COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (VI)
EPOCA QUINTA
Dinastia Spagnuola. — Ferdinando il Cattolico. — Carlo V— Filippo II. — Filippo III. — Filippo IV.
FERDINANDO IL CATTOLICO
Consalvo, fatta avendo la conquista del regno di Napoli, ne prese possesso innome di Ferdinando ilCattolico, ed amministrò questo regno con saggezza pari al valore nel conquistarlo.
Ferdinando il Cattolico recossi a Napoli nel 1507; invece de’ favori e delle immunità, che ogni re di Napoli accordava nel suo innalzamento al trono, stabilì nuove gravezze e balzelli, ed instituir volle il terribile tribunale dell’inquisizione, il quale venne dai Napolitani con tutta l’energia imaginabile respinto. Eglino scacciaron dal regno il grande inquisitore.
Il re, disperando di ridurre i Napolitani, lor promise di non mai più rimenar tra di essi l’inquisizione. Il popolo, per rendere questa promessa più solida, creo una commissione deputata ad aver sempre gli occhi aperti sui tentativi del Santo Ufficio, perché esplorarli potesse. Questa commessione sussisteva ancora nel 1793. I successori di Ferdinando diverse fiate tentarono d’avvalorarvi l’inquisizione, ma sempre indarno.
Dopo sette mesi di soggiorno, Ferdinando parte di Napoli, e fa ritorno nelle Spagne per la morte del re Filippo, seco menando Consalvo, di cui geloso era, e che vegetar fece e morire lungi dalla corte.
Qui comincia la serie dei Viceré, che rapidamente succederonsi nel governo del reame di Napoli.
Il secondo Viceré, il conte di Ripa Corsa, comportassi con capacità e saggezza, e fu amato dal popolo. A lui successero Antonio Guevara, e Raimondo di Cardona, che tenne le redini del regno di Napoli sino alla morte di Ferdinando, avvenuta nel 1516 a Madrid, dopo 42anni di regno, ne’ quali cacciò i More da Granala, ed aggiunse al suo impero i reami di Napoli e di Navarra, Orano e vari luoghi d’Africa. Morto senza prole maschile il principe, Carlo Arciduca d’Austria, in virtù de’ diritti della madre sua, successe all’impero ed al casato della famiglia d’Aragona, la quale si spense. La dinastia aragonese tenne il nostro regno per 86 anni dal 1435 al 1621.
Questo monarca, fu debitore del Nuovo Mondo a Cristoforo Colombo; delle due Sicilie e del regno di Granata a Consalvo. Ei pagò questi due gran personaggi con egual ingratitudine. Tutti i suoi personali talenti limitavansi alla cattiva fede, onde vanità pur traea.
CARLO QUINTO
Carlo d’Austria, nipote di Ferdinando e d’Isabella, per Giovanna sua madre, e nipote di Massimiliano, per suo padre Filippo, arciduca d’Austria, possessor divenne dei vasti stati di Ferdinando, ai quali aggiunse nel 1519 l’impero d’Austria, decretatogli dalla dieta di Francoforte, per la morte di Massimiliano Imperatore dì Germania, senza eredi, e chiamossi Carlo V. Per tal modo Napoli passò alla casa d’Alemagna.
Francesco Ire di Francia preso da gelosia e timore pe’ tanti stati comulati nella persona di Carlo, s’indusse a muovergli guerra. Di grandissimo valore si combatté da ambe le parti in Pavia, ove Francesco restò prigione del marchese di Pescara, e fu condotto da prima a Pizzighettone e poscia a Madrid. Appena libero, si riaccese la guerra in Italia. Quest’anno 1527 fu pieno di atroci e strani avvenimenti: mutazioni di stati e di religione, prigionia di papi, saccheggiamenti di città, carestia grande di vettovaglie, fiera peste in Italia, orribilissima in Napoli.
Ilviceré di Cardona, per sovvenir alle spese di questa guerra, astretto videsi di aggravar di debiti le finanze dei regno di Napoli: il governo pagavali, vendendo concessioni al popolo, ed insignificanti privilegi accordandogli. A questi giorni quasi tutti gliufizi furon resi venali, e le concessioni non pur alla sola vita del concessionario, ma a due e tre vile bensì furon estese, o rimase in una famiglia, o concedute in allodio agli eredi di perpetuo. Il titolo di Principe, proprio de’ Beali e di pochi signori, assai comune divenne.
Cardona morì, e gli successe il celebre genera! Launoia, che non guari dopo contribui alla vittoria della battaglia di Pavia, e le ritorno a Napoli» dopo aver menato Francesco Iin Ispagna.
Essendosi Violante figlia di Renato d’Angiò in marital nodo congiunta a Terrydi Vaudemont, il Conte di Valdimonte pretendendo perciò aver diritto sul trono di Napoli, collegossi col papa Clemente VII, e scorse con poderosa oste queste nostre regioni. Il viceré Launoia piombò su Roma, occupò molte piazze, e forzò il papa a domandar la pace. Ben presto il contestabile di Borbone, generate delle truppe dell’imperatore, investì Roma, che fu presa e saccheggiata, a malgrado la morte del contestabile, ucciso sulla breccia. Il papa fu assediato in caste! S. Angelo ove rimase prigioniero; e mentre i Francesi, gli Inglesi, gli italiani e gli Svizzeri a soccorrerlo collegavansi, gli Spagnuolie Carlo stesso celiando, da lui forte riscatto esigevano.
Launoia di ritorno da Roma, venne a morte nella città di Aversa. Ebbe costui per successore Ugo di Moncada.
Alla morte di costui, ebbe la dignità di Viceré in Napoli il principe d’Oranges, quando nel 1028, sotto il generale Lautrec, il marchese di Saluzzo ed il duca di Urbino, la Francia per terra, e Venezia per mare, assalirono queste nostre province quasi intieramente le invasero, e cinsero Napoli di forte assedio. Quasi tutto l’esercito. francese di 35 mila uomini, che assediava Napoli dalla parte di Porta Capuana, perì di morbo contagioso cacciatosi nel campo, e Lautrec stesso pagò alla natura il tributo. Il marchese di Saluzzo, che gli succedé nel comando, infermossi ad Aversa, ove fu anch’egli dagli Imperiali assediato’, e si rese prigione con tutti i suoi compagni d’infortunio. La Francia ed i suoi alleati non ottenner la pace che ad onerose condizioni. Il re di Francia desisté di nuovo e per sempre dai suoi diritti sul trono di Napoli. Il papa fu costretto anch’egli di rinunciar al tributo annuale che percepiva, e di contentarsi della sola chinea; mille altre immunità, in quest’omaggio feudale comprese, furon per sempre abolite.
Il principe d’Oranges, dopo le narrate vicende, esercitò in Napoli gran crudeltà: fè metter a morte tutti i baroni, colpevoli solo di fedeltà alla dinastia degli Angioini, e i lor beni, furono confiscati. Costui ebbe, per successore il Cardinal Pompeo Colonna, il quale caricò di balzelli ilpopolo, immense somme a titol di dono esigendo; la, sua amministrazione nanfa che tino, lunga oppressione. Ei venne finalmente a morte, e Carlo I mostrò di voler compensarci mali che questo viceré commessi avea, nominando a successor di lui Pietro dì Toledo marchese di Villafranca, che governando per 28anni e mezzo, diede al regnodi Napoli quella forma e quella politica, la quale durò sino al principio del 19.(mo)secolo. Essendo egli nato de’ duchi d’Alba in Castiglia, punto del mondo non diessi allo studio delle lettere; alle arti cavalleresche ed alla ginnastica bensì, onde adivenne che in Ispagna ebbe nome di gran Toriatoro; e venuto per Viceré in Napoli, introdusse fra noiil giuoco de’ tori e tante altre giostre e tornei, che soventi fiate, durante il suo governo, diede in ¡spettacolo al popolo. Questo illustre personaggio tutti i rami riformò della amministrazione, i quali erano in uno stato deplorabile.
Pietro di Toledo spogliò la nobiltà del privilegio dell’impunità. Mozzar fece il capo a parecchi ribaldi titolati, cui i tribunali osato non avean condannare. Abolì ancora il diritto d’asilo, di cui l’abuso era divenuto mostruoso.
Carlo V, fatta una guerra vittoriosa ai pirati, che sotto il famoso duce Ariadeno Barbarossa le coste di Spagna e d’Italia infestavano, prese Tunisi, ristabilì sul trono MuleyAssan, e fece la sua entrata solenne in Napoli.
Niuna virtù essendo, die’ non abbia contrario il male dell’invidia la quale solo ai notabili uomini e portata, i maggiorenti del nostro regno tentarono di far destituire Pietro di Toledo; ma l’intero popolo il difese; e Carlo Quinto, che accorto uomo era e di sagace discernimento dotato, non pur serbollo nella carica, ma più estesa autorità gli conferì. Questo principe recatosi in Sicilia, ed indi in Napoli, dopo aver goduto delle feste dategli, partissi per osteggiar Francesco re di Francia, che occupava la Lombardia. Pietro di Toledo continuò, per benavventuranza del regno, ad occuparsi di opere pubbliche: fondò un ospedale pe’ carcerali, e quello di S. Giacomo col tempio annesso; riformò il tribunale della Vicaria, quello della regia Camera, e l’altro di Santa Chiara, e li riunìtutti nel castel Capuano, e ridusselo a palagio; rifece il forte di S. Elmo; ampliò il regio arsenale; inalveò le acque stagnanti della terra di Lavoro, e questi canali detti lagni, purgarono la provincia e la Capitale dall’infezione dell’aria, e resero alla cultura molte terre; edificò l’ospedale di S. Caterina dentro S. Giorgio per le femmine, e l’altro di S. Maria di Loreto pe’ fanciulli orfani; abbellì Napoli del palazzo che chiamiamo vecchio, accanto all’odierno reale; fondò il Monte della Pietà per li pegni fino a dieci ducati senza interesse; discacciò gli Ebrei, divoratori delle sostanze private; allargò la grotta di Pozzuoli; innalzò i castelli di Baia, Reggio, Castro, Otranto, Lecce; Gallipoli, Trani, Barletta, Brindisi, Monopoli e Manfredonia; e per difendere le coste del regno dalla pirateria e da’ saccheggi de’ Turchi, fortificò il littorale con alte torri a certe distanze; formò granai per l’abbondanza della capitale; diminuì le angarie; animò l’agricoltura e le arti; alleviò i mali della miseria pubblica; e proibì in fine l’esportazione de’ grani.
La più popolata metropoli d’Italia non aveva ancora alcuna di quelle strade, ove la più parlo delle altre vanno, a metter capo. Toledo ne fe’ costruir una, che può mettersi a fronte delle più belle d’Europa, ed a culla pubblica riconoscenza appose il nome di lui. Egli tentò di ristabilir l’inquisizione. La rivolta fu general e, fu perseguitato il viceré sin nel castel Nuovo, ove’ evasi ritirato, ed obbligato videsi di rinunciar alla sua intrapresa. Verso questa epoca la natura entrò in convulsione. Furonvi violenti tremuoti per la famosa e lagrimevol eruzione del 1538, ed in una sola notte aggobbendosi la terra, una montagna formossi nel lago Lucrino dagli avanzi di due villaggi, su quelle rive situati, e de’ quali gli abitanti annientali furono. Questa montagna vien conosciuta al presente sotto il nome di Monte Nuovo. Errigo, li re di Francia, collegossi col principe di Salerno e con Solimano per assediar Napoli. Pietro di Toledo accorto. comprò la neutralità dell’imperator turco. Poco tempo dopo vennea morte il viceré in Firenze, ove recato si era coll’intenzione di sommelier i Sanesi, che il giogo della Spagna scosso aveano. Il Cardinal Pacecco de’ duchi d’Ascalona succede degnamente a Toledo. Durante il suo viceregnato non furono più carcerazioni arbitrarie, e si tolse il poter condannare a pena gli accusati pel solo processo informativo ma Carlo I rinunciando al regno di Napoli, Pacecco abbandonar dovette la dignità di viceré.
FILIPPO II
La regina Maria, figlia primogenita di Errigo VIII, re d’Inghilterra, sposato avendo Filippo II, Carlo I credè dover decorare suo figlio del titolo di re, e gli cedette il regno delle due Sicilie e ‘l ducato di Milano. L’anno seguente gli rimise tutte le sue corone, tranne quella dell’Impero. Filippo invia tra noi il marchese di Pescara, reso illustre per la vittoria di Pavia, a prender possesso del regno di Napoli. Carlo V, nel 1554 rinunciò, a Filippo i Paesi Bassi, con gli stati, titoli e ragioni di Fiandra e di Borgogna, la Spagna, la Sardegna, Maiolica, Minorica, e le Indie; a Ferdinando suo fratello l’Impero, e poi si mori nello stesso anno in Estremadura fra’ monaci di S. Girolamo. Ne’ 44 anni del reggimento di Filippo II, dal 1554 al 1598, si successero otto Viceré e sei Luogotenenti. Al Cardinal Pacecco successe D. Bernardino di Mendozza luogotenente, e poi il Viceré Duca d’Alba D. Ferdinando Alvaresdi Toledo. Paolo IV, sebbene della famiglia napolitano dei Carafa, de’ conti di Montorio, pronunziò la perdita dei diritti di Filippo al regno di Napoli, e collegossi con Errigo II, re di Francia, per ¡spogliamelo, per non aver pagato il censo alla Santa Sede.
Arse la guerra nel territorio papale, negli Apruzzi e nella terra di Lavoro. I Colonnesi, il duca di Guisa, il Pontefice, i Turchi ed i Veneziani combattevano da un lato; gli Orsini, i Napoletani, gli Spagnuoli e i Tedeschi dall’altro. I primi successi furon riportati dalla Francia; ma tosto restato vittorioso il duca d’Alba, la pace fu conchiusa, e Paolo IV inviò alla duchessa d’Alba la rosa d’oro, donativo che soleva in allora presentarsi a’ principi in segno d’amicizia. Non ostante che fosse ferma la’ pace, i Turchi saccheggiarono Seggio di Calabria, poi le città di Massa e di Sorrento, facendo da per tutto schiavi gli abitanti delle coste.
Nel 1557 Filippo cedé con trattato a Cosimo duca di Firenze lo stato di Siena, serbando al reame di Napoli i Presidi di Toscana, che si componevano di Porto Ercole, Orbitello, Telamone, Monte Argentario e ‘lPonte di S. Stefano. Il regno allora a sue proprie spese ivi intrattenne a guardia loro soldatesca napolitana e spagnuola, con un Auditore per amministrar Giustizia a quegli abitanti. Allo stesso tempo ritornarono alla corona, il ducato di Bari, stato de’ duchi di Milano, e ‘l principato di Rossano, stato de’ re di Polonia, e ciò alla morte della regina Bona, moglie di Sigismondo, re di Polonia, figliuola d’Isabella d’Aragona e nipote d’Alfonso II.
Non furon a questi giorni coltivate le lettere, né la giurisprudenza; che tenuissimo fu il pregio de’ nostri giureconsulti Antonio Capece, Bartolomeo Camerario, Sigismondo Loffredo e Marino Freccia, che tentò illustrare le leggi con le memorie antiche.
A quest’età fu pur fatto accordo con la Corte di Roma relativamente alle nomine regie a’ Vescovadi; ed i Commessavi romani nel regno per la fabbrica di S. Pietro furon aboliti.
Al Duca d’Alba succede il duca d’Alcalà, D. Parafan de’ Riviera. Sotto il governo di costui tutt’i flagelli, tranne la guerra esteriore, riunironsi per. desolare il nostro reame. Furonvi tremuoti, carestia per infinito numero di locuste venute da Levante, le quali distrussero seminati, erbaggi e foglie i alberi, malattie contagiose, eresie, scorrerie de’ Turchi persino alle coste di Chiaia, grassatori e fuorusciti condotti da un Marco Berardi Cosentino, discordie per l’accettazione di alcuni capitoli disciplinari del Concilio di Trento, terminato nel 1563, su la pubblicazione della Bolla in Coena Domini. su l’Exequatvr regio delle bolle e de’ rescritti ponteficii, sui visitatori apostolici mandati nel regno, su la porzione delle decime spettante al Re, e sopra vari altri punti giurisdizionali. D’allora fu costume di mandarsi da Napoli un regio Ministro in Roma per comporre le contese. Il duca d’Alcalà con capacità pari alla fermezza del suo carattere, seppe dar riparo a tanti e sì svariati mali. Ei tenne per 18anni il governo di Napoli, e siamo a lui debitori dell’ospedale di S. Gennaro, del conservatorio. dello Spirito Santo, delle strade che menano a Capua ed a Salerno, di molti ponti nel regno, della bella via di Poggio Reale, e di una magnifica fontana su la piazza del molo, ornata da quattro statue rappresentanti i quattro più grandi fiumi del mondo allora conosciuti, e che dicevansi volgarmente i quattro del molo. Questo saggio amministratore obbligò il primo i Parrochi ad avere un libro, in cui giorno per giorno si notassero i battezzati, creò ne comuni le guardie civiche, e volle ch’ogni provincia avesse i suoi archivi, Ei fu viceré dal 1559 al 1571, anno in cui di questo mondo dipartivasi, rimpianto da tutto il regno. Al duca d’Alcalà successe tostamente D. Antonio Perenotto, Cardinale di Gran vela, terzo prelato, cui Napoli ebbe a governatore. Sotto il suo reggimento, oltre a’ saccheggi che commettevano i Turchi, si aggiunsero nuove pressure per coglier danaro e mandarlo a Filippo, che facea la guerra a suoi stati de’ Paesi Bassi ribellatisi. Imperò ebber cominciamento le distrazioni delle città e terre, si reser venali gli onori e i titoli di Contado, di Marchesato, di Ducato, di Principato, e poscia furon messi all’incanto i dazi, le gabelle, e le dogane d’ogni maniera.
Sotto il viceregnato di Granvela accaddero due gran fatti navali. Il primo fu la vittoria di D. Giovanni d’Austria nelle acque di Lepanto contra i Turchi. Molte galee di Napoli e Sicilia vi combatterono, nella prima domenica d’ottobre del 1571, combattimento, che fece istituire dal Sommo Pontefice per tutto l’orbe cattolico la festa solenne del Rosario, ed erigere in Napoli la chiesa e l’ospedale di S. Maria della Vittoria. Il se«condo fatto fu la conquista di Tunisi, fatta con gravissimo dispendio; ed indi a poco nuovamente tornata ai barbareschi.
Al Cardinal Granvela successe D. Innico Lopes Mendozza, marchese di Mondeiar. Il duca d’Alcalá costituì cento leggi ne’ dodici anni del suo viceregnato; 4° prammatiche il Cardinal Granvela in quattro anni; Mondeiar, secondo che gli abbellava, operando, fece in guisa che non se n’eseguisse veruna. Nel Giubbileo del, infierendo in Italia la peste, uccise 4° mila uomini a Messina: i Turchi infestarono il regno a lor talento: tutta la nazione fu crudelmente afflitta dalla fame: e durando il suo viceregnato quattro anni e quattro mesi, il marchese carpì tre donativi del valore tutti di 3 milioni e 4. 00,000 ducati.
Succede al Mondeiar D. Giovanni Zunica, commendator maggiore di Castiglia e principe di Pietrapersia. Sotto il suo viceregnato Filippo II ebbe dalle, due Sicilie 17 navigli ben provveduti, 6000 soldati, 4000 guastatori, e un milione e dugentomila ducati, a cagion che mosse guerra al Portogallo, come pretendente a quel reame, cui tolse alla casa di Braganza, ed alla quale tornò sotto Filippo IV. Comeché l’intemperanza di far novelle e continue leggi prendesse Zunica, non però di meno creò utili stabilimenti, infra i quali una infermeria per le prigioni dette della Vicaria. Sotto il suo viceregnato pur avvenne l’emendazione del Calendario romano, fatta sotto il pontificato di Gregorio XIII, da Luigi Lilio Calabrese, il quale, scemando dieci giorni dell’anno, che per difetto d’intercalazione si trovavano soverchi, e prescrivendo il modo, perché cotal difetto per l’avvenire più non addivenisse, ridusse la Pasqua di Risurrezione ed altre molali feste al vero e giusto punto della loro antica istituzione. Napoli non ebbe questo Viceré se non per soli tre anni; che Filippo IIdal 1582 questa durata assegnò ai viceregnati.
Ilprincipe di Pietrapersia rassegnò la carica a D. Pietro Giron d’Ossuna, sotto il cui viceregnato furono più spessi i torbidi interni, infra i quali quello di Starace il più famoso. Il carattere altero, duro, imperioso di questo Viceré indegnarono contro di lui la nazione. A lui successe D. Giovanni Zunica conte di Miranda, il quale, d’accordo col Pontefice Sisto V, diede severissime punizioni a’ ribaldi banditi, che in grandissimo numero desolavano il regno, infra i quali rioveransi per somma efferatezza Benedetto Mangone, e Marco Sciarra, che facciasi appellare il re della Campagna. A questo viceré debbesi la bella piazza incanti al palagio reale, ed una strada che mena a!la Puglia: egli fece ingrandire il ponte della Maddalena e vestire di broccato i cadaveri de’ re aragonesi nella sagrestia della chiesa di S. Domenico. In questo mentre i pirati turchi non lieve molestia e danno recavano al regno. Durante il suo viceregnato egli emanò 58 prammatiche, e nel 1595 gli succedé nella carica D. Errico di Gusman, conte di Olivarez, il quale fu l’ultimo viceré di Filippo II. Questo amministratore abbellì la città di parecchi utili edilizi, ed a lui debbesi il Serbatoio delle farine e diverse fontane: ei pubblicò 32 prammatiche. L’orrenda confusione delle leggi, il diritto canonico, le decisioni del Collateral Consiglio, il diritto feudale, le regalie, i tanti nuovi statuali introdotti, ingenerarono una quasi anarchia, moltiplicarono gli avvocati e i procuratori, i curiali, le liti e gli sventurati. I Giurisperiti, che a questi giorni andavan per la maggiore nella città nostra, erano Vincenzo de’ Franchis, Moles, Tappia, Caravita, Surgente, Maranta. Corner che gli Spagnuoli ogni freno mettessero al commercio ed alle lettere, come coloro che paventavan forte ogni novità, non però di meno vari ingegni felici scossero il giogo dell’autorità di Aristotile nella filosofia, e di quella di Galeno nella medicina, sì come Antonio Bernardino Telesio di Cosenza, Ambrogio di Lecce, Simon Porzio da Napoli, Giordano Bruno da Nola, Tommaso Campanella da Stilo e G. Cesare Vanini da Taurisano, comunque andassero questi ultimi oltre il segno del vero, per le loro fantasticherie ed incredutità, e però le lor dottrine son ricche di svarioni.
Coloro fra nobili, ch’ebber informato l’animo d’amena letteratura, più chiari furono Ferrante Carafa, Alfonso e Costanza d’Avalos, Girolamo d’Acquaviva, Angelo di Costanzo, Bernardino Rota e Diana Sanseverino.
Morto Filippo II nel 1598, gli successe al trono Filippo III.
FILIPPO III
Filippo III tenne questo regno dal 1599sino al 1621, nel qual tempo vi governarono sei Viceré, il conte di Lemos, Benavente, Pietro di Castro, il duca d’Osseina, il cardinal Borgia e ‘l Cardinal Antonio Zanata.
Sotto il viceregnato di Ferdinando Ruitz di Castro, conte di Lemos, fu la congiura ordita da Tommaso Campanella Domenicano di Stilo in Calabria, il quale con le sue prediche e colle sue opere avendo sedotto circa 300de’ suoi frati e quasi 200 di gente semplice ed idiota, disegnava metter in rivoltura il reame con l’aiuto dell’armata turca. Ma il tutto a tempo scopertosi, e messovi buon ordine, le trenta galee turche, ch’eran per approdare in Calabria, presero il largo; due congiurati, legati in mezzo a due galee, furono squarciati vivi; il Campanella, estimato matto, perché da forsennato rispose a tutte le interrogazioni, fu condannato a perpetua prigionia, la qual seppe campare, e riparò in Francia, ove visse sino al 1639; ed altri rei, secondo la gravità de’ lor delitti, vennero o tanagliati, 0 strascinati, od arruolati, o torturati.
Il conte di Lemos, in meno di due anni di governo, pubblicò 17 prammatiche, edificò parecchi utili edilizi, e cominciò la fabbrica del palagio, ch’oggi il re abita, opera dell’architetto Fontana.
Il secondo Viceré, il conte di Benavente AlonsoPimentel, ebbe incessantemente a lottare coatta i briganti, che le nostre terre molestavano, e contra i Turchi, comunque il marchese di S.Croce, e con la flotta napolitana mettesse a ruba e a fiamme Durazzo. Vari tumulti e discorrimenti di popolo sturbarono la pubblica tranquillità, or per la carestia, ora per le monete tosatele quando pe’ continui donativi. Benavente seppe a tutto por freno, e stette in piato con Gregorio XIV, per la bolla che accordava il dritto d’asilo non pur alle Chiese, ma ai cimiteri, a’ conventi, ed a molti altri luoghi bensì. Questo viceré alle già noverate prammatiche ne aggiunse altre 50. La strada di S. Lucia, il fonte e la già demolita porta di Chiaia, detta Pimentel, i ponti della Cava, di Bovina e di Benevento furon opera di lui.
A Pimentel venne sostituito Pietro Fernandes di Castro, anche conte di Lemos, al quale debbonsi molte belle strade, che stabiliscono comunicazioni tra città sino allora senza relazion diretta. Egli fe’ pur costruire l’edificio fuori porta Costantinopoli, nel medesimo luogo, in cui il Duca d’Ossuna avea fatto la Cavallerizza reale, e vi pose la università degli studi, palagio poscia consagrato al Museo. E’ pare che ‘l solo conte di Lemos abbia tra’ viceré amato ed alquanto caldeggiato le lettere. Dopo aver mandato a fine quell’edifizio, che costò 150mila ducati, alla quale spesa contribuì tutto il regno, diffinì con prammatica vari regolamenti all’università degli studi relativi, tra quali notasi quello di doversi provvedere le cattedre per disputa e pubblico concorso. A questi giorni ritornarono in onore le accademie, soppresse sotto D. Pietro di Toledo, sì come quella degli Oziosi, nella quale lessero le lor opere il conte di Lemos, il cavalier Marini, G. B, della Porta ed altri. Nulladimanco la giurisprudenza, la filosofia, la medicina, la poesia e la storia non cangiamo faccia; le lingue e Perù dizione furon coltivate solo da religiosi Gesuiti. A quest’epoca, principio del 17°secolo, della Porta e Fabio Colonna furon per le scienze rinomati ingegni; Chioccare!lo e Camillo Pellegrino per gli studi della storia. Al Porta vengon attribuite molte utili e grandi scoperte, e fra le altre l’invenzione del telescopio, nell’anno 1550, e quella della scienza della fisonomia.
A Pietro di Castro successe D. Pietro Girón,duca d’Ossuna, il quale, avaro e crudele, tutto per ismisurata ambizione operava. Egli ordì, d’accordo col marchese di Bedmar, ambasciadore di Spagna in Venezia, e con Toledo, governatore spagnuolo a Milano, la famosa cospirazione contra la repubblica di Venezia, sagacemente collegandosi co’ Turchi. Il comandar suo duro ed imperioso forzò i Napolitani a fare istanza a Filippo III, perché il richiamasse. Allora l’Ossuna, affibbiatosi con un tal Giulio Genoino, eletto del popolo, avvisò di conciliarsi il favor della plebe, per divenir re, anzi che farne le veci. Filippo adombratosene, a sé tostamente richiamolo, punendolo di cotal attentato, che apertamente appalesa i disegni dell’Ossuna, del Bedmar e nel Toledo, ne’ brogli contro a’ Veneziani, cioè di cacciar gli Spagnuoli d’Italia, e di appropriarsene qualche principato.
Ossuna cedé il posto al Cardinal Borgia, il quale non sì tosto ebbe le redini del governo che alle mani le trasmise del Cardinale D. Antonio Zapata nel 1620. La penuria di viveri, cagionata da intemperie atmosferiche; le monete d’argento, tosate al quarto del lor valore; molta povera gente, la quale, crudamente travagliata dalla fame, erasi data per viver sua vita a commettere d’ogni generazione sfrenatezze e ad infestare le pubbliche strade, le campagne e gli abitati secondo che meglio loro attalentava; l’assai scarsa intelligenza e ‘l nessun vigore nei governante, fecero aggiugnere le calamità del regno allo stremo, come apertamente cel provano le molte leggi emanate per la repressione e punizione de’ misfatti. Filippo III nel 1621 di questa vita trapassava.
FILINO IV
Degno figlio di Filippo III, Filippo IV lasciò pure la monarchia in balia de’ suoi favoriti, e però nel nostro reame
«Nuovi tormenti e nuovi tormentati.»
Preso da vano orgoglio, Filippo lasciossi apporre dal suo ministro Olivares il titolo di Grande; ed allorch’ebbe perduto il Rossiglione, la Catalogna ed il Portogallo, dato gli venne per impresa un fossato con questo motto: Più gli si toglie, più egli ègrande. Non bastando i tesori del Nuovo Mondo alle larghezze e prodigatità di Filippo verso i suoi favoriti, e non serbando misura nello spendere, fu di mestieri prestanziare il regno di Napoli con nuovi balzelli ed avanìe. Più di idoneità mostravan i viceré nell’attignere le sostanze della nazione, più a lungo il posto serbavano. D. Baldassarre Zunica, soprannominato il Conte Duca, il quale tenne le chiavi del cuore di Filippo, spedì a Napoli perViceré D. Antonio Alvares di Toledo, duca d’Alba. La torre della lanterna al molo, porta Alba, il ponte sul Sele, un altro nella città d’Otranto, un terzo sul Garigliano, un nuovo espurgatorio o lazzaretto tatto costruire a Nisida, invece di quello ch’era a Posillipo, e l’acqua che da S.(a)Agata e da Airola fece condurre a Napoli, sono sua opera. Sotto il suo viceregnato, il disagio, la guerra, la peste, i tremuoti, le terribili eruzioni del Vesuvio, tutt’i flagelli in somma, essersi sembravan collegati per desolare il nostro regno. Non pertanto il Viceré punto del mondo non si cooperò a far cessare la carestia e la peste, che desolarono parecchie di queste contrade; e per la parte ch’ebbero le nostre truppe nella guerra della Valtellina, potevasi, sua mercé, una qualche diminuzione delle gravi imposte da Filippo IV implorare. Che anzi, abolendo le zannette, senza che prima avesse loro altra buona moneta surrogato, fu a un pelo che l’intero reame non mettesse in subuglio.
Successore del duca d’Alba fu D. Ferrante Afan de’ Rivera, duca d’Alcalá, il quale, per la guerra che ‘l re Cattolico sosteneva in Lombardia, videsi astretto di far accolta di novelle truppe napolitane, e mettere nuove imposte sui comuni; togliendo da’ banchi il danaro de’ particolari, sfacciatamente il fè proprio; non contenne i grassatori, i quali dal famoso Pietro Mancini a frotte menati, queste nostre terre a lor talento infestavano; non si oppose con combattitori di guerra ai Turchi, che, diverse contrade scorrendo, devastavanle; i magistrati impunemente facevano ingiustizie e grandi e grosse ruberie, e però egli ne fu dall’universale grandemente ripreso; da ultimo, le giurisdizioni Ecclesiastica e Civile stavano agramente in piato, a scapito ed onta della morale l’ordine pubblico travagliando, e iViceré non fii da tanto per affienarle.
Nel 1631successe al duca d’Alcalá il conte di Monterey. A questi giorni la Spagna sosteneva guerre in Italia, in Fiandra, in Catalogna ed in Germania, e su tutti questi sanguinosi teatri il nostro poco avventuralo paese circa 40 mila Combattenti inviava. Gravitavano allora su la città di Napoli 15 milioni di ducati di debiti, e ‘l viceré raddoppiolli, al continuo gravando i cittadini di prestanze. Il monastero della Maddalena e ’lponte di Chiaia sono i due soli monumenti che ci faccian ammontare di Monterey. Ei tenne il governo di Napoli per cinque anni, e in questo tempo pubblicò 44 leggi o prammatiche.
Il suo successore D. Ramiro Gusman, duca di Medina las Torres, trovato il nostro regno esausto, e munto per si gran tempo, avvisava imporre il testatico, cioè un’imposta su le teste de’ sudditi, d’un grano il giorno, per Io spazio di quattro anni, la quale, esclusi i fanciulli e gli ecclesiastici, fessi ragione che avrebbe dato al fisco cinque milioni di scudi. Ma accortosi il Viceré, che per essersi sol divulgata la fama di cotal dazio il popolo era già corrivo a rivolta, abbandononne il disegno. Egli eresse due nuovi tribunali in Abruzzo e in Basilicata; fe’ costruire, e portano il suo nome, una fontana ed una porta della Capitale; non seppe, sì come i suoi predecessori, raffrenare le incursioni de’ barbari e le ruberie de’ banditi; riscosse più milioni; pubblicò 50prammatiche.
Il viceré Medina die’ luogo nel 1644 all’ammiraglio di Castiglia D. Giovanni Alfonso Enriquez, stato anche Viceré in Sicilia.
Successore di Enriquez fu l’Almirante, il solo tra’ Viceré, il quale abbia dato provadi nobil carattere, dando la sua rinunziagione, per non essere d’ingiustizie e di vessazioni strumento. Facendogli il governo di Spagna importuna instanzia di ricoglier denaro per novelle taglie, rispose: «Si degnasse il Re rimuoverlo, affin che, premendo un così prezioso cristallo, non venisse a rompersi tra le sue mani.»Tanto bastò, perché di presente gli venisse sostituito il ducad’Arcos,tra le cui mani effettualmente s’infranse il cristallo, del quale l’Almirante intese favellare. In mendi due anni di viceregnato pubblicò l’Almirante 20 prammatiche.
Il duca d’Arcos, d’ogni sentimento d’umanità svestendosi, mette imposizioni su le civaie, su le frutta, su’ conigli eziandìo. Il popolo indegnasi, si ammutina, manda fuori imprecazioni contra quel governo, il quale, mediante cotal i oppressore, serbar voleva con le armi e col danaio di Napoli e Sicilia i presidi di Toscana a Filippo IV. L’armata francese assediando i presidi, le milizie civiche ricusarono di recarsi in Toscana, perché troppo stava loro a cuore la difesa della propria patria. I Francesi, per fare una diversione, la notte del 12 maggio del 1647vennero nel porto di Napoli con sette legni da guerra. Per siffatto avvenimento l’armata spagnuola prese tanto scompiglio e smarrimento, che il fuoco impigliò la nave dell’Ammiraglio, 400 uomini furon incesi, e 300mila ducati, che vi si serbavano, preda delle fiamme o delle onde. L’armata nemica di presente si partì, danno e vergogna al governo lasciando. Néera a questi giorni Napoli sola dalla penuria travagliata; ché Palermo, dalle tante pressure miseramente stretto, insorse contro al Viceré Los Velez, e comeché il capo Giuseppe d’Alessi fosse stato trucidato, non però di meno continuava la rivoltura, sì che fu forza che ‘lViceré quinci si fuggisse. Imperò molto tempo si volse sino all’arrivo di D. Giovanni d’Austria, il quale l’ordine e la primiera tranquillità ricompose. Non sì tosto venne sedata la rivoluzione in Palermo, che asperati gli animi de’ Napolitani per la nuova gabella, che ‘lduca a’ Arcos pose su le frutta, volendo un milione, sollevaronsi, da Giulio Genoino, e da Masaniello incitati, il cui vero nome era Tommaso Aniello, pescatore amalfitano. Fu costui il primo a dirigere una diceria al po polo, e la sua eloquenza bruta, veemente e tribunizia incende le teste de’ Napolitani, strascica, signoreggia, soggioga ogni spirito. Il Viceré, nel Castel Nuovo rifugiandosi, campa la morte: la baldanzìta bruzzaglia empie a città di tumulto e di sangue. Masaniello in Napoli ebbe maggior impero a comparazione di quello di Trasibolo in Atene e dei Gracchi in Roma; e’ le dittature di Mario e Silla furon meno illimitate. Il Viceré videsiastretto di concedere al popolo quanto inchiedeva. Masaniello, dopo di aver fatto sgozzare un considerabilnumero d’individui, vien trucidato egli stesso dalla gente del Viceré. La marmaglia su la scelta d’un novello capo incerta ondeggiava, quando elesse a capitan generale il principe di Massa Francesco Toraldo, uomo simulalo ed infìnto, e che per esser tale fu dal popolo stesso crudamente messo a morte, ed eletto in sua vece un armaiuolo appellato Gennaro Annese. Mentre sotto questo atroce capo la città era da ruberie, uccisioni ed incendii miseramente travagliata, giunse in Napoli Don Giovanni d’Austria, figliuolo naturale di Filippo IV, e ‘lduca d’Arcos si partì dal regno, lasciandovi prammatiche, esecrala memoria di se, confusione e disordine orrendo.
Sotto il governo dell’arciduca d’Austria, stando continuamente in cagnesco gli Spagnuoli ed i Napolitani, orribili zuffe insorsero infra di loro, le quali empiron la città di misfatti e terrore. A quest’epoca, l’Europa, l’Asia e l’Africa eran travagliate dalle rivolture politiche: gl’inglesi spiccavan la testa dal busto del lor sovrano, Carlo I; i Francesi contra Luigi XIV si sollevavano; i Turchi strozzavano il lor Sultano Ibrahim; gli Algerini, il lor Dey; gli abitanti del Mogol mettevan in soqquadro l’Indostan con le guerre civili; i Cinesi al giogo de’ Tartari piegavano il collo; e Napoli era piena di tumulto e di sangue. Il popolo, anelando di sottrarsi al governo di Spagna, chiamò da Roma Enrico di Lorena, duca di Guisa, e ‘l proclamò duca della repubblica napolitana, come discendente, per linea femminina, dai lor re angioini. Giunto il Duca in Napoli, il popolo coniò la sua moneta, ed ebbesi due principi a un tempo. Ma il cardinal Mazzarini non attenne le promesse di soccorso che fatte aveva al duca di Guisa, e veggondosi questi tradito da quelli stessi, che invitato ve l’aveano, fuggissi per gli Appuzzi. Al duca Giovanni era succeduto il conte d’Ognatte D. Innico Velez de’ Guevara,perché Filippo dell’arciduca sospettava. Il conte d’Ognatte arrivò quando alle fortunose onde della sedizione era succeduta la calma, perché Napoli era omai di risse e di tumulti stanca. Il 16 maggio del 1648 fu giorno di perdono ad ogni delitto degli agitatori, e di obblio de’ lor tracorsi fatti. Ma non appena racquistossi pace, che la simulata moderazione e ‘lViceré volse in basso, facendo da prima appiccar per la gola Gennaro Annese, e poscia gli altri fautori della ribellione. Ma gli eccessi di crudeltà dell’Ognatte presero l’animo di Filippo, e però fu nel 1653 in Ispagna richiamato, lasciando a Napoli la memoria di 50prammatiche, pubblicate ne’ cinque anni del suo governo.
La corte di Madrid diegli per successore il conte di Castrillo D. Garzia d’Avellana ed Haro. Sotto la sua amministrazione il duca di Guisa fece un secondo tentativo su Napoli; ma avendo trovato una forte opposizione nella nobiltà e nel popolo, ritornossene in Francia, armato di sdegno e di dispetto.
Nel 1657 atroce e cruda pestilenza si diffuse per Napoli, che respirava appena dal flagello delle guerre civili. Alcuni soldati spagnuoli, venuti sopra nave sardegnuola, ve la introdussero. Non vi era allora strada, che ingombra non fosse di morti e moribondi: da marzo sino ad agosto del 167 morì la massima parte degli abitanti. Nécotal moria si rimase nella sola città di Napoli, ma disertò pur anche il regno, e non furon esenti di cotanta sventura se non le province di Otranto e della Calabria ulteriore, le città di Gaeta, Paola e Belvedere. Se questo pestifero male al tempo di Lautrec durò quasi due anni e uccise 60 mila persone, nel 1657 in sei mesi ne distrusse circa 400mila.
Il viceré in mezzo a tante tremende sciagure mostrò grande presenza di spirito, e con molta prudenza provvide a’ bisogni dello stato. Egli occupavasi a dileguar le tracce di quel flagello, quando venne chiamato in Ispagna. Ei seppe rincacciare i banditi, che in frotta da’ circonvicini luoghi appensatamente venivano a molestar la città: represse i duellanti, che a que’ giorni eran divenuti intemperati: pe’ tanti sofferti mali, la tristezza avea preso i Napolitani, ed egli allegroni con le feste fatte per la nascila delprincipe Carlo, figliuolo di Filippo IV. Nel 1664 lasciando bencomposte le bisogne del regno, ed ardentissimo desiderio di sé, di Napoli si partì.
Al conte di Castrillo venne sostituito il conte di Pegnaranda, il quale, durante il tempo della sua amministrazione mai non si ristette di reprimere i ladroni, i quali commettevano d’ogni generazione delitti, securi di trovar poscia nelle chiese e nei conventi sacri asili. Egli spedì per l’impresa di Portogallo 87 legni da guerra e circa 4 mila uomini armati, oltre la gente marineresca.
Al conte di Pegnaranda fu sostituito Don Pasquale Cardinal d’Aragona. In quest’anno venne al mondo Gian Vincenzo Gravina, il quale co’ nobilissimi suoi dettati alla giurisprudenza giovò non meno che alle umane lettere, e potè tanto da rifare di giudizio e di gusto Italia tutta. Il Cardinal d’Aragona imitò, in riguardo agli scherani, Sisto Quinto: essi furon incessantemente perseguitati, e, presi, dati di presente al supplizio. Sotto il suo governo non ridersi più in Napoli né girovaghi né paltoni.
I mercatanti fraudolentemente falliti furon sottoposti a pena di morte, e dichiarati fuorgiudicatise fra quattro giorni non comparivano, e coloro pur anche che occultavano i beni de’ mercanti medesimi. Ei venne prestamente richiamato in Ispagna nel 1665 per formar parte del consiglio di reggenza istituito alla morte di Filippo IV, il quale lasciò Carlo suo figliuolo erede della monarchia in età di quattro anni.
Non fia discaro al lettore il sapere che nel 1670 schiuse in Napoli gli occhi alla luce Giovan Battista Vico, addomandato il Vairone della moderna Italia.
AlCardinal d’Aragona successe nel viceregnato Don Pietro, suo fratello. Sotto il costui governo, gli abitanti di questo paese mai non rifinarono di mandar fuori trambascianti grida, i diritti reclamando dell’umanità e della giustizia, pei tanti banditi che desolavan le contrade, e per gli orrendi delitti, che la città insozzavano: fu loro inflitta la taccia di sediziosi e rubelli, e i più truci rigori contro ad essi si adoperarono. Non però di meno, durante la sua amministrazione si compié la numerazione de’ fuochi, vantaggio, che a non poche vessazioni sottrasse i comuni; fortificò il monte Echio con un castello capace di 6 mila soldati; ingrandì l’arsenale, a piè della Reggia, facendovi allogare all’ingresso del medesimo una statua colossale, formata d’un busto’ scolpito secondo l’arte e ‘l gustodi quel tempo, e da un’antica testa di Giove Termale, oggi conservata nel museo.
In questo 17(0)secolo la giurisprudenza continuava ancora ad insegnarsi nelle scuole con iscolastici modi, senza erudizione e senza filosofia: imperò nessuno scrittore in diritto, degno di rinomanza. Ma, pe’ molti baroni ch’eran allora nel regno, e per le grandi possessioni che ci avevano isovrani di Polonia, di Savoia, di Toscana, di Modena, di Parma, ec, salì in grande onoranza e dignità l’Avvocazione, ed in essa grandemente fiorirono Antonio e Giulio,Caracciolo, Giovanni Camillo Cacace, Ottavio Vitagliano, Camillo de’ Medici, Bartolomeo di Franco, Giuseppe di Rosa e Francesco d’Andrea, del quale ci fa orrevol ricordanza il Redi. Al declinar poi del secolo furono in fiore ed eccellenza Emmanuello Rodrigo Navarro, Giulio Capone, Giandomenico Coscia, Giovanbattista Cacace, professori di giurisprudenza. Nelle scienze naturali si elevarono a grande onore e dignità M. Aurelio Sceverino, Tommaso Cornelio, e Camillo Colonna.
A’ Carmelitani Scalzi di Castiglia, a’ fratelli della Carità del B. Giovanni di Dio, Portoghese, alla Congregazione di S. Filippo Neri, Fiorentino, ai servi di Maria, a’ Camaldolesi, ai Cappuccini, ai Domenicani di S. Severo e della Sanità, ch’ebbesi il nostro regno sotto Filippo II, vi si aggiunsero sotto Carlo II questi altri ordini religiosi: i pii operarifondati da Carlo Carafa, i Bernabiti ovvero i Cherici Regolari di S. Paolo, le religiose della Visitazione di S. Francesco di Sales ed i riformati di S. Bernardo.
A questi giorni, Marcello Marciano e Francesco d’Andrea, cittadini napolitani, pubblicarono due scritture, che fruttaron loro gloria immortale: il primo scrisse sul Baliato del Regno di Napoli,per la minore età di re Carlo II; il secondo su la Successione al Ducato di Brabante; per le pretensioni della regina di Francia, nata principessa di Portogallo.
Mentre avevasi in Napoli le redini del governo Pietro d’Aragona, Luigi del Hoio, viceré di Sicilia, v’incettava i grani, e dava opera di menarne difetto anziché di prevenirlo, e perciò incorse una rivoltare popolare in Messina. In questo mentre fu sostituito a Pietro d’Aragona D. Federico di Toledo, nipote di D. Pietro. A D, Federigo successe tostamente il marchese d’Astergo D. Antonio Alvarez, il quale, per cattarsi la benevolenza del suo signore ed assecondare la passione di lui di ridurre Messina alla signoria spagnuola, esaurì Napoli d’uomini e di danaro.
La città di Messina offre allora le sue chiavi a Luigi XIV. Questo principe, avido di conquiste, accetta la profferta, ed invia alla volta di Sicilia una flotta, che entra sin nel porto di Messina. Luigi riguardava la conquista di tutta Sicilia come una conseguenza naturale della possessione di Messina; punto non ammontandosi dell’odio nazionale contro a’ Francesi e del famoso Vespro Siciliano. Nessuna delle città dell’isola inalberar volle il vessillo di Francia. E però sarebbe stato prudente di rinunziare all’intrapresa; ma l’orgoglio parlando più imperiosamente che la prudenza all’anima del monarca francese, tigner fece del sangue de’ suoi suggelli le acque del Faro. Duquesne e Ruyter fecervi giornata, memorabile per orrenda strage a ambe le parti. Alla fin fine, il gabinetto di Versaglia stanco dell’eccessive ed infruttuose spese per cotal guerra, richiamò a Tolone la flotta francese, la quale abbandonò Messina.
Se pianse la Francia, non ne rise il reame di Napoli, che spese 7 milioni, e le migliori sue forze consumò. Finita quell’impresa, fu costituita la giunta degli Inconfidenti, che rigorosamente operò contra coloro, che la confidenza del governo non meritavano.
Nel tempo della spedizione de’ Francesi contro alla Sicilia, al marchese d’Asterga, destituito, successe nel viceregnato il marchese di Los Velez, il quale, facendogli il governo spagnuolo gran ressa di levar danaro, vendé gli uffizi pubblici, mezzo infallibile per rendere immorale uno Stato; imperò la degradazione della società videsi aggiunta all’apogeo: si alterarono le spezie; insorsero per tutto il regno falsatori di monete. Esercitò il Los Velez per sette anni il viceregnato, e pubblicò 28 prammatiche. Fia pur bello il ricordare che sotto il governo di questo viceré, e propriamente nel 1076 nacque in Ischitella di Capitanata Pietro Giannone, gravissimo storico, cui tutta Italia onora.
Il Marchese del Carpio, D. Gaspare de’ Raro, successore di Los Velez, fu obbligato, per rimediare a tanto gravi abusi, di far coniare novella moneta, di cui assai malagevol cosa era il poter contraffare il tipo. Per questo modo ei ristabilì l’ordine e la fiducia nel commercio. Felici eziandìo riuscirono i suoi sforzi nel reprimere i banditi, da’ quali purgò quasi l’intero regno. Da ultimo questo viceré, penetrato da tutte le obbligazioni del suo ministero, non si occupò se non di far regnare le leggi e di migliorare i costumi. ‘Per ria ventura la morte venne a limitare il corso delle sue nobili fatiche.
Al marchese del Carpio successe il conte di S. Stefano, il quale seguitò devotamente le tracce del suo predecessore.
Ma quando gli uomini la risparmiavano al regno, la natura non già. In sul principio del viceregnato di S. Stefano, parve che a terra entrasse in convulsione; le sue violente scosse svelsero un gran numero di edilizi dalle lor basi, quelli pur anche che sostenuto aveano lo sforzo degli edaci secoli. Il bel portico dell’antico tempio di Castore e Polluce, modello di architettura di ordine corintio, smottò. Il viceré con grande sapienza provvide a’ mali cagionati da cotanta sventura: ei governò per sei anni questo regno, mantenendovi sempre la pace e la pubblica tranquillità.
S. Stefano cedette il suo governo al duca di Medina Coeli, Questo magnifico signore, senza turbare l’ordine delle finanze, decorò Napoli di sontuosi edifizi; fe’ costruire parecchie fontane, donde emergono là freschezza e la salubrità. Protettore insigne delle belle arti e della letteratura, e’ volle che il suo palagio fosse il luogo d’intrattenimento de’ sapienti e degli artisti più rinomali.
Mentre Medina Coeli occupavasi in Napoli del piacevole per meglio pervenire all’utile re Carlo II, giovane ancora, era quasi all’orlo della tomba, e però attendeva al testamento della sua immensa monarchia: allora due partiti di contrari sentimenti si formarono nella sua corte.
La regina, il confessore e ‘l grande inquisitore piativano a pro dell’Austria; il Cardinal Porto-Carrero patrocinava la causa de’ Borboni. Carlo II legò la totalità della sua monarchia a Ferdinando Giuseppe, principe di Baviera, suo più propinquo erede dopo l’imperadore, e Luigi XIV. La regina pervenne a far lacerare quel testamento, In quel mentre l’Inghilterra, l’Olanda e la Savoia formarono il famoso strumento di divisione degli Stati di Carlo II. Costui, mosso a sdegno perché senza sua saputa smembravasi la sua monarchia, fece un secondo testamento, col quale diede per la seconda volta la sua successione al principe di Baviera, quando questo legatario universale di subito cessò di vivere in Bruxelles. La morie di questo principe fece preponderar la bilancia in favore della casa di Borbone. Carlo li, dopo aver consultalo il papa Innocenzo XII, instituí unico erede di tutte le sue corone de’ due emisferi il nipote di Luigi XIV, secondogenito del Delfino di Francia, Filippo, duca d’Angiò, quindi di questo nome tra’ re di Spagna per le ragioni della regina Maria Teresa d’Austria, sua madre, e sorella primogenita del re Carlo.
Mandato a fine questo terzo testamento, il re, dell’età di 39anni, languì per un altro mese, e poscia discese nella tomba.
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