Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (XI)

Posted by on Ago 9, 2025

COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (XI)

EPOCA OTTAVA

Dinastia de’ Napoleoni. — Giuseppe. — Gioacchino.

Al unire dell’anno 1805 reggevano la giustizia civile nel nostro reame dodici legislazioni, opera di venti secoli, vari i legislatori, svariale le costituzioni de’ popoli; però la giurisprudenza non era una scienza. La procedura non era catena necessaria di atti legali, ma un aggregato di fatti, vari quanto i casi di fortuna. Assai peggiori de’ giudizi civili erano i criminali. In quanto alla finanza, sconosciuti il principio delle rendite e l’uguaglianza ne’ tributari, molti pesi pubblici, distribuiti a caso, e senz’ordine riscossi, versavano ogni anno nella regia cassa sedici milioni di ducati.

La proprietà stava in poche mani quasi immobile per feudalità, primogeniture, fidecommessi e vincoli di fondazioni pubbliche; le industrie, poche; le manifatture, scarse e rozze; di economia pubblica, nulla. Amministravano le rendite comunali un Sindaco e due Eletti; mancava il consiglio municipale, l’amministrazione di distretto e di provincia. A dir breve, l’ordine della pubblica amministrazione mancava affatto nel Regno.

Tale era lo stato delle cose nel nostro reame, quando il dì 15 di febbraio del 1806 entrava in Napoli Giuseppe Buonaparte col nome di luogotenente dell’imperatore Napoleone. Fu suo pensier primo l’inseguire l’esercito borbonico, che ritiravasi per le Calabrie. Diecimila Francesi, guidati dal generale Regnjer, andavano ad oste contra quattordicimila Napolitani, obbedienti al generale Damas. I Francesi ruppero in Campestrino e Lagonegro poche schiere napolitano, scacciarono da Rotonda uno squadrone messo a vedetta, e, per balze e greppi creduti inaccessibili, discesero rapidamente verso il piano, mentre le schiere napoletane alleiate in due linee intendevano a difendere la stretta. Cominciala la zuffa, pochi salvarono alla spicciolata, pochi vi caddero, l’esercito fu prigione; che la strettezza del passo, i carreggi, la calca ingombrarono l’uscita. I Francesi soggettarono tutte quelle terre, fuorché Maratea, Amantea e Scilla, forti di mura e di armi. Giuseppe intanto intendeva in Napoli ad ordinare il governo, prescrivendo che durassero le antiche leggi, gli ufizi, gli ufiziali. Compose il novello ministero di sei ministri, quattro napolitani, due francesi, il commendator Pignattelli, il principe di Bisignano, il duca di Cassano, il magistrato Michelangiolo Cianciulli, Miot, ministro per la guerra, Saliceti, ministro per la Polizia. Si formò un reggimento di fanti, e poscia altri tre; si ordinò la Polizia. Giuseppe andò a visitare le conquistate Calabrie. Indi a poco l’isola di Capri, poco innanzi facilmente occupata da’ Francesi, del paro che Procida ed Ischia, mal custodita, fu dopo debole contrasto espugnata dagl’Inglesi, fatti prigionieri i soldati, che la guernivano. L’isola, fortificata e munita di numerosi presidii, venne governata dal colonnello Hudson-Low, lo stesso che anni dopo fu rigido custode di Napoleone in Sant’Elena. In questo mentre Giuseppe fu nominato re delle Due Sicilie. Il decreto dell’imperatore Napoleone fu dato in Parigi il 30 marzo 1806. Giuseppe, avuto quel decreto in Reggio, stremo uogo delle Calabrie, volse frettolosamente a Napoli, e vi giunse gli 11 di maggio. Tre senatori francesi con fogge magnifiche vennero ad ambasciata per riverire in nome del senato di Francia il novello monarca.

Finita quella pomposa cirimonia, il governo intese ad accrescere la forza delle armi. Divise l’esercito in tre squadre, presidiando con l’una le fortezze, la città, i maggiori luoghi del Regno; correndo con l’altra le province; stringendo con la terza gli assedi: quello di Gaeta lentamente procedeva; che gli assalitori eran bersaglio alle offese de’ bastioni e delle navi, le quali, scorrendo lungo il lido, battevano di fianco il campò. La schiera retta dal general e Lamarque, la quale dovea soggettare la Calabria, ebbe carico di espugnare Maratea. Assedianti ed assediati per tre giorni di grandissima forza combatterono; ma l’arte e l’ordine al numero prevaiando, degli assaliti chi diessi a fuggire, chi a ripararsi in su le navi, chi a chiudersi nella cittadella. Presa la città e messa a sacco, arresasi la cittadella nel seguente giorno, furono le morti numerose e crudeli. Disfatta Maratea, i Francesi procedendo nella Calabria e soggettando tutte le terre sino a Cosenza, cinsero di assedio Amantea. All’apparire di quelle armi, cittadini e villici disertavano le città e le ville, e, girando per ascosi sentieri, combattevano alle spalle le ultime file della colonna francese. Saputisi in Sicilia quei moti, disbarcò presso a Reggio una schiera di soldati, espugnarono la città, strinsero d’assedio Scilla, datasi poco innanzi senza contrasto a’ Francesi, e proseguirono verso Monteleone. Un inglese, rinomato pe’ suoi audaci intraprendimenti, il quale opposto aveva in Oriente una diga agli sforzi di Napoleone, Sidney-Smith, che poco tempo prima mosso da Sicilia con grosso naviglio avea vittovagliato Gaeta, sollevato i Calabresi, fornito loro armi e munizioni, e s’era impadronito di Capri, incuorò con l’esempio e con la favella il general e Steward,il. quale uscì da’ porti della Sicilia con seimila fanti e cavalieri inglesi, e, fornito di abbondanti artiglierie di marina, scese nel golfo di Sant’Eufemia appresso a Nicastro, e quivi, poco dalla riva discosto, posesi a campo. Il generale Regnier con sei mila soldati accampò in Maida, lungi sette miglia dalle tende nemiche. Essendo egli stato sventurato in Egitto combattendo contro lo stesso Steward, e sperando ristoro di ventura in Calabria, avido di vendetta assaltò il campo di lui; ma in men di due ore caddero due mila Francesi, e Regnier. ridusse il resto sopra i monti di Nicastro e Tiriolo, serbando il possesso di Catanzaro ed aperto il cammino verso Cosenza. Le quali cose, inanimendo i nemici delgoverno francese, e ingenerando in esso sdegno e sospetto, produssero morti, per condanne o comando, non numerate né numerabili; modi di giustiziare, vari, nuovi, terribili.

Frattanto riordinavansi i ministeri: quello degli affari stranieri fu affidato al marchese del Gallo. Il ministero dell’interno ebbe carico di quella parte di economia civile, che contiene l’amministrazione delle comunità e delle province, le arti, le scienze, le fondazioni di pietà e di utilità pubblica. Fu dato un consiglio allo Stato, composto di trentasei consiglieri, un segretario, otto relatori, un numero indefinito di auditori, un vice presidente, un presidente, il re: dava sopra ogni legge parere segreto per giuramento e statuto. Nel medesimo tempo si fece altro giovamento al regno, col comporre le guardie provinciali nelle province, le civiche nella città, e col dar loro armi e potere.

Una legge di Giuseppe diede a censo perpetuo quella vasta pianura di Capitanata, cui addomandiamo Tavoliere, lunga settanta miglia, variamente larga. E così, ristretti i pascoli a’ soli bisogni, coltivate le residue terre a piante fruttifere, arricchì la finanza, prosperò l’agricoltura, migliorarono le sorti de’ pastori, le condizioni degli armenti. Sin da remotissimi tempi, che sarebbero fuggiti dalla memoria degli uomini, se Varrone nei libri non ce gli avesse ammentati, quel terreno destinato a pascolo, fruttava ricco tributo allo stato. Nel XV secolo Alfonso I d’Aragona richiamò al fisco per contratti perpetui quella parte del Tavoliere venduta o data in dono a Baroni ed a’ preti, e così eran rimaste le cose sino al 1806.

Intanto molti mali presenti affliggevano il regno. Il generale Regnier, travagliato sopra i monti di Tiriolo, intese a raccorre le schiere in Cosenza, ad unirle alle altre poche del genera] Verdier, e a lentamente ritirarsi verso Basilicata. Imperò Amantea, guardata dai Borboniani, fu libera d’assedio; Scilla, dai Borboniani assediata, più stretta e disperata di soccorso; Cotrone ceduto agli Anglo-Siculi; tutte le Calabrie perdute da’ Francesi; ad esempio di quelle, la Basilicata, i due Principati e Molise formicavano di bande borboniche; la Terra di Lavoro era sommossa da Fra’ Diavolo, gli Abruzzi dal Piccioli, le Puglie dalle navi nemiche scorrenti l’Ionio e l’Adriatico. Scilla, dopo aver fatto mirabile desistenza, alfin cadde il 16 di luglio del 1806, perché fu aperta con le mine dagli assalitori larghissima breccia nelle mura. Gaeta si arrese a’ 18 dello stesso luglio. Il colonnello Storz. dopo la mortal ferita del prode Philipstadt, viste già aperte le mura, concordò rendere Gaeta a’ Francesi ed imbarcare la guernigione per Sicilia. Furono morti o feriti 900Borboniani; 1100Francesi: tra Borboniani ferito nel capo il principe Philipstadt; tra Francesi il generale Vallongue, colpito da scheggia di bomba, cessò di vivere il terzo giorno, ed il general Grignyebbe mozzato il capo da una palla da sedici. Erano gli assediati sette mila a quel torno, metà degli assediatovi; bordeggiavano in giro alla fortezza o stavano ancorati nel porlo quattro vascelli inglesi, sei fregate, trenta cannoniere o bombarde, alcune navi da trasporto.

L’oste francese, dopo l’assedio di Gaeta, sotto il comando dello stesso Massena volse alle ribellate Calabrie, bandite dal governo in istato di guerra. A cotanta minaccia quelle genti non furon prese da timore; ma adunatesi in gran numero in Lauria, e aventi ritirata sicura su gli alpestri monti del Gaudo, s’inselvarono davanti alla città, ed offesero. con colpi d’archibugio le prime schiere francesi; indi sbigottendo si misero in volta. Latina, per primo esempio, fu messa a sacco ed incendiata dal vincitore, sì che arsero con le magioni alcuni infermi dal corpo, e parecchi non ancora usciti di fanciulli, cui età novella faceva innocenti. Procedendo l’esercito, Massena cinse di assedio Amantea e Cotrone; quindi volse a Palme. Amantea, guardata da difensori con animo fermato ad estremo combattere, cedette al fine per fame, ma a patti onorevoli. Consumale affatto le vettovaglie, si arrese pur Cotrone; ma i difensori andarono liberi, imbarcate sopra fregata inglese, che a vista della cittadella bordeggiava.

Frattanto s’impose tributo su i poderi rustici ed urbani, detto Fondiaria; abolite le antiche contribuzioni dirette, ineguali ed assurde. Gli arrendamenti ritornarono alla finanza: chiarite le ragioni degli assegnatori, e scritte in un libro, detto Granlibro de’ creditori dello Stato. Separato il patrimonio regio da quello dello stato, l’uno si affidò al ministro di Casa Reale, l’altro ad un direttor general e. Simile alla direzione del demanio fu ordinata quella de’ dazi indiretti. Si ridussero a due i già sette banchi della città; uno di Corte nell’edifizio di San Giacomo, l’altro di privati nella casa detta de’ Poveri.

Poco appresso fu composto il Tesoro Pubblico, dove con regole di legge si concentravano le entrate ed uscite della finanza, e sì che del patrimonio fiscale il Tesoro chiariva ogni credito, ogni spesa; il banco accertava il denaro entrato ed uscito. Si abolì per legge la feudalità, ritornando intera la giurisdizione alla sovranità, e dichiarata da questa inseparabile. Per altra legge, abolite le sostituzioni fedecommessarie, gli attuali godenti divennero franchi padroni delle già vincolate proprietà. Per avara e finanziera idea furon disciolti gli ordini numerosi di San Bernardo e San Benedetto. Si diedero a’ giudizi criminali libere forme. Per altre leggi si prescrisse che ogni città, ogni borgo avesse maestri e maestre, perché i fanciulli e le fanciulle fossero ammaestrati nel leggere, nello scrivere, nell’arte de’ numeri e ne’ doveri del proprio stato; che ogni provincia avesse un collegio per gli uomini; una casa per le donne, ne’ quali si apparassero e le scienze e le arti belle e le nobili esercitazioni a colta società pertinenti. Altre leggi fondarono le scuole Speciali. S’instituí,riccamente dotata, un’accademia di storia ed antichità e di scienze ed arti, che poscia cresciuta, fu addomandata Società Reale.

Tali eran le cose nel nostro regno al finire dell’anno 1806. Mesto cominciò il 1807 per opere inique, per crudi castighi, timori, pericoli. Luigi La Giorgi, ricco e nobile, straziato morì in carcere; il duca Filomarino ebbe il capo mozzato; il marchese Palmieri, colonnello, fu appiccatoper la gola alle forche; parecchi chiari personaggi e donne patrizie e donne di onesta fama e preti e frati eran tenuti prigioni.

Per novelli provvedimenti fu la città illuminata la notte da 1920 lampadi lucentissime; mentre per lo innanzi col suo bruno ammanto furti ed oscenità copriva: le maggiori città del regno ne imitaron l’esempio. Si aprì novella strada da Toledo a Capodimonte, e però si demolirono parecchi edilizi, e si edificò il ponte della Sanità, magnifico per mole. Per ampliare il foro del par agio reale fu abbattuto il convento e la chiesa di San Francesco di Paola. Altra legge compose lo stemma reale, il quale nel mezzo dello scudo avea l’arme imperiale francese, intorno a questa le insegne delle quattordici province del Regno, ed una, in maggior campo, della Sicilia; la collana della Legione di Onore di Francia contornava Jo scudo sostenuto da due Sirene: il manto normanno per foggia e colori sosteneva in cima la regia corona, Furono coniate al tempo stesso monete d’oro e di argento con la effigie e ‘l nome di Giuseppe re delle Due Sicilie.

I nuovi allori colti da Napoleone in Alemagna influivano alle nostre cose. Dopo le battaglie di Eylan e di Friedland, presa Konigsberg, spinto il re Federigo fuor de’ suoi stati, l’imperadore Alessandro verso la sua Moscovia risospinto, chiesta la pace da’ vinti, fu conchiusa in Tilsit. Si fondò per essa il regno di Vestfalia dato a Girolamo Buonaparte, si aggrandì il regno di Sassonia degli stati polacco-prussiani, ed il regno di Olanda della signoria di Tever; furono riconosciuti la Confederazione del Reno, e Giuseppe re di Napoli, Luigi di Olanda, Girolamo di Vestfalia. A questi medesimi giorni cominciarono gli sconvolgimenti della casa di Spagna, e l’astuto imperatore de’ Francesi cogliendone il destro, per ambizione ed insazietà d’imperi, si pose in animo di giugnere a’ suoi dominii la penisola, da’ Pirenei all’Oceano, e di condurre al trono di Spagna il re Giuseppe. Questi nell’ultimo mese del 1807 recatosi a Venezia e avuti con l’imperatore segreti abboccamenti, ritornò in Napoli.

In lunga e fosca notte del 30gennaio 1808 per esplosione di polvere precipitarono ventidue stanze del palagio di Serracapriola, abitato dal ministro di Polizia Saliceti. La figlia, gravida dieci mesi, lo sposo, duca di Lavello, e Saliceli medesimo furono in vario modo, con diversità di pericolo, feriti; un servo ebbe infrante le gambe; ad un altro fu spenta la vita. Infra quei rottami furon trovati i resti di una macchina intesta di corde intrise nel catrame, avvolte a molti doppi, capaci di trenta rotoli di polvere: un tal Viscardi ne fu l’autore.

Ad esempio della Legion di Onore di Francia, fu istituito l’Ordine Reale delle due Sicilie, che avea per fregio una stella a cinque raggi color rubino, in mezzo alla quale da una faccia l’arma di Napoli e ‘l motto Renovata Patria, dall’altra la effigie del re con lo scritto Ioseph Napoleo Siciliarum rex instituit, sormontata da un aquila d’oro appesa a nastro turchino. N’era il re gran-maestro, cui succedevano 50dignitari, 100 commendatori, 500cavalieri. Né furono fregiati i primi ufiziali della corte e della milizia, i più celebri artisti, i più sapienti del reame.

Gia volgevano due anni, da che l’oste francese era nel Regno; e tenea tutte le province, eccetto Reggio, Scilla ed alcuni paesi dell’ultima Calabria, soggetti ai Borboniani e agl’Inglesi. Nelle vaste pianure di Seminara,Rosarno e Nicotera venivano improvviso a battagliarsi i due eserciti. Ne’ piani di Seminara l’oste guidata dal principe di Philipstadt mise in volta ed in rotta i francesi, i quali radunatisi sotto il duce Regnier, riassaltarono il campo, lo disfecero e fugarono il nemico sino a Reggio. Al cominciar di febbraio Regnier con nuovi reggimenti andò contra quella città; ma quattro navi inglesi, remando vicino al lido, rompevano le file, uccidendo soldati francesi. Quand’ecco per sollevata procella i fortunosi flutti spingono furiosamente le navi verso terra, e i soldati francesi, tenenti in boccale spada, cacciatisi a nuoto infra le agitate onde, si uncinano con la sinistra mano al bordo, con la destra combattono, co’ piè si rampicano, trionfano: quattro navi armate di cannoni sono predate da fanti nudi. Un brick capitanato per Glaston, comandante di un vascello inglese, viene in lor soccorso, e, spinto anch’esso da furioso libeccio in su la costa di Calabria, si arrena: i Francesi corrono al vicin lido, altri mettonsi a nuoto; si combatte due ore; muore il capitano; il legno, che avea 14 cannoni, non pochi soldati e numerosa ciurma, si arrende. Caldo per questa vittoria il generale francese, debellò nel giorno stesso la città di Reggio, e poscia voltate a Scilla le schiere, le artiglierie, gli strumenti di guerra, il dì 4 di febbraio ne cominciò l’assedio, che ai 17 terminò, ritiratisi gl’Inglesi su le preparate navi per una scala coperta, intagliata con gran fatica nel vivo sasso ne’ 18 mesi, che colà dimorarono.

All’immensa congerie de’ vizi e degli errori dell’antica giurisprudenza, frutto di diciotto secoli d’italiane sventure, furon sostituite novelle leggi, le stesse di Francia, componenti il codice Napoleone, così appellato, perché Napoleone, primo console e legislatore, gli avea dato il suo, nome: erano le civili, le penali, di commercio e di procedura civile e criminale.

Giusta ciò che da parecchi giorni già si buccinava, il re partissi. Iodi ad un mese, da Baiona bandì per editto esser chiamato dai disegni di Dio al trono della Spagna e del le Indie; concedere a documento di amore verso i Napolitani un politico statuto, raffermativo de’ beni operati per suo mezzo, operatore di maggiori beni. Quella costituzione, addomandata Statuto di Baiona, perché avea data di Baiona del 20 giugno del 1808, era garentita al regno delle Due Sicilie dall’imperatore Napoleone. In luglio dello stesso anno partì verso Francia la famiglia del re Giuseppe, la moglie e due figliuoli, tre mesi avanti giunta a Napoli. La regina appellavasi Giuseppa Clary, nata in Marsiglia, di casa mercatante, onesta, ma oscura.

Ai 31di luglio, per decreto dell’imperatore Napoleone appalesossi il re successore; ventotto giorni durò l’interregno, e reggevano Io Stato, senza nome di re, le antiche leggi, l’autorità de’ magistrati, la potenza degli eserciti,

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1848-DOMENICO-PANDULLO-Compendio-della-storia-patria-2025.html#EPOCA_SETTIMA

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.