COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (XII)
Regno di Gioacchino Murat.
Nato in Cahors nel Quercy, di genitori poveri e modesti, Murat, destinato da suo padre al sacerdozio, spacciatamente si diparte dal collegio, arrotasi in un reggimento, diserta, si traduce a Parigi, fassi ascrivere nella guardia costituzionale di Luigi XVI, e alla soppressione di questo corpo, ottiene ii grado di sottotenente in un reggimento di Cacciatori a Cavallo.
Di grado in grado per viene a quello di Tenente-Colonnello. Rimosso nel 9 termidoro da quei posto, rimessovi dopo il 13 vendemmiaio, gli vien dato carico nell’armata d’Italia La sua audacia colpisce Buonaparte, il quale lo elegge a suo aiutante di campo. Insino da questo istante Murat aggrappasi alla fortuna del suo general e, lo seguita in Egitto, gli dà mano a distruggere il governo dittatoriale. Il primo console, trambasciando di desiderio di sempre più aggraduirsi una persona, che tutta davasi al servigio di lui, e che grandemente aadavagli a’ versi per gli alti disegni, che in sua mente volgeva, crea Gioacchino a comandante della guardia consolare, e gli dà in matrimonio la sua propria sorella, Maria Annunziata Carolina, bella della persona ed avvenente.
Nella seconda conquista d’Italia del pari che nella prima Murat combatté con incredibile gagliardia: cacciarsi infra le grandini di palle fulminate dagli arcobugi e da’ cannoni, precipitarsi furente in mezzo alle più dense mischie, avevaselo a baia: a piè delle Alpi e delle Piramidi, su le sponde del Danubio e del Boristene, da per tutto dà prove d’instancabil valore, e sempre studia attesamente a vittoria. Imperò gli onori piovono sopra di lui: elevalo viene al posto di Maresciallo dell’impero; nel 1805, alla dignità di Principe. Un decreto dell’imperatore Napoleone, da lui domandato statuto, dato in Baiona il dì di luglio del 1808, diceva: «Concediamo a Gioacchino Napoleone, nostro amatissimo cognato, gran duca di Berg e di Cleves, il trono di Napoli e di Sicilia; restato vacante per lo avvenimento di Giuseppe Napoleone al trono di Spagna e delle Indie.»Ilnovello re doveva incominciare a governare lo Stato dal dì primo del vicino agosto con le regole dello statuto di Baiona del 20 giugno idi quell’anno.
Murat iva pur di questo tempo enfaticamente strombazzando le più piaggiatoci promesse, e, infra le altre cose, impromettea di serbare la costituzione del suo predecessore; giurava lo statuto di Baiona; e con altro decreto nominava a suo luogotenente il maresciallo dell’Impero Perignon.
Spartasi tra gli abitanti del reame di Napoli la notizia dell’elezione del nuovo re, gli animi tra le speranze d’un felice ed i timori d’un assai triste avvenire incerti ondeggiavano: imperciocché, ben eglino ammontavano la felicità e le grandezze impromesse loro dall’editto di Gioacchino; ma raccordavansi pur bene de’ recenti fatti di Spagna e della ribellagione di Madrid, da lui con molta strage di popolo repressa, e dell’assassinio, ond’egli fu incaricato, del duca d’Enghien, se pur verace ne sia stato il grido.
A dì 6 settembre di quell’anno ei giugne in seno alla bella Partenope, fa mostra agli occhi de’ Napoletani d’un fasto teatrale, e per lo screzio delle sue vestimento, dona in qualche sorta la dignità reale in rappresentazione. Il popolo calcando accorreva, e con gridi di gioia accompagnollo sino alla reggia; per la città si fecero luminarie grandi. Il dì 25 dello stesso mese fece ingresso nella città Carolina Murat con quattro suoi figliuoli. Furono pur grandi le festi, ma non magnifiche quanto quelle che si fecero all’arrivo del re, e tra quelle esultanze il re meditava la spedizione di Capri. Per ben due fiale crasi sotto il reggimento di Giuseppe quella spedizione tentata, ed altrettante per mancanza di segreto era tornata a vuoto. L’audace Murat sostener non seppe, come l’indolente Giuseppe, che gl’Inglesi dominassero nel golfo di Napoli. Nella notte del 3 ottobre muove la spedizione dal porto di Napoli, ed altra minore da Salerno. Al mezzo del giorno 4 l’isola e investita da tre parti, dal porto, dalla marina e da un luogo alpestre al lido di Anacapri. Scalaronsi con incredibil arditezza le rocce, che stanno a cavaliero a quell’isola, dalle truppe franco-napolitane capitaneggiate dal tenente-generale Lamarque, e Gioacchino dalla manna di Massa dirigeva egli stesso la spedizione. Capri fu presa d’assalto; gl’Inglesi l’evacuarono, e ‘l colonnello Houdson-Lowe abbandonò quell’isola, per recarsi su quella di S. Elena, e servire da carceriere a Napoleone. Cutalimpresa per rattezza, modo ed effetti crebbe gloria a Gioacchino. Di lì a poco egli abolì il decreto di Giuseppe, che area dichiarato le Calabrie in istato di guerra, e però ritornaron quelle Province sotto l’usbergo delle sacre leggi; e grazia agli esuli di poter rimpatriare, furono sprigionati i rei distato, sciolte le vigilanze, e nel proseguimento del suo regno furono pur anche richiamati a libertà dalle crude relegazioni di Compiano, Fenestrelle e di altre più rimote carceri della Francia parecchi individui; i poco avventurati vi eran periti, i peggiori viveano, perché Morte fura Prima i migliori, e lascia star i rei.
Diessi pur opera in quel tempo, che il registro delle nascite delle morti e de’ matrimoni affidato fosse a magistrati civili,e che ‘l matrimonio celebrar non si potesse in Chiesa come Sacramento, se prima celebrato non si fosse nella Casa del Comune come patto di società. Fu aperto il registro delle i poteche. Furon ordinate con un sol decreto per la parte amministrativa la municipalità di Napoli e la Prefettura di Polizia. Fu no minato un corpo d’ingegneri di ponti e strade, e rimase il consiglio di lavori pubblici surto sotto Giuseppe. Fu fondata in Napoli, e segnatamente nell’edilizio addomandato dei Miracoli, una. casa di educazione per le ben costumale fanciulle; e poiché prendevano cura suprema la regina, fu dal suo nome appellata Casa Carolina. Furon composti due reggimenti di Veliti, tutti gentiluomini. Al cominciare dell’anno 1809 si pubblicò la legge della coscrizione. Avuti i soldati, formavansi i reggimenti di tutte le armi, s’ingrandivano le fabbriche militari, fondavansi novelle scuole, nuovi collegi. Si volle allor formare un progetto d’istruzione universale, la quale, incominciando dalle scuole elementari, si estendesse sino alle scienze sublimi ed alle accademie. cotal profferta fu fatta al cavalierGaldi, il quale, di ritorno da una missione in Olanda, era ben conosciuto nel mondo letterario per diverse opere di erudizione, ed in ispezieltà per alcuni suoi trattati su l’istruzione pubblica di Napoli. Stabilironsi a tal uopo in ogni comune scuole primarie, delle quali l’ex-ministro francese Miot data avea la prima forma così alla grossa. Un altro divisamento di costui venne pur messo in esecuzione, quello, cioè, di formar in ogni comune scuole di fanciulle, dirette da maestre.
Le scuole secondarie, che di presente esistono, furon fondate; le scuole ed i collegi degli Scolopi, non che quelli di Maddalone e di Catanzaro, furono riorganizzati; quello di Catanzaro fu eretto a Liceo. Fondaronsi collegi a Monteleone, a Solmona, a Campobasso, a Caravaggio ed a Napoli; licei a Reggio ed a Salerno: quest’ultimo era bellissimo di tutti i licei d’Italia. Ristabilissi il collegio italo-greco a S. Adriano in Calabria e quello di Arpino, patria di Cicerone, il qual collegio dal nome di quell’ingigne oratore fu appellato Tulliano. L’orlo botanico, il collegio di medicina e di chirurgia, l’osservatorio astronomico furono creati; ed i gabinetti di fisica e di. chimica riccamente provveduti d’dstrumenti e di apparecchi.
Muratal suo giugner. in Napoli composto avea due reggimenti di Vèliti, come dicemmo dianzi, ed altri battaglioni e compagnie sotto altri nomi; ma si tenui mezzi di guerra non bastavano a’ bisogni ed alle ambizioni di lui. E però al cominciare dell’anno 1809 si pubblicò la legge della coscrizione. Avutisi i soldati, si composero i reggimenti di tutte le armi, e Gioacchino ingiunse che a’ 25 di marzo, dì Natale di lui e della regina, si disiribuissero ai nuovi reggimenti dell’esercito ed alle legioni civiche le bandiere. Imperò dodici mila soldati anelatisi in due file lungo la strada di Chiaia furon presenti a quella ceremonia, e contossi per futura memoria di lei una medaglia di argento, la quale avea nell’una faccia l’effigie del re, nell’altra quattordici bandiere (quante erano le province) ordinate a trofeo, col motto: Sicurezza Interna; ed attorno: alle legioni Provinciali, il 26 di Marzo del 1820.
Graziosamente sorridea la ventura a Murat al mezzo di quell’anno, quando gli 11 di giugno il telegrafo dell’ultima Calabria annunziò la spedizione anglo-sicula, forte di sessanta legni da guerra d(‘)ogni grandezza, e di dugento sei da trasporto, sciolta dai porti di Palermo e Melazzo, navigare i mari della Calabria, sotto il comando del generale inglese Stewart. Poco appresso salparono dal porto di Messina due novelle spedizioni, delle quali una disbarcò nel golfo di Gioia soldati, l’altra nella marina tra Beggio e Palme altri tre mila individui: gli uni cogli altri congiuntisi stettero per istanza sopra i monti della Melia, ed impresero l’assedio di Scilla. Di quel medesimo tempo tre flotte sicule-inglesi correvano intorno alle coste de’ tre mari Adriatico, Ionio, Tirreno minacciando i luoghi forti, assaltando i deboli. Gioacchino intanto punto non mostravasi sbaldanzito; e come quegli che per natura operoso era, questi coll’esempio incorava, quelli consigliava, ed a tutto dava accuratamente provvisione; ordinò per custodia della città la milizia urbana, cui diè nome di Volontari-scelti, alla quale si ascrissero tostamente per difesa comune e i nobili ed i magistrati e gli statuali e i maggiorenti tutti; diede pur opera al tempo stesso che’ le schiere si adunassero in tre campi, uno in Monteleone di quattro mila soldati, altro in Lagonegro di mila seicento, il terzo di undicimila in Napoli e ne’ dintorni: non a scendevano a 17 migliaia i combattenti per Murai, avendone poco innanzi mandate in Roma altre sei migliaia, e stando altri reggimenti nel Tiralo e in Ispagna, per servire agli ambiziosi disegni dell’imperator de’ Francesi.
L’armata nemica giunta alle acque di Napoli ed a pompa e con ¡studio attelatavisi, tutto il golfo parevane ingombro. Rimasa per due giorni così schierata, assaltò nel terzo Procida ed Ischia: quella alle prime minacce si arrese, questa alla sfidata difendendosi, fe’ debole resistenza. Pochi fanti intanto congiunti con più numeroso stuolo di cavalieri guardavano la spiaggia da Portici a Cuma; alcuni battaglioni custodivano il colle di Posillipo; il resto dell’esercito accampava sul poggio di Capodimonte. Gioacchino stava in dibattito se doveva, o no, far venire a Napoli da Gaeta dov’era ancorata e sicura la sua piccola armata, composta d’una fregata, di una corvetta e 38 barche cannoniere, Ma per mal pesato consiglio e per bramosia di combattere avvisossi chiamarvela. Essa capitanata da Bausan spiegò tostamente le vele per la volta di Napoli, e scorta dall’armata nemica, parecchie navi di questi le si spiccaron contra, e scontratesi entrambe nel mare di Miliscola, per ben due ore con orribile spietanza combatterono. Otto delle napolitano barche affondarono, cinque furon predate, e diciotto tirate a terra, disposte a battaglia, guerreggiavano; le altre sette barche e i due legni maggiori assai malconci, presero asilo net porto di Baia. La flotta anglo-sicula perdè due barche andate a fuoco, il fuoco impigliò un maggior legno, e patì guasti e morti non poche. La fregata e corvetta napolitano ristoravano frettolosamente i lor danni, mentre il nemico rabberciava i suoi sdruciti legni e in quella il capitano Bausan, vedendo che durava il comando del re, per render paghe le guerresche brame di lui, uscì del porlo con le due navi (avventato e pericoloso partito)e volse le prore a Napoli, Parecchi nemici legni assaltarono con incredibil celerità quei due, i quali, mai non ritmando di combattere, sforzatamente navigavano, fino a tanto che rottisi gli alberi maggiori e rovesciati, spezzato il sartiame, e forate in cento parti le vele, lenti lenti come pompa funebre procedevano, osservati dal re, dalla regina e da’ lor figliuoli, i quali, punto non curandosi delle nemiche offese cui si esponevano, commisti vedevansi al popolo, che a stormo traeva alla riviera di Chiaia per cotal miserando spettacolo.
Giunto il sole al suo balzo entravano in porto le navi napolitano; e le anglo-siculesi slargavano, ritornando alle loro stanze inSicilia. Murat sentendosi altamente gravato dell’oltracotanza degli Anglo-siculi, che occupavano varie terre delle Calabrie la dimane spedì ordine al generale Partounneaux di muovere da Monteleone, e rappiccar loro aspra battaglia per rincacciarveli, A gran giornate procedeva il general e; ma prima che a Scilla e. a Melia giungnesse, gli Anglo-siculi, togliendo a furia l’assedio e ‘l campo, ed abbandonando artiglierie, altre armi, attrezzi, ospedali e cavalli, andaron in volta. Pochi altri giorni rivolti, intesa la battaglia di Wagram, {prodigiosi fatti della Germania e l’armistizio tra la Francia e l’Austria fermato in Znaim, il nemico smurò i forti e le batterie di Procida e d’Ischia, rimbarcò le genti, abbandonò le {sole, richiamò per segni le altre sue navi, che scorrevano lungo i nostri lidi, e ritornò a’ porti della Sicilia,e di Malta.
Venuta a fine la guerra esterna, s’incese la interna, vasta ed orrenda. Innumerabili bande di scherani miseramente travagliavano tutte le province del regno. E però fu preso Gioacchino da tanto sdegno. che dettò tre leggi, prescrivendo con la prima, che i beni liberi di quelle genti fossero confiscati, e parte data in ricompensa ai danneggiati, parte in premio ai più zelanti seguaci del governo, il resto venduto a benefizio della finanza. Con la seconda legge invitava i Napoletani, che militavano pel re Borbone, ad abbandonare quei vessilli, e venirsene, in patria, ove avrebber avuto, secondo che meglio loro abballava, od il ritiro dal servizio, o lo stesso grado, che lasciavano nell’esercito di Sicilia. Con una terza legge si prescrisse, che in ogni provincia, perenta del comandante militare e dell’intendente, si facesse lista degli assassini, chiamati di poi Fuorgiudicati; si affiggesse ne’ pubblici luoghi di ogni comune; si desse ad ogni cittadino facoltà di ucciderli o arrestarli; arrestati, si giudicassero dalle Commissioni militari; ugual pena di morte avessero i promotori o sostenitori dell’assassinamento; s’incarcerassero le famiglie dei capi o de’ più conti delle bande. Fra i delitti di assassinio e quelli, che da esso derivavano, il censo giudiziario del regno numerò in quell’anno 1809 trentatremila violazioni delle leggi. Per le anzidetto provvisioni minorò il ladroneccio, ma non fu del tutto spento.
Giunse infrattanto il 15 agosto, dì natalizio dell’imperatore Napoleone, ed il popolo apparecchiavasi a gran festa, quando possente flotta nemica a gonfie vele navigava nel golfo alla volta di Napoli. Pervenuti a gittata, e schierati a battaglia, alle tre ore dopo mezzodì i legni nemici lanciarono sopra la città le prime offese, e Tarmata napolitana, poco forte, ma soccorsa dal lido, andò incontro al nemico, guidata da Gioacchino sopranave ricchissima, vestilo da grande ammiraglio dell’Impero. Si combatté vigorosamente insino a sera, quando il nemico, nessun danno fatto né ricevuto, prese il largo; e ‘l re fe’ ritorno alla reggia tra i suoni festivi del popolo, che in quel prospero incontro ismodava.
Murat, prima che fosse quell’anno rivolto, levò altri reggimenti di fanti e cavalieri, regolò le amministrazioni militari, ordinò l’artiglieria, il genio e l’armata marittima, preso dalla vaghezza delle militari cose, e dal patto fermato con l’imperatore Napoleone di costruire in un certo tempo quattro vascelli e sei fregate. Come la coscrizione per l’esercito, fu l’ascrizione per l’armata; si provvide con tre leggi alla guerra marittima, alle amministrazioni, alle costruzioni. Fu regolata l’amministrazione delle comunità, suggellandola troppo a’ ministri del re. Proseguendo le provvidenze della commessione feudale, si preparò la ripartizione de’ beni feudali fra cittadini. Si sciolsero tutti gli ordini monastici possidenti (ducentotredici conventi di frati e monache), si lasciarono i cercanti.
Ma fra tanti ordinamenti non si fe’ motte dello statuto di Baiona, comecché patto di sovranità; di costruzione, nulla,
Fermato a Vienna il 14 di ottobre del 1809 il trattato di pace tra l’Austria e la Francia, presero la volta di Parigi ‘prima il re, poi a regina, chiamativi da Napoleone per grave caso di famiglia, il divorzio con l’imperatrice Giuseppina. Eranvisi assembratigli altri re o principi del parentado di Buona parte, tranne Luciano, nemico, e Giuseppe, guerreggiante in Ispagna. Tutti, o vuoi per adulazione, o vuoi per senno, allo scioglimento di quel matrimonio assentivano: disapprovavate il solo Gioacchino. Il senato riconobbe il divorzio, e legittimollo. L’arciduchessa Maria Luisa, figlia di Francesco I, fu scelta ad Imperatrice, perché appartenente alla casa d’Austria, la più regia in Europa; inclinava Gioacchino ad altra della casa di Russia, perché la più possente. Muratintertenevasi ancora in Francia, quando le isole di Ponza e Ventotene da’ soldati napoletani, e dal principe di Canosa, che li reggeva, furon abbandonate. Il ministro di Polizia Cristoforo Saliceti morissi a quei giorni per morbo violentissimo. Si disse morto di veleno, avvalorandone la voce i sintomi; ma poi fu visto che di tifo maligno trapassava.
Rimasta in Francia la regina, il re fe’ ritorno a Napoli, tutto volgendosi alle cure di sfato. Fondò in ogni provincia una società di agricoltura, te assegnò terreno per gli esperimenti e per semenzaio e vivaio di utili piante, aprì scuote agrarie, diè premii e più vaste promesse agl’inventori di macchine o processi giovevoli all’agricoltura, coordinò le società agrarie delle province col giardino delle piante in Napoli, al quale fece dono di 24. moggia di terreno, allato al Reclusorio; e comandò che vi si alzasse vasto e bello edilizio e per conserva di piante e per esperienze e per insegnamenti botanici. A molti comuni si concessero mercati liberi e fiere.
Il re, data provvisione a molte cose di governo, nuovamente partissi per Parigi, per assistere alle sposalizio dell’imperatore de’ Francesi, celebratesi il 1. 0 di aprile del 1810. Non appena finite le cerimonie delle imperiali nozze, Murat ritornò a Napoli, e baldamente palesò il disegno di assaltar la Sicilia. Spinto dal suo genio di guerra, ed abbaglialo da Bonaparte, accelerò i preparamenti, e preso il nome di luogotenente dell’imperatore, pose a campo, nella strema Calabria, su la riva del Faro, tra Scilla e Reggio, un esercito più francese che napolitano, aspettando, sì come l’imperatore aveva ingiunto, di menarlo in Sicilia. Ma Gioacchino muovere non potea, se prima non lo assentiva il general e Grenier, cui Buonaparte aveva eletto a comandante delle schiere francesi. Erano sedici migliaia i soldati di Gioacchino, e trecento i legni da guerra e da trasporto. Sul colle chiamato del Picale, poco distante dal mare, fu rizzata in mezzo al campo la magnifica tenda del re, e vi attendavano intorno i capi dell’esercito e della corte. Appetto a quelle schiere, su le rive del Faro da Messina alla Torre, area posto gli alloggiamenti l’oste inglese. dodicimila soldati, e sopra i monti accampava in seconda linea l’esercito di Sicilia, altri dieci mila uomini; stavano nel porto di Messina, ancorati, o mobili, vascelli, fregate, legni minori da guerra, mentre si affaticavano a fortificare la minacciata gravina grande moltitudine di soldati e di operai. Da Reggio a Scilla, da Torre di Faro a Messina, in mare, in terra, di giorno, di notte, da ambe le parti fieramente si combattea. Murat il suo valore consultando, soventi fiate apparecchiossi al tragitto, e l’avrebbe mandato ad effetto, se Grenier non fosse stato, che gl’impeti di lui ratteneva,
Eransi così cento giorni rivolti, a sdegno guerreggiando, ad effetto non già; e, omai tracorso il mezzo del settembre, per l’equinozio il mare era furiosamente combattuto da contrari venti. Compreso allor Gioacchino da sdegno contro a Grenier, che adduceva l’impossibilità dell’impresa, e volendo dargli prova, che lo sbarco in Sicilia non era in nullo modo di mondo impossibile, preparate nella cala di Pentimele tante navi quante contener potevano mille e seicento Napolitani, comandò che approdassero alla Scaletta i soldati, e per la via di Santo Stefano si mostrassero a tergo di Messina, impromettendo che il resto dell’esercito e dell’armata darebbe l’assalto tra Messina e la Torre. Grenier vietò che i suoi movessero. I Napolitani discesero al disegnato luogo, e combattendo contra schiere dieci volte maggiori, parte di essi fecer ritorno in Calabria, parte rimasero prigioni. Gioacchino magnificò con laudi quei fatti; e pochi giorni appresso, levato il campo, partissi, ed imbarcatosi al Pizzo tra baldorie, feste ed allegria popolare (inganni della ventura per ciò che nel suo fato era scritto), fe’ ritorno in Napoli. Così dette in nulla quell’impresa, che costò gravi somme al reame di Napoli, ed oltre alle morti, alle ferite ed alle prigionie, rovinò per lunga pezza la Calabria, ove tutte le piantagioni di ulivi e di viti furon rase od estirpate dalla mano devastatrice dei soldati, e fu incentivo a confiscare molte barche di America venute in Napoli con promessa di sicuro e libero commercio. Per colmo di sventure da tre mila briganti miseramente travagliavano le Calabrie e le altre province del regno. Quella piaga dello stato era profonda; facea mestieri, per guarirla, applicarvi il ferro ed il fuoco, e ciò eseguì il generale Manhès, aiutante di campo di Murai: egli avea già dato prove di sua abilità nell’esterminare vari sciami di scherani, che infestavano gli Apruzzi; il medesimo successo ottenne nelle Calabrie, comeché costretto fosse di combattervi i briganti alla spigolata, e poscia in tutto il reame. Sì che molti combattendo spigliati, furon uccisi, altri morti per tormenti, ed altri di stento, alcuni rifuggiti in Sicilia, e pochi, fra tante vicissitudini di fortuna, rimasti, ma chiusi in carcere, o confinati ne’ loro inaccessibili covi. Ed in breve le intraprese dell’industria rinvigorirono; e rianimato il commercio interno, i mercati e le fiere, per lo innanzi deserte, ripopolarono, il regno prese l’aspetto della civiltà e della sicurezza pubblica. L’universale andava strombazzando la somma efferatezza di Manhès, ma fu di presente utilissima. Gli assassinii de’ briganti erano enormità, ed il generale Manhès fu strumento d’inflessibile giustizia, incapace, come sono i flagelli, di limite o di misura.
Altro benefizio universale, men presto, ma più grande, si operò nello stesso anno 1810, età novella per la vita civile del popolo napoletano, primo anno di libertà prediale e industriale, di servitù disciolte. La tante fiate vanamente scossa feudalità, fu alla fin fine atterrata, né solo per leggi, ma per possessi; essendosi divise le terre feudali tra le comunità e i baroni, e di poi le comunali infra i cittadini.
Il primo giorno del seguente anno, tra le consuete feste della reggia, il re concesse con titolo e dote, ma senza diritti ed usi di feudo, alcune baronìe a general i e colonnelli dell’esercito; ne’ succedenti anni nominò, ora per premio a’ servigi, ora per favore, altri baroni, conti e duchi, e concedé titoli senza terre, o terre senza titoli a militari, a magistrati, ad artisti. Poco dopo videsi sventolare il vessillo di Napoli, del quale i colori furono in campo turchino il bianco e l’amaranto. Nel giorno stesso fu prefissa la forza dell’esercito, ed era di 63,727 uomini, indipendentemente da 51,767 legionari permanenti. E pur mancavano per compimento del detto esercito 11,510 uomini, e 3351 cavalli. Esso era composto di 26,184 uomini d’infanteria di linea; di 11,700 d’infanteria leggiera;. di 3354 di cavalleria; di 1312 del genio. L’artiglieria col treno e co’ cannonieri littorali ascendeva a 7588 uomini; l’infanteria della guardia reale a 3129; la cavalleria a 2695; la marina a 4050; la gendarmeria reale a 2460; la gendarmeria ausiliaria a 1265. Chiamarono i reggimenti, legioni; i general i di divisione, tenenti general i; e quei i brigata, marescialli di campo: molti altri nomi da’ nomi francesi svariarono: che già sentivasi da Gioacchino, e traspariva nel regno il desiderio della indepennenza. La nuova scuola Politecnica ingrandì il già collegio militare; ne sursero novelle di Artiglierie e del Genio. Il comandar duro di Buonaparte era sprone a Gioacchino, d’indole libera e presuntuosa, per iscuotere il giogo della Francia. Spuntò allora il primo sdegno fra i due cognati.
Nacque a quei giorni all’imperatore de’ Francesi un figlio, cui appellò Re di Bontà. Gioacchino per impostagli riverenza, si recò a Parigi: e sebbene credevasi che vi si fermasse sino al battesimo, a fine di accrescerne la pompa, inatteso tornò a Napoli anzi che la ceremonia si celebrasse. E giunto appena, congedò le schiere francesi, con decreto, che nessun forestiero, se non prima dichiarato cittadino napolitano, come prescriveva lo statuto di Baiona, potesse rimanere agli stipendi militari o civili. Spiacque l’ardito comando a Buonaparte, che in altro decreto disse: non bisognare ai compagni di patria o di fortuna di Gioacchino Murat, nato francese, e asceso al trono di Napoli per opera dei Francesi, la qualità di cittadino napoletano per avere in quel reame ufizi civili o militari. Il re infuriò, la regina placava gli sdegni. Vinse il decreto di Buonaparte: l’esercito francese uscì del regno; ma i Francesi, che avevano in Napoli militare o civile impiego, restarono.
Volgeva l’anno 1812, e Gioacchino tutto inteso alla ventura dello stato, fondava nuovi collegi e licei, e, fatte novelle ordinanze per la istruzion pubblica, con solenne ceremonia la università degli studi inaugurava. Introdusse per decreto il sistema metrico, il quale, desiderato ed applaudito da sapienti, rigettato ed abborrito dal popolo idiota, poco tempo visse nelle leggi, non mai negli usi, e l’antica barbarie di svariati pesi e innumerabili misure restò. Furono in quell’anno medesimoordinate e quasi compiute molte opere pubbliche, cioè teatri nelle più ragguardevoli città delle province, strade, ponti, edifizi, prosciugamenti di paduli, acquedotti. Ma fra tutte sono più degne di ricordanza la strada, che dalla città mena al campo di Marte; la grandiosa Casa de’ matti eretta in Aversa; l’osservatorio astronomico fondato sul colle di Miradois, con disegno del barone Zach, ed ¡strumenti di Reichembac; la strada di Posillipo, che intende a prolungare l’amenissimo cammino di Mergellina e condurre alle terre, sacre alla mitologia ed alla storia, di Pozzuoli e di Cuma, evitando l’oscuro periglioso calle della Grotta; il Campo di Marte. La strada di Poliposo, per grandi lavori d’arti, per tagli di monte e traversar di balze e di borri, costò dugentomila ducati, pagati, non dallo stato, dal re, in dono alla città. Vasto terreno (moggia 900, metri quadrati 316,759) sul colle di Capodichino, ove nel 1628 Lautrech attendò gran parte di esercito per assediar la città, fu destinato da Gioacchino a campo militare, chiamato di Marte; e perciò sbarbicati gli alberi, svelte le viti, e demolite le case, che il coprivano, fu ridotto a pianura. Diciottomila pedoni, duemila cavalieri, le corrispondenti artiglierie vi si moveano ad evoluzioni militari, in due linee attelati.
Null’altro di memorabile si fece in quell’anno, però che in Aprile, il re, lasciando reggente la regina, si partì di Napoli, richiesto dall’imperator Napoleone per comandare la poderosa cavalleria dell’immensa oste di Francia, composta di Polacchi, Prussiani, Tedeschi di tutta Germania, Annoverasi, Spagnuoli, Italiani, Francesi, combattente centra la Russia, il verno e la barbarie. Era primo reggitore dell’avanguardia il re di Napoli. Il Niemen partiva i due eserciti nemici; e dato da Bonaparte il segno della pugna il 22 di giugno del 1812, Gioacchino con la possente sua schiera, valicato il fiume, pose primiero il piede su la terra de’ Russi. Prese indi a poco la città di Wilna, ed oltre spingendosi, per audacia ed arte di guerra gli fu dato di entrare in Witepsk, indi Smolensko, e sempre più procedendo vinse in Wiasma, ed incessantemente combattendo col retroguardo russo, e respingendolo, giunse alla sponda della Moskowa, ove ruppe l’ala sinistra del nemico afforzata con opere e con fulminanti batterie di cannoni. Ivi fu l’orribile strage de’ Russi, e dopo la battaglia, i vinti, sempre incalzati, traversarono Mosca, dirigendosi in prima alla volta di Rollomensk, poscia di Kaluga, ed il re, non rattenuto da bisogno di riposo, caldo di guerra, inseguì il nemico fin su la Nura, a venti leghe da Moshow o Mosca. Sorse speranza e voce di pace;. si concordò tregua; restarono sospese tredici giorni, le armi; l’imperator de’ Francesi aspettando la pace, l’imperator de’ Russi, il verno. Il governatore Postpochin macchinò l’incendio di Mosca; Buonaparte imprese a ritirarsi verso Smolensko. In questa, l’esercito russo, ch’era incontro a Gioacchino, infrangendo il patto di avvisarsi tre ore innanzi della cessata tregua, assaltò i Francesi; vasta battaglia in tutta la linea; la stretta di Woronoswo restò a’ Francesi; morì fra molti il general Dery, aiutante di campo e tenero amico del re. Gioacchino in tutta la guerra di Russia provò quanto possano la prudenza, il valore, Fuso di guerra. Le schiere ordinate de’ Russi e de’ Cosacchi infestavano à sciami la linea francese, ritirantesi, ma in ogni scontro vincitrice. Indi a poco il verno inacerbendo a 18 gradi di Reaumur, perirono molti cavalli e guerrieri, e più infermarono. Néil freddo fermossi a quel grado t in due notti, più che ‘l gelo potendo la nudità e ‘l digiuno, morirono 30,000 cavalli, ed uomini in gran numero: la cavalleria dell’esercito scomparve; i già cavalieri andavano a piedi; i carri, le artiglierie, il tesoro furono abbandonati. Ridotto l’esercito sul Niemen, Buonaparte, movendo per Parigi, lasciò luogotenente il re di Napoli. L’esercito giunto dietro all’Ouder, ristoravasi appena calle durate fatiche, quando il general Yorchcon le squadre, di Russia disertò i campi francesi. Gioacchino in tanta calamità serbò animo sereno, e mostrassi sempre più preveggente, operoso, instancabile, per dar riparo con nuovi fatti di armi all’inatteso abbandono. Infine, condotto l’esercito francese a stanze comode e sicure, fermali i Bussi, terminò la guerra del 1812; e Gioacchino, deponendo in mano del viceré d’Italia il comando supremo, fé’ celere ritorno a Napoli, seco lui menando le milizie napolitane, le quali, comeché non guerreggiassero ne’ più aspri luoghi della Russia, non però di meno assai morti patirono, e molti per crudo gelo furon monchi o delle dita o delle mani o de’ piedi.
Bonaparte, udita la partenza di Murat dal campo, agramente per pubblico foglio biasimollo, e in una lettera indiritta alla sorella, regina di Napoli, scrisse ingiurie per Gioacchino, chiamatolo mancatore, ingrato, inetto alla politica, indegno del suo parentado, degno, per le sue macchinazioni, di pubblico e severo gastigo. Gioacchino, nel bollore dello sdegno, a quel foglio dirittamente rispose, e amaramente punse l’alterezza di Napoleone. Ma Murat avevasi il torto; però che egli sull’Oder non era re, ma bensì duce, non mica Napolitano, ma francese: lì stava, ed afflitta, la sua patria; lì stavano in periglio quelle schiere, che gli aveano procacciato e fama e trono.
Tosto che Gioacchino fu tornato da Russia, alcuni individui, a lui cari, il consigliarono di trattar pace con la Inghilterra, occupar l’Italia, edordinarla una ed indipendente, appressatagli agevole l’impresa, dappoiché dalle Alpi al Faio avea l’Italia comuni i codici, la finanza, i bisogni, il comporre, l’ordinare, il comandar delle milizie; era vota e d’armi francesi e tedesche; tutta Europa guerriera adunata sulle sponde dell’Elba; Buonaparte percosso, inabile a ridivenire signore del mondo. Allettato Gioacchino da cotal i rappresentanze, spedì messo in Sicilia a lord Bentich, il quale, solamente inteso ad infievolire la possanza del gran nemico Buonaparte, aderì, ma escludendo dalla proposta unione la Sicilia, e volendo che 25,000 soldati inglesi, uniti ai Napolitani, sotto al comando di Gioacchino, operassero in Italia; e fosse agl’Inglesi consegnata sino al termine dell’impresa, in pegno della fede del re, la fortezza di Gaeta. Spiacquero a Gioacchino que’ patti, e rispeditovi il legato, e trovato che Bentich rimanea saldo a’ primi termini, concordarono, e Bentich spedì in Inghilterra nave da corso, Avvisos, per chiedere al suo governo la conferma del trattato. la questa Buonaparte rispose lettere di domestico affetto; e nel tempo stesso il maresciallo Ney ed il ministro Fouché scrissero al re, dicendogli il primo, che la cavalleria apertamente l’appellava su l’Elba, che forse il destino di Francia stava nel suo brando; il secondo, che debito, onore, interesse lo chiamavano a Dresda. Gioacchino, per caldo pregare che facessero la regina e ‘l ministro Agar, resisteva; ma vinto alla fin fine da’ loro scongiuri ed argomenti, appalesò il motivo del suo ritegno, e la regina gli rispose, che il suo debito natale verso la Francia lo appellava al campo di Dresda, e però andasse a combattere sull’Elba: ch’ella da reggente farebbe in nome del re prorompere in Italia l’esercito anglo-napolitano. Si persuase il re, e la dimane partissi. Dopo un mese ritornò da Inghilterra l’Avvisai, e riportò il consentimento di quel governo a ciò eh erasi concordato. Tardi; ché Bentich, saputa la partenza di Gioacchino, erari fatto di nuovo a lui nemico.
Frattanto Gioacchino cignevasi in Alemagna la fronte di novelli serti di gloria. Egli giunse a Dresda quasi al mezzo di agosto, uopo gravissimi casi di guerra. Furono asprissime le battaglie di Lutzen, Bautzen e Wurchen. Espugnata Dresda da’ Franchi, procedevano insino di Oder. Fatto armistizio in Plessvilz, intrapresi, e poi rotti i maneggi di pace, ricominciarono i combattimenti. Il re Gioacchino in quei giorni di vicina guerra, offertosi di imperatore con riverenza e contegno, ne fu lietamente accolto ed abbracciato: ei seguì Buonaparte ne’ combattimenti della Slesia e della Boemia. Essendo stata assaltata dal maggior nerbo degli eserciti alleati Dresda, difesa da 1,000 appena giovani francesi, vi accorsero tostamente dalla Slesia con nuove schiere. Buonaparte e Murat. Si adunarono in città 105,000 Francesi aventi intorno 200,000 nemici. In quell’esercito di Francia, apparecchiato a battaglia, reggeva il tutto e guidava il centro Buonaparte, l’ala sinistra Ney, la diritta Murat. A 26 di agosto fu assaltata la città; ma ad un cenno di Buonaparte aperte le barriere, Murat, ch’era fulmine trattenuto in man di Giove, sboccò il primo come torrente di guerra, reggitore di 30,000 soldati a cavallo, assalì sul fianco l’oste nemica, la ruppe, spin, se i fuggenti su le schiere ordinate, e così a tutti, affollati e confusi, toglieva o scemava la facoltà di combattere. Con pari ventura, combatterono il centro e l’ala sinistra de’ Francesi, sì che Russi, Alemanni e Prussiani tornavano frettolosi e disordinati verso Boemia. Gioacchino sull’Elba fece ammenda del mancamento su l’Oder. Tre eserciti perseguitavano i fuggitivi nella Boemia, un quarto accennava a Breslavia, un quinto a Berlino; Buonaparte in Dresda apparecchiavasi a nuove battaglie. Ma siccome la fortuna e di vetro, ed allorché risplende, s’infrange, così in un tratto il duca di Reggio, prima trattenuto, poi respinto da’ Prussiani e Svedesi guidati da Bernadotte, combatté in Gros-Boeren, e perditore si ritirò in Interborg. Il duca di Taranto dà in Islesia la giornata di. Kalzbach, e vinto da Blucher, prussiano, riduce le sue legioni dietro al B00er. Il general e Vandamme, accerchialo dalle troppe schiere nemiche, con la più parte dell’esercito e preso in Boemia. Il maresciallo Saint-Cyr a stento si sa difendere; ha poca fortuna il re di Napoli. Il principe della Moshowa succeduto nel comando al duca di Reggio, combatte in Denneviz, e perde; Blucher e sulla Sprea; Schwartzemberg di nuovo a Pyrna; Buonaparte respinge or l’uno, or l’altro, ma non avendo spazio alle arti di guerra a cagione della gran calca delle nemiche genti intorno a Dresda, abbandona la città, e disegnando nuove basi e nuove linee, invece di ripiegare sopra Lipsia con maraviglia grande de’ nemici e degli stessi suoi general i, incamminò l’esercito verso Torgavia e Magdeburgo. Il re di Napoli, lasciato con 40,000 soldati contra gl’immensi eserciti di Schwartzemberg e, di Witgenstein, valorosamente combattendo, abilmente volteggiando, dava tempo a’ nuovi concetti di Buonaparte serbava Lipsia, e fece in modo, che di poi l’esercito potesse ritirarsi per la più breve linea sul Reno. Adunato in Lipsia l’esercito, nel seguente giorno vi fu assalito per gran battaglia, gloriosa e infelicissima all’esercito francese. In Erfurt, finiti i pericoli della ritirata, Gioacchino prese commiati dall’imperatore tra scambievoli fraterni amplessi, ultimo commiato ed ultimi segni di amicizia e di affetto, e giunse in Napoli al finire dell’anno 1813.
Sin dal 1811Bentick preparava mutamenti in Sicilia, volendo dare a quello, stato novella costituzione. Nel 1812 l’atto fu composto, e nel 1813 praticato. Quella, che prese nome di costituzione siciliana, era la inglese, migliorata nel modo di elezione e nel numero e nelle proporzioni de’ deputati delle comuni. Intanto peggioravano le cose di Francia: la neutralità della Svizzera presso che violata; gli eserciti tedeschi su l’Adige; Venezia bloccata; cresceva nel nostro reame la scontentezza per le asprezze e le violenze adoperate contra la setta de’ Carbonari per mezzo del generale Manhès; cresceva la contumacia nell’esercito; a dir breve, i Napoletani avean cominciato a disamare Gioacchino. Incalzato Murat da cotal i avvenimenti e pericoli, diresse lettera all’imperator Napoleone, e questi per superbia o sospetto non rispondeva. Murat era per unirsi all’Austria, quando giunse in Napoli il duca d’Otranto, Fouché, già ministro, mandato da Buonaparte a spiare in segreto l’animo di Gioacchino ed a mantenerlo nelle parti della Francia. Trattenutosi pochi dì, tornò a Roma. Partilo Fouché, a mezzo dicembre del 1813 venne il conte di Neipperg, legato dell’Austria, e convenendo col duca del Gallo, trottatore per le parti di Napoli, fermarono al dì 11 di gennaio del 1814 lega fra i due Stati per la continuazione della guerra contra la Francia. Altro trattato, che dissero Armistizio tra Napoli e la Inghilterra, fermarono al 26 gennaio dell’anno stesso il duca del Gallo e lord Bentinch, stabilendo immediata cessazione di ostilità, libero commercio, accordo comune, e con l’Austria, su la vicina guerra d’Italia.
Gioacchino sin dal precedente novembre avea mosso due legioni verso i quartieri di Roma e di Ancona, apprestato altre schiere, ed annunziato vicino il suo arrivo a Bologna. Intanto il generale Miollis, governatore di Roma, con forte presidio acquartierò in Castel Sant’Angelo; il generale Lasalcette in Civita-Vecchia conpoche schiere francesi; il general Barbou con 1500fra soldati ed impiegati civili si chiuse nella cittadella d’Ancona, i Napolitani sorpresero il castello dei Cappuccini, poco di poi occuparono tutta la Romagna con le Marche. In gennaio Gioacchino andò a Roma, e non ottenne, come sperava, da Miollis Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia: passò ad Ancona, né Barbou volle cedere la cittadella; ond’egli comandò,partendosi per Bologna, che le schiere napolitane procedessero per congiungersi alla legione tedesca, retta dal generale Nugent; stringere d’assedio Ancona, Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia; ordinare le parti civili de’ paesi conquistati. Lo stesso Murat era duce di tre legioni di fanti, d’uria di cavalieri, 22,000 soldati; avea 60cannoni; attrezzi corrispondenti. Si cominciò l’assedio di Ancona, e poscia si volser le cure a Castel Sant’Angelo, indi a Civita Vecchia. Il generale Barbou, per fallimento di vittuaglia non potendosi più tenere, dopo 24 ore di fuochi, fece con quei d’entro consiglio di rendere la cittadella di Ancona, e di patteggiare che il presidio francese avesse con gli usati onori sicuro passaggio in Francia. Per le altre fortezze fu concordato, che cedessero a patto di tornare in Francia i presidi, liberi e sicuri. E dopo ciò i Napolitani guardarono Ancona, Civita Vecchia, Castel Sant’Angelo, i forti di Firenze, Livorno e Ferrara. Poco appresso, lord Bentinch sbarcò schiere inglesi e siciliane, sotto vessillo, che portava scritto: «Libertà e indipendenza italica», e le incamminò sopra Genova. Bellegarde con 40,000 Austriaci campeggiava la sinistra sponda del Mincio; il re di Napoli con 22,000 de’ suoi, toccando il Po, e guardando il Ferrarese, il Bolognese, gli stati di Roma e la Toscana, avanzava gli avanguardi sino a Reggio e Modena; Nugent sotto di lui con 8000 Tedeschi accampava. Bentinchcon 14,000 Anglo-Siculi stava sopra i monti di Sarzana. Dall’opposta parte il viceré con 50,000 Italo-Franchi teneva i campi nella destra sponda del Mincio, custodiva un ponte sul Po a Borgoforte, occupava Piacenza. Poca guernigione francese guardava Genova,
In questo il Papa, liberato da Buonaparte, incamminato verso Roma, era già sul confine di Parma, e, proseguendo il viaggio, giunse a Bologna, indi a Cesena, sua patria, dove rimase sino a che le guerre di Francia e d’Italia ebbero fine; e di poi come in trionfo entrò in Roma il dì 24 di maggio di quell’anno 1814. Al dì vegnente le milizie napolitanedi là si partirono. In questo tempo scoppiò rivoluzione simultanea e generale nella provincia di Teramo. Era disegno de’ Carbonari adunarsi armati nella campagna, entrare nella città, togliere d’uffizio i magistrati e mutargli in altri, gridare caduto l’imperio di Murat. Ma accorsovi tosto il generale Montignycon le più fide squadre, quella spedizione, senza nerbo di forze né interne né esterne, tostamente cadde, e molte morti, molte pene, lagrime ed afflizioni furono il fine di quella rivoltura.
Intanto il generale Grenier con 14,000 Italo-Franzesi combatté ne’ campi della Nuca e di Parma la legione austriaca retta dal generale Nugent; ed altre schiere per il ponte di Borgoforte assaltavano Guastalla. In ambo i luoghi i Tedeschi vinti e scacciati lasciarono sul campo 400 tra morti e feriti; due mila e più prigionieri. Grenier, messa guernigione in Parma e Reggio, tornò alle sue linee per Borgo forte. Gioacchino stabilì di assaltar Reggio, e ricondurre la legione tedesca a’ suoi campi di Parma e della Nura. Scontratisi i nemici sul ponte di San Maurizio appresso a Reggio, dopo aver combattuto con forze, animo ed arte uguale, la vittoria fu per gli Austro-Napolitani. Chiusi in Reggio gl’Itali-Francesi, debolissime le mura di quella città, potevasi agevolmente espugnare; ma Gioacchino concesse libera ritirata a quei presidii. A’13 di aprile il re connovemila soldati passò il Taro, e. dopo vari combattimenti e morti d’ambe le parti, il nemico riparò in Piacenza. I Napolitani disegnavano i modi di espugnar la città, quando al meriggio del 15 di aprile del 1814 un foglio del generale Bellegarde, riferente la presa di Parigi, annunziava sospesa in Italia la guerra, ed aperte le conferenze di pace col viceré. Gioacchino comandò che la guerra fosse sospesa, e subito tornò a Firenzuola, indi a Bologna. Pochi dì appresso, il viceré fece accordi con Bellegarde e Gioacchino: stabilirono, che dell’esercito italo-franco i Francesi ritornassero in patria; gli Italiani serbassero il paese, che allora occupavano, racchiuso tra il piede dell’Alpi, il Po ed il Mincio; i Napolitani prendessero le stanze prefisse ne’ trattati della confederazione; le fortezze oltre il Mincio, ancor guardate da’ Francesi, fossero cedute a’ Tedeschi di Bellegarde. Frattanto Genova, investita dagli Anglo-Siculi, e fatta consapevole degli avvenimenti di Francia, crasi data per capitolazione a lord Bentinch, il quale la ordinava a repubblica, e vi ristabiliva leggi e magistrati a foggia del 1797.
A quei giorni, non sì tosto furono scomparse da Milano le milizie francesi, che il popolo tumultuosamente proruppe, abbassò, disfece tutte le insegne del passato dominio, uccise spietatamente il ministro Prina, e minacciò nella persona il principe Beauharnais, ilquale non ritornò a Milano, andò in Baviera presso il re, suo congiunto; e però Bellegarde spinse le schiere sino alla città, capo del regno italico. Pio VII ristabilì le antiche leggi. Vittorio Emmanuele, appena tornato al trono del Piemonte, prescrisse esser leggi e costituzione dello stato quelle del 1770. Ferdinando IIIavea richiamato in Toscana le leggi di Leopoldo. Tutto il già regno italico, Parma, Modena, Lucca, le tre Legazioni, e le terre chiamate Presidii della Toscana erano occupate da’ Tedeschi. Quei Presidii, possesso di tre secoli, frutto di tre guerre di Alfonso I di Aragona e di Filippo IV, utili in pace a’ re di Napoli, non poca forza nelle guerre d’Italia, furono obbliati nella consegna toscana fra Roccaromana e Rospigliosi.
Gioacchino, lasciate nelle Marche due legioni sotto l’impero del general e Carascosa, governatore di quelle province, tornò in Napoli. Indi a poco si lessero gli editti del general Bellegarde, nunzi del ritorno dell’antica Lombardia all’impero d’Austria, e i trattati di pan ce fermati a Parigi il 30di maggio, nei quali, non facendosi motto del re di Napoli, si convocava congresso di ambasciatori a Vienna per i casi dubbi di dominio. Gioacchino nominò suoi ambasciatori nel congresso il duca di Campochiaro ed il principe di Cariati, ma volse i suoi maggiori pensieri alle cose interne; di parecchi tributi alleviò il peso; per novelle ordinanze giovò al commercio esterno ed interno, compose nuovi reggimenti di fanti e cavalieri; furon meglio ordinate le milizie civili, e prescritta per la città di Napoli una guardia detta di sicurezza, 12, 000, partiti in sei battaglioni di fanti ed in imo squadrone di cavalieri, con vesti, armi e fogge militari.
Napoli a quei giorni era pieno d’Inglesi e di personaggi di altre nazioni, ed i più pregiati per fama o grado erano ammessi alla reggia, sì come la regina d’Inghilterra, allora principessa di Galles, la quale fu accolta tra feste dovute al suo grado. Ed in una di quelle feste, in Portici, giunse da Vienna l’annunzio, che la regina di Sicilia, Carolina di Austria, era morta nel castello di Hetzendorl, la sera del 7 di settembre di quell’anno 1814, così all’improvviso, che le mancarono gli aiuti dell’arte e gli argomenti di religione. A cotal avviso Murat e sua consorte si ritirarono, e la festa si sciolse. Altri annunzi eran pure al tempo stesso pervenuti a Gioacchino. Prima che Buonaparte cadesse, la Russia, la Prussia, l’Austria e l’Inghilterra eransi accordate, incerte condizioni di alleanze fermale a Trove, di darein Italia al re Ferdinando di Sicilia il contraccambio de’ perduti dominii di Napoli. In altro allo di quei potentati, conchiuso più tardi in Chaumont, erano confermati i patti dell’alleanza dell’Austria con Gioacchino. Ma tosto mutarono le fortune; che nel congresso di Vienna accusato Gioacchino di mancamenti nella guerra d’Italia, e però non più confidando nell’alleanza austriaca, nelle proprie forze bensì, volle accrescerle, e porse cagione a novelle lagnanze. L’imperatore d’Austriasignificò a Gioacchino che restituisse al Papa le Marche, e Murat afforzò di maggiori presidi quelle province, ed attese ad accrescere le. fortificazioni di Ancona.
A questi giorni udissi in Napoli che Ferdinando avea privatamente tolta per moglie Lucia Migliaccio, vedova del Principe di Partanna, di nobile stirpe. E sapevasi pure che egli in Sicilia avea ripigliato il governo dei popoli, giurata la costituzione dell’anno 12, aperto, disciolto, riaperto il parlamento, e vi avea sempre ragionato da Re benigno. E però Murat, geloso che in Sicilia il credito e la potenza crescevano, in Napoli decadevano, per novelli decreti impedì il commerciocon quell’isola. Gli apparecchi di guerra crescevano in Napoli al cominciar dell’anno 1815, quand’ecco dopo alcuni giorni di straordinario movimento, giugne nuova, che l’imperatore Napoleone, imbarcato il dì 26 di 23 febbraio a Porto Ferraio, con mille soldati ¡veleggiava verso Francia. Il messo giunse in Napoli la sera del 4 marzo, e Gioacchino il dì seguente diresse lettere alle corti d’Austria e d’Inghilterra, dichiarando, che felici esventurate le future sorti dell’imperator Napoleone, egli starebbe saldo alle fermate alleanze; inganni, però che sensi contrari chiudeva in cuore. Ei convocò un consiglio, composto di Napolitani e Francesi, col disegno di sedurre gli altrui pareri, e persuader tutti alla guerra. Ma il consiglio vedendo nella guerra grandi pericoli per Napoli, ed in Gioacchino passione anzi che senno, conchiuse, che si aspettassero le risposte da Vienna e Londra alle lettere del 5; la fine dell’impresa di Buonaparte; e la decisione del congresso europeo su le cose di Francia; ma già destini di Murat maturavano: a’ dì 15 marzo 1815 appalesò la guerra, alla quale per genio e per abito era sempre irresistibilmente frascicato.
A’ 22 di marzo mosse l’esercito, forte di 35,000 fanti, 5000, cavalli, 5000 cannoni, diviso in due parti. Guardia, e Linea, delle quali l’una (due legioni della Guardia) per la via di Roma, e l’altra (quattro legioni) per le Marche. Fu chiesto al Pontefice, ma indarno, amichevole passaggio; e procedeva intanto l’esercito per le vie di Frascati, Albano, Tivoli e Foligno. Allora il Papa, nominata una reggenza al governo, di presente passò a Firenze, indi a Genova, seguito da molti Cardinali, e dipoi da Carlo IV, re di Spagna, e da altri personaggi di fama. Il re Gioacchino recossi ad Ancona. L’imperatore d’Austria spedi in Italia nuove schiere, 48,000 fanti, 7000 soldati di cavalleria e del treno con 64 cannoni. La guerra fu denunciata il 30 marzo. Una legione di Murat assaltò Cesena, dove stavano 2600 Austriaci, e dopo breve combattere fu abbandonata da’ difensori, che ordinatamente si ritirarono a Forlì, e quindi ad Imola e a Bologna, guardata da 9000 Tedeschi. Giunsero i Napolitani il 2 aprile incontro a questa città, e ‘l general Bianchi, sia per prudenza o per ricevuto comando, abbandonò la città, dirigendo 3000 dei suoi verso Cento, e guidandone seco altri 6000 per la via di Modena. I Napolitani entrarono nel giorno stesso in Bologna. A’ dì 4 procederono, la prima legione verso Modena, la seconda verso Cento, la terza giungeva in Bologna. La prima scontrò il nemico ad Anzola, e combattendo lo spinse dietro la Samogia, quindi dietro al Panaro, fiume che mette in o, e si valica su di un ponte detto di Santo Ambrogio, allora munito di opere, di cannoni e soldati distesi per lungo tratto della sponda. Tre volte i general i Pepe, Carascosa e de’ Gennaro assaltarono il ponte; tre volte tornarono perdenti. La fortuna mostravasi avversa ai Napolitani; espugnare il ponte era necessità, e però il re ne diede il carico al general Filangieri, il quale, mentre molti cannoni scomponevano le sbarre del ponte, visto aperto un varco, comandò, che la preparata colonna di cavalleria passasse il ponte, ed egli il primo seguito da 24 soldati a cavallo prorompe su la nemica sponda da molte schiere difesa, e con grandissimo valore combattendo, le disordina, le vince, procede. Ma la colonna, che dovea secondarlo, non muove; però che il generale Fontaine, o per timidezza o per invidia d’onore, non obbedisce al ricevuto comando. Il perché i Tedeschi sopra il picciol drappello degli assalitori incessantemente tirando, pochi di questi cadono, alcuni rinculano, otto soli col general e, certo del vicino soccorso, pugnano con virtù da eroi; ma colpiti da mille offese, mai non aiutati, cadono tutti e nove, otto estinti, e ‘l Filangieri, come corpo morto, gravemente ferito. Vi accorre il re seguito da fanti e cavalli. I Tedeschi scorati dansi alla fuga traversando Modena; i Napolitani vi entrano. Nello stesso giorno e nei due seguenti la seconda legione napolitana prese Ferrara; la terza guernì Cento e San Giovanni; la prima occupò senza contrasto Reggio, Carpi e tutto il paese tra il Panaro e la Secchia; a’ dì sette, innanzi la dimane, la legione seconda investì il ponte di Occhiobello, forte per munizioni e soldati. Sette volte la legione assaltò, altrettante fu respinta; perdè non pochi soldati, molti uffiziali furon feriti, il re sempre esposto ai pericoli.
In questa Gioacchino ricevé un foglio vergato da lord Bentinck, indiritto gli da Torino il 5 aprile, nel quale l’altero inglese diceva: «Che per i patti della confederazione europea e per la guerra mossa dal re all’Austria, senza motivo, senza cartello, egli, tenendo rotto l’armistizio tra Napoli e l’Inghilterra, con tutte le sue forze di terra e di mare aiuterebbe l’Austria». Letto il foglio, il re per gravi cure di guerra e di governo fe’ ritorno a Bologna, ove radunò in consiglio i suoi ministri ed i primi de’ general i, e fu risoluto, che fosse da Toscana richiamata la Guardia per le più brevi vie di Arezzo e San Sepolcro; si scegliessero nuovi campi dove i monti Appennini, accostandosi al mare Adriatico, con le ultime pendici toccano il lido; e si accogliessero in Ancona tutti gli impedimenti dell’esercito.
Frattanto i Tedeschi su la sinistra riva del Po crescevano di novelle schiere spedite con gran celerità dall’Alemagna. Eglino assaltarono Carpi, guernito da 3000 Napolitani. Tornato a voto il primo impeto, i Tedeschi cresciuti di numero la espugnarono, e per lungo spazio inseguirono il nemico, che disordinatamente si ridusse a Modena: d’ambe le parti fu pari il numero de’ morti e de’ feriti. Le schiere di Reggio, unite all’altre di Modena, insieme si ritirarono dietro al Panaro, ove si posero a campo. La legione terza, abbandonata Mirandola, tornò alle antiche stanze. Il 10 aprile un reggimento napolitano, e un piccolo squadrone di cavalleria accampati a Spilimberto, furono assaliti così all’impensata che fuggendo ripararono confusamente dietro alla prima legione a Sant’Ambrogio. Pel cadere di Spilimberto venute in dominio del nemico le due sponde del Panaro, il re prescrisse che la prima, legione accampasse dietro al Reno, la seconda marciasse per Budrio e Lugo sopra Ravenna, la terza per Cotignola sopra Forlì. L’oste tedesca assaltò la prima legione. sul Reno, ma fu vinta. In poco d’ora rivenuta più forte, tre volte assaltò l’oste napolitana, tre volte fu respinta: l’assalirono la Quarta fiata più impetuosamente i cavalli ungheresi, e furono ancor essi rotti e fugati. La notte il re andò ad Imola, e tutto l’esercito, abbandonata Bologna, imprese ordinatamente a ritirarsi. Marciava l’esercito da Imola à Faenza, indi a Forlì, indi a Cesena; il general tedesco Neipperg da lunge il seguitava. Il re, per attendere le due legioni della Guardia, che a gran giornate ritornavan per Arezzo e Perugia, fermò l’esercito dietro al Ronco, accampando l’avanguardo a Forlimpopoli, il centro tra Bertinoro ed il Savio, la riserva in Cesena e Cesenatico.
Eransi due giorni rivolti senza alcun fatto d’anni, quando nei mattino del terzo, l’oste napolitana valorosamente respinse le schiere di Neipperg, le quali lasciarono sulla sponda del Ronco 40 morii o feriti e 30 prigioni. Poi quando fu un pezzo tra notte, sette battaglioni tedeschi, e due squadroni di cavalli, lenti lenti guadarono il fiume, e tentavano di sorprendere il nemico; ma il comandante de’ Napolitani, maggiore Malchevski, Polacco, animoso ed esperto alla guerra, ingannò nelle tenebre il nemico, venuto ad ingannar lui, sì che morirono 500 Tedeschi. Nella notte del vegnente giorno il re levò il campo dalla sponda del Ronco, sguarnì Forlimpopoli, retrocedè, e, fallita al tutto la vettovaglia in Cesena, passò a Rimini, quinci a Pesaro, indi a Fano, a Sinigaglia, ed il 29 aprile ad Ancona: il re il 30 andò a Macerata, ov’erano arrivate il giorno innanzi le due legioni della guardia. A’ 2 di maggio le legioni d’Ambrosio e Livron mossero da Macerata verso il nemico. Alcuni Tedeschi del general Bianchi allo sbocco de’ Napolitani, ripararono ne’ campi di Monte-MiIone, tra ’I Potenza e ‘l Chienti, e di là scacciati dopo non poca zuffa, ordinati a scaloni retrocederono; i Napolitani avanzarono, espugnarono una forte posizione, e fortemente guernita, e per nuove avventurose geste procederono sino a vista di Tolentino. Diradata la caligin folta, ch’avea resa lunga l’alba del 3, fu visto fortissimo il nemico, 16,000 uomini. schierati sopra i colli, che fan cortina alla città. Divisava il Tedesco gettare i Napolitani nelle valli del Potenza, impadronirsi della grande strada, tagliarli da Macerata, da Ancona, dagli Abruzzi. Ma i battaglioni della guardia di grandissima forza pugnavano, e nella sottoposta pianura con pari prodezza e ventura si guerreggiava, ed ivi tra’ molti Napolitani fu ferito il general Campana, che in quel giorno e nel precedente avea valorosamente combattuto. Il generale di Aquino, che dopo la ferita del generale d’Ambrosio, guidava la seconda legione, spedi spicciolate tre compagnie leggiere, le quali procedendo fino al piano, oppresse da’ cavalieri nemici, furono prigioni. Il re ordinò che la legione di Aquino assaltasse il fortissimo fianco sinistro del nemico; ed Aquino, marciando in quadrati per quei terreni malagevoli ed alpestri, pervenne al piano con le sue genti disordinate e confuse. Addatosene il nemico, le assaltò; le assalite schiere trepidarono, e ‘l primo quadrato, dopo breve contrasto scomponendosi; sparpagliato e ribelle tornò alla collina; il secondo quadrato ne seguì l’esempio; gli altri due furono con ordine richiamati. Tutte quelle schiere napolitane tostamente si ricomposero, avendo perduto pochi uomini, tra i quali ucciso il duca Caspoli, ordinanza del re, appena uscito di fanciullo, bello della persona, animoso in guerra, caro alle squadre.
Al cadere del giorno, stanchi i soldati dal sanguinoso, ma inutile combattere, cessavano, per comune bisogno, di offendersi, quando il re, scoperta su le vette di Petriola la mezza legione per suo comandamento partita da Macerata, le andava incontro per disegnare il campo, e in questa gli venner veduti da lunge due frettolosi corrieri, l’uno de’ quali eragli inviato dal generale Montignv, dagli Abruzzi, l’altro proveniva da Napoli, spedito dal ministro cella guerra. Riferiva Montignyle sventure di Abruzzo, Antrodoco preso da 12,000 Tedeschi, essersi data Aquila, ceduta a patti la cittadella, sciolte le milizie civili, commossi i popoli a pro dei Borboni, se stesso con pochi respinto a Popoli. Riferiva il ministro la comparsa del nemico sul Liri, lo sbigottimento de’ popoli, i tumulti di alcuni paesi della Calabria. A cotal i novelle Gioacchino smarrì il senno, e, senza prender consiglio qual fosse da fare, deliberò da sé di menare l’esercito nelle proprie terre, e però dispose la ritirata. Il re, mostratosi in quella bisogna capitano e soldato infaticabile, operò col senno e con la mano, e in brevissimo tempo tutte le sue squadre ordinate a scacchiera, combattendo, riconduceva. La notte, allassati i Napoletani dal combattere e dalle durate fatiche riposarono a Macerata. Cominciò il movimento da questa città; il re era nella colonna del centro, la quale, giunta al piano, trovò impedita la strada da 800 fanti tedeschi con tre cannoni e 600 cavalli arringati percome battere, mentre che squadre più numerose assaltavano la città per le vie di Monte-Milone e Tolentino. L’esercito napolitano, messosi alla ventura di combattere, aprissi il varco, e si salvò. Intanto la brigata di 3000 uomini, ch’era uscita di Mont-Olmo, si fermò inSanta Giusta, e le altre due colonne giunsero a porto di Civita, e s’incontrarono alla legione Carascosa, che ordinatamente veniva di Ancona. In Macerata alloggiò l’esercito di Bianchi. Neipperg, non più rattenuto, gli si congiunse per Jesi e Filottrano. Quei due general i, mentre disegnavano le mosse e geometrizzavano novelle linee, davano, loro malgrado, tempo ai Napolitani di ristorare i danni e d’afforzarsi; ma di questo esercito era in vero perduto l’animo e la speranza, confuse le ordinanze. La Guardia, che dovea per comando accampare a porto di Civita, scomposta proseguì verso Fermo, e disperdessi; la seconda e terza legione alloggiarono confusamente e ribellanti; la brigata, che dovea fermarsi a Santa Giusta, andò inattesa a Fermo, e però al tutto le fallì la vittovaglia e ‘l campo. A tante sventure si aggiunsero, per istemperata pioggia ed aspro gelo, cruda notte, torrenti inguadabili; quini assai scompigli e deserzioni. L’esercito a bande recavasi a Pescara, e gli abbandoni divenivano maggiori, perché più agevol cosa era a’ soldati il far ritorno alle proprie case.
Stava a difesa della frontiera del Liri il generale Manhès con la quarta legione, 5000 soldati. Egli avea condotto a’ 2 di maggio le sue schiere a Ceperano, perché sul finire di aprile aveva avuto contezza, che il nemico per la valle del Sacco procedea verso il Regno. Quelle squadre, partite in due brigate, occuparono Veroli e Frosinone, ed a’ 6, sapute le sventure di Tolentino, furono sollecitamente ritratte a Ceperano, quindi, bruciato il ponte, a Roccasecca, Arce, Isola e San Germano; il corso del Liri e parte del Garigliano, linea difensiva del Regno, Portella e Fondi abbandonali; Itri era ben guardato dal 12. reggimento. Pochi soldati di Nugent campeggiavano tutta la frontiera dall’Aquila a fondi; le schiere di Bianchi e di Neipperg ordinate ad esercito avanzavano contra il Tronto ed il Liri; gl’Inglesi predarono una nave napolitana carica di attrezzi per Gaeta; poderosa armata era in Sicilia sul punto di levar l’ancore, accostarsi a diversi lidi, e disbarcare gran conta di soldati; nello interno. i popoli ribellati; nello esterno, caduta ogni speranza di pace; il principe di Cariati, di ritorno dal congresso di Vienna, rapportatore dello sdegno de’ re alleati; amare invettive ricevute per lettere dall’imperatore de’ Francesi, che chiamava quella sconsigliata guerra principio e forse cagione della rovina dell’Impero: da cotantefiere punture era trafitto l’animo di Gioacchino in Pescara. Allora volgendosi alle civili istituzioni, architettò così alla ricisa una costituzione politica, delle fogge comuni, e mandolla a Napoli per essere pubblicata. Era finta la data di Rimini 30 marzo, comeché spedita il 12 maggio, pubblicata il 18; non che tardo ed inutile, ridevol sostegno di già vacillante trono.
A quei giorni giunto nel golfo di Napoli con due vascelli e due fregate il commodoro inglese Champbell, spedi ambasciatore alla reggente, domandandole, a riscatto di guerra, le navi e tutti gli attrezzi di marina, ch’erano ne’ regi arsenali, e minacciando, se non se gli dessero, di tirar razzi a migliaia sulla città. Preso consiglio qual fosse da fare, alcuni consiglieri e magistrati di grido avvisarono rigettar la temeraria inchiesta; il ministro di Polizia ed altri pregavan pace; e la reggente, sponendo ch’era per mestieri non accrescere il numero de’ nemici, e togliere a Napoli occasione di agitarsi, die’ carico dell’accordo al principe di Cariati. Fermarono:
Che fossero consegnati al commodoro i legni da guerra napolitani, e tenuti ne’ magazzini regi in deposito gli attrezzi di marina; che sì degli uni «come degli altri si disponesse da due governi napolitano ed inglese, finita la guerra d’Italia:
Che la regina con la famiglia, persone e in robe di sua scelta, avesse imbarco e sicurezza sopra un vascello di Champbell:
Ch’ella potesse mandar negoziatore in Inghilterra a trattar pace:
Che la guerra tra l’armata inglese e Napoli cessasse a ratificamenti dell’accordo.
I quali subito dati, assicurarono la città, e la regina, che, attendendo alle streme cure dello Stato, e conversando con animo virile tra le milizie urbane, ne accresceva lo zelo, sedava i movimenti del popolo corrivo agli eccidi ed alle ruberie del 99. Stavano nella reggia la sorella Paolina, Io zio Cardinal Fesch, e la madre Letizia, a’ quali la regina apprestò imbarco per Francia; ed ai quattro teneri suoi figliuoli per Gaeta; e trattandosi di surrogare a Manhès altro generale di maggior senno e valore, il quale, respingendo i Tedeschi oltre il Liti, lasciasse, al re libera ritirata dagli Abruzzi, ella scelse, il generale Macdonald, napolitano, e ministro della guerra a quel tempo. Avuto il Macdonald il comando della quarta legione, mosse contro al nemico, e per piccioli fatti d’armi lo cacciò oltre la Melfa. il re intanto proseguiva a ritirarsi per la via di Abruzzo, seguito dalle meglio ordinate schiere della prima legione, accresciute di un battaglione italiano di nuova leva, solo aiuto, che per l’indipendenza d’Italia dessero gl’Italiani all’esercito di Napoli. Il generale Carrascosa, che comandava la retroguardia, fermatosi sule rive del Sangro per aspettar l’esito de’ movimenti di Macdonald, assalito, uccise molti de’ nemici, altri ne fe’ prigioni, e spinse il resto confusamente nella città di Castel di Sangro:estrema ventura a’ murattiani vessilli
Era divisamento e speranza del re giugnere con le schiere del generale Macdonald quelle che seco lui dalle Marche menava, riordinarle in Capua, trarre dalle province nuovi armati, e, lasciate ben guernite Ancona, Pescara, Gaeta e Capua, assembrare 15,000 soldati dietro la difensiva linea del Volturno. Imperò cautamente ritirandosi, Muratteneva sempre in linea le schiere, perché contemporanee giugnessero per le vie del Garigliano, di San Germano e degli Abruzzi. Ed in vero a’ dì 26 il reggimento de’ granatieri della Guardia accampava in Sessa, là quarta legione in Mignano, la prima a Menafro, le altre squadre spicciolate entravano nella fortezza. Ma in quella notte, assalita la quarta legione in Mignano da sopra i monti di San Pietro, scompigliatosi il retroguardo disordinatamente ritiravasi. Il generale lo soccorse con un reggimento di cavalleria, la quale, offesa da luoghi dove i cavalli aggiugner non poteano, a briglia sciolta rinculò, sì che le schiere, stanti a campo in Magnano, sbalordite a notte bruna dal vicino e crescente calpestio, travedendo nemici ne’ compagni, ciecamente sopra di loro presero a tirare. Confusione orrenda, irreparabile! Quei combattitori di guerra reciprocamente rendevansi offese per offese, credendosi chi sorpreso e chi tradito, siche sempre più intrigandosi le schiere, alla fin fine ogni ordine si scompose, abbandonarono il campo e diedero in volta. Avuto contezza di cotal avvenimento il generale Carrascosa,che veniva di Abruzzo, accelerò il cammino, e quella stessa rattezza ingenerò novelle deserzioni. Il re recossi a San Leucio, regia villa appresso a Caserta. Ivi gli venne rapportato, che soli 5000 fanti e 2000 cavalieri, entrambi sbalorditi e svogliati, erano in Capua; che molte artiglierie eransi per abbandono perdute; sciolta ogni disciplina; che i Tedeschi, in numero e in fortuna, stavano intorno a Capua, e ‘l principe reale don Leopoldo insiem con loro; che sei province (tre Abruzzi, Molise, Capitanata e Terra di Lavoro) già obbedivano a’ Borboni; che gl’Inglesi avean doppiate le forze navali nel golfo di Napoli, ed il re di Sicilia stavasi a Messina sul punto di valicare il Faro con poderose armate. A cotal i relazioni, veggendo. Murat già declinante l’impero, certo e vicino dei Borboni il ritorno, cavatosi d’ogni speranza, e deponendo le cure di capitano e di re, volse di pensiero a salvare se stesso e la famiglia. E’ però delegato il comando dell’esercito al general Carrascosa,sul cadere del giorno recossi privatamente a Napoli andò alla reggia, e giunto alla regina l’abbracciò, e con voce ferma: La fortuna ci ha traditi, sclamò, tutto e perduto… Ma non tutto, ella soggiunse, se conserveremo l’onore e la costanza. Furono ammessi a strettissimo circolo di corte i più fidi e’ i più cari, e dopo breve discorso congedati. Provvide co’ ministri a molte cose dello Stato; e mostrossi sereno, confortatore dei mesti, liberale.
Prima di partire, volle dar termine con la pace a’ travagli del Regno, e ne elesse negoziatori i general i Carrascosa e Colletta, i quali a’ 20 di maggio co’ general i Bianchi e Neipperg, e con lord Burghersh, per le parti dell’Inghilterra, convennero in una piccola casa del proprietario Lanza,tre miglia lontana da Capua, onde prese data e nome di Casalanza il trattato conchiusovi. Fermarono: pace fra i due eserciti; la fortezza dì Capua cedersi nel dì 21, la città di Napoli co’ suoi castelli nel 23, quindi il resto del Regno, ma non comprese le tre fortezze di Gaeta, Pescara ed Ancona; i presidi napolitani, che uscivano da’ luoghi forti, avere gli onori convenuti; il debito pubblico garentito; mantenute le vendite de’ beni dello Stato ì conservata la nuova nobiltà con l’antica; confermati ne’ gradi, onori e nelle pensioni i militari, i quali, giurata fedeltà a Ferdinando IV, passassero volontari a’ suoi stipendi.
Avuta Gioacchino contezza del trattato, al cadere dello stesso giorno partissi sconosciuto verso Pozzuoli, e di là sopra un palischermo si tradusse ad Ischia, ove rimase un giorno, e il dì 22 sopra legno più grande con poco seguito di cortigiani e di servi si partì per Francia. Intanto in Capua, all’uscire della prima legione napolitana per dar comode stanze a’ Tedeschi, la plebe si alzò a tumulto, ruppe le prigioni, e in peggiori disordini prorompeva, se da pochi general i ed uffiziali non fosse stata repressa. La stessa prima legione, non sì tosto ebbe messo il piede, fuori della fortezza che per diverse vie si disperde. In Napoli la plebaglia, velando di allegrezza i suoi moti, già tumultuava. Carolina Murat, che stava ancora nella reggia, reggente del Regno, ben veggendo che la guardia di sicurezza non sarebbe stata bastante ad infrenare quella bruzzaglia, pregò per lettere l’ammiraglio inglese a spedire in città qualche schiera a sostegno degli ordini civili, e n’ebbe 300 Inglesi, alla vista dei quali paventaron forte i tumultuanti. Ella in quel mezzo imbarcossi sopra vascello inglese con alcuni della sua corte, e tre già ministri, Agar, Zurlo, e Macdonald, e pochi altri personaggi. Frattanto i fuggiaschi di Capua, chiamati dal desìo di preda, pervenivano a torme nella città; i prigioni di Napoli levavansi a tumulto, fortemente scuotendo le porte delle carceri: la guardia di sicurezza era ormai stanca, gl’Inglesi pochi, e, che maggior cosa è, sovrastava la notte. Era l’istante, in cui prevalendo la plebaglia già tenevasi presta a prorompere, quando esortati da messi e lettere della municipalità, giunsero al declinare del giorno alcuni squadroni austriaci, i quali congiuntisi con le guardie urbane, dopo aver ucciso cento, almeno, di quei tristi, e ferito altri mille, soppressero i tumulti, ed ogni iniqua speranza di dar la spogliazza ammorzarono. In quella notte furono in città luminarie grandi, e nel seguente giorno tripudi e festive grida di popolo, e nel porto il vascello, che albergava, la regina, e le altre navi tutte, ornati a festa. A’ 23, secondo i fermati patti, fecero ingresso le schiere tedesche, le quali con suoni e segni di vittoria seguivano il principe reale D. Leopoldo Borbone.
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