COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (XIII)
Seconda restaurazione de’ Borboni sul trono di Napoli
Il congresso di Vienna dichiarò Gioacchino Murat decaduto dal trono di Napoli per la guerra d’Italia nel 1815,e ristabilita la vecchia dinastia dei Borboni. L’esercito siciliano ed i cinque fogli del re Ferdinando, scritti in Messina dal 20 al 24 maggio, giunsero in Napoli quando la conquista era stata già compiuta da’ Tedeschi. Di quei fogli erano i sensi: pace, concordia, obblio delle passate vicende; vi si toccava di leggi fondamentali dello stato; erano confermati gl’impieghi militari, mantenuti i civili, conservati i codici del Decennio, e gli ordinamenti di pubblica economia. Furono ministri il marchese Crcello, il cavalier Medici, il marchese Tommasi.
Il telegrafo segnò la partenza del Re da Messina, ed allora Carolina Murat sciolse dal porto di Napoli, prese i figli a Gaeta, e seguì l’odioso cammino di Trieste. Il dì 4 giugno pervenne il Re a Baia, il 6 a Portici, e dopo tre giorni fece pubblico ingresso in Napoli sopra un destriero tra gridi di sincera gioia.
A quei giorni giunse in Napoli la nuova della battaglia di Waterloo data il 18 giugno nella quale i Francesi, comandati da Buonaparte furono intieramente sconfitti dagl’Inglesi e Prussiani, i primi sotto gli ordini del generale Wellington, ed isecondi sotto quelli del generale Blucher. Con feste la vittoria fu celebrata, e allora il general Begani, comandante di Gaeta, che ancora combatteva sotto l’insegna di Murat, cede la fortezza. Il propugnacolo di Pescara, comandato dal general Napoletani, era stato ceduto il 28 maggio; la rocca di Ancona; di cui il comandante era il generale Montemajor, nel dì seguente.
Cominciando il riordinamento del Regno dalla finanza pubblica, furono confermati i sistemi finanzieri del Decennio; la legge delle patenti abolita; sopra rendite iscritte si vendevano i beni dello Stato, si francavano i censi, si alienavano i beni delle fondazioni pubbliche e mutavansi in rendite sul Gran Libro dello Stato; si fondò la cassa di sconto, usata in Inghilterra, in Francia ed altrove, alla quale fu adoperato un milione di ducati del banco di corte.
Essendo grave all’erario il mantenimento dell’oste tedesca, s’imprese a comporre il proprio esercito. Fu creato un consiglio detto Supremo, come Aulico quello di Vienna, composto del principe reale don Leopoldo, presidente, del marchese Saint-Clair, vicepresidente, e di quattro general i, consiglieri.
Nell’amministrazione civile; furono. confermati gli ordini municipali e provinciali, ma rivocato il consiglio di Stato. Il ministero dell’Interno fu commesso ad un tal Parise, Siciliano, e, dopo la sua morte, al ministro di marina general Naselli. Si fece eletta di parecchi magistrati di buona lama e dottrina per riformare i codici dello Stato; erano intanto in vigore quelli del Decennio, abolito solamente il divorzio: altre adunanze riformavano il codice militare.
Dopo la battaglia di Waterloo e la caduta dell’impero francese, varie buccinavansi le voci su le sorti di Gioacchino Murat; chi lo diceva in Tunisi, chi in America, chi avvisava che ascoso si tenesse in Francia, o che travagliato si fuggisse a ventura. Ho di sopra narrato le sventure di lui nella guerra d’Italia, e la fuga dal Regno, e come in Ischia imbarcatosi sopra picciol naviglio navigasse per Francia. Giunto a Frejus il 28 maggio approdò al lido stesso tocco due mesi avanti dal prigioniero dell’Elba. In su la terra di Francia mille dolci pensieri e mille amare rimembranze il martellavano, alche potendo in lui, più che la speranza, il timore, non osò recarsi a Parigi, si fermò a Tolone. Scrisse lettere a Fouché perché s’interponesse a suo pro appresso all’imperatore Buonaparte, e questi rispose a quel ministro con rammentargli le offese dal cognato ricevute. Im. però Gioacchino dimorò in Tolone sino alla caduta di Buonaparte dopo la battaglia di Waterloo; ché Tolone, Nimes, Marsiglia, agitate dopo quei fatti da furie civili, e i partigiani dell’impero trucidati, Gioacchino si rimpiattò, e mandò lettere allo stesso Fouché, testé ministro di Buonaparte, ora di Luigi, pregandolo di un passaporto per l’Inghilterra, la stessa cosa scrivendo a Maceroni, suo uffiziale di ordinanza quando regnava, rimastogli fido, e per ingegno e fortuna noto a’ re alleati. Ma Fouché non rispose, e Maceroni venuto in sospetto della Polizia di Francia, fu imprigionato. Cercato da’ manigoldi di Tolone, insidiato dal marchese La Rivière, il poco avventurato Gioacchino scrisse lettere al re di Francia, ma indiritte a Fouché, perché questi di propria mano gliele appresentasse; il foglio al re non avea data per non appalesare l’asilo, né mentirlo; quello al ministro diceva, dall’oscuro abisso del mio carcere. Vani tornarono i prieghi di Murat: ché l’astuto ministro non rispose, e ‘l re pur tacque. Da ultimo memore del cinto diadema e de’ fasti di guerra e de’ tanti confidenti colloqui co’ re collegati, deliberò di recarsi a Parigi, e fare lor chiara la misera sua condizione. Non imprese il cammino di terra, perché vivido e rappreso stava ancora sul suolo il sangue del maresciallo Brune; e però fe’ noleggiare una nave, che il menasse a Hayrede-Grace, donde senza periglio muover potea per Parigi. Quando fu un pezzo fra notte recossi Gioacchino alla recondita spiaggia disegnata al piloto; ma o per errore o per caso andò la nave in altro luogo, e Murat vedendo, dopo lungo aspettare, che già spuntava la prima luce, rinselvossi, e, dopo aver campato altre insidie, alfine sopra frale navicella si fuggì di Francia alla volta di Corsica, terra ospitale, patria di molti combattitori di guerra, già suoi compagni di gloria. Eransi due giorni rivolti che navigavan per quell’isola, quando d’improvviso abbuiasi il cielo, s’addensano le nubi, e per le folate impetuose del vento le onde orribilmente si accavallano, sì che per trent’ore corre il legno a fortuna dimare. Calmatasi la procella, abbatterono ad altra nave più grande, che veleggiava verso Francia; ed uno de’ tre seguaci di Gioacchino pregò il piloto che vedesse raccoglierli, e, per larga mercede, menarli in Corsica, appresentatogli il sofferto temporale, e ‘l picciol naviglio in più parti sdrucito e mal concio per gli urti de’ fortunosi flutti e de’ contrari venti. Ma quegli, o perché fosse d’umanità svestito, o che temesse di agguato, o di contagio, non si curò di loro, ma guatolli, e, rigettando con disdegno l’inchiesta e le profferte, via trapassò. Indi a poco furon raggiunti que’ malavventurosi dalla Corriera, che del continuo spassa tra Marsiglia e Bastia; ed appena Gioacchino palesò il suo nome, fu accolto ed onorato dare. Il dì seguente sbarcò a Bastia. La Corsica era a quei giorni sconvolta da rivoltare politiche, e Gioacchino per prudenza e sicurtà passò a Vescovado, indi ad Aiaccio, sempre perseguitato da’ reggitori dell’isola, e sempre difeso dagl’isolani sollevati in armi. I quali popolari favori l’inanimirono a far disegno, non rivelato che a’ suoi più fidi, di raccogliere una squadra di Corsi, pronti a cimenti, di noleggiare alcune barche, di approdare a Salerno, dove stavano 3000 delgià suo esercito, di passar con loro ad Avellino, quindi alla Basilicata, e di riempiere procedendo, della sua fama tutto il regno, e di sconvolgerne il civil reggimento. Il lungo uso di guerra e la sua naturale baldanza gli facean perdere il ben dell’intelletto.
Anzi che movesse, lettere indirittegli dal Maceroni, da Calvi, annunziavano ch’egli a lui veniva apportatore di buone novelle; e giunto il dimani, narrò brevemente i propri casi, e gli porse un foglio, che in idioma francese diceva:
«Sua Maestà l’Imperatore d’Austria concede asilo al re Gioacchino sotto le condizioni seguenti.
«1. Il re assumerà un nome privato; la regina ’avendo preso guelfe di Lipano, si propone lo stesso al re:
«2. Potrà il re dimorare in una delle città della Boemia, della Moravia, o dell’Austria superiore, o, se vuole, in una campagna delle stesse province:
«3. Farà col suo onore guarentigia di non abbandonare gli stati austriaci senza l’espresso consentimento dell’Imperatore; e di vivere qualuomo privato sottomesso alle leggi della monarchia austriaca.
«Dato a Parigi il settembre 1815.»
Per comando di S. M. I. R. A.
Il PRINCIPE DI METTERNICH
«A re caduto dal trono, disse Gioacchino, non rimane che morir da soldato. Tardi giugnesti, Maceroni; tre meri aspettai, ma indarno, la decisione de’ re alleati; ho già fermo in mio cuore di riconquistare il reame di Napoli, se il vuol fortuna, ¡strumento di Dio. Io tento quelle vie, onde Buonaparte tornò al trono di Francia: ei fu sconfitto in Waterloo, ed ora e prigione in Sant’Elena; se correrò egual sorte, sarà Napoli la mia Sant’Elena». Disse ed accomiatollo. La notte del 28 settembre Gioacchino con 200Corsi sopra sei barche salparono di Aiaccio, ed era sereno il cielo, placido il mare, propizio il vento, apparecchiata ad ogni cimento la schiera, gaio oltre l’usato Murat. Per sei dì prosperamente navigò quella piccola flottiglia, poi per tre giorni combattuta da contrari venti si disperse; sì che due legni, l’uno de’ quali tenea Gioacchino, erravano per fortunose onde nel golfo di Santa Eufemia, altri due a vista di Policastro, un quinto nei mari della Sicilia, ed il sesto a ventura. Gioacchino stette alquanto in dibattito, e poscia (avventato partito)! deliberò di approdare al Pizzo per muovere con 28 seguaci al conquisto di un regno.
Agli 8 di ottobre, giorno festereccio e guardato per tutta la città, vi sbarcò seguito dai suoi, cacciossi in mezzo alla piazza col suo vessillo inalberato, sciamando: «Io son Gioacchino, gridate tutti: Viva il re Gioacchino Murat». I circostanti tennero silenzio. Gioacchino, addatosi delle fredde accoglienze, volse i passi verso Monteleone, città grande, ov’egli sperava giuocar di migliore. Ma nel Pizzo un tal Trentacapilli, capitano, ed una gente del duca dell’Infantado fanno tostamente accolta di aderenti e partigiani, e quando sono a gittata scaricano sopra di lui archibugiate. Rimane ucciso il capitano Moltedo, ferito il tenente Pernice, si apparecchiano gli altri a difendersi con valenteria, e Gioacchino coi cenni e con le mani il vieta. Gli abitanti del Pizzo vi traggono a calca, ingomberano il terreno, sì che chiuso ogni varco, non offre scampo che il mare, e Gioacchino, aggrappandosi per balze e greppi, vi s’inerpica, sdrucciola. precipita giù, giugne al lido,chiama ad alta voce Barbarà(era il nome del condottiero), ma la sua barca più al largo correa. Murat stava a fidanza di Barbarà. Reco fede d’onest’uomo! Gioacchino, disperato di quel soccorso, sforzasi di lanciar nell’acqua uno schiffo, che per avventura stava a secco in sulla riva, quand’ecco gli e alle spalle Trentacapilli con numeroso stuolo di gente armata di archibugi, stocchi, mazzeri, sassi; lo accerchiano, gli si avventano addosso, gli strappano le reali vestimenta,ed i gioielli che portava al cappello e sul petto, il feriscono in viso, e pur anche le donne si danno a tempestarlo di fieri colpi. Così sfregiato il menano in carcere nel picciol castello della stessa città insiem co’ compagni, che avean presi e pur mal conci. Prima la fama e poi lettere annunziaron quei fatti al podestà della Provincia. Comandava nelle Calabrie il general Nunziante, il quale a quei giorni avea sue stanze in Tropea: egli spedì al Pizzo il capitano Stralli con alquanti soldati. Questi recatosi al castello imprese a scrivere i nomi dei prigioni, e, dopo averne interrogati due, domandato il terzo del nome: «Gioacchino Murat, re di Napoli»quegli rispose. A questi accenti compreso lo Stralli da maraviglia mista a rispetto, il pregò di passare a stanza migliore, e gli si porse largo di cure e cortesie. In poco d’ora vi giunse Nunziante, sommessamente salutò Murat, e di presente il provvide di cibo e vestimenti, conciliando (malagevol opera)! la fede al re Borbone, e la riverenza a un tempo e la pietade a Murat, caduto in fondo di fortuna.
Il telegrafo incontanente annunzia a Napoli i casi del Pizzo. Per via di segni e di messi fu dato immantinente comando che un tribunal militare dovesse giudicarlo. Giugne il comando nella notte del 12, si eleggono sette giudici, e quel concilio adunasi in una stanza del castello. In altra Gioacchino dormiva l’ultimo sonno della vita. La dimane entratovi Nunziante, e trovatolo che dormiva come i fortunati, preso da pietà non destollo; ed allorché per sazietà di sonno aprì le luci, quegli composto a dolore gli fe’noto che il Governo avea prescritto ch’ei fosse da una commessione militare giudicato. cotal annunzio gli fe’ velo di pianto a’ lumi; ma tosto di se medesimo seco vergognandosi, rincacciollo, e domandò se gli era dato di vergare una lettera a sua consorte, e Nunziante accennatogli il sì, scrisse in idioma francese:
«Mia cara Carolina, l’ultima mia ora e suonata: tra pochi istanti io avrò cessato di vivere, e tu di aver marito. Non obbliarmi mai: io muoio innocente: la mia vita non è macchiata di alcuna ingiustizia. Addio, mio Achille, addio, mia Letizia, addio, mio Luciano, addio, mia Luisa, mostratevi al mondo degni di me. Io vi lascio senza regno e senza beni. Siate uniti e maggiori dell’infortunio; pensate a ciò che siete, non mica a quel che foste, e Iddio benedirà la vostra modestia. Non maledite la mia memoria. Sappiate che il mio maggior tormento in questi stremi di vita e il morire lontano dai figli. Ricevete la paterna benedizione, ricevete i miei abbraccia menti e le mie lacrime. Ognora pre sente alla vostra memoria sia il vostro infelice padre—Gioacchino. Pizzo 13 ottobre 1815».
Recise alcune ciocche de’ suoi capelli e le chiuse nel foglio, che consegnò e caldamente raccomandò al general e. Vietò al capitano Starace di parlare in sua difesa; e al giudice compilatore del processo, che il chiedeva, secondo la costumanza, del nome, rispose tuonando: «Io sono Gioacchino Murat, re delle due Sicilie, e vostro; partite, sgomberate di voi la mia prigione». Rimasto solo, non piangeva, sì dentro impietrò, tenendo fisse ed immobili le sue pupille sopra i ritratti della sua famiglia. Indi a poco il sacerdote Masdea il pregò, che gli dovesse piacere d’acconciarsi dell’anima, ed egli, rendendosene agevolissimo, rispose: Io sono acconcio di ciò fare. Ei compié daddovero gli atti di cristiano con filosofica rassegnazione, e, ad inchiesta dello stesso ministro di Dio, scrisse in idioma francese: «Dichiaro di morire da buon cristiano—G. N. —»
Frattanto il tribunale militare profferiva: Che Gioacchino Murat, con 28 compagni avendo eccitato il popolo a civil rivoltura, e però offeso la legittima sovranità, qual nemico della tranquillità pubblica era condannato a morte, in forza di legge del Decennio mantenuta in vigore. Il prigioniero, dopo aver udito con freddezza e disdegno la sentenza, fu menato in un piccol ricinto del castello, ove lo attendeva uno squadrone di soldati attelato in due file. Il malarrivato Murat si tiene allora spacciato; e però rinverdendo in lui la natural baldanza, ricusa la benda, onde voleano far velo a’ suoi occhi, guata con intrepidità serena il ferale apparecchio delle armi, Sporta in fuori il petto, e da se stesso allogandosi in attitudine da offerire il più di superficie ai colpi di archibusi: Soldati, sclama, mirate al cuore, additandolo con la mano, salvate il viso. Disse, e più non fu. Le sue spoglie in un co’ ritratti della famiglia, cui, tuttoché spento, pur tenea strette in mano, furon sepolti in quello stesso tempio cinque anni innanzi eretto dalla sua pietà, quando trovandosi egli al Pizzo, il su mentovato sacerdote Masdea gli domandò un soccorso per compiere le fabbriche di nell’edilizio, e Gioacchino il concesse più largo delle speranze. E così al quarantesim’ottavo anno di vita, settimo di regno, di questo mortal secolo trapassava Gioacchino Murat, addomandato l’Achille della Francia, perché prode ed invulnerabile in guerra al par di quello della Grecia; dotato di desiderii da re, mente da soldato, cuore di amico…
Erano pochi giorni rivolti dopo i fatti del Pizzo, allorché il nostro regno fu di spavento e pietade invaso; la peste si apprese in Noia, piccola città della Puglia, cui l’Adriatico bagna, popolata di 5200 abitanti, per esecranda fame d’oro introdotta con alcune merci, ignorandosi se da Dalmazia o da Smirne. A’ 23 novembre quell’orribil flagello di Dio troncò la prima vita, e al 7 giugno del 1816 ebbe fine: durò quella sventura sei mesi e mezzo, e spense il vivere a 728 abitanti di Noia. Provveder divino volle salvo il regno e l’Italia.
A quei giorni si apprese in una notte il fuoco, e fu caso, al magnifico teatro di San Carlo, mentre da pochi attori facevansi le prime prove di un dramma. In meno di due ore quel grandioso albergo delle arti belle tramutossi in cenere. Ingiunse Ferdinando che fosse al più tosto rifatto, e dopo il volger di sette lune risorse più bello dell’antico.
Per magrezza di ricolto patì fame il popolo in quel medesimo anno e nel seguente, e compagne della penuria e del disagio furono le febbri, divenute mortali e contagiose.
Avendo udito il Re, quand’era in Sicilia, che demolivasi in Napoli il sacro tempio di San Francesco da Paola per ingrandire il foro della reggia e sostituire a quella chiesa un Panteon, ei fe’ voto di rialzarla più decorosa quando che a Dio piacesse di rimenarlo al suo perduto trono. Esaudillo l’Altissimo nel 1815, e allora il Re tostamente decretò, che si riedificasse quel tempio, commettendone l’opera all’architetto Bianchi da Lugano. Con pubblica e sacra ceremoniavi pose il Re con le proprie mani la prima pietra il 17 giugno del 1816. Il Landi, il Camuccini edi migliori ingegni napolitani nella pittura e scultura resero assai pregevole quei monumento pe’ loro immortali lavorìi.
La Polizia, dopo essere stata per parecchi mesi nelle mani del cavaliere Medici, passò in quelle del principe di Canosa, e rivocato costui, fu nominato, non già ministro di Polizia, ma direttore del ministero, Francesco Patrizio.
Nel 1817 il Re fregiò d’una medaglia, che chiamò di Onore, tutti i militari, che ne’ dieci anni della dominazione francese eran seco lui rimasi in Sicilia; era di bronzo, con l’effigie del Re in una faccia, nell’altra con lo scritto: Costante attaccamento; una stella a quattro raggi la conteneva, sostenuta da nastro rosso. Fu questo l’ultimo atto del supremo Consiglio per la guerra: ché gioito, ed eletto capo delle armi il generale Nugent, nato al servizio allora dell’Austria. Le molte compagnie di miliziotti composte nel 1790, poi dette nella repubblica guardie civiche, abolite alla caduta di quel governo, rinnovate nel regno di Giuseppe, accresciute da Gioacchino, e chiamate legioni provinciali, vennero formate nel 1817 in reggimenti ventuno, quante sono le province nelle due Sicilie. Nella città dominante erano stati confermati cinque battaglioni (quattro di fanti, uno di cavalieri) di guardia di sicurezza, i medesimi già formati sotto la signoria di Gioacchino.
Il congresso di Vienna riunendo in un regno le due Sicilie, re Ferdinando, IV nel reame di Napoli, III in quello di Sicilia, fu Inel regno unito, e, pigliando esempio dai re normanni, appellò duca di Calabria il figlio erede del trono; principe di Salerno il secondo nato; duca di Noto, il primo figlio del duca di Calabria; principe di Capua il secondo; conte di Siracusa il terzo; ed il quarto conte di Lecce. Altro editto dello stesso giorno instituí un consiglio di cancelleria di dodici consiglieri ordinari, cinque straordinari, otto refendari; ed era ufizio degli ordinari il consigliare; de’ referendari l’informare; e degli straordinari il dar voto, ma solamente nelle adunanze general i. Il consiglio, partito in tre camere, provvedeva all’amministrazione delle comunità, ed alle fondazioni pubbliche o religiose. Altre due leggi, pure di quel giorno, riordinarono il consiglio di Stato e il ministero: questo fu diviso in otto segreterie di Stato; la Polizia, in luogo di un ministro, ebbe un direttore. I siciliani empivano la quarta parte della cancelleria del consiglio di Stato, del ministero. Il duca di Calabria fu detto luogotenente del Re in Sicilia.
Per nuova legge, riguardante il Tavoliere di Capitanata, fu destinata non poca parte di quelle immense terre a pastura vaga e nomada. L’oste alemanna, ridotta a 12,000 soldati, partissi nell’agosto dell’anno 17, e, comecché fosse il nostro reame d’ogni straniera forza scemo, vi si godeva pace tranquilla, sopra tutto quando fu fatto compiuto eccidio de’ Vardarefli, brigata di scherani, genia di grassatori, che a quei giorni le nostre terre miseramente infestavano.
Nel 1818 Napoli fermò il concordato con la corte di Roma; ma prima ch’io imprenda a farne motto, pensomi sarà per riuscir utile al lettore lo sporre gli altri trattati con le corti straniere. Il re di Napoli a’ 9 Giugno 1815aderì al congresso di Vienna. Ai 12 dello stesso Giugno fermò alleanza con l’Austria. Ai 26 settembre 1815 si unì alla S. Alleanza. Ai dì 3, 17 e 29 aprile 1816 conchiuse pace con gli stati di Algeri, Tunisi e Tripoli, negoziatore per le nostre parti lord Exmouth, ammiraglio britannico; pagando il governo di Napoli annual tributo di 40,000 piastre spagnuole, e, nel tempo del trattato, il riscatto de’ già fatti schiavi. Per trattati novelli del 25 settembre 1816 con la Inghilterra, del 26 febbraio 1817 con la Francia, e del 15 agosto dello stesso anno con la Spagna, furono aboliti gli antichi, e si diede al commercio delle tre su mentovate nazioni il ribasso del decimo dei dazi, che si pagano dagli altri legni stranieri o napolitani. Nell’anno 1818 fu concordata con tutte le corti europee l’abolizione dell’Albinaggio. Nel dicembre 1819 si fece trattato col Portogallo, e si convenne dargli, per essere tradotti a Rio–Janeiro, i condannati a vita il16 febbraio 1818 Napoli accordossi con Roma, e furon eletti a negoziatori, il cavalier Medici per le parti di Napoli, il Cardinal Consalvi per quelle di Roma; i quali trattatori convennero in Terracina, e fermarono il concordato, del quale le parti degne di essere ammentate sono le seguenti:
1. Riordinamento delle diocesi; erano i vescovi 132, poi ridotti, per vacanze non provvedute, a 43; oggi saliti a 109.
2. Riconoscimento delle vendite de’ beni ecclesiastici, seguite ne’ regni di Ferdinando, Giuseppe e Gioacchino. I beni non ancora venduti, restituirsi.
3. Ristabilimento de’ conventi nel maggior numero che si possa, avuto riguardo alla quantità de’ beni restituiti, ed alle assegnazioni possibili alla finanza.
4.Diritto di nuovi acquisti alla Chiesa.
5. Divieto, al presente Re, ed a’ Re successori di disporre de’ possessi ecclesiastici; oggi via più dichiarati e riconosciuti sacri, inviolabili.
6. Annuo pagamento a Roma di ducati 12,000 sopra le rendite de’ vescovadi napolitani.
7. Ristabilimento del foro ecclesiastico per le discipline de’ cherici, e delle cause (benché fra i laici) che chiamò ecclesiastiche il tridentino concilio.
8. Facoltà di censura ne’ Vescovi contra qualunque trasgredisse le leggi ecclesiastiche ed i sacri canoni.
9. Libero a’ Vescovi comunicare co’ popoli; libero corrispondere col Papa; concesso ad ognuno ricorrere alla corte romana; i divieti del liceatscribere rivocati.
10. Facoltà de’ Vescovi d’impedire la stampa o la pubblicazione de’ libri giudicati contrari alle sacre dottrine.
11. Dato al Re proporre i Vescovi; riserbato al Pontefice il diritto di scrutinio e consecrazione.
12. Prescritto il giuramento de’ Vescovi, cioè: «Io giuro e prometto sopra i santi evangeli obbedienza e fedeltà alla real Maestà. Parimenti prometto che io non avrò alcuna comunicazione, né interverrò ad alcuna adunanza, né conserverò dentro o fuori del Regno alcuna sospetta unione, che noccia alla pubblica tranquillità. E se, tanto nella mia diocesi che altrove, saprò che alcuna cosa si tratti a danno dello Stato, la manifesterò a S. M.»Intendevano all’adempimento delle rifermate cose il marchese Tommasi per le parti di Napoli, il vescovo Giustiniani per quelle di Roma.
Avendo narrati i trattati intervenuti dal 1815 sino a questi giorni, mi avviso dover pure riferire i matrimoni degni di storia nel medesimo tempo effettuati. Ai 4 aprile. 1816 furon celebrate le nozze tra ‘lduca di Berry, nipote al re di Francia, e la principessa Carolina Ferdinanda, figlia primogenita del duca di Calabria, la quale aveva appena tracorsi i tre lustri, gradevole della persona, di colto ingegno. A’ 16 luglio del medesimo anno il principe di Salerno si avvinse in coniugal nodo con l’arciduchessa Maria Clementina, figlia dell’imperator d’Austria. Ed a’ 3 agosto 1818 l’infante don Francesco di Paola, fratello al re di Spagna, strinse matrimonio con la principessa Luisa Carlotta, secondogenita del duca di Calabria, giovinetta pur ella di vaghe e leggiadre forme.
In questo tempo il Re insiem con la moglieFloridia si tradusse a Roma per inchinare il Papa, ed al ritorno menò seco lui il fratello Carlo IV, in quella città confinato dopo i rivolgimenti del suo regno. Il duca di Calabria indi a poco recossi pur egli a Roma, trovò inferma la regina di Spagna, e, vistone il fine, accelerò il ritorno a Napoli.
Nel 19 gennaio 1819 serenamente di questo mortalsecolo passava Carlo IV, nato in Napoli l’anno 1748, partitone con Carlo, suo padre, nel 1789; e le sue spoglie, prima deposte nella chiesa di Santa Chiara, dove han tomba i re di Napoli, furon poscia trasportate nella Spagna.
In aprile dello stesso anno venne a Napoli per diportarsi l’imperatore d’Austria Francesco I, in compagnia della consorte e di una figlia, seguito dal principe di Metterniche da parecchi personaggi di fama. Ebbe alloggiamento nella reggia; indi nel maggio seguente si parti.
Inquesto tempo fu instituito l’ordine cavalleresco di San Giorgio, con l’aggiunto nome di Riunione, per segnare il tempo, nel quale i due regni separati si composero e riunirono in uno. Il nastro e turchino orIato di giallo, i colori della stella rubino e bianco, i motti in hoc cigno vinces circondanti l’effigie del Santo, ed all’opposta parte, virtuti dandosi cotal ordine militare al valore ed ai servigi di guerra per giudizio di un capitolo di general i; gran maestro il Re, gran contestabile il principe ereditario della corona, gran collane gli avventurosi capi dell’esercito, gran croci i general i più chiari in guerra, e così discendendo per otto gradi sino a’ soldati. Indi a poco pubblicaronsi i novelli codici, sei, ma in nulla mutarono quei di commercio e di procedura.
A questi giorni ritogliendo nella provincia di Lecce i germi di politici sconvolgimenti, vi andò commissario del Re con la possanza dell’alter-ego il general Church, nato Inglese, agli stipendi di Napoli, il quale, per rigor grande e giusto, rese a quella provincia la quiete pubblica. La Polizia, prendendo novelle forme, si unì al ministero della Giustizia, e ne fu eletto direttore un tal Giampietro; sì che in questo tempo avevasi Napoli codici eguali, giusti; la finanza ricca, comune; l’amministrazione civile, sapiente; il potere giudiziario, indipendente; i ministri del Re, e gli amministratori delle rendite nazionali, soggetti a pubblico sindacato; e finalmente decurionati, consigli di provincia, cancelleria, tutte congreghe di cittadini e magistrati, attendenti al bene comune; s’imprendevano lavori di pietà e di utilità pubblica; la fondazione di alcuni altri Orfanotrofi, delle scuole di agricoltura, di veterinaria, e di applicazione militare, sono opere di questi tempi, come, pure la riforma del sistema di coniar le monete; pro«sperava lo Stato; a dir breve, Napoli potea noverarsi tra i meglio governati regni di Europa, quando nuovo avvenimento intervenne, la civil rivoltura del luglio 1820, per la quale si gridò la costituzione delle Cortes di Spagna. Il ministero fu cangiato, molte mutazioni accaddero nello Stato, delle quali non fia disaggradevole il non far motto. Le principali corti, la Russia, l’Austria, la Prussia, riprovavano il novello governo di Napoli; la Francia nolriconosceva; taceva l’Inghilterra; e comecché la Spagna, la Svizzera, i paesi Bassi, la Svezia ne facessero formale riconoscimento, non però di meno era poca la sicurtà a fronte del periglio. E però dopo nove mesi per deliberazioni fatte da’ re contrari, ed in ispezialità da’ sovrani di Russia, di Prussia e d’Austria ne’ congressi di Troppau e di Laybach, re Ferdinando, che, imbarcato il mattino del 4 dicembre dello stesso anno sopra vascello inglese (il Vendicatore, lo stesso che dopo la battaglia di Waterloo accolse prigioniero in Rochefort l’imperatore Buonaparte), erasi recato a que’ medesimi congressi, rientrò nel suo regno, accompagnato da poderosa oste austriaca, retta dal general Frimont, il 23 marzo del 1821. Quell’esercito d’Austria stanziò nelle nostre province per lo spazio di cinque anni.
La Sicilia in cotal i rivolgimenti non si rimase tranquilla. Palermo tumultuò, e la rivoluzione si distese da questa città sino al Vallo dello stesso nome, ed indi al contiguo di Girgenti. Dio, Re, costituzione di Spagna ed Indipendenza fu il motto della rivoluzione, bruttata dalle violenze nella città, dalle scorrerie nelle campagne, dalle uccisioni e ruberie ne’ paesi contrari: cose umane e divine la stessa furia distruggeva con turpitudini d’anarchia. Il general Church, capo militare dell’isola, il quale volle reprimere que’ moti, fu dalla plebaglia oltraggiato; minacciato, inseguito; e ‘l general Coglitore, a’ suoi fianchi ferito. Il general Naselli, luogotenente del Re, fu scacciato. Non però di meno Palermo fu tra breve tempo sottomessa dalle milizie, che da Napoli furono colà spedite. Nuovi tumulti, che in poco d’ora trascorsero in ribellione, intervennero pure in Messina il 26 marzo del 1821. Il luogotenente del Re, principe della Scaletta, minacciato e fuggitivo, i magistrati atterriti e nascosti; la somma della possanza in mano del generale Rossaroll, che reggeva le milizie di quel Vallo. Ma rallentata la foga, gran numero di cittadini nella stessa Messina si assembrarono armati in sostegno della quiete pubblica, e per infrenare ed opprimere i rubelli, sì che di costoro, chi fuggì, che si nascose; e ‘l general Rossaroll, dopo brieve disordinato impero, imbarcato da fuggitivo, andò in Ispagna.
Il Re, fermate le massime d’impero, per nuova legge sciolse le milizie civili, rivocò le leggi del reggimento costituzionale. In questo mezzo arrivò in città ministro di Polizia il principe di Canosa. Furon create le giunte di scrutinio per esaminare il contegno serbato dagli ufiziali della corona in quelle politiche rivolto re. Al consiglio di cancelleria si fé succedere la Consulta generale del Regno.
Cessati i civili rivolgimenti, insorsero i naturali nel 1822.
Orribili turbini devastarono vasti tenimenti, uccisero uomini ed armenti; per fulmini, in un medesimo giorno, in vari luoghi, fu spenta a parecchie persone la vita; la città del Pizzo, inondata dalle acque marine per furioso vento sollevate, perdè tre uomini, e restò ingombra di sassi e d’alga; il Vesuvio eruttò più fiate fiamme, ceneri e lava, e comecché questa, di sé coprendo non poca terra, ingenerasse danno a’ circostanti poderi, non però di meno fu lieve cotal dammaggioa comparazione dell’altro cagionato dalle piogge di ceneri e lapilli, che addensate per acqua in dura materia, insterilirono vasti e fertili campi. Nella città del Vasto molte case franarono, e, salvatisi gli abitanti, que’ rottami, coprendo terre ubertose, addoppiarono i danni. Nelle Calabrie, negli Abruzzi, nella Sicilia continui tremuoti faceanvi traballerò gli edilizi, ed oppressavano quei trangosciati abitatori.
In questo medesimo anno il re di Prussia, i suoi figli ed il sovrano di Lucca vennero a diporto in Napoli, e poco appresso, sopra vascello napolitano, vi giunse la già imperatrice duchessa di Parma, vedova Buonaparte. Ed a questi giorni con pubblica festevol ceremonia si espose nell’edilizio de’ regi studi la marmorea statua del Re, colossale, in foggia di guerriero, opera di Antonio Canova.
Si cambiò il ministero di Polizia in Direzione; il principe di Canosa, che n’era ministro, fu nominato consigliere di Stato. Si ricomponevano i magistrati, l’esercito. Per decreto fu fatto ministro il cavalier Medici, che allora dimorava in Firenze; e ‘l Re, rivocati gli antichi ministri, altri ne scelse: Canosa uscì fuori del Regno.
Radunatisi un giorno per consiglio nella reggia diciotto personaggi, a quel consesso si fecero cinque domande in affari di Stato; ed essendo espressa nelle dimande stesse la volontà del governo, il consiglio rispose affermando, e si decretò:
Che le Due Sicilie si governassero separatamente, sotto l’unico impero del Re: fossero proprie le imposte, la finanza, le spese, la ’giustizia criminale e civile, e propri gl’impieghi, così che nessun cittadino di uno Stato potesse aver carica nell’altro.
Che il Re trattasse le cose del Regno in un Consiglio di Stato di dodici almeno, sei consiglieri, sei ministri:
Che le leggi o i decreti e le ordinanze in materia di governo fossero esaminate da un consesso di trenta almeno consiglieri per lo stato di Napoli, diciotto per la Sicilia, col nome di Consulte, da radunarsi separatamente in Napoli e in Palermo:
Che le imposte regie fossero distribuite in ogni provincia, per ogni anno, da un consiglio di provinciali, con facoltà di proporre alcun miglioramento nell’amministrazione degli stabilimenti pubblici o di pietà:
Che le comunità si amministrassero con ordinanze più libere delle antiche, le quali sarebbero dettate dal re, dopo aver inteso i consigli dello Stato.
In questo medesimo anno il Re fu chiamato a novello congresso in Verona, ed a sua inchiesta minoravano nelle Due Sicilie i presidi austriaci (da 42,000 a 30,000). Sciolto il congresso di Verona, re Ferdinando I recossi a Vienna, quindi fe’ ritorno a Napoli. Il principe Ruffo e ‘l general Clary, poco innanzi nominati ministri, furono dimessi.
Al cadere dell’anno 1823 ed al sorgere del 1824 in torvo aspetto mostrossi a noi la natura. La città di Sala fu scossa da tremuoto; Avigliano franò in gran parte; in Messina tempesta impetuosa con fulmini e tremuoti scaricò in pioggia tanto stemperata che furon devastate le campagne fatti deserto i già deliziosi giardini o fertili tenimenti; furon abbattute le case; molti soffogati miseramente perirono; molti sopra i tetti ripararono. Né la natura la risparmiò a Palermo, che disastri maggiori tollerò per tremuoto.
Morti memorabili avvennero pure a questi medesimi tempi. Di questo mortalsecolo agli eterni riposi trapassava Nicola Pergola, dotto in matematica, autore di molte opere. Moriva Giuseppe Piazzi, astronomo chiaro nel mondo. Le mortali spoglie deponeva l’esimio cerusico Bruno A manica, e la fama e la pietà facevan insieme piato per le laudi di lui. Del suo frate pur si svestiva Domenico Cotogno, dotto, eloquente, insigne per nuove dottrine in medicina.
Al cader dell’anno 1824 ammalò il re Ferdinando, ma leggermente, sì che ne ottenne presta guarigione. Nella sera de’ 3 gennaio 1825, dopo le cristiane preci, entrato in letto, e adagiatosi nella sua coltrice, saporitamente vi si dormiva, quando da questa vita mortale, non è sì ratta la saetta folgore, all’immortale fé tragetto. Il domane fu trovato cadaver freddo stranamente avvolto nelle lenzuola e nelle coltri; le gambe e le braccia erano stravolte, la bocca aperta come per chiamare aiuto, o per raccogliere le aure della vita; livido il viso e nero; gli occhi spalancati fulminante apoplessia gli spense la vita.
La morte del re delle Due Sicilie Ferdinando I fu bandita con editto del re delle Due Sicilie Francesco I. Il testamento del defunto Re confermava le successioni al trono stabilite da Carlo III suo genitore; e però chiamava erede al Regno il duca di Calabria, Francesco. Ei visse anni 76, ne regnò 65: rara felicità di principe, che nella sua vita può governar tre vite del suo popolo.
Durante il reggimento di Francesco I sorse più bello lo spirito della vera pietà nel cuore de’ suoi sudditi, e più chiara la reggia divenne della luce onde divampava, la face della religione.
Questo sovrano corresse alcune leggi civili; altre del codice penale emendò; die’ nuovi ordinamenti alla milizia, alla navigazione; incoraggiò l’agricoltura, la pastorizia; erger fece nell’università di Messina le cattedre di ostetricia, di anatomia e di clinica; rese più dovizioso il museo borbonico, protesse il pennello, lo scalpello, l’amatila e ‘l bulino; stabilì nella real accademia delle arti una seno la elementare di disegno; fe’ restaurare la basilica ed i templi di Pesto e quella dell’anfiteatro campano; nuovi tesori di antichità disotterrar fece dal seno di Ercolano e di Pompei; da ultimo un real Ordine istituì dello stesso suo nome, per decorarne coloro, che, eccellenti nelle arti e nelle facoltà delle scienze, avean fatto pro alla patria per le loro ammaestranze.
Mentre cotal i cose operava questo monarca, la morte, che con lento morbo da più anni il travagliava, fèglisi più dappresso, e, l’ultim’ora intimandogli, il tolse a’ Viventi il dì 7 novembre dell’anno 1831, lasciando numerosa prole, cui natura fu di vaghe e leggiadre forme assai larga, composta delle A. R. D.(a)Carolina Ferdinanda Luisa, oggi Duchessa di Berry, nata dal primo matrimonio del Re coli Arciduchessa d’Austria Clementina, D. Ferdinando, allora Duca di Calabria, D. Carlo Principe di Capua, D. Leopoldo Conte di Siracusa, D. Antonio Conte di Lecce, D. Luigi Carlo Maria Conte di Aquila, D. Francesco di Paola Conte di Trapani, D.(a)Luisa Carlotta disposata a D. Francesco di Paola Infante di Spagna, D.(a)Maria Cristina, presentemente vedova di Ferdinando VII Re delle Spagne, D. Maria Antonia, maritata a Leopoldo II, Arciduca d’Austria, Gran Duca di Toscana, D. Maria Amalia, D. Maria Carolina Ferdinandina, e D.(a)Teresa Cristina Maria.
Pubblicata dal nuovo Re Ferdinando II la morte del re delle Due Sicilie Francesco I pella reggia si composero i volti ed i discorsi a mestizia e lutto. Per testamento del trapassato monarca venendo chiamato erede al trono il Duca di Calabria, Ferdinando, a Francesco I successe la Maestà dell’Augusto nostro Signore.
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