COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (VIII)
EPOCA SETTIMA
Politica della corte di Napoli. — Disfatta dell’armata napolitana. — Conquista di Napoli da’ Francesi. _ Repubblica partenopea. — Prima restaurazione dei Borboni sul trono di Napoli.
Tosto che dimenavansi i Titani, sotto le ingenti moli che li premeano, la Tessaglia intera, sì come favoleggiano i poeti, traballar si sentiva: non altramente, i più piccioli movimenti della Francia producono forti scosse in tutta Europa. Appalesossi tal vero nella rivoluzione, la quale pose sopra tutto in trambusto la bella Italia, la quale, simigliante ad una vittima coronata di fiori, offerta in olocausto al genio delle conquiste, in povero stato a se preparava interminabili sventure per desideriie novelle speranze.
La natura, a difesa del bel paese, indarno frapponea baluardi insino a cieli elevati; ché le armate patriottiche, da’ Kellermann e da’ Massena incuorate, inerpicansi su quei discoscesi gioghi da eterna neve coronati, ed inalberano su le attonite cime delle Alpi il vessillo a tre colori. I fiumi infantati da quelle alpestri ed orride rocce, nelle lor onde insaguinate i cavalli, i cavalieri e le armature alla rinfusa voltolando, seco portan nelle pianure ed in mezzo alle ridenti città d’Italia orribile spavento ed orrore.
Il Piemonte, paventando forte che ‘l vicino incendio non impigliasse i suoi Stati, propose a’ principi a Italia lega italiana, che impedisse la entrata delle armi francesi e delle dottrine rivoluzionarie. Venezia e gli Stati imperiali di Lombardia non vi aderirono. La corte di Napoli stava in dibattito, e andava a rilento nel deliberarvisi. La finanza, stretta già da dieci anni. punto del mondo non potea reggere a’ bisogni della guerra. L’esercito napolitano di 24 mila fanti e cavalieri, metà stranieri, e regnicoli, era mal composto, peggio disciplinato; gli arsenali, le armerie non bastanti; l’amministrazione pessima; le fortezze cadenti. Il navilio era ordinato: tre vascelli, più fregate, altri legni minori, insieme trenta; diretto da buoni ufiziali, e da marini destri ed arditi.
Tali erano le cose nel nostro regno, quando Luigi XVI avendo già perduto sopra palco infame la vita, e la Francia essendo ordinata a repubblica, il sovrano di Napoli negava di riconoscerla nel cittadino Makau, venuto ambasciatore. Di lì a poco giunse nel golfo di Napoli La Touche-Tréville, comandante grosso navilio francese, 4 vascelli da guerra, i quali a vele e bandiere spiegate si appressarono sino a mezzo tiro dal castello dell’Ovo, in linea di battaglia ed ancorati.
Poscia inviò messo, che con sua breve diceria chiese ragione della rifiutata accoglienza dell’ambasciatore, proponendone la emenda o la guerra. Il re unì tostamente consiglio, e si deliberò per la pace. E di presente fu manifestato per detti e lettere accettar ministro Makau, spedire ambasciatore a Parigi, impromettere neutralità nella confederazione formata tra l’Imperatore, il Papa ed i re di Spagna e di Sardegna. Salpò nel giorno stesso la flotta francese.
Le milizie assoldate montavano nel nostro regno a trentasei migliaia, ed il navilio a centodue legni di varia grandezza, portanti 618 cannoni e 8600 marinari di ciurma. Non riposavano le armerie e gli arsenali, e continuavano le nuove leve, agevolate dalla fame, poco men dura in quell’anno 1793 dell’altra quando l’anno 1764. volgeva. Pieno di forze il regno, volle il re fermare alleanza con la Inghilterra, già nemica della Francia; e a dì 20 di luglio di quell’anno 1793 fu pattovito, che il re di Napoli aggiugnerebbe nel Mediterraneo quattro vascelli, quattro fregate, quattro legni minori e sei mila uomini di milizia. La lega con là Inghilterra, non appena fermata, fu, posta in atto. A’ 24 di agosto dello stesso anno Tolone, con arsenali, magazzini pieni, venti vascelli ancorati nel porto, ricchezze ed uomini, si diede per tradigione alla flotta inglese, che bordeggiava nella gran rada; e subito vi accorsero pur anche Spagnuoli, Sardi e Napolitani con gli uomini e le navi promesse nell’alleanza. Fu intimato dal governo di Napoli al cittadino Makau a partire, perché ambasciatore di potentato nemico, e mosse sdegnato verso Francia. Intanto le milizie napolitane, sotto l’impero del maresciallo Fortiguerri e de’ general i de’ Gami» e Pignatelli, i quali obbedivano al capitan supremo in quella guerra O-Hara spagnuolo, con incredibil valore combatterono, ed ebber ventura di miglior fama sul monte Faraone, e nel difendere il forte Malbousquette. Ma per gli assalti dati da Napo leone Buonaparte, che allora facea le prime armi da tenente-colonnello, espugnato Tolone nella notte del 18 al 19 dicembre, l’ammiraglio H00d inglese die’ segno di partenza, e le schiere di terra cominciarono la fuga. Il2 febbraio del 1794 comparvero finalmente nel golfo di Napoli le aspettate vele, e seppesi che mancavano 200Napoletani, morti o feriti, 400prigioni e tutti i cavalli; molti viveri, le tende, gli arredi, le bandiere. La Corsica domandato a noi navi, armi e soldati, tutto si ebbe; e, sebbene infelice l’impresa, furon laudate le geste del vascello e delle due fregate napolitane, che, sotto gli ordini dell’ammiraglio Hotam, inun con gli altri legni inglesi, vicino al capo di Noli nel mare di Savona, vennero a naval giornata con una flotta francese destinata contro alla Corsica. Tre reggimenti di cavalleria,2000 cavalli mossero per Lombardia sotto il principe di Cutò. Le milizie assoldate montavano allora a 42migliaia; le civili a maggior numero; le navi cannoniere o bombardiere a 140; i legni maggiori a 40;le provvisioni infinite. Per sovvenire a tante spese, il governo domandò per decreto soccorsi o doni, che, per essere a pro della patria, chiamò patriottici. Altro decreto impose taglia del dieci per cento (perciò appellata decima) su le entrate prediali; escludendo i possessi del demanio regio, del fisco e de’ feudi: le terre della Chiesa vi andarono soggette. Con altri decreti furon venduti in pro del fisco molti beni alla stessa pertinenti. La città di Napoli andò gravata di 103 mila ducati al mese; la baronia di 120 mila. Alle male venture, guerra, fame, povertà, si aggiunse nella notte del 12 giugno del 1794 forte tremuoto, che scosse la città, e rombo cupo e grave, che pareva indizio d’imminente eruzione del Vesuvio. Volsero tre dì: la notte del quarto, 15 a 16 di giugno, fu vista smisurata colonna di fuoco alzarsi in allo, aprirsi, e per proprio peso cadere, rotolare su la pendice, e seppellire Torre del Greco, città fondata in origine a piè del monte, dove gli ultimi pendenti si confondono con la marina. Rimasero scoverte l’sì come segnali della sventura, le punte di pochi edilizi.
Nel 1796, per le battaglie di Montenotte, Millesimo, Dego, Mandavi, vinte dal general Buonaparte, fu spezzata la confederazione tra l’Austria e ‘l Piemonte; fatto l’armistizio, indi la pace col re di Sardegna; espugnato Milano; parecchie città debellate: prodigi del giovin guerriero, che appena area valico il 5° lustro, sventure del generale Beaulieu, cui obbedivano con gli Alemanni quattro reggimenti di cavalleria napoletana. Il quale Beaulieu, di colpo assalito e rotto sul Mincio, durò fatica a ritirar l’esercito nelle storredel Tirolo; e Quella stessa infelice ventura de’ fuggitivi gli avrebber negato i vincitori, se i cavalieri napolitani, allora nelle prime armi, non avessero combattuto con valor degno di agguerriti squadroni; soldati ed ufiziali onoratamente morirono; il general Cutò cadde ferito nel campo, e fu prigioniero; il Moliterno, capitano di centuria, colpito di scimitarra nel viso, rimase orbato d’un occhio. Al grido delle nostre armi, Buonaparte offerì armistizio al re di Napoli, il quale accettò l’offerta, e, per patti stipulati in Brescia, rivocò di Lombardia i suoi reggimenti, e dell’armata anglo-sicula i suoi vascelli.
Il maresciallo Wurmser intanto con novello esercito sceso in Italia, il re di Napoli spedì soldati alla frontiera, occupò una città (Pontecorvo) degli stati del Papa. Cacault, ministro in Roma, recossi a Napoli, e domandò al governo il motivo dell’occupazione di Pontecorvo:gli fu risposto ch’era stato occupato con l’assentimento del sovrano del luogo. Cacault di cotal risposta avvisò il governo di Francia, e ‘lgenerale d’Italia. Inquesto, rotte da Buonaparte per tre battaglie le divise squadre imperiali comandate da Wunnser, tu spedito ambasciatore a Buonaparte e al Direttorio il principe di Belmonte, il quale in Parigi gli 11 di ottobre di quell’anno ottenne che l’armistizio di Brescia divenisse pace durevole.
Nel 1797 partivi di Vienna alla volta di Trieste l’arciduchessa Clementina,dove navilio napolitano l’attendeva per menarla sposa al principe Francesco; lo sposo incontrolla a Manfredonia; le religioni del matrimonio si fecero in Foggia. Celebrate in giugno le nozze, tornarono in Napoli nel seguente luglio, tra feste convenevoli ad erede della corona. Il re diede gradi, titoli, e fregi di onore per azioni di guerra o di pace, e no minò il generale Acton capitan-general e.
Così stavano le cose nel nostro regno, quando le schiere di Buonaparte, composte di Francesi, e d’Italiani delle nuove repubbliche, guidate da Bertier movevano il 25 di gennaio del 1798 da Ancona contra Roma, per comando venuto da Parigi, a punizione degli assassini del general Duphot, chiaro in guerra, e delle minacce fatte all’ambasciatore Giuseppe Buonaparte,fratello al vincitore d’Italia; fu pur rammentata la morte di Bass-Ville. Ai 15 di febbraio, Berthier entrando in Roma pomposamente per armi, suoni e plausi, decretò ristabilita la repubblica di Bruto, Cimbro e Cassio dai discendenti di Brenno, che davano libertà nel Campidoglio ai discendenti di Camillo. Fu imposto al Pontefice Pio VI che tra due giorni partisse: ubbidì, e uscì di Roma per la volta di Toscana. Alla dipartita di Pio VI fuggirono da Roma le antiche autorità, cardinali, prelati, i più chiari personaggi, venutane gran parte in Napoli. Il generale Balait venne messaggiero di Berthier per chiedere al nostro governo l’esilio degli emigrati, il congedo dell’ambasciatore inglese, la espulsione del general e Acton, il passaggio pel territorio napolitano a’ presidii di Benevento e Pontecorvo. E soggiungeva che il re, oggi feudatario della repubblica romana, perché già della Chiesa, offrisse ogni anno il solito tributo, e pagasse in quel punto 140mila ducati, debiti alla camera di Roma. Il re, da giusta e grande ira compreso, rispose all’ambasciatore che ne tratterebbero, per ministri, i due governi; e, fatto occupare con buone squadre le città di Pontecorvo e Benevento, afforzò le linee della frontiera.
In quello venne riferito da Sicilia che la Rotta già di Venezia, ora francese, sciolta da Corfù, correva il mare di Siracusa; e, giorni appresso, che ne porti dell’isola erano approdati innumerevoli legni francesi, da guerra, da trasporto, carichi di soldati e cavalli; poscia partiti. Il governo di Napoli temendo, a cosiffatte notizie, per la Sicilia, fece ristaurare le antiche fortezze, alzar nuove batterie di costa, meglio guardare i porti, presidiare l’isola di 20 mila soldati e 40migliaia di milizie civili. Strinse al tempo stesso nuove alleanze con l’Austria, la Russia, la Inghilterra, la Porta, Di lì a breve tempo udissi arrivato in Egitto il navilio di Francia, e sbarcati con Buonaparte 40mila soldati, che prendevano il cammino di Alessandria. Pochi dì appresso giunse nuova della battaglia navale di Aboukir; per la quale l’ammiraglio inglese Nelson, arditamente manovrando, avea prese e bruciate le navi di Francia, ancorate, dopo il disbarcar dell’esercito, in quella rada, stoltamente secure dagli assalti. Poco di poi videsi far vela verso noi armata inglese, la stessa di Aboukir, accresciuta de’ legni predati. Il re e la regina colmarono Nelson di ricchi donativi e di allegre laudi; l’ambasciatore Hamilton gli riferì grazie da parte dell’Inghilterra. Intanto le navi trionfanti e le vinte ancorarono nel porto.
Napoli nel settembre del 98 avea fatta nuova leva di 40mila coscritti, i quali, uniti agli antichi soldati, empievano l’esercito di 75 mila combattenti. A tante squadre mancando il duce, domandossene uno all’Austria, la quale c’inviò il generale Mack. Il 22 novembre comparve del Sovrano un manifesto, il quale rammentava le rivolture della Francia, i mutamenti politici dell’Italia, la vicinanza de’ Francesi al suo regno, l’occupazione di Malta, feudo de’ re di Sicilia, la fuga del Pontefice, i pericoli della religione: e però egli accignevasi a guidare un esercito negli Stati romani, a fine di restituire il legittimo monarca a quel popolo, il capo alla Santa Selle cristiana, e la quiete alle genti del proprio regno. Il re, e seco il general Mack, con 30mila soldati marciarono sopra Roma, ove giunsero il 29 di novembre. Il re, fattovi magnifico ingresso, andò ad abitare il suo palazzo Farnese. I Francesi, lasciato picciol presidio in CastelSantangelo, quindi si partirono, e secoloro i ministri e gli amanti di repubblica. Ma poscia, per gravi errori di Mack, inabile alle vaste combinazioni strategiche, fu mestieri che ‘lre facesse ritorno a’ suoi Stati.
Intanto il generale Championnet, poi che ebbe ristabilito in Roma il governo repubblicano. ordinò l’esercito e gli assalti contra il reame di Napoli. Egli imperava a 25 mila combattitori di guerra, spartiti in due corpi: uno di otto mila, cui il generale Duhesme guidava negli Abruzzi; l’altro di 17 migliaia, comandato da Rey e Macdonald per la bassa frontiera del Garigliano e del Liri; Championnet procedeva con la legione Macdonald. Ed essendo stato miracolo di ventura la viltade e fellonia dei comandanti delle cedute fortezze di Civitella del Tronto, Pescara e Gaeta, fortificate dalla natura e dall’arte, cotal i cessioni, a guisa di tradimento, diedero a’ Francesi bella speranza di egual successo per la fortezza di Capua, comeché in essa, dietro il Fiume Volturno, il generale Mack riordinasse l’esercito, e vasto campo trincerato su la fronte verso Roma, guardato da sei mila soldati, accrescesse le ‘munizioni e le difese. Il generale Macdonald con tre colonne assaltò il campo; ma gli artiglieri napolitani da un fortino del campo fulminarono con sei cannoni, a mitraglia la colonna di cavalleria, procedente prima e superba: caddero estinti non pochi della nemica oste, la quale, tornando all’assalto, tentò passare il fiume a Caiazzo, custodito da un reggimento di cavalleria sotto il duca di Roccaromana. Respinti e perdenti nello intero giorno, mutato consiglio, deliberarono espugnar la fortezza pel lento cammino dell’assedio. La brevità dell’opera non comporta ch’io qui descriva le atroci uccisioni e le orrende molestie sofferte da’ Francesi in quella guerra nazionale sterminatrice: i soli nomi di Fra’ Diavolo e di Mammone ci fan ghiacchiare di orrore. In mezzo a successi di genti avveniticce, sorse, fra ‘l popolo, per nostra rea ventura, voce di tradimento, di congiura; esiziale menzogna che divise il popolo, infievolì le resistenze all’oste nemica, ed ingenerò quelle tremende discordie civili e calamità, che cotanto travagliarono questo nostro poco avventurato regno. Cadute le discipline, dispregiato il comando, le squadre ordinate si scioglievano, la plebe signoreggiava. Deputasi intanto al Re l’ambasciadore inglese Hamilton, il quale fa osservargli, che la dignità dello scettro e la conservazione dell’augusta sua persona imperiosamente esigevano che riparasse in Palermo. Il si è ‘l no tenzonavano nel cuore del re, quando un fatto atroceagevolò la partenza del monarca. II corriere di gabinetto, Antonio Ferreri, fido e caro al re, mandato con regio foglio all’ammiraglio Nelson, e trattenuto dal popolo su la marina, come spia de’ Francesi, tra mille voci muoiano i giacobini, ferito di molti colpi, fu strascicato semivivo sotto la reggia, e la bruzzaglia con baldanzose grida chiesero che il re vedesse nel supplizio del traditore la fedeltà del suo popolo. Ferdinando, a cotal vista, compreso da orrore, fermò in animo la partenza, e la notte del 21 dicembre sul maggior vascello inglese imbarcatosi egli ed i regali da questo porto scioglievano alla volta di Palermo. Nel tempo stesso un editto, affisso alle mura della città, facea noto, che ‘l re traducevasi nella Sicilia; lasciava vicario il capitan general e Francesco Pignatelli; divisava di far tosto ritorno a Napoli con potentissimi aiuti d’armi.
Gli eletti della città, sospettando nel Vicario malvagie intenzioni, chiamati da’ Sedili altri Eletti, cavalieri o popolani, levarono milizia urbana, molta e fedele. Il 28 del dicembre s’incendiarono per comando del Vicario nel lido di Posillipo 120 barche bombardiere o cannoniere; e giorni appresso (miserando spettacolo!) il conte di Turo, tedesco a’ servizi di Napoli, da sopra fregata portoghese comandò l’incendio di due vascelli napolitani e tre fregate ancorati nel golfo. I Borboniani intanto fieramente combattevano con l’esercito francese. Ma il Vicario, che già di sfuggiasco negoziava con Championnet per la pace, gli chiese almeno lunga tregua; e convenuti nel villaggio di Sparanisi per le parti di Napoli il duca del Gesso e ‘l principe di Migliano, per la Francia il generale Arcambal, concordarono il giorno 12 del 1799: «Tregua per due mesi; la fortezza di Capua, munita ed armata com’ella era, nel di seguente a’ Francesi; la linea dei campi francesi trale foci de’ regi Lagni e dell’Ofanto; dietro la riva diritta del primo fiume, la sinistra dell’altro; ed occupando le città di Acerra, Arienzo, Arpaia, Benevento, Ariano; le milizie napolitane ancora stanziate ne’ paesi della Romagna, richiamarsi; farsi Napoli debitrice di due milioni e mezzo di ducati, pagabili, metà il giorno 10, metà il 23 di quel mese.»Fermata la tregua, i Francesi il dì vegnente occuparono la fortezza di Capua. I commissari francesi nella sera del 14 di gennaio vennero in Napoli per ricevere il pattovito danaro: la plebe, vedutili, si alzò a tumulto. I Francesi, per pratica del Vicario, uscirono di città, e la guardia urbana contenne le ribalderie. La dimane parecchi soldati cedettero le armi a’ popolani, i quali, assalendo i quartieri delle guardie urbane, le disarmarono, e sciolsero quella benefica milizia. Inanimiti da queste prime fortune corsero alle navi arrivate nella notte con sei mila soldati, retti dal general Naselli: i soldati diedero le armi agli assalitori e seco loro si congiunsero. Quelle torme, divenute possenti per numero ed armi, addomandarono al Vicario le castella della città, e se l’ebbero: le carceri, le galere furono aperte; molte migliaia di tristissimi, sferrati, si unirono alla plebe. Allora dalla grandezza dei casi alzato l’animo de’ magistrati del municipio, mandarono al Vicario una deputazione, l’orator della quale, principe di Piedimonte, così favellò: «La Città vi dice per a nostro mezzo rinunziare a’ poteri del vicariato; cederli a lei; rendere il danaro dello Stato, ch’è presso di voi; e prescrivere per editto ubbidienza piena e sola alla Città». Il Vicario disse: consulterebbe; e nella vegnente notte, senza rispondere alle intimazioni, senza lasciare provvedimenti di governo, se ne fuggì. Recossi in Sicilia, e fu chiuso in fortezza.
Erano 40 mila i popolani, tutti armati, chi d’archibugio, chi di batocchio, e chi di màtteri o d’altra arma, ed eran saliti in gran burbanza, perché i castelli erano in lor mani. Chiamando traditori e giacobini i general i dell’esercito, quella gentame nominò suoi duci i colonnelli Moliterno e Roccaromana, i quali accettarono a ritroso. La municipalità assentì alla scelta; fe’ plauso l’atterrita città. Torma di plebe andava in cerca di Mack, il quale ebbe salvezza nel campo francese. Presentatosi vestito da generale Tedesco a Championnet in Caserta, n’ebbe civili accoglienze e la permissione di libero viaggio per Alamagna; ma trattenuto in Milano, andò prigione a Pavia. Mack avea deposto l’impero dell’esercito, quasi sciolto, nel general Salandra, il quale fu poco di poi ferito da gente della plebe, e seco lui il generale Parisi, mentre andavan uniti ordinando i campi. Il senato municipale e ‘l principe di Moliterno partironsi le cure dello Stato. Moliterno comandò per editto la quiete pubblica, e la restituzione delle armi a’ depositi, per distribuirle con miglior senno a’ difensori della patria e della fede. Il senato per decreti provvide alla finanza, alla, giustizia, a tutti gli uffici del governo. Entrambi minacciavano ai trasgressori pena, ratta, terribile, lo sdegno pubblico; e però eransi erette nelle piazze della città le forche dei supplizio. Furono eletti ventiquattro ambasciatori della Città, caldissimo il petto di amore di patria, ed inviati a Championnet per esporgli le mutate forme di reggimento, e la comune utilità nel comporre pace, che fosse gloriosa e giovevole alla Francia; non abbietta, non dannosa pel popolo napolitano. I ventiquattro legati eran guidati dal generale del popolo, Moliterno. Parlarono confusamente i popolani messi; ma da ultimo il Moliterno gigante d’animo e di persona, amante di patria, in verde e baliosa giovinezza, diresse al general francese breve, ma ben composta diceria, scema delle veneri dello stile e degli accattati lenocini, ma carca di arditi magnanimi altissimi sensi. Championnet, udito l’aringa del Moliterno, rispose: «Voi parlate all’esercito francese, come vincitore favellerebbe a’ vinti. La tregua e rotta, perché voi mancaste a’ patti. Noi dimani procederemo contro alla città»: disse, ed accomiatolli. Giravano intanto per la città parecchi Napoletani, i quali pieni di mal talento, andavano tra la plebe suscitando gli antichi affetti, e disseminando sospetti sopra Moliterno, Roccaromana, gli eletti, i nobili. E però rideste le sopite furie, i popolani, la vegnente notte, atterrate le forche, sconosciuta l’autorità di Roccaromana e Moliterno, crearon capi due del popolo, addomandati uno il Paggio, piccolo mercatante di farina; l’altro il Pazzo, cognome datogli per giovanili sfrenatezze, servo di vinaio: entrambi audaci ed adusati del mal fare. Anzi la dimane del 15 di gennaio del 1799, numerose torme plebee fecer convegna di assaltare i Francesi; altre sguernivano delle artiglierie i castelli e gli arsenali; ed altre, più corrive ad efferatezze, ivan correndo la città, mettendola a ruba ed a sangue. Comandava il castello Santelmo Nicolò Caracciolo, grato al popolo, perché fratello di Roccaromana; e guardavan quella fortezza 130lazzari de’ più fidi, guidati da Luigi Brandi, lazzaro ancor esso e di feroci sensi. Per congiura de’ repubblicani il castello fu conquista della parte francese. Il generale Championnet, avuto contezza di quei successi, adunò l’esercito, 22 mila soldati, e ‘l dispose in quattro colonne; delle quali una si dirigeva sotto il generale Dufresse verso Capodimonte; la seconda sotto il generale Duhesme verso la porta. detta Capuana; la terza sotto il general Kellermann muoveva pel bastione del Carmine; la quarta sotto Broussier stava in riserva. Orribili mischie han luogo, nelle quali la più intrepida e fiera stizza pugna con la disciplina e col freddo valore. Fulminati dall’artiglieria francese i lazzaroni riempion tosto i loro voti, ed offrono alle nemiche palle messi sempre abbattute e rinascenti sempre: questo combattimento durò tre dì. Il capitano francese dispose per il giorno 23 il generale assalto: i lazzari combattevano senza consiglio, senza impero, a ventura, disperatamente; ogni casa era diventata una fortezza, un campo di battaglia ogni strada; ma quando da Santelmo partì colpo di cannone, ed uccise alcuno della plebe nella piazza dei mercato, si accertarono del tradimento, e, vedendovi sventolare la bandiera francese, tutti sanguinanti si ritirarono ne’ lor nascondigli. Moliterno e Roccaromana eransi in quel forte rifuggiti. La peggior bruzzaglia, corsa allo spoglio della reggia, e da due cannonate di Santelmo sbaragliata, lasciarono a mezzo le lor ruberie. Procedevano intanto i Francesi: il general e Busca prese di assalto il bastione del Carmine; il Castelnuovosi arrese al generale Kellerman; il generale Dufresse, passato da Capodimonte a Santelmo, scendeva nella città apparecchiato a battaglia; il generale Championnet recossi al campo di Duhesme nel largo delle Pigne, e, pubblicando un editto pieno di saggezza e di energia, pose fine all’effervescenza degli spiriti, e fece magnifico ingresso in città tra festive apparenze, infra le quali rimovevasi l’occhio e ‘l pensiero dall’ingombrio de’ corpi morti d(f)ambo le parti; mille almeno Francesi, tre mila o più Napolitani.
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