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COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (VII)

Posted by on Lug 26, 2025

COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (VII)

EPOCA SESTA

Dinastia de’ Borboni. —Interregno dell’Imperatore Carlo VI.
FILIPPO V

Trapassato di questo mondo Carlo II, si accese guerra tra l’imperator di Germania Leopoldo e gli altri principi d’Europa per la successione di Spagna. Filippo tenne le due Sicilie per soli sette anni. I primi anni del suo regnare furono sturbati dalla congiura ordita da D. Carlo di Sangro, da Don Giovanni Carafa e D. Giacomo Gambacorta, principe di macchia.

Puniti i rubelli, e non essendo più nel regno sturbo alcuno, e difetto per rivolture, Filippo recossi a Napoli, e vi dimorò due mesi: accordò intera amnistia ad un gran numero di prigionieri, parecchi de’ quali avevan avuto parte nell’ultima cospirazione, distribuì con discernimento favori d’ogni specie, e provò che, se obliar sapeva le offese, pur anche de’ servigi ben si ammentava; diminuì le imposizioni; fece quitanza di due milioni di arretrali, e confermò tutt’i privilegi della città. I Napolitani tocchi da gratitudine e riconoscenza, deliberarono di eriger al re una statua equestre, e botarongli un presente di 300,000 ducati. Filippo, dopo il rivolgimento di due lune, partì di Napoli per tradursi a’ suoi stati di Lombardia e raggiugner l’esercito Francese comandato dal Vendome, che già battagliavasi col principe Eugenio, generale degl’imperiali. Prima di prender commiato da’ Napolitani, Filippo nominò a viceré il duca a Ascalona, in luogo di Medina Coeli, testé morto.

Giunto nel Milanese, Filippo avendo saputo che il Portogallo avea dato passaggio alle truppe della grande alleanza, fu obbligato di far tostamente ritorno in Ispagna, per difenderla contra quella inopinata invasione; ma la deserzione di parecchie truppe, e la ribellione d’una parte de’ suoi sudditi, gli tolgono più province di quel regno. Gl’Inglesi s’impadroniscono di Gibilterra, che han sempre poscia serbata; l’arciduca Carlo, gridato re di Spagna in Barcellona, ove stabilisce la sua corte, sommette le province di Aragona e di Valenza; infine, la metà della monarchia cade in potere della confederazione.

Gl’imperiali, gonfi, pe’ lor felici successi nel nord dell’Italia, apparecchiaronsi all’invasione del mezzogiorno, e trovando il nostro regno sfornito di soldati di lor pareggio, agevolmente l’occuparono, e ‘l conte Dawn nel 1708 divenne viceré di Carlo II. Il viceré rinserrasi in Gaeta; poco di poi questa fortezza capitola, e ‘l duca d’Ascalona vien fatto prigioniero. Il trattato di divisione fatto dalla grande alleanza tribuiva all’arciduca Carlo il regno delle Due Sicilie: questo principe, dopo di averlo posseduto per quattr’anni, fu chiamato per la morte di Giuseppe, suo fratello primogenito, a cigner la corona imperiale. Conchiuso il trattato d’Utrecht, Filippo rinunziò ad ogni diritto sul trono di Francia, serbando sol la Spagna e le Indie; la Sicilia fu data al Duca di Savoia Vittorio Amedeo; il ducato di Milano e Napoli all’arciduca, già divenuto imperatore sotto il nome di Carlo VI. Trovavasi così scisso il reame delle due Sicilie. Ma le decisioni di quel trattato non furon punto osservate, perché il Cardinal Alberoni, grande di Spagna e primo ministro, nel 1718 fece occupare la Sardegna e la Sicilia dalle armi di FilippoV. Allora la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda e l’imperadore insieme collegaronsi, e mosser guerra alla Spagna, e nel 1720, pel trattato della quadruplice alleanza e per la flotta inglese nel Mediterraneo comandata dall’ammiraglio Byng, il duca di Savoia ebbe la Sardegna in luogo della Sicilia, e questa fu al regno di Napoli riunita sotto lo scettro dell’imperator Carlo VI.

Pel trattato d’Utrecht la successione di Parma e Piacenza era stata guarentita al re di Spagna, nel caso in cui il sovrano di questo ducato senza erede maschio si morisse. L’imperatore lusingavasi di far dare in nulla cotal diplomatica disposizione: ché era a lui discàro, che gli Spagnuoli, alleati de’ Francesi, nel centro dell’Italia s’introducessero.

Tutto a un tratto l’ordinata concordia cd armonia della Francia con la Spagna vedesi scomposta per l’inopinato congedo della infante di Spagna, fidanzata a Luigi XV, il quale sposa la figlia di Stanislao. Filippo, indegnatosi di tal modo di procedere, segna parecchi trattati di alleanza con l’imperatore; si fanno reciproche concessioni, e, mediante una delle stipulazioni, Don Carlo, figliò di Filippo I e di Elisabetta Farnese, primo nato, ma di nozze seconde, ha l’eventuale investitura di Parma e Piacenza. Di lì a poco viene a morte Antonio Farnese senza posterità, e lascia per testamento la sua successione a D. Carlo, il quale, sapendo ben cogliere il destro, recasi tostamente a Parma, alla testa di seimila Spagnuoli.

In questo la morte del re di Polonia dà subito una novella direzione alla politica general e: l’imperadore sforzasi di rimuovere Stanislao da un trono, al quale il chiamava la maggior parte della nazione polacca. Luigi XV, mosso a sdegno per raffronto fatto a suo suocero, strigne alleanza con la Spagna e la Sardegna contro l’Imperatore. Appena questi dubitò di guerra con la Francia, richiamò da Napoli le sue truppe. Allora D. Carlo e ‘l Duca di Montemar, traversando la Romagna, e tra S. Germano e Presenzano girando pel fianco dell’esercito tedesco, comandato dal general e Trawn, il 10 maggio del 1734, con regal pompa, tra straordinarie esultanze del popolo, per la porta Capuana fece il suo ingresso in Città. Le baldorie e le luminarie grandi durarono tutta la notte. Poscia disfatto il resto degl’Imperiali a Bitonto, e ridotte in breve Capua e Gaeta, la Sicilia del pari che Napoli cadde tostamente sotto la signoria di questoprincipe Borbone, il quale ne fermò la conquista, perché Filippo I rinunziò a questo regno, e Luigi XV guarendone a Carlo la possessione. Il trattato di Vienna confermò Don Carlo nel possesso del suo conquisto; l’Imperatore desisté da ogni pretensione sul reame di Napoli e di Sicilia, e ricevé in cambio i ducati, di Parma e Piacenza. Così questo bel paese cessò di esser provincia di lontane Monarchie, sì come lo era stato per dugento e quattro anni della Spagna, e per ventisette dell’Austria.

Ritorno de’ Borboni sul trono di Napoli

CARLO III

Alle undici legislazioni, che di folta tenebria ammantavano la napolitana giurisprudenza, Carlo aggiunse la dodicesima (3), più adatta invero a’ lumi di quel secolo ed a’ bisogni del popolo, ma imperfetta e incompiuta quanto le precedenti: e però la giurisprudenza civile non mutò: le leggi criminalivariarono: il procedimento civile di poco migliorò: il supremo consiglio d’Italia fu abolito: il Collegio Collaterale cangiò in consiglio di stato: gli altri magistrati rimasero come innanzi: la procedura criminale di nulla migliorò. Carlo provvide pur bene al commercio per paci e trattati con lontani regni. Fermò concordia con l’impero ottomano; quindi cessarono le nemicizie co’ Barbareschi.

Fece nuovi patti di commercio e navigazione con la Svezia, la Danimarca, la Olanda: e gli antichi rinnovò con la Spagna, la Francia, la Inghilterra. Nominò tanti consoli quante erano le vie del nostro commercio, raccogliendo in una legge le regole del consolato, cioè podestà e diritto verso i nazionali, obblighi e ragioni verso gli esteri. Formò un tribunale di commercio, di otto giudici (tre magistrati, tre baroni peritosi nelle materie commerciali, due commercianti) e di un presidente, eletto tra i primi della nobiltà; il qual tribunale rivedeva in appello le sentenze dei consoli, decideva le gravi quistioni di commercio, e perché inappellabile, e fa detto supremo. Creò altro magistrato col nome di Deputazione di Sanità, il quale, con leggi tanto savie quanto la sapienza di que’ tempi il comportava, vegliava a’ contagi, a’ lazzaretti, a’ pericoli della salute pubblica. Carlo fondò pur anche un collegio addomandato Nautico, e per esso fu migliorala e prescritta la costruzione delle navi, formato il corpo de’ piloti, istrutti gli artefici ed i marini. Abolì le imposte arbitrarie, che diffinì e distribuì con certa eguaglianza: richiamò coloro, ch’erano stati esiliati in sul principio del conquisto: tolse dalla circolazione le antiche, e novelle monete coniò, col motto: Fausto coronationis anno:rimise al popolo più di due milioni di ducati, dovuti al fisco per arretrati: sistemò l’economia pubblica: diede a’ vettigali saggi provvedimenti: represse restorsioni e le angarie de’ baroni e de’ funzionari pubblici: rese inviolabili le proprietà; e formò un catasto general e, in cui furono descritti non solo i beni d’ogni cittadino conla rispettiva rendita, ma quelli ancora de’ baroni e degli ecclesiastici, insino allora esenti da pesi.

Infra le descritte cure, il nuovo re delle due Sicilie, nel 1788 strinse coniugal nodo con Maria Amalia Walbourg, figliuola di Federico Augusto re di Polonia, e nel medesimo anno, presentata la Ghinea, ricevé la pontificia investitura. Incontratasi la giovinetta sposa col re, a Portella, sotto magnifico padiglione, fra pompe a lei nuove, pervennero in città il 22 di giugno, e differirono la cerimonia dell’ingresso al 2 di luglio, nel qual giorno Carlo istituì l’ordine cavalleresco di San Gennaro, che ha per insegna la croce, terminata nelle punte da gigli, e in mezzo di essa la imagine del Santo in abito vescovile, col libro del vangelo, con le ampolle del martirio e la divisa, In sanguine foedus:pende la croce da una fascia di color rosso.

Mentre il nostro regno a somma ventura estimavasi, perché l’aure respirava della pace e della tranquillità, sorse novella guerra. Nel 1740, morto l’imperatore Carlo VI, si ridestarono le pretensioni di Filippo I agli stati di Milano, Parma e Piacenza. La regina di Ungheria Maria Teresa, figlia del morto imperatore, volle prender possesso degli stati della casa d’Austria: perciò contro di lei si collegarono i principi; e l’infante di Spagna. Don Filippo guerreggiava nel Milanese contra gli eserciti savoiardi e tedeschi. Il re di Napoli aveva inviato 12 mila Napolitani, retti dal duca di Castropignano, che si erano uniti agli eserciti spagnuoli sotto il sommo impero del Montemar. In quella entrò nel golfo di Napoli navilio inglese, capitanato dal commodoro Martin, il quale, senza fare i consueti saluti a porto amico, spedì un ambasciatore, il quale fece ad un ministro di Carlo la seguente diceria imperiosamente laconica: «La Gran Brettagna, confederata dell’Austria, nemica della Spagna, propone al governo delle Sicilie neutralità nelle guerre d’Italia: se il re l’accetta, richiami le truppe napolitane dall’esercito di Montemar: se la rifiuta, si apparecchi a pronta guerra, però che l’armata, bordeggianate nel golfo, al primo segno bombarderà la città: due ore si danno al re per iscegliere». Ciò detto, per l’esatta misura del tempo, cavò di tasca l’oriuolo, e disse alteramente l’ora.

Erano i forti senza artiglieria; la città senza difese di trincee o di presidio; il porto senza vascelli; la darsena e la reggia non munite; il popolo da timore e da costernazione compreso. Mancando il tempo alle opere ed al consiglio, Carlo accettò la neutralità. Poco dopo Lobkowitz, generale austriaco, entrò negli Apruzzi con oste alemanna, e savoiarda, che racimolata aveva in fretta nella Lombardia. Allora il re uscì a campo contra il nemico, e nel 1744, a un pelo che non fosse fatto prigione in Velletri, riuscì a rincacciare gliimperiali con grande loro strage.

Rientrato Carlo nel suo regno dopo i fatti di Velletri, e terminata la guerra pel trattato di Aix-la-Chapelle, intese a sottrarre la nazione alla dependenza dalle industrie straniere, introducendo molti lavori di seta, lana, cotone, lino, cristalli e porcellana, una fonderia di cannoni ed una fabbrica di armi bianche e da fuoco: rabberciò molte navi, altre fece a nuovo. Con vasto e magnifico disegno dell’architetto cavaliere Fuga, imprese ad edificare l’Albergo de’ Poveri, per riunirvi tutt’i bisognosi del regno, camparli dalla miseria, e farli al tempo stesso ammaestrare in diversi rami di arti e mestieri. Edificò per rifugio degl’invalidi uno spedale a Chiaia: accordò continui soccorsi agli espositi nella Nunziata, ed agl’infermi negli ospedali degl’Incurabili e di S. Giacomo: fondò chiese in Napoli, Taranto ed Oria: sono pur opere di Carlo, il Molo; la strada Marinella; quella di Mergellina; l’edilizio dell’Immacolata; la villa di Portici, disegnata ed eseguita dall’architetto Canovari; la villa di Capodimonte, del cui palagio diede l’idea l’architetto Medrano; il più ampio teatro di Europa, San Carlo, cominciato nel marzo, compito nell’ottobre del 1787, disegnato dal Medrano, eseguito da un tal Angelo Carasale; fece costruire parecchie strade ed un bel ponte sul Volturno presso a Venafro; migliorò l’edilizio de’ regii Studi.

Giace 14 miglia lungi dalla città di Napoli un’antica terra sopra un monte, addomandataCasa-Erta, fondata da’ Longobardi, la quale serba, tra vasti rottami, pochi edilizi: poco di lì discosto, in sul piano, ad imitazione de’ grandiosi castelli di Versailles e Santo Ildefonso, Carlo fece alzare il più magnifico palagio di Europa. Con disegno di Luigi Vanvitelli, napoletano, primo allora in Italia, e per altre opere chiarissimo, fu il palagio fondato sopra base di piedi parigini quadrati; si alzò di 106 piedi; colonne magnifiche, archi massicci, statue colossali, marmi intagliati adornano le facce dell’edilizio; in cima del quale, sopra il timpano del frontispizio, giganteggia la statua di Carlo, equestre, in bronzo. L’interno di quella reggia racchiude marmi preziosi, statue e dipinti de’ più famosi scultori e pittori di quell’età, legni intagliati, lavorìi di stucco, cristalli, vernici, pavimenti di marmo, di mosaico, e di altre rare pietre o terre. A dir breve, quel solo edilizio rappresenta l’ingegno di tutte le arti del suo tempo. Piazze o parchi lo circondano per tre lati; innanzi al quarto si stende giardino vastissimo, magnifico per obelischi, statue, scale di marmo, fontane copiosissime e figurate. Un fiume cadente a precipizio, quindi a scaglioni, e infine dilatato in lago, e disperso in ruscelli, si vede scendere dal contraposto monte. L’acqua, raccolta in fiume, viene dal monte Taburno per aquidotto di 27 miglia, traversando le montagne Tifatine e tre larghe valli, così che scorre per canali cavati nel seno delle rocce, o sospesa sopra saldi ed altissimi ponti. Il ponte nella valle di Maddaloni, lungo 1618 piedi, sopra pilastri grossi 32 piedi, per tre ordini arcati s’innalza piedi 178; opera degna della grandezza e dell’ardimento di Roma. Monumenti di Carlo son pure il braccio nuovo al palazzo reale; i quartieri di cavalleria in Napoli, Aversa, Nola e Nocera; le strade rasente il cratere di Napoli, e la rifazione di quelle del regno; le miniere scavate nelle Calabrie; tre porti scavati; ec.

Ma ciò che più concorse alla gloria di Carlo III, settimo di tal nome in Napoli, si fu lo scavo di Ercolano, e quello di Pompei, città sepolte per ben diciassettte secoli dalle lave del vicino Vesuvio, a’ tempi di Tito Vespasiano, l’anno 79 dell’Era di Cristo. Nel 1738 risorse dalla tomba a novella vita Ercolano; nel 1750 Pompei; epoche, in cui avvennero le due più spaventevoli eruzioni sotto quel Monarca, il quale con magnanime provvidenze soccorse le travagliate genti.

Né fu casuale lo scoprimento; ma mercé le cure dell’eccelso Carlo, le statue, le pitture, le iscrizioni, i bassi rilievi, i papiri, gli utensili, ec, produssero, riapparendo alla luce, una subitanearivoluzione nelle nostre arti, con isvelarci gli usi, i costumi, in una parola, il vivere degli antichi. A tal uopo venne di presente istituita un’accademia, composta di uomini, di gran fama nelle scienze, nelle lettere e nella filologia, per diciferare le iscrizioni, i bassi rilievi ed i manoscritti delle Antichità di Ercolano. Altre accademie sorsero a’ tempi di quel re, e la regia Università degli Studi migliorò per altre cattedre aggiuntevi. Vennero create le accademie di marina, di artiglieria, di disegno e di pittura, e salirono in grande onoranza a questi giorni per dottrina e per opere pubblicate, Celestino Galiani, Cappellan Maggiore e Prefetto de’ Regi Studi, il quale fiorì nelle materie filosofiche, matematiche e teologiche; Pietro Giannone nella storia civile del regno di Napoli; Alessio Simmaco Mazzocchi nelle antichità giudaiche, fenicie ed etrusche; Giacomo Martorelli ed Ignazio della Calce nelle lingue orientati; Antonio Genovesi nella metafisica, etica ed economia politica; Giuseppe Palmieri nella scienza militare, politica ed economica; Pasquale Carcani nell’esposizione delle antichità di Stabia, Pompei ed Ercolano; Pietro e Nicola Martino nelle matematiche; Giuseppe Cirillo, Bernardo di Ambrosio e Pasquale Ferrigno nella giurisprudenza, Nicola Cirillo, Francesco Saverio Serao e Michelangelo di Roberto nella medicina; Nicola Capasso, Raimondo di Sangro, principe di San Severo, Troiano Spinelli, duca d’Aquaro, Giovanni Carafa, duca di Noia, Paolo Doria, principe d’Angri, Francesco Spinelli, principe di Scalea, de’ Gennaro, duca di Belforte,nella poesia e nell’amena letteratura; il P. della Torre e Gaetano de’ Bottis nella fisica e nella scienza della natura; tra maestri di cappella, elevaronsi al primo onore, il Iommelli, il Pergolesi, il Sacchini, il Piccinni; tra scultori, furon commendabili il Sammartino,il Celebrano, il Marabiti; e tra pittori, il Solimena, il Conca il de’ Mura; e finalmente tra le donne, Faustina Pignatelli, Giuseppe Barbapiccola, Eleonora Pimentel, e sopra tutte Marjangiola Ardinghelli.

Per savi provvedimenti di Carlo, si confinò, poscia si spense affatto la peste di Messina nel 1745; si escluse per sempre il Santo-Uffizio dal regno delle due Sicilie; fu depresso e snervato l’imperio della baronale tirannide; restrinse in un quartiere della città le meritrici; abolì i giuochi pubblici di carte o dadi; ma introdusse ne’ suoi regni il giuoco del lotto; infine egli creò una milizia forte di 35 mila uomini, e capitanata da’ maggiorenti del paese.

Era questo tempo felice al re, e godevano i soggetti suoi regno di pace, allorché venne a rompere le speranze di maggiore felicità la morte di Ferdinando VI, re di Spagna, successore di Filippo V. Trapassato Ferdinando VI senza prole, re Carlo fu chiamato alla corona di quel reame. E però, dopo aver occupato per 25 anni il trono di Napoli, essendo l’Infante Don Filippo, suo primogenito, già in età di 12 anni, infermo di corpo, scemo di mente, inetto a’ negozi e per fino a’ diletti della vita, disperato di guarigione, Carlo chiamò alla sua successione nella Spagna il secondo nato Carlo Antonio, e nelle Sicilie il terzo, Ferdinando, il quale aveva appena tracorso otto anni di vita, così che il re nel dì 6 di ottobre di quell’anno 1759, accerchiato dalla moglie e da’ figliuoli, presenti gli ambasciatori, i ministri, i destinati alla reggenza, gli eletti della città, i primi tra i baroni, fece leggere un atto, con cui regolò la successione, e dichiarò che mai questo regno non potesse ritornare alla corona di Spagna; creò pel governo dello Stato, durante la età minore del giovin re stabilita a 16 anni compiuti, un consiglio di Reggenza, e poscia voltosi al figliuolo Ferdinando, robusto e bello della persona, e facile d’ingegno, lo benedisse, gl’insinuò l’amore ai suggelli, la fede alla religione, la giustizia, la mansuetudine; e snudando la spada, quella stessa che Luigi XIV diede a Filippo V, e questi a Carlo, ponendola in mano del novello re, e dandogli per la prima volta il nome di maestà: Tienla, disse, per difesa della tua religione e de’ tuoi soggetti. Segnarono l’alto riferito di sopra, Carlo, poi Ferdinando. Gli stranieri presenti riconobbero il nuovo principe, e quei del regno gli giurarmi fede. Carlo, nominato il precettore del giovane re; raccomandatogli la vita dell’Infante Filippo, che lasciava nella reggia di ¡Napoli; dispensato gradi, onori, doni, per mercede di fedeltà o di servigi, il giorno medesimo, prima che il sole declinasse al suo balzo, con la moglie, due figliuole e quattro Infanti, sopra un naviglio spagnuolo di 16 vascelli da guerra e molte fregate, di Napoli si partiva, lodato benedetto ed accompagnato dà’ voti de’ Napolitani, addolorati, ed auguranti felicità al non più loro invidiato Monarca.

FERDINANDO IV

Avutosi il trono di Napoli Ferdinando Borbone, nella età, che non compiva gli otto anni, sì come di sopra essi per noi riferito, ne furono reggenti Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro, che fu pur aio del re Ferdinando; Michele Reggio, balì di Malta e generale di armata; Giuseppe Pappacoda,principe di Centola; Pietro Bologna, principe di Camporeale; Domenico di Sangro, capitan-generale dell’esercito; Iacopo Milano, principe di Ardore; Lelio Caraffa di Maddaloni, capitano delle guardie; e Bernardo Tanucci, primo ministro (4), che solo era tenuto il senno della reggenza.

Il re, seguendo l’esempio de’ suoi antenati, chiese al Pontefice l’investitura del Regno; e, concordata, prestò il dì 4 di febbraio del 1760, in iscritto e con la voce del cardinale Orsini, suo legato, il giuramento di soggezione e di vassallaggio al Sommo Pontefice.

I ministri regii provvidero agli spogli ed a’ beni de’ trapassati vescovi, abati, benefiziari; le entrate delle sedi vacanti furon addette ad opere di civile utilità. Furono soppressi parecchi conventi; due in Calabria, uno in ‘Basilicata, quattro in Puglia, tre in Abruzzo, ventotto nella Sicilia, per motivi diversi o per esercizio di sovranità. I beni di quei conventi furon assegnati al comune. Le decime ecclesiastiche, prima ristrette, poi contrastate, finalmente abolite. Furono interdetti gli acquisti alle manimorte; dichiarati manimorte i conventi, le chiese, i luoghi pii, le confraternite, i seminari, i collegi. Furono pubblicate nuove leggi, che fissarono l’ordine e la forma di procedura ne’ giudizi, per rendere integra la giustizia, e più esatta l’amministrazione.

Nell’anno 1768, per ¡scarso ricolto di biade, i reggitori mostraronsi solleciti a provvedere l’annona pubblica, e così soccorrere all’estrema penuria, che afflisse nel 1764 l’Italia, ed in ispezialità il regno di Napoli, e seco portò morbi epidemici e grave mortalità.

Erano stati scacciati dal Portogallo i Gesuiti nel 1759, e per decreto del parlamento di Parigi, sotto la data del 6 agosto 1761, fu dichiarata sciolta la lor società nella Francia. Nel dì primo d’aprile del 1767, per ordine di Carlo III, i medesimi vennero pur anche espulsi dalle Spagne. L’esempio del padre fu immediatamente seguitato da Ferdinando IV nel reame di Napoli. La finanza incamerò i beni degli espulsi Gesuiti.

Clemente XIII da santo furore compreso, volle allora far uso de’ fulmini del Vaticano; scomunicò da prima il duca di Parma Ferdinando I, nipote di S. M. Cattolica, cugino del re di Napoli, e le pretensioni rinnovò della Santa Sede su quel ducato. Luigi XV, crucciato del pontificio insulto fatto al suo congiunto, s’impadronisce degli stati di Avignone e della contea Venesina; e Tanucci, che agguerrivasi ogni giorno vie più contra la corte di Roma, occupa Benevento e Pontecorvo. Ma questi paesi furon poscia restituiti alla Chiesa sotto il pontificato di Clemente XIV. Negli anni susseguenti furon molto diminuiti i diritti della cancelleria romana; soppresse tutte le contribuzioni, che ogni anno erano da Napoli a Roma inviate pe’ lavori della chiesa di S. Pietro e per la biblioteca del Vaticano. Nel 1772 risvegliò Ferdinando, come erede della casa Farnese, le sue pretensioni sopra i ducati di Castro e Ronciglione. Venne abolito il tribunale della Nunziatura; abolita la Chinea.

Il 12 di gennaio del 1767 uscì di minore età il re Ferdinando, il quale, giunto ormai ad età virile, trattò matrimonio con Maria Giuseppa, arciduchessa d’Austria, figliuola dell’imperatore Francesco I. Stabilite le nozze, cambiati i doni, prefissa la partenza della giovine sposa, e preparate le feste del viaggio, ella infermò, e si morì. Altra principessa, Maria Carolina, sorella della estinta, fu eletta in moglie a Ferdinando, e nell’aprile del 1768 partitasi di Vienna per Napoli, giunse il 12 di maggio a Portella, ove sotto magnifico padiglione tu incontrata dallo sposo.

A questi giorni, le buone leggi di Giuseppe, imperatore, e di Pietro Leopoldo, gran duca di Toscana, fratelli di Carolina, famiglia di Filosofi, e ben degna prole di Maria Teresa, stimolando gli animi allo splendore immortale della gloria, agevolarono al ministro Tanucci e ad altri egregi del tempo l’erto sentiero della civiltà, e resero migliori gli atti legislativi ed amministrativi nel nostro reame. Ferdinando raccolse nell’università degli Studi tutto il senno di quel secolo. I professori ottennero maggiori stipendii, migliori speranze; e tolte le cattedre inutili, se ne posero sette nuove, cioè di eloquenza italiana; di arie critica nella storia del regno; di agricoltura; di architettura; di geodesia; di storia naturale; di meccanica. L’università ebbe stanza nel convento, che fu de’ Gesuiti, vastissimo, detto il Salvatore: quivi eran pure le accademie di pittura, di scultura, architettura, le biblioteche Farnesiana e Palatina, i musei Ercolanese e Farnesiano, un museo di storia naturale, un orto botanico, un lavoratorio chimico, un osservatorio astronomico, un teatro anatomico; cose tutte o affatto nuove, o dall’antico. migliorate. E volgendo sempre più il tempo, alle utili instituzioni, l’accademia delle scienze e delle ledere mutò ordini ed immegliossi. Convenivano in tante scuole e accademie i più dotti del regno, i quali illustravano la patria ed il secolo. Pubblicavansi libri pregiatissimi: i principii di una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni, ec, e il Principio e fine unico della universal legge divina, eterna, immutabile, di Giambattista Vico; la Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri; i Saggi politici di Mario Pagano.

Le scienze e le lettere, caldeggiate dal trono, eran tutte rivolte a crescere la prosperità dello Stato: s’inviarono in Germania, in Francia ed in Inghilterra valenti giovani per apprendere le scienze mineralogiche e metallurgiche; altri alunni delle belle arti furono spediti in Roma per immegliarvisi; furono inviati per apparare l’arte navale presso le grandi potenze marittime molti giovani ufiziali, i quali si distinsero nelle acque di Algieri e di Gibilterra; si restaurarono molti porti lungo le coste; si restituì all’antico splendore quello di Brindisi; si rinforzò la marina di nuovi vascelli, fregate, corvette, galeotte, barche cannoniere e bombardiere; si diede corso alle acque del Tanagro, arrestato da’ monti, che cingono il Vallo di Diano, e circa 50mila moggia di terreno furon restituite alla coltura, e sottrassero alla miseria migliaia di abitanti.

Per buone leggi si popolarono le isole deserte di Ustica e Ventotene, poscia di Tremiti e Lampedusa. Un camposanto fu murato nel luogo prima detto Pichiodi, poi Santa Maria del Pianto, di tante fosse quante sono i giorni dell’anno. L’architetto cavalier Fuga diede il disegno del cimitero, che per danari provveduti dalla pietà fu compiuto in un anno. Utilissima delle istituzioni fu il regio archivio; di che aveva avuto pensiero il primo Ferdinando di Aragona, sin dal 1477; ebbero pur Carlo I nel 1533; Filippo III nel 1609; ma i vari casi de’ principi, o le contrarietà di ventura ne impedirono l’effetto sino a Ferdinando Borbone, che nel 1786 compié l’opera. Il re abolì parecchi arrendamenti; intese a scemare le giurisdizioni feudali; fu meglio provvisto a’ giudizi ed ai magistrati; furono i matrimoni sapientemente regolali da novelle leggi; buoni i provvedimenti pel commercio; fu instituita la Borsa di commercio; gli antichi trattati di navigazione confermati, e novelli con altre genti ne furono stretti; nel 1773 fondò la colonia di S. Leucio, cui diè leggi particolari; nel 1774 ordinò che i magistrati spiegassero nelle sentenze le ragioni di esse; nel 1782 istituì il consiglio delle finanze, composte da un Filangieri, da un Palmieri, da un Galiani, da un Cantalupo; stabilì scuole, licei, collegi.

Nel 1777 fu sostituito al Tanucci, che governò Io stato con potenza di principe 43 anni, il marchese di Sambuca di Sicilia, alato ambasciatore del re a Vienna. In uno de’ con sessi il principe di Caramanico propose di chiamare ammiraglio del navilio napolitano il cavaliere Giovanni Acton inglese, nato a Briancon, in Francia, agli stipendi!, a quei giorni «della Toscana, coronato di fresco serto di gloria nella impresa di Algeri, con fama di esperto in arti marineresche e guerriere, imprendente, operoso. Il marchese della Sambuca secondò la proposta, e per le informazioni che avute ne avea dal Gran Duca di Toscana, fece chiamare il giovine inglese. Venuto Acton in Napoli nel 1779, fu direttore del ministero di Marina, instituí a tal oggetto un collegio, e fe’ costruire dieci grandi legni da guerra, anzi che molti legni piccoli, atti a guerreggiare i barbareschi. Indi a poco fu pur ministro della guerra; poscia, nominalo mare. sciallo di campo, prese da quel giorno titolo di general e, e serbollo sino a morte; poi tenente general e, capitan general e; decorato di tutti gli ordini cavallereschi del regno e di parecchi stranieri, elevato al grado di lord Der servigi resi da ministro di Napoli alla Inghilterra. Ei prese pur a formare l’esercito, e però con novella legge impose alle comunità buon numero di fanti, ed alla baronia cavalieri e cavalli.

Gli altri ministri, colleghi di Acton e di Sambuca, furono Caracciolo de’ Marco, Corradini, Castelcicala, Simonetti. Mercé l’ingegno e la fermezza del viceré marchese Caracciolo e le cure e la nobil generosità dei principe di Caramanico, le province della Sicilia furono saviamente governate, e Palermo ebbe forse il primo osservatorio in tutta Europa, illustrato dall’immortale P. Piazzi, chiamatovi dal caramanico. Re Ferdinando spedi in quell’isola vari uffiziali napolitani per formarvi una milizia.

Caldeggiate dall’alto del trono, e per 40anni di pace, rifiorivano nel nostro regno a quei giorni le scienze e le arti. Si distinsero nelle scienze naturali il Cirillo, il Cotugno, il Troia, il Petagna, il Cavolini, il Sementini, il Serao, il Gagliardi. Fiorirono nella matematica e nella fisica il Fasano,il de’ Bernardis, il della Torra, il Caravelli, il Fergola, Il Campolongo, il Pianelli, il Carulli, lo Scotti, il Signorelli, il Danieli, il d’Aula, il Pelliccia nella filologia. e nelle belle lettere. Il Cirillo, il Cavallaro, il Maffei nella giurisprudenza. Il Cimmarosa, il Paesello, il Guglielmi nella musica.

L’ordine de’ tempi ci conduce all’anno 1783, quando tremuoto violentissimo, il 5 difebbraio, mercoledì, quasi un’ora dopo il mezzogiorno, scompose le feraci e ricche contrade delle Calabrie e di Messina, rovesciando città, terre e villaggi, sprofondando terreni, squarciando monti, slogando colline, dilatando onde marine, deviando fiumi, elevando acque, formando laghi, sovvertendo possessioni, distruggendo seminati, schiantando oliveti, vigneti, boschi, sotterrando più di 100 mila bestiami. Si sconvolse il terreno in quella parte della Calabria, ch’è confinata da’ fiumi Gallico e Metramo, da’ monti Ieio, Sagra, Caulone, e dal lido tra que’ fiumi del mar Tirreno. Darò il tremuoto cento secondi; sentito sino ad Otranto, Palermo, Lipari e alle altre isole Eolie; poco nella Puglia e in Terra di Lavoro; nella città di Napoli e negli Abruzzi, nulla. Sorgevano nella Piana 109 città e villaggi, stanze di 166 mila abitatori: e in meno di due minuti tutte quelle moli subissarono con la morte di 32 mila uomini. Immantinente delegò il Re alti personaggi a prestar larghi soccorsi agli abitanti; e taluni accademici ad investigare gli effetti di tanti sconvolgimenti della natura, per l’illustrazione della geografia fisica e della storia naturale di quelle regioni.

Ne’ primi giorni del 1784 venne in Napoli, sotto nome privato, l’imperatore Giuseppe II. Agli esempi di lui e di Leopoldo, gran duca della Toscana, il re e la regina di Napoli furon presi dalla vaghezza di correre l’Italia: e il dì 30di aprile dell’anno 1785 imbarcarono sopra vascello riccamente ornato, che, seguito da altre dodici navi da guerra, volse a Livorno. Di là passarono a Pisa e a Firenze; quinci a Milano, indi a Torino e Genova, dove s’imbarcarono sa la flotta medesima, accresciuta di legni inglesi, olandesi e di Malta, i quali, insieme a’ legni del re (23 navi da guerra d’ogni grandezza) lo convogliarono per onore sino al porto di Napoli.

A’ 14 di dicembre dell’anno 1778 di questa vita trapassava Carlo III. Indi a pochi giorni morirono di vajuolo nella reggia di Napoli gl’Infanti Gennaro di nove anni, e Carlo, di sei mesi. Rimpianta dall’universale, in quell’anno medesimo, fu la fine di Gaetano Filangieri, in età di anni 25. Alzaronsi a questi tempi i due teatri de! Fondo e di S. Ferdinando, e l’edificio detto i Granili al ponte della Maddalena.

Nel 1789 due figli del re, Maria Teresa e Luigia Amalia, furon maritate a due arciduchi austriaci, Francesco e Ferdinando; e l’arciduchessa Maria Clementina, di quella casa, al principe Francesco, erede del trono di Napoli. Ina intervenuta la morte acerba di Giuseppe II, nel febbraio del 1790, e succedutogli Leopoldo, granduca, il primo figlio di costui, Francesco, restò a Vico na, speranza dell’Impero e Ferdinando, secondo nato, successe al gran duca in Toscana. In quell’anno medesimo i sovrani di Napoli con le principesse recaronsi a Vienna, dove si celebrarono i due sponsali e is fermò il terzo, aspettando ne’ due fidanzati la maturità degli anni. Era da contento altamente compresa la corte di Napoli per aver avvinto con tre nodi una sola amicizia con la più possente casa di Europa, ma giunta era l’epoca, segnata nel ferreo libro dell’Eterno, nella quale tristissimi avvenimenti sturbar doveano del nostro reame la pace.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1848-DOMENICO-PANDULLO-Compendio-della-storia-patria-2025.html#EPOCA_TERZA

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