COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (XV)
CONTINUAZIONE
Gli ULTIMI AVVENIMENTI POLITICI DI ROMA E DI CALABRIA, DI SICILIA E DI NAPOLI Il faut trouver une forme de’ gouvernement qui mette la loi au dessus de l’homme.
J. J. Rous.
Se havvi pel saggio un tenebroso tempo consecrato al silenzio, ed un tempo più rischiarato e luminoso ch’ei destina al parlare, e questo senza dubbio il prezioso ed accettevol momento in cui, dopo un ben lungo silenzio, schiuder conviene la bocca, sciorre il freno alla lingua, frangere i ceppi al pensiero, e far che libera e franca fuor se n’esca la bella imagine della nostra intelligenza, la fedele espressione degl’intimi nostrisentimenti, la dipintrice sovrana di tutto ciò che sentiamo e pensiamo, la parola, rivelatrice pubblica ed universale di tutto ciò che s’ignora, ed annunziatrice di consolanti verita di alla pur troppo invilita ed oppressata gente.
Lungi impertanto dal concepir temenza dalcanto della vile menzogna, dell’infame ed atroce calunnia; lungi dal lasciarci scuorare dalle ripetute minacce del possente e temuto egoismo; lungi dal farci sopraffare dalle dicerie degli uni e dagli oltraggi degli altri, dall’assurda ipocrisia di questo e dalle seducenti maniere di quello, opporre e d’uopo all’errore la diritta ragione, far pugnare con noi contro la violenza del vizio l’augusta verità, appellare infine al suo soccorso, in questa Santissima nostra Riforma, l’autore stesso d’ogni santità, il Moderatore eterno della natura, per la cui gloria s’è dolce cosa il combattere, e senza paragone più dolce il vincere e trionfare.
Non havvi cosa che tanto infastidisca ed annoi lo spirito umano, quanto la lettura di un opera lunga ed affatto scevra d’interessanti vedute. Sarà nostra cura il tenerci assai lungi da così gravi e pericolosi inconvenienti, in tempi sovra tutto in cui, costituito vedendo in problema l’intero stato sociale, precipitar soglionsi talmente le opinioni e i pensieri, in rapporto agli avvenimenti politici, ch’è sperabile appena il veder accordare qualche rapido istante a gravi ed interessanti dottrine, a narrazioni di fatti patrii, e della più alta importanza.
In mezzo al vorticoso movimento che tutto avvolgeva e menava per disordinati fini il mondo delle personali esistenze, più non leggevasi un buon libro che furtivamente e con un’attenzione incessantemente distratta da novelli obbietti. É questa per me la più possente ragione, per cui non sonmi indotto finora a pubblicare qualche altra opera, che ho appena preconcepito ed annunziato nel mio Corso di Filosofia Sperimentale. Epperò sforzerommi di colpire in mezzo alle sociali evoluzioni, che preparami, l’occasione più acconcia e favorevole per renderla legalmente di pubblica ragione. Ei non conviene per ora indiscretamente disturbare le profonde meditazioni delle menti più illuminate e chiare, che osan riformare la sublime scienza degli umani destini, la gran teoria dei naturali e positivi diritti della tradita finora ed abbastanza illusa umanità.
Sento pur troppo in me stesso una secreta forza di presentimento che questo tenue lavoro, da una profonda convinzione altamente ispirato, a collider farassi parecchie opinioni accreditate dal tempo che tutto può, e convalidate dall’opinion cieca che tutto ammanta e trasforma. Ma una considerazione siffatta, comunque solidamente rafforzata da un’epoca trista, in cui più non siamo, ed in cui si osava financo attentare alla più sacra ed inviolabil proprietà dell’umano pensiero, non mi ha punto al presente impedito di liberamente svelare alle ottenebrate intelligenze le più ascose ed alte verità. Non èmica necessario che un narratore di politici fatti raddoppi di sforzi e di cure per dare altrui semplicemente nel genio; e neanco e questa una condizione indispensabilmente appiccata e giunta alla facoltà di pubblicare le proprie opinioni: facoltà che io porrò in esercizio, non con altre vedute nell’animo che quelle di giovare alla più sacra delle cause in cui si trova impegnato il sociale sistema, né con altra. speranza nel cuore che quella di raccorre da miei concittadini e fratelli una grata e lusinghiera accoglienza.
Non havvi individuo al mondo che sia più di me pienamente sommesso alle leggi del paese, ove per sorte son nato e vivo; e lo sarei del pari, ove per avventura sbalzato fossi negli estremi confini del globo; lo sarei stato ugualmente nell’antica Roma, sotto la dolce influenza della Repubblica, come sotto la più dura dominazione de’ fieri tiranni, e sempre per gli stessi motivi, e nella medesima intensità di sentimento. Un’ombra vana d’indipendenza assoluta, una larva lusinghiera di falsa libertà non mi seduce gran fatto; sento in me, per lo avverso, qualche cosa di celeste ed immortale che ad ogni maniera di servaggio vile o d’ignominioso abbrutimento cerca istintivamente sottrarmi. La face rischiaratrice della filosofia ha felicemente involato l’uomo al fatal giogo dell’uomo. Ei non havvi un sol mortale nel mondo, fra le specie tutte civilmente umanizzate, che ripeter non possa o non debba, ubbidendo alle leggi: Ravviso ben io in ogni rappresentante di Nazione e di Governo il mio moderatore e padre, purch’ei non pretenda che io restimi un capriccioso «dispotico nume colla terra» son libero, e non conosco altro padrone su di me che l’Eterno, il quale è peranco suo signore e capo.
Niuno oserà certamente contrastarci un diritto naturale, un privilegio esclusivo, che lui in noi trasfuso ed indelebilmente impresso natura sin dal nascer nostro. Le discussioni politiche, per se stesse assai gravi e sincere, sur un subietto che tiene occupata oggimai una gran parte degli spiriti napolitani, esser non potrebbero severamente interdette che daun timido e sospettoso dispotismo, vittima crudele delle sue vaghe inquietezze.
Il tenebroso genio del male, tremando sempre per le meschine sue opere, trovar seppe ingegnosamente un astuto e cavilloso principio, di cui formossi un terribile scudo contro la verità e la ragione: e combattete l’errore, diss’egli, ma disgiugnendolo sempre dalle individuali esistenze. Ciò importa tanto quanto il dover a lui lasciare il positivo e il reale,e il riserbare per noi l’ideale e l’asfratto, affine d’aver egli il diritto di trattarci da stravaganti e dementi. Assai più dolce ed util cosa sarebbe, senza dubbio, lo stabilire per sì fatte materie le più general i e solide teorie; ma ben altramente procedon le cose in questo cieco mondo. Le sociali comunanze vivono e muoiono, riproducessi ed annientansi secondo le dottrine degli uomini ond’esse sono governate; ed impugnar non potrebbersi queste stesse dottrine, senza attaccare a un tempo e i discorsi ch’esprimonle, e gli atti che le consacrano con le più imponenti formalità. Or, nel doversi trattare di atti e di discorsi, le personali esistenze con sempre in ¡scena; e più grande apparisce agli occhi delle attonite genti la lor imponente autorità, più forte sentir fassi il bisogno di scinder la benda indegna che forma la loro illusione. Per quale strana, in effetto e mal intesa carità sacrificar si dovrebbero la societade e l’ordine morale, le teorie più sacre de’ diritti e de’ doveri, all’orgoglio insultante di taluni acciecati individui?
Havvi senza dubbio di taluni rimproveri, ch’è assai più dura ed increscevol cosa il farli che il pubblicamente subirli. Ma ne’ miseri tempi decorsi in cui eravamo, ed in cui tutto era stravolgimento nell’uomo, maggior pietà si concepiva pel rimorso che mormorava, che per la coscienza che gemeva nelsuo disperato timore. Il suo zelo penace, ma però libero e franco, ingenerava una specie d’irritamento importuno; come il selvaggio al suo figliuolo, così diceva l’egoismo smodato al vindice della verità: Vedi, soffri e taci!— Giustissimo cielo! e per qual ragione non doveva esser permesso all’uom saggio di schiuder la sua voce per la giusta difesa della pur troppo afflitta e languente umanità? Niun motivo certamente di personale interesse o di assurdo amor proprio indur può l’animo mio a sostener l’interesse della verità e del diritto. Néignoro peranco che chiunque discende nell’arena, preconoscendo assai bene qual alto destino ve lo attende, star dee sempre apparecchiato e disposto al pieno adempimento d’un sacro dovere, poco o nulla importandogli de’ giudizi degli uomini e de’ loro vani discorsi.
Egli era omai gran tempo, che il mondo procedeva indeclinabilmente nella stessa guisa, e che il desolante egoismo opponeva ingiusta guerra a tutto ciò che serviva, d’ostacolo alle sue vili passioni ed alle sue basse idee. E così parea che andar volessero le cose sino a che le masse sociali inondar dovranno la faccia della terra; ma non era questa una sufficiente ragione per dovergli cedere ignominiosamente il terreno.
Era ben di mestieri, per lo avverso, che cedesse ei stesso alla verità, e cedesse pur troppo eternamente, allorché sarebbe pervenuto il giorno del felice trionfo. Le leggi della terra, comunque fondamentali ed inscuotibili ci appaiano pel momento, subir dovranno o presto o tardi qualche scossa terribile e fatale; ed in effetto, non era mica per noi visibile né certo che quest’ordine apparente di cose, ricovrantesi all’ombra di tutte le moderne teorie secretamente ispirate dal più turpe egoismo, avesse mai ricevuto dal Dio di giustizia e di pace le più salde promesse di eternale durata.
In qualunque guisa intanto concepir si voglia, in taluni momenti, la vivacità o la forza delle mie espressioni, desidero di cuore che sien sempre giudicate dal patrio sentimento che halle istintivamente ispirate. Il desiderio di umiliare o di ferire l’orgoglio di chicchessia, del pari che il disegno di profonder lode ed incenso, adulazione ed allettamento ai grandi della terra, è stato sempre un sentimento affatto ignoto al cuor mio. Vedute più alte, e a un genere più nobile e più sublime, han guidato il mio spirito, nell’intraprendere e menar a compimento quest’altro interessante lavoro storico; ed ove i miei sforzi avesser bisogno di esser un giorno giustificati innanzi al tribunale del mondo, non esiterei punto di produrre a mia difesa queste poche e semplici parole LEGGETE E GIUDICATE. La sposizione fedele ed ingenua de’ fatti, che in sé quest’appendice storica comprende, non offre allo spirito umano che un subietto di riflessioni profonde pei politici e per i amministratori di leggi, pei governanti e pei governati, per le masse e pei loro moderatori. L’avvenire che ci attende, e cui noi aspiriamo colla più alta impazienza, ben altre istruzioni ed altri ammaestramenti ci riserba; imperocché ha il suo termine ogni cosa, e peranco l’oppressione ed i torti, la sofferenza e la pazienza. Le umane specie, che più non sono, e quelle altresì che non hanno ancora finito di penare, non han veduto finora che il male in azione, l’egoismo in trionfo e la virtude in depressione ed avvilimento. Qual mente sagace e penetrante preveder potea lo spettacolo, che succeder dovea senza dubbio alla tenebrosa costituzione delle cose passate? chi èmai così accorto ed illuminato da indovinare peranco a quali modificazioni o strani cangiamenti andranno un tempo le sodali masse soggette? chi può conoscere altresì quali e quante anime grandi e generose elevar dovransi un giorno sulla sfera delle rigenerate razze, per assumer energicamente la offesa del vero e del bene, del diritto e del giusto, senza di cui non può darsi, né concepir può mente umana la vera idea di pubblica salvezza? —
Comunque da gran tempo occupato siasi lo spirito umano della sublime scienza dei DIRITTI dell’uomo e del cittadino, come quella ch’estimar puossi la più degna di tener altamente occupati i più sublimi geni, sembra non pertanto di andar fallita nella sovrana destinazion sua, e di non aver fatto finora quel felice progresso cui l’universale impazientemente agognava. I suoi princìpi sono ormai divenuti un interminabil subietto di problematiche discussioni, e diveder fansi i filosofi assai poco d’accordo infra loro relativamente alla fondamentalbase che si dovrebbe ad essi accordare. Appo la maggior parte de’ pensatori antichi e moderni, l’importante TEORIA del naturale ed universal diritto, in luogo di rischiarare egualmente gli animi di coloro che sono nell’ampia sfera compresi dello stato sociale, èfatalmente divenuta una scienza astratta e misteriosa, Per una di quelle strane ed inconcepibili contradizioni che ha ella comuni con tutte le umane conoscenze, ha perduto di vista l’esperienza e la spregiudicata ragione, e guidar fessi ciecamente dall’entusiasmo e dall’individuale interesse.
Di qui le più assurde e stravaganti ipotesi di tanti esimi espositori della sublime scienza de’ destini dell’umanità, le quali, lungi pur troppo dai semplificare la scienza e renderla via più popolare, non han fatto che ammantarla di tolte e spesse tenebrie, a segno che lo studio più importante per l’uomogli e oggimaiaddivenuto affatto inutile e vano, si forza di renderlo inaccessibile ed oscuro, enigmatico ed astratto. Per una specie di debolezza quasi comune a tutti i primi pensatori della repubblica delle lettere, han costoro, raddoppialo di sforzi per trasfondere nelle loro dottrine un tuono d’ispirazione e di mistero, affine di renderle più rispettabili e sacre al volgo stupido e ignaro.
Dì qui l’ignoranza ingran parte de’ propri doveri e delle obbligazioni correlative, la violazione de’ diritti o de’ princìpi fondamentali della civil comunanza, il rovescio delli stati e la rovina delle Nazioni, le rivoluzioni e le guerre civili, i contrasti piùfieri ed accaniti fra le opinioni politiche, i mutamenti improvvisi e repentini di Governi, le inevitabili scene, da ultimo, di orrore e di sangue, cui son teatro fatale le Province ed i Regni, come pur troppo, nell’epoca presente in cui siamo, e avvenuto fra noi. — Nel compilare la Storia del nostro Reame, mi era ben io avvisato di chiuderne il corso intero e non interrotto de’ principali avvenimenti, che in variate epoche hanno avuto luogo in queste nostre contrade, senza punto far motto degli ultimi casi che segnatamente avvennero, a questi nostri tempi, in Roma, nelle Calabrie, nella Sicilia ed in Napoli. Ma ben riflettendo, che avrei senza dubbio violato la storica fedeltà ed esattezza, da un canto, e tradita dall’altro non che defraudata la giustissima aspettazione de’ contemporanei, del pari che la prudente curiosità e saggia investigazione de’ posteri, ove avessi voluto per poco passare sotto silenzio, od ammantare d’ignominioso obblio i fatti principali, le più salutari riforme politiche, che a questi ultimi giorni hanno avuto inopinata e tostàna esistenza nel nostro Regno, fommi perciò sollecito, per quanto almeno comportano e la brevità del tempo e la posizione attuale delle nostre cose, a lame rapidissimo cenno.
L’assunzione di Pio IX al Trono di Roma fu principio di vita sociale, cagione possente di civile riforma, provvidenziale sorgente di rigenerazione politica per tutta l’Italia. I gravi disordini da prima, i pericolosi partiti, le sediziose fazioni, le risse interminabili, i furti e gli abusi d’ogni generazione, che assai di frequente accadevano in talune province. dello Stato Pontificio, hanno indotto quel Governo ad energicamente provvedervi, non solo co’ mezzi di repressione corrispondenti al momentaneo bisogno, ma a prevenirli davvantaggio con quelle savie misure, che le cagioni ne distruggessero, o ne diminuissero almeno la perniciosa influenza. Né lieve fu poscia in quel sommo Potentato il sentito bisogno di procurare ai suoi popoli un positivo immegliamento, un nazionale progresso, un’illustrazione sociale, che pienamente corrispondesse alla vastità del suo concetto, alla rettezza delle sue vedute, alla santità delle sue intenzioni, tutte corrive ad un pubblico e troppo inteso ben essere.
Epperò penetrata la bell’anima del Sommo Pontefice della grande importanza di questa verità, dispose di richiamarvi l’attenzione de’ Capi delle Province, affinché di concerto con le Magistrature locali desser principio e compimento al suo grandioso e colossale progetto. Per darvi quindi il necessario sviluppo, a seconda delle diverse circostanze, nella somma sua sapienza si è degnalo disporre, che tutte le Autorità locali del suo Stato si desser cura di esaminare le differenti posizioni de’ popoli, i variati loro bisogni, il loro stato attuale, i mezzi di sempre più migliorare la presente condizion loro, i temperamenti più acconci a così importante provvedimento, i modi più agevoli infine onde mandarlo felicemente ad effetto. E perché avesse opportuno mezzo a ben riuscirvi, deliberò l’augusto Pontefice che, oltre all’intervento delle Autorità Vescovili, nella parte che peculiarmente riguarda l’immegliamento civile e religioso, vi concorresser peranco co’ loro lumi le Magistrature Municipali, del paro che i Consigli Provinciali dell’intero Stato Pontificio.
Una sì benefica disposizione, feconda pur troppo di utili risultamenti, sotto i rapporti religiosi, morali e civili, presentò allora, non solo alla romana gente, ma ai popoli tutti italiani, ed oserei ancor dire, all’Europaintera, una prova novella della filantropica premura, onde quell’Inviato dal cielo provvidenzialmente attendeva a promuovere il bene, reale, politico e fisico del suo Stato e de’ suoi dilettissimi suggelli.
A questo generale benessere, in effetto, furon sempre dirette le mire di quell’uomo celeste, interamente persuaso che, dal conseguimento pieno di esso può solo ripetersi la prosperità de’ popoli, e non già dall’adottare certe teorie, che di lor natura sono inapplicabili alla situazione attuale degli uomini, alla condizione presente de’ tempi; o dall’associarsi a talune tendenze, dalle quali ogni supremo imperante di buonsenso debb’esser del tutto alieno: teorie e tendenze che da molti savi vengon disapprovate, e che comprometterebbero manifestamente quella tranquillità interna ed esterna, di cui ha bisogno ogni Governo che ami di procurare o promuovere la felicità pubblica de’ suoi governati.
Sin dal primo istante impertanto che quel sommoReggitore del cattolico mondo, animato come e da distinto zelo dì generale immegliamento, diessi ogni cura per compiere la grande opera della sua missione divina, l’opera dell’italica misurazione; e che l’attenzione di quasi tutta l’Europa era a Roma rivolta, sì che tanto si sperava o tanto si temeva per qualunque risoluzione che in quella Dominante si prendessse, ogni atto, ogni parola, ogni manifesto, che emanava dal Governo Pontificio, diveniva un subietto inesauribile di comenti e di osservazioni; di chiose e d’interpetrazioni politiche.
Tutto ciò, in effetto, che avea luogo nei Pontifici Dicasteri, e che ivasi divulgando da’ pubblici fogli di Lucca e di Genova, di Torino e di Firenze, offre una luminosa conferma di questa nostra asserzione. E chi dentro vi cercava un argomento a più vive speranze, chi vi scorgeva un motivo a nuovi timori, chi vi leggeva una dichiarazione di misteriosi principi, chi pretendeva infine di rinvenirvi un disinganno ed una ritrattazione. Tanto e vero che gli umani giudizi dipendono in gran parte dagli affetti individuali e dai privati interessi! Affine d’impedire pertanto che la pubblica opinione, ali montandosi d’illusioni fallaci, e non propizie alla causa perpetua della civiltà, trasmodasse oltre i confini probabilmente voluti da chi compiva il pensiero della grande rigenerazione italiana, ha creduto allora molto acconcio ed opportuno più d’un ingegno illuminato e savio d’offrire alla considerazione dei sudditi pontifici, e degl’Italiani, dottissimi comenti, che, compendiando i principi fondamentali della già introdotta Riforma, ne determinassero la politica importanza, e togliessero agli uni l’occasione di troppo audacemente sperare, ed agli altri il pretesto di troppo bassamente temere.
Due erano allora, e due sono per anco a queste nostri tempi, i punti principali, nei quali il partito detto degli OSCURANTISTI diverge e dissente dall’altro partito appellato de’ PROGRESSISTI; vogliam dire, la condizione morale del popolo e l’azione governativa. Quanto al primo punto, mentre il partito oscurantista riponeva ogni sua fiducia esclusiva nell’ignoranza della Plebe, nell’elemosina de’ ricchi e nella virtù delle pene; il partito progressista, volendo che ogni classe si attendesse il miglioramento sociale, sostituiva all’ignoranza l’istruzione, all’elemosina i salari, al timore de’ gastighi l’educazione e l’incivilimento sociale, il vantaggio comune e l’amore del bene.
Relativamente al secondo punto, in questo dissentivano gli uni dagli altri, che i primi faceano del modo di governar gli uomini un mistero di stato, e del pubblico potere un monopolio impudente, un assurdo egoismo; mentre i secondi, sostituendo al mistero la pubblicità, chiedevano e desideravano l’esercizio de’ mezzi legali, in forza di cui l’opinione pubblica agir potesse direttamente su lo stesso Governo.
E agevol cosa l’intendere, per la più esatta conoscenza delle cose politiche e storiche de’ nostri tempi, come l’un punto e l’altro eran logicamente causa ed effetto al tempo stesso: imperocché, ove mediante i benefizi dell’educazione il popolo abbia acquistato con la coscienza della propria forza, la cognizione più acconcia del bene e del male politico, ivi il mieterò diviene visibil cosa, ed il monopolio del potere un’utopia. E dove questa coscienza e questa cognizione non sono stabilite e diffuse, ivi non può mica parlarsi né d’opinione pubblica, né dell’azione. di questa sul governo degli uomini.
Circa questi due punti impertantos’incontrano in conflitto le opinioni più estreme, le teorie più divergenti, le tendenze più contraddittorie, su le quali se il partito degli Oscurantisti ha sempre torto, il partito dei Progressisti non sempre ha ragione. Diciamo che il primo ha torto, poiché condanna gli uomini all’ignoranza ed alla miseria, all’oppressione ed alla schiavitù, all’avvilimento ed alla dipendenza fatale; e in somma un’offesa, un torto, un insulto alle leggi divine ed umane, alla nobiltà ed eccellenza dell’umana natura. Diciamo che il secondo non sempre ha ragione, poiché talora e troppo esclusivo, talora elimina dal. calcolo alcuni elementi che ne son parte integrale, talora infine ad un Ottimo ideale praticamente impossibile, sacrifica il Bene positivo di facile conseguimento.
In effetto, se l’ignoranza e un male, un’educazione regolata esclusivamente dall’egoismo religioso, o sproporzionata a’ bisogni, veri del popolo, e forse un bene? Se l’ozio debb’essere rigorosamente bandito dallo stato, dovrà per questo ogni sentimento morale esser sacrificato all’indisciplinata attività dell’industrialismo? Se a tutto non bastano i mezzi repressivi, dovrassi forse disarmare il Governo? S’è cosa cui ripugna la coscienza del genere umano, l’interdire al popolo ogni azione sul governo di se stesso, dovrassi perciò esser esclusivo circa i mezzi pratici di conseguirlo? —
L’indole del Governo, la civiltà del popolo. le Convenienze politiche sono altrettanti criteri, che non debbon esser dimenticati giammai da qualunque onesto cittadino, ii quale senza mistero a individuale interesse, e senza ossequio a nessun pregiudizio, voglia provvedere al bene positivo del suo paese. Fra molte teorie egualmente innocue, ugualmente moderate, ve ne sono alcune che non possono, almeno pel momento, eccedere i confini della pura speculazione. Fra molte tendenze egualmente generose, comuni ad un’epoca di civiltà, non tutte sono ugualmente opportune, o meritevoli egualmente di esser incoraggiate e promosse. La convenienza e l’opportunità sono due criteri sommi, principalissimi sempre in ogni discussione civile o politica. Premesse queste idee general i, eccoci al fatto storico della rigenerazione italiana.
La forma di Governò adottata provvidenzialmente da Pio IX fu una vera e formate dichiarazione di novelli princìpi, in virtù di cui il Governo Pontificio, elevandosi al di sopra d’ogni partito, mentre dichiarava, e protesta tuttora apertamente, per le idee fondamentali di Civiltà, richiamava la pubblica opinione dentro i confini della convenienza e dell’opportunità.
L’Oscurantismo si affidava sul Codice Penale; la riforma pontificia invece lo chiamava impotente a tutto ottenere. L’Oscurantismo tentava promuover l’ozio, mezzo fa tale di corruzione, e predilegeva l’elemosina manuale, mezzo umiliante di schiavitù e di dipendenza; la predominante opinione invece dell’epoca attuale deriva dall’ozio la causa della pubblica immoralità, e va predicando al povero la legge santa del lavoro, l’oscurantismo voleva assolutamente l’ignoranza delle infime classi della società; l’italica riforma vuole invece avviarle a migliore esistenza, mediante l’educazione religiosa e morale, politica e sociale: voleva l’oscurantismo e mistero e monopolio nel Governo; la sociale riforma invece chiede il soccorso dell’opinione pubblica, manifestandosi legalmentemediante i consigli municipali e provinciali: pretendeva l’oscurantismo ad ogni costo l’avvilimento e l’abbiezione sociale, malgrado la conoscenza degli effetti deplorabili e funesti; la politica riforma invece prometteva, e realmente ottenne, un epoca di risorsa e di immegliamento general e.
Base di queste politiche riforme pare attualmente che voglia essere la pubblica istruzione del popolo, il progressivo incivilimento dello rigenerata Italia, Vuole la nascente riforma, in effetto, che la società sia religiosa, e quindi invocò il ministero sacerdotale; la vuole costumata e civile, e però proclama l’efficace intervento de’ nobili, l’utile soccorso di probi e savi cittadini; vuole l’avvantaggio operoso il grosso del popolo, e per questo l’invita ad apprendere un mestiere; lo vuole disciplinato e prode, valoroso ed agguerrito a difesa della patria, e per seguenza l’addestra all’esercizio delle armi.
Scopo finale d’ogni politica riforma, debb’essere il bene positivo, reale e pratico della civil comunanza; ed al felice conseguimento di questo eran tutte costantemente dirette le filantropiche sollecitudini de’ primi riformatori italiani. Quel Governo che assume la disciplina militare come mezzo di educazione civile, rende splendido omaggio alla dignità dell’uomo, ed alla fede de’ concordi suggelli. Quel Governo che nelle riforme legislative più intimamente connette coll’ordine sociale, ed invoca il consiglio amico, sperimentato, prudente de’ cittadini, pone un termine al monopolio capriccioso e smodato, offre una barriera insormontabile al mostruoso ed assurdo egoismo. Quel Governo da ultimo il quale non teme d’istruire ed armare il popolo, solennemente dichiara al cospetto dell’Eterno e della patria, ch’egli rinunzia per sempre all’esecralo dispotismo.
Ma l’amor di sistema, i pregiudizi dell’educazione, le seduzioni dell’immaginativa avviar potrebbero di leggiero le menti alquanto riscaldate verso teorie impossibili, o potrebbero almeno dare agli affetti umani una tendenza incompatibile affatto col bisogno della pubblica pace, dell’individuale e rea] sicurezza. La riforma dei principi italiani ha già dato anche su questo alle redente genti un salutare ed energico provvedimento.
Sapea bene il Regnante Pio Nono che le teorie e le tendenze oggi comuni alla maggiorità degl’Italiani, non eran punto immorali od empie, né sediziose o corrompitrici del morale costume. E però come speculazioni non le condannava e non le proscriveva, ma con mirabile economia di senno, mentre proclamava la tolleranza civile delle opinioni, ne dichiarava alcune inopportune, altre incompatibili con la condizione del Governo, altre ripugnanti al sentito bisogno della pace interna ed esterna dello Stato.
Sono le teorie del dominio della mente; sono le tendenze del dominio dell’affetto. Di teorie e di tendenze tutta componsi la pubblica opinione, la quale dal raziocinio riceve la cognizione del bene, e dall’affetto l’impulso a desiderarlo e volerlo. Tutto si riduce per conseguenza nel mondo morale e politico all’azione simultanea di teorie e di tendenze; e quindi non tutte le teorie, ma talune soltanto sono inconvenienti; non tutte le tendenze, ma certune solamente sono inopportune e strane. Non tutte le teorie, non tutte le tendenze, ma alcune soltanto sono pericolose e sospette.
Sono inconvenienti quelle teorie, le quali portassero diminuzione vera e propria di sovranità, o lesione di diritti alla social comunanza; perché la prima e un despotismo e non un dominio, perché i secondi son garantiti da patti sociali; perché su la prima e su i secondi la sola volontà di chi regge i destini de’ popoli non è mica onnipossente. Sono inopportune quelle tendenze che spingessero il Governo a divorziare per subitàno fatto dalle Tradizioni, le quali invece riputiamo che debban essere la pietra fondamentale d’ogni riforma, che stabilmente voglia introdursi negli Stati Italiani.
Non poche teorie intanto e strane tendenze, pericolose oltre modo per la pace e sicurezza pubblica appalesarono in questi ultimi tempi in Italia, le quali o spinger volevano il Capo di Boma a farsi autore di guerre infra i principi cristiani, od esigevano dal medesimo ambizioni di temporale dominazione. eccedente i confini dell’influenza morale e dell’autorità dell’esempio; opinando forse taluni che quel savissimo Principe per un solo moto della sua volontà divider potesse col popolo la suprema Maestà dell’Impero, ovvero alienare qualunque degli attributi essenziali della. Sovranità,
E però vi eran di quei che fermamente credevano, che potesse Pio Nono ad un tratto immaginare ed eseguire una riforma completa, cui contradivan le regole della convenienza politica; ad eranvi di coloro che forte temeano, che voless’egli rinnovare le vetuste pretensioni, riunendo sotto l’esclusivo vessillo Guelfo le province italiane. E mentre tanto speravano gli uni, e tanto gli altri temeano, forse una sottile e tenebrosa insidia desiava speranze inopportune, ed eccitava timori panici ed indecorosi; ma neppure questa volta ha fatto difetto alla prova la sapienza di Roma.
Imperocché tra un Governo Costituzionale propriamente detto, ed un Governo temperato da garanzie fondamentali; tra un Principe che alieni parte di Sovranità, ed un Principe che voglia restituire ai sudditi l’esercizio de’ loro diritti sacri ed inviolabili, che furon usurpati dal mostruoso dispotismo; fra un Papa che inalbera il vessillo dell’indipendenza Italiana, ed un Papa che ricusando di servire altrui d’istrumento, la promuove difendendo da ogni insidia e da ogni straniero insulto la propria, corre intervallo immenso, che il sofisma, le basse passioni, le picciole gelosie e la paura non possono né diminuire, ne occultare. In questo intervallo vi sono teorie di civiltà, che Roma ha ormai proclamato al cospetto del mondo; sonovi teorie di libertà civile, che il Papa potea liberamente santificare, e l’ha detto, e l’ha fatto; sonovi tendenze che posson essere promosse senza disturbo della pubblica pace, e sono già state compiute; havvi da ultimo talune tendenze, cui il Papa non ha ripugnato giammai, ed hallo pur troppo mostrato col fatto.
Aspettarono in effetto i sudditi pontifici conquella calma ch’è il frutto migliore della sapienza; e le promesse, e i voti, e i desideri hanno avuto il più pieno e il piùsoddisfacente compimento. Aspettaron peranco gli altri popoli italiani; e già le sorti del Bel Paese, senza disturbo della pubblica pace, furono irretrattabilmente e con soddisfazione altissima cangiale. Perocché non vi e quasi un solo Stato Italiano, per cui non sia spuntata la lieta aurora d’un giorno più avventuroso e felice, d’un più ridente e glorioso avvenire. I prodi Italiani, calcando finalmente una terra già libera e redenta, e vedendo a un tratto germogliati i semi di rigenerazione da parecchi anni preparati, han provato quella divina ed immensa gioia, ch’è solo concepibile da chi solo altamente la sente.
Al grido festoso di libertà, di riforma, di politiche concessioni, di Costituzione, di gloria al Principe Riformatore, di lega italica, d’italiana indipendenza, di viva Pio Nono più d’una testa riscaldossi nel nostro Regno, più d’un cuore infiammossi, più d’una voce incominciò a suonar libera e franca, in più d’una contrada tuonò forte e ridestossi l’eco di quel suono eccittatore, e già un segreto fermento sordamente propagavasi da pertutto, cui era meta e scopo il voler risorta a novella vita di gloria e di libertà questa nostra classica terra, ch’è terra ancor essa di VALOROSI e di PRODI.
E’ qui nuova storia, e più alti destini appalesami per la nostra patria redenta, per le nostre rigenerate contrade.
La prima a tumultuare infra le nostre Province, fu appunto Cosenza, nella Calabria settentrionale o citeriore, compresa ne’ domini al di qua del Faro. Nella Capitale di essa, che ne porta lo stesso nome, ebbe luogo la prima esplosione, che fu immantinente seguita da un breve si, ma sanguinoso conflitto. Stuolo di gente armata, che annunziata venne da prima con lo specioso nome di brigantaggio, sotto la scorta e direzione di taluni capi. piombò ratta dagli adiacenti paesi su quella Città, e partitasi in due agguerrite bande, si diresse l’una verso il palazzo dell’Intendente, di cui tentavasi far cattura; e prese l’altra la direzione delle prigioni, con atteso disegno di trarne a libertà quei detenuti per ogni generazione di delitti, e poscia, fatto più grosso e più formidabile il loro attruppamento, menare a più agevole e più sobitàno compimento i lor occulti disegni. Ma, sia ventura, sia caso, sia provvedimento energico e pronto per parte di colui che regolava i destini di quella Provincia, la prima divisione di quell’ammutinata gente fu valorosamente respinta e via dissipata; e non diverso destino era riserbato alla seconda, alle cui spalle fu incontanente la Gendarmeria, la quale finì di sbaragliare quei tumultuosi, non senza molte morti e gravi ferite dall’un canto e dall’altro, e, quel ch’è più doloroso ed affliggente, con l’amara perdita pur anche del Capitano di quel corpo, sventurato figlio dell’immortale filosofo Pasquale Galluppi di Tropea.
Sedati appena questi primi tumulti, altri ancor più gravi e più strepitosi, a un tempo si stavan preparando in altre contrade. Perocché mossesi da prima a rivolture politiche la Città di Messina, ne domini al di là del Faro cui tosto non cessò di far eco la Città di Reggio, nell’ultima Calabria meridionale. Ebber luogo in quella molti fatti d’armi e sanguinosi conflitti, fra il partito de’ Riscaldati e quello della Truppa, in cui furono inevitabili le morti, le ferite, gli arresti, le esecuzioni di giustizia, la fuga, l’espatriazione, l’orrore, il lutto, la desolazione. Appalesaronsi in questa non diverse scene di terrore, né men luttuose catastrofi, degne purtroppo di storica rimembranza. Sollevossi a gran tumulto il popolo, si imbrandirono le armi, si corse alle carceri, si abbatterono di esse le porte, si diè libertà ai prigioni, scambiaronsi colpi e ferite, effusione di sangue e morti dal canto de’ cittadini e de’ soldati, diedersi alla fuga talune Autorità civili, talune altre vi preser parte, alcune vi offersero generosa resistenza, alcune altre piegarono alla circostanza de’ tempi ed alla superiorità di forza, si emanarono edittidel giorno, si affissero pubblici cartelli ai cantoni della Città, pubblicaronsi perentori decreti e statuti, crearonsi momentaneamente nuove leggi e novelli Magistrati, destinaronsi uffici, dispensaronsi impieghi provinciali, distrettuali e comunali, si schiusero i fondachi, ribassaronsi i prezzi del sale, de’ tabacchi e del pane; in una parola, tutto cangiò di forma, d’aspetto, di governo, d’amministrazione e di reggimento politico in quell’ammutinato paese; e tutti questi strani cangiamenti non formarono insieme, nella loro rapida durata, che un’immaginosa ed illusoria scena di soli tre giorni.
Telegrafici segni e messi estraordinari fan chiaro intanto alla Corte di Napoli un sì clamoroso e subitàno avvenimento. Alcuni Vapori carichi di truppe e di artiglierie spedisconsi repente a quella volta; si tenta un pronto e celere sbarco dal canto de’ soldati; vien loro opposta una momentanea e lieve resistenza; si tirano a sdegno da’ legni di mare pochi colpi di cannone centra le mura della Città; dansi in fuga gli ammutinati, e dileguansi via; vi sbarca, sul lido la forza militare; rientra ogni cosa nell’ordine e nella calma primiera; ed il compimento finale di questa scena tristissima, fu la destituzione di molti Capi ed Autorità comunali, amministrativi e civili, l’arresto di non pochi promotori della rivolta, qualche pubblico esempio di giustizia, la fuga o scomparsa di non pochi altri, e finalmente, fra le molte morti e ferite da ambe le parti, l’uccisione di Leopoldo Cava, Capitano di Gendarmeria, e quella d’un rivoltoso appartenente alla famiglia de’ tanto famosi Romei.
Né qui si arresta l’Iliade funesta d’orrore e di sangue, che rese immortali nella storia del nostro Reame quelle calabre regioni, del pari che tutti coloro ch’ebber parte maggiore, a questi ultimi tempi, a tanta scena lacrimevole e trista. Come gonfio torrente che nel suo rapidissimo corso, va sempre più straripando, e, rotta ogni diga, sormontato ogni ostacolo, abbattuta ogni barriera, fuor esce impetuosamente dal suo letto, e tutto inonda, e via più si spande e si dilata, ed ogni cosa allaga ed aggira ne’ suoi vorticosi gorghi; quel torrente di rivoltosi fuori sbucando da’ patrii tetti, ben muniti di valore e d’armi, attruppansi coraggiosamente insieme, escon fuori dal perimetro del loro paese, spandonsi in diverse terre, percorron differenti contrade, e così di luogo in luogo, di monte in monte, per dirupi e per selve, pervengon finalmente nel Distretto di Ceraci, famosa sede un tempo de’ vetusti e magnanimi Locresi, e propriamente in Bovalino.
Colà giunti appena quei prodi fuggitivi, come ogni cosa era ben preparata e disposta, associansi repente agli altri loro confratelli o compagni di ventura, che fan loro assai lieta e fraternale accoglienza, pronunzian voti e giuramenti di combatter sino all’ultimo sangue per la causa comune della tanto sospirata libertà, la sacra causa della rigenerazione italiana. Eran già sulle mosse di volger ratti e precipitosi i passi verso l’antica Locri, quando spiccavansi da quella Città il Sottointendente ed un Uffiziale di Gendarmeria, seguiti da poca gente armata, con deliberato proponimento di sorprenderli e sbaragliarli. Vana ed inconsiderata deliberazione, consiglio temerario ed imprudente di quelle due Autorità, che avventuravansi con si picciol drappello di far fronte a così numeroso stuolo, d’armata e valorosa gente! Cadder quindi agevolmente quei pochi nelle mani de’ rivoltosi, e, lungi dal fame strazio o dal dar libero sfogo a vile vendetta, furono sol paghi quei magnanimi di forzarli ad impugnare la bandiera Costituzionale, il vessillo della libertà e della redenzione, l’emblema eterno del riscatto e della italica rigenerazione, ed in questo atteggiamento farli procedere alla testa di quel calabro attruppamento.
Deliberano intanto quei prodi ed imperterriti campioni di avviarsi verso la Città di Geraci; ma ne vengon forte contrastati e respinti. Vedendo per siffatta guisa tradita, anzi che secondata, la loro comune aspettazione, volgon incontanente il cammino verso Siderno. Han quivi cordiale accoglienza ed ospitalità, non mezzani soccorsi e sempre crescente incoraggiamento. Ristoratisi alquanto, volgon repente il cammino verso Gioiosa. Favorevole accoglienza del pari, profusione di cuore da per tutto. Quei bravi abitanti si fan loro larghi di donativi e di offerte, e, fra gli evviva e gli applausi, fra le feste ed i tripudi, fra canti di gioia e di pubblica galleria, dopo di essersi solennemente intuonato nel sacro tempio l’inno consueto di gloria e di lode, imbandiscon loro generosa e larga mensa.
Ciò fatto, pensan tostamente tradursi, in Roccella, città non mezzanamente munita e fortificata fin dall’invasione de’ Saraceni, affine di deliberar colà più maturamente sul partito da prendersi in così ardito e malagevol cimento. Quand’ecco s’avvisano di far da prima il loro ingresso nell’antica, forte e ben murata Città di Castelvetere, non più che sei miglia da Roccella distante, con meditato ed atteso disegno di stringer anco alleanza con gli abitanti di quell’inespugnabil paese, avvalorarsi vie più del loro numero e delle loro forze, e così, via via più oltre tracorrendo, aver libero passaggio in altre terre ed in altre Città, con animo sempre di guadagnar cuori, di piegare al loro gli altrui voleri, di acquistar nuovi proseliti e più coraggiosi campioni, di render in somma più formidabile e forte la loro lega. Vano tentativo, fallito disegno anche questa volta! Perocché armati e disposti valorosamente a difesa gli abitanti tutti di quel paese, e deliberati ad ogni costo di respinger la forza con la forza, offron loro sì poderosa e ferma resistenza, da obbligarli a cangiar consiglio e deliberazione.
Mentre in tal guisa eran disposte le cose, forte in dibattito i loro cuori, incerte e vacillanti le menti, dubbi e sospesi i pensieri, fu solo bastevole una semplice e strana casualità, per finire d’immerger gli animi loro in un abisso di miseria e d’inevitabil rovina. Un falso e mal concepito timore, loro ispirato dall’appariscenza fatale di taluni navigli che navigavan per ventura a quella volta, e la cui vista destò tosto in essi le più sinistre interpetrazioni per parte del Governo, i più neri presentimenti per la trista posizion loro, finì di abbatterli, di scoraggiarli, di avvilirli. Di quell’immenso stuolo a armati, chi diessi quindi alla fuga, chi cercò di nascondersi, chi si cacciò nelle selve, chi inerpicossi per dirupi e scoscese, che si diede orribilmente in preda al più disperato dolore.
Mettendo intanto a profitto una sì subitàna ed inattesa avventura, non esitan punto un istante i testé citati Sottintendente ed Uffiziale di Gendarmeria, rimasi già soli ed in balia di se stessi, di salvarsi fuggendo, e far lieto ritorno nel luogo di lor residenza, non senza gioia e sorpresa a un tempo di. quegli attoniti e mesti abitanti. In questo, per disposizione e provvedimento, di Governo, buona parte delle truppe napolitane, sotto la direzione e ‘l comando di Nunziante e di Statella, ingombra tostamente tutto il Distretto di Geraci, con alta missione d’abbattere, dissipare e sperder interamente quelle torme di ribelli, così nomati. È loro pensier primo, e, direi quasi, interessante, esclusivo, quello di dar opera energica e pronta che i capi di quei malaugurati rivoltosi cadano ad ogni costo, e per qualsiasi mezzo, nelle loro mani. Ei non eran più che cinque gli sventurati martiri della libertà, il cui splendore non fu per essi che rapido baleno, tetra e fosca luce, che si ecclissò rattamente, ed immerse per sempre nelle tenebre e nel terrore la loro patria infelice, le loro desolate ed angosciose famiglie. Ed eccone i nomi gloriosi ed immortali, degni purtroppo di eterna rimembranza, e di esser eternamente trasmessi od infuturati alle generazioni avvenire: BELLO di Siderno, MAZZONE di Roccella, VIRDUC Idi S. Agata, RUFFO di Bovalino, SALVATORE di Bianco.
Sia perfidia e tradimento enorme dal canto de’ loro propri concittadini e fratelli; sia avidità di falsa gloria, di mentito onore e di pretesi meriti o requisiti; sia nefanda ed esecrabil fame di oro, che tutto tenta e tutto osa negli animi vili ed ingordi; sia mancamento infine e violacene di fede, eh esser dovrebbe inviolata sempre ed intatta anco fra i più fieri ed accaniti nemici, era scritto nel ferreo volume degli eterni fati, che quei cinque sciagurati banditi che noi pur nomeremo gloriosi ed invitti proselitidella napolitana rigenerazione, cadesser finalmente in potere dell’inesorabil Giustizia.
Omia Calabria, di dolore ostello!
Strettamente avvinti in durissimi ceppi quei prodi, ch’eran pria tutti intesi a frangerli per sempre, e non per essi soltanto, ma pe’ loro cari fratelli pur anche; gravati di catene, cinti di funi, derisi, ed insultati da chi meno attendeanselo; infamemente vili pesi quai ribaldi ed esecrati felloni, o quai contaminati di pubblica ignominia, tradotti vengono come in trionfo nelle prigioni di Castelvetere. Un supremo comando li vuol poscia di colà immantinente sbalzati nel carcer più tetro e più tenebrosa di Geraci; che era forza d’irrevocabil fato che aver dovessero que’ cinque valorosi e fine e tomba in quella famigerata terra.
Ahi dura terra, e perché non ti apristi? —
Porgeva intanto una larva di conforto e di assurda speranza alle loro derelitte famiglie non mediocre il presagio, che la gloria italiana e la causa giustissima della comun nostra redenzione non avrebber punto sofferto né tollerato la loro perdizione totale. Fallaci auguri, vana fidanza, lusinghiero e stolto presentimento! Perocché mentre i voti e le speranze, i timori e i conforti, le illusioni e gl’istinti affettivitumultuavano l’anima ed il cuore delle proscritte vittime; e che i più strani e contrari affetti insieme commisti, sentitamente martellavano gli animi de’ cari congiunti, de’ teneri amici, or confermati nella speranza e nel presagio, or precipitati nella disperazione e nel lutto; un Consiglio di Guerra ne istruiva il processo, ne pronunziava l’inappellabil sentenza, dava il voto di morte….
Finché occhio umano beva l’alma luce del sole, per molto piangere ch’egli abbia fatto, non ¡speri d’aver ancora versato la sua ultima lacrima; finché cuore sensibile sia ancor palpitante nel seno, non creda di aver peranco grondato l’estremo suo sangue. La rea mano del dolore fa spremere con acerbissima stretta qualche arcana stilla di pianto, qualche novissima goccia di sangue; le viscere rinascono sotto il rostro del duro avvoltoio, che le divora.
E lo sapean pur troppo quei miseri dannati a morte, cui parea vivere entro ad una notte immutabilmente profonda, quando conobbero ch’era spacciata per essi, e che più nere ed abbuiate faceansi le tenebre mortali; quando, alzati gli occhi al firmamento, ammantato lo videro di nera ed ampia nube, in cui parea loro di leggere scritto a cifre di fuoco: MORTE. Né l’ignoravan meno i loro inconsolabili congiunti, alle cui orecchie luttuosa percorse e rimbombò una Voce, che gridava: SVENTURA, SVENTURA! E maravigliando il resto de’ concittadini che avanzasse loro sentimento per piangere, ne inchiesero l’alta cagione, e saputala, ancor essi sclamarono: SVENTURA! e lacrime ardenti traboccando dalle palpebre, solcarono a torrenti le loro livide e smorte guance.
Ed ora questo dolore in me si rinnova; ora che mi vien fatto di favellare di questi estremi momenti di sventura. 0 cielo, e come lo potrò io? Lo spirito e infermo; le immagini ferali di morte, e di qual disperata morte! mi passano traverso la mente fugaci come ombra sopra la parete; la narrazione funesta di sì acerbo caso, ch’io studiava agevolmente proseguire, e già divenuta malagevole e scabra; al maggior uopo ogni soccorso mi manca; mi rimane il cuore soltanto, che ha sentito e sente tuttora di esser vivo per la trafitta dell’orrendo dolore.
Dopoché quei cinque sventurati rinchiusi furono in quell’orrenda prigione, se ne stavano assorti nella meditazione delle tante sventure che dovean in breve trascinarli sì barbaramente ad ignominiosa morte. Più di ogni altra però li crucciava orribilmente l’idea del supplizio cui venian condannati da’ loro concittadini e fratelli; e però, non la morte, ma il motivo ed il modo atterrivanforte i loro cuori convulsi.
Ed io sfido l’uomo più coraggioso della terra a non atterrirsi orribilmente all’idea, ch’egli sano nella persona, intatta l’integrità delle forze del corpo e della mente, nel fiore della gioventù, nelle più ridenti speranze d’una prossima rigenerazione politica, ad un tratto sente intimarsi, come gli uomini, i suoi concittadini in gran parte, han già decretato ch’ei muoia, e muoia il tal giorno, alla tal ora, in tal modo. Oh! questo debb’esser senza dubbio un tormento, oltre il quale e impotenziata affatto a spingersi la più tetra immaginazione. No, non è mica il pericolo della morte che lo cagiona; perché io credo che in punto ancora più spaventevole, cioè nel fervore d’una pugna, d’una battaglia, d’un assalto, non invada certamente questo terrore nemmeno i cuori più pusillanimi e vili. Perocché nel moto d’una battaglia, ove la foga, lo spettacolo, la mischia confusa, l’ira, il coraggio, l’emulazione, il furor di combattere, la gloria di vincere e trionfare, inebriano i sensi e gli spiriti siffattamente da non vedere, o visto, da non curare il pericolo, ove questo e pure incerto, sebbene prontissimo, possibile la resistenza, applaudita la franchezza, beffato il timore, ove il colpo mortale giunge repentino, viene assolutamente esclusa ogni fredda riflessione generatrice del tormento morale della morte.
Ma nel caso d’un condannato, per lo avverso, dove tutto e premeditato, dove si sa che ogni respiro abbrevia la vita accostando a quell’ora fissata per la morte; il non poterla impedire; il saper intanto che dipende da un cenno degli uomini, e per un lieve errore o delitto di opinione; il preconcepire di esser circondato da ogni intorno di simili suoi, che molti lo compiangono, che pochi lo tradiscono, ma che niuno può prestargli vita e salvezza; esser moribondo nel vigore della salute e della vita; esser oppresso da una possanza materiale sotto una forza invisibile; in una parola, tutta la cerimonia ferale d’un’esecuzione di morte, tormentar deve l’immaginazione del condannato in un modo che non puossi neanco immaginare con qualunque altro paragone delle miserie umane.
Invano io credo che la ragione e la filosofia confortar tentino il paziente. Oh! che son mai allora le loro consolazioni, quando il male sì affannosamente ne stringe! Belli sono i precetti della filosofia banditi dalle cattedre e dai libri, eccellenti contro ai mali passati ed ai futuri; ma nelle presenti sciagure, quando il dolore c’incalza, quando inevitabil rovina sovrasta, allora la natura reclama altamente i suoi diritti, e ridendo della filosofia, sparge al vento i suoi conforti.
Né quei miseri condannati a morte ve ne trovavan alcuno, sebbene nel loro pensiero si sforzassero di rintracciarvelo. Il caso additò loro dove realmente ne avrebber trovato uno efficace, potente, poiché gettato lo sguardo smarrito e confuso in un angolo di quell’antro tenebroso ammantato di lurida paglia, ebber veduta la veneranda Immagine del primo rigeneratore d’Italia, dell’immortale Pio Nono, che uno di costoro stretta portava nel suo seno, e che, per ¡smarrimento di sensi, si avea poscia lasciato cadere sul suolo. Tutti e cinque con gli occhi fissi in quella Immagine, provavan quei miseri una commozione che nel profondo de’ cuori faceva lor dire, sebbene il labbro fosse muto ed immoto: 0 tu, salutato da tutta Italia, Principe riformatore di tanti milioni di redenti; tu Inviato dal Cielo per porger ristoro e vita a tante oppressate genti; tu conforto e speme de’ nostri fratelli, abbandoni or noi, tuoi veri proseliti, e non vieni a darci sollievo in sì terribili angoscie!… —
Queste meste parole profferiva appena balbettando uno di costoro, quando tutto a un tratto la foga del dolore scoppiò in un torrente di pianto, interrotto da un gemilo profondo e da un fremito convulso che fini in un lungo sospiro; e gli altri quattro confratelli di sventura piansero al suo pianto.
Gia si appressava a gran passi l’istante fatale, in cui consumar doveasi il memorando sacrifizio di sangue. A un cenno già dato, dispongonsi sotto le armi le truppe, e tutta ingombrano del loro marziale apparato l’atterrita Città. Tutto in quel momento ispirava orrore, fatto, desolazione, spavento. Non un uomo, néuna donna più si mirava per le deserte strade. Ogni cosa colà favellava di morte. Schiuse intanto le ferree prigioni, ne vengon tosto tratte fuori, o più tosto fuor trascinate le cinque vittime duramente destinate al ferale supplicio. Due file di soldati strettamente attelati li cingon in mezzo. In atteggiamento di mestizia e di profondo dolore, procedon via quei nostri REDENTORI secondi. Giungon finalmente nel ricinto fatale, ove altra schiera di soldati, già designati affatto sacrificatore, attesamente attendeali; e colà, genuflessi, bendati, in duri ceppi avvinte dietro il dorso le mani, forte suggellando col sangue la novella redenzion nostra, il nostro novello riscatto, han tempo appena di pronunziare i dolci e cari nomi di VIVA PIO NONO! VIVA LA COSTITUZIONE! VIVA LA LIBERTÀ!… e già più non sono!…
Allora un fremito universale ruppe la taciturnità del luogo; chi dette in pianto; chi esclamò; chi si pose a recitare le preghiere del suffragio; chi, alla vista di quello spettacolo, coprendosi gli occhi con ambe le mani, rimase assorto da angoscioso affanno; chi gemendo, ansava come travagliato da insopportabil tormento; chi finalmente, percuotendosi la fronte ed il petto, esclamava: Oh! Dio non lascerà invendicata la lor morte; l’Italia farà portar pena del sangue versato dagl’innocenti!… —
L’infausto annunzio arrivò tosto a ferire l’orecchio dell’unica sorella, che si aveva uno di quei cinque GLORIOSI; le si volea da prima fare un mistero del tragico avvenimento; vano ritrovato di pietosa prudenza! conobb’ella ogni cosa; comprese tutto; le si schierò agli occhi il corteggio ferale della Giustizia che le trucidava il fratello. Sorpresa da un tremito convulso che le impediva di muoversi, si pose a gridare nel fervore del suo delirio: Pietà, o carnefici, pietà di mio fratello!…. 0 Vergine, Vergine mia, travolgi le braccia e le mani che impugnano gli strumenti di morte. Sospendi quei colpi che sono per torgli la vita. È sangue d’un innocente…. e innocente la causa…. Molli corsero verso quella derelitta che, sfigurata e abbattuta dal dolore, si strappava le vesti ed i capelli. Sopraggiunse in fine il padre tristissimo; guardollo spaurita; lo riconobbe; gli lesse nel volto ciò che dubitava: — Tutto e finito: — esclamò con accento disperato, e divenuta più pallida della morte, restò come una stupida; essendo pur vero quel che disse un antico filosofo, che i dolori, quando sono eccessivi, istupidisco no. Venne pietosamente confortata e adagiata sul letto. Sviare l’anima sua sensibile da quell’orrendo pensiero, fu opera pietosa, ma vana. Un’altra, vittima di quella tremenda giustizia dovea scendere dentro il sepolcro; la meschina dopo pochi giorni spirò… —
Calabri, Italiani, se qui non piangete, di che solete voi piangere? Ma non tutte le angosce trovan sempre conforto nel pianto; le più gravi, per Io avverso, son vaghe più tosto di cupo e profondo silenzio. Quando gli amici, i concittadini, i congiunti recaronsi a consolare lesuperstiti ed afflitte famiglie di quei cinque GLORIOSI,le cui anime, sciolte dalle terrene e guaste membra, eranal cielo volate, non profferirono motto, né piansero; si assisero sì bene secoloro in terra per molti giorni e molte notti, perocché videro essere la loro doglia molto grande e molto profonda.
Ed invero, o famiglie sventurate, che cosa importa a voi miserissime, che i figli vostri sien oramai diventati dominio di storia? Che cosa vi giova, che non possa ormai memorarsi RIFORMA in Italia, o COSTITUZIONE nel nostro Reame, senza che il pensiero ricorra al valore e alle prodezze de’ vostri spenti figliuoli? Che vale, che le ossa di quei vostri dilettissimi, onorati di grande memoria e di gran fama, sien benedette insieme con quelle di molti grandi Eroi, ond’ebber comune la sorte, e che pur dentro alle tombe fremon ancora del sacro amore di patria e di libertà? Né vi conforti punto l’idea, che, presso a quei magnanimi e forti, li riconoscan eglino per figli ed eredi dell’immensa anima loro: tutto questo non può consolarvi, o desolale famiglie, anzi vi accresce il dolore e l’affanno. Voi non vedete altro al presente, tranne cenere ed ossa, or rende piaghe ed ancor rappreso e vivido sangue!…
Non io negletto ed incolto scrittore ho sì pronto e spedito, sì agevole ed animato lo stile, onde pigner altrui acconciamente le altre più ferali scene d’orrore e di lutto, di desolazione e di sangue, che hanno avuto luogo, a questi tracorsi giorni, nella pur troppo infelice e flagellata Sicilia, e sovra tutto in Palermo, Capitale di essa, e nella Città di Messina. Non la mia bassa e rozza eloquenza nelle storiche dipinture quella sibbene d’un Tacito, d’un Machiavelli, d’un Muratori, d’un Guicciardini, d’un Botta, si richiederebbe più tosto, per tutte francamente narrare, e tutte partitamente discorrere le orrende stragi, le uccisioni crudeli, le disperate morti, le orrorose carneficine, che orrendamente insanguinarono quel trinacrio suolo.
Ma dacché sembra pure che il concetto dolore pel duro flagello celle guerre civili, cui tuttora e teatro quell’Isola sventurata, trovi un qualche sollievo sfogandosi; poiché il tributo della laude a quei benemerenti e magnanimi cittadini, che di grandissimo valore pugnarono per la nostra gloriosa e comun causa, e vinserla versando generoso sangue, più tosto che bisogno per loro, sia ufficio principalissimo del viver nostro civile; poiché il caso presente così proceda pie no di grandezza e di sventura a un tempo, che dicendo le valorose imprese di tanti eroi della libertà italiana spenti da fatti precoci, si venga a parlare della storia memoranda de’ nostri immegliati destini, di quanto questa nostra comun patria dolcissima accoglie in sé presentemente di più prezioso e di grande, io farò forza a me stesso, e tenterò laconicamente, come colui che guarda e passa, qualche picciola cosa accennare.
Sia qualunque il torpore o la debolezza in cui gli abitanti delle due Sicilie sembravan esser fatalmente caduti, esisteva non però di manco da pertutto un segreto sforzo di rigenerazione intellettuale, morale e politica, un germe fecondo di vero e positivo immegliamento, ch’è sempre l’effetto della grazia del cielo che ci vuol vivi e SALVI. Malgrado la forza progressiva e sempre crescente dell’egoismo individuale, sentivan le masse in se stesse una vita novella che cercava spandersi e propagarsi ovunque t e però l’invincibile presentimento d’un’imminente trasformazione sociale agitava e muoveva secretamente i cuori napolitani e siciliani. Sien qualunque le illusioni cui nascer faceva il desiderio, per più riguardi, sì naturale d’un consolante e permanente riposo, chi potea mai lusingarsi che le cose relative al mondo politico restasser sempre tali quali erano allora? chi potea credere alla loro durata?chi sognava mai una stabil dimora in mezzo a tante ruine, a tanti vortici di tenebrose ed allarmanti opinioni? chi de’ napolitani o de’ siciliani spiriti non aspirava altamente ad una novella patria riformata, ad un altro rigenerato mondo, che non era mica quello in cui pria si viveva?
Or, poiché i popoli delle due Sicilie ivansi indeclinabilmente avanzando verso un più felice avvenire, di cui nulla cosa impedir non potea la realizzazione necessaria; quante volteciò che debb’essere, produrrassi immancabilmente, malgrado tutte le concepibili resistenze, la vera saggezza consiste, secondo noi, nel secondare il movimento che arrestar mica non puossi, a fine di evitare le terribili scosse, le violenti commozioni, cui apporterebber infallibilmente cotal i deplorabili resistenze. Moderar deesi il pendio o la declività del fiume, anzi che innalzar una diga contro il suo corso; imperocché, tosto o tardi, frangendosi il riparo, le acque imprudentemente ammassate e raccolte, apporteranno da lungi una devastazione su quel medesimo suolo cui dovean provvidenzialmente fecondare.
La Sicilia, in questi ultimi giorni, ci ha porto la più chiara e visibil prova d’una cosiffatta verità. Nel giorno dodici Gennaio, giorno sacro alla Gala solenne di Corte, per gli anni trentotto di S. M. il Re N. S. i vapori politici, ond’era gravida la trinacria terra, e di cui il fermento maturavasi incessantemente, produssero infine la prima e più terribile esplosione in Palermo, Capitale di quell’Isola. Né giunge tosto infausta novella al Governo. Molti Vapori e legni da guerra con celerità sorprendente spedisconsi per colà, carichi di truppe, di artiglierie e di bellici attrezzi. Si minaccia e si tenta dalla parte di mare, si resiste e si protesta dal lato di terra; si avventan colpi da una parte, scambiali vengon dall’altra; disbarcan le truppe, e vien loro contrastato l’ingresso nella ben chiusa e fortificata Città; vengon aggrediti di assalto i cittadini armati, ed oppongon loro. una formidabil resistenza; gravi ferite e molte morti da ambe le parti; la Città in tumulto e in allarmi, in fiera costernazione e scompiglio le truppe; tutto annunzia un funesto avvenire, ogni cosa e presagio di comune inevitabil rovina; quella florida e ridente contrada e già tutta divenuta un teatro di guerra, un tristo spettacolo di sangue e di strage….
E poi, considerando io meco stesso il luttuoso e lacrimevol tema, mi cade vinto ogni ardire, e se la paura di far cosa vile non mi dissuadesse, io del tutto mi rimarrei, imperocché quale persona, non dirò calda e sensibile, ma di più duro e adamantino cuore vive nel nostro paese, che, od udendo sì miserevoli casi, o leggendoli per opera di scrittori valorosissimi illustrati, non si commuova ed attristi? Quale animo meno aperto alle umanissime affezioni, udendo meritamente levare a cielo da tutta Italia tante animegrandi e generose, tanti arditi e magnanimi eroi, deliberatamente intesi a combattere e morire per la difesa della comun causa giustissima, non gli encomi o rimpianga come se figli o fratelli ei si fossero?
Deposta intanto dall’animo qualunque importuna iattanza, mi sia permesso affermare, che mal si apporrebbe colui, che avvisasse poter meglio i contemporanei nostri fratelli apprendere altrove, che in quell’insanguinato ostello, i fatti orrendi ed atroci delle ultime guerre civili, colà sviluppate ed inferocite… Questi fatti nondimeno, queste stragi e queste guerre han fruttato buon seme per noi; questo seme ha sviluppato buon frutto e somma gloria; e questa gloria durerà lungo tempo alla nostra patria; e noi veramente speriamo nell’Eterno, che sia perdurarle lunghissima.
Cosa degna non pertanto di molta considerazione si è questa, che le riforme costituzionali, apparse tra noi, in questa Capitale, assai pure e caste, assai liete e scevre di sangue, fruttar non dovessero poi per la Sicilia, che discordie cittadine e cittadina strage. Delle moltissime cagioni, che sapranno di ciò rinvenire gl’intelletti sani, usi a specolare sottilmente le ragioni e cagioni delle cose, a me sembra dover recare innanzi principalmente questa una. Le politiche riforme od innovazioni, per istinto divino di coloro che le promuovono o sviluppano, si propongon sempre migliorare gli umani destini, e simile intento conseguono, o di conseguire si affaticano mercé de’ contrasti. E però, in Palermo, ne’diacenti villaggi, nelle aperte campagne, ne’ contadi pur anche, tutto tumultuava orribilmente, e tutto divenne un vasto campo di battaglia. Fra i cittadini chiusi da un medesimo muro, e le truppe vaganti al di fuori, a tutte le intemperie suggette, al duro cimento esposte di dover combattere, non con un solo nemico, ma con molti e più formidabili ancora, la fame, la sete, il gelo, il freddo, la neve, le malattie, inferociva la guerra, si asserragliavano le strade, lungo le case, o piuttosto fortezze, si formavano all’improvviso aerei ballatoi, ove uomini invasati dal furore correvano a balestrare saettarne, a rovesciare sassi, e peci liquefatte, e mobili d’ogni valore, d’ogni qualità e costruzione, ed olii bollenti financo sopra gli assalitori; le suore claustrali, dimentiche del proprio sesso, della condizion loro, del sacro recinto ov’eran castamente rinchiuse; i Religiosi Benedettini del paro, congiunti ad una schiera numerosa di liberali, cui somministravan armi ed asilo nel proprio ostello, ferivano d’ogni arma i nemici; le donne in massa, d’ognicondizione od età, ne imitavan l’esempio con entusiasmo ed ebbrezza; le campane poste in alto per laudare la Maestà dell’Eterno, o con tocchi incessantemente concitati innaspavano le ire, o venivan fuse e tramutate in bocche da fuoco, da vomitare strage e morte; da presso, da lungi, dinanzi, da tergo, di qua, di là, di su, di giù, andava percorrendo il grido: all’armi! All’armi! Sangue! Sangue! e il fragore delle mazze ferrate percosse sulle membra nemiche, lo scroscio delle aste, de’ piuoli e delle falci, che rotti in frantumi saltavano ai colpi delle spade e de’ fendenti a due mani, il rumor delle lance perforanti gli scudi di acciaio, lo strepito de’ cavalli catafratti, sia che uccisi cadessero nella mischia, sia che fossero attesamente svenati per non esser preda del nemico, sia che tra loro si urtassero, sia che inviluppandosi, essi e i cavalieri andassero sottosopra in un fascio, le voci d’ira, i lamenti del dolore, le grida di pianto, la superbia della vittoria, l’orgoglio del trionfo, i singulti della disfatta, la disperazione de’ perdenti, l’insulto de’ soverchianti, la furente gioia de’ vincitori, la disperala rabbia de’ vinti, il rabido accanimento d’ambo i partiti, la violazione delle clausure, la fucilazione di Frati inermi, la violenza al sesso imbelle, il disserramento delle prigioni, l’evasione de’ cattivi od imprigionati, le finte rese, la fuga ignominiosa, le furtive uscite, gli abbandoni illegali e vigliacchi, le violazioni di fede, l’infrangimento di palli, le capitolazioni fraudolenti, le mitraglie fischiarci e micidiali, i corpi stivati e guasti per terra, i cadaveri imputriditi od insanguinati, le pestilenziali o miasmodiche esalazioni, le stragi inenarrabili insomma, empivano d’affanno, di paura e di morte le confuse genti.
E mentre coteste, ed altre più truci scene accadevano in Palermo, il tanto famoso e magnanimo Ruggiero Settimo indirizzava al Popolo il seguente PROCLAMA:
«Figli miei! l’ora del vostro trionfo e già venuta. Un ultimo fatto di armi vi resta a compiere, e la vostra anima esulterà nella più sublime delle vittorie…. delle vittorie nazionali. Popolo eroico ‘l pretender da te il giuramento di vincere, o morire, e oramai inutile, quando hai finora combattuto più che con le armi, col petto italiano colla generosità fraterna, ed hai voluto provare il piacere del vincitore, sol per alleviare le miserie de’ tuoi prigionieri. Tu, ancorché perdente, sdrai sempre dall’Europa onorato, come uno de’ primi popoli della storia contemporanea.»
«Figli miei! pria di sera dovrà il palazzo essere espugnato: io vi sarò capo, se il volete, in quest’ultima impresa; ma se vi verrà fatto al penetrare colà entro, ven prego, fate lacere l’aspro dolore delle vostre ferite, obbliate l’agonia de’ vostri compagni d’armi morenti, e non riconoscete in quei soldati gli assassini di monaci inermi, i sacrileghi violentatori di donne imbelli; colà entro altre armi non dovete recare, che pane per gli appaurati, ivi rinchiusi, coppe di acqua pura per gli assetati, fasce pe feriti, bare per onorevoli sepolture de’ cadaveri. Non una gocciola di sangue si versi, di quel sangue preziosissimo, sangue vostro, sangue italiano; sovra tutto sien le donne rispettate, che non sono che vedove piangenti, ed orfane vergini; sien le une raccomandate alle madri vostre, le altre alle vostre sorelle, e l’onore di tutti sia dato in custodia alla fede nazionale. I soldati, che hanno colla mitraglia distrutto gran parte di voi, più che la vostra vendetta meritano la vostra estimazione, poiché né manco l’amor di Patria gli ha fatto venir meno ad un giuramento dato ad una causa ingiusta. Considerate quali sarebbero stati, e quanti esempi di prodezza vi avrebber dato, se la fortuna avesse lor fatto difendere la causa vostra, della Patria, dell’umanità. Niun rancore adunque si serbi, e sien quelle mura riguardate da voi, non con ribrezzo, ma con amore:esse non debbono esser per voi, che un ostacolo, che vi ha impedito da gran tempo di abbracciare alcuni vostri fratelli. Oh! ve ne supplico, figli miei, sia la purità della vostra gloria la sola mercede che vogliate concedere alla mia canizie.»
«Prostratevi ora riverenti, Sacerdoti di Dio, benedite le vostre bandiere; (tutti s’inginocchiano) all’armi! all’armi! si muoia senza infamia, si vinca senza rimorsi. All’armi!»
La truppa intanto vinta dalla resistenza dell’invitta Palermo, ed esposta a perire per mancanza di mezzi, ha precipitosamente abbandonato quella Città, guidata per lunghi e tortuosi giri dal così dello Boia di Palermo, che co’ soldati, avanzo dell’armata, si è salvato recandosi a Napoli.
Il generale dell’armata ostile, volendo dall’atto finale alla sua tragica spedizione, ha fatto, pria di fuggire per l’imbarco, scarcerare tutti i condannati al bagno del Molo, affine di gettarsi come lupi sulla Città; ma, ob sorprendente prodigio dell’opinione patriottica i condannati, resi liberi, stan fermi dinanzi alla casa di pena, e spiccano un araldo al Comitato per ricevere le sue ordinazioni; conseguenza di quella famosa legge che garentiva tra essi il rispetto alle proprietà.
Fratelli, concittadini, posteri, se queste mie carte potranno ammollirvi il cuore, e farvi piangere, troppo bene speso io terrò il lungo amore che mi fece cercare i modi facili ed acconci dell’eloquio italico, troppo avventurosi gli studi: un caldo affetto, un sospiro, una lacrima, sarebber per me un premio, una grazia, una lode più grande assai di quelle ch’io avessi ardito desiderare o sperare.
Fin qui delle tragiche, orrorose scene, onde fu teatro la Città di Palermo, cui volger dovremo peranco un’altra volta il pensiero: vediamo adesso quai destini eran riserbati a Napoli, quai mutamenti politici v’intervenivano, qual condotta osservavasi da’ nostri savi e valorosi concittadini, quali generose riforme a noi largamente concedeansi dal magnanimo cuore del nostro Augustissimo Moderatore e Padre Ferdinando II.
Addottrinati siamo per la lettura delle antiche e recenti storie, che non evvi stato, appo tutte le nazioni del mondo, mutamento alcuno di reggimento politico, senza l’efficace intervento delle masse operatrici di grandi cose e di strepitosi avvenimenti, senza la benefica influenza di qualche anima grande e generosa, cui stia profondamente a cuore l’opportuno immegliamento de’ sociali destini.
Aver però non conviene troppa fidanza nel potere dell’uomo, indipendentemente da un provvidenzial magistero. Ei può molto senza dubbio, ma non può tutto. Solo l’influenza benefica dell’Eterno su’ corpi morali e civili dalla sua divina essenza procedenti, compier puote esattamente la grande opera dell’intellettuale e morale restaurazione, nella politica o civile rigenerazione. L’economia dell’umanità, del pari che quella del mondo fisico, ha le sue leggi general i, contro di cui si cozzerebbe vanamente; leggi sì fatte fissano la direzione, e, dirò così, determinano la curva, che dovrà la social massa descrivere nel suo passaggio a traverso del tempo. Or, l’azione di cotal i leggi sovrane non mai ci si svela con sì manifesta chiarezza, quanto nell’epoca in cui i popoli, cedendo ad una forza incognita di se stessi, son menati, in apparenza ciecamente, nella vasta lor orbita, come gli astri nel vano immenso dello spazio; e lo scopo verso cui dirigonsi non pertanto e certamente quello cui loro addita e prescrive l’Ordinator supremo, lo scopo divino della rigenerazione de’ popoli.
Da un tanto vero, incontrastabile per chiunque non ammette punto che il sistema degli esseri intelligenti sia stato formato alla ventura e abbandonato poscia a sestesso, legittimamente scende, che posseggon i popoli presenti di Europa una regola sicura e quasi infallibile, dietro la quale ponderar possonsi gli avvenimenti morali e politici, ed in general e tutti i fatti e tutte le riforme possibili dipendenti dalla libera azione dell’uomo.
Tutto ciò che opponsi alla tendenza insormontabile dell’umanità, e ingiusto in se stesso,e però funesto nelle sue conseguenze: ciò che favorisce o fomenta il progresso della riforma, e buono ed altamente salutare, comunque non se ne ravvisi immediatamente l’effetto. cotal maniera elevata di considerar le cose, non solamente mena a più solidi risultamenti che verun’altra mai, od a previsioni più certe per l’immegliamento futuro, ma scevra d’avvantaggio le discussioni politiche pel bene de’ popoli da tutto ciò che aver potrebbero di personale. Ed e ancor questo un gran vantaggio pe’ Governi e pei governati. In una cosiffatta altezza di pensieri regna una calma maravigliosa, una tranquillità di coscienza inconcepibile affatto da chiunque non l’abbia ancora provato: i vapori, a’ onde tutte formansi le più fiere procelle ed ingeneransi le più terribili bufere, non ammassansi che nelle più basse regioni dell’aria.
Tranne qualche spirito debole e smarrito, cui notte ha sorpreso innanzi sera nel buio del passato, niun evvi ai nostri dì che chiaro non vegga, che tutte le frazioni d’un popolo, d’una comun famiglia, di fratelli composta e di cari cittadini, gravitino verso il comun centro d’una grande unità, che costituir doveasi o tosto o tardi, poich’ella e il termine oramai de’ nostri sforzi comuni ed il compimento felice de’ nostri prosperi destini. Sarebbe stato adunque un violare una delle primitive leggi dell’umanità e combatter a un tempo l’ordine provvidenziale, il chiudersi nell’angusto recinto dell’abborrito sistema d’un interesse individuale, di talune vecchie nazionalità, d’un patriottismo esclusivo, d’un egoismo assurdo e impudente.
Avvicinar deonsi, per lo avverso i popoli, giungersi di più in più infra loro stendersi a vicenda la mano, scambievolmente aiutarsi e proteggersi, addoppiare estringer in uno il sacro legame della fraternitade universale, senza di che gemeranno eternamente sotto l’orribile peso d’infiniti mali. E che altro e mai ciò, se non lo sviluppo del principio stesso di sociabilità che ha l’Eterno trasfuso nel cuor dell’uomo creandolo; dono magnifico e celestiale, poich’è la sorgente d’un progresso continuo senza limite assignabile?
La simpatia, il naturale istinto, la ragione, l’esperienza, il buon senso, tutto, in una parola, tranne le ree passioni, efficacemente concorre a spinger i popoli per questo calle di verità, di vita e di virtù sociale. Ciò che volea finora dividerli, o renderli tentava perfettamente isolati, era il genio del male e della discordia, era il mostruoso personale interesse, opposto pur troppo ai veri interessi dell’umanità, che sono stretti e giunti intra loro dalla natura umana in tal modo, che il bene di ciascuno si accresca col bene di tutti, e il bene di tutti con quello di ciascuno.
La scienza stessa financo, e sia quella peculiarmente che ha per iscopo là politica, non è forse più feconda, e non si dilata via più, a misura che diviene accessibile ad un maggior numero di spiriti? il suo progresso non dipende forse in gran parte dalla moltiplicità degli sforzi simultanei? — Nel comunicarsi a vicenda i pensieri, nel far palesi §li uni agli altri i propri bisogni, o quelli ella ci vii comunanza, nel trasmettersi le idee dall’uno all’altro individuo dell’umana specie, il movimento dell’intelligenza s’accresce e dilata vie più, si sviluppa e rafforza indefinitamente, e la diversità de’ punti di veduta, richiamando l’esame e la comparazione, abbrevia, compendia, modifica la durata degli errori inevitabili, in fatto di politico reggimento.
Unirsi in uno, e vivere d’avvantaggio; e ciò ch’è vero del pensiere, lo e igualmente nell’ordine materiale. Se fattizie barriere si elevasser tra’ popoli per inceppare le loro reciproche relazioni; se i prodotti de’ diversi climi e delle industrie differenti non circolasser senza ostacolo da un’estremità del globo all’altra, su’ mari e su’ continenti; se la libertà commerciale non trionfasse da periodo dell’egoismo, dell’interesse privato, del fisco e de’ monopoli privilegiati, aumentar mai vedrebbesi, o promuovere almeno, inun’incalcolabile proporzione, la ricchezza comune, l’universal floridezza, il generale benessere? —
E però la giustizia e la carità, d’onde procede la vera unione, la fratellanza vera, sono le due precipue leggi, non solo dell’ordine morale, senza di cui veruna associazione umana non potrebbe sussistere un sol giorno, ma di tutta altresì la prosperità materiale. Quest’ultima ba d’avvantaggio un’altra condizione indispensabile, la scienza; e i popoli, ch’estimar deonsi nell’attuale sistema politico, come tanti fratelli costituenti un’ampia e comune famiglia, sono felici e forti, agiati e contenti, secondo la misura della giustizia pratica, della carità e della scienza, che costituisce la lor vita morale ed intellettuale. Tutto ciò dunque che, nelle istituzioni, nelle leggi, negli atti del potere, lede la giustizia e la carità; tutto ciò che colpisce la pubblica coscienza; tutto ciò che di rettamente opponsi allo sviluppo della scienza, alla sua rapida e facile diffusione, e fatale a’ popoli, ed ba per effetto lo spingerli perdutamente nella miseria e nella barbarie.
Del pari che, ne’ loro reciproci rapporti, tendon eglino all’unità, come a loro scopo finale, ba visibilmente ciascun di loro la stessa interna tendenza, cioè, una tendenza ad organizzarsi dietro il principio, irrevocabilmente acquistato dall’umanità, d’una colleganza fraternalmente universale, d’una nazional carità, d’un vincolo perfetto di socialbilità, e, per seguenza, d’una volontà scempia affatto d’ogni generazione di violenza, esente da ogni limite arbitrario, sia nelle leggi Messe inviolabili di natura, sia nell’unanime od universal consentimento, al di là di cui ogni altro volere e assurdo, né aver puote esistenza verno legittimo potere.
La fratellanza e la carità universale, l’amor dell’umanità e del generale benessere, i vincoli di pace e di vera unione, altamente proclamati a’ di nostri dalla ragione e dalla coscienza di tutto l’uman genere, son dunque le solide e ferme basi, su cui riposar dee l’intero edilizio sociale; e però, il solo tentare di rovesciarle, e lo stesso che voler arrestare il corso delle umane tendenze, un attaccar direttamente la vita stessa degl’individui tutti che han comune con noi la specie, un voler annientare le disposizioni stesse di natura, un opporsi apertamente all’attuale Riforma, annunziatrice di pace, d’unione, di fratellanza, di patria carità, infra gl’individui tutti componenti il nostro Reame.
Or, l’Europa antica, e chi noi sa? era politicamente costituita sul principio contrario a quello che or domina avventurosamente presso le più incivilite Nazioni, illuminate fur troppo e rischiarate dalla Filosofia e dalla politica che son luce vera per eccellenza. Esplicitamente o implicitamente partivasi da questa massima, che i popoli, destinati unicamente ad ubbidire come schiavi, appartenevano di diritto o ad un uom solo, o ad una classe superiore di persone, stabilite attesamente per governarli e ridurli in istato d’ignominiosa servitù: di quivi un ammasso di smodate ineguaglianze, una scena ferale di crudeli oppressioni, una serie sempreppiù decrescente di diritti, di cui il primo termine era l’autoritade assoluta d’un solo, superbamente elevatosi a condizione. di tiranno, o il voler dispotico e capriccioso di molti, addivenuti gli assassini dell’umanità, il flagello vivo de’ popoli; ed era l’estremo opposto la servitù più o meno abbietta delle masse.
Avventurosamente comprese queste altissime verità il valoroso ed illuminato popolo napolitano; le comprese del pari pienamente l’anima bella e generosa di Ferdinando II, nostro Padre amorevole più che clemente Moderatore e Re. Ma che può fare a pro della sua Nazione invilita ed oppressa un savio e benefico Principe, sinistramente impressionato, o, dirò meglio, incessantemente modificato dal soffio avvelenatore di CHI volea perderlo nella cara e dolce opinione de’ suoi fedelissimi popoli, di chi tentava inimicar questi al loro diletto e prezioso Monarca? —
E però una lotta terribile, un contrasto mortale, apparecchiato dagli sviluppi precoci degli spiriti più illuminati ed ardenti, regnava, egli era ormai un pezzo, infra due principi opposti, fra due contrari partiti. Ed il combattimento d’opinione, ch’era permanente e grande sin dal principio di Gennaio del 1848, divenne poscia più accanito nel 25 di esso, si sviluppò energicamente, si estese e propagossi dapertutto nella Capitale; ed eranequasi centro l’immensa strada di Toledo, mirabilmente ingombra da un’onda di valoroso popolo, concitato quasi a tumulto, e più mirabilmente secondato dal gentile e nobil sesso, assiso in vaga e lieta pompa sui balconi delle proprie abitazioni.
Questo era l’urto, il contrasto era questo, che regnava allora infra i due partiti, il partito de’ liberali, e ‘l partito degli assolutisti. Ma qualunque esser potessero allora le fasi passeggiere di quella politica collisione, il principio della caritade universale, dell’amorevol fratellanza, della patriottica unione, avendo seco le forze tutte morali della nazional comunanza, forze indestrutlibili ed incessantemente crescenti, era assurda la vittoria che il secondo partito tentava in vano di disputar al primo.
Sposare, in effetto, il partito degli oscurantisti, o prestargli vilmente soccorso, e un grave misfatto contra il vero diritto, e un prolungar infruttuosamente, con una calamitosa e deplorabil pugna, i disordini ch’esso seco trascina, le sofferenze individuali e le terribili angosce della civil comunanza che aspira al riposo, e che non rinverrallo giammai, se non nel pieno godimento di ciò che le leggi naturali dell’uomo, dicui la sorgente e in Dio, ad appetir l’obbligano ed a cercare invincibilmente.
Non mai l’uman cuore sarà pienamente tranquillo, se pria un cotal giusto voto non sarà dell’intuito soddisfatto. Il principio di carità e d’amore, di sociabilità e di fratellanza,sempre vivente ne’ nostri petti, malgrado tutti gli sforzi e i tentativi tutti dell’abbattuto egoismo per distruggerlo, reagirà poderosamente contra il vizio opposto; e l’individuale interesse, inquieto sempre d’incontrar da pertutto un’invincibil resistenza che infrena l’azion sua comprimente, cercherà in se stesso, nella sua estensione, un rimedio inutile e vano.
E però il movimento, agli occhi del saggio e magnanimo Moderator nostro, non fu mica un disordine, e né anco una minaccia di disordine; né punto si mosse, per seguenza, ed arrestarlo, né l’arrestaron le brave e generose nostre truppe, né vi fecer ostacolo alcuno i loro prudenti e valorosi duci, né più tentossi di ristringere od inceppare quell’inviolabil facoltade, onde sono gl’individui dell’umana specie naturalmente potenziati, d’avvicinarsi infra loro, di scambiarsi gli amplessi, di avvicendarsi i baci di fratellevole amore, di stringersi gli uni gli altri le amiche destre, di proromper in mille segni di nazionale allegrezza, di esultare di pubblica gioia, di giugnersi in forte lega fra loro ed agir di concerto in uno scopo d’interesse comune. Né facea più d’uopo isolarli, né spiar con diffidenza, come ne’ tempi tracorsi, i loro più occulti pensieri, il lor andamento morale, gl’intellettuali procedimenti, né moltiplicare le spie, né dilatar le reclusioni, né oppor flagelli al malcontentamente pubblico per mettersi seco in equilibrio, né rientrare, in fine, per tutte le vie nelle irreparabili ruine del passato. Sarebbe stato questo un errar funesto per quegli spiriti che si fosser lasciati prevaricare. L’umanità non va mica retrogradando; né stazionario può più nomarsi il suo movimento o sviluppo; la strada al bene e al riposo, alla sicurezza e tranquillità sociale fé schiusa intieramente; non d’altro fa d’uopo che batterla con fermezza, con intrepidezza e coraggio.
La forza morale, irresistibile ad ogni urto, allorché vuole usar fermamente e con saviezza de’ suoi diritti, andrà incontro ad un rapido accrescimento, e così vedrà più chiaramente lo scopo che dee proporsi, e i mezzi per raggiungerlo. Una saggezza preveggente aprirebbe allo spirito umano una via pacifica verso questo scopo, donde allontanar non potrebbesi giammai; niun ostacolo potrebbe arrestarlo gran fatto, o non l’arresterebbe forse che al duro prezzo di funeste sciagure nazionali.
Non impediscasi punto alla forza pensante, intelligente e libera il suo cammino, e nulla avrassi a temere dal canto suo. Ingenerava paura il suo progressivo sviluppo, ma a torto. Più lo spirito dell’uomo e illuminato e collo, più sarà in istato di conoscer la somma de’ doveri che assislongli, e meglio ancora e più esattamente adempierli. Ei non è naturalmente violento che contro l’ingiustizia, contro l’oppressione manifesta, meditata, proterva di altre ione morali. Istintivamente attaccato all’ordine sociale e morale, voluto dall’Eterno in tutte le cose, e che non puot’esser disturbalo senza ch’ei soffra, ne rispetta financo l’apparenza; e quando a difender si accinge il suo diritto, ciò avviene, perché una voce che punto non inganna, la voce di Dio gli dice: TU LO DEVI.
Il mostruoso sistema dell’egoismo materiale e dell’oscurantismo oltraggiente, in opposizione al sacro principio dell’amor, sociale, della patriottica fratellanza, della cantate voi divergenza e propagazione de’ lumi, rimena tutte le cose, nella civil comunanza, alle spregevoli proporzioni dell’individuo. Era questo il male che. divorava la generazione dell’epoca passata. Ella non credeva all’indomani, perché l’individuo noi conosceva per anco. Di che cosa, in effetti, occupar mai si poteva costui, se non d’un godimento passeggiero? Egli ammassava dunque tutto il suo amore per concentrarlo in questo stesso godimento, e giugner avrebbe voluto insieme gli altri godimenti tutti, per tutti concentrarli poscia in un sol istante che rapidamente fogge.
Fatevi pure a chiedere, di grazia, a coteste anime fredde ed insensate qualche sforza di generosità, un sacrifizio pel ben pubblico, ed elle non v’intenderanno punto. E nulla cosa intanto operasi di grande, di veramente utile e durevole nella società, che in virtù di generosi sforzi e di coscienziosi sacrifizi. La forza morale di tutta l’umana specie n’è capace pur troppo. ma esclusivamente ella sola. E però sol ella ha potenziala facoltà di produr gli uomini destinati a realizzare, come l’han già realizzalo col fatto, l’opera veramente sociale della nostra epoca di redenzione o di nazionale riscatto.
Modellare la società intiera, I’universal comunanza del nostro paese, su la ferma e solida base d’una morale unione fraternalmente perfetta; coordinar le leggi secondarie a questo stesso principio di sociale benessere e d’ingenita uguaglianza, all’ombra consolante ed augusta di queste stesse leggi; sistemare le individuali occupazioni e diriger la ripartizione delle cariche o degl’impieghi, delle nazionali industrie o de’ comunali mestieri in maniera, che, senza colpire alcun interesse legittimo, ritorni ogni cosa al comun vantaggio, al più gran benessere di tutti i nostri fratelli, tal era senza dubbio il gran problema da risolversi, e tal e pur troppo in quest’epoca avventurosa di politica rigenerazione il consolante teorema, che tutte tiene positivamente occupate le generose menti che vanta questa nostra patria, alla cui testa ci e dato provvidenzialmente di veder collocato il nostro Augustissimo Sovrano ed umamssimo Padre, Ferdinando II; è questa la più grandiosa e stupenda opera prescritta alla comune alleanza di cotesti esseri benemerenti della Nazion nostra, che han bramosia di vantare permanenza e vita nella grata memoria nostra, ed in quella altresì de’ posteri nostri.
Un’opera cosiffatta, l’opera sublime ed immortale del nazionale risorgimento, lo direm con piacere a chiunque de’ nostri cari fratelli, sarà costantemente dinanzi a’ nostri occhi, consacrata sempre nel cuore, profondamente impressa e suggellala nella mente.
Pienamente sommessi non però di meno, sì come ad onesti cittadini conviensi, a tutte le leggi che dalla forza morale verranci imposte, e non sorpassando giammai i limiti ch’elle fissano in qualunque grave materia alla discussione, deplorerete sempre il fatale errore di coloro che vivean un tempo nella lusinghiera persuasione, che il silenzio, in fatto d’immegliamento sociale, o civile, o morale, arrestar potesse il movimento generale degli spiriti, le loro interne e necessarie modificazioni. Di quivi, e non d’altronde, nelle tenebrose epoche del passato, l’abbrutimento delle anime, il materialismo universale de’ corpi morali. Imprigionar mica non puossi, nella felice posizione in cui di presente siamo, né più inceppare il pensiero, essenzialmente necessario all’uomo morale, imprimendo inopportunamente il suggello sul labbro veritiero.
Noi siam di credere fermamente che la carità sociale, ne’ tempi e luoghi in cui ci viviamo, sia il miglior garante dell’ordine morale; che la mutua amorevolezza ispirata dalla patriottica uguaglianza di spirito, di pensiero, di vita e di diritto, sia il più valido e possente scudo della società; che tutto ciò da ultimo che toglier vuolsi ad un cosiffatto principio, ch’è pur sacro ed incontrastabile per se stesso, passa incontanente sotto il dominio dell’ignorantísimo cieco e brutale. Sin a tanto che il sistema del linguaggio parlalo o scritto non sarà punto interdetto; che i segni convenzionali ed articolati, pronunzienti liberamente l’uman pensiero, non verran confiscati; che conservar potrassi la speranza di realizzare con la convinzione e per le vie legali, ciò che si crede di esser un diritto, un bene vero e reale, non ricorrerassi giammai, lo speriamo fermamente, a verun altro mezzo illegittimo, ch’esser potesse dalla violenza ispirato; essa e sempre l’ultima ragione di colui che non ne ha d’avvantaggio, o ch’estimasi impotenziato affatto a produrne delle altre.
Se havvi in noi una ferma e soda credenza, fondata su lunghe e serie riflessioni, su vasta ed estesa lettura, e quella appunto, che la diffidenza, e forse anco l’odio che reciprocamente ispiravansi le classi superiori o privilegiate, come addimandavansi un tempo, e le classi inferiori od abbiette della società, aveva per unica sorgente gli ostacoli apportati alla discussione de’ loro interessi reciproci. Egli è ben dimostrato però, e qual altra più aperta e convincente dimostrazione che il fatto presente? come cosiffatti interessi, lungi dall’esser inconciliabili fra loro, sono essenzialmente identici; perocché niun immegliamento morale per la condizione dell’umanità e possibile o sperabile, se non in quanto che riposerà sul religioso rispetto d’ogni diritto legittimamente acquistato, e che tutto ciò che l’invilita gente, nel possesso de’ diritti da lei proclamati con equità sovrana, acquistar potrà di benessere, in una miglior organizzazione, avrà per effetto l’aumentar quello delle classi, di cui i timori insensati facean cadere in altri tempi odiosi la società in un disperato cordoglio prementele aspramente il cuore.
La soluzion vera, in una parola, del gran Problema sociale che divide i destini, dell’Italia non solo, ma dell’Europa intera financo, non è mica quella di livellar le fortune o gli averi, cosa impossibile, non dirò a tentarsi, ma a concepirsi pur anche, e che altro non produrrebbe che una povertade essenziale, una totale miseria; quella sìbene di elevarle tutte simultaneamente: e null’altro punto d’appoggio, per operare un cotal movimento d’ascensione, che cuore e fermezza d’animo, permanenza e costanza,unione vera di spiriti e nazional carità; non già le ricchezze materiali di già esistenti, che non potrebber mica rimuoversi senza annientarle in un istante.
Da quanto essi rapidamente detto fin qui, scorger puote assai chiaro il vero ed onesto amico dell’umanità, da quale spirito siam noi animati, da quai sublimi sentimenti ispirati, da quale ardente amor di patria mossi e diretti, nell’intraprender ad abbozzare queste poche pagine; il nostro altissimo e sacrosanto scopo, diciamolo pur francamente, non è ostile che all’egoismo, alle passioni individuali cui e rotto il mondo morale, e che desolano l’umanità, agl’interessi, in fine, che rendonsi pur troppo isolati per cercar la loro soddisfazione a spese dell’universale interesse. Da per tutto, ove noi crediamo di scovrire o di ravvisar cosiffatta tendenza, valorosamente combatteremla, e sempre con un’idea tutta morale e coscienziosa d’adempiere in ciò ad un dovere sacro, dovere rispettabile d’umanità nazionale, cui il nostro geloso e dilicato ministero sovranamente ci appella.
Consecrati svisceratamente al vero bene della patria, cui diecci l’Eterno a comun madre, ad invitar ci facciamo gl’individui tutti onde il nostro popolo componsi, a rifondersi ugualmente, per loro comune benessere, nell’unitaria fratellanza e nell’amor nazionale. Allorquando un cotal voto adempirassi, la natural equità de’ diritti e la legittima indipendenza degli spiriti regneranpienamente; e questo voto non adempirassi che pel vantaggio de’ nostri cari fratelli. Quindi non più guerra, non più inevitabile e mortalguerra, infra gl’individui ed i popoli, fra i cittadini e il Sovrano; vincoli di pace e di carità da pertutto.
Voler impertanto incatenare l’avvenire alle forme sociali, essenzialmente appiccate e giunte al privilegio esclusivo ed assoluto, sarebbe un eternizzar la discordia e deporre nel seno stesso delle novelle istituzioni o politiche riforme, destinate a garantir l’ordine e la stabilità dell’ordine, un germe indestruttibile di discordie e di collisioni eterne. Nino essere morale e sociale violar puote impunemente le sue leggi, le leg. gi dell’ordine pubblico, dell’universale benessere; ed ove per poco se ne allontani, il dolore o la pena ricondurravvelo tosto.
Cessiamo di lottare contro i nostri simili, guardiamci di divenir gli oppressori de’ nostri fratelli, ed incontanente il pesò de’ mali, sotto di cui ci fu dato di gemere pur troppo, allevierassi da se stesso a poco a poco. La fraternitade universale e il finale ed unico scopo dell’umanità; fuor di essa, niun riposo, pace e tranquillità nulla. A realizzare questa Razional fratellanza, quell’opera eminentemente sovrana, sono tutti diretti unicamente i nostri sforzi. E desse l’ultimo termine che assegna quaggiù la Provvidenza alla nostra personalità libera, attiva e intelligente.
Chiunque de’ nostri fratelli avrà fatto, o fatto fare agli altri, un sol passo verso di essa; chiunque de’ nostri cari concittadini ne avrà risvegliato peranco il sentimento nel fondo de’ cuori, questi, nel giorno in cui lo spazio e l’eterna notte ci si apriran dintorno, in cui, su’ confini delle due esistenze, non riman altro a ciascuno che la ricordanza delle sue opere, chiuder potrà dolcemente le luci a questo mondo d’illusioni, e dormir eternamente sonni tranquilli. La sua missione non sarà stata vana sulla terra.
Le osservazioni intanto che abbiam fin qui ragionatamente esposte, lungi dall’esser distaccate dagli avvenimenti storici o politici de’ nostri tempi attuali, appiccansi punto per punto ai fatti presenti, che ne son conseguenza e compimento logico a un tempo.
Le intenzioni de’ nostri concittadini e fratelli, coscienziosamente tendenti ad un nazionale immegliamento, non, sono in se stesse, e per le loro conseguenze, che filantropiche e sante; i sentimenti che gli animano per la comun nostra prosperità, non sono che nobili e puri, generosi e grandi; gli alti princìpi onde sono animati nella qualità di riformatori p promotori del pubblico vantaggio, trasfondon vita e speranza a novelli e più felici destini. La lor opinione e tutta basala spi saldo fondamento della giustizia, perché fa guerra ostinala all’usurpazione o violazione de’ diritti più sacri dell’umanità. Hanno costoro costantemente protestalo contro abusi siffatti; e buona parte di essi han suggellato col sangue una sì generosa protesta. Perseveraron eglino con fermezza ne’ loro buoni sentimenti, e, per metterli in opera, si appoggiaron con fiducia e sicurezza di coscienza sulla giustizia della santissima causa. Per la giusta difesa di questa sacra causa, innumerevoli vite sacrificaronsi nella Sicilia, nelle nostre Calabrie e nelle salernitane contrade.
Alla sola idea di nazionali riforme e di miglioramenti amministrativi, tutto ciò che concepir puossi di buono e di grande, d’avvantaggioso e d’incoraggiante per l’avvenire, destossi a un tratto nell’animo di chiunque; e l’entusiasmo d’un popolo sentitamente commosso a sì consolante idea, non ha nulla di comune colla bassezza d’un culto egoista e coi materiali interessi. Al nome di riforma, o di Costituzione, sì lungamente proscritto fra noi, ed ora sì apertamente proclamato, non havvi un cuore fra’ petti napolitani, che non frema e non esulti di gioia. Nel santo pensiero d’unità nazionale, di nazionale vessillo, di vita collettiva, le mani si serrano, si corrispondon gli animi, i cuori s’intendono, i giuramenti pronunziansi, si elevano al cielo i più fervidi voti.
Dolce cosa e consolante pur troppo, in effetto, e il vedere un’unione immensa di uomini, di concittadini e fratelli, aventi un principio comune credenti fermamente a questo stesso principio, come nel solo che possa rispondere ai bisogni comuni, alle intime aspirazioni d’un intero paese, e tutti intesi ad incarnarlo in una serie di atti che abbraccia la durata della propria esistenza atti coronati pur anche colla sublimità del martirio!
E cosa assai commovente era del pari il vedere in questa nostra Capitale, negli ultimi giorni che han preceduto il civico risorgimento, uno stuolo innumerevole di valorosi cittadini pronti a fare di sé qualunque maggior sacrifizio, ed a morire financo, pel felice conseguimento della già ottenuta UNITA’ NAZIONALE. E come mai si potea non dar luogo ad un sentimento immoderato di pubblica esultanza, se questa stessa UNITA’ di paese e di cuori, di volontà e di pensieri,,che si stava già preparando, era quasi sul punto d’offrire ai cittadini la scelta fra il lento e regolare sviluppo di principi già consecrati, e l’iniziativa spontanea delle masse? Come non lasciarsi invadere gli animi da verace allegrezza, alla consolante idea d’un partito universalmente basato, al dolce presentimento d’un principio nazionale conosciuto ed ammesso, d’una libertà garantita e proclamata a pieni voti, d’una casta regolatrice de’ diritti de’ governati e de’ doveri de’ governanti? —
In tale stato eran le cose nella Capitale, e siffattamente disposti gli animi de’ valorosi cittadini, moderati oltre modo, ma intrepidi sempre e costanti ne’ loro altissimi disegni, e sempre sprezzanti i gravi rischi dell’ardua intrapresa, e costantemente deliberali a marciare di fronte, e decisivamente risoluti a raggiugner lo scopo della rigenerazione d’un intero popolo; quando l’animo del clementissimo nostro Sovrano, altamente penetrato della giustezza della causa che animava tutta la Nazione in fermento, e dar volendo sempre più a’ suoi amatissimi soggetti non equivoche prove di paterna! generosità, si è mosso a un fratto a far subire un subitano cangiamento nel Ministero, e con Decreto del 18 gennaio siffattamente deliberava:
I. Sono istituiti de’ Consultori in servizio straordinario;
II. Allorché la nostra residenza sarà nei nostri domini al di qua del Faro, saranno di diritto Consultori straordinarii il Presidente della Suprema Corte di giustizia, il Presidente della gran Corte de’ conti, il Presidente della Gran Corte Civile, i Direttori general i, il Presidente della pubblica istruzione!, il Sopraintendente della pubblica salute, ed altri che crederemo opportuni fra’ nostri sudditi de’ nostri reali domini di qua e di là del Faro. Nel caso poi che la nostra residenza avrà luogo ne’ nostri reali domini al di là del Faro, saranno del pari di diritto Consultori straordinarii il Presidente della Suprema Corte di giustizia in Palermo, il Presidente della Gran Corte de’ conti, il Presidente della gran Corte civile, il Giudice di Monarchia, il Presidente della pubblica istruzione, i Direttori general i, il Sopraintendente di pubblica salute, ed altri che crederemo opportuni fra’ sudditi de’ nostri reali dominii di qua e di là del Faro;
III. Il nostro Consigliere Ministro di Stato’ Presidente della Consulta generale del Regno e autorizzato a chiamare alle sessioni delle Commissioni delle Consulte, e della Consulta general e, i cennati Consultori straordinarii, che vi avranno voto al pari de’ Consultori ordinarii;
IV. Ogni Consiglio provinciale del Regno alla fine delle sue sessioni ci presenterà una terna tra i principali proprietarii che trovansi nell’esercizio di Consiglieri Provinciali. Ci riserbiamo di scegliere un Consigliere provinciale per ciascuna provincia, per intervenire nella Consulta in tutte le discussioni risguardanti l’amministrazione delle rispettive province;
V. I Ministri Segretarii di Staio a portafoglio potranno, ove lo credano necessario, intervenire nelle sessioni della Consulta. Essi occuperanno il posto immediato dopo il Presidente generale della Consulta. —
Eran nondimeno sì lieve cosa pel popolo napolitano cotal i concessioni sovrane e civiche riforme che poca o nulla impressione han fatto general mente nell’animo d’ognuno. E pero a misura che andava crescendo il malcontento de’ cittadini, si andava via più disponendo il magnanimo Re Ferdinando ad esser più largo di ulteriori dimostrazioni di sincero attaccamento verso il suo popolo prediletto. Un altro Decreto quindi pubblicossi, avente per ¡scopo la promozione di utili miglioramenti nella grande amministrazione dello Stato; e conteneva le disposizioni seguenti:
I. Le Consulte di Napoli e di Sicilia dar parere necessario sopra tutti i progetti di leggi e regolamenti general i;
II. Esaminare e dar parere rispettivamente sugli stati discussi general i delle reali tesorerie de’ reali domini di qua e di là del Faro, sugli stati discussi provinciali e sa quelli comunali di cui per legge e a Noi riserbata l’approvazione, sulle imposizioni de’ dazii comunali, e sulle tariffe di essi;
III. Sull’amministrazione ed ammortizzazione del debito pubblico;
IV. Su’ trattati di commercio e sulle tariffe doganali;
V. Su’ voti emessi da’ Consigli provinciali a termini dell’articolo 30 della legge de’ 10 di dicembre 1816;
VI. Sugli affari qui annunziati i Ministri a portafoglio. non potranno portare a Noi proposizioni in Consiglio, senza aver prima sentito il parere della Consulta;
VII. L’amministrazione de’ fondi provinciali e affidata ad una deputazione che i Consigli Provinciali nella loro annua riunione nomineranno, ed alla quale ne sarà affidata l’amministrazione sotto la presidenza dell’Intendente;.
VIII. Gli atti de’ Consigli provinciali, ed i loro stati discussi, dopo la sovrana approvazione saranno resi pubblici per la stampa;
IX. Volendo Noi confidare agli stessi uomini di Napoli e di Sicilia l’amministrazione de’ loro beni, per quanto sia compatibile col potere riservato sempre al Governo per la conservazione del patrimonio de’ comuni, vogliamo che la Consulta generale ci presenti un progetto che aver dee per base:
1. La libera elezione de’ decurioni conferita agli elettori;
2. Ogni attribuzione deliberativa conceduta a’ Consigli comunali;
3. Ogni incarico di esecuzione confidato a’ Sindaci;
4. La. durata della carica de’ Cancellieri comunali.
Ma non fu pago perciò di cotal mutamenti né pienamente soddisfatto il partito nazionale. I cittadini napolitani ardentemente aspiravano a più ampie e radicali riforme, ad una COSTITUZIONE formale, nella credenza e convinzione intima di doversi adoperare pur eglino in Europa intorno ai destini dell’Umanità, aspiravano, in una parola, all’altissimo grado di NAZIONALITÀ’ UNA e forte, avvedutamente conoscendo che senza forza, non vi puo’ esser garanzia vera e durevole per la libertà del nostro sviluppo nazionale. E però, serbando ogni cittadino le proprie credenze, ed alimentando nel cuore le «lesse speranze, aspettava più acconcio il momento di farle prevalere e sviluppare entro i termini sempre della legalità, non men che di una tranquillità senza pari, e sempre con sommissione profonda ai regolamenti sociali in vigore ed all’inviolabil legge del Pubblico buon ordine. Ed il buon ordine publico intanto, la civile concordia, la fraternale unione, il rispetto alle leggi, la libertà individuale, le sagge vedute di sociale interesse, eran l’obbietto sacro del loro voto comune, su cui avean decisa e concorde o1 limone, il voto e la necessità d’una novella esistenza politica.
Un intento sì sublime, sì grandioso ed interessante eran costoro sicuri d’ottenere o tosto o tardi. Era nondimeno possibile ch’ei soccombessero a tanta impresa, per se stessa malagevole ed ardua; ma e pur certo altresì, che altri ancor prodi e valorosi cittadini continuata avrebbero la lotta. Caddero, e vero, più volte i nostri coraggiosi fratelli, per inciampo di costumi e per ostacolo opposto da influenza straniera; ma questa volta, grazie alla Provvidenza sovrana ed alla convinzion somma d’un immegliamento di sorti future, si eran eglino rialzati più forti nell’opinione, e con maggior fidanza pur anche, che nulla possanza, se non momentaneamente, potea rapir loro la vittoria e ‘l trionfo.
In mezzo a questa lotta di opinioni e di sentimenti, a questo contrasto di tendenze e d’inclinazioni, di teorie e di credenze, di speranze e di mal concepiti timori, l’estero e tenebroso genio del male si prendeva diletto di sparger sinistre dubbiezze ed immaginosi allarmi in più d’una mente ancor vacillante, in più d’un cuore non ancora ben rifermato, forte temendo il trionfo delle idee e delle anarchiche passioni. Ma il tempo ed il fatto, positivamente smentendo una calunnia sì atroce ed infame, han dimostrato pur troppo, assicurando chiunque del successo contrario, che cosiffatte stranezze non son fatte per noi. Il popolo napolitano, lo sappia pur una volta l’invido straniero, non è né COMUNISTA né TERRORISTA; ei tiene invece per paradossale ed assurdo il comunismo indiscreto e ‘l terrorismo immorale. Il partito liberale ha trionfato e regnato fra noi in variate epoche ed in diverse politiche vicende. Si potrebbe forse citare nelle nostre patrie istorie un sol atto di proscrizione, una sola legge di spogliazione o confisca di beni?— Se la moderazione quindi e riposta nel non abusare della vittoria, in questo caso noi siam tutti moderati e discreti.
Il popolo napolitano (apprenda pure quest’altra verità la trista gente che nulla comunanza e niuno rapporto può vantare co’ nostri interessi) non va mica mendicando stranieri appoggi nella sua giustissima causa, nella sua momentanea lotta; ei vuol solo che si rispetti inviolabilmente il principio che fu in altri momenti, ed in ben altre vicende, sì altamente proclamato; di lasciare, cioè, che ciascun popolo attender possa come meglio gli abbella e attalenta, senza intervento straniero, alla miglior organizzazione della sua vita interiore.. Che ogni Nazione europea si tenga dunque pronta, sopra un piede imponente, ed il popolo napolitano farà solo il resto quando gli si parerà più agevole ed acconcia l’occasione.
Ma ci debb’essere a cuore la pace, qualche Aristarco obbiettava, ed evitare la lotta nazionale, la guerra civile. E ne’ tempi in cui scriviamo queste pagine di storia patria, la guerra non è forse ovunque sviluppata ed accesa, fomentala e promossa? Non era ieri in ¡svizzera, ed oggi in Italia? E con qual altro misterioso nome appellar noi dovremo quanto stassi di presente operando in diversi punti, in variate contrade della nostra lacerata penisola? Si crede forse di poter dare in coscienza l’assurdo nome di pace a questa lotta ostinata, perciò solo che si combatte a campo-chiuso, fra le pubbliche piazze, negli esecrati ergastoli, ne’ penosi esili, nelle procurate ed occulte morti, negl’ignominiosi e ferali patiboli? E non si è abbastanza versato patrio sangue a Ceraci ed a Reggio? E non si son tirati a piùnon posso tanti colpi di cannone a Palermo e a Messina? Non si son bombardate e mitragliate le mura, i palagi, gli ostelli sacri per anco di quelle due magnifiche e grandiose Città?— Ah! più non dica lo straniero importuno, (ed è noto a chiunque di quale straniero c’intendiamo parlare) che gli sta a cuore d’impedire la guerra; dica più tosto, e ne ignoriamo l’arcano motivo, che non mezzanamente teme la vittoria e ‘l trionfo.
La cagione delle nostre lotte e de’ nostri terrori, procede in gran parte dalla, mancanza d’un diritto internazionale, giù conosciuto e legalmente rappresentato in Italia. E non vi ha più diritto internazionale fra’ popoli, perché più non havvi comunanza di credenze fra governo e governo. La politica de’ principi in Europa ha da gran tempo degenerato dalla vera e sana politica che, giugnendo l’uomo all’uomo, li fa risguardare come veri fratelli; ed appiccando popolo a popolo, estimar falli in fra loro come un’ampia e comune famiglia; non si cerca ed apprezza invece, a questi nostri miseri tempi, che la politica degl’interessi del giorno; e perciò nella maggior parte de’ gabinetti europei il vero Nume e la forza. Ma per l’uomo veramente di stato, per l’uomo dell’amor patriottico e della cittadina alleanza, non havvi altro Ente, tranne i trattati e le leggi, la pubblica salvezza ed i vantaggi comuni.
Uno sguardo passaggiero alla Carta, una rapida occhiata alla Storia, ed ognuno dirà francamente: I trattati e le leggi, la pubblica salvezza ed i vantaggi comuni son lo scudo e ‘l garante più forte di tutte le sociali masse nel tempo e nello spazio. I segni d’una conquista consumata, sono brevi intervalli di riposo per l’umanità; essa si arresta un istante, e poi riprende il suo costante cammino. Solo l’Eterno, e la sua eterna legge d’incessante progresso per le sue creature, son duraturi e permanenti per noi.
Qualche genio francese, che ha fama europea e senno eminentemente politico, avrebbe dovuto pur troppo approfondire i segni de’ nuovi avvenimenti, i sintomi delle novelle nazionalità, chiamate fra non guari a prender parte al comune lavoro, alla ristaurazione comune, Avrebb’egli potuto chiamare, all’ombra della Francia ringiovinita, le nazioni tutte di Europa ad una revisione solenne de’ trattati, che rinnegan ora il progresso, e che annullar converrebbe colla forza. Ei lo poteva, lo doveva forse anco, e non l’ha voluto! Si è voluto più tosto profanare il pensiero col contatto del potere; si ha voluto sacrificare pur anche la filosofia e la politica, la giustizia e l’umanità ad una fredda o pretesa ragione di Stato. E però, lungi dal saper indovinare e apprezzare, dal promuovere e garentire il felice progresso del tempo, non si è invece che pur troppo contribuito, con un assurdo esempio di smodato egoismo, d’indifferenza fatale, a trasfonder negli animi una diffidenza su tutti e su tutto; ed ha ciò ritardato in gran parte il nazionale progresso, la riorganizzazione cotanto sospirata delle nostre patrie cose.
Stretto oggi non però di meno il Genio dell’indifferenza dalla forza imponente del progresso, cui forse internamente abborre e disprezza, si vede assalito a un tratto da novelli e provvidenziali avvenimenti che non può né prevenire né arrestare. La resistenza ù forte, la lotta terribile, ostinato il con? traslo; ma fu più forte però il partito liberale, che di grandissimo valore pugnò, vinse, trionfò.
La provvidenza del cielo, in effetto, la siciliana strage, la larga effusione del sangue fraterno, la rimembranza funesta de’ CALABRI MARTIRI,la storia tristissima delle patrie sventure, il fatto presente delle intestine discordie iniquamente elevale a guerre civili, i rei suggerimenti di consiglieri malvagi, le macchinazioni infernali di CHI trarre voleaci ad irreparabil rovina, le occulte trame degli EMPI già scoverte e sventate, le tenebrose insidie de’ FELLONI e RIBALDI energicamente atterrate, la caduta fatale de’ più imprudenti PERVERTITORI del nostro buon Re e Padre, il terribil crollo di coloro che falsamente risguardavansi come le più salde colonne di quel Trono, di cui tentavan sordamente minare le basi, ciecamente immemori di quell’aurea sentenza di colui che scrisse:
Che fortuna quaggiù varia a vicenda,
Mandandoci venture or buone or triste;
Ed a’ voli tropp’alti e repentini
Soglion i precipizi esser vicini;
l’inattesa degradazione e scomparsa de’ SATANNICI FABBRI d’ogni nostro male, e d’infinite sciagure per questa nostra cara patria, le preghiere de’ buoni, le dolci insinuazioni. de’ veriamici della patria, le calde insistenze di tutta la Reale Famiglia, cui sta a cuore pur troppo il nostro miglior bene possibile, le calde ed unanimi rappresentanze insomma di tutta intera una comunanza di prodi, cospiranti ad un voto comune, il pubblico voto della nazionale rigenerazione: han talmente colpito ed impressionato l’anima grande e generosa dell’Augustissimo nostro Sovrano Ferdinando II, che il 29 di Gennaio, giorno memorando e sacro ne’ fasti della patria storia, con un atto veramente magnanimo d’impareggiabil demenza, siffattamente si mosse a decretare:
«Avendo inteso il voto generale de’ Nostri amatissimi sudditi di avere delle guarentigie e delle istituzioni conformi all’attuale incivilimento, dichiariamo di essere Nostra volontà di condiscendere a’ desiderii manifestatici, concedendo una COSTITUZIONE;e perciò abbiamo incaricato il Nostro nuovo Ministero di Stato di presentarci, non più tardi di dieci giorni, un progetto per esser da Noi approvato sulle seguenti basi:
Il Potere legislativo sarà esercitato da Noi, e da due Camere, cioè una di Pari, e l’altra di Deputati; la prima sarà composta d’individui da Noi nominati, la seconda lo sarà di Deputati da scegliersi dagli Elettori, sulle basi di un censo che verrà fissato.
L’unica Religione dominante dello Stato sarà la Cattolica Apostolica Romana, e non vi sarà tolleranza di altri culti.
La Persona del Re sarà sempre sacra, inviolabile, e non soggetta a responsabilità.
I Ministri saran sempre responsabili di tutti gli atti del Governo.
Le forze di terra e di mare saranno sempre dipendenti dal Re.
La Guardia nazionale sarà organizzata in modo uniforme in tutto il Regno, analogamente a quella della Capitale.
La stampa sarà libera, e soggetta solo ad una legge repressiva per tutto ciò che può offendere la Religione, la morale, l’ordine pubblico, il Re, la Famiglia Reale, i Sovrani esteri e le loro Famiglie, non che l’onore e gl’interessi de’ particolari.
Facciamo nota al Pubblico questa Nostra Sovrana e libera risoluzione; (e confidiamo nella lealtà e rettitudine de’ Nostri Popoli, per veder mantenuto l’ordine e il rispetto dovuto alle leggi ed alle autorità costituite».
La fausta novella d’un si fatto Decreto sparsasi a un tratto in tutti i punti di questa Capitale, e di bocca in bocca colla rapidità del baleno trasmessa; la vista di sì salutari avvisi, confermanti solennemente il lieto annunzio, ed in tutti i cantoni affissi della nostra Città; la fede rassodata, ed il voto unanime d’un Pubblico, oltre modo ansioso d’immegliati destini, già pienamente pago e soddisfatto; il grido concorde della nostra fervida gioventù, che ieri ancora fremeva e moriva in silenzio, e che oggi raccoglie nelle libere manifestazioni del suo voto supremo, il frutto de’ precedenti suoi sforzi; l’esultanza di pubblica gioia in cui fansi a prorompere i petti de’ più caldi cittadini, che a sì grand’opera valorosamente concorsero, e che stati sarebber più pronti a ricominciare la magnanima impresa, ove il GENIOesecrando della discordia e del male tentato avesse arrestarla nel suo glorioso progresso; il gruppo ammirabile in somma di tutte queste circostanze, che segnalavan per noi il giorno più lieto e più coscienziosamente sentilo della nostra mortale esistenza, non son mica tal cosa da potersi acconciamente pignére o descrivere da storica penna, e neanco immaginare o concepire da mente umana.
Non tantosto quest’Atto Sovrano vedeasi affisso a’ cantoni di Napoli, che stuolo immenso d’ogni gente traeva lietamente a leggerlo, ed in ogni petto destavansi veraci sensi di viva gratitudine verso il magnanimo Principe, in cui sin dal primo istante che da propizia stella venne appellato a regolare i destini di questo Reame, l’ardente cura della prosperità de’ suoi popoli fu sempre in cima de’ più vigili pensieri, e che ora ha manifestato di volerla consolidare in modo stabile e solenne sopra basi inconcusse.
Un solo affetto fu in tutti i cuori in quel giorno avventuroso consecrato a pubblica esultanza; un solo pensiero predominava in tutte le menti de’ cittadini ebri di gioia e di entusiasmo, il pensiero d’una rigenerazione già maturata e compiuta; un solo nome suonò su tutti i labbri fra gli evviva e gli applausi, quello di Ferdinando II, seguito ancóra da questi altri: Viva la Costituzione! Viva Pio Nono! Viva l’italica indipendenza! I Napolitani abbracciaronsi quai cari fratelli, e ne’ loro teneri amplessi, ne’ loro baci amorevoli, ivan colmando di benedizione il nostro comun padre e re. La folla del popolo inondante le pubbliche strade, e quella peculiarmente di Toledo; la nobile e fiorita calca delle più cospicue signore, assise sui balconi de’ loro sontuosi edilizi, e più briosamente corrispondenti al grido festoso del popolo, tutti insomma nel loro libero entusiasmo, fra le coccarde e le bandiere pomposamente sventolate, null’altro più ardentemente bramavano che vedere, applaudire e salutare col grido della riconoscenza il loro amato Monarca, che han sempre considerato come il maggior dono che lor sia venuto dalla mano dell’Eterno, in cui sta la fortuna de’ popoli e quella de’ loro Moderatori.
Vide il magnanimo Re, conobbe, sentì questo desiderio nazionale, questo voto impaziente di tutti gli animi, ed esitare non volle un istante a pienamente appagarlo. E però ad uscir fessi a cavallo dalla Reggia, avendo a fianco i suoi Reali Germani, infra il corteggio de’ suoi general i, delle Guardie del Corpo, di Guardie di Onore e di Usseri. La pubblica commozione non ebbe allora più limiti. Tutta la popolazione di Napoli accorreva a gran calca a Toledo, ed in tutte quelle vie pur anche per le quali presupponeasi ch’Egli passasse; e tutti unanimemente, alla vista del Re, alla vista di migliaia di costituzionali vessilli, alzando le voci di evviva, applaudendo con mani, esultando di gioia nel cuore, agitando fazzoletti, formando d’ogni carrozza una specie di festoso carro trionfale, elevando in alto cappelli, e sulla strada, e dalle ringhiere, e dalle terrazze di tutti i palagi, faceangli incredibile filial festa che. mal si potrebbe esprimere a parole, che via più raddoppiavasi all’atto clemente de’ suoi affabili saluti, e il sentimento profondo della quale, meglio che ad ogni altro segno, appalesavasi alle tenere lagrime che copiose irrigavano i volti quasi di tutti. Tanta era, in effetto, la moltitudine che amorosa gli si affollava d’intorno, affine di far prorompere dal petto la piena de’ suoi grati sentimenti, ch’era gradito intoppo a’ suoi passi. Il Re intanto, traversando Toledo in tutta la sua. lunghezza, proseguì il cammino per la strada degli Studi, Largo delle Pigne, Porta S. Gennaro, Forcella, Lavinaio, Marina, giro lunghissimo, in cui quasi tutta la Città si com prende, e poscia pel Largo del Castello si ridusse alla Reggia, raccogliendo ad ogni passo le stesse benedizioni, gli stessi applausi comuni.
Chi vide il giorno felice, in cui Ferdinando, chiamato dalla Provvidenza al Trono dei suoi Maggiori, percorse anche a cavallo la Capitale, preceduto dal corteggio più bello de’ Re, la CLEMENZA, accompagnato dalla scorta più fedele de’ Principi, i propri FIGLI,seguito dalla forza più imponente de’ Monarchi, i CUORI di tutto un popolo devoto; costui vide pur troppo la fatidica immagine di onesto giorno di gloria. In quello, schiudeva Egli il fonte di molti beni per la nostra cara Patria, quel fonte cui cercava inaridire la già svelata fellonia del tenebroso GENIOdel male; in questo, che vivrà eterno ne’ nostri fasti, apriva Egli per noi un’era novella ed incomparabile, l’era della ristaurazione politica; e le presenti e le future sorti della redenta Patria in modo magnanimo, e con esempio unico, solennemente stabiliva. E non chiudeasi intanto quel giorno festoso, anzi la sera di quel giorno memorando, che col grido non mai interrotto, e che suonerà perenne nel cuore di tutti, col grido di giubilo e d’amore, di riconoscenza e di fede, di concordia e di pace…. Viva il Re! Viva Pio Nono! Viva la Costituzione!
Mentre le feste e i tripudii, la galleria pubblica e le luminarie grandi per tutta la Città oltre modo beavano gli abitanti di essa, e lieti a un pari rendeano circa sei milioni di abitanti; mentre tutti estimavansi quai dolci fratelli nel sacro vincolo di amor di patria e di libertà, di verità e di giustizia; mentre il fior de’ Napolitani era tutto inteso a ben servire la Patria, non più col vigor delle braccia e con la punta della spada, ma con la fermezza de’ cuori e delle tendenze in ogni buon volere, coll’acume della mente e col valor della penna; due gravissimi mali ancora sovrastavanci, la CONGIURA, la PERFIDIA,il TRADIMENTO,per questa nostra parte di Regno, e particolarmente per la Capitale; gl’intestini torbidi la guerra civile, la strage ed il sangue, pel sicanio suolo.
Era omai qualche tempo già valico, che, per opra iniqua e tirannica d’un formidabil COLOSSO,oramai abbattuto e distrutto, ogni nostro miglior giudizio era invilito e depresso, contrarialo e punito ogni pensiero; sì che orridi tempi e volere iniquissimo ci aveano dell’intutto immersi in un profondo torpore, in un umiliante abbrutimento, in una degradazione di specie, in un totale obblìo di noi stessi pur anche. E però, in cosiffatto stato di violenza costituiti, veniaci in odio non pur l’esistenza, ma la Patria; e alfine non più quasi dell’esistenza e della Patria eravam cosci a noi stessi.
E così tutti, o poco men che tutti, martellati eravamo da disperazione crudele; e tutti eravamo così mal vivi, che peggio che morte. Ma la voce di Dio rimbombò, ci volle salvi, ne suscitò a novella vita di gloria e di splendor nazionale. Gia tutti ritornammo e memori di noi, e cosci della nostra libera esistenza, e pieni di amore ardentissimo per la nostra Patria. Ma che? memori di noi per iscavare a noi stessi la tomba; cosci della vita per farne la vittima d’una novella congiura; più teneri della Patria per vederla irreparabilmente in preda a novelli disordini, à più gravi ed orrende sciagure; perocché si tentava d’intingerla nel sangue dei propri Cittadini, di obbligarci a lasciarla più trista nella memoria de’ posteri, di darle per sempre un eterno addio!
Veglia però l’Eterno su’ nostri destini! e presto o tardi come non lascia scevra di premiola virtù, così non permette che resti occulto od impunito il vizio. Il sommo Dio,
Che puote a untratto le più basse cose
Cangiar coll’alte; e spesse volte ancora
Colui che siede in cima, a terra abbatte,
E l’uom depresso a nobil grado estolle;
illuminò l’anima del nostro buon Sovrano a tempo, fu sventata e distrutta la macchinazione infernale, e perduto per sempre il reo POTENTE, che aveala iniquamente ordita. Fu del pari conquiso il potere di tutti coloro che aderivano al suo scellerato partito; fu represso l’ardire di quella perfida e perduta gente da lui traviata e corrotta; ritornò clemente e magnanimo, virtuoso e saggio quanto Dio lo creò, il nostro augusto Monarca; ed Egli è or quello che ne risuscita e rigenera, ne fa consci che siam vivi, vivi nella pace e nell’ardentissimo amore per la nostra Patria.
Per reprimer, intanto l’audacia malnata della popolare bruzzaglia, del compro e sedotto LAZZARISMO napolitano, energicamente raddoppiò di cure e di sforzi, di valore e di zelo la nostra GUARDIA NAZIONALE. Valorosa, impareggiabile, invitta, esempio raro di sì bella istituzione civica a tutta Europa, ha ella aggiunto, in cosiffatte circostanze, un novello serto a quella corona di gloria, onde in tutti i tempi, ed in tempi non men pericolosi e difficili di questi, si ha sempre cinta la fronte. Le tanto famose giornate del 15, del 20 e del 28 son tre volumi di storia chericorderanno ai posteri con venerazione ilnome de’ cittadini napolitani; né altra contrada in Europa può vantare altrettanto.
La plebe guasta e corrotta, in cui dal DEMONEesecrato della rivolta si veniva soffiando il mal pensiero della rappresaglia, delle ruberie, del saccheggio, della strage financo de’ cittadini già segnati e proscritti; la plebe, forte incitata al popolar tumulto ed alla sfrenata licenza, non che messa a ribellioni; contro il tradito sovrano e la parte migliore del nostro paese, già mostrava agli atti ed alle opere i più ribaldi proponimenti: ma la guardia nazionale, rafforzata pur anche da immenso stuolo di cittadini armati, eroicamente stornava la terribile catastrofe. Quanti sono, in effetti, uomini onesti ed amanti della pubblica tranquillità, sì napolitani che stranieri, correndo spontanei ne’ quartieri ci giugnevansi ad essa per accrescerne forza e valore, per dividerne ancora i perigli e la gloria. Né men si adoperarono, in così estremi cimenti e gravi necessità, a comun nostra salvezza le truppe napolitane e svizzere, concorrendo tutti e come bravi soldati e come onesti cittadini a frenare un rovescio di cose, che potea costare e molte lacrime e molto sangue. E però, la guardia nazionale, degna pur troppo di tutti gli onori ed encomi che vengonle prodigati da una riconoscente nazione da lei sì degnamente rappresentata, meritate più grate benedizioni di tutto il regno, i più vivi elogi del nostro generoso Monarca, ed i più alti incoraggiamenti del magnanimo Principe che ne presiede al comando.
Né men energica e salutare influenza spiegò, in tanto malagevol trambusto, sull’animo della plebe un uomo indefinibile e strano, che D. MICHELE VISCOSI comunemente si appella, affine di ritrarla compiutamente dal mal divisato proponimento, e così trionfare della sua cecità, non men che della fellonia di COLUI che aveasela adottata a cieco strumento de’ suoi più neri disegni: ed eccone in qual modo.
Non pochi fra quelli che comprendono i princìpi ed il fine del governo costituzionale, godon di presente in lieta pace de’ suoi prodigiosi effetti, e continuano la lor vita di tranquillità e di calma, Ravvi poi di coloro che han da luogo tempo nutrita la speranza di conseguire questa felicità per vedere innalzata ad alto onore la patria, ed ora con senno e con amor patriottico si danno a compier la grand’opera, accoppiando alle cure del governo le proprie, per via meglio promuovere il bene nazionale. La plebe inane, che vede quasi impazziti, entusiasmati ed ebri di gioia i cittadini, del continuo gridando: Viva la Costituzione! e che non solo e disposta a compiere le sue criminose vedute in questi tempi di pubblica allegrezza, ma e ancora perfettamente ignara di ciò che intender si voglia pel vocabolo COSTITUZIONE; non ravvisa ne’ cittadini che tanti suoi oppressori e nemici, e nella novella forma di governo una formate aristocrazia tutta intesa a comprimerla e schiacciarla.
In questo stato di cose, il tanto famoso D. Michele e divenuto l’istruttore del popolo basso, l’illuminatore del volgo stupido e ignaro. Molti predicano, scrivon moltissimi per persuadere la sciocca gente intorno ai vantaggi della Costituzione presente; ma il popolaccio non intende né legge; e però l’istruzione e la stampa non producon pienamente il lor effetto. L’uomo del popolo e corrivo più agevolmente al suo scopo. Percorre, in effetto, le più luride strade, si riduce volentieri nelle pubbliche piazze de’ più plebei quartieri, sale sur una panca, fa un impasto della tribunizia eloquenza di Demostene, di Cicerone, de’ Gracchi, di Antonio, di Fabio e del P. Rocco, si fa felicemente capire, piega e convince, persuade e trionfa.
Ed egli e por vero che, sotto la veduta appunto di siffatte cose, han gli uomini e straordinari del grosso popolo la lor importante missione: appariscon eglino di tempo in tempo nella ci vii comunanza, e abbattonsi tosto in una folla superstiziosa e cieca, ignorante e turbolenta: entran poscia secolei in una profonda simpatia, vi stringon fraternale alleanza, e, quai suoi custodi e duci, quali altre guide e salvatori, nobilmente affrettansi a donarle i comenti e le idee, ¡le istruzioni e i popolari dogmi, le istituzioni e gli schiarimenti, ch’ella istantemente loro inchiede; ed eglino impertanto pensano per lei, per lei agiscono, si affatican per lei, compier le fanno la sua destinazione, sono insomma per lei una provvidenza secondaria. Ove in effetto, per una di quelle contingenziali sciagure ond’è sì spesso colpita e travagliata l’oppressa umanità, venisser meno per lei questi amici dell’uomo, questi popolari istruttori, questi veri moderatori del cieco mondo morale, resterebbe fatalmente la povera plebe nella più assurda ignoranza immersa.
Imperò, tranne sempre la provvida influenza del supremo modarator della natura, tutto debbon a costoro le vulgari masse quel bene materiale, quei sospirati lumi, quei vantaggi tutti individuali, ond’elle godon eminentemente. Ne’ tempi quindi d’immaginazione istintiva e di poetica riconoscenza, avean somma ragione d’addimandarli grandi eroi, sublimi geni, figli del. sole, inviati del cielo; perocché realmente ne possedean eglino le virtudi e ‘l carattere, i meriti e la missione. Ma gl’istruttori del popolo, reciprocamente, non han forse bisogno eziandìo dell’influenza delle masse? son queste forse tante inutili e vane esistenze per quelli, quando, ignorando elle stesse lo scopo degli avvenimenti morali o politici, ma forte stimolale da’ loro desideri, spinte dal bisogno, agitate, impetuose, ansanti, fan loro ricorso, ne imploran aiuto, ne proclaman l’esistenza, li destan talvolta dal loro letargo, gli spingona grandi imprese, gl’invoglian ad azioni magnanime, ricordan loro sublimi destini; quando, con quella voce unanime, indistinta, confusa, ma penetrante e sensibile, con quell’accento grossolano e rozzo ma efficace e possente, con quel tuono ch’è tuono di Dio, altamente gli appellano, li circondano, gli esaltano e fan loro sentire quei misteriosi avvisi di superiorità e di gloria popolare, ond’è la lor anima violentemente trasportata?
Tutto viene, in effetto, dalla popolar mas sa, dall’aura vulgare della plebe, quel soffio maraviglioso, onnipossente, energico, che investe e colpisce Fattuale eroedel basso popolo tripolitano, internamente l’agita e scuote, gl’ispira patriottici sentimenti, pensieri di ordine pubblico, idee forti, sentite, vive, interessanti, idee di pace e di tranquillità sociale. Unanimemente gridan le masse: vogliamo ascoltare D. Michele! ed ei tosto indirizza loro la parola; ognuno l’ascolta con attenzione profonda; tutti pendon silenziosamente dal suo labbro; si fa mirabilmente capire da ognuno; e ad ogni sua frase popolarmente classica ed originale evvi appiccata e giunta una di quelle troppo espressive ed intraducibili apostrofi, che il popolo, lungi dal sentirsen punto od offeso, trova giuste pur troppo ed acconce alla sua situazione presente. Gl’improvvisati ed istintivi discorsi diquest’uomo singolare succedonsi di giorno in giorno, di luogo in luogo; la folla del popolo incessantemente lo circonda, lo segue da pertutto, gli si stringe intorno, e quando scende dalla sua bizzarra, bigoncia, una e la voce della folla che grida: Ha ragione, ha ragione; siam ora persuasi e convinti.
Ecco quanto dir puossi per ora di quest’uom singolare per eccellenza, di quest(‘)eroe famoso del popolo napolitano; ei sente forte il bisogno di possedere uno stuolo di esseri semivegetanti sottoposti al suo cenno, e questa folla e il suo tutto per lui, e una massa viva e passionata, e il complesso di tante anime simili alla sua, naturale solo d’attività e di energia materiale, d’istinti sensibili e grossolani. Ove manchi per poco la folla sì fattamente intesa, verrà meno altresì l’energia di quest’uomo sì strano; ei non vive alpresente, non ècapace di sentire la propria esistenza, che in mezzo alla loro società, in mezzo a questa povera massa, in seno a questo popol debole e bisognoso, ch’egli non lascia punto languire e appassire, ma stimola sì bene e scuote, liberamente istruisce e persuade. —
Un’altra non lieve cagione ha contribuito ancora in gran parte a far cessare o spegner dell’intuito, in questi stessi giorni, il tumultuoso movimento pur troppo sviluppato nella sedotta plebe; vogliam aire la bella virtù dell’umanità e della beneficenza, che, tutta propria del nostro paese, non si è mai tanto manifestata che in cosiffatte circostanze e fra tutte le classi della società. E però soscrizioni d’ogni maniera a pro de’ bisognosi si son già fatte, e si van facendo tuttavia, tutte proficue e di considerevoli somme. E non solo uomini di gran merito e per fama onestissimi sono a capo di queste spontanee e generose largizioni, ma molte cospicue signore e rispettabili dame del paese eziandìo; sì che tutti a gara concorrono, e con la massima attività, al compimento d’un’opera sì magnanima e bella. Un’altra rilevante somma pur si raccolse in pochi istanti, ed in mezzo a parecchie società di ragguardevoli personaggi, che venne tosto distribuita a taluni già condannati per cagioni politiche, e che ora con ampio perdono sono stati aggraziati dal generoso Monarca:
A quanto si èdetto in poche parole, relativamente alla pietà de’ nostri generosi cittadini onde mossersi a venire in soccorso dei fratelli sventurati, fa di mestieri aggiungere, per la verità de’ fatti non men che per l’esattezza e fedeltà, storica, che alla carità cittadina accoppiossi pur anche l’imponente necessità di conservar l’ordine e la quiete pubblica; e però inevitabile una privata contribuzione avantaggio de’ poveri e de’ bisognosi. Alcuni disordini cagionati in questi giorni da pochi del basso popolo, han turbato alquanto la nostra gioia comune; la quale se non cangiossi in terribil tutto per questa Città, fu per opera della nostra Guardia Nazionale, che, pel coraggio e zelo mostrato nelle presenti vicende, come dianzi si è detto, merita una pagina gloriosissima nella storia della nostra politica rigenerazione.
Il nostro basso popolo, ingiuriato e vilipeso negli scritti d’oitramonte, e nondimeno d’indole buona e pieghevole; ma la miseria e la seduzione son triste consigliere al mal oprare; e quando ad esse va congiunta la più stupida ignoranza, che cosa non si dee temere dalla malignità e dalla ferocia, dall’ambizion cieca e tracotante di CHI sollecito fassi a spingere questi esseri sventurati al sangue e alla rapina?
E però fudovere di tutti, e nel santo scopo di porger soccorso ai miserabili, e di provvedere alla tranquillità sociale, e d’invigilare alla propria sicurezza, il venir ad una generale contribuzione, che fosse baste vole a rimetter la calma nelle basse classi, in fino a quando le nostre Camere non proporrebber leggi ed ordinamenti acconci a render il popolo più colto e quindi men bisognoso. —
Toccato avendo rapidamente de’ mali, che stavaci preparando l’inaudita fellonia dell’abbattuto MOSTRO di Averno, e che furon provvidenzialmente superati e vinti, non fia ora superfluo né vano lo spender anco qualche molto intorno alle calamità e sciagure, che sovrastavano orribilmente alla Sicilia, mentre avea luogo nella nostra Capitale quanto per noi si è già brevemente accennato. Imperocché ne’ mutamenti di governi, e sovra tutto nelle rivoluzioni, o nelle guerre civili, come gli avvenimenti moltiplicansi, ed i fatti politici vansi sempre più di giorno in giorno sviluppando, così e debito sacro d’uno storico contemporaneo l’accennar tutto, e nulla trasandare di tutto ciò ch’è più essenziale ed interessante, sia per l’intelligenza particolarmente de’ posteri, sia per la storica fedeltà ed esattezza sovra tutto, che non deesi in nulla guisa, e per niuna ragione, violare.
La Sicilia, sin da parecchi anni cominciò a sentire i danni d’una ferrea mano ministeriale, che, lungi dal lenire le sciagure cagionate a quell’Isola dalla perdita di migliaia di reputati cittadini, e delle migliori sue glorie, si appesantiva via più, ed imbrandendo la sferza del vitupero, accagionavala ne’ fasti della storia ed immiserivate ad un tempo. Un tristo GENIO, che aveva in pugno il Ministero, fu il fabbro fatale delle sue sventure, l’Attila d’un tal dramma, l’eroe crudele di quella luttuosa catastrofe. Per cosiffatta cagione sovra tutto, e per quell’altra ancora ch’essi per noi dianzi accennata e sposta, cominciò Palermo a meditare quella rivoluzione, che or non ha guari, con esempio straordinario di coraggio, e sì orribilmente scoppiata.
Affine però di evitare, nel miglior modo possibile, lo spargimento di sangue cittadino, senza voler intanto rinunziare ad una riforma governativa, non che alla restituzione de’ suoi antichi diritti, cominciò a pubblicare colle stampe moderate memorie sulla necessità d’un’assoluta riforma. Passò poscia più in là, e venne dignitosamente alle civili dimostrazioni; ma restando ancor queste affatto scempie del lor effetto, pubblicavan pei torchi un Proclama, nel modo che segue:
«Il giorno 12 Gennaro 1848, all’alba, segnerà; l’epoca gloriosa dell’universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quei Siciliani armati che sIpresenteranno al sostegno della causa comune, affine di stabilire le forme e le istituzioni analoghe al progresso del secolo, e volute dall’Europa, dall’Italia e da Pio Nono.
«Unione si richiede, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le proprietà; il furto dichiarerassi tradimento alla causa della Patria, e come tale severamente punito Chi è mancante di mezzi, ne sarà provveduto. Con questi princìpi, il Cielo seconderà la giustissima impresa. — Siciliani! all’armi!».
A tal proclama succedeva una dichiarazione, e ne valeva quasi come un’istruzione, al pubblico, e che oggi e la più bella giustificazione del popolo di Palermo, al cospetto di tutta l’Europa. Era ella concepita nel modo seguente:
«Dichiarazione. Le masse armate che dall’interno del Regno correranno a prestar mano forte alla causa Nazionale, prenderan posizione ne’ vari punti delle campagne indicate da’ rispettivi condottieri; costoro dipenderanno dagli ordini dei Comitato Direttore composto de’ migliori cittadini d’ogni ceto; la popolazione di Palermo uscirà armata di fucili, all’alba del 12 Gennaro, mantenendo il più imponente contegno, e si fermerà nelle parti centrati, aspettando i Capi che si faranno conoscere. Non si tirerà sulla truppa, se non dopo serie provocazioni ed aperte ostilità; in questo intervallo, niuno ardisca di criticare gli ordini ed i provvedimenti del Comitato; ciò e del maggior interesse, perché non si alteri l’esecuzione del piano generale diretto ad assicurare i destini della Nazione e la salute pubblica; qualunque movimento, che sarà suscitato in Palermo, e fuori, prima del giorno 10, si avverte di esser manovra di quella Polizia che tenta aggravare le pubbliche catene. Non si domanderanno contribuzioni ai proprietari, quando non sono volontarie e spontaneamente esibite; servirà ciò per ismentire solennemente quanto dalla Polizia vassi con impudenza. praticando, affine di discreditare il Comitato incapace di esercitare concussioni di migliaia di once a carico di. negozianti e proprietari.»
Spuntò finalmente il giorno 12 Gennaro, ed il popolo di Palermo fu aggredito da’ soldati che chiamava fratelli. Ai primi atti ostili, taluni cittadini fra’ più coraggiosi e prodi, impugnaron le armi, e, valorosamente combattendo sino ¡a sera, ridussero la truppa avia dileguarsi dalla città. In questo primo scontro, pochi furono i feriti dalla banda del popolo, pochissimi i morti; i soldati nondimeno patiron gravi danni, ed oltre a duggento prigionieri furon fra le braccia de’ palermitani, che prodigaron loro i dolci e cari nomi di cittadini e fratelli.
Il giorno 13 poi, per ordine di. De Maio, cominciò il bombardamento che prolungavasi per anco con la notte. Intanto i combattimenti in quel giorno eransi forte ringagliarditi. La truppa era tutta ne’ forti e ne’ quartieri concentrata. Si deliberò di far uscire la Cavalleria, che al primo scontro fusbaragliata e quasi distrutta dalla formidabile squadra condotta da Salvadore Miceli di Monreale.
In questa, il Comitato Provvisorio accompagnato dal popolo si ridusse alle case dei più cospicui cittadini, caldamente invitandoli a concorrer secoloro alla difesa comune; e vi aderiron tutti con generosa effusione di cuore. Stabilironsi perentoriamente quattro Comitali, ossia Direttori, uno per la finanza, uno di sicurezza e difesa, uno per l’annona, un altro di guerra. Designaronsi i luoghi più acconci ed opportuni, per deposito di vettovaglie, e munizioni da guerra.
Il giorno 14, seguitando ancora le bombe e le mitraglie, riunitosi novellamente il Comitato Provvisorio, con sua deliberazione pubblicò i componenti de’ diversi Comitati, nella seguente guisa:
«Art. 1. Riunita la municipalità del Comitato Provvisorio accompagnalo dal popolo, si è stabilito di farsi un comitato per provvedere a tutto ciò che riguarda l’annona, preseduto dal Pretore, e composto di Senatori e Decurioni presenti.
«Art. 2. Si è composto il Comitato per provvedere ai mezzi di trovare e somministrare le munizioni da guerra, e tutt’altro che concerne il buon andamento della pubblica sicurezza, preseduto dal Principe della Pantelleria, e composto de’ signori Duca di Gualtieri, Riso, Balsamo, Vengara, Caloña, Gravina, Rammacca, La Masa, Porcelli, Pilo, Capace, Bivona, Villafiorita, Castiglia.
«Art. 3.° Si è composto un Comitato per raccogliere tutte le notizie di tutti e singoli gli avvenimenti che succederanno, e poscia divulgarle con esattezza, preseduto dal sig. Maresciallo Settimo, e composto de’ signori Duca di Terranova, D. Calvi, Errante, Beltrani,Pisani, Manzone.»
Gli attacchi intanto con la truppa proseguivano gagliardamente, anche perché rinforzata da una spedizione arrivata colà da Napoli, sotto il comando del generale De Sauget; il quale, partendo la sua truppa in Quattro Sezioni, pensa farla marciare sopra Palermo. Qui la carnificina fu sanguinolenta, inenarrabile; e però fa d’uopo batter ritirata a spron battuto.
Il Comitato di guerra intanto, il giorno 17, pubblicava i seguenti bollettini:
«Il Monrealese Salvadore Miceli attaccò e sconfisse, il 13, la Cavalleria in Palermo. Il 14 si batté con la truppa in Monreale, ed obbligolla à rendersi verso le ore 20. Fece dono della vita a tutti coloro che si arresero e dispose che si organizzasse la guardia Nazionale. Adesso e fra noi alla testa di 100 valorosi, che fra poche ore saranno seguiti da parecchie centinaia. Sia ‘lode à lui.
«I valorosi Signori Porcelli, Giaciuto, Carini, La Masa,Iacona, Bivona, Oddo, Bastiglia, al cui fugace ardire dobbiamo l’acquistodi varii cannoni, Pasquale Bruno, che ieri si distinse nel conflitto di Porta Macqueda, e gli altri capi di squadra, combattono vincendo.
«Il prode Giuseppe Scordato, dopo di avere disarmata la truppa in Bagaria sua patria, menando seco a Palermo la vinta schiera colle armi deposte, ed un cannone ch’ebhe il destro di prendere in un luogo da lui conosciuto, e da tre giorni in Palermo, ove sempre combatté e vince. Ieri, dopo pranzo, la banda da lui guidata sbaragliò la troppa adunata nel luogo del Palazzo Reale. Sia a lui ed ai suoi meritamente dovuta la comun lode. Il Presidente del 4 Comitato. Firmato Ruggiero Settimo».
Il giorno 18 poi, un altro bullettino dello stesso Comitato era concepito in questi sensi:
«Un gentiluomo inglese, che per sola modestia vuole che se ne ignori il nome, ha posto a disposizione del Comitato di pubblica sicurezza e difesa tutte le munizioni di guerra che si trovavano nel suo legno, e con magnanime parole ha solennemente dichiarato esser pronto ad eccitare le simpatie della sua potente Nazione, e del mondo intero, per la virtù e per l’eroico coraggio con cui un popolo oppresso ha scosso il suo giogo.
«L’Americano Valentino Mott-Jan, spinto da quei sensi generosi che trovansi solo in popoli liberi, degni pur troppo di esserlo, sin dal giorno 12 prestò l’opera sua pietosa e salutare con brava perizia, e mirabile, su i feriti. Egli ha pianto alle nostre lacrime, ha sorriso alla nostra gioia, risguardando la nostra città come sua patria, perché gli uomini virtuosi, di qualunque paese, fra loro sono sempre in famiglia».
Il giorno 19 poi cominciò la seguente corrispondenza fra il luogotenente generale ed il Pretore di Palermo, nel seguente modo concepita:
«Eccellenza, lo spargimento del sangue cittadino e ben doloroso; se potete recarvi da me, avvalendovi dello stesso mezzo di ieri, potrei proporvi qualche altro più efficace temperamento, affine di evitare il male per quanto e possibile. Firmato De Maio Luogotenentegeneral e».
Ed il Pretore tostamente rispose:
«Eccellenza, la Città bombardata da due giorni; incendiata in un luogo che interessa la povera gente; io assalito a fucilate da’ soldati, mentre col Console d’Austria portato da una bandiera Parlamentaria mi ritirava; i Consoli esteri ricevuti a colpi di fucile, quando preceduti da due Bandiere bianche si dirigevano a Palazzo Reale……. men|re il popolo, rispetta, mentre tratta da fratelli tutti isoldati presi prigionieri: questo è lo stato attuale del Paese. V. E. se vuole potrà dirigere al Comitato generale di pubblica difesa le sue proposizioni. Il Pretore. Firmato Marchese di Spedalotto».
Le truppe intanto, bivaccate ne’ dintorni di Palermo, prive di vettovaglie, menomate da’ monti, scemavano della loro forza morale e materiale di giorno in giorno, e, nella speranza di guadagnar colle trattative, ciò che le armi avean loro negato, incalzavan forte De Maio pel disbrigo della faccenda; di qui. la cagione d’un’altra corrispondenza col Pretore. Ed eccone in qual guisa:
«Eccellenza, per terminare al più presto possibile ogni cosa, e necessario che S. M. sappia ciò che il popolo di Palermo desidera, senza di che non si può divenire ad alcuna trattativa. Per parte mia non mancherò di spedire in Napoli il vapore, e potrò cooperarmi di sommettere alla M. S. il mio sentimento, sperando che le domande siano moderate. Io vi prego di darmi una pronta risposta; intanto non tirerò un colpo di moschetto, purché dalla parte del Popolo si agisca ugualmente: aspetteremo quindi la risposta di S. M. non potendo da parte mia nulla decidere, e non avendo altra facoltà che quella di sacrificarmi pel servizio del Re. opero che V. E. voglia accogliere questa mia preghiera, la quale tende alla pace ed alla prosperità de’ Cittadini. — Palazzo 19 gennaro 18|8. — Il Luogotenente Generate. Firmato De Maio.»
Ad una siffatta lettera, o protesta che sia, venne incontanente risposto nel seguente modo:
«Eccellenza, Ieri ebbi l’attenzione di far conoscere a V. E. che le proposizioni dovean esser dirette al Comitato general e; ho comunicato subito la lettera che ora mi ha scritto, e questi signori non possono che esprimere l’universale pensiero. Il popolo coraggiosamente insorto non cederà le armi, né sospenderà le ostilità, se non quando la Sicilia riunita in general Parlamento in Palermo, adatterà a’ tempi quella sua Costituzione che giurata da’ suoi Re, riconosciuta da tutte le Potenze, non si è mai osato di togliere apertamente a quest’Isola;. senza di ciò, qualunque trattativa e inutile».
Poco dopo, il Luogotenente generale indirizzava altro foglio a S. E. il Pretore, siffattamente concepito:
«Eccellentissimo Sig. Marchese, ho ricevuta la sua lettera di oggi, e son contento di conoscere alla fine quali siano le intenzioni del Popolo Siciliano.
«Di riscontro, ho l’onore di manifestar le che vado. subito a sommetterle a S. M. per quelle determinazioni che stimerà di emettere nella sua saggezza. Sono con sensi di alta stima. — Firmato De Maio.»
Alla precedente lettera si rispose incontanente nel laconico modo che segue:
«Eccellenza, ho ricevuta la risposta di V. E. e l’ho comunicata al Comitato, il quale insiste nelle idee già manifestate. Sono con sentimenti di distinta stima. Il Pretore firmato Marchese di Spadalotto.»
Il giorno 21 poi, verso le ore 22, le squadre di Palermo si ricoprivan di gloria e cignevansi di novello alloro la fronte. Marciavano ordinatamente e con marziale intrepidezza, sotto la rispettiva Bandiera Tricolore, al più ostinato e nero combattimento; ed impegnavasi la pugna con molta gagliardia e furore contra le truppe, disposte nel largo del Palazzo Reale in ordine di battaglia. Sinistre ed allarmanti voci eran corse d’insulti commessi dalla sfrenata soldatesca (e che non osa e non tenta, ne’ tristissimi casi di guerra o di civili tumulti, la militar licenza?) contro le infelici Monache dell’Educandario di Sales; e le povere donne rinchiuse nell’albergo fuori Porla Nuova, del paro che le Claustrali di S. Elisabetta, eran minacciate dello stesso infortunio.
E però vi accorsero tostamente le squadre cittadine, con deliberato animo di evitare ulteriori e forse più gravi disordini ed attentati. Un’apertura fu praticata con molta rapidità dietro il Monastero, e ne uscivano a stento l’una dopo l’altra le Monache, spaventate, derelitte, smarrite assai meno pel timor della morte che potean incontrare fuggendo in mezzo ad una grandine di palle, che pel corso pericolo cui vidersi fatalmente, esposte; avean quindi ricetto e sicurtade in più sicuri ostelli, scrupolosamente scortale da civiche ed onorate bande.
Il vasto fabbricato intanto di S. Elisabetta in un attimo occupossi dal popolo, ed un cannone venne piantato sulla soglia del Parlatoio; attaccossi repente una forte mischia tra le squadre liberali, la truppa del Palazzo Reale e del Quartiere S. Giacomo. In questa, le squadriglie di Santoro e di Scordato, dopo tortuosi giri a traverso de’ giardini adiacenti, sbucaron ratte contro i Quartieri Borgognoni e Vittoria. L’assalto allora fu general e; terribile ed accanita la zuffa. Sopraffatta e costernata la truppa da un brulichio di palle, fuggissi alla sciamannata per Porta Nuova, avendo appena libero scampo da potersi rifugiare nel Quartiere S. Giacomo, il quale sovrabbondava di spenti soldati che infelicemente avean sostenuto il conflitto, e poscia sbaragliati dalla mitraglia di S. Elisabetta, del pari che dalla fucileria di tutti i lati. Allora il cannone del Bastione, tirando a raccolta, chiamò entro il Palazzo e nel Quartiere i superstiti dalla zuffa, e la notte ben inoltrata mise termine a quella lacrimevol pugna.
Oh!quanta strage e quanto cittadino sangue risparmiato sarebbesi, se di miglior senno o di maggior saviezza e prudenza si fosse allora fatto uso!… —L’autore intanto e comandante del bombardamento di Palermo, addatosi di non poter d’avvantaggio star chiuso in quella città; vedendosi pur troppo mal ridotto, sfornito di sufficienti truppe, e cinto dapertutto di pericoli in mezzo a nemica gente, fuggivasene solo, e di notte, in compagnia del suo confratello d’armi Vial, che non è mica quello che leggesi nelle immortali storie di Napoleone.
Allora la truppa ivi raccolta aprissi un varco. per di dietro il Palazzo, uscendo fuori Porta Nuova in mal ordine e scomposta, affatto scema di forze e di regole militari, sì che l’artiglieria, che di retroguardia anche essa fuggiva, pestava e stritolava alla rinfusa quanti feriti o moribondi incontrava sotto le sue precipitanti ruote. Ed eran corpi di commilitoni d’armi che, precipitevolmente fuggenti, inconlravan ferite e morie dovunque; perocché, avvistisi gli agguerriti popolani di quella subitana fuga, tenner loro agguato, e quanti poteron colpire colpirono, e quegli altri che scampavano per ventura le palle de’ prodi Palermitani, trovavan sciaguratamente nelle più folle tenebrìe della notte, nelle zampe de’ cavalli, fra le ruote del treno, e negli stessi colpi de’ loro fratelli d’armi, inevitabil morte.
E tanta strage, e tanti cadaveri, e tanto sangue, furon immolati alla codardia d’un SOLO, che, comunque sbalzato da queste nostre contrade, ed esule in estranea terra, forse ora insulta e maledice la nostra patria, o pure, qual altro Nerone, nella sua tranquilla e mostruosa apatia superbamente la deride.
In simil caso, e forse in più trista posizione, il general Pepe, il cui nome soltanto vale un elogio intero, e da un capo all’altro del nostro Regno rimbomba, salvar seppe la truppa, sedare i popolari tumulti, e render a un tempo il più alto servigio al Re, il quale, se comanda adempimento della militar disciplina, l’inviolabilità della Fede e del sacro giuro della pubblica difesa, diciamolo pur francamente e ad alta voce, non ha mai inteso ordinar l’assassinio, la distruzione e l’orrendo scempio de’ suoi amantissimi sudditi; perocché a chi ha dato quella spada e quella divisa, ha detto: Difendete le leggi, e non assassinale le proprietà; battete il nemico, e non massacrate i vostri subordinati; siate insomma uomo d’onore, ove pur non siate di prodezza e di coraggio fornito.
Palermo intanto, sgombro affatto d’armi e di armati, come dianzi per noi fu già detto, ad altro non tende che al civile riordinamento ed al ben essere de’ cittadini, colla sola guarentigia della sua Costituzione, con l’alacre operosità de’ suoi prestantissimi Rappresentanti e col buon volere di tutti. Ove nondimeno un altro ordine di cose sia per succedere all’attuale stato precario, in coi di presente la Sicilia ritrovasi, ci riserberemo altresì di farne alcun motto, pria di chiuder la fedele ed esatta espostone storica de’ nostri principali avvenimenti. —
Mentre intanto il nostro Re coscienziosamente ispiravasi al saluto di riconoscenza che gl’indirizzava questa nostra Patria gratissima, per la concessa Costituzione; quando il pubblico intero esultava di gioia verace ed altamente sentita, per la caduta dell’empio POTENTEe del TRADITORE della Patria; mentre col suo allontanamento ed esilio, si vedeva già estinto nel Regno il doloroso grido dell’oppressione e dell’affanno, dell’assurda tortura e della penace agonia; quando gli animi tutti, in una parola, eran forte invasi da viva allegrezza pel libero godimento di miei diritti ch’eransi riconquistati col prezzo di tante vite, e coll’effusione del sangue fraterno suggellati; era forza di destino che una tanta esultanza esser dovesse ancora avvelenata dai casi tristi avvenuti in Salerno, per difetto di pronta partecipazione del Decreto del 29Gennaro. Nel piùforte del loro entusiasmo e della smodata allegrezza in cui vivamente prorompeano quei festosi abitanti, assaliti a un tratto dalla truppa, ebber a piangere qualche morto ed alquanti feriti. I casi del Cilento però furon molto più tristi e desolanti. Il giorno 31, i liberali, che in numero imponente eransi riuniti al Vallo, venner impetuosamente aggrediti da una colonna di Regii con poderosa e formidabile artiglieria, sì che fu con sacrificati e divenuti martiri della già conseguita rigenerazione oltre a cento generosi. Giustissimo Cielo! chi mai pagar dovrà tanto sangue cittadino sparso senza necessità? Come mai sollevare tante vedove desolale ed afflitte, tanti infelici ed innocenti pupilli, che avranno quei cittadini lasciato nella miseria e nel duolo, nel piantoe nel lutto? — Un avvenimento sifatto ha in gran parte converso in profonda mestizia la gioia; perocché il sangue de’ cittadini, senza bisogno e senza scopo versato, e sangue preziosissimo per tutti, e non mai abbastanza rimpianto. —
Pur troppo degno inoltre di storica rimembranza e il considerare che, mentre il popolo napolitano era da un lato gravemente oppresso per siffatta sventura, e pienamente contento dall’altro, perché vedeva accolti i suoi voti e non mezzanamente esaudito il comune suffragio dal magnanimo Principe, che tanta prova di civile sapienza aveva data all’Italia; il Carnefice di questa oppressa Capitale, della Sicilia e delle Calabrie, il demone della Nazione, il flagello vivo de’ popoli, l’uomo della corruzione e dell’esecrata ferocia, fuggiva di Napoli sul pacchetto da guerra, il Nettuno, con provvida destinazione Sovrana di dover fermare a Livorno. Ma (tratto tremendo di divina giustizia!) non tantosto udissi la novella dell’odiosa presenza di quel fello traditore della Patria e del Re, che un sentimento istintivo, general e, irresistibile d’indignazione s’impadroniva di quegli animi generosi; e la troppo viva memoria delle tante vittime sacrificate al suo genio tenebroso ed infernale, fremer faceandi giustissima ira e di magnanimo sdegno. E però un immenso stuolo di Livornesi, tutti frementi e concitati a furore, ridersi a un tratto schierati su quella spiaggia, altamente protestando contro di lui. Il capitano del vapore inchiese intanto qualche provvigione di acqua e di carbone, affine di proseguir oltre il viaggio; vociferassi che il Nettuno fosse diretto a Tolone, per chiedere il soccorso d’una squadra Francese, e si risvegliò unanime un volere che non gli si fornissero i mezzi per continuare il viaggio. Allora il Comandante del posto, da una civica Deputazione seguito, recossisul Nettuno; espose la volontà del Governo di conceder l’acqua e ‘l carbone; fè manifesta l’opposizione del popolo su quel sospetto fondata; e ‘l Capitano del Legno, portando la mano sul cuore, lealmente rispose: «Sono italiano anch’io; son vecchio; sono ufficiale d’onore; considero i Livornesi come nostri fratelli; i sospetti del popolo sono scevri di fondamento; non però di meno, più tosto eh esser causa innocente di disturbo 0 di popolare tumulto, accada che può, io porrò immantinente alla vela.»Di se, accomiatassi, partì. —
Intanto il Ministro Ridolfi area pubblicata la notificazione seguente:
«Il Battello a vapore, il Nettuno, dee proseguire il suo viaggio. Mancando di carbone e di acqua, sulla dichiarazione giurata del suo Comandante, e dovere d’umanità il provvedercelo; e già si son dati gli ordini opportuni, perché ciò sia fatto. Il Governo ricorda che non transigerà mai col tumulto, e molto meno quando avesse per oggetto un fatto inumano.»
L’intempestiva partenza del vapore fè mancare di esecuzione l’ordine governativo, né si ebbe luogo a sperimentare se la resistenza popolare sarebbe pur anche durata dopo la dichiarazione del Capitano.
La Guardia Nazionale di quel luogo manifestava inoltre, in su la sera,, la dichiarazione infrascritta:
«La Guardia Nazionale ha ed avrà sempre per nemici tutti coloro che ardiscono sperare nel disordine; e questi, non potendo accusarla per fatti avvenuti, vanno immaginando fatti futuri per denigrarla malignamente. Affine di confonder costoro, i sottoscritti uffiziali della Guardia Nazionale senton forte il bisogno di dichiarare al Pubblico, ch’eglino dividen col popolo un senso di profonda indignazione contra un Carnefice; e però provavan somma ripugnanza di soccorrer COLUIche macellava ieri i loro fratelli italiani.»
«Dichiara inoltre solennemente, che in ogni occasione avrà sempre per nemici i nemici veri d’Italia, qualunque essi sieno; perché là Guardia Nazionale non fu, non è, né sarà mai un cieco strumento di servitù; palladio sì bene dell’ordine pubblico, per conseguire colle virtù cittadine e coll’armi alla mano l’Indipendenza Italiana.»
Questi fatti furon da diversi diversamente giudicati. Noi diremo là nostra opinione con quella storica imparzialità, che la coscienza profonda dei vero pienamente ci detta.
Il sentimento, che mosse il popolo Livornese a protestare contro la presenza dell’inviso TIRANNO, fu italiano e generoso oltre modo. In altri tempi, ed in circostanze diverse, ov’egli fosse per avventura approdato in quella spiaggia, niuno certamente si sarebbe ricusato di prodigargli accoglienza ed ospitalità. Oggi dalmanigoldo della nostra Patria, della Sicilia e delle Calabrie si reputa non mezzanamente offesa tutta la famiglia italiana; oggi lega e giugne infra loro gl’Italiani tutti un’intima solidarietà di sdegno e d’amore, di simpatie e di antipatie, di avversioni e di tendenze; e però l’abborrita presenza dell’innominato FELLONE nel porto Livornese, destò incontanente un senso d’indignazione e di orrore, come se fosse approdato ad un porto di Napoli. Ed e questo fatto una testimonianza novella della patriottica fratellanza, del sentimento nazionale, mirabilmente propagato e trasfuso in tutte le classi del popolo italiano. Il Pubblico Livornese impertanto non fé resistenza alla somministrazione degl’inchiesti alimenti per punire esclusivamente delle tante sue colpe quell’espulso RIBALDO,ma per impedire eziandìo che proseguisse il viaggio, in pregiudizio de’ nostri concittadini e fratelli.
Mentre quell’uomo della ben meritata sventura, il cui nome si era reso immortale e nell’Italia ed in tutta l’Europa, da Livorno passava a Gaeta, in attenzione di novello destino, dalle acque di Gaeta a Genova, da Genova a Marsiglia, da pertutto subendo la stessa sorte, da ogni banda reietto, preceduto da vergognosa fama, coscienziosamente accompagnato dagli stimolanti eculei del rimorso, del continuo martellato ‘da’ latrali orribili della tumultuante coscienza, seguito peranco dalla tristissima opinione che lasciava di sé presso l’universale; mentre iva errando notte e giorno ne’ vasti spazi del mare, tutti trascorrendo i più terribili perigli, e sempre fuggendogli dinanzi quella tradita patria cui non avea più speranza di rivedere; mentre infine correa vario il sermone di esser egli stato sbalzato’ in una delle africane spiagge, e fervidi voti elevavansi al Cielo di non farlo penetrare sin nel centro dell’Africa, per tema che, stringendo alleanza colle pantere e colle tigri, cogli orsi e co’ leoni, ed elevandosi a capo e re di quelle belve feroci, non irrompesse poscia in queste nostre pacifiche contrade, per far di noi orrendo strazio e pastura; tutto era tranquillo nel nostro Regno, e tutto ispirava pubblica gioia, alla consolante idea che la nostra cara Patria da un e poca di violenza e di crisi, di tradimenti e di oppressioni, passava ad un’era novella di moderata e saggia libertà, d’organamento d’ordine e di sociale progresso; sì che le lacrime, non più della disperazione e del lutto, ma della tenerezza e del contento, spuntar vedeansi sul ciglio de’ redenti fratelli. E tutta la Cittade allora che tanto di libertà si andava acquistando, per quanto più generoso mostravasi il cuore del nostro prediletto Principe, raccoglieva in nno gli ardenti voti comuni, gl’indirizzava all’Eterno per la prosperità e salvezza della Patria e di chine regge i destini, stringeasi co’ nodi più santi di fratellevol ricordanza ai siciliani fratelli, e, spargendo insieme lacrime e fiori sulle gelide urne de’ Martiri della comun redenzione, intuonavan da pertutto coll’effusione di cuori italiani l’inno di pace e di libertà.
Néquesti sentimenti di gioia e di vivissimo entusiasmo provavansi allora soltanto da’ generosi cuorinapolitani, meritamente risguardati come una sola ed ampia famiglia; ma sviluppavansi eziandìo in tutti gl’italiani petti solidariamente giunti fra loro con saldissimi vincoli di nazionale patriottismo. Imperocché, se non havvi alcun dubbio al mondo che il trasfonder negli animi un fermo convincimento de’ più solidi vantaggi provvenienti dal novell’ordine di cose già stabilito, e lo stesso che strignere in indissolubil guisa le presenti generazioni della nostra riscattata penisola; e pur troppo vero altresì che tutti gli sforzi attuali ad altro altissimo scopo non mirano che a concentrar sempre più tutti i sentimenti generosi in un’energica devozione al compimento finale della causa comune d’Italia.
E però non sia sorprendente l’udire che il fausto annunzio delle napolitane riforme, appena pervenuto nella Città di Pisa destò repente in tutte le classi de’ cittadini un’inconcepibil sensazione di gioia. La sera di quel giorno in cui vi giunse la novella, una bandiera Nazionale con questo molto scritto: VIVA IL POPOLO DILLE DUE SICILIE, sventolando in mezzo alla Platea del Teatro, fu sufficiente ad entusiasmare quanti vi si trovavan presenti. I gridi di plauso unanimemente indiritti a questi nostri rigenerati fratelli, furon vivi ed energici. Da tutti i palchi, del pari che da tutti i punti della platea, intrecciavansi con dolce simbolo di fraternale unione i fazzoletti e le sciarpe; da ogni banda vidersi in un attimo spiegare congioia tricolori vessilli. I cantanti unironsi insieme agli spettatori, e tutti in uno a festeggiare impresero questo avvenimento solenne; cori nazionali; furbo cantati a un pari dal palco e dalla platea con mirabil concerto. Uscita poscia dal Teatro la folla festosa, preceduta da Banda armoniosa, a percorrer fessi le principali vie della Città, cantando i soliti cori, e ripetendo sempre gli stessi gridi di gioia. Dalle finestre delle case poneansi fuori i lumi, e facevasi eco alla popolare esultanza. La moltitudine quindi si dissipò senza che venisse alterato né punto né poco l’ordine pubblico, senza che si elevasse neppure un accento da interrompere la serenità della festa. Nel suo insieme, una dimostrazione siffatta, comunque improvvisa e tutta istintiva, non potea riuscire né sperarsi più bella. Tutti intanto quei generosi Napolitani e Siciliani, che han loro soggiorno in Pisa, non obbliaron punto di profonder lodi e ringraziamenti ai magnanimi Pisani per le loro manifestazioni di nazional simpatia, che forte gli appicca ai nostri concittadini, i quali co’ lori memorabili sforzi han quasi compita l’opera santissima della Ristaurazione Italiana. I nostri cuori, andavan gridando que’ confratelli diletti, han seguito da lungi e con palpiti ogni loro passo in così malagevole impresa; noi gli abbiamo veduti risorgere come l’Antèo della favola contra la detestabil clava, che tentava tenerli nell’oppressione e nel fango, nell’avvilimento e nel nulla eglino han vinto e trionfato nella durissima lotta, e questa loro vittoria, questo segnalato trionfo, riempie di gioia ogni cuor generoso: non mai causa di popoli e stata più ostinatamente combattuta, né più santamente guadagnata e vinta. — Noi pur saremo, non andrà guari, ai nostri prodi connazionali gl’interpetri fedeli de’ sentimenti nobilissimi manifestati da’ Pisani nell’occasione della loro vittoria, e viviam certi che li gradiranno assaissimo come degni dell’affetto che provan per essi i loro veri fratelli.
A questi stessi tempi, gli Stati Uniti di America han fatto intendere alle alte Potenze Europee, che, sul conto dell’Italia, si associno anch’essi alle idee britanniche, e che son di cuore disposti ad assumer la protezione della nostra Penisola; sì che, guarentendone altamente la sicurezza nella via del totale e compiuto risorgimento, renderan sacro ed inviolabile il non intervento straniero. E però tutto annunzia che in breve l’Italia, infranto generosamente l’ultimo anello di sua lunga e crudel catena, risorgerà grande e gigante, indipendente e donna com’era.
Né sia qui discaro al lettore il veder all’uopo fedelmente riportata la generosa lettera, dagli Stati Uniti Americani a’ Pio Nono indiritta, la quale in siffatta guisa venne vergata:
«Venerabile Padre, il popolo degli Sfati Uniti ha veduto con profondo interesse le circostanze che hanno seguito il vostro innalzamento al Sommo Pontificalo, e questo interesse ha preso oramai le progressioni d’una simpatia e d’un’ammirazione senza limiti.
«In nome d’una parte di questo popolo, noi vi offriamo l’espressione di questi sentimenti di rispetto e di alta approvazione che animano l’intera Nazione.
«Noi c’indirizziamo a voi, non come a Pontefice Sommo, ma come a Capo saggio ed umano d’un popolo, poco fa oppresso e scontento, ed oggi felice, ben governato e riconoscente. Noi vi umiliamo questo tributo, non come cattolici, poiché per la maggior parte noi siamo, ma come repubblicani ed ardenti amatori della libertà costituzionale. Comunque sia recente la nostra origine, comeché vastissimo sia l’oceano che separa la nostra cara Patria dal vostro Bel Paese, noi sappiamo che cosa era l’Italia ne’ giorni assai lieti e gloriosi della sua unità, del suo splendore e della sua libertà; noi sappiamo ciò ch’ella divenne sotto il giogo degradante dello straniero, ed in balia delle sue interne discordie; ed intanto abbiam ferma fede che un allo e benefico destino l’attenda, allorquando il suo popolo sia di nuovo unito, libero ed indipendente.
«Nella grande opera della sua rigenerazione, noi vi salutiamo qual Divino istrumento, eletto dai Cielo a compierla pienamente, e noi ardenti prieghi v’innalziamo, affinché i vostri giorni si prolunghintanto, da esser voi stesso testimone dell’intero adempimento di quella saggia Politica, ch’è destinata a rendere il vostro nome immortale.
«Ma, o Venerabile Padre, noi ben conosciamo che la via per la quale vi siete posto, e d’un estremo pericolo e di ardua difficoltà. I nostri Padri hanno lottato in un tempo di periglie di privazioni, per acquistare e consolidare a un tempo i benefizi di cui oggi godiamo: eppure la Provvidenza ci avea fatto dono d’un Capo, che ben di rado possedettero i popoli che affaticaronsi ad esser liberi. Nel mondo da noi abitalo, Iddio volle che la virtù fosse posta alle prove dell’avversità; e che una gloria durevole, qual’è la libertà, fosse accordata solo a coloro che mostravansi degni d’un tanto prezioso dono, pe’ loro sforzi coraggiosi e per un’indomabil fermezza.
«Noi compatrioti di Wasington, di Franklin, di Adams, di Jefferson, sappiamo adunque, che voi non vi siete messo per questa malagevol via, che rinunziando ad ogni agio, ad ogni sicurezza, ad ogni favore aristocratico.
«Noi sappiamo, che voi siete già rassegnato agli ostacoli che vi suscitano le macchinazioni di una Casta Politica, gli odi dei potenti, il biasimo dell’uomo delle buone intenzioni, ma traviato e sedotto, ingannato e tradito.
«Noi sappiamo, che voi siete determinato a combatter con fermezza l’infaticabile ostilità di tutti quegl’ingiusti tiranni, che pretendon crudelmente regnare su qualche porzione dell’alta Penisola Italiana; di tutti coloro che immaginano di far consistere l’ordine sociale nel mantenimento di quelle condizioni di lusso e di oziosità, in seno delle quali han costoro sin qui consumala la loro inutil vita; di coloro che temono, o che nel loro egoismo fingon di temere che la loro religione debba perire, se non viene sostenuta sulle tremule spalle degl’Imperatori e de’ Regi.
«E voi colla grazia di Dio vi siete accinto a superare e vincere anche un ostacolo di. questi più grande, cioè l’incostanza e l’ingratitudine delle moltitudini, le quali, appena risorte dal servaggio che le abbrutiva, gridano nel deserto di voler fare ritorno alle cipolle di Egitto.
«Uomini son questi di tal razza, come se ne trovarono fra gli Apostoli del Salvatore, intesi ad abbandonarlo o tradirlo, per lasciar poscia a lui solo sopportare le dure agonie della Croce. Uomini, i quali noi temiamo che non si chiariscano a voi con de’ progetti stravaganti, con assurde speranze, con impetuose esigenze, mormorando che nulla è stato meditato, perché tutto non è compito. Noi però crediamo fermamente che voi sarete armato e guidato dall’Altissimo, alfine di ridurre a buon termine la sublime vostra missione.
«Venerabile Padre, siano oscure le nubi che avviluppano il presente, noi sappiamo che l’aurora dell’avvenire dissiperà queste tenebre, per. nulla dirvi di quella fermasi carezza radicata ne’ nostri cuori dall’Eterno, che verun’azione né veruno slancio generoso resteranno senza ricompensa; noi possiamo attestarvi, poggiati sulla nostra avventurosa esperienza, che i benefici della Libertà Costituzionale sopravanzano e compensan ‘d’assai i pericoli e i dolori; in mezzo ai quali le Nazioni si avanzano nel loro rapido perfezionamento e sviluppo.
«La nostra vita, come Nazione, si è in breve compiuta, ed ha già dimostrato ad ogni spirito ragionevole l’immensasuperiorità del libero Governo sul dispotismo fatale, della cara libertà sulla tirannide, quale elemento di nazionale grandezza e di benessere sociale. La nostra patria ha mostrato col fatto, che i diritti delle persone e delle proprietà eran meglio assicurati sotto quel Governo che garantisce l’eguaglianza ne’ diritti d’ognuno, che sotto qualunque altro. E se l’avvenire ci preparasse de’ pericoli, dovrebbe dirsi che la loro sorgente scaturirebbe, non da eccesso di libertà, ma da un raffrenamento di giusta libertà.
«Finalmente noi ci sentiamo in grado, meglio di ogni altro, di accennarvi i pericoli che, voi sfidate, e le speranze che vi debbon confortare. A dispetto di superficiali apparenze, noi non temiamo affatto che le legioni del dispotismo sieno mosse contro di voi. Lo stato in cui siamo, e uno stato di lotta morale, anzi che fisica, in cui l’artiglieria della stampa domina e distrugge quella del Campo, e l’opinione e assai più possente delle baionette. Noi dunque siamo dunque fidati che voi, contra ogni attentato della forza brutale, siate protetto da un’egida impenetrabile, l’approvazione e la simpatia delle genti dabbene in tutta la Cristianità.
«Ma se per avventura la nostra aspettativa rimanesse delusa, tremi l’imprudente aggressore….! il primo colpo di fucile tirato contro di voi rimbomberebbe di montagna in montagna, di clima in clima, intimando ai prodi di tutte le regioni, di sorgere contro l’ingiustizia e l’oppressione, di combattere per la libertà e pel genere umano.
«Nell’ora solenne di questo grande combattimento, niuno che conosca l’istoria e ‘l carattere del popolo Americano, potrà dubitare quanto le nostre simpatie sarebber attive e produttrici di frutti preziosi.
«All’Italia sarà risparmiata questa devastazione, alla Cristianità lo scandalo fatale d’una guerra siffatta….. noi lo crediamo fermamente. Ma in ogni evento noi speriamo, che questa pubblica e solenne testimonianza dell’interesse e dell’ammirazione, con la quale venti milioni di uomini liberi vi ammirano, non sia stata in vano…. —
«Noi siamo, o Venerabile Padre, con profondo rispetto.»
Questa lettera, piena di fuoco e di sentimenti affettivi, di attaccamento e di tendenza alla sacra causa italiana, di aperte dichiarazioni,3 di liberi sensi, inchiude in se stessa una maschia eloquenza, un’eloquenza tribunizia e veemente che ci dispensa da qualunque comento. Quando il dispotismo del Nordo e costretto a gettare l’abbominevol maschera, a squarciare o presto o tardi, e suo malgrado, la benda indegna onde fassi debolissimo scudo a fronte dell’Italia UNA, INDIPENDENTE; quando e forzato a professare in faccia a tutta l’Europa l’assurdità de’ suoi princìpi e la strana incoerenza delle sue conseguenze; quando ha deposto in somma ogni speranza di giustificare peranco colle apparenze della giustizia i suoi impeti brutali, conosciuti eziandìo e risguardati come tali dagli Stati Uniti del nuovo mondo, la sua ultima ora e dunque suonata, e le ingiuste pretensioni della tirannide austriaca non sono, a questi nostri giorni, che le mortali ed estremeconvulsioni d’un potere che langue, le convulsioni d’una tormentosa e disperata agonia.
Rafforza via più questa nostra asserzione la generosa e nobil gara, con cui fansi solleciti taluni Principi italiani ad imitare il magnanimo esempio dell’immortale Pio Nono e dell’augusto nostro Sovrano, che aspirarono i primi all’altissimo onore di far risorgere a novella vita di gloria e di esistenza politica le nostre itale contrade. In effetto, il savissimo Carlo Alberto, Re di Sardegna, emulando sovra tutto il nostro amantissimo Principe, il giorno 9 febbraro 1848, alle due pomeridiane, ha proclamato la Costituzione nel suo Reale Dominio, ad un di presso eguale alla nostra. Estrema gioia, continue feste, galleria pubblica, luminarie grandi per tutta la Città, illuminazione compiuta pe’ principali Teatri, general i dimostrazioni di animo grato e riconoscente, tutto concorse a render singolare e toccante un siffatto avvenimento nazionale.
«I popoli, così esprimeasi l’anima grande di Carlo Alberto, che per volere della Divina Provvidenza governiamo da diciassette anni con amore di padre, hanno sempre compreso il Nostro affetto, siccome noi cercammo comprendere i loro bisogni; e fu sempre intendimento Nostro, che il Principe e la Nazione fossero co’ più stretti vincoli uniti pel bene della patria.
«Di questa unione ognor più salda avemmo prove ben consolanti ne’ sensi con cui i sudditi Nostri accolsero le recenti riforme, che il desiderio della loro felicità ci avea consigliate, per migliorare i diversi rami di amministrazione, ed iniziarli alla discussione di pubblici affari.
«Ora poi che i tempi sono disposti a cose maggiori, ed in mezzo alle mutazioni seguite in Italia, non dubitiamo di dar loro la più solenne prova che per Noi si possa della fede che conserviamo nella lor devozione e nel lor senno.
«Preparate nella calma, si maturano ne’ Nostri Consigli le politiche istituzioni, che sa ranno il complemento delle riforme da Noi fatte, e varranno a consolidarne il benefizio in modo consentaneo alle condizioni del paese».
Ci è grato qui il dichiarare ai nostri cari fratelli, come quel savio ed illuminato Principe, ad imitazione di Colui che regge attualmente i nostri destini con tanto senno e saviezza, ha oramai divisato e stabilito di adottar quasi le stesse basi della nostra Costituzione, del nostro Statuto fondamentale, affine di stabilire ne’ suoi Stati un compiuto sistema di governo rappresentativo.
E in questa guisa, mentre provvede quel Potentato alle più alte emergenze dell’ordine pubblico, non ama più oltre differire di compiere un desiderio general e, un voto eminentemente nazionale, che da lunga pezza nutron a un tempo e il Governante e i governali, di veder rigenerati i popoli, beneficati i sudditi, e sollevate principalmente le classi più povere, persuaso come e quel buon Monarca di rinvenire nelle più agiate quel compenso di pubblica entrata, che i bisogni del suo Stato richiedono.
Protegga l’Eterno l’era novella di universale salute, che aprendo vassi provvidenzialmente pe’ nostri Stati Italiani; ed intanto che i popoli tutti della nostra bella Italia possano far uso delle maggiori libertà acquistate, di cui sono e saranno meritamente degni, aspettiamo da loro permanenza e costanza somma, saviezza non ordinaria e prudenza assai sperimentata, nei sapersi conservare on dono sì prezioso e celeste, il caro dono della libertà e dell’indipendenza, le cui più solide e ferme basi non sono che la saggezza e la virtù, l’osservanza piena delle Leggi vigenti e l’imperturbata quiete, necessarie pur troppo a compiere e consolidare l’opra divina dell’ordinamento interno di tutti gliStati Costituzionali!
Ai desideri intanto ed ai voli comuni dei Cittadini di Roma non lascia di far pieno diritto l’immenso Pio Nono; né cessa quel devotissimo Popolo di corrispondergli con sempre crescenti segni d’amore e di fede. Non devia Egli, in effetto, il suo sublime pensiero dal continuo meditare come possano più utilmente svolgersi e perfezionarsi quelle civili istituzioni che ba ormai proposte allo Stato Pontificio, non da necessità veruna costretto, ma persuaso dal desiderio della felicità de’ suoi popoli e dalla stima delle loro nobili qualità.
Ha già volto Costui il suo grand’animo al riordinamento della milizia, prima ancora che la voce pubblica lo richiedesse; ed ha cercato modo di aver di fuori abilissimi Ufficiali, che venisser in aiuto a quelli che onoratamente servono il Pontificio Governo. Per meglio allargare inoltre la sfera di quelli che possano con T’ingegno e con l’esperienza concorrere ai pubblici miglioramenti, ha pur provveduto ad accrescere nel suo Consiglio de’ Ministri la parte laicale. E però, se la concorde volontà de’ Principi, da cui l’Italia attualmente ripete le novelle riforme politiche, e una sicurezza della conservazione di questi beni con tanto plauso e con tanta gratitudine accolli, vogliamo augurarci che sia per serbarsi stabile e permanente, e che via più si confermino tra costoro e Pio Nono le più amichevoli relazioni.
Ed osiamo ancora sperare che nulla cosa che giovar possa alla dignità e tranquillità de’ popoli italiani, sarà mai obbliata o negletta da’ nostri Principi riformatori, che ella loro sollecitudine pei rispettivi suggelli han date le prove più decisive e più certe. Ma quali altre prove di generosità e di grandezza d’animo non dovremo peculiarmente attenderci dal magnanimo cuore del Sovrano di Roma, ove sia egli fatto degno di ottener dall’Eterno che infonda ne’ cuori degl’Italiani tutti lo spirito pacifico della sua moderazione e saggezza? — A quest’uopo ha egli protestato altamente in questi ultimi giorni di esser pronto a resistere con la virtù delle già date istituzioni agl’impeti disordinati, come sarebbe disposto a resister del pari a smodate ambizioni, ad inchieste importune, punto non conformi ai doveri suoi ed alla felicità de’ popoli d’Italia.
Siamo dunque sensibili alle pontificie assicurazioni, del pari che alle dimostrazioni generose di cui l’ha non pur secondato, ma sorpassato pur anche, nelle sue salutari vedute; e non qi commuova gran fatto il grido sedizioso ed allarmante, che fuor esce da sinistre od ignote bocche ad agitare i popoli d’Italia, con lo spavento d’una guerra straniera aiutata e promossa da interne congiure o da malevole inerzia de’ governanti. Spingerci col terrore a cercare la pubblica salvezza nel disordine; confonder col tumulto la saggezza de’ consigli di chi amorevolmente ci governa; apparecchiar pretesti, per via di tenebrose macchinazioni, ad una guerra che per niun motivo potrebbe aver luogo in Italia; e questa appunto la cieca illusione, questo l’inganno grossolano e fatale.
Qual pericolo, in effetto, potrà mai sovrastare alla nostra redenta Penisola, ove un vincolo di gratitudine e di fiducia, di vera pace e di nazionale alleanza, non mai corrotto da violenza alcuna, congiunga in uno la forza de’ popoli con la sapienza de’ Principi, la giustizia del dovere con la santità del diritto? E d’avvantaggio, il Pontefice Supremo della Religion nostra santissima non avrà forse in sua difesa, in difesa peranco dell’Italia tutta, quando fosse ingiustamente aggredita, innumerevoli figliuoli che sosterrebbcr pure col sangue la sua legittima causa, la sacra causa dell’unità nazionale? Gran dono del Cielo e ancor questo, infra il novero immenso e variato degli altri doni, con cui l’Eterno ha prediletto l’Italia; che tre milioni appena di sudditi pontifici abbian poi duecento milioni di fratelli, strettamente collegati con quelli, d’ogni nazione e d’ogni lingua. Fu questa in ben altri tempi, e nello scompiglio di tutto il mondo romano, la salvezza di Roma non solo, ma dell’Italia intera; e questa del paro sarà la sua più possente tutela, finché l’unitaria lega manterrassi salda e costante. —
Spuntar dovea finalmente quel faustissimo giorno, provvidenzialmente destinato a compier la grand’opera della nostra politica redenzione, e compierla in guisa, da fare che il nostro Regno, e fra poco l’intera Italia sino al piè delle Alpi, non avesse più nulla ad invidiare a qualsiesi avventuroso popolo della terra, per ampiezza di libertà ch’ei si goda. Agli 11 di Febbraro, in effetto, solennemente pubblicaronsi gli Atti della nostra Costituzione, su quelle elaboratissime basi di cui si è fatto dianzi per noi menzione. Noi ci asterremo di esporne qui per esteso gli Articoli, e perché già resi di pubblica ragione, e perché ci sta molto a cuore l’amor della brevità, trattandosi peculiarmente d’un ristrettissimo compendio di storici avvenimenti; né vi apporremo qualunque siasi osservazione politica, per tema di non offender il senno rispettabile di colui, che, in tanta causa comune, ha. dato luminoso saggio della somma sua sapienza, e pel quale e senza limite la venerazion nostra, immensa e profonda la stima.
Il savissimo nostro Re Ferdinando II, rigenerando i suoi popoli ad un’era non attesa e felicissima, non risparmia premure ed indagini, diligenza e fatica, per prender tutti quei provvedimenti, che sono pur troppo necessari a compier l’opera ed a farla felicemente duratura. E perché i suoi benefici sieno in tutto il Regno, siccome in una sola famiglia da un sol Padre governata, eguali e per mezzi e per ¡scopo, ha concesso a talune Province tali Moderatori o Governanti, da essere un’arra certa e sicura d’un’incrollabile felicità pubblica e privata.
E mentre nel conferirsi impieghi e cariche a novelli suggelli, e sempre in discordanza la pubblica opinione, imperocché e chi biasima e chi lauda per passionati princìpi, o per preteso demerito degli eletti Magistrati, il voto pubblico e mirabilmente concorde nel far plauso al nostro magnanimo Re, per la scelta fatta de’ più accreditati soggetti, molti de’ anali con un lungo soffrir di persecuzioni e a infamie, di molestie e di affanni, hannosi cattivata la pubblica gratitudine, la benevolenza unanime, l’universale estimazione. Il tempo degli encomi gratuiti e nefandi, de’ prostituiti e vituperevoli elogi, grazie alla Provvidenza Sovranza, e omai tramontato; se qualche residuo ancora ne avanza, e riserbato esclusivamente pe’ vili, che, chiuso il cuore per sempre ad ogni onorata passione, strisciando vanno come velenosi rettili sulle orme di chi può loro indorarne le squame.
Volgendo però sempre il pensiero alle disposizioni sovrane, in ordine alla scelta dei novelli Candidati, diremo con santità di cuore, e con giustezza di causa, che molti di costoro furon già compresi nell’immenso novero di quelle vittime infelici, che l’orrenda inquisizione tracorsa, stupida e dissennata, lungamente colpiva con esecrandi anatemi. Martiri però gloriosi del capriccio e dell’intrico, della violenza e del rigiro, trionfar seppero dell’infamia per onore e costanza, per fede e prudenza; e però la storia de’ nostri ultimi tempi, fedele sempre ed imparziale nel suo geloso e. sacro ministero, laudando chi merita lode, e vituperando chi ha fatto di tutto per vituperare se stesso, registreralli nelle sue pagine con note gloriose ed eternali. Avventurati i popoli che vi ottener per moderatori e padri! Voi sarete la face rischiaratrice delle loro abbuiate menti, ed avranno per voi quella luce del vero che fu loro negala e fatalmente interdetta.
Ma qual magica penna potrà intanto con più convenienti ed acconci colori pigner all’altrui intelligenza, o qual più feconda e prodigiosa immaginazione saprà mai concepire le dimostrazioni di gioia e di grata esultanza, in cui proruppero i cittadini tutti d’ogni classe o condizione, d’ogni sesso ed età, in quel faustissimo giorno, al lieto annunzio d’una pubblicazione siffatta? Quale istoria non rimembrerà quell’Era gloriosa di risorgimento nazionale, di restaurazione e riscatto comune? Qual popolo incivilito ed umanizzato non prese parte alla felicità della più bella Terra d’Italia? In qual parte di Europa non ripeterseli pur anche in cento e cento note il glorioso nome di Ferdinando II? E che cosa potevamo noi sperare o conseguir d’avvantaggio? Quale umana famiglia dar puossi il vanto di esser più festosa ed ilare per pubblico risorgimento? Ecco, o avventurati Calabri, o siculi valorosi, o salernitani intrepidi, il prezioso frutto dei sangue vostro generosissimo! Deh! faccia il Cielo che campioni di tal tempra s’abbian del paro i nostri miseri fratelli Lombardi! che, emancipata allora la Penisola da ogni nordico Autocrata, rilanciato al di là delle Alpi uno scettro di ferro e non italiano, e fattasi temuta e rispettata, riverita e grande anco all’esterno Oppressore, sul ciglione de’ gioghi alpini collocar potrà gli augusti simulacri di Pio Nono e di Ferdinando II, i quali, stesa la mano di difesa su tutta l’Italia, e guardando con occhio di disprezzo le austriache regioni, diranno: NOI PRIMI RIGENERAMMO QUESTA TERRA DAL LUNGO DOLORE, E NOI NE SAREMO SCUDO E DIFESA.
Ora però comincia per noi un’epoca di gloria, una storia novella per l’Italia; ora vedrassi se gl’italiani petti vantan virtude e costanza, se il braccio italiano possiede forza e valore, e se in ogni nostra Città sarà per risorger un’antica Roma! Il 29 Gennaio si proclamava in Napoli la Costituzione; il giorno 11 Febbraro veniva scolpita in tavole di bronzo, e suggellata sì forte, che i secoli futuri non potran mai cancellarla.
Per parecchi giorni stavasi lavorando alla compilazione di essa; ciascuno: palpitava fra ‘l timore di qualche restrizione e il desiderio della maggiore ampiezza; vociferando andavasi da perfetto, con generale fermento d’ogni partito, l’ottenuta o non ottenuta ratifica degli Articoli in essa compresi, quando la sua compiuta pubblicazione vinse finalmente l’universale aspettazione, perché più ampia della Costituzione francese, cui credeasi che riportar si volesse il Ministero.
Che dir dovremo intanto della Città, della Real Corte, dell’universale sincerissimo tributo di riconoscenza? Non divenne la Capitale che un’ampia comun famiglia, d’un solo pensiero, d’una sola volontà, d’una sola redenzione, li Re uscì tosto dalla Reggia per compiacere ai desideri universali, per cedere alle pubbliche grida, alle affettuose insistenze dell’intera Città, che chiedeva la presenza del suo rigeneratore e padre. Gli venner tolte le redini di mano, e fu guidata la carrozza da ogni ordine di persone. Chi gl’indirizzava benedizioni da un lato, chi lo felicitava dall’altro, chi gli lanciava affettuosi baci, e fuvvi peranco chi si tenne felice di scambiare col Re qualche filiale amplesso. Fu questo senza dubbio il vero trionfo di amore. Quanto non apparve più glorioso questo alloro di pace, che quel di Marengo e di Austerlitz, cotanto famoso nella storia del più ambizioso de’ Conquistatori! La forza ed il sangue, il macello e la strage lo mettevan colà; l’amore e l’affetto qua poneanlo in fronte al più generoso de’ Re.
E non si ha poi ragione di dire, che la Storia del nostro Reame sta preparando una pagina gloriosa ed immortale a’ nostri posteri avventurosi? Qual cosa più ammirabile, in effetto, qual cosa più degna di doversi infuturare alle nazioni avvenire, che quella di vedere un magnanimo Principe, un popolo generoso e devoto farsi grandi a vicenda, identificarsi ne’ cuori, assimilarsi ne’ sentimenti, corrispondersi nelle opinioni, congiugnersi nell’amor vero di patria; veder una Nazione elevarsi a guisa di gigante sopra quante ne comprenda la nostra gloriosa Italia, e tutta intera la Penisola accoglier festosamente il bel dono della rigenerazione e della libertà? Quai preziosi momenti, qual felice entusiasmo, quali affetti coscienziosamente beati non ha mai provato il nostro cuore in quel giorno consecrato ad un generale tripudio?— Vinti dall’ebbrezza, conquistati dalla foga d’una pubblica gioia, trasportati fuor di noi stessi dal dolce sentimento di respirata libertà, credevam quasi soccombere alla forza di sì grandi emozioni, alla folla variata di sì veementi affetti.
Appressandosi intanto l’ora della sera, apparve a un tratto illuminata tutta la Città, ma spontaneamente e con sincerezza di cuore. Per tutta quasi la notte la popolare esultanza fu continua, commovente, vivamente sentita. L’infima classe della plebe affratellavasi co’ grandi, secoloro immedesimavasi, giugneva pur anche a prenderli sulle proprie spalle e recarli come in trionfo. Dalle finestre e da’ balconi tutti, le genti stivatamente affollate sventolavano candidi fazzoletti, e melodicamente gridavano Evviva, cui tosto facea fortissimo eco l’innumerevol folla immensamente sparsa nelle vie. I busti di Pio Nono, del Re e della Regina, sollevati in alto, o stretti caramente al petto, eran portati in processione, in mezzo ad un gradito corteo di torchi accesi. Tutti i quartieri della Città improvvisaron una foggia di carri trionfali, su cui vedeansi assisi d’ogni generazione, d’ogni grado, cittadini lietissimi. Ed ecco i frutti della generosità di cuore, per parte d’un popolo singolarmente devoto al suo Re; ecco i frutti della vera grandezza d’animo, per parte d’un Re, che porta impressa nel cuore la cara patria, i prediletti suoi figli!
Le bande militari, specialmente la svizzera, suonaron del continuo armoniosi inni nazionali, a tanta circostanza allusivi. La Gendarmeria, cosa commoventissima! abbottita pria dall’intera società, partecipar videsi alla gioia comune d’un sì gran benefizio che pur la felicita e bea. Di mano in mano che gli individui di quel Corpo ivan passando per. via, levavansi il cappello e facean eco alle grida festose del popolo, e vogliam credere con cuor sincero e commosso. Il popolo del pari rispondeva loro con sincerezza ed ingenuità d’animo, e premeaseli al petto quai cari fratelli. Quindi sopite le passioni, poste in obblìo le provate amarezze, dimenticate affatto le oppressioni sofferte, divenuto redento ed elevato a comun famiglia un popolo intero, pienamente disposti ed intesi gli animi tutti de’ novelli Magistrati a metter legalmente per le vie costituzionali le cure governative ed amministrative, sì saggiamente loro affidate ed a moralizzarne l’andamento, pur troppo contaminato e guasto dalle vetuste pratiche del precedente governo.
Come descriver intanto con acconcia e con veniente eloquenza quella memoranda notte, squarciata dal riflesso fulgore di cento mila faci, che giravan senza posa per la strada di Toledo; quel gruppo d’affollate genti e di promiscue voci che gridavano a perder lena Viva il Re, viva la Costituzione, viva la Sicilia, viva la Calabria, viva i martiri calabresi, viva l’Italia, viva la libertà italiana; le feste ripetute in ogni quartiere della Capitale, quelle succedutesi in tutti i teatri, ed il contento de’ cuori dipinto sul volto di tutti, cui la parola era divenuta impotenziata affatto a più manifestare di fuori? — All’altezza dell’argomento non più regge la mente e la mano; la scarsa nostra eloquenza e sterile e muta nel celebrare, in queste poche pagine storiche, fatti così sublimi e gloriosi. Un’alma veramente italiana e solamente entusiasta ed ebra della gloria del patrio suolo, della vittoria e del trionfo della care sua Patria. E quel giorno, in effetto, ha celebrato un solenne trionfo, una famosa vittoria; vittoria e trionfo che hanconquistata l’Italia pel santissimo scopo, ed i cuori italiani per la santità degli affetti; vittoria e trionfo di amore e di simpatia, d’affezioni e di tendenze, d’intelletto e di ragione.
Le pattuglie intanto della Guardia Nazionale van percorrendo ogni giorno i punti principali di questa Capitale; il Sovrano, affine d’immedesimarsi via più col suo popol diletto, si manifesta del continuo in carrozza; la Guardia Nazionale gli fa nobil cerchio e corona, gli tributa riverente omaggio e l’accompagna dapertutto; lo riconduce alla Reggia fra gli evviva ripetuti di mille voci di gioia; lo veggiamo insomma sovente in mezzo a coloro ch’egli stesso armava a baluardo e sostegno della sua real persona e di tutta intera la civil comunanza.
Nélimitaronsi solo a quel giorno ed a quella notte memorabile le dimostrazioni di vivissima gioia, per parte del popolo e di CHI paternalmente li governa e modera; chè la vegnente sera del pari un immenso novero di dilettanti d’ambo i sessi, preceduti da quattro bande musicali, circondati da varie centinaia di sfolgoranti faci, accompagnati da un battaglione di guardia nazionale, seguiti da stuolo innumerevole d’ogni generazione di genti, e giunti dinanzi al real palazzo, v’intuonarono inni di festa, attesamente composti, fra le acclamazioni e gli applausi d’un immenso popolo che, a piedi ed in cocchi, con mille altre fiaccole accese, illuminavan quella commovente scena degna purtroppo de’ famosi pennelli de’ tempi vetusti.
E mentre in quei trasporti di gioia ninno conosceva più limite né modo agl’istintivi affetti, e, cessata la melodia del canto, prorompeva il popolo in reiterate grida di viva il Re e la Costituzione; mentre dal plauso e dall’universale esultanza faceasi rapido passaggio all’armonica e melodiosa dimostrazione, in mezzo ad un religioso e profondo silenzio, sì che parea che quell’immenso spazio disseminato di affollata gente fosse per incantesimo rimasto muto e deserto, il Re e la Real Famiglia, fattisi della persona ai veroni della Reggia, degnaronsi assistere a quella familiare o domestica scena, rimanendo a capo scoverto, ed incessantemente profondendo ringraziamenti di cuore, paternali saluti, profondissimi inchini, con sensibili segni di gioia verace non men passionati e forti di quelli che il popolo manifestava a vicenda. Ed e pur degno d’ammirazione e di rimembranza a un pari, come in mezzo a tanta gente da non potersi sì agevolmente numerare, in mezzo ad un’infinità di accumulate carrozze, senza alcun freno o spavento di forza armata, senza timore o sospetto di vigile e terrorosa polizia, non avvenisse alcun sinistro accidente, né un lieve disturbo peranco, che apportasse distrazione o popolar tumulto: prova novella della docilità del nostro paese, del suo rispetto alle leggi, della sommission sua al novello governo, della rigenerazione insomma da lui pienamente meritata.
Promulgata, in questa, la grata novella della Costituzione, generosamente accordata in parecchi altri Stati Italiani, un immenso drappello di giovani bennati e valorosi recaronsi innanzi ai palazzi de’ rispettivi ambasciatori, e manifestaron loro vivissimi sensi di giubilo e di felicitazioni veramente nazionali. E quei generosi Diplomatici, fattisi volentieri a’ balconi, lietamente rispondevano: Viva la Costituzione che ci riunisce tutti! Viva l’Italia eternamente! Fecer poscia altrettanto col Ministro di Spagna, il quale, fattosi con lieto viso al balcone: Viva la Costituzione, esclamò; mi e grata oltre modo questa dimostrazione d’un popolo illustre, che risorge alla gloria ed alla libertà per la propria saggezza e per la concessione d’un ottimo Sovrano.
Lo spettacolo poi, dato quella sera in S. Carlo, in cui intervenne la più fiorita ed illustre Nobiltà, i più chiari e distinti personaggi, i Diplomatici più rispettabili di parecchie Nazioni, fu uno spettacolo novello pei cittadini napolitani, se pure l’espressione d’una viva e ben sentita gioia puot’esser più nuova attualmente pei cuori italiani. Null’altro vedeasi in quel vasto e sontuoso edificio che un immenso stuolo di compatrioti e fratelli ornati pomposamente a festa, indirizzanti voci di giubilo al Sovrano, e contracambiante il Sovrano que’ teneri sensi di verace affetto. Scoppiaron poscia gli evviva con maggior entusiasmo nell’intuonar che si fece dell’inno nazionale, con molta maestria ed incantevolmente eseguito. Talune coppie danzanti tenean fra le mani un velo, su cui vedeasi a grosse cifre impresso il seguente motto: VIVA FERDINANDO II! VIVA LA COSTITUZIONE! Intender puossi agevolmente con qual plauso e gradimento siasi accolto quest’omaggio, indirizzato a un tempo al nostro Re ed alla pubblica esultanza. É così sempre le voci di giubilo succedeansi a determinati intervalli, sino a tanto che la Real Famiglia non lasciò quella magnifica teatral festa.
Essendo però ripugnante all’umana natura il sentimento d’una gioia intensissima e di non interrotta durata; del paro che la sensazione molesta d’un lungo dolore od affanno non è mica comportevole alla costituzione dell’uomo, perché tiene naturalmente in uno stato di trambusto e di violenza, di convellimento e. di orgasmo, non solo il fisico organismo dell’esser nostro animale, ma l’ammirabile economia peranco del mondo morale; come è dimostrato dalla più costante esperienza, ohe ad una provata gioia e fissai ben raro che non succeda, o tosto o tardi, un’ affezione spiacevole od interamente a quella contraria; così era d’uopo che succedesse cotal disordinato accidente, da far avvelenare, comunque per brevi istanti, l’universale esultanza.
E però un numerosissimo stuolo di bassa gente, composto in gran parte di artigiani, di fabbri, di muratori, di allobrogi, di sfaccendati, di oziosi, d’infingardi, di parassiti, di prezzolali e corrotti, di malintenzionati e tenebrosi furfanti, cui sta molto a cuore il disordine pubblico ed il popolar tumulto, in cui grandi cose si sperano e mai nulla di buono conseguesi; armati d’ogni generazione di attrezzi corrispondenti al proprio mestiere, e forse d’altr’arma al di sotto, sbucando a reo disegno da diversi punti, cacciaronsi a un tratto, e tutti nello stesso istante, in mezzo alla gran piazza di Palazzo, sotto la direzione d’un capo ammutinatore portante in pugno una lunga pertica, alla cui estremità sospeso un cartello con talune simboliche cifre, e tutti chiedenti ad alta voce LAVORO! PANE! SUSSISTENZA!
Fu ciò bastevole, come potrà ognuno di leggiero supporre, a sparger sensi di tumulto e di allarme nel più grosso del popolo, a metter in oscillazione di dubbi e di timori, di diffidenze ed incertezze le sospettose menti, a far chiudere issofatto in parecchie vie della Capitale le botteghe, a metter insomma in gran movimento la più sana parte de’ cittadini. Non però di meno, per una specie di provvidenzial disposizione, e per energiche misure di governo, vi accorser repente talune pattuglie della Guardia Nazionale, non pochi soldati, ben molti ausiliari, innumerevoli torme di gentiluomini armati; smembraron tosto quell’ammutinata bruzzaglia; partironla in diverse bande; la resero inerme ed invilita, scuotata e muta; arrestarono i più pervicaci e protervi; minacciatoli d’arresto i più pertinaci e sediziosi; furonpesti e malconci i più contrassegnati di baldanza e d’improntitudin somma; fu sbaragliata infine quella ciurmaglia importuna, e via dileguossi come rapido baleno. E così il timore e la calma, il tumulto e la pubblica quiete, il disordine e l’ordine, non furon che l’opera di pochi momenti.
Un avvenimento siffatto nondimeno richiamar dovrebbe la più vigile attenzione, le più preveggenti cure del Governo e de’ novelli Magistrati. Le grandi crisi sociali salvamprodigiosamente le masse che, nell’orribil lotta, han saputo valorosamente combattere e trionfare; nella stessa guisa che le subitane crisi in una malattia restaurano e confortano l’organismo animale dell’uomo, posto in pericolo mediante una corruzione qualunque nel suo fisico tessuto. Ma come l’uomo convalescente ha bisogno di cure e di sacrifizi per rinfrancare le spossate forze, o consunte durante la crisi, la social massa del paro reclama altamente i più pronti ed energici soccorsi dello Stato. E lo Stato, ove con rettezza di cuore e di coscienza sia governato, dee sollecitamente apprestarlo, senza indugio veruno, e con la maggior profusione possibile. Indarno i ministri costituzionali addurrebbero a pretesto il timore di comprometter la propria responsabilità; la popolare urgenza non ammette giustificazioni né scuse; la legge del momento null’altra tendenza dee svelare, che quella di ristorare il basso popolo, di riconciliare la plebe, di. sollevare la misera classe degli operai fatalmente tenuti sin da lunga pezza sotto la durissima legge dell’inerzia, d’un’ignoranza sistematicamente vergognosa, e del continuo travagliati da’ più fierinemici delle istituzioni novelle; la legge infine de’ tempi attuali tender debbe ad una riconciliazione efficace e positiva degl’interessi materiali del basso popolo co’ princìpi già ragionati e sanciti del costituzionale governo.
I veri uomini di stato declinar non deono giammai dalla linea del bene pubblico, della prosperità e floridezza nazionale. I veri amici della patria, riflettendo al male presente, veder sanno i bisogni, le urgenze, le necessità stringenti del momento, ed impegnano all’uopo con molta franchezza, senza diffidenza e timore, tutto il loro potere, tutte le loro forze, la lor vita peranco, non men che le proprie sostanze, ove il santissimo scopo del pubblico bene, del vantaggio comune, della patriottica salvezza, inevitabilmente l’esiga. In tempi malagevoli ed ardui di popolare trambustìo rigorosamente richieggonsi ministri operosi ed umani, attivi ed intesi ad acconciamente promuovere il popolare benessere. Attender quindi mi tempo più accettevole ed opportuno, un miglior ordine di cose, un più sistemalo governo, per fornir di lavoro il popolo, per procacciar fatica agli operai, per dar sussistenza al famelico e al digiuno, per metter insomma la numerosa classe de’ faticatori su, la via de’ grandi lavori pubblici, null’altro prova che un sentire ben poco addentro la vera ragione di stato, gl’interessi veri del popolo e del ben amministrato governo. Imitar e d’uopo più tosto il luminoso esempio de’ grandi uomini di stato, de’ più famosi ed esimi politici di Francia, i quali, dopo la tanto famosa rivoluzione di Luglio, sollecitar seppero avvedutamente il Governo a profonder parecchi milioni in Parigi, con uno scopo eminentemente politico, lo scopo conciliativo di tregua e di pace, d’alleviamento di cure e di pesi, di pronta riparazione e di efficace soccorso. Non agire siffattamente in queste nostre critiche circostanze, sarebbe lo stesso che voler dire al popolo: SIMUOIA DI FAME PEL MOMENTO; A TEMPO PIU’ OPPORTUNO AVRETE LAVORO E SOCCORSO.
Ma le anime veramente grandi e generose, gli amici veri dell’umanità e della patria, gli uomini elevati a qualche grado di potere da un movimento di rinnovazione e dal turbine sociale; hanno purtroppo, in questa nostra Patria redenta, generosi sensi di amor patriotico e ben conta filantropia; e però non havvi alcun sospetto che tener debbano un siffatto linguaggio col prossimo loro, coi loro più cari fratelli; né temer deesi punto che, ne’ duri casi di popolare urgenza, se ne stian eglino indolenziti ed inoperosi, o fatalmente diacciati ed indifferenti ai bisogni del popolo: avran più tosto costoro assai di coraggio e di fermezza, d’operosità e di solerzia, nella posizion nostra presente. Imperocché sanno ben eglino che si è oramai perduto abbastanza di tempo, e tempo prezioso pel popolo; né il tempo e tal cosa aa potersi vanamente od impunemente sprecare!
Non andrà guari impertanto, osiamo almeno lusingarci, che, sensibile il novello Governo al pubblico grido, a dar farassi si salutari ed energiche disposizioni, da por mano senza ulteriore ritardo al pubblico lavoro in Napoli, nelle province, dapertutto insomma: emaneransi almeno, lo speriamo di cuore e con fiducia somma, tali ordinanze da servire come pegno di buona fede e d’amore pel bene universale, ed esser con grato animo accolte dovunque, purché sappiasi però operar tosto e bene! Perocché la scossa e stata violenta e forte, di lunga durata ed opprimente; il popolo ha fame, e cerca lavoro ed occupazione; la scarsezza de’ viveri ha fatto soffrir molto, e molta miseria ha ingenerato, peculiarmente nelle masse popolari o plebee; la classe povera si è ammiserita d’avvantaggio, e gli speculatori audaci, monopolisti, rigiratori, tristi ed invidi della prosperità pubblica, si sono oltre modo arricchiti ed impinguati. Fa di mestieri adunque che si dia ora un’occhiata al popolo languente ed oppresso, sfinito di forze, smunto di danaro, privo di mezzi, esausto d’ogni avere e fatalmente colpito da lunga miseria; fa ora pur d’uopo che si prendano in considerazione, con carità veramente cristiana e fraterna, gl’interessi più sacri delle povere masse, duramente gementi sotto il peso di tante sofferenze e di tanta inopia; e necessario infine che si propaghino i mezzi di circolazione, vantaggiosa sempre al commercio e all’industria, che, come acconci veicoli dell’agricoltura incoraggiata e promossa, non mezzanamente aumentano il valore de’ suoi prodotti, e concorron pur anche assai validamente al generale benessere. Per cotal guisa, dandosi opera d’avvantaggio che il rappresentante universale d’ogni cosa agevolmente circoli per tutti i punti del nostroReame; promovendo direttamente e per indirette vie, in una sfera sempre d’attività perenne, le professioni tutte e d’ogni generazione i mestieri, le arti, le industrie; dando un eterno bando altresì a non pochi pregiudizi, inceppanti la prosperità ed il sociale vantaggio, e che regnan tuttora in questo nostro paese, promuoverassi in un modo incalcolabilmente crescente il napolitanoincivilimento, ed assicurerassi a un tempo una specie di popolarità nazionale all’era novella di costituzionale risorgimento. —
Un altro grido di malcontento elevossi pure in questi ultimi giorni, per parte degli oppressi ed infelici emigrati, che trovansi deplorabilmente confinati in diversi punii del Regno, ed in esteri luoghi per anco, e che pietosamente reclamavano una novella amnistia, dopoquella assai ristretta ed insufficiente che avea preceduto la già concessa e pubblicata, Costituzione. Alla nuova del divulgato Decreto dell’amnistia anzidetto, il cuore di quegli esuli sventurati erasi aperto ad una vivissima gioia, forte, lusingandosi di essere stati già pienamente pagati loro fervidi voti; e però corner ansiosi a leggerne l’espressioni con un lusinghiero e fallace con suolo. Purtroppo deluse speranze, vana ed ingannevol bramosia! l’assoluzione ed il perdono Sovrano procedente da un cuor generoso e veramente paternale, non era punto sì ampio ed esteso da comprendervi eziandìo quei sciagurati detenuti; perocché non eran richiamati in patria che gli emigrati dal 1830in poi. I liberali per seguenza del 1820, essendone stati espressamente esclusi, eran impotenziati affatto a rivedere e salutare la rigenerata lor patria, a premere contro i loro cuori i dolci concittadini e fratelli.
Qual alto od arcano motivo avesse mai potuto dettare quella dolente ed afflittiva eccezione l’ignoriamo dell’intutto. Sappiamo nondimeno chi sono gli emigrati di quell’epoca trista e malaugurata, e che cosa han fatto od intrapreso da quel tempo in poi. Un gran numero di costoro, dopo di essersi on la fuga provvidenzialmente sottratti a’ più atroci supplizi che voleansi infligger loro, pervenner direttamente in Ispagna. Non guari dopo, scoppiò colà una guerra intestina per parte dell’esercito e de’ liberali contra il popolo, incivile fautore dell’esecrato assolutismo. Continuaron quindi quei prodi a combattere di gran valore per la difesa della santissima causa nelle file dell’estera legione. In cotal guisa, pel giro di diciotto mesi, od a quel torno, duraron costoro le più gravi fatiche ed i più orribili stenti. E quando il Duca d’Angoulème intervenne alla testa di centomila combattenti, dopo averlo per lo spazio di due anni coraggiosamente combattuto, furon tradotti in Francia prigionieri di guerra. Colà l’occupazion loro di tutti i giorni, la lor cura di tutte le notti, fuesclusivamente quella della patria rigenerazione. Ma impotenziati allora a far cosa veruna, nulla potendo tentare e conseguire con felice successo, attesa la condizion trista e calamitosa de’ tempi, aspettavan con pazienza il momento più acconcio ed opportuno per agire, combattere, trionfare.
Néper molti, in effetto, di quegl’intrepidi liberali presentossi invano l’occasione di pugnare e sparger financo il proprio sangue per l’indipendenza di estere Nazioni. Taluni di essi corserratti nella Grecia, e cooperaron forte al buon successo di quella guerra generosa. Nelle tre famose giornate di Luglio del pari, la Francia ribellata non mancò di averli in mezzo alle file de’ combattenti. E dopo il trionfo della rivoluzione, fidando altamente nel principio di non intervento proclamato dal Parlamento francese, si fecer ad organare un piano generale per l’indipendenza italiana, e dalla frontiera della Savoia e dalla Corsica tentaron invadere l’Italia con altissimo disegno di porger soccorso alla causa liberale; ma tradilli poscia il ministero francese, e quei miseri espatriati subiron in Francia una persecuzione fierissima, e confinati vennero in varie città di provincia, sotto la più dura sorveglianza della polizia.
In questa guisa visser quegli uomini valorosi sino all’epoca consolante dell’attuale risorgimento italiano, sempre travagliati ed oppressi, infelici sempre, e vie più caldi amici della sacrosanta comun causa. E chi di costoro rimaso in estere contrade, chi reduce nella patria, chi sbalzato in un punto e chi confinato in un altro, tutti calorosamente han contribuito al risultamento glorioso del 29 Gennaio. Per qual ragione adunque i liberali del 1820 non dovean esser ugualmente amnistiati? Perché non dovean anch’eglino, in questi giorni di allegrezza e di comune esultanza, godere nella cara patria il sospirato frutto delle loro lunghe sofferenze, il prezioso frutto inaffiato col proprio sangue? — Si fecer quindi unanimemente a scongiurare quei mesti proscritti il novello Ministero con ferina fidanza di veder emendato l’inescusabile errore, siccome proclamavan costoro, e forte sperando che non volesse mostrarsi sì poco amico del governo costituzionale, tenendo ancor lontani coloro che non mezzanamente contribuirono alla restaurazione italiana.
Ben altri reclami; più commoventi e patetici, più luttuosi e toccanti, era ancor dato sentire al nostro magnanimo e generoso Sovrano; i pietosi reclami de’ miseri detenuti o condannati nell’isola di Tremiti. Tristo a dirlo e a pensarlo! e molto più tristo e più duro ad esser paranco costretto a consecrar cose in queste poche pagine di cittadina storia, ch’esser dovrebbero coverte di eterno obblio!….
Per qual grave misfatto quelle povere vittime, sacrificate in gran parte alla capricciosa e bizzarra polizia de’ tempi tracorsi, star dovrebbero condannate d’avvantaggio in una estranea ed arida terra? perché relegarle in uno sterilissimo suolo, dalle tante scelleranze appestato e corrotto, che la malizia e la malvagità di taluni impunemente vi esercitano? E fia mai vero che il grido dell’umanità languente; dell’oppressa e degradata natura giugner non possa o non debba sino al piè del Trono, mentre variati e moltiplici esempi di generosa clemenza, di largizioni paterne, ci ha dato sinora il nostro magnanimo Re, nel breve giro d’un mese? — Una prova siffatta di grandezza d’animo a pro dei cari suoi figli, anima il cuore di quei derelitti e schiude loro la via alla più dolce di tutte le speranze, il conseguimento della cara libertà,
L’orribil peso d’una condanna, capricciosa od arbitraria talvolta, fatalmente da taluni di quei miseri ricevuta, li facea comprender nel novero di quell’indomita ed abbrutita gente. Ansiosi di scuotere il giogo assurdo e crudele, cui dovean subire ne’ tempi decorsi; dal desiderio vinti di voler infrangere la cinta catena ed aprir libero al cielo il represso respiro; pienamente ignari della lor sorte futura, e di tutto ciò che restava loro a soffrire, deliberaron in fine quei meschini a confessar quei delitti che non avean punto commesso, e che strappare voleansi ad ogni costo dalla loro propria bocca: fu questo un delitto in apparenza, ed una pena nel fatto; apparver quindi nella società con l’ignominiosa divisa di rei, e dovean per seguenza scontarne rigorosamente il fio.
Quanti giovani lontani da’ loro congiunti, dalla patria, dall’educazione cittadina, dalla generale esultanza? Con qual cuore, con quali esempi, a quale scuola d’immoralità e di vizi si allevaron mai costoro? Aumenteranno gli anni con le sviluppate turpezze e con la depravazione del costume, con le scelleranze e con le brutalità mostruose!
Un’altra classe più sventurata di esseri aumenta pur anche la squallida oppressione di quell’orrida e contaminata terra: venian costoro imputati, o, direm meglio, calunniati per qualche trasognato delitto; spingeasi innanzi un processo, e mancavan di prova, o di elementi di prova, i pretesi reali: ciò nulla montava; eran costoro ancor rei; chi accusa od incolpa, chi calunnia o querela non fatta: innocenti per la giustizia criminale, rei per la giustizia politica, o più tosto per l’ingiustizia della passata polizia…
Giustissimo Iddio! pur troppo quei miseri li confessano ed adorano nella tua somma giustizia: son divenuti, e vero, quasi selvaggi o barbari, ma li raccoglie ancora una terra, ancora un raggio di lusinghiera speranza gli alimenta e conforta; son eglino reietti e scherniti, vilipesi ed oppressi, anzi allo stato di estrema disperazione ridotti, ma le loro mani non fumano d’un sangue innocente, son dolci e tranquilli i loro sonni, il loro cuore non palpita di atroci rimorsi; e l’esecrazione d’un pubblico intero non cade punto sur essi; su fabbri sì bene del loro destino tristissimo.
Sventurati e infelici! quante volte non han mormoralo i rigori ad Cielo, perché non teneali in ¡stato di mediocre fortuna! Allora la condanna e l’esilio non gli avrebbe sì duramente colpiti. Quanti delinquenti e quanti rei d’ogni generazione di colpa, a forza di corruzione e di rapporti, di maneggio e d’intrico, hansaputo sottrarsi a quella lenta agonia di tenebroso inferno e di morte! Ma erano di condizione misera quei voluti ribaldi, e però fuor d’ogni speranza di esser protetti e salvi; e tanti felloni non di meno, gravati di nequizie e di scelleranze, di enormi concussioni e soprusi, respirati l’aura di libertàe di contento. Néconcepiscon invidia per costoro; senton forte il desiderio soltanto d’averne almeno uguale la sorte.
Non v’inorridite, o miei Cittadini, nel sentire questo sfogo innocente di doglianza e di affanno; e l’espressione spontanea ed istintiva del più acuto dolore che preme disperatamente più d’un cuore sensibile. Risguardati sono quegli esseri sfortunati come i più infami e più malvagi della terra; la condizione del luogo che ve gli accoglie e comprende n’è prova di fatto. La sventura od il caso gli unisce, e tosto l’insinuazione del male, il contagio della corruzione, il soffio dell’immoralità, il veleno della depravazione contamina l’uomo, paralizzai! compagno, corrompe e travia l’amico di sciagura.
In quella terra di desolazione e di lutto, non havvi civile istituzione che possa umanizzarli e renderli migliori; non pubblica o privata, censura da tenerli a freno e sottrarli al delitto; non pratiche cittadine che possano dar loro la più superficiale lezione, il più passaggiero esempio di civili virtù o di sociali maniere: colà tutto è solitudine, tutto è abbandono, tutto ispira corruzione ed orrore; l’ozio mortale che regna, la mancanza delle utili ed avvantaggiose occupazioni, la privazione dell’industria e del commercio, son esca e fomento ad ogni concepibile nefandezza….
E più d’ogni altra cosa, li tormenta e martella la cruda fame! Chi può mai comprendere in tutta l’estension sua il significato e la forza d’un sì orrendo vocabolo? il solo famelico. — Il nostro provvido Re avea fatto loro assegnare un cotidiano sussidio, una sussistenza conveniente ed acconcia alla posizion loro infelice; ma era d’uopo, per lo avverso, che gli smerciatoci delle alimentari sostanze colà stabiliti, finissero di spogliarli ignudi, affine di accrescer ingordamente le loro sostanze, e compiere a spese di quelle vittime infelici il periodico tributo promesso ad una branca di politiche Arpìe, che accordavan loro protezione e favore.
Le leggi penali hanno stabilite provvide pene uniformemente ai gradi di reati o di delitti d’ogni generazione; quel codice di leggi e tutto filosofico e profondamente ragionato, pieno di lume e di saviezza, di equità e di giustezza; in esso e patente e visibile il progresso delle più incivilite nazioni europee; la gradazione delle pene di polizia, correzionali, criminali, è, eminentemente giudiziosa ed umana. Intanto chi di costoro si trova colà sbalzato e punito per via di condanna? Ben pochi. Tranne questi, tutto il rimanente e vittima della calunnia e della prepotenza, del rigiro e dell’intrico.
In questo stato di cose, fuvvi più d’un’anima benefica che generosamente pregossi ad atti di comune intercessione pel bene di quei miseri non solo, ma di quanti altri infelici espatriati rinvenivansi in diversi luoghi del Regno, ed al di fuori ancora. Il cuore del clementissimo Re ch’èavvezzo a sentir altamente, ne ha inteso i reclami e le intercessioni pietose; la sua sensibilità si è scossa; palpitò il suo seno; e, squarciata la benda indegna del politico mistero, trionfar facendo la giustizia, schiudendo un’era più felice e più gloriosa, covrendo d’impenetrabil velo il poetato, deliberò con un atto generoso di sovrana clemenza di trarre un numeroso stuolo d’oppressata gente a libertà, civile.
E però dopo di esser proclamata e sanzionata in pubblica forma la costituzione politica della Monarchia, volendo il Sovrano estendere Febbraro a decretar fessi siffattamente:
Art. 1. L’azione penale per contravvenzioni e per delitti inferiori a questo giorno e abolita.
Art. 2. Le pene di polizia e le pene correzionali, applicate per contravvenzioni e delitti con sentenze o decisioni divenute irrevocabili prima di questo giorno, sono condonate.
Art. 3. Le pene criminali applicale con sentenze, o decisioni già divenute irrevocabili ad individui che attualmente si trovano nei luoghi di restrizione,, sono diminuite d’un grado.
Art. 4. Nel caso di più pene, cumulate a carico di uno stesso individuo, la diminuzione conceduta col precedente articolo e limitata alla pena che nel giorno di questo Decreto il condannato sta espiando.
Art. 5. Non sono compresi nell’indulgenza conceduta co’ precedenti articoli i giudicabili ed i condannati per reati in materia di falsità di moneta, di carte, bolli e suggelli Reali, compresi nel libro II. titolo V. capitolo 1. 2. 3. delle leggi penali, per calunnia, falsa testimonianza, e subornazione di testimoni, per malversazione e per altri misfatti di persone in carica, compresi nella classe di abusi di autorità, riportati, nel libro II titolo IV, capitola IV dette leggi penali per furto qualificato per violenza, e per ricettazione di oggetti furtivi da tal reato pervenuti; per misfatti militari; e per recidiva da misfatto a misfatto.
Grazie a si provvidenziali disposizioni provvenienti da un Re magnanimo e generoso, respiraron tosto aure di pace e d’individual libertà non pochi detenuti ed oppressi, che o gemevano innocenti in oscure prigioni, la generale esultanza in tutti i luoghi di detenzione e di pena, in data del 17 ò dal seno della propria famiglia e crei la cara patria eran dispoticamente rilegali in estranea terra. Primi a partecipare delle sovrane indulgenze, furon tutti coloro che per fatti di opinione si eran ‘resi tanto famosi ed immortali in questi ultimi avvenimenti politici del nostro Regno. De’ più valorosi liberali della Città di Reggio, chi ottenne la tanto sospirata libertà, chi fu promosso a cariche civili od amministrative, chi riscosse da per tutto general i applausi, chi venne portato come in trionfo per le pubbliche vie, chi con grandezza d’animo e profusione di cuore accolto e festeggiato nelle case più ragguardevoli de’ nostri generosi napolitani. E con Decreto del 22 marzo 1848, il tanto valoroso e prode D. Giovannandrea Romeo dell’anzidetta città fu nominato Intendente della Provincia di Principato Citeriore.
Quella sovra tutto, che richiamò l’attenzione dell’universale, e che meritò le più cordiali accoglienze de’ personaggi più esimi e distinti di questo paese, fu senza dubbio l’ornatissimo Canonico Pellicano, il quale interessato venne peranco dal Re a predicare, in questi passati giorni, nella Chiesa dello Spirito Santo, sul dilicato ed interessante subietto del novello regime costituzionale. Indirizzò egli, in effetto, la sua coscienziosa parola ad immenso uditorio, e fu pur bello l’udire gli accenti liberi e franchi del vero, istintivamente manifestati dall’apostolo della libertà e della politica restaurazione. E vuolsi pure sperare che continuerà egli con generosi sforzi a predicare ed insinuare a’ cittadini tutti, che la vera unione, l’ordine pubblico, il rispetto alle leggi ed a’ novelli Magistrati ingenerano la nazional forza e la maggior libertà civile.
Pel valore in gran parte di questo rispettabil Canonico levossi la Città di Reggio, siccome accennammo altrove di passaggio, a novelle e più lusinghiere speranze; ma l’agitazione cd il fervor popolare rimanean soffocati pur troppo dalla material forza che frapponeasi tra il popolo ed il passato governo. Quindi tra’ più prodi e con l’esempio e con la parola incitar seppe Pellicano la sua patria a pacifiche dimostrazioni, altamente reclamando il beneficio delle leggi fondamentali e delle consolanti riforme, come garanti della già preparata rigenerazione nazionale. Nétemé allora costui d’affrontar pericoli e di sormontare poderosi ostacoli; impavido sempre, per lo avverso, sempre forte e costante, consacrò sull’altare della patria tutto il suo pingue patrimonio, la sua stessa persona pur anche, istruendo e consigliando che le Calabrie si appalesasser rispettosamente nelle loro generose vedute, comunque armate e disposte sempre a combatter di grandissimo valore pel comun nostro riscatto. Fu egli allora abbattuto e vinto, ma la sconfitta fu per lui più onorevole della vittoria momentaneamente riportata da’ suoi persecutori, perché non contaminata da reità veruna, e perché amò meglio succumbere alla necessità fatale, che concitare i popoli a civilguerra ed a strage, o promuovere i mali del più assurdo anarchismo. Se venner compri, in quei tempi di crisi, infami sicari per ¡sgozzare cittadini onorati e dabbene, attender dovransi non solo l’esecrazion pubblica, ma un legale giudizio in rigor di legge e sotto la vigilanza di magistrati preesistenti ed incorrotti.
Raggiunto finalmente, quando al ciel piacque, l’altissimo scopo, furon franti i suoi ceppi, rotte ancor le catene de’ suoi valorosi commilitoni, e si ebber patria e libertade a un tempo. Né solamente costoro, ma tutti i loro compagni di sventura altresì, che forte pugnarono per la comun causa santissima, respiraron infine le aure soavi della civil libertà, e provaron tutti l’inconcepibil diletto di rivedere la cara lor patria.
Se havvi in noi sentimento che invincibilmente ci spinga verso un centro sensibile e forte vi ci appicchi; se sentesi l’uomo noti mezzanamente affezionato a qualche punto della terra, in forza d’un naturale legame, d’un sentimento possente ed ammirabile; quel comun centro e la PATRIA,e quell’istintivo od arcano sentimento e il dolce amor di PATRIA LIBERTA’. E compongono la patria quei cari luoghi in cui abbiamo la prima volta veduta la luce, dove le nostre dilette genitrici hanno avuto cura della nostra infanzia, dov’elle ci trasmisero le consolanti tradizioni che rannodano le generazioni viventi a quelle che son già travarcate ed a quelle che succederanno; i luoghi in cui abbiam sentito la forza d’amore, in cui abbiam sofferto pur troppo; lo scoglio della nostra spiaggia; l’antica quercia piantata da’ nostri antenati; il tetto di paglia o di marmo, dove fu la nostra culla, dov’è l’ereditaria tomba, dove i nostri avi ci aspettano nel ferreo sonno di morte.
La patria! sono le gloriose memorie ch’ella ci offre tuttodì, le ceneri de’ nostri maggiori, i geni tutelari, la favella, i costumi, le sacre leggi che rendonci sotto la lor ombra lieti e felici, le savie istituzioni in forza di cui siamo stati educati, il sudore che la stessa patria ci costa, Io splendore che ne abbiam tratto, l’aria che vi abbiam respirato, il terreno da noi tante volte calpestato, le mura che ci hanno accolto, i sassi, i campi, le siepi che sono stati sovente muti spettatori de’ nostri fatti, di tutte le nostre imprese. La patria! ella è la terra natale, in una parola, che tutti i cittadini, gli abitanti tutti hanno interesse sommo di conservare, e cui verun di essi abbandonar punto non vorrebbe; poiché sì volonterosamente non si abbandona il proprio riposo, la propria gloria, la propria felicità, a meno che circostanze fatali irresistibilmente non ci obblighino a contrarie e violente determinazioni.
Gloria, trionfi, onori, amici, parenti, famiglia, il sacro nome di PATRIA tutte in sé comprende queste idee, e tutto le si sacrifica generosamente, financo la propria esistenza; poiché la ruina della patria trae seco irreparabilmente la perdita di tutti i beni, ond’ella ci assicura il legittimo godimento. Una volta acceso questo nobil sentimento, desto una volta il dolce amor di paria, più non si spegne negli umani pelli; questo celeste fuoco, vivo tuttora si conserva sotto le ceneri della ricordanza. Migliaia d’individui oppressi, che strascinavano una meschina esistenza in lontane terre, in mezzo alle ruine d’un aridissimo suolo, tra gente strana ed ignota, esclamavan col sentimento del dolore e della pietà: La nostra cara patria! quando fia mai che rivedrem noi la dolce e diletta patria! Esiliati gl’infelici dalle patrie mura, erranti di paese in paese, di contrada in contrada, nudriti di obbrobri e di persecuzioni, trovavan almeno qualche ombra di consuolo nelle loro coscienziose memorie; e non udivano senza gioia, senza felice commozione e senza forte intenerirsi, il dolce nome di patria. E molti di costoro esclamavano: Potremmo abbandonar noi il nostro paese, le nostre leggi, i nostri concittadini, i nostri cari fratelli, per salvare i quali siam qui spinti a penare e morire?
E però, nel loro allontanamento fatale, via più si accendeva e faceasi vivamente sentire ne’ loro cuori afflittissimi l’amor di patria libertà, per farne l’orrendo ed eterno supplizio. Sentivan costoro tutto ciò che avean allora realmente perduto; maledicevan allora la crudeltà degli umani destini. Il giorno e la notte, il mattino e la sera, i prati e le colline, i ruscelli e le valli, i fiori e le messi, ì frutti e le brine, i lidi e gli scogli, tutto rammenta all’uomo dell’esilio e della sventura ciò che ama, ciò che ha di più caro, e ciò che ha fatalmente perduto. Qual trista esperienza, qual prova crudele, individuale, continua, non ci fa tuttora concepire ed emetter fuori dal cuor nostro un cosiffatto sentimento!
L’infelice, che vedesi lungi sbalzato dalle patrie mura per solo motivo di politiche opinioni, tutto s’attrista e sen duole, tutto si cruccia internamente e dassi in preda ad un disperato cordoglio che gli preme aspramente il cuore. Egli è forzato a viver in mezzo a stranieri interessi, in mezzo ad altri individui, in odio forse a sestesso, cui l’abbandono involontario del proprio paese affligge, o le proprie sventure colman di tristezza e di lutto. Ravvisa talvolta nemiche braccia, mani ostili e crudeli arrotare i ferri micidiali contra la sua patria, contro gli sventurati compagni}contra gli oppressi o traditi fratelli, e sarà impotenziato a difenderli, a morir anco per essi. Ei vive, ed i suoi dolenti genitori gemono nelle miserie e nella desolazione da un canto, ed egli dall’altro mena del continuo la morente sua vita nel tutto e nell’abbandono; ei vive, e de’ suoi più dolci e cari pegni di filiale affetto, chi e già disceso nella tomba, e chi sta presso a discendervi; ei vive, e gli autori della sua vita, giunti all’orlo del sepolcro, profferiscon più volte, quasi balbettando in dimezzato linguaggio, gli affettuosi nomi de’ cari Egli, ma dal labbro di questi più non udranno pronunziare né avvicendar giammai quelli di tenero padre, d’amorevol madre; egli esiste, ed agli organi immediati della sua esistenza incanutiscon sulla fronte i capelli, e nullo conforto vien prodigato al penoso lor vivere, e il figlio lontano, l’esule sventurato non puote aiutarli a morire, e da inflessibile volere di fato gli vien negata financo la dolce consolazione di assisterli nelle lor lunghe ed afflittive infermità… costoro intanto tramontano a questa terra di esiglio e di dolore, a quest’ostello di miserie e d’oppressioni, e vive questi i suoi giorni nell’amarezza e nelle angosce mortali, ed ecclissansi i suoi occhi nelle lagrime del tutto e della disperazione!
Da un solo pensiero occupato questo dolente figlio della sventura, il pensier truce di morte; lontano da ogni consolazione cd incapace d’ogni altra cura, che non sia quel la d’identificarsi tosto con le preziose reliquie di quegli esseri a lui più cari; mestamente assiso in riva al mare, volge scoraggiato lo sguardo ormai indebolito in mezzo ad un orizzonte senza confini, vi cerca ansioso il punto verso il quale e situato il suo paese, e ‘l calle che convien battere per ritornarvi. A un cotal e stato angoscioso e preferibile purtroppo la morte; eppure ei la respinge atterrito: morire, senza rivedere la patria, la superstite famiglia, i suoi più cari amici! morire, senza che dir possa a sestesso: Colà riposano santamente le ossa di CHImi ha dato quest’essere!… Un cosiffatto sacrifizio e superiore di assai alle forze umane. Gli uomini non dovrebber giammai imporlo agli altri uomini; non mai dovrebber sì spietatamente esigerlo da’ delinquenti; spegner loro più tosto la vita, che menarli lungi dal patrio suolo…. —
Hanno pure una patria gli uomini, che da savie leggi son governati, e non temon punto gli effetti delle arbitrarie violenze di barbari despoti, appo di cui la volontà capricciosa tien luogo di legge. Perché mai contrade un tempo ridenti e coltivate, sono adesso sì aride ed incolte? Perché si vuole assolutamente così; perché si crede che ogni tentativo d’immegliamento sarebbe affatto scempio di vantaggiosi ed utili effetti per la civil comunanza. E sin a quando accuserà l’uomo la sorte per tanti mali di cui è fabbro egli stesso? Fino a quando i suoi occhi rimarrai) chiusi al chiaro lume di ragione, ed il suo cuore alle insinuazioni della verità che gli si presenta dapertutto? —Uomini ingiusti, se non potete sospender il prestigio che affascina i vostri sensi, se il vostro cuore e incapace di comprender il linguaggio della ragione, interrogate almeno le ruine del passato, leggete gli ammaestramenti che vi danno le storie nostre.
Quante volte le nazioni osservan rigorosamente le leggi dell’umanità, e dirigono saggiamente le masse, o moderano con diligente cura i loro destini, forse il moderator sovrano d’ogni cosa turba l’equilibrio morale o politico de’ governi per ingannare la loro prudenza? svelle forse le messi che l’arte fa germogliare? devasta le campagne popolate dalla pace? rovescia le Città o le Capitali cui le arti e ‘l commercio rendon fiorenti? asciuga forse e dissecca le sorgenti utili all’industria ed all’economia sociale? Se grandi paesi trovansi ridotti in solitudine, se ridenti contrade veggonsi annientate e distrutte, fu la mano di colui che tutto può, o quella dell’uomo, che rovesciò le loro mura, ne distrusse gli edilizi, ne fè crollare financo le fondamenta? fu il braccio dell’Onnipossente, o quello dell’uomo che portò il ferro ed il fuoco, la strage ed il sangue, la desolazione ed il lutto nelle città, e nelle campagne, ne’ paesi e nelle famiglie?…. Allorché la guerra civile miete barbaramente gli abitanti, se rimane nna Provincia spopolata e diserta, è forse il volere dell’Eterno che in siffatto stato la riduce? èil suo furore, o quello de’ suoi rappresentanti e ministri che siffattamente la flagella? È il suo orgoglio, o quello de’ moderatori de’ destini degli uomini ch’eccita micidiali guerre ed esterminio ferale d’immensi cittadini? sono le sue passioni, o quelle dei grandi della terra, che, in diverse guise e sotto svariate forme, tormentan gl’individui ed opprimon i popoli? —
E voi intanto rimanete oziosi e indolenti, o freddi contemplatori dell’umana perversità! Per prezzo di tanti delitti impunemente commessi dal tenebroso GENIO delle più inaudite scelleranze, che or più tra noi non esiste, sarà pur d’uopo che chiami l’Eterno a novella vita i lavoratori ch’egli svenò, i cadaveri freddi e disseccati che rinvennersi ancora ne’ ceppi in fondo alle sue catacombe infernali, che rianimi tante vite al suo dispotico furore barbaramente immolate? — Ma vendicocci però con usura il cielo! itormenti della propria coscienza, il rimorso del male già fatto, l’idea terribile della sua situazione presente, l’esecrazione ed ignominia dell’universale, l’aria financo che respira, tutto gli sembra portare la nera impronta di ciò che egli e realmente. —
E ci sottrasse pur anche l’Eterno al non men tristo flagello d’un altro fello e reo personaggio che, compagno fedele e socio carissimo alle ribalderie del primo MOSTRO abbattuto, gli fu compagno e collega eziandìo negli stessi casi di sventura. Un cotal Monsignore D. CELESTINO COCLE, la cui storia esecranda fia meglio covrire d’obblivione profonda, per la ragione che………………continua
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