COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (XIII)
Seconda restaurazione de’ Borboni sul trono di Napoli
Il congresso di Vienna dichiarò Gioacchino Murat decaduto dal trono di Napoli per la guerra d’Italia nel 1815,e ristabilita la vecchia dinastia dei Borboni. L’esercito siciliano ed i cinque fogli del re Ferdinando, scritti in Messina dal 20 al 24 maggio, giunsero in Napoli quando la conquista era stata già compiuta da’ Tedeschi. Di quei fogli erano i sensi: pace, concordia, obblio delle passate vicende; vi si toccava di leggi fondamentali dello stato; erano confermati gl’impieghi militari, mantenuti i civili, conservati i codici del Decennio, e gli ordinamenti di pubblica economia. Furono ministri il marchese Crcello, il cavalier Medici, il marchese Tommasi.
Il telegrafo segnò la partenza del Re da Messina, ed allora Carolina Murat sciolse dal porto di Napoli, prese i figli a Gaeta, e seguì l’odioso cammino di Trieste. Il dì 4 giugno pervenne il Re a Baia, il 6 a Portici, e dopo tre giorni fece pubblico ingresso in Napoli sopra un destriero tra gridi di sincera gioia.
A quei giorni giunse in Napoli la nuova della battaglia di Waterloo data il 18 giugno nella quale i Francesi, comandati da Buonaparte furono intieramente sconfitti dagl’Inglesi e Prussiani, i primi sotto gli ordini del generale Wellington, ed isecondi sotto quelli del generale Blucher. Con feste la vittoria fu celebrata, e allora il general Begani, comandante di Gaeta, che ancora combatteva sotto l’insegna di Murat, cede la fortezza. Il propugnacolo di Pescara, comandato dal general Napoletani, era stato ceduto il 28 maggio; la rocca di Ancona; di cui il comandante era il generale Montemajor, nel dì seguente.
Cominciando il riordinamento del Regno dalla finanza pubblica, furono confermati i sistemi finanzieri del Decennio; la legge delle patenti abolita; sopra rendite iscritte si vendevano i beni dello Stato, si francavano i censi, si alienavano i beni delle fondazioni pubbliche e mutavansi in rendite sul Gran Libro dello Stato; si fondò la cassa di sconto, usata in Inghilterra, in Francia ed altrove, alla quale fu adoperato un milione di ducati del banco di corte.
Essendo grave all’erario il mantenimento dell’oste tedesca, s’imprese a comporre il proprio esercito. Fu creato un consiglio detto Supremo, come Aulico quello di Vienna, composto del principe reale don Leopoldo, presidente, del marchese Saint-Clair, vicepresidente, e di quattro general i, consiglieri.
Nell’amministrazione civile; furono. confermati gli ordini municipali e provinciali, ma rivocato il consiglio di Stato. Il ministero dell’Interno fu commesso ad un tal Parise, Siciliano, e, dopo la sua morte, al ministro di marina general Naselli. Si fece eletta di parecchi magistrati di buona lama e dottrina per riformare i codici dello Stato; erano intanto in vigore quelli del Decennio, abolito solamente il divorzio: altre adunanze riformavano il codice militare.
Dopo la battaglia di Waterloo e la caduta dell’impero francese, varie buccinavansi le voci su le sorti di Gioacchino Murat; chi lo diceva in Tunisi, chi in America, chi avvisava che ascoso si tenesse in Francia, o che travagliato si fuggisse a ventura. Ho di sopra narrato le sventure di lui nella guerra d’Italia, e la fuga dal Regno, e come in Ischia imbarcatosi sopra picciol naviglio navigasse per Francia. Giunto a Frejus il 28 maggio approdò al lido stesso tocco due mesi avanti dal prigioniero dell’Elba. In su la terra di Francia mille dolci pensieri e mille amare rimembranze il martellavano, alche potendo in lui, più che la speranza, il timore, non osò recarsi a Parigi, si fermò a Tolone. Scrisse lettere a Fouché perché s’interponesse a suo pro appresso all’imperatore Buonaparte, e questi rispose a quel ministro con rammentargli le offese dal cognato ricevute. Im. però Gioacchino dimorò in Tolone sino alla caduta di Buonaparte dopo la battaglia di Waterloo; ché Tolone, Nimes, Marsiglia, agitate dopo quei fatti da furie civili, e i partigiani dell’impero trucidati, Gioacchino si rimpiattò, e mandò lettere allo stesso Fouché, testé ministro di Buonaparte, ora di Luigi, pregandolo di un passaporto per l’Inghilterra, la stessa cosa scrivendo a Maceroni, suo uffiziale di ordinanza quando regnava, rimastogli fido, e per ingegno e fortuna noto a’ re alleati. Ma Fouché non rispose, e Maceroni venuto in sospetto della Polizia di Francia, fu imprigionato. Cercato da’ manigoldi di Tolone, insidiato dal marchese La Rivière, il poco avventurato Gioacchino scrisse lettere al re di Francia, ma indiritte a Fouché, perché questi di propria mano gliele appresentasse; il foglio al re non avea data per non appalesare l’asilo, né mentirlo; quello al ministro diceva, dall’oscuro abisso del mio carcere. Vani tornarono i prieghi di Murat: ché l’astuto ministro non rispose, e ‘l re pur tacque. Da ultimo memore del cinto diadema e de’ fasti di guerra e de’ tanti confidenti colloqui co’ re collegati, deliberò di recarsi a Parigi, e fare lor chiara la misera sua condizione. Non imprese il cammino di terra, perché vivido e rappreso stava ancora sul suolo il sangue del maresciallo Brune; e però fe’ noleggiare una nave, che il menasse a Hayrede-Grace, donde senza periglio muover potea per Parigi. Quando fu un pezzo fra notte recossi Gioacchino alla recondita spiaggia disegnata al piloto; ma o per errore o per caso andò la nave in altro luogo, e Murat vedendo, dopo lungo aspettare, che già spuntava la prima luce, rinselvossi, e, dopo aver campato altre insidie, alfine sopra frale navicella si fuggì di Francia alla volta di Corsica, terra ospitale, patria di molti combattitori di guerra, già suoi compagni di gloria. Eransi due giorni rivolti che navigavan per quell’isola, quando d’improvviso abbuiasi il cielo, s’addensano le nubi, e per le folate impetuose del vento le onde orribilmente si accavallano, sì che per trent’ore corre il legno a fortuna dimare. Calmatasi la procella, abbatterono ad altra nave più grande, che veleggiava verso Francia; ed uno de’ tre seguaci di Gioacchino pregò il piloto che vedesse raccoglierli, e, per larga mercede, menarli in Corsica, appresentatogli il sofferto temporale, e ‘l picciol naviglio in più parti sdrucito e mal concio per gli urti de’ fortunosi flutti e de’ contrari venti. Ma quegli, o perché fosse d’umanità svestito, o che temesse di agguato, o di contagio, non si curò di loro, ma guatolli, e, rigettando con disdegno l’inchiesta e le profferte, via trapassò. Indi a poco furon raggiunti que’ malavventurosi dalla Corriera, che del continuo spassa tra Marsiglia e Bastia; ed appena Gioacchino palesò il suo nome, fu accolto ed onorato dare. Il dì seguente sbarcò a Bastia. La Corsica era a quei giorni sconvolta da rivoltare politiche, e Gioacchino per prudenza e sicurtà passò a Vescovado, indi ad Aiaccio, sempre perseguitato da’ reggitori dell’isola, e sempre difeso dagl’isolani sollevati in armi. I quali popolari favori l’inanimirono a far disegno, non rivelato che a’ suoi più fidi, di raccogliere una squadra di Corsi, pronti a cimenti, di noleggiare alcune barche, di approdare a Salerno, dove stavano 3000 delgià suo esercito, di passar con loro ad Avellino, quindi alla Basilicata, e di riempiere procedendo, della sua fama tutto il regno, e di sconvolgerne il civil reggimento. Il lungo uso di guerra e la sua naturale baldanza gli facean perdere il ben dell’intelletto.
Anzi che movesse, lettere indirittegli dal Maceroni, da Calvi, annunziavano ch’egli a lui veniva apportatore di buone novelle; e giunto il dimani, narrò brevemente i propri casi, e gli porse un foglio, che in idioma francese diceva:
«Sua Maestà l’Imperatore d’Austria concede asilo al re Gioacchino sotto le condizioni seguenti.
«1. Il re assumerà un nome privato; la regina ’avendo preso guelfe di Lipano, si propone lo stesso al re:
«2. Potrà il re dimorare in una delle città della Boemia, della Moravia, o dell’Austria superiore, o, se vuole, in una campagna delle stesse province:
«3. Farà col suo onore guarentigia di non abbandonare gli stati austriaci senza l’espresso consentimento dell’Imperatore; e di vivere qualuomo privato sottomesso alle leggi della monarchia austriaca.
«Dato a Parigi il settembre 1815.»
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