuto a Napoli con parecchi altri del presidio per imbarcarvisi, fu col suo seguito menalo in prigione. Cederono l’una dopo l’altra le fortezze di Capua, Gaeta e Santelmo. Mejean, capo di legione francese, che comandava, come innanzi si è detto, quest’ultimo forte; rappresentata la parte infame di satellite di Nelson, imbarcatosi co’ suoi, navigò per Francia. Sì che comandando il regno luogotenente del Re il Cardinal Ruffo, le città, le terre, i magistrati gli obbedivano, e già sventolava su tutte le rocce il vessillo de’ Borboni.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1848-DOMENICO-PANDULLO-Compendio-della-storia-patria-2025.html#EPOCA_SETTIMA

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