COMPENDIO DELLA STORIA PATRIA OVVERO DEL REAME DELLE DUE SICILIE DALLA SUA ORIGINE SINO AI TEMPI NOSTRI DI DOMENICO PANDULLO (XV)
CONTINUAZIONE
Gli ULTIMI AVVENIMENTI POLITICI DI ROMA E DI CALABRIA, DI SICILIA E DI NAPOLI
Il faut trouver une forme de’ gouvernement qui mette la loi au dessus de l’homme.
J. J. Rous.
Se havvi pel saggio un tenebroso tempo consecrato al silenzio, ed un tempo più rischiarato e luminoso ch’ei destina al parlare, e questo senza dubbio il prezioso ed accettevol momento in cui, dopo un ben lungo silenzio, schiuder conviene la bocca, sciorre il freno alla lingua, frangere i ceppi al pensiero, e far che libera e franca fuor se n’esca la bella imagine della nostra intelligenza, la fedele espressione degl’intimi nostrisentimenti, la dipintrice sovrana di tutto ciò che sentiamo e pensiamo, la parola, rivelatrice pubblica ed universale di tutto ciò che s’ignora, ed annunziatrice di consolanti verita di alla pur troppo invilita ed oppressata gente.
Lungi impertanto dal concepir temenza dalcanto della vile menzogna, dell’infame ed atroce calunnia; lungi dal lasciarci scuorare dalle ripetute minacce del possente e temuto egoismo; lungi dal farci sopraffare dalle dicerie degli uni e dagli oltraggi degli altri, dall’assurda ipocrisia di questo e dalle seducenti maniere di quello, opporre e d’uopo all’errore la diritta ragione, far pugnare con noi contro la violenza del vizio l’augusta verità, appellare infine al suo soccorso, in questa Santissima nostra Riforma, l’autore stesso d’ogni santità, il Moderatore eterno della natura, per la cui gloria s’è dolce cosa il combattere, e senza paragone più dolce il vincere e trionfare.
Non havvi cosa che tanto infastidisca ed annoi lo spirito umano, quanto la lettura di un opera lunga ed affatto scevra d’interessanti vedute. Sarà nostra cura il tenerci assai lungi da così gravi e pericolosi inconvenienti, in tempi sovra tutto in cui, costituito vedendo in problema l’intero stato sociale, precipitar soglionsi talmente le opinioni e i pensieri, in rapporto agli avvenimenti politici, ch’è sperabile appena il veder accordare qualche rapido istante a gravi ed interessanti dottrine, a narrazioni di fatti patrii, e della più alta importanza.
In mezzo al vorticoso movimento che tutto avvolgeva e menava per disordinati fini il mondo delle personali esistenze, più non leggevasi un buon libro che furtivamente e con un’attenzione incessantemente distratta da novelli obbietti. É questa per me la più possente ragione, per cui non sonmi indotto finora a pubblicare qualche altra opera, che ho appena preconcepito ed annunziato nel mio Corso di Filosofia Sperimentale. Epperò sforzerommi di colpire in mezzo alle sociali evoluzioni, che preparami, l’occasione più acconcia e favorevole per renderla legalmente di pubblica ragione. Ei non conviene per ora indiscretamente disturbare le profonde meditazioni delle menti più illuminate e chiare, che osan riformare la sublime scienza degli umani destini, la gran teoria dei naturali e positivi diritti della tradita finora ed abbastanza illusa umanità.
Sento pur troppo in me stesso una secreta forza di presentimento che questo tenue lavoro, da una profonda convinzione altamente ispirato, a collider farassi parecchie opinioni accreditate dal tempo che tutto può, e convalidate dall’opinion cieca che tutto ammanta e trasforma. Ma una considerazione siffatta, comunque solidamente rafforzata da un’epoca trista, in cui più non siamo, ed in cui si osava financo attentare alla più sacra ed inviolabil proprietà dell’umano pensiero, non mi ha punto al presente impedito di liberamente svelare alle ottenebrate intelligenze le più ascose ed alte verità. Non èmica necessario che un narratore di politici fatti raddoppi di sforzi e di cure per dare altrui semplicemente nel genio; e neanco e questa una condizione indispensabilmente appiccata e giunta alla facoltà di pubblicare le proprie opinioni: facoltà che io porrò in esercizio, non con altre vedute nell’animo che quelle di giovare alla più sacra delle cause in cui si trova impegnato il sociale sistema, né con altra. speranza nel cuore che quella di raccorre da miei concittadini e fratelli una grata e lusinghiera accoglienza.
Non havvi individuo al mondo che sia più di me pienamente sommesso alle leggi del paese, ove per sorte son nato e vivo; e lo sarei del pari, ove per avventura sbalzato fossi negli estremi confini del globo; lo sarei stato ugualmente nell’antica Roma, sotto la dolce influenza della Repubblica, come sotto la più dura dominazione de’ fieri tiranni, e sempre per gli stessi motivi, e nella medesima intensità di sentimento. Un’ombra vana d’indipendenza assoluta, una larva lusinghiera di falsa libertà non mi seduce gran fatto; sento in me, per lo avverso, qualche cosa di celeste ed immortale che ad ogni maniera di servaggio vile o d’ignominioso abbrutimento cerca istintivamente sottrarmi. La face rischiaratrice della filosofia ha felicemente involato l’uomo al fatal giogo dell’uomo. Ei non havvi un sol mortale nel mondo, fra le specie tutte civilmente umanizzate, che ripeter non possa o non debba, ubbidendo alle leggi: Ravviso ben io in ogni rappresentante di Nazione e di Governo il mio moderatore e padre, purch’ei non pretenda che io restimi un capriccioso «dispotico nume colla terra» son libero, e non conosco altro padrone su di me che l’Eterno, il quale è peranco suo signore e capo.
Niuno oserà certamente contrastarci un diritto naturale, un privilegio esclusivo, che lui in noi trasfuso ed indelebilmente impresso natura sin dal nascer nostro. Le discussioni politiche, per se stesse assai gravi e sincere, sur un subietto che tiene occupata oggimai una gran parte degli spiriti napolitani, esser non potrebbero severamente interdette che daun timido e sospettoso dispotismo, vittima crudele delle sue vaghe inquietezze.
Il tenebroso genio del male, tremando sempre per le meschine sue opere, trovar seppe ingegnosamente un astuto e cavilloso principio, di cui formossi un terribile scudo contro la verità e la ragione: e combattete l’errore, diss’egli, ma disgiugnendolo sempre dalle individuali esistenze. Ciò importa tanto quanto il dover a lui lasciare il positivo e il reale,e il riserbare per noi l’ideale e l’asfratto, affine d’aver egli il diritto di trattarci da stravaganti e dementi. Assai più dolce ed util cosa sarebbe, senza dubbio, lo stabilire per sì fatte materie le più general i e solide teorie; ma ben altramente procedon le cose in questo cieco mondo. Le sociali comunanze vivono e muoiono, riproducessi ed annientansi secondo le dottrine degli uomini ond’esse sono governate; ed impugnar non potrebbersi queste stesse dottrine, senza attaccare a un tempo e i discorsi ch’esprimonle, e gli atti che le consacrano con le più imponenti formalità. Or, nel doversi trattare di atti e di discorsi, le personali esistenze con sempre in ¡scena; e più grande apparisce agli occhi delle attonite genti la lor imponente autorità, più forte sentir fassi il bisogno di scinder la benda indegna che forma la loro illusione. Per quale strana, in effetto e mal intesa carità sacrificar si dovrebbero la societade e l’ordine morale, le teorie più sacre de’ diritti e de’ doveri, all’orgoglio insultante di taluni acciecati individui?
Havvi senza dubbio di taluni rimproveri, ch’è assai più dura ed increscevol cosa il farli che il pubblicamente subirli. Ma ne’ miseri tempi decorsi in cui eravamo, ed in cui tutto era stravolgimento nell’uomo, maggior pietà si concepiva pel rimorso che mormorava, che per la coscienza che gemeva nelsuo disperato timore. Il suo zelo penace, ma però libero e franco, ingenerava una specie d’irritamento importuno; come il selvaggio al suo figliuolo, così diceva l’egoismo smodato al vindice della verità: Vedi, soffri e taci!— Giustissimo cielo! e per qual ragione non doveva esser permesso all’uom saggio di schiuder la sua voce per la giusta difesa della pur troppo afflitta e languente umanità? Niun motivo certamente di personale interesse o di assurdo amor proprio indur può l’animo mio a sostener l’interesse della verità e del diritto. Néignoro peranco che chiunque discende nell’arena, preconoscendo assai bene qual alto destino ve lo attende, star dee sempre apparecchiato e disposto al pieno adempimento d’un sacro dovere, poco o nulla importandogli de’ giudizi degli uomini e de’ loro vani discorsi.
Egli era omai gran tempo, che il mondo procedeva indeclinabilmente nella stessa guisa, e che il desolante egoismo opponeva ingiusta guerra a tutto ciò che serviva, d’ostacolo alle sue vili passioni ed alle sue basse idee. E così parea che andar volessero le cose sino a che le masse sociali inondar dovranno la faccia della terra; ma non era questa una sufficiente ragione per dovergli cedere ignominiosamente il terreno.
Era ben di mestieri, per lo avverso, che cedesse ei stesso alla verità, e cedesse pur troppo eternamente, allorché sarebbe pervenuto il giorno del felice trionfo. Le leggi della terra, comunque fondamentali ed inscuotibili ci appaiano pel momento, subir dovranno o presto o tardi qualche scossa terribile e fatale; ed in effetto, non era mica per noi visibile né certo che quest’ordine apparente di cose, ricovrantesi all’ombra di tutte le moderne teorie secretamente ispirate dal più turpe egoismo, avesse mai ricevuto dal Dio di giustizia e di pace le più salde promesse di eternale durata.
In qualunque guisa intanto concepir si voglia, in taluni momenti, la vivacità o la forza delle mie espressioni, desidero di cuore che sien sempre giudicate dal patrio sentimento che halle istintivamente ispirate. Il desiderio di umiliare o di ferire l’orgoglio di chicchessia, del pari che il disegno di profonder lode ed incenso, adulazione ed allettamento ai grandi della terra, è stato sempre un sentimento affatto ignoto al cuor mio. Vedute più alte, e a un genere più nobile e più sublime, han guidato il mio spirito, nell’intraprendere e menar a compimento quest’altro interessante lavoro storico; ed ove i miei sforzi avesser bisogno di esser un giorno giustificati innanzi al tribunale del mondo, non esiterei punto di produrre a mia difesa queste poche e semplici parole LEGGETE E GIUDICATE. La sposizione fedele ed ingenua de’ fatti, che in sé quest’appendice storica comprende, non offre allo spirito umano che un subietto di riflessioni profonde pei politici e per i amministratori di leggi, pei governanti e pei governati, per le masse e pei loro moderatori. L’avvenire che ci attende, e cui noi aspiriamo colla più alta impazienza, ben altre istruzioni ed altri ammaestramenti ci riserba; imperocché ha il suo termine ogni cosa, e peranco l’oppressione ed i torti, la sofferenza e la pazienza. Le umane specie, che più non sono, e quelle altresì che non hanno ancora finito di penare, non han veduto finora che il male in azione, l’egoismo in trionfo e la virtude in depressione ed avvilimento. Qual mente sagace e penetrante preveder potea lo spettacolo, che succeder dovea senza dubbio alla tenebrosa costituzione delle cose passate? chi èmai così accorto ed illuminato da indovinare peranco a quali modificazioni o strani cangiamenti andranno un tempo le sodali masse soggette? chi può conoscere altresì quali e quante anime grandi e generose elevar dovransi un giorno sulla sfera delle rigenerate razze, per assumer energicamente la offesa del vero e del bene, del diritto e del giusto, senza di cui non può darsi, né concepir può mente umana la vera idea di pubblica salvezza? —
Comunque da gran tempo occupato siasi lo spirito umano della sublime scienza dei DIRITTI dell’uomo e del cittadino, come quella ch’estimar puossi la più degna di tener altamente occupati i più sublimi geni, sembra non pertanto di andar fallita nella sovrana destinazion sua, e di non aver fatto finora quel felice progresso cui l’universale impazientemente agognava. I suoi princìpi sono ormai divenuti un interminabil subietto di problematiche discussioni, e diveder fansi i filosofi assai poco d’accordo infra loro relativamente alla fondamentalbase che si dovrebbe ad essi accordare. Appo la maggior parte de’ pensatori antichi e moderni, l’importante TEORIA del naturale ed universal diritto, in luogo di rischiarare egualmente gli animi di coloro che sono nell’ampia sfera compresi dello stato sociale, èfatalmente divenuta una scienza astratta e misteriosa, Per una di quelle strane ed inconcepibili contradizioni che ha ella comuni con tutte le umane conoscenze, ha perduto di vista l’esperienza e la spregiudicata ragione, e guidar fessi ciecamente dall’entusiasmo e dall’individuale interesse.
Di qui le più assurde e stravaganti ipotesi di tanti esimi espositori della sublime scienza de’ destini dell’umanità, le quali, lungi pur troppo dai semplificare la scienza e renderla via più popolare, non han fatto che ammantarla di tolte e spesse tenebrie, a segno che lo studio più importante per l’uomogli e oggimaiaddivenuto affatto inutile e vano, si forza di renderlo inaccessibile ed oscuro, enigmatico ed astratto. Per una specie di debolezza quasi comune a tutti i primi pensatori della repubblica delle lettere, han costoro, raddoppialo di sforzi per trasfondere nelle loro dottrine un tuono d’ispirazione e di mistero, affine di renderle più rispettabili e sacre al volgo stupido e ignaro.
Dì qui l’ignoranza ingran parte de’ propri doveri e delle obbligazioni correlative, la violazione de’ diritti o de’ princìpi fondamentali della civil comunanza, il rovescio delli stati e la rovina delle Nazioni, le rivoluzioni e le guerre civili, i contrasti piùfieri ed accaniti fra le opinioni politiche, i mutamenti improvvisi e repentini di Governi, le inevitabili scene, da ultimo, di orrore e di sangue, cui son teatro fatale le Province ed i Regni, come pur troppo, nell’epoca presente in cui siamo, e avvenuto fra noi. — Nel compilare la Storia del nostro Reame, mi era ben io avvisato di chiuderne il corso intero e non interrotto de’ principali avvenimenti, che in variate epoche hanno avuto luogo in queste nostre contrade, senza punto far motto degli ultimi casi che segnatamente avvennero, a questi nostri tempi, in Roma, nelle Calabrie, nella Sicilia ed in Napoli. Ma ben riflettendo, che avrei senza dubbio violato la storica fedeltà ed esattezza, da un canto, e tradita dall’altro non che defraudata la giustissima aspettazione de’ contemporanei, del pari che la prudente curiosità e saggia investigazione de’ posteri, ove avessi voluto per poco passare sotto silenzio, od ammantare d’ignominioso obblio i fatti principali, le più salutari riforme politiche, che a questi ultimi giorni hanno avuto inopinata e tostàna esistenza nel nostro Regno, fommi perciò sollecito, per quanto almeno comportano e la brevità del tempo e la posizione attuale delle nostre cose, a lame rapidissimo cenno.
L’assunzione di Pio IX al Trono di Roma fu principio di vita sociale, cagione possente di civile riforma, provvidenziale sorgente di rigenerazione politica per tutta l’Italia. I gravi disordini da prima, i pericolosi partiti, le sediziose fazioni, le risse interminabili, i furti e gli abusi d’ogni generazione, che assai di frequente accadevano in talune province. dello Stato Pontificio, hanno indotto quel Governo ad energicamente provvedervi, non solo co’ mezzi di repressione corrispondenti al momentaneo bisogno, ma a prevenirli davvantaggio con quelle savie misure, che le cagioni ne distruggessero, o ne diminuissero almeno la perniciosa influenza. Né lieve fu poscia in quel sommo Potentato il sentito bisogno di procurare ai suoi popoli un positivo immegliamento, un nazionale progresso, un’illustrazione sociale, che pienamente corrispondesse alla vastità del suo concetto, alla rettezza delle sue vedute, alla santità delle sue intenzioni, tutte corrive ad un pubblico e troppo inteso ben essere.
Epperò penetrata la bell’anima del Sommo Pontefice della grande importanza di questa verità, dispose di richiamarvi l’attenzione de’ Capi delle Province, affinché di concerto con le Magistrature locali desser principio e compimento al suo grandioso e colossale progetto. Per darvi quindi il necessario sviluppo, a seconda delle diverse circostanze, nella somma sua sapienza si è degnalo disporre, che tutte le Autorità locali del suo Stato si desser cura di esaminare le differenti posizioni de’ popoli, i variati loro bisogni, il loro stato attuale, i mezzi di sempre più migliorare la presente condizion loro, i temperamenti più acconci a così importante provvedimento, i modi più agevoli infine onde mandarlo felicemente ad effetto. E perché avesse opportuno mezzo a ben riuscirvi, deliberò l’augusto Pontefice che, oltre all’intervento delle Autorità Vescovili, nella parte che peculiarmente riguarda l’immegliamento civile e religioso, vi concorresser peranco co’ loro lumi le Magistrature Municipali, del paro che i Consigli Provinciali dell’intero Stato Pontificio.
Una sì benefica disposizione, feconda pur troppo di utili risultamenti, sotto i rapporti religiosi, morali e civili, presentò allora, non solo alla romana gente, ma ai popoli tutti italiani, ed oserei ancor dire, all’Europaintera, una prova novella della filantropica premura, onde quell’Inviato dal cielo provvidenzialmente attendeva a promuovere il bene, reale, politico e fisico del suo Stato e de’ suoi dilettissimi suggelli.
A questo generale benessere, in effetto, furon sempre dirette le mire di quell’uomo celeste, interamente persuaso che, dal conseguimento pieno di esso può solo ripetersi la prosperità de’ popoli, e non già dall’adottare certe teorie, che di lor natura sono inapplicabili alla situazione attuale degli uomini, alla condizione presente de’ tempi; o dall’associarsi a talune tendenze, dalle quali ogni supremo imperante di buonsenso debb’esser del tutto alieno: teorie e tendenze che da molti savi vengon disapprovate, e che comprometterebbero manifestamente quella tranquillità interna ed esterna, di cui ha bisogno ogni Governo che ami di procurare o promuovere la felicità pubblica de’ suoi governati.
Sin dal primo istante impertanto che quel sommoReggitore del cattolico mondo, animato come e da distinto zelo dì generale immegliamento, diessi ogni cura per compiere la grande opera della sua missione divina, l’opera dell’italica misurazione; e che l’attenzione di quasi tutta l’Europa era a Roma rivolta, sì che tanto si sperava o tanto si temeva per qualunque risoluzione che in quella Dominante si prendessse, ogni atto, ogni parola, ogni manifesto, che emanava dal Governo Pontificio, diveniva un subietto inesauribile di comenti e di osservazioni; di chiose e d’interpetrazioni politiche.
Tutto ciò, in effetto, che avea luogo nei Pontifici Dicasteri, e che ivasi divulgando da’ pubblici fogli di Lucca e di Genova, di Torino e di Firenze, offre una luminosa conferma di questa nostra asserzione. E chi dentro vi cercava un argomento a più vive speranze, chi vi scorgeva un motivo a nuovi timori, chi vi leggeva una dichiarazione di misteriosi principi, chi pretendeva infine di rinvenirvi un disinganno ed una ritrattazione. Tanto e vero che gli umani giudizi dipendono in gran parte dagli affetti individuali e dai privati interessi! Affine d’impedire pertanto che la pubblica opinione, ali montandosi d’illusioni fallaci, e non propizie alla causa perpetua della civiltà, trasmodasse oltre i confini probabilmente voluti da chi compiva il pensiero della grande rigenerazione italiana, ha creduto allora molto acconcio ed opportuno più d’un ingegno illuminato e savio d’offrire alla considerazione dei sudditi pontifici, e degl’Italiani, dottissimi comenti, che, compendiando i principi fondamentali della già introdotta Riforma, ne determinassero la politica importanza, e togliessero agli uni l’occasione di troppo audacemente sperare, ed agli altri il pretesto di troppo bassamente temere.
Due erano allora, e due sono per anco a queste nostri tempi, i punti principali, nei quali il partito detto degli OSCURANTISTI diverge e dissente dall’altro partito appellato de’ PROGRESSISTI; vogliam dire, la condizione morale del popolo e l’azione governativa. Quanto al primo punto, mentre il partito oscurantista riponeva ogni sua fiducia esclusiva nell’ignoranza della Plebe, nell’elemosina de’ ricchi e nella virtù delle pene; il partito progressista, volendo che ogni classe si attendesse il miglioramento sociale, sostituiva all’ignoranza l’istruzione, all’elemosina i salari, al timore de’ gastighi l’educazione e l’incivilimento sociale, il vantaggio comune e l’amore del bene.
Relativamente al secondo punto, in questo dissentivano gli uni dagli altri, che i primi faceano del modo di governar gli uomini un mistero di stato, e del pubblico potere un monopolio impudente, un assurdo egoismo; mentre i secondi, sostituendo al mistero la pubblicità, chiedevano e desideravano l’esercizio de’ mezzi legali, in forza di cui l’opinione pubblica agir potesse direttamente su lo stesso Governo.
E agevol cosa l’intendere, per la più esatta conoscenza delle cose politiche e storiche de’ nostri tempi, come l’un punto e l’altro eran logicamente causa ed effetto al tempo stesso: imperocché, ove mediante i benefizi dell’educazione il popolo abbia acquistato con la coscienza della propria forza, la cognizione più acconcia del bene e del male politico, ivi il mieterò diviene visibil cosa, ed il monopolio del potere un’utopia. E dove questa coscienza e questa cognizione non sono stabilite e diffuse, ivi non può mica parlarsi né d’opinione pubblica, né dell’azione. di questa sul governo degli uomini.
Circa questi due punti impertantos’incontrano in conflitto le opinioni più estreme, le teorie più divergenti, le tendenze più contraddittorie, su le quali se il partito degli Oscurantisti ha sempre torto, il partito dei Progressisti non sempre ha ragione. Diciamo che il primo ha torto, poiché condanna gli uomini all’ignoranza ed alla miseria, all’oppressione ed alla schiavitù, all’avvilimento ed alla dipendenza fatale; e in somma un’offesa, un torto, un insulto alle leggi divine ed umane, alla nobiltà ed eccellenza dell’umana natura. Diciamo che il secondo non sempre ha ragione, poiché talora e troppo esclusivo, talora elimina dal. calcolo alcuni elementi che ne son parte integrale, talora infine ad un Ottimo ideale praticamente impossibile, sacrifica il Bene positivo di facile conseguimento.
In effetto, se l’ignoranza e un male, un’educazione regolata esclusivamente dall’egoismo religioso, o sproporzionata a’ bisogni, veri del popolo, e forse un bene? Se l’ozio debb’essere rigorosamente bandito dallo stato, dovrà per questo ogni sentimento morale esser sacrificato all’indisciplinata attività dell’industrialismo? Se a tutto non bastano i mezzi repressivi, dovrassi forse disarmare il Governo? S’è cosa cui ripugna la coscienza del genere umano, l’interdire al popolo ogni azione sul governo di se stesso, dovrassi perciò esser esclusivo circa i mezzi pratici di conseguirlo? —
L’indole del Governo, la civiltà del popolo. le Convenienze politiche sono altrettanti criteri, che non debbon esser dimenticati giammai da qualunque onesto cittadino, ii quale senza mistero a individuale interesse, e senza ossequio a nessun pregiudizio, voglia provvedere al bene positivo del suo paese. Fra molte teorie egualmente innocue, ugualmente moderate, ve ne sono alcune che non possono, almeno pel momento, eccedere i confini della pura speculazione. Fra molte tendenze egualmente generose, comuni ad un’epoca di civiltà, non tutte sono ugualmente opportune, o meritevoli egualmente di esser incoraggiate e promosse. La convenienza e l’opportunità sono due criteri sommi, principalissimi sempre in ogni discussione civile o politica. Premesse queste idee general i, eccoci al fatto storico della rigenerazione italiana.
La forma di Governò adottata provvidenzialmente da Pio IX fu una vera e formate dichiarazione di novelli princìpi, in virtù di cui il Governo Pontificio, elevandosi al di sopra d’ogni partito, mentre dichiarava, e protesta tuttora apertamente, per le idee fondamentali di Civiltà, richiamava la pubblica opinione dentro i confini della convenienza e dell’opportunità.
L’Oscurantismo si affidava sul Codice Penale; la riforma pontificia invece lo chiamava impotente a tutto ottenere. L’Oscurantismo tentava promuover l’ozio, mezzo fa tale di corruzione, e predilegeva l’elemosina manuale, mezzo umiliante di schiavitù e di dipendenza; la predominante opinione invece dell’epoca attuale deriva dall’ozio la causa della pubblica immoralità, e va predicando al povero la legge santa del lavoro, l’oscurantismo voleva assolutamente l’ignoranza delle infime classi della società; l’italica riforma vuole invece avviarle a migliore esistenza, mediante l’educazione religiosa e morale, politica e sociale: voleva l’oscurantismo e mistero e monopolio nel Governo; la sociale riforma invece chiede il soccorso dell’opinione pubblica, manifestandosi legalmentemediante i consigli municipali e provinciali: pretendeva l’oscurantismo ad ogni costo l’avvilimento e l’abbiezione sociale, malgrado la conoscenza degli effetti deplorabili e funesti; la politica riforma invece prometteva, e realmente ottenne, un epoca di risorsa e di immegliamento general e.
Base di queste politiche riforme pare attualmente che voglia essere la pubblica istruzione del popolo, il progressivo incivilimento dello rigenerata Italia, Vuole la nascente riforma, in effetto, che la società sia religiosa, e quindi invocò il ministero sacerdotale; la vuole costumata e civile, e però proclama l’efficace intervento de’ nobili, l’utile soccorso di probi e savi cittadini; vuole l’avvantaggio operoso il grosso del popolo, e per questo l’invita ad apprendere un mestiere; lo vuole disciplinato e prode, valoroso ed agguerrito a difesa della patria, e per seguenza l’addestra all’esercizio delle armi.
Scopo finale d’ogni politica riforma, debb’essere il bene positivo, reale e pratico della civil comunanza; ed al felice conseguimento di questo eran tutte costantemente dirette le filantropiche sollecitudini de’ primi riformatori italiani. Quel Governo che assume la disciplina militare come mezzo di educazione civile, rende splendido omaggio alla dignità dell’uomo, ed alla fede de’ concordi suggelli. Quel Governo che nelle riforme legislative più intimamente connette coll’ordine sociale, ed invoca il consiglio amico, sperimentato, prudente de’ cittadini, pone un termine al monopolio capriccioso e smodato, offre una barriera insormontabile al mostruoso ed assurdo egoismo. Quel Governo da ultimo il quale non teme d’istruire ed armare il popolo, solennemente dichiara al cospetto dell’Eterno e della patria, ch’egli rinunzia per sempre all’esecralo dispotismo.
Ma l’amor di sistema, i pregiudizi dell’educazione, le seduzioni dell’immaginativa avviar potrebbero di leggiero le menti alquanto riscaldate verso teorie impossibili, o potrebbero almeno dare agli affetti umani una tendenza incompatibile affatto col bisogno della pubblica pace, dell’individuale e rea] sicurezza. La riforma dei principi italiani ha già dato anche su questo alle redente genti un salutare ed energico provvedimento.
Sapea bene il Regnante Pio Nono che le teorie e le tendenze oggi comuni alla maggiorità degl’Italiani, non eran punto immorali od empie, né sediziose o corrompitrici del morale costume. E però come speculazioni non le condannava e non le proscriveva, ma con mirabile economia di senno, mentre proclamava la tolleranza civile delle opinioni, ne dichiarava alcune inopportune, altre incompatibili con la condizione del Governo, altre ripugnanti al sentito bisogno della pace interna ed esterna dello Stato.
Sono le teorie del dominio della mente; sono le tendenze del dominio dell’affetto. Di teorie e di tendenze tutta componsi la pubblica opinione, la quale dal raziocinio riceve la cognizione del bene, e dall’affetto l’impulso a desiderarlo e volerlo. Tutto si riduce per conseguenza nel mondo morale e politico all’azione simultanea di teorie e di tendenze; e quindi non tutte le teorie, ma talune soltanto sono inconvenienti; non tutte le tendenze, ma certune solamente sono inopportune e strane. Non tutte le teorie, non tutte le tendenze, ma alcune soltanto sono pericolose e sospette.
Sono inconvenienti quelle teorie, le quali portassero diminuzione vera e propria di sovranità, o lesione di diritti alla social comunanza; perché la prima e un despotismo e non un dominio, perché i secondi son garantiti da patti sociali; perché su la prima e su i secondi la sola volontà di chi regge i destini de’ popoli non è mica onnipossente. Sono inopportune quelle tendenze che spingessero il Governo a divorziare per subitàno fatto dalle Tradizioni, le quali invece riputiamo che debban essere la pietra fondamentale d’ogni riforma, che stabilmente voglia introdursi negli Stati Italiani.
Non poche teorie intanto e strane tendenze, pericolose oltre modo per la pace e sicurezza pubblica appalesarono in questi ultimi tempi in Italia, le quali o spinger volevano il Capo di Boma a farsi autore di guerre infra i principi cristiani, od esigevano dal medesimo ambizioni di temporale dominazione. eccedente i confini dell’influenza morale e dell’autorità dell’esempio; opinando forse taluni che quel savissimo Principe per un solo moto della sua volontà divider potesse col popolo la suprema Maestà dell’Impero, ovvero alienare qualunque degli attributi essenziali della. Sovranità,
E però vi eran di quei che fermamente credevano, che potesse Pio Nono ad un tratto immaginare ed eseguire una riforma completa, cui contradivan le regole della convenienza politica; ad eranvi di coloro che forte temeano, che voless’egli rinnovare le vetuste pretensioni, riunendo sotto l’esclusivo vessillo Guelfo le province italiane. E mentre tanto speravano gli uni, e tanto gli altri temeano, forse una sottile e tenebrosa insidia desiava speranze inopportune, ed eccitava timori panici ed indecorosi; ma neppure questa volta ha fatto difetto alla prova la sapienza di Roma.
Imperocché tra un Governo Costituzionale propriamente detto, ed un Governo temperato da garanzie fondamentali; tra un Principe che alieni parte di Sovranità, ed un Principe che voglia restituire ai sudditi l’esercizio de’ loro diritti sacri ed inviolabili, che furon usurpati dal mostruoso dispotismo; fra un Papa che inalbera il vessillo dell’indipendenza Italiana, ed un Papa che ricusando di servire altrui d’istrumento, la promuove difendendo da ogni insidia e da ogni straniero insulto la propria, corre intervallo immenso, che il sofisma, le basse passioni, le picciole gelosie e la paura non possono né diminuire, ne occultare. In questo intervallo vi sono teorie di civiltà, che Roma ha ormai proclamato al cospetto del mondo; sonovi teorie di libertà civile, che il Papa potea liberamente santificare, e l’ha detto, e l’ha fatto; sonovi tendenze che posson essere promosse senza disturbo della pubblica pace, e sono già state compiute; havvi da ultimo talune tendenze, cui il Papa non ha ripugnato giammai, ed hallo pur troppo mostrato col fatto.
Aspettarono in effetto i sudditi pontifici conquella calma ch’è il frutto migliore della sapienza; e le promesse, e i voti, e i desideri hanno avuto il più pieno e il piùsoddisfacente compimento. Aspettaron peranco gli altri popoli italiani; e già le sorti del Bel Paese, senza disturbo della pubblica pace, furono irretrattabilmente e con soddisfazione altissima cangiale. Perocché non vi e quasi un solo Stato Italiano, per cui non sia spuntata la lieta aurora d’un giorno più avventuroso e felice, d’un più ridente e glorioso avvenire. I prodi Italiani, calcando finalmente una terra già libera e redenta, e vedendo a un tratto germogliati i semi di rigenerazione da parecchi anni preparati, han provato quella divina ed immensa gioia, ch’è solo concepibile da chi solo altamente la sente.
Al grido festoso di libertà, di riforma, di politiche concessioni, di Costituzione, di gloria al Principe Riformatore, di lega italica, d’italiana indipendenza, di viva Pio Nono più d’una testa riscaldossi nel nostro Regno, più d’un cuore infiammossi, più d’una voce incominciò a suonar libera e franca, in più d’una contrada tuonò forte e ridestossi l’eco di quel suono eccittatore, e già un segreto fermento sordamente propagavasi da pertutto, cui era meta e scopo il voler risorta a novella vita di gloria e di libertà questa nostra classica terra, ch’è terra ancor essa di VALOROSI e di PRODI.
E’ qui nuova storia, e più alti destini appalesami per la nostra patria redenta, per le nostre rigenerate contrade.
La prima a tumultuare infra le nostre Province, fu appunto Cosenza, nella Calabria settentrionale o citeriore, compresa ne’ domini al di qua del Faro. Nella Capitale di essa, che ne porta lo stesso nome, ebbe luogo la prima esplosione, che fu immantinente seguita da un breve si, ma sanguinoso conflitto. Stuolo di gente armata, che annunziata venne da prima con lo specioso nome di brigantaggio, sotto la scorta e direzione di taluni capi. piombò ratta dagli adiacenti paesi su quella Città, e partitasi in due agguerrite bande, si diresse l’una verso il palazzo dell’Intendente, di cui tentavasi far cattura; e prese l’altra la direzione delle prigioni, con atteso disegno di trarne a libertà quei detenuti per ogni generazione di delitti, e poscia, fatto più grosso e più formidabile il loro attruppamento, menare a più agevole e più sobitàno compimento i lor occulti disegni. Ma, sia ventura, sia caso, sia provvedimento energico e pronto per parte di colui che regolava i destini di quella Provincia, la prima divisione di quell’ammutinata gente fu valorosamente respinta e via dissipata; e non diverso destino era riserbato alla seconda, alle cui spalle fu incontanente la Gendarmeria, la quale finì di sbaragliare quei tumultuosi, non senza molte morti e gravi ferite dall’un canto e dall’altro, e, quel ch’è più doloroso ed affliggente, con l’amara perdita pur anche del Capitano di quel corpo, sventurato figlio dell’immortale filosofo Pasquale Galluppi di Tropea.
Sedati appena questi primi tumulti, altri ancor più gravi e più strepitosi, a un tempo si stavan preparando in altre contrade. Perocché mossesi da prima a rivolture politiche la Città di Messina, ne domini al di là del Faro cui tosto non cessò di far eco la Città di Reggio, nell’ultima Calabria meridionale. Ebber luogo in quella molti fatti d’armi e sanguinosi conflitti, fra il partito de’ Riscaldati e quello della Truppa, in cui furono inevitabili le morti, le ferite, gli arresti, le esecuzioni di giustizia, la fuga, l’espatriazione, l’orrore, il lutto, la desolazione. Appalesaronsi in questa non diverse scene di terrore, né men luttuose catastrofi, degne purtroppo di storica rimembranza. Sollevossi a gran tumulto il popolo, si imbrandirono le armi, si corse alle carceri, si abbatterono di esse le porte, si diè libertà ai prigioni, scambiaronsi colpi e ferite, effusione di sangue e morti dal canto de’ cittadini e de’ soldati, diedersi alla fuga talune Autorità civili, talune altre vi preser parte, alcune vi offersero generosa resistenza, alcune altre piegarono alla circostanza de’ tempi ed alla superiorità di forza, si emanarono edittidel giorno, si affissero pubblici cartelli ai cantoni della Città, pubblicaronsi perentori decreti e statuti, crearonsi momentaneamente nuove leggi e novelli Magistrati, destinaronsi uffici, dispensaronsi impieghi provinciali, distrettuali e comunali, si schiusero i fondachi, ribassaronsi i prezzi del sale, de’ tabacchi e del pane; in una parola, tutto cangiò di forma, d’aspetto, di governo, d’amministrazione e di reggimento politico in quell’ammutinato paese; e tutti questi strani cangiamenti non formarono insieme, nella loro rapida durata, che un’immaginosa ed illusoria scena di soli tre giorni.
Telegrafici segni e messi estraordinari fan chiaro intanto alla Corte di Napoli un sì clamoroso e subitàno avvenimento. Alcuni Vapori carichi di truppe e di artiglierie spedisconsi repente a quella volta; si tenta un pronto e celere sbarco dal canto de’ soldati; vien loro opposta una momentanea e lieve resistenza; si tirano a sdegno da’ legni di mare pochi colpi di cannone centra le mura della Città; dansi in fuga gli ammutinati, e dileguansi via; vi sbarca, sul lido la forza militare; rientra ogni cosa nell’ordine e nella calma primiera; ed il compimento finale di questa scena tristissima, fu la destituzione di molti Capi ed Autorità comunali, amministrativi e civili, l’arresto di non pochi promotori della rivolta, qualche pubblico esempio di giustizia, la fuga o scomparsa di non pochi altri, e finalmente, fra le molte morti e ferite da ambe le parti, l’uccisione di Leopoldo Cava, Capitano di Gendarmeria, e quella d’un rivoltoso appartenente alla famiglia de’ tanto famosi Romei.
Né qui si arresta l’Iliade funesta d’orrore e di sangue, che rese immortali nella storia del nostro Reame quelle calabre regioni, del pari che tutti coloro ch’ebber parte maggiore, a questi ultimi tempi, a tanta scena lacrimevole e trista. Come gonfio torrente che nel suo rapidissimo corso, va sempre più straripando, e, rotta ogni diga, sormontato ogni ostacolo, abbattuta ogni barriera, fuor esce impetuosamente dal suo letto, e tutto inonda, e via più si spande e si dilata, ed ogni cosa allaga ed aggira ne’ suoi vorticosi gorghi; quel torrente di rivoltosi fuori sbucando da’ patrii tetti, ben muniti di valore e d’armi, attruppansi coraggiosamente insieme, escon fuori dal perimetro del loro paese, spandonsi in diverse terre, percorron differenti contrade, e così di luogo in luogo, di monte in monte, per dirupi e per selve, pervengon finalmente nel Distretto di Ceraci, famosa sede un tempo de’ vetusti e magnanimi Locresi, e propriamente in Bovalino.
Colà giunti appena quei prodi fuggitivi, come ogni cosa era ben preparata e disposta, associansi repente agli altri loro confratelli o compagni di ventura, che fan loro assai lieta e fraternale accoglienza, pronunzian voti e giuramenti di combatter sino all’ultimo sangue per la causa comune della tanto sospirata libertà, la sacra causa della rigenerazione italiana. Eran già sulle mosse di volger ratti e precipitosi i passi verso l’antica Locri, quando spiccavansi da quella Città il Sottointendente ed un Uffiziale di Gendarmeria, seguiti da poca gente armata, con deliberato proponimento di sorprenderli e sbaragliarli. Vana ed inconsiderata deliberazione, consiglio temerario ed imprudente di quelle due Autorità, che avventuravansi con si picciol drappello di far fronte a così numeroso stuolo, d’armata e valorosa gente! Cadder quindi agevolmente quei pochi nelle mani de’ rivoltosi, e, lungi dal fame strazio o dal dar libero sfogo a vile vendetta, furono sol paghi quei magnanimi di forzarli ad impugnare la bandiera Costituzionale, il vessillo della libertà e della redenzione, l’emblema eterno del riscatto e della italica rigenerazione, ed in questo atteggiamento farli procedere alla testa di quel calabro attruppamento.
Deliberano intanto quei prodi ed imperterriti campioni di avviarsi verso la Città di Geraci; ma ne vengon forte contrastati e respinti. Vedendo per siffatta guisa tradita, anzi che secondata, la loro comune aspettazione, volgon incontanente il cammino verso Siderno. Han quivi cordiale accoglienza ed ospitalità, non mezzani soccorsi e sempre crescente incoraggiamento. Ristoratisi alquanto, volgon repente il cammino verso Gioiosa. Favorevole accoglienza del pari, profusione di cuore da per tutto. Quei bravi abitanti si fan loro larghi di donativi e di offerte, e, fra gli evviva e gli applausi, fra le feste ed i tripudi, fra canti di gioia e di pubblica galleria, dopo di essersi solennemente intuonato nel sacro tempio l’inno consueto di gloria e di lode, imbandiscon loro generosa e larga mensa.
Ciò fatto, pensan tostamente tradursi, in Roccella, città non mezzanamente munita e fortificata fin dall’invasione de’ Saraceni, affine di deliberar colà più maturamente sul partito da prendersi in così ardito e malagevol cimento. Quand’ecco s’avvisano di far da prima il loro ingresso nell’antica, forte e ben murata Città di Castelvetere, non più che sei miglia da Roccella distante, con meditato ed atteso disegno di stringer anco alleanza con gli abitanti di quell’inespugnabil paese, avvalorarsi vie più del loro numero e delle loro forze, e così, via via più oltre tracorrendo, aver libero passaggio in altre terre ed in altre Città, con animo sempre di guadagnar cuori, di piegare al loro gli altrui voleri, di acquistar nuovi proseliti e più coraggiosi campioni, di render in somma più formidabile e forte la loro lega. Vano tentativo, fallito disegno anche questa volta! Perocché armati e disposti valorosamente a difesa gli abitanti tutti di quel paese, e deliberati ad ogni costo di respinger la forza con la forza, offron loro sì poderosa e ferma resistenza, da obbligarli a cangiar consiglio e deliberazione.
Mentre in tal guisa eran disposte le cose, forte in dibattito i loro cuori, incerte e vacillanti le menti, dubbi e sospesi i pensieri, fu solo bastevole una semplice e strana casualità, per finire d’immerger gli animi loro in un abisso di miseria e d’inevitabil rovina. Un falso e mal concepito timore, loro ispirato dall’appariscenza fatale di taluni navigli che navigavan per ventura a quella volta, e la cui vista destò tosto in essi le più sinistre interpetrazioni per parte del Governo, i più neri presentimenti per la trista posizion loro, finì di abbatterli, di scoraggiarli, di avvilirli. Di quell’immenso stuolo a armati, chi diessi quindi alla fuga, chi cercò di nascondersi, chi si cacciò nelle selve, chi inerpicossi per dirupi e scoscese, che si diede orribilmente in preda al più disperato dolore.
Mettendo intanto a profitto una sì subitàna ed inattesa avventura, non esitan punto un istante i testé citati Sottintendente ed Uffiziale di Gendarmeria, rimasi già soli ed in balia di se stessi, di salvarsi fuggendo, e far lieto ritorno nel luogo di lor residenza, non senza gioia e sorpresa a un tempo di. quegli attoniti e mesti abitanti. In questo, per disposizione e provvedimento, di Governo, buona parte delle truppe napolitane, sotto la direzione e ‘l comando di Nunziante e di Statella, ingombra tostamente tutto il Distretto di Geraci, con alta missione d’abbattere, dissipare e sperder interamente quelle torme di ribelli, così nomati. È loro pensier primo, e, direi quasi, interessante, esclusivo, quello di dar opera energica e pronta che i capi di quei malaugurati rivoltosi cadano ad ogni costo, e per qualsiasi mezzo, nelle loro mani. Ei non eran più che cinque gli sventurati martiri della libertà, il cui splendore non fu per essi che rapido baleno, tetra e fosca luce, che si ecclissò rattamente, ed immerse per sempre nelle tenebre e nel terrore la loro patria infelice, le loro desolate ed angosciose famiglie. Ed eccone i nomi gloriosi ed immortali, degni purtroppo di eterna rimembranza, e di esser eternamente trasmessi od infuturati alle generazioni avvenire: BELLO di Siderno, MAZZONE di Roccella, VIRDUC Idi S. Agata, RUFFO di Bovalino, SALVATORE di Bianco.
Sia perfidia e tradimento enorme dal canto de’ loro propri concittadini e fratelli; sia avidità di falsa gloria, di mentito onore e di pretesi meriti o requisiti; sia nefanda ed esecrabil fame di oro, che tutto tenta e tutto osa negli animi vili ed ingordi; sia mancamento infine e violacene di fede, eh esser dovrebbe inviolata sempre ed intatta anco fra i più fieri ed accaniti nemici, era scritto nel ferreo volume degli eterni fati, che quei cinque sciagurati banditi che noi pur nomeremo gloriosi ed invitti proselitidella napolitana rigenerazione, cadesser finalmente in potere dell’inesorabil Giustizia.
Omia Calabria, di dolore ostello!
Strettamente avvinti in durissimi ceppi quei prodi, ch’eran pria tutti intesi a frangerli per sempre, e non per essi soltanto, ma pe’ loro cari fratelli pur anche; gravati di catene, cinti di funi, derisi, ed insultati da chi meno attendeanselo; infamemente vili pesi quai ribaldi ed esecrati felloni, o quai contaminati di pubblica ignominia, tradotti vengono come in trionfo nelle prigioni di Castelvetere. Un supremo comando li vuol poscia di colà immantinente sbalzati nel carcer più tetro e più tenebrosa di Geraci; che era forza d’irrevocabil fato che aver dovessero que’ cinque valorosi e fine e tomba in quella famigerata terra.
Ahi dura terra, e perché non ti apristi? —
Porgeva intanto una larva di conforto e di assurda speranza alle loro derelitte famiglie non mediocre il presagio, che la gloria italiana e la causa giustissima della comun nostra redenzione non avrebber punto sofferto né tollerato la loro perdizione totale. Fallaci auguri, vana fidanza, lusinghiero e stolto presentimento! Perocché mentre i voti e le speranze, i timori e i conforti, le illusioni e gl’istinti affettivitumultuavano l’anima ed il cuore delle proscritte vittime; e che i più strani e contrari affetti insieme commisti, sentitamente martellavano gli animi de’ cari congiunti, de’ teneri amici, or confermati nella speranza e nel presagio, or precipitati nella disperazione e nel lutto; un Consiglio di Guerra ne istruiva il processo, ne pronunziava l’inappellabil sentenza, dava il voto di morte….
Finché occhio umano beva l’alma luce del sole, per molto piangere ch’egli abbia fatto, non ¡speri d’aver ancora versato la sua ultima lacrima; finché cuore sensibile sia ancor palpitante nel seno, non creda di aver peranco grondato l’estremo suo sangue. La rea mano del dolore fa spremere con acerbissima stretta qualche arcana stilla di pianto, qualche novissima goccia di sangue; le viscere rinascono sotto il rostro del duro avvoltoio, che le divora.
E lo sapean pur troppo quei miseri dannati a morte, cui parea vivere entro ad una notte immutabilmente profonda, quando conobbero ch’era spacciata per essi, e che più nere ed abbuiate faceansi le tenebre mortali; quando, alzati gli occhi al firmamento, ammantato lo videro di nera ed ampia nube, in cui parea loro di leggere scritto a cifre di fuoco: MORTE. Né l’ignoravan meno i loro inconsolabili congiunti, alle cui orecchie luttuosa percorse e rimbombò una Voce, che gridava: SVENTURA, SVENTURA! E maravigliando il resto de’ concittadini che avanzasse loro sentimento per piangere, ne inchiesero l’alta cagione, e saputala, ancor essi sclamarono: SVENTURA! e lacrime ardenti traboccando dalle palpebre, solcarono a torrenti le loro livide e smorte guance.
Ed ora questo dolore in me si rinnova; ora che mi vien fatto di favellare di questi estremi momenti di sventura. 0 cielo, e come lo potrò io? Lo spirito e infermo; le immagini ferali di morte, e di qual disperata morte! mi passano traverso la mente fugaci come ombra sopra la parete; la narrazione funesta di sì acerbo caso, ch’io studiava agevolmente proseguire, e già divenuta malagevole e scabra; al maggior uopo ogni soccorso mi manca; mi rimane il cuore soltanto, che ha sentito e sente tuttora di esser vivo per la trafitta dell’orrendo dolore.
Dopoché quei cinque sventurati rinchiusi furono in quell’orrenda prigione, se ne stavano assorti nella meditazione delle tante sventure che dovean in breve trascinarli sì barbaramente ad ignominiosa morte. Più di ogni altra però li crucciava orribilmente l’idea del supplizio cui venian condannati da’ loro concittadini e fratelli; e però, non la morte, ma il motivo ed il modo atterrivanforte i loro cuori convulsi.
Ed io sfido l’uomo più coraggioso della terra a non atterrirsi orribilmente all’idea, ch’egli sano nella persona, intatta l’integrità delle forze del corpo e della mente, nel fiore della gioventù, nelle più ridenti speranze d’una prossima rigenerazione politica, ad un tratto sente intimarsi, come gli uomini, i suoi concittadini in gran parte, han già decretato ch’ei muoia, e muoia il tal giorno, alla tal ora, in tal modo. Oh! questo debb’esser senza dubbio un tormento, oltre il quale e impotenziata affatto a spingersi la più tetra immaginazione. No, non è mica il pericolo della morte che lo cagiona; perché io credo che in punto ancora più spaventevole, cioè nel fervore d’una pugna, d’una battaglia, d’un assalto, non invada certamente questo terrore nemmeno i cuori più pusillanimi e vili. Perocché nel moto d’una battaglia, ove la foga, lo spettacolo, la mischia confusa, l’ira, il coraggio, l’emulazione, il furor di combattere, la gloria di vincere e trionfare, inebriano i sensi e gli spiriti siffattamente da non vedere, o visto, da non curare il pericolo, ove questo e pure incerto, sebbene prontissimo, possibile la resistenza, applaudita la franchezza, beffato il timore, ove il colpo mortale giunge repentino, viene assolutamente esclusa ogni fredda riflessione generatrice del tormento morale della morte.
Ma nel caso d’un condannato, per lo avverso, dove tutto e premeditato, dove si sa che ogni respiro abbrevia la vita accostando a quell’ora fissata per la morte; il non poterla impedire; il saper intanto che dipende da un cenno degli uomini, e per un lieve errore o delitto di opinione; il preconcepire di esser circondato da ogni intorno di simili suoi, che molti lo compiangono, che pochi lo tradiscono, ma che niuno può prestargli vita e salvezza; esser moribondo nel vigore della salute e della vita; esser oppresso da una possanza materiale sotto una forza invisibile; in una parola, tutta la cerimonia ferale d’un’esecuzione di morte, tormentar deve l’immaginazione del condannato in un modo che non puossi neanco immaginare con qualunque altro paragone delle miserie umane.
Invano io credo che la ragione e la filosofia confortar tentino il paziente. Oh! che son mai allora le loro consolazioni, quando il male sì affannosamente ne stringe! Belli sono i precetti della filosofia banditi dalle cattedre e dai libri, eccellenti contro ai mali passati ed ai futuri; ma nelle presenti sciagure, quando il dolore c’incalza, quando inevitabil rovina sovrasta, allora la natura reclama altamente i suoi diritti, e ridendo della filosofia, sparge al vento i suoi conforti.
Né quei miseri condannati a morte ve ne trovavan alcuno, sebbene nel loro pensiero si sforzassero di rintracciarvelo. Il caso additò loro dove realmente ne avrebber trovato uno efficace, potente, poiché gettato lo sguardo smarrito e confuso in un angolo di quell’antro tenebroso ammantato di lurida paglia, ebber veduta la veneranda Immagine del primo rigeneratore d’Italia, dell’immortale Pio Nono, che uno di costoro stretta portava nel suo seno, e che, per ¡smarrimento di sensi, si avea poscia lasciato cadere sul suolo. Tutti e cinque con gli occhi fissi in quella Immagine, provavan quei miseri una commozione che nel profondo de’ cuori faceva lor dire, sebbene il labbro fosse muto ed immoto: 0 tu, salutato da tutta Italia, Principe riformatore di tanti milioni di redenti; tu Inviato dal Cielo per porger ristoro e vita a tante oppressate genti; tu conforto e speme de’ nostri fratelli, abbandoni or noi, tuoi veri proseliti, e non vieni a darci sollievo in sì terribili angoscie!… —
Queste meste parole profferiva appena balbettando uno di costoro, quando tutto a un tratto la foga del dolore scoppiò in un torrente di pianto, interrotto da un gemilo profondo e da un fremito convulso che fini in un lungo sospiro; e gli altri quattro confratelli di sventura piansero al suo pianto.
Gia si appressava a gran passi l’istante fatale, in cui consumar doveasi il memorando sacrifizio di sangue. A un cenno già dato, dispongonsi sotto le armi le truppe, e tutta ingombrano del loro marziale apparato l’atterrita Città. Tutto in quel momento ispirava orrore, fatto, desolazione, spavento. Non un uomo, néuna donna più si mirava per le deserte strade. Ogni cosa colà favellava di morte. Schiuse intanto le ferree prigioni, ne vengon tosto tratte fuori, o più tosto fuor trascinate le cinque vittime duramente destinate al ferale supplicio. Due file di soldati strettamente attelati li cingon in mezzo. In atteggiamento di mestizia e di profondo dolore, procedon via quei nostri REDENTORI secondi. Giungon finalmente nel ricinto fatale, ove altra schiera di soldati, già designati affatto sacrificatore, attesamente attendeali; e colà, genuflessi, bendati, in duri ceppi avvinte dietro il dorso le mani, forte suggellando col sangue la novella redenzion nostra, il nostro novello riscatto, han tempo appena di pronunziare i dolci e cari nomi di VIVA PIO NONO! VIVA LA COSTITUZIONE! VIVA LA LIBERTÀ!… e già più non sono!…
Allora un fremito universale ruppe la taciturnità del luogo; chi dette in pianto; chi esclamò; chi si pose a recitare le preghiere del suffragio; chi, alla vista di quello spettacolo, coprendosi gli occhi con ambe le mani, rimase assorto da angoscioso affanno; chi gemendo, ansava come travagliato da insopportabil tormento; chi finalmente, percuotendosi la fronte ed il petto, esclamava: Oh! Dio non lascerà invendicata la lor morte; l’Italia farà portar pena del sangue versato dagl’innocenti!… —
L’infausto annunzio arrivò tosto a ferire l’orecchio dell’unica sorella, che si aveva uno di quei cinque GLORIOSI; le si volea da prima fare un mistero del tragico avvenimento; vano ritrovato di pietosa prudenza! conobb’ella ogni cosa; comprese tutto; le si schierò agli occhi il corteggio ferale della Giustizia che le trucidava il fratello. Sorpresa da un tremito convulso che le impediva di muoversi, si pose a gridare nel fervore del suo delirio: Pietà, o carnefici, pietà di mio fratello!…. 0 Vergine, Vergine mia, travolgi le braccia e le mani che impugnano gli strumenti di morte. Sospendi quei colpi che sono per torgli la vita. È sangue d’un innocente…. e innocente la causa…. Molli corsero verso quella derelitta che, sfigurata e abbattuta dal dolore, si strappava le vesti ed i capelli. Sopraggiunse in fine il padre tristissimo; guardollo spaurita; lo riconobbe; gli lesse nel volto ciò che dubitava: — Tutto e finito: — esclamò con accento disperato, e divenuta più pallida della morte, restò come una stupida; essendo pur vero quel che disse un antico filosofo, che i dolori, quando sono eccessivi, istupidisco no. Venne pietosamente confortata e adagiata sul letto. Sviare l’anima sua sensibile da quell’orrendo pensiero, fu opera pietosa, ma vana. Un’altra, vittima di quella tremenda giustizia dovea scendere dentro il sepolcro; la meschina dopo pochi giorni spirò… —
Calabri, Italiani, se qui non piangete, di che solete voi piangere? Ma non tutte le angosce trovan sempre conforto nel pianto; le più gravi, per Io avverso, son vaghe più tosto di cupo e profondo silenzio. Quando gli amici, i concittadini, i congiunti recaronsi a consolare lesuperstiti ed afflitte famiglie di quei cinque GLORIOSI,le cui anime, sciolte dalle terrene e guaste membra, eranal cielo volate, non profferirono motto, né piansero; si assisero sì bene secoloro in terra per molti giorni e molte notti, perocché videro essere la loro doglia molto grande e molto profonda.
Ed invero, o famiglie sventurate, che cosa importa a voi miserissime, che i figli vostri sien oramai diventati dominio di storia? Che cosa vi giova, che non possa ormai memorarsi RIFORMA in Italia, o COSTITUZIONE nel nostro Reame, senza che il pensiero ricorra al valore e alle prodezze de’ vostri spenti figliuoli? Che vale, che le ossa di quei vostri dilettissimi, onorati di grande memoria e di gran fama, sien benedette insieme con quelle di molti grandi Eroi, ond’ebber comune la sorte, e che pur dentro alle tombe fremon ancora del sacro amore di patria e di libertà? Né vi conforti punto l’idea, che, presso a quei magnanimi e forti, li riconoscan eglino per figli ed eredi dell’immensa anima loro: tutto questo non può consolarvi, o desolale famiglie, anzi vi accresce il dolore e l’affanno. Voi non vedete altro al presente, tranne cenere ed ossa, or rende piaghe ed ancor rappreso e vivido sangue!…
Non io negletto ed incolto scrittore ho sì pronto e spedito, sì agevole ed animato lo stile, onde pigner altrui acconciamente le altre più ferali scene d’orrore e di lutto, di desolazione e di sangue, che hanno avuto luogo, a questi tracorsi giorni, nella pur troppo infelice e flagellata Sicilia, e sovra tutto in Palermo, Capitale di essa, e nella Città di Messina. Non la mia bassa e rozza eloquenza nelle storiche dipinture quella sibbene d’un Tacito, d’un Machiavelli, d’un Muratori, d’un Guicciardini, d’un Botta, si richiederebbe più tosto, per tutte francamente narrare, e tutte partitamente discorrere le orrende stragi, le uccisioni crudeli, le disperate morti, le orrorose carneficine, che orrendamente insanguinarono quel trinacrio suolo.
Ma dacché sembra pure che il concetto dolore pel duro flagello celle guerre civili, cui tuttora e teatro quell’Isola sventurata, trovi un qualche sollievo sfogandosi; poiché il tributo della laude a quei benemerenti e magnanimi cittadini, che di grandissimo valore pugnarono per la nostra gloriosa e comun causa, e vinserla versando generoso sangue, più tosto che bisogno per loro, sia ufficio principalissimo del viver nostro civile; poiché il caso presente così proceda pie no di grandezza e di sventura a un tempo, che dicendo le valorose imprese di tanti eroi della libertà italiana spenti da fatti precoci, si venga a parlare della storia memoranda de’ nostri immegliati destini, di quanto questa nostra comun patria dolcissima accoglie in sé presentemente di più prezioso e di grande, io farò forza a me stesso, e tenterò laconicamente, come colui che guarda e passa, qualche picciola cosa accennare.
Sia qualunque il torpore o la debolezza in cui gli abitanti delle due Sicilie sembravan esser fatalmente caduti, esisteva non però di manco da pertutto un segreto sforzo di rigenerazione intellettuale, morale e politica, un germe fecondo di vero e positivo immegliamento, ch’è sempre l’effetto della grazia del cielo che ci vuol vivi e SALVI. Malgrado la forza progressiva e sempre crescente dell’egoismo individuale, sentivan le masse in se stesse una vita novella che cercava spandersi e propagarsi ovunque t e però l’invincibile presentimento d’un’imminente trasformazione sociale agitava e muoveva secretamente i cuori napolitani e siciliani. Sien qualunque le illusioni cui nascer faceva il desiderio, per più riguardi, sì naturale d’un consolante e permanente riposo, chi potea mai lusingarsi che le cose relative al mondo politico restasser sempre tali quali erano allora? chi potea credere alla loro durata?chi sognava mai una stabil dimora in mezzo a tante ruine, a tanti vortici di tenebrose ed allarmanti opinioni? chi de’ napolitani o de’ siciliani spiriti non aspirava altamente ad una novella patria riformata, ad un altro rigenerato mondo, che non era mica quello in cui pria si viveva?
Or, poiché i popoli delle due Sicilie ivansi indeclinabilmente avanzando verso un più felice avvenire, di cui nulla cosa impedir non potea la realizzazione necessaria; quante volteciò che debb’essere, produrrassi immancabilmente, malgrado tutte le concepibili resistenze, la vera saggezza consiste, secondo noi, nel secondare il movimento che arrestar mica non puossi, a fine di evitare le terribili scosse, le violenti commozioni, cui apporterebber infallibilmente cotal i deplorabili resistenze. Moderar deesi il pendio o la declività del fiume, anzi che innalzar una diga contro il suo corso; imperocché, tosto o tardi, frangendosi il riparo, le acque imprudentemente ammassate e raccolte, apporteranno da lungi una devastazione su quel medesimo suolo cui dovean provvidenzialmente fecondare.
La Sicilia, in questi ultimi giorni, ci ha porto la più chiara e visibil prova d’una cosiffatta verità. Nel giorno dodici Gennaio, giorno sacro alla Gala solenne di Corte, per gli anni trentotto di S. M. il Re N. S. i vapori politici, ond’era gravida la trinacria terra, e di cui il fermento maturavasi incessantemente, produssero infine la prima e più terribile esplosione in Palermo, Capitale di quell’Isola. Né giunge tosto infausta novella al Governo. Molti Vapori e legni da guerra con celerità sorprendente spedisconsi per colà, carichi di truppe, di artiglierie e di bellici attrezzi. Si minaccia e si tenta dalla parte di mare, si resiste e si protesta dal lato di terra; si avventan colpi da una parte, scambiali vengon dall’altra; disbarcan le truppe, e vien loro contrastato l’ingresso nella ben chiusa e fortificata Città; vengon aggrediti di assalto i cittadini armati, ed oppongon loro. una formidabil resistenza; gravi ferite e molte morti da ambe le parti; la Città in tumulto e in allarmi, in fiera costernazione e scompiglio le truppe; tutto annunzia un funesto avvenire, ogni cosa e presagio di comune inevitabil rovina; quella florida e ridente contrada e già tutta divenuta un teatro di guerra, un tristo spettacolo di sangue e di strage….
E poi, considerando io meco stesso il luttuoso e lacrimevol tema, mi cade vinto ogni ardire, e se la paura di far cosa vile non mi dissuadesse, io del tutto mi rimarrei, imperocché quale persona, non dirò calda e sensibile, ma di più duro e adamantino cuore vive nel nostro paese, che, od udendo sì miserevoli casi, o leggendoli per opera di scrittori valorosissimi illustrati, non si commuova ed attristi? Quale animo meno aperto alle umanissime affezioni, udendo meritamente levare a cielo da tutta Italia tante animegrandi e generose, tanti arditi e magnanimi eroi, deliberatamente intesi a combattere e morire per la difesa della comun causa giustissima, non gli encomi o rimpianga come se figli o fratelli ei si fossero?
Deposta intanto dall’animo qualunque importuna iattanza, mi sia permesso affermare, che mal si apporrebbe colui, che avvisasse poter meglio i contemporanei nostri fratelli apprendere altrove, che in quell’insanguinato ostello, i fatti orrendi ed atroci delle ultime guerre civili, colà sviluppate ed inferocite… Questi fatti nondimeno, queste stragi e queste guerre han fruttato buon seme per noi; questo seme ha sviluppato buon frutto e somma gloria; e questa gloria durerà lungo tempo alla nostra patria; e noi veramente speriamo nell’Eterno, che sia perdurarle lunghissima.
Cosa degna non pertanto di molta considerazione si è questa, che le riforme costituzionali, apparse tra noi, in questa Capitale, assai pure e caste, assai liete e scevre di sangue, fruttar non dovessero poi per la Sicilia, che discordie cittadine e cittadina strage. Delle moltissime cagioni, che sapranno di ciò rinvenire gl’intelletti sani, usi a specolare sottilmente le ragioni e cagioni delle cose, a me sembra dover recare innanzi principalmente questa una. Le politiche riforme od innovazioni, per istinto divino di coloro che le promuovono o sviluppano, si propongon sempre migliorare gli umani destini, e simile intento conseguono, o di conseguire si affaticano mercé de’ contrasti. E però, in Palermo, ne’diacenti villaggi, nelle aperte campagne, ne’ contadi pur anche, tutto tumultuava orribilmente, e tutto divenne un vasto campo di battaglia. Fra i cittadini chiusi da un medesimo muro, e le truppe vaganti al di fuori, a tutte le intemperie suggette, al duro cimento esposte di dover combattere, non con un solo nemico, ma con molti e più formidabili ancora, la fame, la sete, il gelo, il freddo, la neve, le malattie, inferociva la guerra, si asserragliavano le strade, lungo le case, o piuttosto fortezze, si formavano all’improvviso aerei ballatoi, ove uomini invasati dal furore correvano a balestrare saettarne, a rovesciare sassi, e peci liquefatte, e mobili d’ogni valore, d’ogni qualità e costruzione, ed olii bollenti financo sopra gli assalitori; le suore claustrali, dimentiche del proprio sesso, della condizion loro, del sacro recinto ov’eran castamente rinchiuse; i Religiosi Benedettini del paro, congiunti ad una schiera numerosa di liberali, cui somministravan armi ed asilo nel proprio ostello, ferivano d’ogni arma i nemici; le donne in massa, d’ognicondizione od età, ne imitavan l’esempio con entusiasmo ed ebbrezza; le campane poste in alto per laudare la Maestà dell’Eterno, o con tocchi incessantemente concitati innaspavano le ire, o venivan fuse e tramutate in bocche da fuoco, da vomitare strage e morte; da presso, da lungi, dinanzi, da tergo, di qua, di là, di su, di giù, andava percorrendo il grido: all’armi! All’armi! Sangue! Sangue! e il fragore delle mazze ferrate percosse sulle membra nemiche, lo scroscio delle aste, de’ piuoli e delle falci, che rotti in frantumi saltavano ai colpi delle spade e de’ fendenti a due mani, il rumor delle lance perforanti gli scudi di acciaio, lo strepito de’ cavalli catafratti, sia che uccisi cadessero nella mischia, sia che fossero attesamente svenati per non esser preda del nemico, sia che tra loro si urtassero, sia che inviluppandosi, essi e i cavalieri andassero sottosopra in un fascio, le voci d’ira, i lamenti del dolore, le grida di pianto, la superbia della vittoria, l’orgoglio del trionfo, i singulti della disfatta, la disperazione de’ perdenti, l’insulto de’ soverchianti, la furente gioia de’ vincitori, la disperala rabbia de’ vinti, il rabido accanimento d’ambo i partiti, la violazione delle clausure, la fucilazione di Frati inermi, la violenza al sesso imbelle, il disserramento delle prigioni, l’evasione de’ cattivi od imprigionati, le finte rese, la fuga ignominiosa, le furtive uscite, gli abbandoni illegali e vigliacchi, le violazioni di fede, l’infrangimento di palli, le capitolazioni fraudolenti, le mitraglie fischiarci e micidiali, i corpi stivati e guasti per terra, i cadaveri imputriditi od insanguinati, le pestilenziali o miasmodiche esalazioni, le stragi inenarrabili insomma, empivano d’affanno, di paura e di morte le confuse genti.
E mentre coteste, ed altre più truci scene accadevano in Palermo, il tanto famoso e magnanimo Ruggiero Settimo indirizzava al Popolo il seguente PROCLAMA:
«Figli miei! l’ora del vostro trionfo e già venuta. Un ultimo fatto di armi vi resta a compiere, e la vostra anima esulterà nella più sublime delle vittorie…. delle vittorie nazionali. Popolo eroico ‘l pretender da te il giuramento di vincere, o morire, e oramai inutile, quando hai finora combattuto più che con le armi, col petto italiano colla generosità fraterna, ed hai voluto provare il piacere del vincitore, sol per alleviare le miserie de’ tuoi prigionieri. Tu, ancorché perdente, sdrai sempre dall’Europa onorato, come uno de’ primi popoli della storia contemporanea.»
«Figli miei! pria di sera dovrà il palazzo essere espugnato: io vi sarò capo, se il volete, in quest’ultima impresa; ma se vi verrà fatto al penetrare colà entro, ven prego, fate lacere l’aspro dolore delle vostre ferite, obbliate l’agonia de’ vostri compagni d’armi morenti, e non riconoscete in quei soldati gli assassini di monaci inermi, i sacrileghi violentatori di donne imbelli; colà entro altre armi non dovete recare, che pane per gli appaurati, ivi rinchiusi, coppe di acqua pura per gli assetati, fasce pe feriti, bare per onorevoli sepolture de’ cadaveri. Non una gocciola di sangue si versi, di quel sangue preziosissimo, sangue vostro, sangue italiano; sovra tutto sien le donne rispettate, che non sono che vedove piangenti, ed orfane vergini; sien le une raccomandate alle madri vostre, le altre alle vostre sorelle, e l’onore di tutti sia dato in custodia alla fede nazionale. I soldati, che hanno colla mitraglia distrutto gran parte di voi, più che la vostra vendetta meritano la vostra estimazione, poiché né manco l’amor di Patria gli ha fatto venir meno ad un giuramento dato ad una causa ingiusta. Considerate quali sarebbero stati, e quanti esempi di prodezza vi avrebber dato, se la fortuna avesse lor fatto difendere la causa vostra, della Patria, dell’umanità. Niun rancore adunque si serbi, e sien quelle mura riguardate da voi, non con ribrezzo, ma con amore:esse non debbono esser per voi, che un ostacolo, che vi ha impedito da gran tempo di abbracciare alcuni vostri fratelli. Oh! ve ne supplico, figli miei, sia la purità della vostra gloria la sola mercede che vogliate concedere alla mia canizie.»
«Prostratevi ora riverenti, Sacerdoti di Dio, benedite le vostre bandiere; (tutti s’inginocchiano) all’armi! all’armi! si muoia senza infamia, si vinca senza rimorsi. All’armi!»
La truppa intanto vinta dalla resistenza dell’invitta Palermo, ed esposta a perire per mancanza di mezzi, ha precipitosamente abbandonato quella Città, guidata per lunghi e tortuosi giri dal così dello Boia di Palermo, che co’ soldati, avanzo dell’armata, si è salvato recandosi a Napoli.
Il generale dell’armata ostile, volendo dall’atto finale alla sua tragica spedizione, ha fatto, pria di fuggire per l’imbarco, scarcerare tutti i condannati al bagno del Molo, affine di gettarsi come lupi sulla Città; ma, ob sorprendente prodigio dell’opinione patriottica i condannati, resi liberi, stan fermi dinanzi alla casa di pena, e spiccano un araldo al Comitato per ricevere le sue ordinazioni; conseguenza di quella famosa legge che garentiva tra essi il rispetto alle proprietà.
Fratelli, concittadini, posteri, se queste mie carte potranno ammollirvi il cuore, e farvi piangere, troppo bene speso io terrò il lungo amore che mi fece cercare i modi facili ed acconci dell’eloquio italico, troppo avventurosi gli studi: un caldo affetto, un sospiro, una lacrima, sarebber per me un premio, una grazia, una lode più grande assai di quelle ch’io avessi ardito desiderare o sperare.
Fin qui delle tragiche, orrorose scene, onde fu teatro la Città di Palermo, cui volger dovremo peranco un’altra volta il pensiero: vediamo adesso quai destini eran riserbati a Napoli, quai mutamenti politici v’intervenivano, qual condotta osservavasi da’ nostri savi e valorosi concittadini, quali generose riforme a noi largamente concedeansi dal magnanimo cuore del nostro Augustissimo Moderatore e Padre Ferdinando II.
Addottrinati siamo per la lettura delle antiche e recenti storie, che non evvi stato, appo tutte le nazioni del mondo, mutamento alcuno di reggimento politico, senza l’efficace intervento delle masse operatrici di grandi cose e di strepitosi avvenimenti, senza la benefica influenza di qualche anima grande e generosa, cui stia profondamente a cuore l’opportuno immegliamento de’ sociali destini.
Aver però non conviene troppa fidanza nel potere dell’uomo, indipendentemente da un provvidenzial magistero. Ei può molto senza dubbio, ma non può tutto. Solo l’influenza benefica dell’Eterno su’ corpi morali e civili dalla sua divina essenza procedenti, compier puote esattamente la grande opera dell’intellettuale e morale restaurazione, nella politica o civile rigenerazione. L’economia dell’umanità, del pari che quella del mondo fisico, ha le sue leggi general i, contro di cui si cozzerebbe vanamente; leggi sì fatte fissano la direzione, e, dirò così, determinano la curva, che dovrà la social massa descrivere nel suo passaggio a traverso del tempo. Or, l’azione di cotal i leggi sovrane non mai ci si svela con sì manifesta chiarezza, quanto nell’epoca in cui i popoli, cedendo ad una forza incognita di se stessi, son menati, in apparenza ciecamente, nella vasta lor orbita, come gli astri nel vano immenso dello spazio; e lo scopo verso cui dirigonsi non pertanto e certamente quello cui loro addita e prescrive l’Ordinator supremo, lo scopo divino della rigenerazione de’ popoli.
Da un tanto vero, incontrastabile per chiunque non ammette punto che il sistema degli esseri intelligenti sia stato formato alla ventura e abbandonato poscia a sestesso, legittimamente scende, che posseggon i popoli presenti di Europa una regola sicura e quasi infallibile, dietro la quale ponderar possonsi gli avvenimenti morali e politici, ed in general e tutti i fatti e tutte le riforme possibili dipendenti dalla libera azione dell’uomo.
Tutto ciò che opponsi alla tendenza insormontabile dell’umanità, e ingiusto in se stesso,e però funesto nelle sue conseguenze: ciò che favorisce o fomenta il progresso della riforma, e buono ed altamente salutare, comunque non se ne ravvisi immediatamente l’effetto. cotal maniera elevata di considerar le cose, non solamente mena a più solidi risultamenti che verun’altra mai, od a previsioni più certe per l’immegliamento futuro, ma scevra d’avvantaggio le discussioni politiche pel bene de’ popoli da tutto ciò che aver potrebbero di personale. Ed e ancor questo un gran vantaggio pe’ Governi e pei governati. In una cosiffatta altezza di pensieri regna una calma maravigliosa, una tranquillità di coscienza inconcepibile affatto da chiunque non l’abbia ancora provato: i vapori, a’ onde tutte formansi le più fiere procelle ed ingeneransi le più terribili bufere, non ammassansi che nelle più basse regioni dell’aria.
Tranne qualche spirito debole e smarrito, cui notte ha sorpreso innanzi sera nel buio del passato, niun evvi ai nostri dì che chiaro non vegga, che tutte le frazioni d’un popolo, d’una comun famiglia, di fratelli composta e di cari cittadini, gravitino verso il comun centro d’una grande unità, che costituir doveasi o tosto o tardi, poich’ella e il termine oramai de’ nostri sforzi comuni ed il compimento felice de’ nostri prosperi destini. Sarebbe stato adunque un violare una delle primitive leggi dell’umanità e combatter a un tempo l’ordine provvidenziale, il chiudersi nell’angusto recinto dell’abborrito sistema d’un interesse individuale, di talune vecchie nazionalità, d’un patriottismo esclusivo, d’un egoismo assurdo e impudente.
Avvicinar deonsi, per lo avverso i popoli, giungersi di più in più infra loro stendersi a vicenda la mano, scambievolmente aiutarsi e proteggersi, addoppiare estringer in uno il sacro legame della fraternitade universale, senza di che gemeranno eternamente sotto l’orribile peso d’infiniti mali. E che altro e mai ciò, se non lo sviluppo del principio stesso di sociabilità che ha l’Eterno trasfuso nel cuor dell’uomo creandolo; dono magnifico e celestiale, poich’è la sorgente d’un progresso continuo senza limite assignabile?
La simpatia, il naturale istinto, la ragione, l’esperienza, il buon senso, tutto, in una parola, tranne le ree passioni, efficacemente concorre a spinger i popoli per questo calle di verità, di vita e di virtù sociale. Ciò che volea finora dividerli, o renderli tentava perfettamente isolati, era il genio del male e della discordia, era il mostruoso personale interesse, opposto pur troppo ai veri interessi dell’umanità, che sono stretti e giunti intra loro dalla natura umana in tal modo, che il bene di ciascuno si accresca col bene di tutti, e il bene di tutti con quello di ciascuno.
La scienza stessa financo, e sia quella peculiarmente che ha per iscopo là politica, non è forse più feconda, e non si dilata via più, a misura che diviene accessibile ad un maggior numero di spiriti? il suo progresso non dipende forse in gran parte dalla moltiplicità degli sforzi simultanei? — Nel comunicarsi a vicenda i pensieri, nel far palesi §li uni agli altri i propri bisogni, o quelli ella ci vii comunanza, nel trasmettersi le idee dall’uno all’altro individuo dell’umana specie, il movimento dell’intelligenza s’accresce e dilata vie più, si sviluppa e rafforza indefinitamente, e la diversità de’ punti di veduta, richiamando l’esame e la comparazione, abbrevia, compendia, modifica la durata degli errori inevitabili, in fatto di politico reggimento.
Unirsi in uno, e vivere d’avvantaggio; e ciò ch’è vero del pensiere, lo e igualmente nell’ordine materiale. Se fattizie barriere si elevasser tra’ popoli per inceppare le loro reciproche relazioni; se i prodotti de’ diversi climi e delle industrie differenti non circolasser senza ostacolo da un’estremità del globo all’altra, su’ mari e su’ continenti; se la libertà commerciale non trionfasse da periodo dell’egoismo, dell’interesse privato, del fisco e de’ monopoli privilegiati, aumentar mai vedrebbesi, o promuovere almeno, inun’incalcolabile proporzione, la ricchezza comune, l’universal floridezza, il generale benessere? —
E però la giustizia e la carità, d’onde procede la vera unione, la fratellanza vera, sono le due precipue leggi, non solo dell’ordine morale, senza di cui veruna associazione umana non potrebbe sussistere un sol giorno, ma di tutta altresì la prosperità materiale. Quest’ultima ba d’avvantaggio un’altra condizione indispensabile, la scienza; e i popoli, ch’estimar deonsi nell’attuale sistema politico, come tanti fratelli costituenti un’ampia e comune famiglia, sono felici e forti, agiati e contenti, secondo la misura della giustizia pratica, della carità e della scienza, che costituisce la lor vita morale ed intellettuale. Tutto ciò dunque che, nelle istituzioni, nelle leggi, negli atti del potere, lede la giustizia e la carità; tutto ciò che colpisce la pubblica coscienza; tutto ciò che di rettamente opponsi allo sviluppo della scienza, alla sua rapida e facile diffusione, e fatale a’ popoli, ed ba per effetto lo spingerli perdutamente nella miseria e nella barbarie.
Del pari che, ne’ loro reciproci rapporti, tendon eglino all’unità, come a loro scopo finale, ba visibilmente ciascun di loro la stessa interna tendenza, cioè, una tendenza ad organizzarsi dietro il principio, irrevocabilmente acquistato dall’umanità, d’una colleganza fraternalmente universale, d’una nazional carità, d’un vincolo perfetto di socialbilità, e, per seguenza, d’una volontà scempia affatto d’ogni generazione di violenza, esente da ogni limite arbitrario, sia nelle leggi Messe inviolabili di natura, sia nell’unanime od universal consentimento, al di là di cui ogni altro volere e assurdo, né aver puote esistenza verno legittimo potere.
La fratellanza e la carità universale, l’amor dell’umanità e del generale benessere, i vincoli di pace e di vera unione, altamente proclamati a’ di nostri dalla ragione e dalla coscienza di tutto l’uman genere, son dunque le solide e ferme basi, su cui riposar dee l’intero edilizio sociale; e però, il solo tentare di rovesciarle, e lo stesso che voler arrestare il corso delle umane tendenze, un attaccar direttamente la vita stessa degl’individui tutti che han comune con noi la specie, un voler annientare le disposizioni stesse di natura, un opporsi apertamente all’attuale Riforma, annunziatrice di pace, d’unione, di fratellanza, di patria carità, infra gl’individui tutti componenti il nostro Reame.
Or, l’Europa antica, e chi noi sa? era politicamente costituita sul principio contrario a quello che or domina avventurosamente presso le più incivilite Nazioni, illuminate fur troppo e rischiarate dalla Filosofia e dalla politica che son luce vera per eccellenza. Esplicitamente o implicitamente partivasi da questa massima, che i popoli, destinati unicamente ad ubbidire come schiavi, appartenevano di diritto o ad un uom solo, o ad una classe superiore di persone, stabilite attesamente per governarli e ridurli in istato d’ignominiosa servitù: di quivi un ammasso di smodate ineguaglianze, una scena ferale di crudeli oppressioni, una serie sempreppiù decrescente di diritti, di cui il primo termine era l’autoritade assoluta d’un solo, superbamente elevatosi a condizione. di tiranno, o il voler dispotico e capriccioso di molti, addivenuti gli assassini dell’umanità, il flagello vivo de’ popoli; ed era l’estremo opposto la servitù più o meno abbietta delle masse.
Avventurosamente comprese queste altissime verità il valoroso ed illuminato popolo napolitano; le comprese del pari pienamente l’anima bella e generosa di Ferdinando II, nostro Padre amorevole più che clemente Moderatore e Re. Ma che può fare a pro della sua Nazione invilita ed oppressa un savio e benefico Principe, sinistramente impressionato, o, dirò meglio, incessantemente modificato dal soffio avvelenatore di CHI volea perderlo nella cara e dolce opinione de’ suoi fedelissimi popoli, di chi tentava inimicar questi al loro diletto e prezioso Monarca? —
E però una lotta terribile, un contrasto mortale, apparecchiato dagli sviluppi precoci degli spiriti più illuminati ed ardenti, regnava, egli era ormai un pezzo, infra due principi opposti, fra due contrari partiti. Ed il combattimento d’opinione, ch’era permanente e grande sin dal principio di Gennaio del 1848, divenne poscia più accanito nel 25 di esso, si sviluppò energicamente, si estese e propagossi dapertutto nella Capitale; ed eranequasi centro l’immensa strada di Toledo, mirabilmente ingombra da un’onda di valoroso popolo, concitato quasi a tumulto, e più mirabilmente secondato dal gentile e nobil sesso, assiso in vaga e lieta pompa sui balconi delle proprie abitazioni.
Questo era l’urto, il contrasto era questo, che regnava allora infra i due partiti, il partito de’ liberali, e ‘l partito degli assolutisti. Ma qualunque esser potessero allora le fasi passeggiere di quella politica collisione, il principio della caritade universale, dell’amorevol fratellanza, della patriottica unione, avendo seco le forze tutte morali della nazional comunanza, forze indestrutlibili ed incessantemente crescenti, era assurda la vittoria che il secondo partito tentava in vano di disputar al primo.
Sposare, in effetto, il partito degli oscurantisti, o prestargli vilmente soccorso, e un grave misfatto contra il vero diritto, e un prolungar infruttuosamente, con una calamitosa e deplorabil pugna, i disordini ch’esso seco trascina, le sofferenze individuali e le terribili angosce della civil comunanza che aspira al riposo, e che non rinverrallo giammai, se non nel pieno godimento di ciò che le leggi naturali dell’uomo, dicui la sorgente e in Dio, ad appetir l’obbligano ed a cercare invincibilmente.
Non mai l’uman cuore sarà pienamente tranquillo, se pria un cotal giusto voto non sarà dell’intuito soddisfatto. Il principio di carità e d’amore, di sociabilità e di fratellanza,sempre vivente ne’ nostri petti, malgrado tutti gli sforzi e i tentativi tutti dell’abbattuto egoismo per distruggerlo, reagirà poderosamente contra il vizio opposto; e l’individuale interesse, inquieto sempre d’incontrar da pertutto un’invincibil resistenza che infrena l’azion sua comprimente, cercherà in se stesso, nella sua estensione, un rimedio inutile e vano.
E però il movimento, agli occhi del saggio e magnanimo Moderator nostro, non fu mica un disordine, e né anco una minaccia di disordine; né punto si mosse, per seguenza, ed arrestarlo, né l’arrestaron le brave e generose nostre truppe, né vi fecer ostacolo alcuno i loro prudenti e valorosi duci, né più tentossi di ristringere od inceppare quell’inviolabil facoltade, onde sono gl’individui dell’umana specie naturalmente potenziati, d’avvicinarsi infra loro, di scambiarsi gli amplessi, di avvicendarsi i baci di fratellevole amore, di stringersi gli uni gli altri le amiche destre, di proromper in mille segni di nazionale allegrezza, di esultare di pubblica gioia, di giugnersi in forte lega fra loro ed agir di concerto in uno scopo d’interesse comune. Né facea più d’uopo isolarli, né spiar con diffidenza, come ne’ tempi tracorsi, i loro più occulti pensieri, il lor andamento morale, gl’intellettuali procedimenti, né moltiplicare le spie, né dilatar le reclusioni, né oppor flagelli al malcontentamente pubblico per mettersi seco in equilibrio, né rientrare, in fine, per tutte le vie nelle irreparabili ruine del passato. Sarebbe stato questo un errar funesto per quegli spiriti che si fosser lasciati prevaricare. L’umanità non va mica retrogradando; né stazionario può più nomarsi il suo movimento o sviluppo; la strada al bene e al riposo, alla sicurezza e tranquillità sociale fé schiusa intieramente; non d’altro fa d’uopo che batterla con fermezza, con intrepidezza e coraggio.
La forza morale, irresistibile ad ogni urto, allorché vuole usar fermamente e con saviezza de’ suoi diritti, andrà incontro ad un rapido accrescimento, e così vedrà più chiaramente lo scopo che dee proporsi, e i mezzi per raggiungerlo. Una saggezza preveggente aprirebbe allo spirito umano una via pacifica verso questo scopo, donde allontanar non potrebbesi giammai; niun ostacolo potrebbe arrestarlo gran fatto, o non l’arresterebbe forse che al duro prezzo di funeste sciagure nazionali.
Non impediscasi punto alla forza pensante, intelligente e libera il suo cammino, e nulla avrassi a temere dal canto suo. Ingenerava paura il suo progressivo sviluppo, ma a torto. Più lo spirito dell’uomo e illuminato e collo, più sarà in istato di conoscer la somma de’ doveri che assislongli, e meglio ancora e più esattamente adempierli. Ei non è naturalmente violento che contro l’ingiustizia, contro l’oppressione manifesta, meditata, proterva di altre ione morali. Istintivamente attaccato all’ordine sociale e morale, voluto dall’Eterno in tutte le cose, e che non puot’esser disturbalo senza ch’ei soffra, ne rispetta financo l’apparenza; e quando a difender si accinge il suo diritto, ciò avviene, perché una voce che punto non inganna, la voce di Dio gli dice: TU LO DEVI.
Il mostruoso sistema dell’egoismo materiale e dell’oscurantismo oltraggiente, in opposizione al sacro principio dell’amor, sociale, della patriottica fratellanza, della cantate voi divergenza e propagazione de’ lumi, rimena tutte le cose, nella civil comunanza, alle spregevoli proporzioni dell’individuo. Era questo il male che. divorava la generazione dell’epoca passata. Ella non credeva all’indomani, perché l’individuo noi conosceva per anco. Di che cosa, in effetti, occupar mai si poteva costui, se non d’un godimento passeggiero? Egli ammassava dunque tutto il suo amore per concentrarlo in questo stesso godimento, e giugner avrebbe voluto insieme gli altri godimenti tutti, per tutti concentrarli poscia in un sol istante che rapidamente fogge.
Fatevi pure a chiedere, di grazia, a coteste anime fredde ed insensate qualche sforza di generosità, un sacrifizio pel ben pubblico, ed elle non v’intenderanno punto. E nulla cosa intanto operasi di grande, di veramente utile e durevole nella società, che in virtù di generosi sforzi e di coscienziosi sacrifizi. La forza morale di tutta l’umana specie n’è capace pur troppo. ma esclusivamente ella sola. E però sol ella ha potenziala facoltà di produr gli uomini destinati a realizzare, come l’han già realizzalo col fatto, l’opera veramente sociale della nostra epoca di redenzione o di nazionale riscatto.
Modellare la società intiera, I’universal comunanza del nostro paese, su la ferma e solida base d’una morale unione fraternalmente perfetta; coordinar le leggi secondarie a questo stesso principio di sociale benessere e d’ingenita uguaglianza, all’ombra consolante ed augusta di queste stesse leggi; sistemare le individuali occupazioni e diriger la ripartizione delle cariche o degl’impieghi, delle nazionali industrie o de’ comunali mestieri in maniera, che, senza colpire alcun interesse legittimo, ritorni ogni cosa al comun vantaggio, al più gran benessere di tutti i nostri fratelli, tal era senza dubbio il gran problema da risolversi, e tal e pur troppo in quest’epoca avventurosa di politica rigenerazione il consolante teorema, che tutte tiene positivamente occupate le generose menti che vanta questa nostra patria, alla cui testa ci e dato provvidenzialmente di veder collocato il nostro Augustissimo Sovrano ed umamssimo Padre, Ferdinando II; è questa la più grandiosa e stupenda opera prescritta alla comune alleanza di cotesti esseri benemerenti della Nazion nostra, che han bramosia di vantare permanenza e vita nella grata memoria nostra, ed in quella altresì de’ posteri nostri.
Un’opera cosiffatta, l’opera sublime ed immortale del nazionale risorgimento, lo direm con piacere a chiunque de’ nostri cari fratelli, sarà costantemente dinanzi a’ nostri occhi, consacrata sempre nel cuore, profondamente impressa e suggellala nella mente.
Pienamente sommessi non però di meno, sì come ad onesti cittadini conviensi, a tutte le leggi che dalla forza morale verranci imposte, e non sorpassando giammai i limiti ch’elle fissano in qualunque grave materia alla discussione, deplorerete sempre il fatale errore di coloro che vivean un tempo nella lusinghiera persuasione, che il silenzio, in fatto d’immegliamento sociale, o civile, o morale, arrestar potesse il movimento generale degli spiriti, le loro interne e necessarie modificazioni. Di quivi, e non d’altronde, nelle tenebrose epoche del passato, l’abbrutimento delle anime, il materialismo universale de’ corpi morali. Imprigionar mica non puossi, nella felice posizione in cui di presente siamo, né più inceppare il pensiero, essenzialmente necessario all’uomo morale, imprimendo inopportunamente il suggello sul labbro veritiero.
Noi siam di credere fermamente che la carità sociale, ne’ tempi e luoghi in cui ci viviamo, sia il miglior garante dell’ordine morale; che la mutua amorevolezza ispirata dalla patriottica uguaglianza di spirito, di pensiero, di vita e di diritto, sia il più valido e possente scudo della società; che tutto ciò da ultimo che toglier vuolsi ad un cosiffatto principio, ch’è pur sacro ed incontrastabile per se stesso, passa incontanente sotto il dominio dell’ignorantísimo cieco e brutale. Sin a tanto che il sistema del linguaggio parlalo o scritto non sarà punto interdetto; che i segni convenzionali ed articolati, pronunzienti liberamente l’uman pensiero, non verran confiscati; che conservar potrassi la speranza di realizzare con la convinzione e per le vie legali, ciò che si crede di esser un diritto, un bene vero e reale, non ricorrerassi giammai, lo speriamo fermamente, a verun altro mezzo illegittimo, ch’esser potesse dalla violenza ispirato; essa e sempre l’ultima ragione di colui che non ne ha d’avvantaggio, o ch’estimasi impotenziato affatto a produrne delle altre.
Se havvi in noi una ferma e soda credenza, fondata su lunghe e serie riflessioni, su vasta ed estesa lettura, e quella appunto, che la diffidenza, e forse anco l’odio che reciprocamente ispiravansi le classi superiori o privilegiate, come addimandavansi un tempo, e le classi inferiori od abbiette della società, aveva per unica sorgente gli ostacoli apportati alla discussione de’ loro interessi reciproci. Egli è ben dimostrato però, e qual altra più aperta e convincente dimostrazione che il fatto presente? come cosiffatti interessi, lungi dall’esser inconciliabili fra loro, sono essenzialmente identici; perocché niun immegliamento morale per la condizione dell’umanità e possibile o sperabile, se non in quanto che riposerà sul religioso rispetto d’ogni diritto legittimamente acquistato, e che tutto ciò che l’invilita gente, nel possesso de’ diritti da lei proclamati con equità sovrana, acquistar potrà di benessere, in una miglior organizzazione, avrà per effetto l’aumentar quello delle classi, di cui i timori insensati facean cadere in altri tempi odiosi la società in un disperato cordoglio prementele aspramente il cuore.
La soluzion vera, in una parola, del gran Problema sociale che divide i destini, dell’Italia non solo, ma dell’Europa intera financo, non è mica quella di livellar le fortune o gli averi, cosa impossibile, non dirò a tentarsi, ma a concepirsi pur anche, e che altro non produrrebbe che una povertade essenziale, una totale miseria; quella sìbene di elevarle tutte simultaneamente: e null’altro punto d’appoggio, per operare un cotal movimento d’ascensione, che cuore e fermezza d’animo, permanenza e costanza,unione vera di spiriti e nazional carità; non già le ricchezze materiali di già esistenti, che non potrebber mica rimuoversi senza annientarle in un istante.
Da quanto essi rapidamente detto fin qui, scorger puote assai chiaro il vero ed onesto amico dell’umanità, da quale spirito siam noi animati, da quai sublimi sentimenti ispirati, da quale ardente amor di patria mossi e diretti, nell’intraprender ad abbozzare queste poche pagine; il nostro altissimo e sacrosanto scopo, diciamolo pur francamente, non è ostile che all’egoismo, alle passioni individuali cui e rotto il mondo morale, e che desolano l’umanità, agl’interessi, in fine, che rendonsi pur troppo isolati per cercar la loro soddisfazione a spese dell’universale interesse. Da per tutto, ove noi crediamo di scovrire o di ravvisar cosiffatta tendenza, valorosamente combatteremla, e sempre con un’idea tutta morale e coscienziosa d’adempiere in ciò ad un dovere sacro, dovere rispettabile d’umanità nazionale, cui il nostro geloso e dilicato ministero sovranamente ci appella.
Consecrati svisceratamente al vero bene della patria, cui diecci l’Eterno a comun madre, ad invitar ci facciamo gl’individui tutti onde il nostro popolo componsi, a rifondersi ugualmente, per loro comune benessere, nell’unitaria fratellanza e nell’amor nazionale. Allorquando un cotal voto adempirassi, la natural equità de’ diritti e la legittima indipendenza degli spiriti regneranpienamente; e questo voto non adempirassi che pel vantaggio de’ nostri cari fratelli. Quindi non più guerra, non più inevitabile e mortalguerra, infra gl’individui ed i popoli, fra i cittadini e il Sovrano; vincoli di pace e di carità da pertutto.
Voler impertanto incatenare l’avvenire alle forme sociali, essenzialmente appiccate e giunte al privilegio esclusivo ed assoluto, sarebbe un eternizzar la discordia e deporre nel seno stesso delle novelle istituzioni o politiche riforme, destinate a garantir l’ordine e la stabilità dell’ordine, un germe indestruttibile di discordie e di collisioni eterne. Nino essere morale e sociale violar puote impunemente le sue leggi, le leg. gi dell’ordine pubblico, dell’universale benessere; ed ove per poco se ne allontani, il dolore o la pena ricondurravvelo tosto.
Cessiamo di lottare contro i nostri simili, guardiamci di divenir gli oppressori de’ nostri fratelli, ed incontanente il pesò de’ mali, sotto di cui ci fu dato di gemere pur troppo, allevierassi da se stesso a poco a poco. La fraternitade universale e il finale ed unico scopo dell’umanità; fuor di essa, niun riposo, pace e tranquillità nulla. A realizzare questa Razional fratellanza, quell’opera eminentemente sovrana, sono tutti diretti unicamente i nostri sforzi. E desse l’ultimo termine che assegna quaggiù la Provvidenza alla nostra personalità libera, attiva e intelligente.
Chiunque de’ nostri fratelli avrà fatto, o fatto fare agli altri, un sol passo verso di essa; chiunque de’ nostri cari concittadini ne avrà risvegliato peranco il sentimento nel fondo de’ cuori, questi, nel giorno in cui lo spazio e l’eterna notte ci si apriran dintorno, in cui, su’ confini delle due esistenze, non riman altro a ciascuno che la ricordanza delle sue opere, chiuder potrà dolcemente le luci a questo mondo d’illusioni, e dormir eternamente sonni tranquilli. La sua missione non sarà stata vana sulla terra.
Le osservazioni intanto che abbiam fin qui ragionatamente esposte, lungi dall’esser distaccate dagli avvenimenti storici o politici de’ nostri tempi attuali, appiccansi punto per punto ai fatti presenti, che ne son conseguenza e compimento logico a un tempo.
Le intenzioni de’ nostri concittadini e fratelli, coscienziosamente tendenti ad un nazionale immegliamento, non, sono in se stesse, e per le loro conseguenze, che filantropiche e sante; i sentimenti che gli animano per la comun nostra prosperità, non sono che nobili e puri, generosi e grandi; gli alti princìpi onde sono animati nella qualità di riformatori p promotori del pubblico vantaggio, trasfondon vita e speranza a novelli e più felici destini. La lor opinione e tutta basala spi saldo fondamento della giustizia, perché fa guerra ostinala all’usurpazione o violazione de’ diritti più sacri dell’umanità. Hanno costoro costantemente protestalo contro abusi siffatti; e buona parte di essi han suggellato col sangue una sì generosa protesta. Perseveraron eglino con fermezza ne’ loro buoni sentimenti, e, per metterli in opera, si appoggiaron con fiducia e sicurezza di coscienza sulla giustizia della santissima causa. Per la giusta difesa di questa sacra causa, innumerevoli vite sacrificaronsi nella Sicilia, nelle nostre Calabrie e nelle salernitane contrade.
Alla sola idea di nazionali riforme e di miglioramenti amministrativi, tutto ciò che concepir puossi di buono e di grande, d’avvantaggioso e d’incoraggiante per l’avvenire, destossi a un tratto nell’animo di chiunque; e l’entusiasmo d’un popolo sentitamente commosso a sì consolante idea, non ha nulla di comune colla bassezza d’un culto egoista e coi materiali interessi. Al nome di riforma, o di Costituzione, sì lungamente proscritto fra noi, ed ora sì apertamente proclamato, non havvi un cuore fra’ petti napolitani, che non frema e non esulti di gioia. Nel santo pensiero d’unità nazionale, di nazionale vessillo, di vita collettiva, le mani si serrano, si corrispondon gli animi, i cuori s’intendono, i giuramenti pronunziansi, si elevano al cielo i più fervidi voti.
Dolce cosa e consolante pur troppo, in effetto, e il vedere un’unione immensa di uomini, di concittadini e fratelli, aventi un principio comune credenti fermamente a questo stesso principio, come nel solo che possa rispondere ai bisogni comuni, alle intime aspirazioni d’un intero paese, e tutti intesi ad incarnarlo in una serie di atti che abbraccia la durata della propria esistenza atti coronati pur anche colla sublimità del martirio!
E cosa assai commovente era del pari il vedere in questa nostra Capitale, negli ultimi giorni che han preceduto il civico risorgimento, uno stuolo innumerevole di valorosi cittadini pronti a fare di sé qualunque maggior sacrifizio, ed a morire financo, pel felice conseguimento della già ottenuta UNITA’ NAZIONALE. E come mai si potea non dar luogo ad un sentimento immoderato di pubblica esultanza, se questa stessa UNITA’ di paese e di cuori, di volontà e di pensieri,,che si stava già preparando, era quasi sul punto d’offrire ai cittadini la scelta fra il lento e regolare sviluppo di principi già consecrati, e l’iniziativa spontanea delle masse? Come non lasciarsi invadere gli animi da verace allegrezza, alla consolante idea d’un partito universalmente basato, al dolce presentimento d’un principio nazionale conosciuto ed ammesso, d’una libertà garantita e proclamata a pieni voti, d’una casta regolatrice de’ diritti de’ governati e de’ doveri de’ governanti? —
In tale stato eran le cose nella Capitale, e siffattamente disposti gli animi de’ valorosi cittadini, moderati oltre modo, ma intrepidi sempre e costanti ne’ loro altissimi disegni, e sempre sprezzanti i gravi rischi dell’ardua intrapresa, e costantemente deliberali a marciare di fronte, e decisivamente risoluti a raggiugner lo scopo della rigenerazione d’un intero popolo; quando l’animo del clementissimo nostro Sovrano, altamente penetrato della giustezza della causa che animava tutta la Nazione in fermento, e dar volendo sempre più a’ suoi amatissimi soggetti non equivoche prove di paterna! generosità, si è mosso a un fratto a far subire un subitano cangiamento nel Ministero, e con Decreto del 18 gennaio siffattamente deliberava:
I. Sono istituiti de’ Consultori in servizio straordinario;
II. Allorché la nostra residenza sarà nei nostri domini al di qua del Faro, saranno di diritto Consultori straordinarii il Presidente della Suprema Corte di giustizia, il Presidente della gran Corte de’ conti, il Presidente della Gran Corte Civile, i Direttori general i, il Presidente della pubblica istruzione!, il Sopraintendente della pubblica salute, ed altri che crederemo opportuni fra’ nostri sudditi de’ nostri reali domini di qua e di là del Faro. Nel caso poi che la nostra residenza avrà luogo ne’ nostri reali domini al di là del Faro, saranno del pari di diritto Consultori straordinarii il Presidente della Suprema Corte di giustizia in Palermo, il Presidente della Gran Corte de’ conti, il Presidente della gran Corte civile, il Giudice di Monarchia, il Presidente della pubblica istruzione, i Direttori general i, il Sopraintendente di pubblica salute, ed altri che crederemo opportuni fra’ sudditi de’ nostri reali dominii di qua e di là del Faro;
III. Il nostro Consigliere Ministro di Stato’ Presidente della Consulta generale del Regno e autorizzato a chiamare alle sessioni delle Commissioni delle Consulte, e della Consulta general e, i cennati Consultori straordinarii, che vi avranno voto al pari de’ Consultori ordinarii;
IV. Ogni Consiglio provinciale del Regno alla fine delle sue sessioni ci presenterà una terna tra i principali proprietarii che trovansi nell’esercizio di Consiglieri Provinciali. Ci riserbiamo di scegliere un Consigliere provinciale per ciascuna provincia, per intervenire nella Consulta in tutte le discussioni risguardanti l’amministrazione delle rispettive province;
V. I Ministri Segretarii di Staio a portafoglio potranno, ove lo credano necessario, intervenire nelle sessioni della Consulta. Essi occuperanno il posto immediato dopo il Presidente generale della Consulta. —
Eran nondimeno sì lieve cosa pel popolo napolitano cotal i concessioni sovrane e civiche riforme che poca o nulla impressione han fatto general mente nell’animo d’ognuno. E pero a misura che andava crescendo il malcontento de’ cittadini, si andava via più disponendo il magnanimo Re Ferdinando ad esser più largo di ulteriori dimostrazioni di sincero attaccamento verso il suo popolo prediletto. Un altro Decreto quindi pubblicossi, avente per ¡scopo la promozione di utili miglioramenti nella grande amministrazione dello Stato; e conteneva le disposizioni seguenti:
I. Le Consulte di Napoli e di Sicilia dar parere necessario sopra tutti i progetti di leggi e regolamenti general i;
II. Esaminare e dar parere rispettivamente sugli stati discussi general i delle reali tesorerie de’ reali domini di qua e di là del Faro, sugli stati discussi provinciali e sa quelli comunali di cui per legge e a Noi riserbata l’approvazione, sulle imposizioni de’ dazii comunali, e sulle tariffe di essi;
III. Sull’amministrazione ed ammortizzazione del debito pubblico;
IV. Su’ trattati di commercio e sulle tariffe doganali;
V. Su’ voti emessi da’ Consigli provinciali a termini dell’articolo 30 della legge de’ 10 di dicembre 1816;
VI. Sugli affari qui annunziati i Ministri a portafoglio. non potranno portare a Noi proposizioni in Consiglio, senza aver prima sentito il parere della Consulta;
VII. L’amministrazione de’ fondi provinciali e affidata ad una deputazione che i Consigli Provinciali nella loro annua riunione nomineranno, ed alla quale ne sarà affidata l’amministrazione sotto la presidenza dell’Intendente;.
VIII. Gli atti de’ Consigli provinciali, ed i loro stati discussi, dopo la sovrana approvazione saranno resi pubblici per la stampa;
IX. Volendo Noi confidare agli stessi uomini di Napoli e di Sicilia l’amministrazione de’ loro beni, per quanto sia compatibile col potere riservato sempre al Governo per la conservazione del patrimonio de’ comuni, vogliamo che la Consulta generale ci presenti un progetto che aver dee per base:
1. La libera elezione de’ decurioni conferita agli elettori;
2. Ogni attribuzione deliberativa conceduta a’ Consigli comunali;
3. Ogni incarico di esecuzione confidato a’ Sindaci;
4. La. durata della carica de’ Cancellieri comunali.
Ma non fu pago perciò di cotal mutamenti né pienamente soddisfatto il partito nazionale. I cittadini napolitani ardentemente aspiravano a più ampie e radicali riforme, ad una COSTITUZIONE formale, nella credenza e convinzione intima di doversi adoperare pur eglino in Europa intorno ai destini dell’Umanità, aspiravano, in una parola, all’altissimo grado di NAZIONALITÀ’ UNA e forte, avvedutamente conoscendo che senza forza, non vi puo’ esser garanzia vera e durevole per la libertà del nostro sviluppo nazionale. E però, serbando ogni cittadino le proprie credenze, ed alimentando nel cuore le «lesse speranze, aspettava più acconcio il momento di farle prevalere e sviluppare entro i termini sempre della legalità, non men che di una tranquillità senza pari, e sempre con sommissione profonda ai regolamenti sociali in vigore ed all’inviolabil legge del Pubblico buon ordine. Ed il buon ordine publico intanto, la civile concordia, la fraternale unione, il rispetto alle leggi, la libertà individuale, le sagge vedute di sociale interesse, eran l’obbietto sacro del loro voto comune, su cui avean decisa e concorde o1 limone, il voto e la necessità d’una novella esistenza politica.
Un intento sì sublime, sì grandioso ed interessante eran costoro sicuri d’ottenere o tosto o tardi. Era nondimeno possibile ch’ei soccombessero a tanta impresa, per se stessa malagevole ed ardua; ma e pur certo altresì, che altri ancor prodi e valorosi cittadini continuata avrebbero la lotta. Caddero, e vero, più volte i nostri coraggiosi fratelli, per inciampo di costumi e per ostacolo opposto da influenza straniera; ma questa volta, grazie alla Provvidenza sovrana ed alla convinzion somma d’un immegliamento di sorti future, si eran eglino rialzati più forti nell’opinione, e con maggior fidanza pur anche, che nulla possanza, se non momentaneamente, potea rapir loro la vittoria e ‘l trionfo.
In mezzo a questa lotta di opinioni e di sentimenti, a questo contrasto di tendenze e d’inclinazioni, di teorie e di credenze, di speranze e di mal concepiti timori, l’estero e tenebroso genio del male si prendeva diletto di sparger sinistre dubbiezze ed immaginosi allarmi in più d’una mente ancor vacillante, in più d’un cuore non ancora ben rifermato, forte temendo il trionfo delle idee e delle anarchiche passioni. Ma il tempo ed il fatto, positivamente smentendo una calunnia sì atroce ed infame, han dimostrato pur troppo, assicurando chiunque del successo contrario, che cosiffatte stranezze non son fatte per noi. Il popolo napolitano, lo sappia pur una volta l’invido straniero, non è né COMUNISTA né TERRORISTA; ei tiene invece per paradossale ed assurdo il comunismo indiscreto e ‘l terrorismo immorale. Il partito liberale ha trionfato e regnato fra noi in variate epoche ed in diverse politiche vicende. Si potrebbe forse citare nelle nostre patrie istorie un sol atto di proscrizione, una sola legge di spogliazione o confisca di beni?— Se la moderazione quindi e riposta nel non abusare della vittoria, in questo caso noi siam tutti moderati e discreti.
Il popolo napolitano (apprenda pure quest’altra verità la trista gente che nulla comunanza e niuno rapporto può vantare co’ nostri interessi) non va mica mendicando stranieri appoggi nella sua giustissima causa, nella sua momentanea lotta; ei vuol solo che si rispetti inviolabilmente il principio che fu in altri momenti, ed in ben altre vicende, sì altamente proclamato; di lasciare, cioè, che ciascun popolo attender possa come meglio gli abbella e attalenta, senza intervento straniero, alla miglior organizzazione della sua vita interiore.. Che ogni Nazione europea si tenga dunque pronta, sopra un piede imponente, ed il popolo napolitano farà solo il resto quando gli si parerà più agevole ed acconcia l’occasione.
Ma ci debb’essere a cuore la pace, qualche Aristarco obbiettava, ed evitare la lotta nazionale, la guerra civile. E ne’ tempi in cui scriviamo queste pagine di storia patria, la guerra non è forse ovunque sviluppata ed accesa, fomentala e promossa? Non era ieri in ¡svizzera, ed oggi in Italia? E con qual altro misterioso nome appellar noi dovremo quanto stassi di presente operando in diversi punti, in variate contrade della nostra lacerata penisola? Si crede forse di poter dare in coscienza l’assurdo nome di pace a questa lotta ostinata, perciò solo che si combatte a campo-chiuso, fra le pubbliche piazze, negli esecrati ergastoli, ne’ penosi esili, nelle procurate ed occulte morti, negl’ignominiosi e ferali patiboli? E non si è abbastanza versato patrio sangue a Ceraci ed a Reggio? E non si son tirati a piùnon posso tanti colpi di cannone a Palermo e a Messina? Non si son bombardate e mitragliate le mura, i palagi, gli ostelli sacri per anco di quelle due magnifiche e grandiose Città?— Ah! più non dica lo straniero importuno, (ed è noto a chiunque di quale straniero c’intendiamo parlare) che gli sta a cuore d’impedire la guerra; dica più tosto, e ne ignoriamo l’arcano motivo, che non mezzanamente teme la vittoria e ‘l trionfo.
La cagione delle nostre lotte e de’ nostri terrori, procede in gran parte dalla, mancanza d’un diritto internazionale, giù conosciuto e legalmente rappresentato in Italia. E non vi ha più diritto internazionale fra’ popoli, perché più non havvi comunanza di credenze fra governo e governo. La politica de’ principi in Europa ha da gran tempo degenerato dalla vera e sana politica che, giugnendo l’uomo all’uomo, li fa risguardare come veri fratelli; ed appiccando popolo a popolo, estimar falli in fra loro come un’ampia e comune famiglia; non si cerca ed apprezza invece, a questi nostri miseri tempi, che la politica degl’interessi del giorno; e perciò nella maggior parte de’ gabinetti europei il vero Nume e la forza. Ma per l’uomo veramente di stato, per l’uomo dell’amor patriottico e della cittadina alleanza, non havvi altro Ente, tranne i trattati e le leggi, la pubblica salvezza ed i vantaggi comuni.
Uno sguardo passaggiero alla Carta, una rapida occhiata alla Storia, ed ognuno dirà francamente: I trattati e le leggi, la pubblica salvezza ed i vantaggi comuni son lo scudo e ‘l garante più forte di tutte le sociali masse nel tempo e nello spazio. I segni d’una conquista consumata, sono brevi intervalli di riposo per l’umanità; essa si arresta un istante, e poi riprende il suo costante cammino. Solo l’Eterno, e la sua eterna legge d’incessante progresso per le sue creature, son duraturi e permanenti per noi.
Qualche genio francese, che ha fama europea e senno eminentemente politico, avrebbe dovuto pur troppo approfondire i segni de’ nuovi avvenimenti, i sintomi delle novelle nazionalità, chiamate fra non guari a prender parte al comune lavoro, alla ristaurazione comune, Avrebb’egli potuto chiamare, all’ombra della Francia ringiovinita, le nazioni tutte di Europa ad una revisione solenne de’ trattati, che rinnegan ora il progresso, e che annullar converrebbe colla forza. Ei lo poteva, lo doveva forse anco, e non l’ha voluto! Si è voluto più tosto profanare il pensiero col contatto del potere; si ha voluto sacrificare pur anche la filosofia e la politica, la giustizia e l’umanità ad una fredda o pretesa ragione di Stato. E però, lungi dal saper indovinare e apprezzare, dal promuovere e garentire il felice progresso del tempo, non si è invece che pur troppo contribuito, con un assurdo esempio di smodato egoismo, d’indifferenza fatale, a trasfonder negli animi una diffidenza su tutti e su tutto; ed ha ciò ritardato in gran parte il nazionale progresso, la riorganizzazione cotanto sospirata delle nostre patrie cose.
Stretto oggi non però di meno il Genio dell’indifferenza dalla forza imponente del progresso, cui forse internamente abborre e disprezza, si vede assalito a un tratto da novelli e provvidenziali avvenimenti che non può né prevenire né arrestare. La resistenza ù forte, la lotta terribile, ostinato il con? traslo; ma fu più forte però il partito liberale, che di grandissimo valore pugnò, vinse, trionfò.
La provvidenza del cielo, in effetto, la siciliana strage, la larga effusione del sangue fraterno, la rimembranza funesta de’ CALABRI MARTIRI,la storia tristissima delle patrie sventure, il fatto presente delle intestine discordie iniquamente elevale a guerre civili, i rei suggerimenti di consiglieri malvagi, le macchinazioni infernali di CHI trarre voleaci ad irreparabil rovina, le occulte trame degli EMPI già scoverte e sventate, le tenebrose insidie de’ FELLONI e RIBALDI energicamente atterrate, la caduta fatale de’ più imprudenti PERVERTITORI del nostro buon Re e Padre, il terribil crollo di coloro che falsamente risguardavansi come le più salde colonne di quel Trono, di cui tentavan sordamente minare le basi, ciecamente immemori di quell’aurea sentenza di colui che scrisse:
Che fortuna quaggiù varia a vicenda,
Mandandoci venture or buone or triste;
Ed a’ voli tropp’alti e repentini
Soglion i precipizi esser vicini;
l’inattesa degradazione e scomparsa de’ SATANNICI FABBRI d’ogni nostro male, e d’infinite sciagure per questa nostra cara patria, le preghiere de’ buoni, le dolci insinuazioni. de’ veriamici della patria, le calde insistenze di tutta la Reale Famiglia, cui sta a cuore pur troppo il nostro miglior bene possibile, le calde ed unanimi rappresentanze insomma di tutta intera una comunanza di prodi, cospiranti ad un voto comune, il pubblico voto della nazionale rigenerazione: han talmente colpito ed impressionato l’anima grande e generosa dell’Augustissimo nostro Sovrano Ferdinando II, che il 29 di Gennaio, giorno memorando e sacro ne’ fasti della patria storia, con un atto veramente magnanimo d’impareggiabil demenza, siffattamente si mosse a decretare:
«Avendo inteso il voto generale de’ Nostri amatissimi sudditi di avere delle guarentigie e delle istituzioni conformi all’attuale incivilimento, dichiariamo di essere Nostra volontà di condiscendere a’ desiderii manifestatici, concedendo una COSTITUZIONE;e perciò abbiamo incaricato il Nostro nuovo Ministero di Stato di presentarci, non più tardi di dieci giorni, un progetto per esser da Noi approvato sulle seguenti basi:
Il Potere legislativo sarà esercitato da Noi, e da due Camere, cioè una di Pari, e l’altra di Deputati; la prima sarà composta d’individui da Noi nominati, la seconda lo sarà di Deputati da scegliersi dagli Elettori, sulle basi di un censo che verrà fissato.
L’unica Religione dominante dello Stato sarà la Cattolica Apostolica Romana, e non vi sarà tolleranza di altri culti.
La Persona del Re sarà sempre sacra, inviolabile, e non soggetta a responsabilità.
I Ministri saran sempre responsabili di tutti gli atti del Governo.
Le forze di terra e di mare saranno sempre dipendenti dal Re.
La Guardia nazionale sarà organizzata in modo uniforme in tutto il Regno, analogamente a quella della Capitale.
La stampa sarà libera, e soggetta solo ad una legge repressiva per tutto ciò che può offendere la Religione, la morale, l’ordine pubblico, il Re, la Famiglia Reale, i Sovrani esteri e le loro Famiglie, non che l’onore e gl’interessi de’ particolari.
Facciamo nota al Pubblico questa Nostra Sovrana e libera risoluzione; (e confidiamo nella lealtà e rettitudine de’ Nostri Popoli, per veder mantenuto l’ordine e il rispetto dovuto alle leggi ed alle autorità costituite».
La fausta novella d’un si fatto Decreto sparsasi a un tratto in tutti i punti di questa Capitale, e di bocca in bocca colla rapidità del baleno trasmessa; la vista di sì salutari avvisi, confermanti solennemente il lieto annunzio, ed in tutti i cantoni affissi della nostra Città; la fede rassodata, ed il voto unanime d’un Pubblico, oltre modo ansioso d’immegliati destini, già pienamente pago e soddisfatto; il grido concorde della nostra fervida gioventù, che ieri ancora fremeva e moriva in silenzio, e che oggi raccoglie nelle libere manifestazioni del suo voto supremo, il frutto de’ precedenti suoi sforzi; l’esultanza di pubblica gioia in cui fansi a prorompere i petti de’ più caldi cittadini, che a sì grand’opera valorosamente concorsero, e che stati sarebber più pronti a ricominciare la magnanima impresa, ove il GENIOesecrando della discordia e del male tentato avesse arrestarla nel suo glorioso progresso; il gruppo ammirabile in somma di tutte queste circostanze, che segnalavan per noi il giorno più lieto e più coscienziosamente sentilo della nostra mortale esistenza, non son mica tal cosa da potersi acconciamente pignére o descrivere da storica penna, e neanco immaginare o concepire da mente umana.
Non tantosto quest’Atto Sovrano vedeasi affisso a’ cantoni di Napoli, che stuolo immenso d’ogni gente traeva lietamente a leggerlo, ed in ogni petto destavansi veraci sensi di viva gratitudine verso il magnanimo Principe, in cui sin dal primo istante che da propizia stella venne appellato a regolare i destini di questo Reame, l’ardente cura della prosperità de’ suoi popoli fu sempre in cima de’ più vigili pensieri, e che ora ha manifestato di volerla consolidare in modo stabile e solenne sopra basi inconcusse.
Un solo affetto fu in tutti i cuori in quel giorno avventuroso consecrato a pubblica esultanza; un solo pensiero predominava in tutte le menti de’ cittadini ebri di gioia e di entusiasmo, il pensiero d’una rigenerazione già maturata e compiuta; un solo nome suonò su tutti i labbri fra gli evviva e gli applausi, quello di Ferdinando II, seguito ancóra da questi altri: Viva la Costituzione! Viva Pio Nono! Viva l’italica indipendenza! I Napolitani abbracciaronsi quai cari fratelli, e ne’ loro teneri amplessi, ne’ loro baci amorevoli, ivan colmando di benedizione il nostro comun padre e re. La folla del popolo inondante le pubbliche strade, e quella peculiarmente di Toledo; la nobile e fiorita calca delle più cospicue signore, assise sui balconi de’ loro sontuosi edilizi, e più briosamente corrispondenti al grido festoso del popolo, tutti insomma nel loro libero entusiasmo, fra le coccarde e le bandiere pomposamente sventolate, null’altro più ardentemente bramavano che vedere, applaudire e salutare col grido della riconoscenza il loro amato Monarca, che han sempre considerato come il maggior dono che lor sia venuto dalla mano dell’Eterno, in cui sta la fortuna de’ popoli e quella de’ loro Moderatori.
Vide il magnanimo Re, conobbe, sentì questo desiderio nazionale, questo voto impaziente di tutti gli animi, ed esitare non volle un istante a pienamente appagarlo. E però ad uscir fessi a cavallo dalla Reggia, avendo a fianco i suoi Reali Germani, infra il corteggio de’ suoi general i, delle Guardie del Corpo, di Guardie di Onore e di Usseri. La pubblica commozione non ebbe allora più limiti. Tutta la popolazione di Napoli accorreva a gran calca a Toledo, ed in tutte quelle vie pur anche per le quali presupponeasi ch’Egli passasse; e tutti unanimemente, alla vista del Re, alla vista di migliaia di costituzionali vessilli, alzando le voci di evviva, applaudendo con mani, esultando di gioia nel cuore, agitando fazzoletti, formando d’ogni carrozza una specie di festoso carro trionfale, elevando in alto cappelli, e sulla strada, e dalle ringhiere, e dalle terrazze di tutti i palagi, faceangli incredibile filial festa che. mal si potrebbe esprimere a parole, che via più raddoppiavasi all’atto clemente de’ suoi affabili saluti, e il sentimento profondo della quale, meglio che ad ogni altro segno, appalesavasi alle tenere lagrime che copiose irrigavano i volti quasi di tutti. Tanta era, in effetto, la moltitudine che amorosa gli si affollava d’intorno, affine di far prorompere dal petto la piena de’ suoi grati sentimenti, ch’era gradito intoppo a’ suoi passi. Il Re intanto, traversando Toledo in tutta la sua. lunghezza, proseguì il cammino per la strada degli Studi, Largo delle Pigne, Porta S. Gennaro, Forcella, Lavinaio, Marina, giro lunghissimo, in cui quasi tutta la Città si com prende, e poscia pel Largo del Castello si ridusse alla Reggia, raccogliendo ad ogni passo le stesse benedizioni, gli stessi applausi comuni.
Chi vide il giorno felice, in cui Ferdinando, chiamato dalla Provvidenza al Trono dei suoi Maggiori, percorse anche a cavallo la Capitale, preceduto dal corteggio più bello de’ Re, la CLEMENZA, accompagnato dalla scorta più fedele de’ Principi, i propri FIGLI,seguito dalla forza più imponente de’ Monarchi, i CUORI di tutto un popolo devoto; costui vide pur troppo la fatidica immagine di onesto giorno di gloria. In quello, schiudeva Egli il fonte di molti beni per la nostra cara Patria, quel fonte cui cercava inaridire la già svelata fellonia del tenebroso GENIOdel male; in questo, che vivrà eterno ne’ nostri fasti, apriva Egli per noi un’era novella ed incomparabile, l’era della ristaurazione politica; e le presenti e le future sorti della redenta Patria in modo magnanimo, e con esempio unico, solennemente stabiliva. E non chiudeasi intanto quel giorno festoso, anzi la sera di quel giorno memorando, che col grido non mai interrotto, e che suonerà perenne nel cuore di tutti, col grido di giubilo e d’amore, di riconoscenza e di fede, di concordia e di pace…. Viva il Re! Viva Pio Nono! Viva la Costituzione!
Mentre le feste e i tripudii, la galleria pubblica e le luminarie grandi per tutta la Città oltre modo beavano gli abitanti di essa, e lieti a un pari rendeano circa sei milioni di abitanti; mentre tutti estimavansi quai dolci fratelli nel sacro vincolo di amor di patria e di libertà, di verità e di giustizia; mentre il fior de’ Napolitani era tutto inteso a ben servire la Patria, non più col vigor delle braccia e con la punta della spada, ma con la fermezza de’ cuori e delle tendenze in ogni buon volere, coll’acume della mente e col valor della penna; due gravissimi mali ancora sovrastavanci, la CONGIURA, la PERFIDIA,il TRADIMENTO,per questa nostra parte di Regno, e particolarmente per la Capitale; gl’intestini torbidi la guerra civile, la strage ed il sangue, pel sicanio suolo.
Era omai qualche tempo già valico, che, per opra iniqua e tirannica d’un formidabil COLOSSO,oramai abbattuto e distrutto, ogni nostro miglior giudizio era invilito e depresso, contrarialo e punito ogni pensiero; sì che orridi tempi e volere iniquissimo ci aveano dell’intutto immersi in un profondo torpore, in un umiliante abbrutimento, in una degradazione di specie, in un totale obblìo di noi stessi pur anche. E però, in cosiffatto stato di violenza costituiti, veniaci in odio non pur l’esistenza, ma la Patria; e alfine non più quasi dell’esistenza e della Patria eravam cosci a noi stessi.
E così tutti, o poco men che tutti, martellati eravamo da disperazione crudele; e tutti eravamo così mal vivi, che peggio che morte. Ma la voce di Dio rimbombò, ci volle salvi, ne suscitò a novella vita di gloria e di splendor nazionale. Gia tutti ritornammo e memori di noi, e cosci della nostra libera esistenza, e pieni di amore ardentissimo per la nostra Patria. Ma che? memori di noi per iscavare a noi stessi la tomba; cosci della vita per farne la vittima d’una novella congiura; più teneri della Patria per vederla irreparabilmente in preda a novelli disordini, à più gravi ed orrende sciagure; perocché si tentava d’intingerla nel sangue dei propri Cittadini, di obbligarci a lasciarla più trista nella memoria de’ posteri, di darle per sempre un eterno addio!
Veglia però l’Eterno su’ nostri destini! e presto o tardi come non lascia scevra di premiola virtù, così non permette che resti occulto od impunito il vizio. Il sommo Dio,
Che puote a untratto le più basse cose
Cangiar coll’alte; e spesse volte ancora
Colui che siede in cima, a terra abbatte,
E l’uom depresso a nobil grado estolle;
illuminò l’anima del nostro buon Sovrano a tempo, fu sventata e distrutta la macchinazione infernale, e perduto per sempre il reo POTENTE, che aveala iniquamente ordita. Fu del pari conquiso il potere di tutti coloro che aderivano al suo scellerato partito; fu represso l’ardire di quella perfida e perduta gente da lui traviata e corrotta; ritornò clemente e magnanimo, virtuoso e saggio quanto Dio lo creò, il nostro augusto Monarca; ed Egli è or quello che ne risuscita e rigenera, ne fa consci che siam vivi, vivi nella pace e nell’ardentissimo amore per la nostra Patria.
Per reprimer, intanto l’audacia malnata della popolare bruzzaglia, del compro e sedotto LAZZARISMO napolitano, energicamente raddoppiò di cure e di sforzi, di valore e di zelo la nostra GUARDIA NAZIONALE. Valorosa, impareggiabile, invitta, esempio raro di sì bella istituzione civica a tutta Europa, ha ella aggiunto, in cosiffatte circostanze, un novello serto a quella corona di gloria, onde in tutti i tempi, ed in tempi non men pericolosi e difficili di questi, si ha sempre cinta la fronte. Le tanto famose giornate del 15, del 20 e del 28 son tre volumi di storia chericorderanno ai posteri con venerazione ilnome de’ cittadini napolitani; né altra contrada in Europa può vantare altrettanto.
La plebe guasta e corrotta, in cui dal DEMONEesecrato della rivolta si veniva soffiando il mal pensiero della rappresaglia, delle ruberie, del saccheggio, della strage financo de’ cittadini già segnati e proscritti; la plebe, forte incitata al popolar tumulto ed alla sfrenata licenza, non che messa a ribellioni; contro il tradito sovrano e la parte migliore del nostro paese, già mostrava agli atti ed alle opere i più ribaldi proponimenti: ma la guardia nazionale, rafforzata pur anche da immenso stuolo di cittadini armati, eroicamente stornava la terribile catastrofe. Quanti sono, in effetti, uomini onesti ed amanti della pubblica tranquillità, sì napolitani che stranieri, correndo spontanei ne’ quartieri ci giugnevansi ad essa per accrescerne forza e valore, per dividerne ancora i perigli e la gloria. Né men si adoperarono, in così estremi cimenti e gravi necessità, a comun nostra salvezza le truppe napolitane e svizzere, concorrendo tutti e come bravi soldati e come onesti cittadini a frenare un rovescio di cose, che potea costare e molte lacrime e molto sangue. E però, la guardia nazionale, degna pur troppo di tutti gli onori ed encomi che vengonle prodigati da una riconoscente nazione da lei sì degnamente rappresentata, meritate più grate benedizioni di tutto il regno, i più vivi elogi del nostro generoso Monarca, ed i più alti incoraggiamenti del magnanimo Principe che ne presiede al comando.
Né men energica e salutare influenza spiegò, in tanto malagevol trambusto, sull’animo della plebe un uomo indefinibile e strano, che D. MICHELE VISCOSI comunemente si appella, affine di ritrarla compiutamente dal mal divisato proponimento, e così trionfare della sua cecità, non men che della fellonia di COLUI che aveasela adottata a cieco strumento de’ suoi più neri disegni: ed eccone in qual modo.
Non pochi fra quelli che comprendono i princìpi ed il fine del governo costituzionale, godon di presente in lieta pace de’ suoi prodigiosi effetti, e continuano la lor vita di tranquillità e di calma, Ravvi poi di coloro che han da luogo tempo nutrita la speranza di conseguire questa felicità per vedere innalzata ad alto onore la patria, ed ora con senno e con amor patriottico si danno a compier la grand’opera, accoppiando alle cure del governo le proprie, per via meglio promuovere il bene nazionale. La plebe inane, che vede quasi impazziti, entusiasmati ed ebri di gioia i cittadini, del continuo gridando: Viva la Costituzione! e che non solo e disposta a compiere le sue criminose vedute in questi tempi di pubblica allegrezza, ma e ancora perfettamente ignara di ciò che intender si voglia pel vocabolo COSTITUZIONE; non ravvisa ne’ cittadini che tanti suoi oppressori e nemici, e nella novella forma di governo una formate aristocrazia tutta intesa a comprimerla e schiacciarla.
In questo stato di cose, il tanto famoso D. Michele e divenuto l’istruttore del popolo basso, l’illuminatore del volgo stupido e ignaro. Molti predicano, scrivon moltissimi per persuadere la sciocca gente intorno ai vantaggi della Costituzione presente; ma il popolaccio non intende né legge; e però l’istruzione e la stampa non producon pienamente il lor effetto. L’uomo del popolo e corrivo più agevolmente al suo scopo. Percorre, in effetto, le più luride strade, si riduce volentieri nelle pubbliche piazze de’ più plebei quartieri, sale sur una panca, fa un impasto della tribunizia eloquenza di Demostene, di Cicerone, de’ Gracchi, di Antonio, di Fabio e del P. Rocco, si fa felicemente capire, piega e convince, persuade e trionfa.
Ed egli e por vero che, sotto la veduta appunto di siffatte cose, han gli uomini e straordinari del grosso popolo la lor importante missione: appariscon eglino di tempo in tempo nella ci vii comunanza, e abbattonsi tosto in una folla superstiziosa e cieca, ignorante e turbolenta: entran poscia secolei in una profonda simpatia, vi stringon fraternale alleanza, e, quai suoi custodi e duci, quali altre guide e salvatori, nobilmente affrettansi a donarle i comenti e le idee, ¡le istruzioni e i popolari dogmi, le istituzioni e gli schiarimenti, ch’ella istantemente loro inchiede; ed eglino impertanto pensano per lei, per lei agiscono, si affatican per lei, compier le fanno la sua destinazione, sono insomma per lei una provvidenza secondaria. Ove in effetto, per una di quelle contingenziali sciagure ond’è sì spesso colpita e travagliata l’oppressa umanità, venisser meno per lei questi amici dell’uomo, questi popolari istruttori, questi veri moderatori del cieco mondo morale, resterebbe fatalmente la povera plebe nella più assurda ignoranza immersa.
Imperò, tranne sempre la provvida influenza del supremo modarator della natura, tutto debbon a costoro le vulgari masse quel bene materiale, quei sospirati lumi, quei vantaggi tutti individuali, ond’elle godon eminentemente. Ne’ tempi quindi d’immaginazione istintiva e di poetica riconoscenza, avean somma ragione d’addimandarli grandi eroi, sublimi geni, figli del. sole, inviati del cielo; perocché realmente ne possedean eglino le virtudi e ‘l carattere, i meriti e la missione. Ma gl’istruttori del popolo, reciprocamente, non han forse bisogno eziandìo dell’influenza delle masse? son queste forse tante inutili e vane esistenze per quelli, quando, ignorando elle stesse lo scopo degli avvenimenti morali o politici, ma forte stimolale da’ loro desideri, spinte dal bisogno, agitate, impetuose, ansanti, fan loro ricorso, ne imploran aiuto, ne proclaman l’esistenza, li destan talvolta dal loro letargo, gli spingona grandi imprese, gl’invoglian ad azioni magnanime, ricordan loro sublimi destini; quando, con quella voce unanime, indistinta, confusa, ma penetrante e sensibile, con quell’accento grossolano e rozzo ma efficace e possente, con quel tuono ch’è tuono di Dio, altamente gli appellano, li circondano, gli esaltano e fan loro sentire quei misteriosi avvisi di superiorità e di gloria popolare, ond’è la lor anima violentemente trasportata?
Tutto viene, in effetto, dalla popolar mas sa, dall’aura vulgare della plebe, quel soffio maraviglioso, onnipossente, energico, che investe e colpisce Fattuale eroedel basso popolo tripolitano, internamente l’agita e scuote, gl’ispira patriottici sentimenti, pensieri di ordine pubblico, idee forti, sentite, vive, interessanti, idee di pace e di tranquillità sociale. Unanimemente gridan le masse: vogliamo ascoltare D. Michele! ed ei tosto indirizza loro la parola; ognuno l’ascolta con attenzione profonda; tutti pendon silenziosamente dal suo labbro; si fa mirabilmente capire da ognuno; e ad ogni sua frase popolarmente classica ed originale evvi appiccata e giunta una di quelle troppo espressive ed intraducibili apostrofi, che il popolo, lungi dal sentirsen punto od offeso, trova giuste pur troppo ed acconce alla sua situazione presente. Gl’improvvisati ed istintivi discorsi diquest’uomo singolare succedonsi di giorno in giorno, di luogo in luogo; la folla del popolo incessantemente lo circonda, lo segue da pertutto, gli si stringe intorno, e quando scende dalla sua bizzarra, bigoncia, una e la voce della folla che grida: Ha ragione, ha ragione; siam ora persuasi e convinti.
Ecco quanto dir puossi per ora di quest’uom singolare per eccellenza, di quest(‘)eroe famoso del popolo napolitano; ei sente forte il bisogno di possedere uno stuolo di esseri semivegetanti sottoposti al suo cenno, e questa folla e il suo tutto per lui, e una massa viva e passionata, e il complesso di tante anime simili alla sua, naturale solo d’attività e di energia materiale, d’istinti sensibili e grossolani. Ove manchi per poco la folla sì fattamente intesa, verrà meno altresì l’energia di quest’uomo sì strano; ei non vive alpresente, non ècapace di sentire la propria esistenza, che in mezzo alla loro società, in mezzo a questa povera massa, in seno a questo popol debole e bisognoso, ch’egli non lascia punto languire e appassire, ma stimola sì bene e scuote, liberamente istruisce e persuade. —
Un’altra non lieve cagione ha contribuito ancora in gran parte a far cessare o spegner dell’intuito, in questi stessi giorni, il tumultuoso movimento pur troppo sviluppato nella sedotta plebe; vogliam aire la bella virtù dell’umanità e della beneficenza, che, tutta propria del nostro paese, non si è mai tanto manifestata che in cosiffatte circostanze e fra tutte le classi della società. E però soscrizioni d’ogni maniera a pro de’ bisognosi si son già fatte, e si van facendo tuttavia, tutte proficue e di considerevoli somme. E non solo uomini di gran merito e per fama onestissimi sono a capo di queste spontanee e generose largizioni, ma molte cospicue signore e rispettabili dame del paese eziandìo; sì che tutti a gara concorrono, e con la massima attività, al compimento d’un’opera sì magnanima e bella. Un’altra rilevante somma pur si raccolse in pochi istanti, ed in mezzo a parecchie società di ragguardevoli personaggi, che venne tosto distribuita a taluni già condannati per cagioni politiche, e che ora con ampio perdono sono stati aggraziati dal generoso Monarca:
A quanto si èdetto in poche parole, relativamente alla pietà de’ nostri generosi cittadini onde mossersi a venire in soccorso dei fratelli sventurati, fa di mestieri aggiungere, per la verità de’ fatti non men che per l’esattezza e fedeltà, storica, che alla carità cittadina accoppiossi pur anche l’imponente necessità di conservar l’ordine e la quiete pubblica; e però inevitabile una privata contribuzione avantaggio de’ poveri e de’ bisognosi. Alcuni disordini cagionati in questi giorni da pochi del basso popolo, han turbato alquanto la nostra gioia comune; la quale se non cangiossi in terribil tutto per questa Città, fu per opera della nostra Guardia Nazionale, che, pel coraggio e zelo mostrato nelle presenti vicende, come dianzi si è detto, merita una pagina gloriosissima nella storia della nostra politica rigenerazione.
Il nostro basso popolo, ingiuriato e vilipeso negli scritti d’oitramonte, e nondimeno d’indole buona e pieghevole; ma la miseria e la seduzione son triste consigliere al mal oprare; e quando ad esse va congiunta la più stupida ignoranza, che cosa non si dee temere dalla malignità e dalla ferocia, dall’ambizion cieca e tracotante di CHI sollecito fassi a spingere questi esseri sventurati al sangue e alla rapina?
E però fudovere di tutti, e nel santo scopo di porger soccorso ai miserabili, e di provvedere alla tranquillità sociale, e d’invigilare alla propria sicurezza, il venir ad una generale contribuzione, che fosse baste vole a rimetter la calma nelle basse classi, in fino a quando le nostre Camere non proporrebber leggi ed ordinamenti acconci a render il popolo più colto e quindi men bisognoso. —
Toccato avendo rapidamente de’ mali, che stavaci preparando l’inaudita fellonia dell’abbattuto MOSTRO di Averno, e che furon provvidenzialmente superati e vinti, non fia ora superfluo né vano lo spender anco qualche molto intorno alle calamità e sciagure, che sovrastavano orribilmente alla Sicilia, mentre avea luogo nella nostra Capitale quanto per noi si è già brevemente accennato. Imperocché ne’ mutamenti di governi, e sovra tutto nelle rivoluzioni, o nelle guerre civili, come gli avvenimenti moltiplicansi, ed i fatti politici vansi sempre più di giorno in giorno sviluppando, così e debito sacro d’uno storico contemporaneo l’accennar tutto, e nulla trasandare di tutto ciò ch’è più essenziale ed interessante, sia per l’intelligenza particolarmente de’ posteri, sia per la storica fedeltà ed esattezza sovra tutto, che non deesi in nulla guisa, e per niuna ragione, violare.
La Sicilia, sin da parecchi anni cominciò a sentire i danni d’una ferrea mano ministeriale, che, lungi dal lenire le sciagure cagionate a quell’Isola dalla perdita di migliaia di reputati cittadini, e delle migliori sue glorie, si appesantiva via più, ed imbrandendo la sferza del vitupero, accagionavala ne’ fasti della storia ed immiserivate ad un tempo. Un tristo GENIO, che aveva in pugno il Ministero, fu il fabbro fatale delle sue sventure, l’Attila d’un tal dramma, l’eroe crudele di quella luttuosa catastrofe. Per cosiffatta cagione sovra tutto, e per quell’altra ancora ch’essi per noi dianzi accennata e sposta, cominciò Palermo a meditare quella rivoluzione, che or non ha guari, con esempio straordinario di coraggio, e sì orribilmente scoppiata.
Affine però di evitare, nel miglior modo possibile, lo spargimento di sangue cittadino, senza voler intanto rinunziare ad una riforma governativa, non che alla restituzione de’ suoi antichi diritti, cominciò a pubblicare colle stampe moderate memorie sulla necessità d’un’assoluta riforma. Passò poscia più in là, e venne dignitosamente alle civili dimostrazioni; ma restando ancor queste affatto scempie del lor effetto, pubblicavan pei torchi un Proclama, nel modo che segue:
«Il giorno 12 Gennaro 1848, all’alba, segnerà; l’epoca gloriosa dell’universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quei Siciliani armati che sIpresenteranno al sostegno della causa comune, affine di stabilire le forme e le istituzioni analoghe al progresso del secolo, e volute dall’Europa, dall’Italia e da Pio Nono.
«Unione si richiede, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le proprietà; il furto dichiarerassi tradimento alla causa della Patria, e come tale severamente punito Chi è mancante di mezzi, ne sarà provveduto. Con questi princìpi, il Cielo seconderà la giustissima impresa. — Siciliani! all’armi!».
A tal proclama succedeva una dichiarazione, e ne valeva quasi come un’istruzione, al pubblico, e che oggi e la più bella giustificazione del popolo di Palermo, al cospetto di tutta l’Europa. Era ella concepita nel modo seguente:
«Dichiarazione. Le masse armate che dall’interno del Regno correranno a prestar mano forte alla causa Nazionale, prenderan posizione ne’ vari punti delle campagne indicate da’ rispettivi condottieri; costoro dipenderanno dagli ordini dei Comitato Direttore composto de’ migliori cittadini d’ogni ceto; la popolazione di Palermo uscirà armata di fucili, all’alba del 12 Gennaro, mantenendo il più imponente contegno, e si fermerà nelle parti centrati, aspettando i Capi che si faranno conoscere. Non si tirerà sulla truppa, se non dopo serie provocazioni ed aperte ostilità; in questo intervallo, niuno ardisca di criticare gli ordini ed i provvedimenti del Comitato; ciò e del maggior interesse, perché non si alteri l’esecuzione del piano generale diretto ad assicurare i destini della Nazione e la salute pubblica; qualunque movimento, che sarà suscitato in Palermo, e fuori, prima del giorno 10, si avverte di esser manovra di quella Polizia che tenta aggravare le pubbliche catene. Non si domanderanno contribuzioni ai proprietari, quando non sono volontarie e spontaneamente esibite; servirà ciò per ismentire solennemente quanto dalla Polizia vassi con impudenza. praticando, affine di discreditare il Comitato incapace di esercitare concussioni di migliaia di once a carico di. negozianti e proprietari.»
Spuntò finalmente il giorno 12 Gennaro, ed il popolo di Palermo fu aggredito da’ soldati che chiamava fratelli. Ai primi atti ostili, taluni cittadini fra’ più coraggiosi e prodi, impugnaron le armi, e, valorosamente combattendo sino ¡a sera, ridussero la truppa avia dileguarsi dalla città. In questo primo scontro, pochi furono i feriti dalla banda del popolo, pochissimi i morti; i soldati nondimeno patiron gravi danni, ed oltre a duggento prigionieri furon fra le braccia de’ palermitani, che prodigaron loro i dolci e cari nomi di cittadini e fratelli.
Il giorno 13 poi, per ordine di. De Maio, cominciò il bombardamento che prolungavasi per anco con la notte. Intanto i combattimenti in quel giorno eransi forte ringagliarditi. La truppa era tutta ne’ forti e ne’ quartieri concentrata. Si deliberò di far uscire la Cavalleria, che al primo scontro fusbaragliata e quasi distrutta dalla formidabile squadra condotta da Salvadore Miceli di Monreale.
In questa, il Comitato Provvisorio accompagnato dal popolo si ridusse alle case dei più cospicui cittadini, caldamente invitandoli a concorrer secoloro alla difesa comune; e vi aderiron tutti con generosa effusione di cuore. Stabilironsi perentoriamente quattro Comitali, ossia Direttori, uno per la finanza, uno di sicurezza e difesa, uno per l’annona, un altro di guerra. Designaronsi i luoghi più acconci ed opportuni, per deposito di vettovaglie, e munizioni da guerra.
Il giorno 14, seguitando ancora le bombe e le mitraglie, riunitosi novellamente il Comitato Provvisorio, con sua deliberazione pubblicò i componenti de’ diversi Comitati, nella seguente guisa:
«Art. 1. Riunita la municipalità del Comitato Provvisorio accompagnalo dal popolo, si è stabilito di farsi un comitato per provvedere a tutto ciò che riguarda l’annona, preseduto dal Pretore, e composto di Senatori e Decurioni presenti.
«Art. 2. Si è composto il Comitato per provvedere ai mezzi di trovare e somministrare le munizioni da guerra, e tutt’altro che concerne il buon andamento della pubblica sicurezza, preseduto dal Principe della Pantelleria, e composto de’ signori Duca di Gualtieri, Riso, Balsamo, Vengara, Caloña, Gravina, Rammacca, La Masa, Porcelli, Pilo, Capace, Bivona, Villafiorita, Castiglia.
«Art. 3.° Si è composto un Comitato per raccogliere tutte le notizie di tutti e singoli gli avvenimenti che succederanno, e poscia divulgarle con esattezza, preseduto dal sig. Maresciallo Settimo, e composto de’ signori Duca di Terranova, D. Calvi, Errante, Beltrani,Pisani, Manzone.»
Gli attacchi intanto con la truppa proseguivano gagliardamente, anche perché rinforzata da una spedizione arrivata colà da Napoli, sotto il comando del generale De Sauget; il quale, partendo la sua truppa in Quattro Sezioni, pensa farla marciare sopra Palermo. Qui la carnificina fu sanguinolenta, inenarrabile; e però fa d’uopo batter ritirata a spron battuto.
Il Comitato di guerra intanto, il giorno 17, pubblicava i seguenti bollettini:
«Il Monrealese Salvadore Miceli attaccò e sconfisse, il 13, la Cavalleria in Palermo. Il 14 si batté con la truppa in Monreale, ed obbligolla à rendersi verso le ore 20. Fece dono della vita a tutti coloro che si arresero e dispose che si organizzasse la guardia Nazionale. Adesso e fra noi alla testa di 100 valorosi, che fra poche ore saranno seguiti da parecchie centinaia. Sia ‘lode à lui.
«I valorosi Signori Porcelli, Giaciuto, Carini, La Masa,Iacona, Bivona, Oddo, Bastiglia, al cui fugace ardire dobbiamo l’acquistodi varii cannoni, Pasquale Bruno, che ieri si distinse nel conflitto di Porta Macqueda, e gli altri capi di squadra, combattono vincendo.
«Il prode Giuseppe Scordato, dopo di avere disarmata la truppa in Bagaria sua patria, menando seco a Palermo la vinta schiera colle armi deposte, ed un cannone ch’ebhe il destro di prendere in un luogo da lui conosciuto, e da tre giorni in Palermo, ove sempre combatté e vince. Ieri, dopo pranzo, la banda da lui guidata sbaragliò la troppa adunata nel luogo del Palazzo Reale. Sia a lui ed ai suoi meritamente dovuta la comun lode. Il Presidente del 4 Comitato. Firmato Ruggiero Settimo».
Il giorno 18 poi, un altro bullettino dello stesso Comitato era concepito in questi sensi:
«Un gentiluomo inglese, che per sola modestia vuole che se ne ignori il nome, ha posto a disposizione del Comitato di pubblica sicurezza e difesa tutte le munizioni di guerra che si trovavano nel suo legno, e con magnanime parole ha solennemente dichiarato esser pronto ad eccitare le simpatie della sua potente Nazione, e del mondo intero, per la virtù e per l’eroico coraggio con cui un popolo oppresso ha scosso il suo giogo.
«L’Americano Valentino Mott-Jan, spinto da quei sensi generosi che trovansi solo in popoli liberi, degni pur troppo di esserlo, sin dal giorno 12 prestò l’opera sua pietosa e salutare con brava perizia, e mirabile, su i feriti. Egli ha pianto alle nostre lacrime, ha sorriso alla nostra gioia, risguardando la nostra città come sua patria, perché gli uomini virtuosi, di qualunque paese, fra loro sono sempre in famiglia».
Il giorno 19 poi cominciò la seguente corrispondenza fra il luogotenente generale ed il Pretore di Palermo, nel seguente modo concepita:
«Eccellenza, lo spargimento del sangue cittadino e ben doloroso; se potete recarvi da me, avvalendovi dello stesso mezzo di ieri, potrei proporvi qualche altro più efficace temperamento, affine di evitare il male per quanto e possibile. Firmato De Maio Luogotenentegeneral e».
Ed il Pretore tostamente rispose:
«Eccellenza, la Città bombardata da due giorni; incendiata in un luogo che interessa la povera gente; io assalito a fucilate da’ soldati, mentre col Console d’Austria portato da una bandiera Parlamentaria mi ritirava; i Consoli esteri ricevuti a colpi di fucile, quando preceduti da due Bandiere bianche si dirigevano a Palazzo Reale……. men|re il popolo, rispetta, mentre tratta da fratelli tutti isoldati presi prigionieri: questo è lo stato attuale del Paese. V. E. se vuole potrà dirigere al Comitato generale di pubblica difesa le sue proposizioni. Il Pretore. Firmato Marchese di Spedalotto».
Le truppe intanto, bivaccate ne’ dintorni di Palermo, prive di vettovaglie, menomate da’ monti, scemavano della loro forza morale e materiale di giorno in giorno, e, nella speranza di guadagnar colle trattative, ciò che le armi avean loro negato, incalzavan forte De Maio pel disbrigo della faccenda; di qui. la cagione d’un’altra corrispondenza col Pretore. Ed eccone in qual guisa:
«Eccellenza, per terminare al più presto possibile ogni cosa, e necessario che S. M. sappia ciò che il popolo di Palermo desidera, senza di che non si può divenire ad alcuna trattativa. Per parte mia non mancherò di spedire in Napoli il vapore, e potrò cooperarmi di sommettere alla M. S. il mio sentimento, sperando che le domande siano moderate. Io vi prego di darmi una pronta risposta; intanto non tirerò un colpo di moschetto, purché dalla parte del Popolo si agisca ugualmente: aspetteremo quindi la risposta di S. M. non potendo da parte mia nulla decidere, e non avendo altra facoltà che quella di sacrificarmi pel servizio del Re. opero che V. E. voglia accogliere questa mia preghiera, la quale tende alla pace ed alla prosperità de’ Cittadini. — Palazzo 19 gennaro 18|8. — Il Luogotenente Generate. Firmato De Maio.»
Ad una siffatta lettera, o protesta che sia, venne incontanente risposto nel seguente modo:
«Eccellenza, Ieri ebbi l’attenzione di far conoscere a V. E. che le proposizioni dovean esser dirette al Comitato general e; ho comunicato subito la lettera che ora mi ha scritto, e questi signori non possono che esprimere l’universale pensiero. Il popolo coraggiosamente insorto non cederà le armi, né sospenderà le ostilità, se non quando la Sicilia riunita in general Parlamento in Palermo, adatterà a’ tempi quella sua Costituzione che giurata da’ suoi Re, riconosciuta da tutte le Potenze, non si è mai osato di togliere apertamente a quest’Isola;. senza di ciò, qualunque trattativa e inutile».
Poco dopo, il Luogotenente generale indirizzava altro foglio a S. E. il Pretore, siffattamente concepito:
«Eccellentissimo Sig. Marchese, ho ricevuta la sua lettera di oggi, e son contento di conoscere alla fine quali siano le intenzioni del Popolo Siciliano.
«Di riscontro, ho l’onore di manifestar le che vado. subito a sommetterle a S. M. per quelle determinazioni che stimerà di emettere nella sua saggezza. Sono con sensi di alta stima. — Firmato De Maio.»
Alla precedente lettera si rispose incontanente nel laconico modo che segue:
«Eccellenza, ho ricevuta la risposta di V. E. e l’ho comunicata al Comitato, il quale insiste nelle idee già manifestate. Sono con sentimenti di distinta stima. Il Pretore firmato Marchese di Spadalotto.»
Il giorno 21 poi, verso le ore 22, le squadre di Palermo si ricoprivan di gloria e cignevansi di novello alloro la fronte. Marciavano ordinatamente e con marziale intrepidezza, sotto la rispettiva Bandiera Tricolore, al più ostinato e nero combattimento; ed impegnavasi la pugna con molta gagliardia e furore contra le truppe, disposte nel largo del Palazzo Reale in ordine di battaglia. Sinistre ed allarmanti voci eran corse d’insulti commessi dalla sfrenata soldatesca (e che non osa e non tenta, ne’ tristissimi casi di guerra o di civili tumulti, la militar licenza?) contro le infelici Monache dell’Educandario di Sales; e le povere donne rinchiuse nell’albergo fuori Porla Nuova, del paro che le Claustrali di S. Elisabetta, eran minacciate dello stesso infortunio.
E però vi accorsero tostamente le squadre cittadine, con deliberato animo di evitare ulteriori e forse più gravi disordini ed attentati. Un’apertura fu praticata con molta rapidità dietro il Monastero, e ne uscivano a stento l’una dopo l’altra le Monache, spaventate, derelitte, smarrite assai meno pel timor della morte che potean incontrare fuggendo in mezzo ad una grandine di palle, che pel corso pericolo cui vidersi fatalmente, esposte; avean quindi ricetto e sicurtade in più sicuri ostelli, scrupolosamente scortale da civiche ed onorate bande.
Il vasto fabbricato intanto di S. Elisabetta in un attimo occupossi dal popolo, ed un cannone venne piantato sulla soglia del Parlatoio; attaccossi repente una forte mischia tra le squadre liberali, la truppa del Palazzo Reale e del Quartiere S. Giacomo. In questa, le squadriglie di Santoro e di Scordato, dopo tortuosi giri a traverso de’ giardini adiacenti, sbucaron ratte contro i Quartieri Borgognoni e Vittoria. L’assalto allora fu general e; terribile ed accanita la zuffa. Sopraffatta e costernata la truppa da un brulichio di palle, fuggissi alla sciamannata per Porta Nuova, avendo appena libero scampo da potersi rifugiare nel Quartiere S. Giacomo, il quale sovrabbondava di spenti soldati che infelicemente avean sostenuto il conflitto, e poscia sbaragliati dalla mitraglia di S. Elisabetta, del pari che dalla fucileria di tutti i lati. Allora il cannone del Bastione, tirando a raccolta, chiamò entro il Palazzo e nel Quartiere i superstiti dalla zuffa, e la notte ben inoltrata mise termine a quella lacrimevol pugna.
Oh!quanta strage e quanto cittadino sangue risparmiato sarebbesi, se di miglior senno o di maggior saviezza e prudenza si fosse allora fatto uso!… —L’autore intanto e comandante del bombardamento di Palermo, addatosi di non poter d’avvantaggio star chiuso in quella città; vedendosi pur troppo mal ridotto, sfornito di sufficienti truppe, e cinto dapertutto di pericoli in mezzo a nemica gente, fuggivasene solo, e di notte, in compagnia del suo confratello d’armi Vial, che non è mica quello che leggesi nelle immortali storie di Napoleone.
Allora la truppa ivi raccolta aprissi un varco. per di dietro il Palazzo, uscendo fuori Porta Nuova in mal ordine e scomposta, affatto scema di forze e di regole militari, sì che l’artiglieria, che di retroguardia anche essa fuggiva, pestava e stritolava alla rinfusa quanti feriti o moribondi incontrava sotto le sue precipitanti ruote. Ed eran corpi di commilitoni d’armi che, precipitevolmente fuggenti, inconlravan ferite e morie dovunque; perocché, avvistisi gli agguerriti popolani di quella subitana fuga, tenner loro agguato, e quanti poteron colpire colpirono, e quegli altri che scampavano per ventura le palle de’ prodi Palermitani, trovavan sciaguratamente nelle più folle tenebrìe della notte, nelle zampe de’ cavalli, fra le ruote del treno, e negli stessi colpi de’ loro fratelli d’armi, inevitabil morte.
E tanta strage, e tanti cadaveri, e tanto sangue, furon immolati alla codardia d’un SOLO, che, comunque sbalzato da queste nostre contrade, ed esule in estranea terra, forse ora insulta e maledice la nostra patria, o pure, qual altro Nerone, nella sua tranquilla e mostruosa apatia superbamente la deride.
In simil caso, e forse in più trista posizione, il general Pepe, il cui nome soltanto vale un elogio intero, e da un capo all’altro del nostro Regno rimbomba, salvar seppe la truppa, sedare i popolari tumulti, e render a un tempo il più alto servigio al Re, il quale, se comanda adempimento della militar disciplina, l’inviolabilità della Fede e del sacro giuro della pubblica difesa, diciamolo pur francamente e ad alta voce, non ha mai inteso ordinar l’assassinio, la distruzione e l’orrendo scempio de’ suoi amantissimi sudditi; perocché a chi ha dato quella spada e quella divisa, ha detto: Difendete le leggi, e non assassinale le proprietà; battete il nemico, e non massacrate i vostri subordinati; siate insomma uomo d’onore, ove pur non siate di prodezza e di coraggio fornito.
Palermo intanto, sgombro affatto d’armi e di armati, come dianzi per noi fu già detto, ad altro non tende che al civile riordinamento ed al ben essere de’ cittadini, colla sola guarentigia della sua Costituzione, con l’alacre operosità de’ suoi prestantissimi Rappresentanti e col buon volere di tutti. Ove nondimeno un altro ordine di cose sia per succedere all’attuale stato precario, in coi di presente la Sicilia ritrovasi, ci riserberemo altresì di farne alcun motto, pria di chiuder la fedele ed esatta espostone storica de’ nostri principali avvenimenti. —
Mentre intanto il nostro Re coscienziosamente ispiravasi al saluto di riconoscenza che gl’indirizzava questa nostra Patria gratissima, per la concessa Costituzione; quando il pubblico intero esultava di gioia verace ed altamente sentita, per la caduta dell’empio POTENTEe del TRADITORE della Patria; mentre col suo allontanamento ed esilio, si vedeva già estinto nel Regno il doloroso grido dell’oppressione e dell’affanno, dell’assurda tortura e della penace agonia; quando gli animi tutti, in una parola, eran forte invasi da viva allegrezza pel libero godimento di miei diritti ch’eransi riconquistati col prezzo di tante vite, e coll’effusione del sangue fraterno suggellati; era forza di destino che una tanta esultanza esser dovesse ancora avvelenata dai casi tristi avvenuti in Salerno, per difetto di pronta partecipazione del Decreto del 29Gennaro. Nel piùforte del loro entusiasmo e della smodata allegrezza in cui vivamente prorompeano quei festosi abitanti, assaliti a un tratto dalla truppa, ebber a piangere qualche morto ed alquanti feriti. I casi del Cilento però furon molto più tristi e desolanti. Il giorno 31, i liberali, che in numero imponente eransi riuniti al Vallo, venner impetuosamente aggrediti da una colonna di Regii con poderosa e formidabile artiglieria, sì che fu con sacrificati e divenuti martiri della già conseguita rigenerazione oltre a cento generosi. Giustissimo Cielo! chi mai pagar dovrà tanto sangue cittadino sparso senza necessità? Come mai sollevare tante vedove desolale ed afflitte, tanti infelici ed innocenti pupilli, che avranno quei cittadini lasciato nella miseria e nel duolo, nel piantoe nel lutto? — Un avvenimento sifatto ha in gran parte converso in profonda mestizia la gioia; perocché il sangue de’ cittadini, senza bisogno e senza scopo versato, e sangue preziosissimo per tutti, e non mai abbastanza rimpianto. —
Pur troppo degno inoltre di storica rimembranza e il considerare che, mentre il popolo napolitano era da un lato gravemente oppresso per siffatta sventura, e pienamente contento dall’altro, perché vedeva accolti i suoi voti e non mezzanamente esaudito il comune suffragio dal magnanimo Principe, che tanta prova di civile sapienza aveva data all’Italia; il Carnefice di questa oppressa Capitale, della Sicilia e delle Calabrie, il demone della Nazione, il flagello vivo de’ popoli, l’uomo della corruzione e dell’esecrata ferocia, fuggiva di Napoli sul pacchetto da guerra, il Nettuno, con provvida destinazione Sovrana di dover fermare a Livorno. Ma (tratto tremendo di divina giustizia!) non tantosto udissi la novella dell’odiosa presenza di quel fello traditore della Patria e del Re, che un sentimento istintivo, general e, irresistibile d’indignazione s’impadroniva di quegli animi generosi; e la troppo viva memoria delle tante vittime sacrificate al suo genio tenebroso ed infernale, fremer faceandi giustissima ira e di magnanimo sdegno. E però un immenso stuolo di Livornesi, tutti frementi e concitati a furore, ridersi a un tratto schierati su quella spiaggia, altamente protestando contro di lui. Il capitano del vapore inchiese intanto qualche provvigione di acqua e di carbone, affine di proseguir oltre il viaggio; vociferassi che il Nettuno fosse diretto a Tolone, per chiedere il soccorso d’una squadra Francese, e si risvegliò unanime un volere che non gli si fornissero i mezzi per continuare il viaggio. Allora il Comandante del posto, da una civica Deputazione seguito, recossisul Nettuno; espose la volontà del Governo di conceder l’acqua e ‘l carbone; fè manifesta l’opposizione del popolo su quel sospetto fondata; e ‘l Capitano del Legno, portando la mano sul cuore, lealmente rispose: «Sono italiano anch’io; son vecchio; sono ufficiale d’onore; considero i Livornesi come nostri fratelli; i sospetti del popolo sono scevri di fondamento; non però di meno, più tosto eh esser causa innocente di disturbo 0 di popolare tumulto, accada che può, io porrò immantinente alla vela.»Di se, accomiatassi, partì. —
Intanto il Ministro Ridolfi area pubblicata la notificazione seguente:
«Il Battello a vapore, il Nettuno, dee proseguire il suo viaggio. Mancando di carbone e di acqua, sulla dichiarazione giurata del suo Comandante, e dovere d’umanità il provvedercelo; e già si son dati gli ordini opportuni, perché ciò sia fatto. Il Governo ricorda che non transigerà mai col tumulto, e molto meno quando avesse per oggetto un fatto inumano.»
L’intempestiva partenza del vapore fè mancare di esecuzione l’ordine governativo, né si ebbe luogo a sperimentare se la resistenza popolare sarebbe pur anche durata dopo la dichiarazione del Capitano.
La Guardia Nazionale di quel luogo manifestava inoltre, in su la sera,, la dichiarazione infrascritta:
«La Guardia Nazionale ha ed avrà sempre per nemici tutti coloro che ardiscono sperare nel disordine; e questi, non potendo accusarla per fatti avvenuti, vanno immaginando fatti futuri per denigrarla malignamente. Affine di confonder costoro, i sottoscritti uffiziali della Guardia Nazionale senton forte il bisogno di dichiarare al Pubblico, ch’eglino dividen col popolo un senso di profonda indignazione contra un Carnefice; e però provavan somma ripugnanza di soccorrer COLUIche macellava ieri i loro fratelli italiani.»
«Dichiara inoltre solennemente, che in ogni occasione avrà sempre per nemici i nemici veri d’Italia, qualunque essi sieno; perché là Guardia Nazionale non fu, non è, né sarà mai un cieco strumento di servitù; palladio sì bene dell’ordine pubblico, per conseguire colle virtù cittadine e coll’armi alla mano l’Indipendenza Italiana.»
Questi fatti furon da diversi diversamente giudicati. Noi diremo là nostra opinione con quella storica imparzialità, che la coscienza profonda dei vero pienamente ci detta.
Il sentimento, che mosse il popolo Livornese a protestare contro la presenza dell’inviso TIRANNO, fu italiano e generoso oltre modo. In altri tempi, ed in circostanze diverse, ov’egli fosse per avventura approdato in quella spiaggia, niuno certamente si sarebbe ricusato di prodigargli accoglienza ed ospitalità. Oggi dalmanigoldo della nostra Patria, della Sicilia e delle Calabrie si reputa non mezzanamente offesa tutta la famiglia italiana; oggi lega e giugne infra loro gl’Italiani tutti un’intima solidarietà di sdegno e d’amore, di simpatie e di antipatie, di avversioni e di tendenze; e però l’abborrita presenza dell’innominato FELLONE nel porto Livornese, destò incontanente un senso d’indignazione e di orrore, come se fosse approdato ad un porto di Napoli. Ed e questo fatto una testimonianza novella della patriottica fratellanza, del sentimento nazionale, mirabilmente propagato e trasfuso in tutte le classi del popolo italiano. Il Pubblico Livornese impertanto non fé resistenza alla somministrazione degl’inchiesti alimenti per punire esclusivamente delle tante sue colpe quell’espulso RIBALDO,ma per impedire eziandìo che proseguisse il viaggio, in pregiudizio de’ nostri concittadini e fratelli.
Mentre quell’uomo della ben meritata sventura, il cui nome si era reso immortale e nell’Italia ed in tutta l’Europa, da Livorno passava a Gaeta, in attenzione di novello destino, dalle acque di Gaeta a Genova, da Genova a Marsiglia, da pertutto subendo la stessa sorte, da ogni banda reietto, preceduto da vergognosa fama, coscienziosamente accompagnato dagli stimolanti eculei del rimorso, del continuo martellato ‘da’ latrali orribili della tumultuante coscienza, seguito peranco dalla tristissima opinione che lasciava di sé presso l’universale; mentre iva errando notte e giorno ne’ vasti spazi del mare, tutti trascorrendo i più terribili perigli, e sempre fuggendogli dinanzi quella tradita patria cui non avea più speranza di rivedere; mentre infine correa vario il sermone di esser egli stato sbalzato’ in una delle africane spiagge, e fervidi voti elevavansi al Cielo di non farlo penetrare sin nel centro dell’Africa, per tema che, stringendo alleanza colle pantere e colle tigri, cogli orsi e co’ leoni, ed elevandosi a capo e re di quelle belve feroci, non irrompesse poscia in queste nostre pacifiche contrade, per far di noi orrendo strazio e pastura; tutto era tranquillo nel nostro Regno, e tutto ispirava pubblica gioia, alla consolante idea che la nostra cara Patria da un e poca di violenza e di crisi, di tradimenti e di oppressioni, passava ad un’era novella di moderata e saggia libertà, d’organamento d’ordine e di sociale progresso; sì che le lacrime, non più della disperazione e del lutto, ma della tenerezza e del contento, spuntar vedeansi sul ciglio de’ redenti fratelli. E tutta la Cittade allora che tanto di libertà si andava acquistando, per quanto più generoso mostravasi il cuore del nostro prediletto Principe, raccoglieva in nno gli ardenti voti comuni, gl’indirizzava all’Eterno per la prosperità e salvezza della Patria e di chine regge i destini, stringeasi co’ nodi più santi di fratellevol ricordanza ai siciliani fratelli, e, spargendo insieme lacrime e fiori sulle gelide urne de’ Martiri della comun redenzione, intuonavan da pertutto coll’effusione di cuori italiani l’inno di pace e di libertà.
Néquesti sentimenti di gioia e di vivissimo entusiasmo provavansi allora soltanto da’ generosi cuorinapolitani, meritamente risguardati come una sola ed ampia famiglia; ma sviluppavansi eziandìo in tutti gl’italiani petti solidariamente giunti fra loro con saldissimi vincoli di nazionale patriottismo. Imperocché, se non havvi alcun dubbio al mondo che il trasfonder negli animi un fermo convincimento de’ più solidi vantaggi provvenienti dal novell’ordine di cose già stabilito, e lo stesso che strignere in indissolubil guisa le presenti generazioni della nostra riscattata penisola; e pur troppo vero altresì che tutti gli sforzi attuali ad altro altissimo scopo non mirano che a concentrar sempre più tutti i sentimenti generosi in un’energica devozione al compimento finale della causa comune d’Italia.
E però non sia sorprendente l’udire che il fausto annunzio delle napolitane riforme, appena pervenuto nella Città di Pisa destò repente in tutte le classi de’ cittadini un’inconcepibil sensazione di gioia. La sera di quel giorno in cui vi giunse la novella, una bandiera Nazionale con questo molto scritto: VIVA IL POPOLO DILLE DUE SICILIE, sventolando in mezzo alla Platea del Teatro, fu sufficiente ad entusiasmare quanti vi si trovavan presenti. I gridi di plauso unanimemente indiritti a questi nostri rigenerati fratelli, furon vivi ed energici. Da tutti i palchi, del pari che da tutti i punti della platea, intrecciavansi con dolce simbolo di fraternale unione i fazzoletti e le sciarpe; da ogni banda vidersi in un attimo spiegare congioia tricolori vessilli. I cantanti unironsi insieme agli spettatori, e tutti in uno a festeggiare impresero questo avvenimento solenne; cori nazionali; furbo cantati a un pari dal palco e dalla platea con mirabil concerto. Uscita poscia dal Teatro la folla festosa, preceduta da Banda armoniosa, a percorrer fessi le principali vie della Città, cantando i soliti cori, e ripetendo sempre gli stessi gridi di gioia. Dalle finestre delle case poneansi fuori i lumi, e facevasi eco alla popolare esultanza. La moltitudine quindi si dissipò senza che venisse alterato né punto né poco l’ordine pubblico, senza che si elevasse neppure un accento da interrompere la serenità della festa. Nel suo insieme, una dimostrazione siffatta, comunque improvvisa e tutta istintiva, non potea riuscire né sperarsi più bella. Tutti intanto quei generosi Napolitani e Siciliani, che han loro soggiorno in Pisa, non obbliaron punto di profonder lodi e ringraziamenti ai magnanimi Pisani per le loro manifestazioni di nazional simpatia, che forte gli appicca ai nostri concittadini, i quali co’ lori memorabili sforzi han quasi compita l’opera santissima della Ristaurazione Italiana. I nostri cuori, andavan gridando que’ confratelli diletti, han seguito da lungi e con palpiti ogni loro passo in così malagevole impresa; noi gli abbiamo veduti risorgere come l’Antèo della favola contra la detestabil clava, che tentava tenerli nell’oppressione e nel fango, nell’avvilimento e nel nulla eglino han vinto e trionfato nella durissima lotta, e questa loro vittoria, questo segnalato trionfo, riempie di gioia ogni cuor generoso: non mai causa di popoli e stata più ostinatamente combattuta, né più santamente guadagnata e vinta. — Noi pur saremo, non andrà guari, ai nostri prodi connazionali gl’interpetri fedeli de’ sentimenti nobilissimi manifestati da’ Pisani nell’occasione della loro vittoria, e viviam certi che li gradiranno assaissimo come degni dell’affetto che provan per essi i loro veri fratelli.
A questi stessi tempi, gli Stati Uniti di America han fatto intendere alle alte Potenze Europee, che, sul conto dell’Italia, si associno anch’essi alle idee britanniche, e che son di cuore disposti ad assumer la protezione della nostra Penisola; sì che, guarentendone altamente la sicurezza nella via del totale e compiuto risorgimento, renderan sacro ed inviolabile il non intervento straniero. E però tutto annunzia che in breve l’Italia, infranto generosamente l’ultimo anello di sua lunga e crudel catena, risorgerà grande e gigante, indipendente e donna com’era.
Né sia qui discaro al lettore il veder all’uopo fedelmente riportata la generosa lettera, dagli Stati Uniti Americani a’ Pio Nono indiritta, la quale in siffatta guisa venne vergata:
«Venerabile Padre, il popolo degli Sfati Uniti ha veduto con profondo interesse le circostanze che hanno seguito il vostro innalzamento al Sommo Pontificalo, e questo interesse ha preso oramai le progressioni d’una simpatia e d’un’ammirazione senza limiti.
«In nome d’una parte di questo popolo, noi vi offriamo l’espressione di questi sentimenti di rispetto e di alta approvazione che animano l’intera Nazione.
«Noi c’indirizziamo a voi, non come a Pontefice Sommo, ma come a Capo saggio ed umano d’un popolo, poco fa oppresso e scontento, ed oggi felice, ben governato e riconoscente. Noi vi umiliamo questo tributo, non come cattolici, poiché per la maggior parte noi siamo, ma come repubblicani ed ardenti amatori della libertà costituzionale. Comunque sia recente la nostra origine, comeché vastissimo sia l’oceano che separa la nostra cara Patria dal vostro Bel Paese, noi sappiamo che cosa era l’Italia ne’ giorni assai lieti e gloriosi della sua unità, del suo splendore e della sua libertà; noi sappiamo ciò ch’ella divenne sotto il giogo degradante dello straniero, ed in balia delle sue interne discordie; ed intanto abbiam ferma fede che un allo e benefico destino l’attenda, allorquando il suo popolo sia di nuovo unito, libero ed indipendente.
«Nella grande opera della sua rigenerazione, noi vi salutiamo qual Divino istrumento, eletto dai Cielo a compierla pienamente, e noi ardenti prieghi v’innalziamo, affinché i vostri giorni si prolunghintanto, da esser voi stesso testimone dell’intero adempimento di quella saggia Politica, ch’è destinata a rendere il vostro nome immortale.
«Ma, o Venerabile Padre, noi ben conosciamo che la via per la quale vi siete posto, e d’un estremo pericolo e di ardua difficoltà. I nostri Padri hanno lottato in un tempo di periglie di privazioni, per acquistare e consolidare a un tempo i benefizi di cui oggi godiamo: eppure la Provvidenza ci avea fatto dono d’un Capo, che ben di rado possedettero i popoli che affaticaronsi ad esser liberi. Nel mondo da noi abitalo, Iddio volle che la virtù fosse posta alle prove dell’avversità; e che una gloria durevole, qual’è la libertà, fosse accordata solo a coloro che mostravansi degni d’un tanto prezioso dono, pe’ loro sforzi coraggiosi e per un’indomabil fermezza.
«Noi compatrioti di Wasington, di Franklin, di Adams, di Jefferson, sappiamo adunque, che voi non vi siete messo per questa malagevol via, che rinunziando ad ogni agio, ad ogni sicurezza, ad ogni favore aristocratico.
«Noi sappiamo, che voi siete già rassegnato agli ostacoli che vi suscitano le macchinazioni di una Casta Politica, gli odi dei potenti, il biasimo dell’uomo delle buone intenzioni, ma traviato e sedotto, ingannato e tradito.
«Noi sappiamo, che voi siete determinato a combatter con fermezza l’infaticabile ostilità di tutti quegl’ingiusti tiranni, che pretendon crudelmente regnare su qualche porzione dell’alta Penisola Italiana; di tutti coloro che immaginano di far consistere l’ordine sociale nel mantenimento di quelle condizioni di lusso e di oziosità, in seno delle quali han costoro sin qui consumala la loro inutil vita; di coloro che temono, o che nel loro egoismo fingon di temere che la loro religione debba perire, se non viene sostenuta sulle tremule spalle degl’Imperatori e de’ Regi.
«E voi colla grazia di Dio vi siete accinto a superare e vincere anche un ostacolo di. questi più grande, cioè l’incostanza e l’ingratitudine delle moltitudini, le quali, appena risorte dal servaggio che le abbrutiva, gridano nel deserto di voler fare ritorno alle cipolle di Egitto.
«Uomini son questi di tal razza, come se ne trovarono fra gli Apostoli del Salvatore, intesi ad abbandonarlo o tradirlo, per lasciar poscia a lui solo sopportare le dure agonie della Croce. Uomini, i quali noi temiamo che non si chiariscano a voi con de’ progetti stravaganti, con assurde speranze, con impetuose esigenze, mormorando che nulla è stato meditato, perché tutto non è compito. Noi però crediamo fermamente che voi sarete armato e guidato dall’Altissimo, alfine di ridurre a buon termine la sublime vostra missione.
«Venerabile Padre, siano oscure le nubi che avviluppano il presente, noi sappiamo che l’aurora dell’avvenire dissiperà queste tenebre, per. nulla dirvi di quella fermasi carezza radicata ne’ nostri cuori dall’Eterno, che verun’azione né veruno slancio generoso resteranno senza ricompensa; noi possiamo attestarvi, poggiati sulla nostra avventurosa esperienza, che i benefici della Libertà Costituzionale sopravanzano e compensan ‘d’assai i pericoli e i dolori; in mezzo ai quali le Nazioni si avanzano nel loro rapido perfezionamento e sviluppo.
«La nostra vita, come Nazione, si è in breve compiuta, ed ha già dimostrato ad ogni spirito ragionevole l’immensasuperiorità del libero Governo sul dispotismo fatale, della cara libertà sulla tirannide, quale elemento di nazionale grandezza e di benessere sociale. La nostra patria ha mostrato col fatto, che i diritti delle persone e delle proprietà eran meglio assicurati sotto quel Governo che garantisce l’eguaglianza ne’ diritti d’ognuno, che sotto qualunque altro. E se l’avvenire ci preparasse de’ pericoli, dovrebbe dirsi che la loro sorgente scaturirebbe, non da eccesso di libertà, ma da un raffrenamento di giusta libertà.
«Finalmente noi ci sentiamo in grado, meglio di ogni altro, di accennarvi i pericoli che, voi sfidate, e le speranze che vi debbon confortare. A dispetto di superficiali apparenze, noi non temiamo affatto che le legioni del dispotismo sieno mosse contro di voi. Lo stato in cui siamo, e uno stato di lotta morale, anzi che fisica, in cui l’artiglieria della stampa domina e distrugge quella del Campo, e l’opinione e assai più possente delle baionette. Noi dunque siamo dunque fidati che voi, contra ogni attentato della forza brutale, siate protetto da un’egida impenetrabile, l’approvazione e la simpatia delle genti dabbene in tutta la Cristianità.
«Ma se per avventura la nostra aspettativa rimanesse delusa, tremi l’imprudente aggressore….! il primo colpo di fucile tirato contro di voi rimbomberebbe di montagna in montagna, di clima in clima, intimando ai prodi di tutte le regioni, di sorgere contro l’ingiustizia e l’oppressione, di combattere per la libertà e pel genere umano.
«Nell’ora solenne di questo grande combattimento, niuno che conosca l’istoria e ‘l carattere del popolo Americano, potrà dubitare quanto le nostre simpatie sarebber attive e produttrici di frutti preziosi.
«All’Italia sarà risparmiata questa devastazione, alla Cristianità lo scandalo fatale d’una guerra siffatta….. noi lo crediamo fermamente. Ma in ogni evento noi speriamo, che questa pubblica e solenne testimonianza dell’interesse e dell’ammirazione, con la quale venti milioni di uomini liberi vi ammirano, non sia stata in vano…. —
«Noi siamo, o Venerabile Padre, con profondo rispetto.»
Questa lettera, piena di fuoco e di sentimenti affettivi, di attaccamento e di tendenza alla sacra causa italiana, di aperte dichiarazioni,3 di liberi sensi, inchiude in se stessa una maschia eloquenza, un’eloquenza tribunizia e veemente che ci dispensa da qualunque comento. Quando il dispotismo del Nordo e costretto a gettare l’abbominevol maschera, a squarciare o presto o tardi, e suo malgrado, la benda indegna onde fassi debolissimo scudo a fronte dell’Italia UNA, INDIPENDENTE; quando e forzato a professare in faccia a tutta l’Europa l’assurdità de’ suoi princìpi e la strana incoerenza delle sue conseguenze; quando ha deposto in somma ogni speranza di giustificare peranco colle apparenze della giustizia i suoi impeti brutali, conosciuti eziandìo e risguardati come tali dagli Stati Uniti del nuovo mondo, la sua ultima ora e dunque suonata, e le ingiuste pretensioni della tirannide austriaca non sono, a questi nostri giorni, che le mortali ed estremeconvulsioni d’un potere che langue, le convulsioni d’una tormentosa e disperata agonia.
Rafforza via più questa nostra asserzione la generosa e nobil gara, con cui fansi solleciti taluni Principi italiani ad imitare il magnanimo esempio dell’immortale Pio Nono e dell’augusto nostro Sovrano, che aspirarono i primi all’altissimo onore di far risorgere a novella vita di gloria e di esistenza politica le nostre itale contrade. In effetto, il savissimo Carlo Alberto, Re di Sardegna, emulando sovra tutto il nostro amantissimo Principe, il giorno 9 febbraro 1848, alle due pomeridiane, ha proclamato la Costituzione nel suo Reale Dominio, ad un di presso eguale alla nostra. Estrema gioia, continue feste, galleria pubblica, luminarie grandi per tutta la Città, illuminazione compiuta pe’ principali Teatri, general i dimostrazioni di animo grato e riconoscente, tutto concorse a render singolare e toccante un siffatto avvenimento nazionale.
«I popoli, così esprimeasi l’anima grande di Carlo Alberto, che per volere della Divina Provvidenza governiamo da diciassette anni con amore di padre, hanno sempre compreso il Nostro affetto, siccome noi cercammo comprendere i loro bisogni; e fu sempre intendimento Nostro, che il Principe e la Nazione fossero co’ più stretti vincoli uniti pel bene della patria.
«Di questa unione ognor più salda avemmo prove ben consolanti ne’ sensi con cui i sudditi Nostri accolsero le recenti riforme, che il desiderio della loro felicità ci avea consigliate, per migliorare i diversi rami di amministrazione, ed iniziarli alla discussione di pubblici affari.
«Ora poi che i tempi sono disposti a cose maggiori, ed in mezzo alle mutazioni seguite in Italia, non dubitiamo di dar loro la più solenne prova che per Noi si possa della fede che conserviamo nella lor devozione e nel lor senno.
«Preparate nella calma, si maturano ne’ Nostri Consigli le politiche istituzioni, che sa ranno il complemento delle riforme da Noi fatte, e varranno a consolidarne il benefizio in modo consentaneo alle condizioni del paese».
Ci è grato qui il dichiarare ai nostri cari fratelli, come quel savio ed illuminato Principe, ad imitazione di Colui che regge attualmente i nostri destini con tanto senno e saviezza, ha oramai divisato e stabilito di adottar quasi le stesse basi della nostra Costituzione, del nostro Statuto fondamentale, affine di stabilire ne’ suoi Stati un compiuto sistema di governo rappresentativo.
E in questa guisa, mentre provvede quel Potentato alle più alte emergenze dell’ordine pubblico, non ama più oltre differire di compiere un desiderio general e, un voto eminentemente nazionale, che da lunga pezza nutron a un tempo e il Governante e i governali, di veder rigenerati i popoli, beneficati i sudditi, e sollevate principalmente le classi più povere, persuaso come e quel buon Monarca di rinvenire nelle più agiate quel compenso di pubblica entrata, che i bisogni del suo Stato richiedono.
Protegga l’Eterno l’era novella di universale salute, che aprendo vassi provvidenzialmente pe’ nostri Stati Italiani; ed intanto che i popoli tutti della nostra bella Italia possano far uso delle maggiori libertà acquistate, di cui sono e saranno meritamente degni, aspettiamo da loro permanenza e costanza somma, saviezza non ordinaria e prudenza assai sperimentata, nei sapersi conservare on dono sì prezioso e celeste, il caro dono della libertà e dell’indipendenza, le cui più solide e ferme basi non sono che la saggezza e la virtù, l’osservanza piena delle Leggi vigenti e l’imperturbata quiete, necessarie pur troppo a compiere e consolidare l’opra divina dell’ordinamento interno di tutti gliStati Costituzionali!
Ai desideri intanto ed ai voli comuni dei Cittadini di Roma non lascia di far pieno diritto l’immenso Pio Nono; né cessa quel devotissimo Popolo di corrispondergli con sempre crescenti segni d’amore e di fede. Non devia Egli, in effetto, il suo sublime pensiero dal continuo meditare come possano più utilmente svolgersi e perfezionarsi quelle civili istituzioni che ba ormai proposte allo Stato Pontificio, non da necessità veruna costretto, ma persuaso dal desiderio della felicità de’ suoi popoli e dalla stima delle loro nobili qualità.
Ha già volto Costui il suo grand’animo al riordinamento della milizia, prima ancora che la voce pubblica lo richiedesse; ed ha cercato modo di aver di fuori abilissimi Ufficiali, che venisser in aiuto a quelli che onoratamente servono il Pontificio Governo. Per meglio allargare inoltre la sfera di quelli che possano con T’ingegno e con l’esperienza concorrere ai pubblici miglioramenti, ha pur provveduto ad accrescere nel suo Consiglio de’ Ministri la parte laicale. E però, se la concorde volontà de’ Principi, da cui l’Italia attualmente ripete le novelle riforme politiche, e una sicurezza della conservazione di questi beni con tanto plauso e con tanta gratitudine accolli, vogliamo augurarci che sia per serbarsi stabile e permanente, e che via più si confermino tra costoro e Pio Nono le più amichevoli relazioni.
Ed osiamo ancora sperare che nulla cosa che giovar possa alla dignità e tranquillità de’ popoli italiani, sarà mai obbliata o negletta da’ nostri Principi riformatori, che ella loro sollecitudine pei rispettivi suggelli han date le prove più decisive e più certe. Ma quali altre prove di generosità e di grandezza d’animo non dovremo peculiarmente attenderci dal magnanimo cuore del Sovrano di Roma, ove sia egli fatto degno di ottener dall’Eterno che infonda ne’ cuori degl’Italiani tutti lo spirito pacifico della sua moderazione e saggezza? — A quest’uopo ha egli protestato altamente in questi ultimi giorni di esser pronto a resistere con la virtù delle già date istituzioni agl’impeti disordinati, come sarebbe disposto a resister del pari a smodate ambizioni, ad inchieste importune, punto non conformi ai doveri suoi ed alla felicità de’ popoli d’Italia.
Siamo dunque sensibili alle pontificie assicurazioni, del pari che alle dimostrazioni generose di cui l’ha non pur secondato, ma sorpassato pur anche, nelle sue salutari vedute; e non qi commuova gran fatto il grido sedizioso ed allarmante, che fuor esce da sinistre od ignote bocche ad agitare i popoli d’Italia, con lo spavento d’una guerra straniera aiutata e promossa da interne congiure o da malevole inerzia de’ governanti. Spingerci col terrore a cercare la pubblica salvezza nel disordine; confonder col tumulto la saggezza de’ consigli di chi amorevolmente ci governa; apparecchiar pretesti, per via di tenebrose macchinazioni, ad una guerra che per niun motivo potrebbe aver luogo in Italia; e questa appunto la cieca illusione, questo l’inganno grossolano e fatale.
Qual pericolo, in effetto, potrà mai sovrastare alla nostra redenta Penisola, ove un vincolo di gratitudine e di fiducia, di vera pace e di nazionale alleanza, non mai corrotto da violenza alcuna, congiunga in uno la forza de’ popoli con la sapienza de’ Principi, la giustizia del dovere con la santità del diritto? E d’avvantaggio, il Pontefice Supremo della Religion nostra santissima non avrà forse in sua difesa, in difesa peranco dell’Italia tutta, quando fosse ingiustamente aggredita, innumerevoli figliuoli che sosterrebbcr pure col sangue la sua legittima causa, la sacra causa dell’unità nazionale? Gran dono del Cielo e ancor questo, infra il novero immenso e variato degli altri doni, con cui l’Eterno ha prediletto l’Italia; che tre milioni appena di sudditi pontifici abbian poi duecento milioni di fratelli, strettamente collegati con quelli, d’ogni nazione e d’ogni lingua. Fu questa in ben altri tempi, e nello scompiglio di tutto il mondo romano, la salvezza di Roma non solo, ma dell’Italia intera; e questa del paro sarà la sua più possente tutela, finché l’unitaria lega manterrassi salda e costante. —
Spuntar dovea finalmente quel faustissimo giorno, provvidenzialmente destinato a compier la grand’opera della nostra politica redenzione, e compierla in guisa, da fare che il nostro Regno, e fra poco l’intera Italia sino al piè delle Alpi, non avesse più nulla ad invidiare a qualsiesi avventuroso popolo della terra, per ampiezza di libertà ch’ei si goda. Agli 11 di Febbraro, in effetto, solennemente pubblicaronsi gli Atti della nostra Costituzione, su quelle elaboratissime basi di cui si è fatto dianzi per noi menzione. Noi ci asterremo di esporne qui per esteso gli Articoli, e perché già resi di pubblica ragione, e perché ci sta molto a cuore l’amor della brevità, trattandosi peculiarmente d’un ristrettissimo compendio di storici avvenimenti; né vi apporremo qualunque siasi osservazione politica, per tema di non offender il senno rispettabile di colui, che, in tanta causa comune, ha. dato luminoso saggio della somma sua sapienza, e pel quale e senza limite la venerazion nostra, immensa e profonda la stima.
Il savissimo nostro Re Ferdinando II, rigenerando i suoi popoli ad un’era non attesa e felicissima, non risparmia premure ed indagini, diligenza e fatica, per prender tutti quei provvedimenti, che sono pur troppo necessari a compier l’opera ed a farla felicemente duratura. E perché i suoi benefici sieno in tutto il Regno, siccome in una sola famiglia da un sol Padre governata, eguali e per mezzi e per ¡scopo, ha concesso a talune Province tali Moderatori o Governanti, da essere un’arra certa e sicura d’un’incrollabile felicità pubblica e privata.
E mentre nel conferirsi impieghi e cariche a novelli suggelli, e sempre in discordanza la pubblica opinione, imperocché e chi biasima e chi lauda per passionati princìpi, o per preteso demerito degli eletti Magistrati, il voto pubblico e mirabilmente concorde nel far plauso al nostro magnanimo Re, per la scelta fatta de’ più accreditati soggetti, molti de’ anali con un lungo soffrir di persecuzioni e a infamie, di molestie e di affanni, hannosi cattivata la pubblica gratitudine, la benevolenza unanime, l’universale estimazione. Il tempo degli encomi gratuiti e nefandi, de’ prostituiti e vituperevoli elogi, grazie alla Provvidenza Sovranza, e omai tramontato; se qualche residuo ancora ne avanza, e riserbato esclusivamente pe’ vili, che, chiuso il cuore per sempre ad ogni onorata passione, strisciando vanno come velenosi rettili sulle orme di chi può loro indorarne le squame.
Volgendo però sempre il pensiero alle disposizioni sovrane, in ordine alla scelta dei novelli Candidati, diremo con santità di cuore, e con giustezza di causa, che molti di costoro furon già compresi nell’immenso novero di quelle vittime infelici, che l’orrenda inquisizione tracorsa, stupida e dissennata, lungamente colpiva con esecrandi anatemi. Martiri però gloriosi del capriccio e dell’intrico, della violenza e del rigiro, trionfar seppero dell’infamia per onore e costanza, per fede e prudenza; e però la storia de’ nostri ultimi tempi, fedele sempre ed imparziale nel suo geloso e. sacro ministero, laudando chi merita lode, e vituperando chi ha fatto di tutto per vituperare se stesso, registreralli nelle sue pagine con note gloriose ed eternali. Avventurati i popoli che vi ottener per moderatori e padri! Voi sarete la face rischiaratrice delle loro abbuiate menti, ed avranno per voi quella luce del vero che fu loro negala e fatalmente interdetta.
Ma qual magica penna potrà intanto con più convenienti ed acconci colori pigner all’altrui intelligenza, o qual più feconda e prodigiosa immaginazione saprà mai concepire le dimostrazioni di gioia e di grata esultanza, in cui proruppero i cittadini tutti d’ogni classe o condizione, d’ogni sesso ed età, in quel faustissimo giorno, al lieto annunzio d’una pubblicazione siffatta? Quale istoria non rimembrerà quell’Era gloriosa di risorgimento nazionale, di restaurazione e riscatto comune? Qual popolo incivilito ed umanizzato non prese parte alla felicità della più bella Terra d’Italia? In qual parte di Europa non ripeterseli pur anche in cento e cento note il glorioso nome di Ferdinando II? E che cosa potevamo noi sperare o conseguir d’avvantaggio? Quale umana famiglia dar puossi il vanto di esser più festosa ed ilare per pubblico risorgimento? Ecco, o avventurati Calabri, o siculi valorosi, o salernitani intrepidi, il prezioso frutto dei sangue vostro generosissimo! Deh! faccia il Cielo che campioni di tal tempra s’abbian del paro i nostri miseri fratelli Lombardi! che, emancipata allora la Penisola da ogni nordico Autocrata, rilanciato al di là delle Alpi uno scettro di ferro e non italiano, e fattasi temuta e rispettata, riverita e grande anco all’esterno Oppressore, sul ciglione de’ gioghi alpini collocar potrà gli augusti simulacri di Pio Nono e di Ferdinando II, i quali, stesa la mano di difesa su tutta l’Italia, e guardando con occhio di disprezzo le austriache regioni, diranno: NOI PRIMI RIGENERAMMO QUESTA TERRA DAL LUNGO DOLORE, E NOI NE SAREMO SCUDO E DIFESA.
Ora però comincia per noi un’epoca di gloria, una storia novella per l’Italia; ora vedrassi se gl’italiani petti vantan virtude e costanza, se il braccio italiano possiede forza e valore, e se in ogni nostra Città sarà per risorger un’antica Roma! Il 29 Gennaio si proclamava in Napoli la Costituzione; il giorno 11 Febbraro veniva scolpita in tavole di bronzo, e suggellata sì forte, che i secoli futuri non potran mai cancellarla.
Per parecchi giorni stavasi lavorando alla compilazione di essa; ciascuno: palpitava fra ‘l timore di qualche restrizione e il desiderio della maggiore ampiezza; vociferando andavasi da perfetto, con generale fermento d’ogni partito, l’ottenuta o non ottenuta ratifica degli Articoli in essa compresi, quando la sua compiuta pubblicazione vinse finalmente l’universale aspettazione, perché più ampia della Costituzione francese, cui credeasi che riportar si volesse il Ministero.
Che dir dovremo intanto della Città, della Real Corte, dell’universale sincerissimo tributo di riconoscenza? Non divenne la Capitale che un’ampia comun famiglia, d’un solo pensiero, d’una sola volontà, d’una sola redenzione, li Re uscì tosto dalla Reggia per compiacere ai desideri universali, per cedere alle pubbliche grida, alle affettuose insistenze dell’intera Città, che chiedeva la presenza del suo rigeneratore e padre. Gli venner tolte le redini di mano, e fu guidata la carrozza da ogni ordine di persone. Chi gl’indirizzava benedizioni da un lato, chi lo felicitava dall’altro, chi gli lanciava affettuosi baci, e fuvvi peranco chi si tenne felice di scambiare col Re qualche filiale amplesso. Fu questo senza dubbio il vero trionfo di amore. Quanto non apparve più glorioso questo alloro di pace, che quel di Marengo e di Austerlitz, cotanto famoso nella storia del più ambizioso de’ Conquistatori! La forza ed il sangue, il macello e la strage lo mettevan colà; l’amore e l’affetto qua poneanlo in fronte al più generoso de’ Re.
E non si ha poi ragione di dire, che la Storia del nostro Reame sta preparando una pagina gloriosa ed immortale a’ nostri posteri avventurosi? Qual cosa più ammirabile, in effetto, qual cosa più degna di doversi infuturare alle nazioni avvenire, che quella di vedere un magnanimo Principe, un popolo generoso e devoto farsi grandi a vicenda, identificarsi ne’ cuori, assimilarsi ne’ sentimenti, corrispondersi nelle opinioni, congiugnersi nell’amor vero di patria; veder una Nazione elevarsi a guisa di gigante sopra quante ne comprenda la nostra gloriosa Italia, e tutta intera la Penisola accoglier festosamente il bel dono della rigenerazione e della libertà? Quai preziosi momenti, qual felice entusiasmo, quali affetti coscienziosamente beati non ha mai provato il nostro cuore in quel giorno consecrato ad un generale tripudio?— Vinti dall’ebbrezza, conquistati dalla foga d’una pubblica gioia, trasportati fuor di noi stessi dal dolce sentimento di respirata libertà, credevam quasi soccombere alla forza di sì grandi emozioni, alla folla variata di sì veementi affetti.
Appressandosi intanto l’ora della sera, apparve a un tratto illuminata tutta la Città, ma spontaneamente e con sincerezza di cuore. Per tutta quasi la notte la popolare esultanza fu continua, commovente, vivamente sentita. L’infima classe della plebe affratellavasi co’ grandi, secoloro immedesimavasi, giugneva pur anche a prenderli sulle proprie spalle e recarli come in trionfo. Dalle finestre e da’ balconi tutti, le genti stivatamente affollate sventolavano candidi fazzoletti, e melodicamente gridavano Evviva, cui tosto facea fortissimo eco l’innumerevol folla immensamente sparsa nelle vie. I busti di Pio Nono, del Re e della Regina, sollevati in alto, o stretti caramente al petto, eran portati in processione, in mezzo ad un gradito corteo di torchi accesi. Tutti i quartieri della Città improvvisaron una foggia di carri trionfali, su cui vedeansi assisi d’ogni generazione, d’ogni grado, cittadini lietissimi. Ed ecco i frutti della generosità di cuore, per parte d’un popolo singolarmente devoto al suo Re; ecco i frutti della vera grandezza d’animo, per parte d’un Re, che porta impressa nel cuore la cara patria, i prediletti suoi figli!
Le bande militari, specialmente la svizzera, suonaron del continuo armoniosi inni nazionali, a tanta circostanza allusivi. La Gendarmeria, cosa commoventissima! abbottita pria dall’intera società, partecipar videsi alla gioia comune d’un sì gran benefizio che pur la felicita e bea. Di mano in mano che gli individui di quel Corpo ivan passando per. via, levavansi il cappello e facean eco alle grida festose del popolo, e vogliam credere con cuor sincero e commosso. Il popolo del pari rispondeva loro con sincerezza ed ingenuità d’animo, e premeaseli al petto quai cari fratelli. Quindi sopite le passioni, poste in obblìo le provate amarezze, dimenticate affatto le oppressioni sofferte, divenuto redento ed elevato a comun famiglia un popolo intero, pienamente disposti ed intesi gli animi tutti de’ novelli Magistrati a metter legalmente per le vie costituzionali le cure governative ed amministrative, sì saggiamente loro affidate ed a moralizzarne l’andamento, pur troppo contaminato e guasto dalle vetuste pratiche del precedente governo.
Come descriver intanto con acconcia e con veniente eloquenza quella memoranda notte, squarciata dal riflesso fulgore di cento mila faci, che giravan senza posa per la strada di Toledo; quel gruppo d’affollate genti e di promiscue voci che gridavano a perder lena Viva il Re, viva la Costituzione, viva la Sicilia, viva la Calabria, viva i martiri calabresi, viva l’Italia, viva la libertà italiana; le feste ripetute in ogni quartiere della Capitale, quelle succedutesi in tutti i teatri, ed il contento de’ cuori dipinto sul volto di tutti, cui la parola era divenuta impotenziata affatto a più manifestare di fuori? — All’altezza dell’argomento non più regge la mente e la mano; la scarsa nostra eloquenza e sterile e muta nel celebrare, in queste poche pagine storiche, fatti così sublimi e gloriosi. Un’alma veramente italiana e solamente entusiasta ed ebra della gloria del patrio suolo, della vittoria e del trionfo della care sua Patria. E quel giorno, in effetto, ha celebrato un solenne trionfo, una famosa vittoria; vittoria e trionfo che hanconquistata l’Italia pel santissimo scopo, ed i cuori italiani per la santità degli affetti; vittoria e trionfo di amore e di simpatia, d’affezioni e di tendenze, d’intelletto e di ragione.
Le pattuglie intanto della Guardia Nazionale van percorrendo ogni giorno i punti principali di questa Capitale; il Sovrano, affine d’immedesimarsi via più col suo popol diletto, si manifesta del continuo in carrozza; la Guardia Nazionale gli fa nobil cerchio e corona, gli tributa riverente omaggio e l’accompagna dapertutto; lo riconduce alla Reggia fra gli evviva ripetuti di mille voci di gioia; lo veggiamo insomma sovente in mezzo a coloro ch’egli stesso armava a baluardo e sostegno della sua real persona e di tutta intera la civil comunanza.
Nélimitaronsi solo a quel giorno ed a quella notte memorabile le dimostrazioni di vivissima gioia, per parte del popolo e di CHI paternalmente li governa e modera; chè la vegnente sera del pari un immenso novero di dilettanti d’ambo i sessi, preceduti da quattro bande musicali, circondati da varie centinaia di sfolgoranti faci, accompagnati da un battaglione di guardia nazionale, seguiti da stuolo innumerevole d’ogni generazione di genti, e giunti dinanzi al real palazzo, v’intuonarono inni di festa, attesamente composti, fra le acclamazioni e gli applausi d’un immenso popolo che, a piedi ed in cocchi, con mille altre fiaccole accese, illuminavan quella commovente scena degna purtroppo de’ famosi pennelli de’ tempi vetusti.
E mentre in quei trasporti di gioia ninno conosceva più limite né modo agl’istintivi affetti, e, cessata la melodia del canto, prorompeva il popolo in reiterate grida di viva il Re e la Costituzione; mentre dal plauso e dall’universale esultanza faceasi rapido passaggio all’armonica e melodiosa dimostrazione, in mezzo ad un religioso e profondo silenzio, sì che parea che quell’immenso spazio disseminato di affollata gente fosse per incantesimo rimasto muto e deserto, il Re e la Real Famiglia, fattisi della persona ai veroni della Reggia, degnaronsi assistere a quella familiare o domestica scena, rimanendo a capo scoverto, ed incessantemente profondendo ringraziamenti di cuore, paternali saluti, profondissimi inchini, con sensibili segni di gioia verace non men passionati e forti di quelli che il popolo manifestava a vicenda. Ed e pur degno d’ammirazione e di rimembranza a un pari, come in mezzo a tanta gente da non potersi sì agevolmente numerare, in mezzo ad un’infinità di accumulate carrozze, senza alcun freno o spavento di forza armata, senza timore o sospetto di vigile e terrorosa polizia, non avvenisse alcun sinistro accidente, né un lieve disturbo peranco, che apportasse distrazione o popolar tumulto: prova novella della docilità del nostro paese, del suo rispetto alle leggi, della sommission sua al novello governo, della rigenerazione insomma da lui pienamente meritata.
Promulgata, in questa, la grata novella della Costituzione, generosamente accordata in parecchi altri Stati Italiani, un immenso drappello di giovani bennati e valorosi recaronsi innanzi ai palazzi de’ rispettivi ambasciatori, e manifestaron loro vivissimi sensi di giubilo e di felicitazioni veramente nazionali. E quei generosi Diplomatici, fattisi volentieri a’ balconi, lietamente rispondevano: Viva la Costituzione che ci riunisce tutti! Viva l’Italia eternamente! Fecer poscia altrettanto col Ministro di Spagna, il quale, fattosi con lieto viso al balcone: Viva la Costituzione, esclamò; mi e grata oltre modo questa dimostrazione d’un popolo illustre, che risorge alla gloria ed alla libertà per la propria saggezza e per la concessione d’un ottimo Sovrano.
Lo spettacolo poi, dato quella sera in S. Carlo, in cui intervenne la più fiorita ed illustre Nobiltà, i più chiari e distinti personaggi, i Diplomatici più rispettabili di parecchie Nazioni, fu uno spettacolo novello pei cittadini napolitani, se pure l’espressione d’una viva e ben sentita gioia puot’esser più nuova attualmente pei cuori italiani. Null’altro vedeasi in quel vasto e sontuoso edificio che un immenso stuolo di compatrioti e fratelli ornati pomposamente a festa, indirizzanti voci di giubilo al Sovrano, e contracambiante il Sovrano que’ teneri sensi di verace affetto. Scoppiaron poscia gli evviva con maggior entusiasmo nell’intuonar che si fece dell’inno nazionale, con molta maestria ed incantevolmente eseguito. Talune coppie danzanti tenean fra le mani un velo, su cui vedeasi a grosse cifre impresso il seguente motto: VIVA FERDINANDO II! VIVA LA COSTITUZIONE! Intender puossi agevolmente con qual plauso e gradimento siasi accolto quest’omaggio, indirizzato a un tempo al nostro Re ed alla pubblica esultanza. É così sempre le voci di giubilo succedeansi a determinati intervalli, sino a tanto che la Real Famiglia non lasciò quella magnifica teatral festa.
Essendo però ripugnante all’umana natura il sentimento d’una gioia intensissima e di non interrotta durata; del paro che la sensazione molesta d’un lungo dolore od affanno non è mica comportevole alla costituzione dell’uomo, perché tiene naturalmente in uno stato di trambusto e di violenza, di convellimento e. di orgasmo, non solo il fisico organismo dell’esser nostro animale, ma l’ammirabile economia peranco del mondo morale; come è dimostrato dalla più costante esperienza, ohe ad una provata gioia e fissai ben raro che non succeda, o tosto o tardi, un’ affezione spiacevole od interamente a quella contraria; così era d’uopo che succedesse cotal disordinato accidente, da far avvelenare, comunque per brevi istanti, l’universale esultanza.
E però un numerosissimo stuolo di bassa gente, composto in gran parte di artigiani, di fabbri, di muratori, di allobrogi, di sfaccendati, di oziosi, d’infingardi, di parassiti, di prezzolali e corrotti, di malintenzionati e tenebrosi furfanti, cui sta molto a cuore il disordine pubblico ed il popolar tumulto, in cui grandi cose si sperano e mai nulla di buono conseguesi; armati d’ogni generazione di attrezzi corrispondenti al proprio mestiere, e forse d’altr’arma al di sotto, sbucando a reo disegno da diversi punti, cacciaronsi a un tratto, e tutti nello stesso istante, in mezzo alla gran piazza di Palazzo, sotto la direzione d’un capo ammutinatore portante in pugno una lunga pertica, alla cui estremità sospeso un cartello con talune simboliche cifre, e tutti chiedenti ad alta voce LAVORO! PANE! SUSSISTENZA!
Fu ciò bastevole, come potrà ognuno di leggiero supporre, a sparger sensi di tumulto e di allarme nel più grosso del popolo, a metter in oscillazione di dubbi e di timori, di diffidenze ed incertezze le sospettose menti, a far chiudere issofatto in parecchie vie della Capitale le botteghe, a metter insomma in gran movimento la più sana parte de’ cittadini. Non però di meno, per una specie di provvidenzial disposizione, e per energiche misure di governo, vi accorser repente talune pattuglie della Guardia Nazionale, non pochi soldati, ben molti ausiliari, innumerevoli torme di gentiluomini armati; smembraron tosto quell’ammutinata bruzzaglia; partironla in diverse bande; la resero inerme ed invilita, scuotata e muta; arrestarono i più pervicaci e protervi; minacciatoli d’arresto i più pertinaci e sediziosi; furonpesti e malconci i più contrassegnati di baldanza e d’improntitudin somma; fu sbaragliata infine quella ciurmaglia importuna, e via dileguossi come rapido baleno. E così il timore e la calma, il tumulto e la pubblica quiete, il disordine e l’ordine, non furon che l’opera di pochi momenti.
Un avvenimento siffatto nondimeno richiamar dovrebbe la più vigile attenzione, le più preveggenti cure del Governo e de’ novelli Magistrati. Le grandi crisi sociali salvamprodigiosamente le masse che, nell’orribil lotta, han saputo valorosamente combattere e trionfare; nella stessa guisa che le subitane crisi in una malattia restaurano e confortano l’organismo animale dell’uomo, posto in pericolo mediante una corruzione qualunque nel suo fisico tessuto. Ma come l’uomo convalescente ha bisogno di cure e di sacrifizi per rinfrancare le spossate forze, o consunte durante la crisi, la social massa del paro reclama altamente i più pronti ed energici soccorsi dello Stato. E lo Stato, ove con rettezza di cuore e di coscienza sia governato, dee sollecitamente apprestarlo, senza indugio veruno, e con la maggior profusione possibile. Indarno i ministri costituzionali addurrebbero a pretesto il timore di comprometter la propria responsabilità; la popolare urgenza non ammette giustificazioni né scuse; la legge del momento null’altra tendenza dee svelare, che quella di ristorare il basso popolo, di riconciliare la plebe, di. sollevare la misera classe degli operai fatalmente tenuti sin da lunga pezza sotto la durissima legge dell’inerzia, d’un’ignoranza sistematicamente vergognosa, e del continuo travagliati da’ più fierinemici delle istituzioni novelle; la legge infine de’ tempi attuali tender debbe ad una riconciliazione efficace e positiva degl’interessi materiali del basso popolo co’ princìpi già ragionati e sanciti del costituzionale governo.
I veri uomini di stato declinar non deono giammai dalla linea del bene pubblico, della prosperità e floridezza nazionale. I veri amici della patria, riflettendo al male presente, veder sanno i bisogni, le urgenze, le necessità stringenti del momento, ed impegnano all’uopo con molta franchezza, senza diffidenza e timore, tutto il loro potere, tutte le loro forze, la lor vita peranco, non men che le proprie sostanze, ove il santissimo scopo del pubblico bene, del vantaggio comune, della patriottica salvezza, inevitabilmente l’esiga. In tempi malagevoli ed ardui di popolare trambustìo rigorosamente richieggonsi ministri operosi ed umani, attivi ed intesi ad acconciamente promuovere il popolare benessere. Attender quindi mi tempo più accettevole ed opportuno, un miglior ordine di cose, un più sistemalo governo, per fornir di lavoro il popolo, per procacciar fatica agli operai, per dar sussistenza al famelico e al digiuno, per metter insomma la numerosa classe de’ faticatori su, la via de’ grandi lavori pubblici, null’altro prova che un sentire ben poco addentro la vera ragione di stato, gl’interessi veri del popolo e del ben amministrato governo. Imitar e d’uopo più tosto il luminoso esempio de’ grandi uomini di stato, de’ più famosi ed esimi politici di Francia, i quali, dopo la tanto famosa rivoluzione di Luglio, sollecitar seppero avvedutamente il Governo a profonder parecchi milioni in Parigi, con uno scopo eminentemente politico, lo scopo conciliativo di tregua e di pace, d’alleviamento di cure e di pesi, di pronta riparazione e di efficace soccorso. Non agire siffattamente in queste nostre critiche circostanze, sarebbe lo stesso che voler dire al popolo: SIMUOIA DI FAME PEL MOMENTO; A TEMPO PIU’ OPPORTUNO AVRETE LAVORO E SOCCORSO.
Ma le anime veramente grandi e generose, gli amici veri dell’umanità e della patria, gli uomini elevati a qualche grado di potere da un movimento di rinnovazione e dal turbine sociale; hanno purtroppo, in questa nostra Patria redenta, generosi sensi di amor patriotico e ben conta filantropia; e però non havvi alcun sospetto che tener debbano un siffatto linguaggio col prossimo loro, coi loro più cari fratelli; né temer deesi punto che, ne’ duri casi di popolare urgenza, se ne stian eglino indolenziti ed inoperosi, o fatalmente diacciati ed indifferenti ai bisogni del popolo: avran più tosto costoro assai di coraggio e di fermezza, d’operosità e di solerzia, nella posizion nostra presente. Imperocché sanno ben eglino che si è oramai perduto abbastanza di tempo, e tempo prezioso pel popolo; né il tempo e tal cosa aa potersi vanamente od impunemente sprecare!
Non andrà guari impertanto, osiamo almeno lusingarci, che, sensibile il novello Governo al pubblico grido, a dar farassi si salutari ed energiche disposizioni, da por mano senza ulteriore ritardo al pubblico lavoro in Napoli, nelle province, dapertutto insomma: emaneransi almeno, lo speriamo di cuore e con fiducia somma, tali ordinanze da servire come pegno di buona fede e d’amore pel bene universale, ed esser con grato animo accolte dovunque, purché sappiasi però operar tosto e bene! Perocché la scossa e stata violenta e forte, di lunga durata ed opprimente; il popolo ha fame, e cerca lavoro ed occupazione; la scarsezza de’ viveri ha fatto soffrir molto, e molta miseria ha ingenerato, peculiarmente nelle masse popolari o plebee; la classe povera si è ammiserita d’avvantaggio, e gli speculatori audaci, monopolisti, rigiratori, tristi ed invidi della prosperità pubblica, si sono oltre modo arricchiti ed impinguati. Fa di mestieri adunque che si dia ora un’occhiata al popolo languente ed oppresso, sfinito di forze, smunto di danaro, privo di mezzi, esausto d’ogni avere e fatalmente colpito da lunga miseria; fa ora pur d’uopo che si prendano in considerazione, con carità veramente cristiana e fraterna, gl’interessi più sacri delle povere masse, duramente gementi sotto il peso di tante sofferenze e di tanta inopia; e necessario infine che si propaghino i mezzi di circolazione, vantaggiosa sempre al commercio e all’industria, che, come acconci veicoli dell’agricoltura incoraggiata e promossa, non mezzanamente aumentano il valore de’ suoi prodotti, e concorron pur anche assai validamente al generale benessere. Per cotal guisa, dandosi opera d’avvantaggio che il rappresentante universale d’ogni cosa agevolmente circoli per tutti i punti del nostroReame; promovendo direttamente e per indirette vie, in una sfera sempre d’attività perenne, le professioni tutte e d’ogni generazione i mestieri, le arti, le industrie; dando un eterno bando altresì a non pochi pregiudizi, inceppanti la prosperità ed il sociale vantaggio, e che regnan tuttora in questo nostro paese, promuoverassi in un modo incalcolabilmente crescente il napolitanoincivilimento, ed assicurerassi a un tempo una specie di popolarità nazionale all’era novella di costituzionale risorgimento. —
Un altro grido di malcontento elevossi pure in questi ultimi giorni, per parte degli oppressi ed infelici emigrati, che trovansi deplorabilmente confinati in diversi punii del Regno, ed in esteri luoghi per anco, e che pietosamente reclamavano una novella amnistia, dopoquella assai ristretta ed insufficiente che avea preceduto la già concessa e pubblicata, Costituzione. Alla nuova del divulgato Decreto dell’amnistia anzidetto, il cuore di quegli esuli sventurati erasi aperto ad una vivissima gioia, forte, lusingandosi di essere stati già pienamente pagati loro fervidi voti; e però corner ansiosi a leggerne l’espressioni con un lusinghiero e fallace con suolo. Purtroppo deluse speranze, vana ed ingannevol bramosia! l’assoluzione ed il perdono Sovrano procedente da un cuor generoso e veramente paternale, non era punto sì ampio ed esteso da comprendervi eziandìo quei sciagurati detenuti; perocché non eran richiamati in patria che gli emigrati dal 1830in poi. I liberali per seguenza del 1820, essendone stati espressamente esclusi, eran impotenziati affatto a rivedere e salutare la rigenerata lor patria, a premere contro i loro cuori i dolci concittadini e fratelli.
Qual alto od arcano motivo avesse mai potuto dettare quella dolente ed afflittiva eccezione l’ignoriamo dell’intutto. Sappiamo nondimeno chi sono gli emigrati di quell’epoca trista e malaugurata, e che cosa han fatto od intrapreso da quel tempo in poi. Un gran numero di costoro, dopo di essersi on la fuga provvidenzialmente sottratti a’ più atroci supplizi che voleansi infligger loro, pervenner direttamente in Ispagna. Non guari dopo, scoppiò colà una guerra intestina per parte dell’esercito e de’ liberali contra il popolo, incivile fautore dell’esecrato assolutismo. Continuaron quindi quei prodi a combattere di gran valore per la difesa della santissima causa nelle file dell’estera legione. In cotal guisa, pel giro di diciotto mesi, od a quel torno, duraron costoro le più gravi fatiche ed i più orribili stenti. E quando il Duca d’Angoulème intervenne alla testa di centomila combattenti, dopo averlo per lo spazio di due anni coraggiosamente combattuto, furon tradotti in Francia prigionieri di guerra. Colà l’occupazion loro di tutti i giorni, la lor cura di tutte le notti, fuesclusivamente quella della patria rigenerazione. Ma impotenziati allora a far cosa veruna, nulla potendo tentare e conseguire con felice successo, attesa la condizion trista e calamitosa de’ tempi, aspettavan con pazienza il momento più acconcio ed opportuno per agire, combattere, trionfare.
Néper molti, in effetto, di quegl’intrepidi liberali presentossi invano l’occasione di pugnare e sparger financo il proprio sangue per l’indipendenza di estere Nazioni. Taluni di essi corserratti nella Grecia, e cooperaron forte al buon successo di quella guerra generosa. Nelle tre famose giornate di Luglio del pari, la Francia ribellata non mancò di averli in mezzo alle file de’ combattenti. E dopo il trionfo della rivoluzione, fidando altamente nel principio di non intervento proclamato dal Parlamento francese, si fecer ad organare un piano generale per l’indipendenza italiana, e dalla frontiera della Savoia e dalla Corsica tentaron invadere l’Italia con altissimo disegno di porger soccorso alla causa liberale; ma tradilli poscia il ministero francese, e quei miseri espatriati subiron in Francia una persecuzione fierissima, e confinati vennero in varie città di provincia, sotto la più dura sorveglianza della polizia.
In questa guisa visser quegli uomini valorosi sino all’epoca consolante dell’attuale risorgimento italiano, sempre travagliati ed oppressi, infelici sempre, e vie più caldi amici della sacrosanta comun causa. E chi di costoro rimaso in estere contrade, chi reduce nella patria, chi sbalzato in un punto e chi confinato in un altro, tutti calorosamente han contribuito al risultamento glorioso del 29 Gennaio. Per qual ragione adunque i liberali del 1820 non dovean esser ugualmente amnistiati? Perché non dovean anch’eglino, in questi giorni di allegrezza e di comune esultanza, godere nella cara patria il sospirato frutto delle loro lunghe sofferenze, il prezioso frutto inaffiato col proprio sangue? — Si fecer quindi unanimemente a scongiurare quei mesti proscritti il novello Ministero con ferina fidanza di veder emendato l’inescusabile errore, siccome proclamavan costoro, e forte sperando che non volesse mostrarsi sì poco amico del governo costituzionale, tenendo ancor lontani coloro che non mezzanamente contribuirono alla restaurazione italiana.
Ben altri reclami; più commoventi e patetici, più luttuosi e toccanti, era ancor dato sentire al nostro magnanimo e generoso Sovrano; i pietosi reclami de’ miseri detenuti o condannati nell’isola di Tremiti. Tristo a dirlo e a pensarlo! e molto più tristo e più duro ad esser paranco costretto a consecrar cose in queste poche pagine di cittadina storia, ch’esser dovrebbero coverte di eterno obblio!….
Per qual grave misfatto quelle povere vittime, sacrificate in gran parte alla capricciosa e bizzarra polizia de’ tempi tracorsi, star dovrebbero condannate d’avvantaggio in una estranea ed arida terra? perché relegarle in uno sterilissimo suolo, dalle tante scelleranze appestato e corrotto, che la malizia e la malvagità di taluni impunemente vi esercitano? E fia mai vero che il grido dell’umanità languente; dell’oppressa e degradata natura giugner non possa o non debba sino al piè del Trono, mentre variati e moltiplici esempi di generosa clemenza, di largizioni paterne, ci ha dato sinora il nostro magnanimo Re, nel breve giro d’un mese? — Una prova siffatta di grandezza d’animo a pro dei cari suoi figli, anima il cuore di quei derelitti e schiude loro la via alla più dolce di tutte le speranze, il conseguimento della cara libertà,
L’orribil peso d’una condanna, capricciosa od arbitraria talvolta, fatalmente da taluni di quei miseri ricevuta, li facea comprender nel novero di quell’indomita ed abbrutita gente. Ansiosi di scuotere il giogo assurdo e crudele, cui dovean subire ne’ tempi decorsi; dal desiderio vinti di voler infrangere la cinta catena ed aprir libero al cielo il represso respiro; pienamente ignari della lor sorte futura, e di tutto ciò che restava loro a soffrire, deliberaron in fine quei meschini a confessar quei delitti che non avean punto commesso, e che strappare voleansi ad ogni costo dalla loro propria bocca: fu questo un delitto in apparenza, ed una pena nel fatto; apparver quindi nella società con l’ignominiosa divisa di rei, e dovean per seguenza scontarne rigorosamente il fio.
Quanti giovani lontani da’ loro congiunti, dalla patria, dall’educazione cittadina, dalla generale esultanza? Con qual cuore, con quali esempi, a quale scuola d’immoralità e di vizi si allevaron mai costoro? Aumenteranno gli anni con le sviluppate turpezze e con la depravazione del costume, con le scelleranze e con le brutalità mostruose!
Un’altra classe più sventurata di esseri aumenta pur anche la squallida oppressione di quell’orrida e contaminata terra: venian costoro imputati, o, direm meglio, calunniati per qualche trasognato delitto; spingeasi innanzi un processo, e mancavan di prova, o di elementi di prova, i pretesi reali: ciò nulla montava; eran costoro ancor rei; chi accusa od incolpa, chi calunnia o querela non fatta: innocenti per la giustizia criminale, rei per la giustizia politica, o più tosto per l’ingiustizia della passata polizia…
Giustissimo Iddio! pur troppo quei miseri li confessano ed adorano nella tua somma giustizia: son divenuti, e vero, quasi selvaggi o barbari, ma li raccoglie ancora una terra, ancora un raggio di lusinghiera speranza gli alimenta e conforta; son eglino reietti e scherniti, vilipesi ed oppressi, anzi allo stato di estrema disperazione ridotti, ma le loro mani non fumano d’un sangue innocente, son dolci e tranquilli i loro sonni, il loro cuore non palpita di atroci rimorsi; e l’esecrazione d’un pubblico intero non cade punto sur essi; su fabbri sì bene del loro destino tristissimo.
Sventurati e infelici! quante volte non han mormoralo i rigori ad Cielo, perché non teneali in ¡stato di mediocre fortuna! Allora la condanna e l’esilio non gli avrebbe sì duramente colpiti. Quanti delinquenti e quanti rei d’ogni generazione di colpa, a forza di corruzione e di rapporti, di maneggio e d’intrico, hansaputo sottrarsi a quella lenta agonia di tenebroso inferno e di morte! Ma erano di condizione misera quei voluti ribaldi, e però fuor d’ogni speranza di esser protetti e salvi; e tanti felloni non di meno, gravati di nequizie e di scelleranze, di enormi concussioni e soprusi, respirati l’aura di libertàe di contento. Néconcepiscon invidia per costoro; senton forte il desiderio soltanto d’averne almeno uguale la sorte.
Non v’inorridite, o miei Cittadini, nel sentire questo sfogo innocente di doglianza e di affanno; e l’espressione spontanea ed istintiva del più acuto dolore che preme disperatamente più d’un cuore sensibile. Risguardati sono quegli esseri sfortunati come i più infami e più malvagi della terra; la condizione del luogo che ve gli accoglie e comprende n’è prova di fatto. La sventura od il caso gli unisce, e tosto l’insinuazione del male, il contagio della corruzione, il soffio dell’immoralità, il veleno della depravazione contamina l’uomo, paralizzai! compagno, corrompe e travia l’amico di sciagura.
In quella terra di desolazione e di lutto, non havvi civile istituzione che possa umanizzarli e renderli migliori; non pubblica o privata, censura da tenerli a freno e sottrarli al delitto; non pratiche cittadine che possano dar loro la più superficiale lezione, il più passaggiero esempio di civili virtù o di sociali maniere: colà tutto è solitudine, tutto è abbandono, tutto ispira corruzione ed orrore; l’ozio mortale che regna, la mancanza delle utili ed avvantaggiose occupazioni, la privazione dell’industria e del commercio, son esca e fomento ad ogni concepibile nefandezza….
E più d’ogni altra cosa, li tormenta e martella la cruda fame! Chi può mai comprendere in tutta l’estension sua il significato e la forza d’un sì orrendo vocabolo? il solo famelico. — Il nostro provvido Re avea fatto loro assegnare un cotidiano sussidio, una sussistenza conveniente ed acconcia alla posizion loro infelice; ma era d’uopo, per lo avverso, che gli smerciatoci delle alimentari sostanze colà stabiliti, finissero di spogliarli ignudi, affine di accrescer ingordamente le loro sostanze, e compiere a spese di quelle vittime infelici il periodico tributo promesso ad una branca di politiche Arpìe, che accordavan loro protezione e favore.
Le leggi penali hanno stabilite provvide pene uniformemente ai gradi di reati o di delitti d’ogni generazione; quel codice di leggi e tutto filosofico e profondamente ragionato, pieno di lume e di saviezza, di equità e di giustezza; in esso e patente e visibile il progresso delle più incivilite nazioni europee; la gradazione delle pene di polizia, correzionali, criminali, è, eminentemente giudiziosa ed umana. Intanto chi di costoro si trova colà sbalzato e punito per via di condanna? Ben pochi. Tranne questi, tutto il rimanente e vittima della calunnia e della prepotenza, del rigiro e dell’intrico.
In questo stato di cose, fuvvi più d’un’anima benefica che generosamente pregossi ad atti di comune intercessione pel bene di quei miseri non solo, ma di quanti altri infelici espatriati rinvenivansi in diversi luoghi del Regno, ed al di fuori ancora. Il cuore del clementissimo Re ch’èavvezzo a sentir altamente, ne ha inteso i reclami e le intercessioni pietose; la sua sensibilità si è scossa; palpitò il suo seno; e, squarciata la benda indegna del politico mistero, trionfar facendo la giustizia, schiudendo un’era più felice e più gloriosa, covrendo d’impenetrabil velo il poetato, deliberò con un atto generoso di sovrana clemenza di trarre un numeroso stuolo d’oppressata gente a libertà, civile.
E però dopo di esser proclamata e sanzionata in pubblica forma la costituzione politica della Monarchia, volendo il Sovrano estendere Febbraro a decretar fessi siffattamente:
Art. 1. L’azione penale per contravvenzioni e per delitti inferiori a questo giorno e abolita.
Art. 2. Le pene di polizia e le pene correzionali, applicate per contravvenzioni e delitti con sentenze o decisioni divenute irrevocabili prima di questo giorno, sono condonate.
Art. 3. Le pene criminali applicale con sentenze, o decisioni già divenute irrevocabili ad individui che attualmente si trovano nei luoghi di restrizione,, sono diminuite d’un grado.
Art. 4. Nel caso di più pene, cumulate a carico di uno stesso individuo, la diminuzione conceduta col precedente articolo e limitata alla pena che nel giorno di questo Decreto il condannato sta espiando.
Art. 5. Non sono compresi nell’indulgenza conceduta co’ precedenti articoli i giudicabili ed i condannati per reati in materia di falsità di moneta, di carte, bolli e suggelli Reali, compresi nel libro II. titolo V. capitolo 1. 2. 3. delle leggi penali, per calunnia, falsa testimonianza, e subornazione di testimoni, per malversazione e per altri misfatti di persone in carica, compresi nella classe di abusi di autorità, riportati, nel libro II titolo IV, capitola IV dette leggi penali per furto qualificato per violenza, e per ricettazione di oggetti furtivi da tal reato pervenuti; per misfatti militari; e per recidiva da misfatto a misfatto.
Grazie a si provvidenziali disposizioni provvenienti da un Re magnanimo e generoso, respiraron tosto aure di pace e d’individual libertà non pochi detenuti ed oppressi, che o gemevano innocenti in oscure prigioni, la generale esultanza in tutti i luoghi di detenzione e di pena, in data del 17 ò dal seno della propria famiglia e crei la cara patria eran dispoticamente rilegali in estranea terra. Primi a partecipare delle sovrane indulgenze, furon tutti coloro che per fatti di opinione si eran ‘resi tanto famosi ed immortali in questi ultimi avvenimenti politici del nostro Regno. De’ più valorosi liberali della Città di Reggio, chi ottenne la tanto sospirata libertà, chi fu promosso a cariche civili od amministrative, chi riscosse da per tutto general i applausi, chi venne portato come in trionfo per le pubbliche vie, chi con grandezza d’animo e profusione di cuore accolto e festeggiato nelle case più ragguardevoli de’ nostri generosi napolitani. E con Decreto del 22 marzo 1848, il tanto valoroso e prode D. Giovannandrea Romeo dell’anzidetta città fu nominato Intendente della Provincia di Principato Citeriore.
Quella sovra tutto, che richiamò l’attenzione dell’universale, e che meritò le più cordiali accoglienze de’ personaggi più esimi e distinti di questo paese, fu senza dubbio l’ornatissimo Canonico Pellicano, il quale interessato venne peranco dal Re a predicare, in questi passati giorni, nella Chiesa dello Spirito Santo, sul dilicato ed interessante subietto del novello regime costituzionale. Indirizzò egli, in effetto, la sua coscienziosa parola ad immenso uditorio, e fu pur bello l’udire gli accenti liberi e franchi del vero, istintivamente manifestati dall’apostolo della libertà e della politica restaurazione. E vuolsi pure sperare che continuerà egli con generosi sforzi a predicare ed insinuare a’ cittadini tutti, che la vera unione, l’ordine pubblico, il rispetto alle leggi ed a’ novelli Magistrati ingenerano la nazional forza e la maggior libertà civile.
Pel valore in gran parte di questo rispettabil Canonico levossi la Città di Reggio, siccome accennammo altrove di passaggio, a novelle e più lusinghiere speranze; ma l’agitazione cd il fervor popolare rimanean soffocati pur troppo dalla material forza che frapponeasi tra il popolo ed il passato governo. Quindi tra’ più prodi e con l’esempio e con la parola incitar seppe Pellicano la sua patria a pacifiche dimostrazioni, altamente reclamando il beneficio delle leggi fondamentali e delle consolanti riforme, come garanti della già preparata rigenerazione nazionale. Nétemé allora costui d’affrontar pericoli e di sormontare poderosi ostacoli; impavido sempre, per lo avverso, sempre forte e costante, consacrò sull’altare della patria tutto il suo pingue patrimonio, la sua stessa persona pur anche, istruendo e consigliando che le Calabrie si appalesasser rispettosamente nelle loro generose vedute, comunque armate e disposte sempre a combatter di grandissimo valore pel comun nostro riscatto. Fu egli allora abbattuto e vinto, ma la sconfitta fu per lui più onorevole della vittoria momentaneamente riportata da’ suoi persecutori, perché non contaminata da reità veruna, e perché amò meglio succumbere alla necessità fatale, che concitare i popoli a civilguerra ed a strage, o promuovere i mali del più assurdo anarchismo. Se venner compri, in quei tempi di crisi, infami sicari per ¡sgozzare cittadini onorati e dabbene, attender dovransi non solo l’esecrazion pubblica, ma un legale giudizio in rigor di legge e sotto la vigilanza di magistrati preesistenti ed incorrotti.
Raggiunto finalmente, quando al ciel piacque, l’altissimo scopo, furon franti i suoi ceppi, rotte ancor le catene de’ suoi valorosi commilitoni, e si ebber patria e libertade a un tempo. Né solamente costoro, ma tutti i loro compagni di sventura altresì, che forte pugnarono per la comun causa santissima, respiraron infine le aure soavi della civil libertà, e provaron tutti l’inconcepibil diletto di rivedere la cara lor patria.
Se havvi in noi sentimento che invincibilmente ci spinga verso un centro sensibile e forte vi ci appicchi; se sentesi l’uomo noti mezzanamente affezionato a qualche punto della terra, in forza d’un naturale legame, d’un sentimento possente ed ammirabile; quel comun centro e la PATRIA,e quell’istintivo od arcano sentimento e il dolce amor di PATRIA LIBERTA’. E compongono la patria quei cari luoghi in cui abbiamo la prima volta veduta la luce, dove le nostre dilette genitrici hanno avuto cura della nostra infanzia, dov’elle ci trasmisero le consolanti tradizioni che rannodano le generazioni viventi a quelle che son già travarcate ed a quelle che succederanno; i luoghi in cui abbiam sentito la forza d’amore, in cui abbiam sofferto pur troppo; lo scoglio della nostra spiaggia; l’antica quercia piantata da’ nostri antenati; il tetto di paglia o di marmo, dove fu la nostra culla, dov’è l’ereditaria tomba, dove i nostri avi ci aspettano nel ferreo sonno di morte.
La patria! sono le gloriose memorie ch’ella ci offre tuttodì, le ceneri de’ nostri maggiori, i geni tutelari, la favella, i costumi, le sacre leggi che rendonci sotto la lor ombra lieti e felici, le savie istituzioni in forza di cui siamo stati educati, il sudore che la stessa patria ci costa, Io splendore che ne abbiam tratto, l’aria che vi abbiam respirato, il terreno da noi tante volte calpestato, le mura che ci hanno accolto, i sassi, i campi, le siepi che sono stati sovente muti spettatori de’ nostri fatti, di tutte le nostre imprese. La patria! ella è la terra natale, in una parola, che tutti i cittadini, gli abitanti tutti hanno interesse sommo di conservare, e cui verun di essi abbandonar punto non vorrebbe; poiché sì volonterosamente non si abbandona il proprio riposo, la propria gloria, la propria felicità, a meno che circostanze fatali irresistibilmente non ci obblighino a contrarie e violente determinazioni.
Gloria, trionfi, onori, amici, parenti, famiglia, il sacro nome di PATRIA tutte in sé comprende queste idee, e tutto le si sacrifica generosamente, financo la propria esistenza; poiché la ruina della patria trae seco irreparabilmente la perdita di tutti i beni, ond’ella ci assicura il legittimo godimento. Una volta acceso questo nobil sentimento, desto una volta il dolce amor di paria, più non si spegne negli umani pelli; questo celeste fuoco, vivo tuttora si conserva sotto le ceneri della ricordanza. Migliaia d’individui oppressi, che strascinavano una meschina esistenza in lontane terre, in mezzo alle ruine d’un aridissimo suolo, tra gente strana ed ignota, esclamavan col sentimento del dolore e della pietà: La nostra cara patria! quando fia mai che rivedrem noi la dolce e diletta patria! Esiliati gl’infelici dalle patrie mura, erranti di paese in paese, di contrada in contrada, nudriti di obbrobri e di persecuzioni, trovavan almeno qualche ombra di consuolo nelle loro coscienziose memorie; e non udivano senza gioia, senza felice commozione e senza forte intenerirsi, il dolce nome di patria. E molti di costoro esclamavano: Potremmo abbandonar noi il nostro paese, le nostre leggi, i nostri concittadini, i nostri cari fratelli, per salvare i quali siam qui spinti a penare e morire?
E però, nel loro allontanamento fatale, via più si accendeva e faceasi vivamente sentire ne’ loro cuori afflittissimi l’amor di patria libertà, per farne l’orrendo ed eterno supplizio. Sentivan costoro tutto ciò che avean allora realmente perduto; maledicevan allora la crudeltà degli umani destini. Il giorno e la notte, il mattino e la sera, i prati e le colline, i ruscelli e le valli, i fiori e le messi, ì frutti e le brine, i lidi e gli scogli, tutto rammenta all’uomo dell’esilio e della sventura ciò che ama, ciò che ha di più caro, e ciò che ha fatalmente perduto. Qual trista esperienza, qual prova crudele, individuale, continua, non ci fa tuttora concepire ed emetter fuori dal cuor nostro un cosiffatto sentimento!
L’infelice, che vedesi lungi sbalzato dalle patrie mura per solo motivo di politiche opinioni, tutto s’attrista e sen duole, tutto si cruccia internamente e dassi in preda ad un disperato cordoglio che gli preme aspramente il cuore. Egli è forzato a viver in mezzo a stranieri interessi, in mezzo ad altri individui, in odio forse a sestesso, cui l’abbandono involontario del proprio paese affligge, o le proprie sventure colman di tristezza e di lutto. Ravvisa talvolta nemiche braccia, mani ostili e crudeli arrotare i ferri micidiali contra la sua patria, contro gli sventurati compagni}contra gli oppressi o traditi fratelli, e sarà impotenziato a difenderli, a morir anco per essi. Ei vive, ed i suoi dolenti genitori gemono nelle miserie e nella desolazione da un canto, ed egli dall’altro mena del continuo la morente sua vita nel tutto e nell’abbandono; ei vive, e de’ suoi più dolci e cari pegni di filiale affetto, chi e già disceso nella tomba, e chi sta presso a discendervi; ei vive, e gli autori della sua vita, giunti all’orlo del sepolcro, profferiscon più volte, quasi balbettando in dimezzato linguaggio, gli affettuosi nomi de’ cari Egli, ma dal labbro di questi più non udranno pronunziare né avvicendar giammai quelli di tenero padre, d’amorevol madre; egli esiste, ed agli organi immediati della sua esistenza incanutiscon sulla fronte i capelli, e nullo conforto vien prodigato al penoso lor vivere, e il figlio lontano, l’esule sventurato non puote aiutarli a morire, e da inflessibile volere di fato gli vien negata financo la dolce consolazione di assisterli nelle lor lunghe ed afflittive infermità… costoro intanto tramontano a questa terra di esiglio e di dolore, a quest’ostello di miserie e d’oppressioni, e vive questi i suoi giorni nell’amarezza e nelle angosce mortali, ed ecclissansi i suoi occhi nelle lagrime del tutto e della disperazione!
Da un solo pensiero occupato questo dolente figlio della sventura, il pensier truce di morte; lontano da ogni consolazione cd incapace d’ogni altra cura, che non sia quel la d’identificarsi tosto con le preziose reliquie di quegli esseri a lui più cari; mestamente assiso in riva al mare, volge scoraggiato lo sguardo ormai indebolito in mezzo ad un orizzonte senza confini, vi cerca ansioso il punto verso il quale e situato il suo paese, e ‘l calle che convien battere per ritornarvi. A un cotal e stato angoscioso e preferibile purtroppo la morte; eppure ei la respinge atterrito: morire, senza rivedere la patria, la superstite famiglia, i suoi più cari amici! morire, senza che dir possa a sestesso: Colà riposano santamente le ossa di CHImi ha dato quest’essere!… Un cosiffatto sacrifizio e superiore di assai alle forze umane. Gli uomini non dovrebber giammai imporlo agli altri uomini; non mai dovrebber sì spietatamente esigerlo da’ delinquenti; spegner loro più tosto la vita, che menarli lungi dal patrio suolo…. —
Hanno pure una patria gli uomini, che da savie leggi son governati, e non temon punto gli effetti delle arbitrarie violenze di barbari despoti, appo di cui la volontà capricciosa tien luogo di legge. Perché mai contrade un tempo ridenti e coltivate, sono adesso sì aride ed incolte? Perché si vuole assolutamente così; perché si crede che ogni tentativo d’immegliamento sarebbe affatto scempio di vantaggiosi ed utili effetti per la civil comunanza. E sin a quando accuserà l’uomo la sorte per tanti mali di cui è fabbro egli stesso? Fino a quando i suoi occhi rimarrai) chiusi al chiaro lume di ragione, ed il suo cuore alle insinuazioni della verità che gli si presenta dapertutto? —Uomini ingiusti, se non potete sospender il prestigio che affascina i vostri sensi, se il vostro cuore e incapace di comprender il linguaggio della ragione, interrogate almeno le ruine del passato, leggete gli ammaestramenti che vi danno le storie nostre.
Quante volte le nazioni osservan rigorosamente le leggi dell’umanità, e dirigono saggiamente le masse, o moderano con diligente cura i loro destini, forse il moderator sovrano d’ogni cosa turba l’equilibrio morale o politico de’ governi per ingannare la loro prudenza? svelle forse le messi che l’arte fa germogliare? devasta le campagne popolate dalla pace? rovescia le Città o le Capitali cui le arti e ‘l commercio rendon fiorenti? asciuga forse e dissecca le sorgenti utili all’industria ed all’economia sociale? Se grandi paesi trovansi ridotti in solitudine, se ridenti contrade veggonsi annientate e distrutte, fu la mano di colui che tutto può, o quella dell’uomo, che rovesciò le loro mura, ne distrusse gli edilizi, ne fè crollare financo le fondamenta? fu il braccio dell’Onnipossente, o quello dell’uomo che portò il ferro ed il fuoco, la strage ed il sangue, la desolazione ed il lutto nelle città, e nelle campagne, ne’ paesi e nelle famiglie?…. Allorché la guerra civile miete barbaramente gli abitanti, se rimane nna Provincia spopolata e diserta, è forse il volere dell’Eterno che in siffatto stato la riduce? èil suo furore, o quello de’ suoi rappresentanti e ministri che siffattamente la flagella? È il suo orgoglio, o quello de’ moderatori de’ destini degli uomini ch’eccita micidiali guerre ed esterminio ferale d’immensi cittadini? sono le sue passioni, o quelle dei grandi della terra, che, in diverse guise e sotto svariate forme, tormentan gl’individui ed opprimon i popoli? —
E voi intanto rimanete oziosi e indolenti, o freddi contemplatori dell’umana perversità! Per prezzo di tanti delitti impunemente commessi dal tenebroso GENIO delle più inaudite scelleranze, che or più tra noi non esiste, sarà pur d’uopo che chiami l’Eterno a novella vita i lavoratori ch’egli svenò, i cadaveri freddi e disseccati che rinvennersi ancora ne’ ceppi in fondo alle sue catacombe infernali, che rianimi tante vite al suo dispotico furore barbaramente immolate? — Ma vendicocci però con usura il cielo! itormenti della propria coscienza, il rimorso del male già fatto, l’idea terribile della sua situazione presente, l’esecrazione ed ignominia dell’universale, l’aria financo che respira, tutto gli sembra portare la nera impronta di ciò che egli e realmente. —
E ci sottrasse pur anche l’Eterno al non men tristo flagello d’un altro fello e reo personaggio che, compagno fedele e socio carissimo alle ribalderie del primo MOSTRO abbattuto, gli fu compagno e collega eziandìo negli stessi casi di sventura. Un cotal Monsignore D. CELESTINO COCLE, la cui storia esecranda fia meglio covrire d’obblivione profonda, per la ragione che
HORRENT AURES AUDIENDO EA CRIMINA PATRATA!
vergognosamente fuggiasco da questa Capitale, al primo annunzio della caduta fatale del suo perfido protettore ed amico, non men che al rumore propalatosi dapertutto di essersi già sventate le inique sue trame, il suo tradimento orrendo, i suoi abbominevoli delitti, erasi rifugiato ed ascoso nella vicina terra di Somma; donde snidato alle grida allarmanti d’un popolo mosso a giustissimo sdegno, erasi ridotto di furto a Castellammare, e propriamente nel palazzo del Vescovo di quel luogo. Quel popolo altresì, fatto pienamente istrutto del suo arrivo e del suo clandestino soggiorno colà, levossi ratto a tumulto, si munì d’armi e di sassi, e, corrivo ad irrefrenabil furia, minacciava di spegnergli la vita. Vi accorse però immantinente la Guardia Nazionale accompagnata dal Sottintendente, e lo sottrassero per avventura a quel furor popolare. L’indomani finalmente, 6 Marzo del 1848, il vapore NETTUNO, Comandato dal sig. Salinas, trasportava in Malta per ordine Sovrano quel ECCELLENTISSIMO PRELATO…. —
Giunti finalmente alla meta i voti comuni di tante sventurate vittime, barbaramente sacrificate al dispotico volere di quell’abbattuto mostro, infranse d’un sol colpo il nostro generoso Sovrano le loro catene, e fu bastevole una sola parola perché uno stuolo immenso di proscritti fosser ritornati a libertade ed a vita civile, in mezzo alla pubblica esultanza de’ loro concittadini e fratelli, e perché divenisse egli stesso il provvido salvatore di tutto il nostro Reame, già preparata e disposto ad un miglior avvenire.
Ed e pur grande senza dubbio la consolazion nostra nel pensare, che i nostri redenti fratelli stiansi non mezzanamente cooperando, d’accordo col novello Ministero, e col nostro savissimo Re, a sottrarre gl’interi popoli napolitani all’abbrutimento ed al l’ignominiosa servitù, con elaborate leggi d’irretrattabili garantìe; che tutte le amministrazioni dello stato saranno avvedutamente immegliate, ed in forza delle loro rispettive leggi organiche, e coll’intervento di uomini probi ed eminentemente illuminati; che le Province, i Distretti e le Comuni non più amministreransi da un sol uomo capriccioso, e nella guisa orientate; che eligeransi le municipalità, e verran quindi i popoli governati moderatamente, e liberamente protetti; che il potere de’ Regi Giudici e degl’Intendenti sarà non mezzanamente frenato; che la legge elettorale sarà per provvedere a un tempo all’ordine pubblico, e farà onore alle proprietà intellettuali; che tra i corpi di Armata, tra’ negozianti, tra gli uomini di lettere e di scienze, tra le accademie Reali e le Università, essendovi non pochi individui oltremodo forniti di eminenti cognizioni teoretiche e pratiche, pieni di patriottismo e di vera filantropia, saran questi prescelti e compresi tra gli eligibili alla rappresentanza nazionale; che provvederà il Parlamento a far rientrare ogni cosa sulle vie del progresso, mettendo in armonia le antiche nostre istituzioni, a noi tolte da invasione straniera, con gli attuali bisogni dello Stato; che leggi particolari discusse nello stesso Parlamento regoleranno le provviste e promozioni di Magistrature e di Uffiziali d’Armata; che la stampa sarà libera e refrenata soltanto dalle leggi penali, ma non impedita da qualunque autorità, a segno da non dover temere che i soli perversi; che l’accordata Costituzione sarà sempre un vantaggio nazionale, e non già un appoggio al fellone, uno scudo al ribaldo ed al misfattore; che un densissimo velo sarà posto sugli antecedenti politici, anzi che sulle ruberie e sur altri misfatti di peculato o di omicidi senza forma di processo; che raddodoppierassi infine di cure e di sforzi, affinché le garantìe nazionali non tramutassersi in protezione di facitori di misfatti, e non s’incominciasse dal violar la Costituzione, col far tacere pe’ potenti le leggi, o col farle rimaner sospese e scempie affatto di esecuzione.
Come mai, in effetto, far rimanere impuniti ed in carica tanti magistrati indegni e corrotti, venali ed ingiusti, che hanno seviziato tanti esseri sventurati, che han fatto spegner la vita a molti cittadini, senza forma di processo e senza Giudizio; che si son fatti doviziosissimi per via di malversazioni, e di progettati lavori, ma non mai incominciati od eseguiti; con la vendita di cariche pubbliche, e con ignominiosi furti di comunali beni?… E non dovrem poi esultare di gioia nel solo riflettere, che ogni cosa andrà a rientrare nell’ordine; che ulteriori scene di sangue, di corruzione e di terrore non saran più riprodotte; che ne saranno severamente puniti e perseguitati gli autori; invalidati i titoli fastosi ed aristocratici, aboliti gli ordini cavallereschi, e rese nulle tutte le odiose distinzioni accordate nella discordia civile; che lenostre garanzie saranno effettive, e non più dipendenti dall’altrui cieco volere; che la nostra Guardia Nazionale, in miglior modo organata, servirà loro di saldo sostegno ed appoggio; che tutte le diverse amministrazioni dello Stato saran poste d’accordo e fatte omogenee col novello ordine costituzionale, tanto per le leggi ed i regolamenti, quanto per le persone che sono inseparabili dalle stesse garanzie; che la Consulta peranco sarà assorbita dal nuovo Consiglio di Stato, e che questo sarà eletto dal Re sulle terne degli Elettori provinciali; che saranno infine instituite Cattedre di diritto costituzionale in Napoli e nelle Province, affine di guidar meglio la pubblica opinione in partiti moderati, ma nazionali, energici, forti e saggiamente acconci a preparare una Camera di deputati che fosse accomodata alla condizione de’ tempi?
Ed osiamo veramente sperare, che nella prima Sessione legislativa avransi a trattare le più ardue e malagevoli quistioni interne e di diritto internazionale europeo. E però fa d’uopo consolidare questa grand’opera senza ritardo; ma, indipendentemente da un buon Parlamento, da salutari e savie leggi, dalla ferma fidanza nell’opinion pubblica, sarebbe assai vano il tentarla; perocché i nostri interessi sono ormai solidari ed intimamente appiccali a quelli degli altri popoli d’Italia, che, sotto la guida e direzione dei magnanimi Principi italiani, sono avviati sullo stesso calle di ordine e di libertà, di pubblico vantaggio e d’italiana indipendenza.
Mentre cosiffatti voti andavansi ferventemente volgendo nel cuore di ciascun cittadino, e cotal i speranze avean luogo fermamente nell’animo di tutti, un annunzio ufficiale facea noto al Pubblico napolitano, che nel giorno 24 di Febbraio del 1848 doveva aver luogo l’augusta ed imponente Cerimonia del Giuramento solenne, riguardato dall’intera Nazione come sicura guarentigia e religiosa consecrazione alle costituzionali riforme. E però, se la religione de’ potenti non suol essere comunemente che il potere e la materi al forza; se parecchi di costoro, in tempi di ferocia e di barbarie, nel giurar fede ai popoli, appressavansi all’altare della tremenda ed eterna Giustizia col tradimento nel cuore e con la maledizione del cielo sulla fronte; se il nome dell’Eterno, cui indegnamente profferivano, osavan costorofar complice della loro nera perfidia; se nello stender la mano sul Vangelo, obbliavan quella che aveva anticipatamente segnato la loro condanna; assai ben diverso da un giuramento sì nefando ed infame fu quello già prestato in tal giorno da Ferdinando II nel Tempio augusto di S. Francesco di Paola.
Dinnanzi a coloro, che sanno quanto sia calda e verace la fede nel cuore del Re, aveva egli giurato la Costituzione sin da quando la proclamava nel nome dell’Eterno, cui solo è dato di leggere nel profondo de’ cuori, e ch’egli invocava a Giudice della purità delle sue intenzioni e della sua coscienziosa lealtà. Quest’atto sovrano intanto venne pur troppo adempiuto nel modo più solenne ed imponente. Il saluto de’ castelli invitava i cittadini tutti a goder della solennità più lieta e più memoranda per la nostra Nazione. Il cielo stesso peranco, dianzi sì fosco ed ammantato di nere nubi, e divenuto poscia sì tranquillo e sereno, parea che volesse mescere il suo sorriso alla comune esultanza, e giugnere maggior ornamento alla festosa cerimonia, ornando de’ più bei raggi del sole questa nostra contrada.
Non men gradito spettacolo offrivan poi allo sguardo universale i Reali Legni a vapore che trovavansi in rada, del pari che i legni inglesi e francesi, che, facendo eco al nazionale tripudio, aveano sventolato il costituzionale vessillo. Sulla gran piazza del Palazzo Reale dodici Compagnie scelte dei battaglioni della Guardia Nazionale a piedi vedeansi schierate in doppia fila, dalla Reggia al Tempio anzi detto, per fare nobil corteggio alla Reale Famiglia. La Nazional Guardia d’Onore a cavallo, la Guardia Nazionale a piedi, e quelle tra le Reali Milizie di terra e di mare, eran ivi rappresentale da diversi drappelli di tutti i Corpi, con le rispettive bandiere e con la banda musicale.
Il resto poi della piazza era tutto ingombro e gremito d’innumerevol popolo; pieni del pari di molta gente i balconi de’ Reali palagi; tutti occupati da ogni generazione di persone i portici di quel grandioso edificio, che nel giro delle sue magnifiche logge appariva allo sguardo come gigantescamente ornato di mobili ghirlande di uomini sino alla sommità della cupola. Né diverso spettacolo appalesavasi nell’interno, le cui cappelle, le tribune e le ringhiere, infra il variato novero de’ nostri concittadini, comprenderán anco un immenso stuolo d’italiani e stranieri, cui era dato essere spettatori d’un sì grand’Atto, che rende in gran parte famosi gli annali della nostra patria storia.
Il Real Trono ed una provvisoria tribuna accoglievano il Re e la Regina co’ Principi Reali, la Regina Madre, le Reali Principesse e l’Infante di Spagna D. Sebastiano. Miravansi poscia ordinatamente disposti il Corpo Diplomatico, i Ministri Segretari di Stato, i Direttori delle Reali Segreterie e Ministeri di Stato in attività, la Real Camera con le Dame della Real Corte, i general i dell’Esercito di terra e dell’armata di mare, il Consiglio di Stato, e gli Ordini, giudiziario, scientifico ed amministrativo. Non ci facciam qui punto a descrivere le altre più minute particolarità d’una cerimonia sì sontuosa ed eminentemente nazionale, perché note pienamente fra noi; ai lontani ed ai posteri èbastevol solo accennare, che verun altra regal pompa e stata qui finora più splendida e più imponente a un tempo.
Celebrata la Messa, il Re e tutti gli altri levaronsi in piedi; un silenzio profondo regnava nel Tempio pronunziò allor egli ad alta voce la consueta formola del sacro giuro; i sensi più alti di religione, i più grandi affetti che muover possano un Padre il quale consacra per sempre la prosperità della sua rigenerata famiglia, eran pinti sul volto del nostro Monarca, in quel momento d’ispirazione sublime ed istintivamente profonda ch’ei giurava inviolabil fede alla napolitana Costituzione. Profferì costui il giuramento con voce sì ferma e sì vigorosa, che venne dà tutti distintamente ascoltata; e le solenni parole, che dall’intimo cuore fuor muovevan per le labbra, furono nel cuor di tutti indelebilmente impresse. In quel momento, fu estrema l’universal commozione, non ebbe più limite il sentimento di grata riconoscenza verso un Re sì magnanimo e caro. L’intervento della Maestà dell’Eterno, visibil per fede, e non per occhio mortale, la magnanimità del Sovrano, la santificazione del Patto, la conferma solenne della nazionale redenzione, il lieto avvenire della Patria comune, l’immegliamento futuro de’ nostri destini, l’idea consolante d’una vita novella, di nuovi e più sacri doveri, mille pensieri dolcissimi, mille sentimenti affettivi destaronsi in un punto, e tutti confusi in un sentimento solo ed immenso, che sprimer possono esclusivamente le lacrime.
Prestaron poscia il giuramento gli altri membri componenti la Real Famiglia, del pari che tutte le altre Autorità e Capi, ond’essi teste fatto cenno. Il Re intanto, montato a cavallo, e circondato da parecchi general i, percorse le schiere militari in mezzo a dimostrazioni di gioia e di general i acclamazioni: postosi quindi in un punto centrate, fè leggere ad alla voce dal Tenente general e Selvaggi la formola del giuramento al Re ed alla Costituzione; ciò fatto, rientrò nella Reggia tra le reiterate acclamazioni di giubilo, tra l’armonico fragore de’ militari strumenti, ed il rimbombo della salva delle fortezze.
Una Solennità sì grandiosa ed imponente, che mise in lieto movimento questa immensa Capitale, non venne punto sturbata da qual siesi più lieve inconveniente. Han tutti giurata la Costituzione del Regno; l’han tutti ad ogni costo proclamata e voluta; e tutti accingeransi, lo speriamo almeno, con la mente e col cuore, col senno e con la mano, col generoso sacrifizio delle proprie passioni e con lo spargimento del proprio sangue peranco, ad eternamente consolidarla. Chi non pensa e non sente siffattamente, o non l’ha mica giurata, o e spergiuro ed infìnto. Tra la vita e la morte una Nazione non può restare indecisa; ed oramai la nascente vita politica della nostra cara patria ò tutta riposta nel santo patto che abbiamo rifermato con giuramento solenne.
Che questo patto adunque di fraternale e sacra alleanza ci stringa insieme come in un corpo perfettamente morale, ci avvinca fra noi con indissolubili nodi di vero patriottismo, di cittadinanza non infinta, ci leghi infine con saldi vincoli filiali al Padre comune, all’adorato Monarca che ci ha generosamente affrancati e redenti. Ove siamo conseguenti a noi stessi e fermamente fidiamo nella comunanza delle nostre forze; ove la virtù sovrana a covrir facciasi come impenetrabile scudo i suoi fedeli suggelli, costantemente intesi a difender con le armi i sacri diritti con tanto stento riacquistati, e sovranamente ancor consecrati; ove i cittadini tutti dello Stato, giunti strettamente in uno, sien presti a ricovrarsi sotto le ale vastissime del nostro savio Re, sorgan pure infestissimi nemici all’augustissimo Trono, al nostro Statuto Costituzionale, a questa nostra patria valorosa, a questa terra d’Italia, non dovrem punto temerli né curarli gran fatto. Entreranno i nemici nel profondo della terra; verran dati alla strage; saran pastura di animali; esulterà di gioia e di gloria il Sovrano; chi ha giurato nell’Eterno trionferà combattendo; gl’iniqui invasori torneran muti e frementi di fierissimo sdegno. —
Havvi di lai sentimenti negli animi nobili e generosi, che, per quanto manifestinsi al di fuori con segni energici ed espressivi, non mai si affievoliscono, né vengon meno giammai. Di tal fatta or sono ne’ cuori napolitani i profondi sensi di gratitudine e di riconoscenza inverso l’augusto Monarca, per le concesse franchigie che han fatto risorgerea novella vita di nazional gloria la nostra Patria. Ogni più ardita immaginazione mal può concepire con qual tripudio e con quali dimostrazioni di pubblica gioia sia stato quella sera accolto in S. Carlo. Ei vi apparve sotto le onorate divise della Guardia Nazionale, portando quasi impresso sull’augusta sua tonte un novello raggio di patrio amore. Lo spettacolo fu tutto a un tratto interrotto, perché ognuno volgevasi a lui con lo sguardo e col cuore, con la voce e con la mente. Il levarsi tutti a un punto in piedi, sentirsi invasi come per elettrica possanza d’un inconcepibil entusiasmo, e proromper tutti in festose grida di Viva il Re, fu solo una cosa. Con una cordialità non ordinaria accoglieva costui quel prorompimento istintivo, quell’espressione fedele della più sentita e verace riconoscenza.
Era incapace di freno, in effetto, di misura e di modo quell’affettuoso slancio, e nol contenne allora che solo l’impaziente desiderio d’ascoltar l’inno allusivo al regal giuramento già dato. Quando finalmente la scena fè vedere agli spettatori la più bella piazza di Napoli, ed in mezzo la Statua di Ferdinando IIcon in mano il cappello in atto d’indirizzar il saluto al suo popolo; quando l’inno cantassi in armoniose note e quegli accenti divini di cittadino affetto via più destaran conformi sensi nel cuor d’ognuno, i concitati applausi scoppiarono con veemenza maggiore, e l’unanime grido di smodata esultanza più fortemente rimbombò…. —
Né deesi qui punto obbliare che tutto quel vasto teatro magnificamente folgorava di luminarie grandi, e che vi comprendeva il fiore della Nobiltà napolitana, del pari che i più insigni ed esimi personaggi stranieri, sovra tutto un buon numero d’Uffizialiinglesi e francesi. Grande, senza dubbio, fu lo spettacolo di quella sera, e tale da non potersi pigner acconciamente a parole. Segnerallo la storia a caratteri indelebili negli Annali del risorgimento de’ popoli e della vera grandezza de’ Principi.
L’entusiasmo intanto e la gioia che animaron questo popolo per quasi tutta intera quella notte; le dolci dimostrazioni di riconoscenza per un atto sì solenne che sanzionava al cospetto dell’Eterno la felicità d’una Nazione, il regno della Giustizia e della verità; i variati modi onde la pubblica esultanza fu rappresentata ed espressa, meritano pur troppo qualche rimembranza in queste pagine di storia nostra, che sono l’espression libera di ciò ch’è nel cuore, la manifestazione fedele ed ingenua di ciò ch’è chiuso nell’umano pensiero.
Innumerevole stuolo di cittadini, ed in cocchio, ed in piedi, ingombravan la vasta Toledo, il largo del Castello, le principali vie della Capitale, e sovra tutto il vasto spianato della Reggia. Ornava l’ordine della passeggiata ed impediva a un tempo l’allagamento della straripante folla l’infaticabil Guardia Nazionale a piedi ed a cavallo, rinforzata da numerosi drappelli di ausiliari, che facean dignitosa mostra di patriottico attaccamento. Ognuno intanto con rispettosa ilarità salutava i tre colori italiani, omai congiunti per sempre alla Nazionale Bandiera, e quel saluto era degno d’un popol libero e forte, politicamente uno ed indiviso.
Facendo eco spontaneo al dolce invito del Corpo di Città, ad illuminar fessi il popolo le. proprie case, e per impulso di cuore, e per irresislibil sentimento di vivissima gioia. Cosa veramente ben degna d’un’augusta ed imponente cerimonia, non ancor veduta da tutta intera la generazione presente! I palazzi, gli abituri, le botteghe, i pubblici edilizi, il palagio de’ ministeri, tutto mirabilmente offriva allo sguardo dell’immensa popolazione uno scintillar di lumi magnifico, un chiarore ammirabile ch’emulava quasi quello del più perfetto meriggio; né vedeasi allora certamente cosa più bella della decorazione dei prospetto delle Finanze, che, splendidamente illuminato, facea di sé vaghissima mostra.
Pio Nono colmò di benedizione e di gloria le nostre itale contrade. Tutte le dimostrazioni di pubblica gioia manifestavano in quei momenti di universale tripudio un pensiero veramente religioso, che avea per compagno il pensiero di libertà. Facea pur di mestieri che gli artisti mostrassero come la libertà del pensiero sia principio per essi e condizionale cagione d’ispirazioni sublimi. E però ravvisavansi in diversi punti della Città i più bei trasparenti, che raffiguravano in diverse fogge il Re, e quello peculiarmente che il rappresentava in alto di giurare la Costituzione del nostro Reame.
Il porticato poi e la cupola della Basilica di S. Francesco splendidamente illuminati, imitavan le luminarie grandi del porticato e della cupola di S. Pietro. Quel vasto spianato pieno zeppo di gente; l’imagin del Re toccante con la destra il libro de’ Vangeli; il Palazzo del Fontana in fondo; il cielo sereno e stellato; i musicali concenti d’un coro di dilettanti che con l’armonia della voce e del suono rendean più soave e più toccante l’inno Nazionale; gli innumeri spettatori che eran per via e pei balconi; lo splendore incantevole e gradito di mille faci accese; il suono delle bande musicali e gli applausi interminabili al Re, alla Patria, all’Italia, formavano un insieme veramente indefinibile ed arcano. —
Mentre nella Capitale si stava in gran festa, e gli animi di tutti i cittadini eran forte compresi di vivissima gioia e d’una galleria senza limite, per l’atto solenne della giurata Costituzione, stavansi pienamente compiendo gli ardenti voti degli altri nostri fratelli toscani. Leopoldo Secondo, rendendo degna la Toscana di quel bene e di quella felicità, cui l’ordin novello di cose le andava già maturando, le concedeva uno Statuto fondamentale, come l’esigevano i tempi nostri, come lo richiede l’altissima impresa della Nazionalità Italiana.
Uno Statuto fondamentale e la più grande e la più bell’opera che far possa un Principe; ed è a un pari il più grande de’ benefizi che possa ricevere un popolo rigenerato. Un’era novella schiudevasi ancora per quella cara parte della nostra bella Italia, l’era costituzionale! E quella redenta gente facessi intanto sollecita ad inaugurarla con atti profondi di ringraziamento all’Eterno che avea sì bene ispirato il suo principe, col raddoppiare di sforzi per rendersi via più degna del novello patto Nazionale, e fuor manifestando la gioia estrema del cuore con parole di concordia e di fraternale alleanza, con accenti di pace e di magnanimità italiana.
E però il dì 17 febbraio del 1848, dalla Comunità Civica di Firenze pubblicarsi il Programma della gran festa, in occasione del già concesso nazionale statuto. E di qual festa, grandini di quali dimostrazioni d’affetto e d’attaccamento, di riconoscenza profonda e di gratitudine somma non è mai degno un Principe, che dà le più chiare e luminose prove di generosa cura, di sapiente sollecitudine ne’ suoi grandi atti legislativi, e che, a seconda de’ tempi, tutto inteso si mostra a far pago il voto generale del popolo, ed a fondare la felicità della patria? —
Alle ore 10 della mattina impertanto il rimbombo del cannone ed il suono della campana della torre di Arnolfo davano il segna e che il toscano statuto faceasi pubblico nella Capitale, del pari che in tutta l’Etruria. E tosto, dinanzi alla metropolitana, numerosa schiera di militi cittadini si raccoglieva; e numeroso stuolo di concorrenti affollavasi con cuor tranquillo ed esultante di gioia, per le altissime speranze avverate. Ondeggiavan intanto sopra quella moltitudine un’infinità di bandiere, coi colori di tutti gli stati italiani. Leggevasi poi nel pontificio vessillo questo bel motto: BENEDITE, GRAN DIO, L’ITALIA!e a quel vessillo, cui stava fiso ogni sguardo, cui stava volto ogni pensiero, era indiritto il comun saluto degli spettatori commisto a lacrime d’italiana tenerezza.
In questo, sotto la loggia dell’Orgagna leggevasi ad alla voce il novello statuto al popolo, che, con profonda attenzione ascoltando, iva di tratto in tratto prorompendo in acclamazioni alla saviezza ed alla magnanimità del legislatore, che quell’immortal documento aveva dettalo. Ed èben degno di nota che, a quella parte in cui dichiaratasi affidata la tranquillità interna e l’indipendenza della patria ai militi cittadini, ed ai toscani tutti, levaronsi. in uno più voci che interruppero, interrogando, se i Toscani eziandìo non ascritti alla guardia civica, eran chiamati a quella sacra tutela; ed alla risposta affermativa, echeggiaron più forti e più concordi gli applausi. Chi leggeva quell’Atto Sovrano imprese peranco a rilevare la magnanimità del Principe che nello Statuto apertamente si svela, per variate prove, e peculiarmente per aver egli rinunziato all’aumento d’assegnazioni sulla lista civile, che dovuto si sarebbe alI’A. S. per la reversione degli stati lucchesi alla sua corona, e e?r la conseguente perdita delle signorie di Boemia. Gli ascoltanti allora espresser con vivi plausi il giusto senso d’ammirazione, onde profondamente commoveali la generosa rinunzia del principe, che le toscane assemblee legislative scambiar sapranno a suo tempo con debiti omaggi di riconoscenza e di laude.
Alle ore dodici di quel giorno, già convenuti nel designato tempio, facendo ala i militi cittadini, la civica magistratura, l’uffizialità della guardia civica e lo stato maggiore delle truppe di linea, in mezzo all’affluenza d’un popol devoto e redento, solenne intuonavasi l’inno consueto di lode e di ringraziamento all’Eterno. Ciò fatto, tutta la Magistratura e le Uffizialità anzidette, da lunga ordinanza di popolo, tranquillamente lieto; seguite, riduceansi al palazzo Pitti. L’adiacente piazza era giù ingombra d’affollata gente, alle cui acclamazioni quel generoso principe cortesemente rispondea. Avuto poscia ricevimento od ammissione nella Reggia la Magistratura, presentò il Gonfaloniere all’Augusto Sovrano l’infrascritto indirizzo:
«Altezza! I tempi sono grandi; ma l’animo vostro ch’è grande al pari di essi, gli ha soddisfatti con l’ampiezza delle Sovrane concessioni. Se il paese era preparato a riceverle, eran eziandìo apparecchiate ad elargirle la Bontà e la Sapienza vostra. Quest’opera ch’è frutto del senno Regio per un secolo intero, e della vita d’un popolo da lui ravvivato, comprende tutta la grandezza delle cose presenti e l’antiveggenza dell’avvenire italiano.
«Questo nuovo e massimo benefizio Sovrano, mentre stringe il legame di affetto annodato da’ benefizi del passato, stringe il novello patto politico fra Principe e Popolo, che li rende per sempre inseparabili.
«Altezza! Il Municipio di Firenze è altero di potervi il primo offerire l’omaggio d’una riconoscenza che niuno potrebbe porgervi maggiore.
«Questo municipio vide l’estremo della libertà e della servitù. Ora èsicuro, che la servitù e impossibile quanto la licenza. Egli vide per fanti secoli tante mutazioni di Signoria. Ma quale de’ principi gli rapì la libertà; quale gliela promise. Voi gliel’avete data, ed io modo che la libertà della Toscana assicuri quella d’Italia, e sia pegno a un tempo che voi e la vostra discendenza sarete in qualunque tempo ed in qualsiesi evento custodi dell’una e dell’altra.»
Né fu punto scempio di risposta un sì magnanimo ed eloquente indirizzo, cui quel generoso Granduca siffattamente ricambiava:
«Le generose parole del Municipio fiorentino risvegliano nel mio petto sensi di nobile orgoglio, perché mi porgono la desiderata assicurazione che le novelle Istituzioni hanno destato. nel cuore del mio Popolo un eco di riconoscenza e di affetto. La stessa fiducia nel senno de’ Toscani che mi consigliò a concedere queste franchigie, mi rende certo ch’eglino sapranno far sì che a vantaggio della Patria comune si volgan tutti quei benefizi i quali dal nostro Statuto fondamentale possono svilupparsi. Io continuerò a porre ogni mio studio per contribuire al maggior bene della Toscana; e confido che mentre i nostri sforzi. uniti vi assicureranno la tranquillità ed il libero godimento delle nuove Istituzioni, sarà questo per l’Italia tutta un argomento positivo di felicità e di gloria.»
Mentre tali riforme politiche concedeansi in Toscana dal generoso e magnanimo Leopoldo, e teneansi beati quei popoli nel vedersi risorti ad un novello reggimento civile; mentre gioiva ed esultava del pari il popolo napolitano, per gli stessi benefizi a lui largamente impartiti da Ferdinando II, non minore era il tripudio e l’universale allegrezza, ond’eran altamente invasi gli animi dei Genovesi, al lieto annunzio della napolitana restaurazione.
Un nazionale avvenimento, degno pur troppo di esser infuturato nelle generazioni avvenire e che sublima un regno all’altezza e dignità di nazion libera ed indipendente, ha per sestesso cotal efficacia nell’animo da preoccupare ogni altra facoltà, da vincer anco ogni possanza di stile. Il cumulo degli affetti ond’è forte il cuor inebbriato, mentre lo riempie d’un confuso senso di gioia profonda, fortemente infrena il limpido corso delle idee, ne turba l’ordine ed ingenera tosto una specie di estasi che si adora facendo. Non pertanto il debito sacro d’un vero amatore della patria comune, di narratore fedele ed esatto degli avvenimenti politici ed italiani, che han luogo ed esistenza in questi nostri tempi e nella nostra Penisola; il dovere ancor più sacro d’uomo riconoscente alla maestà dell’Eterno, che a noi primi in Europa largiva il dono d’un patto rappresentativo, senza che nella Capitale almeno ci costasse una lagrima ed una stilla di sangue; l’obbligo finalmente di cittadino devoto ad un principe che liberalmente precorre all’inchiesta, e concedendo si compiace di trascender financo l’espettazione comune, hanno cotal forza ed impero di legge per noi da obbligarci a volger per punta la parola a’ no«stri concittadini e fratelli. Parliam dunque in quel modo che il patrio amore ci vien neutro dettando, e riserbiamo ad altri momenti di men agitata od istintiva allegrezza il linguaggio della mente pacata e ragionatrice.
Lo stesso giorno in cui eravamo tutti intesi a vergare queste poche pagine di patrie rimembranze, doveva schiudersi per noi col lieto annunzio di quanto poteva far pieni i nostri desideri, consolare le nostre speranze, soddisfar pienamente le nostre bramosie, assicurar in somma i futuri destini del nostro reame; e ciò che poneva il colmo alle nostre nazionali venture, era il pensiero della gloria, l’idea consolante del riscatto e della possanza che sarebbe per esse derivata all’Italia. Direm dunque laconicamente a’ nostri fratelli delle altre italiane province con noi risorti a novello regime civile, od in via pur essi di pieno risorgimento, che il mattino de’ 9 febbraio destassi Genova novellamente libera e forte; e non più sola a godere d’un tanto inestimabil tesoro, ma stretta con sacro nodo d’alleata sorella ai valorosi custodi delle Alpi, e franca rispondente a’ lontani gridi di cittadina gioia ch’elevansi dall’Italia meridionale e forte rimbomban sulle rive Partenopee.
Diffusa appena colà la lieta novella d’uno statuto rappresentativo a noi dal Sovrano generosamente concesso; divulgati appena e dapertutto benedetti i larghi provvedimenti, omai dal nostro regno provvidenzialmente ottenuti, un festivo affaccendarsi, un percorrer le vie con canti ed evviva alternati, uno scambiarsi gli amplessi tra noti ed ignoti da non potersi descrivere, ha tramutato in pubblica festa un avvenimento siffatto. Sventolar vedeansi i patrii vessilli dalle finestre, da’ veroni, dai tetti, per tutte le vie, mentre diffondeasi ovunque il suono de’ sacri bronzi, e quello sovra tutto della gran campana della Torre di Palazzo, che ha sempre pei Genovesi un’eco risvegliatrice di grandi memorie.
Turbe immense di giovani irrompevan da ogni lato intuonando gl’inni cittadini e forte plaudendo al nome del Re, finché giunto il mezzodì, volgendo i cittadini il pensiero là donde ogni gran bene discende, ed in COLUI drizzando la mente che pose finora il sacro suggello ad ogni italica lesta, avviaronsi in ¡schiere ordinate, precedute da variopinte e ricche bandiere, inverso la cattedrale, che sotto le vaste e severe sue volte tutta accolse e comprese quella gente esultante. Vedeansi fra quelle brune colonne e in mezzo a un’onda di popolo immenso rosseggiare, biancheggiare, agitarsi le Sarde Croci e le Liguri, e luccicarne le punte astate ed adorne aurei pennoncelli; leggeansi inoltre sa quelle e nomi gloriosi, e motti sublimi, e consolanti cifre, ed energiche frasi, intra lequali ispiravan possente fiducia le sempre acclamate ed accolte: DIO È CON NOI,L’ITALIA FARA’ DA SÈ! Uno fra’ nostri patrizii più amati dal popolo, e il cui nome suona chiarissimo nelle scienze, impugnava trionfalmente un vessillo, a cui gli altri facean cerchio e corteo nell’entrare al Tempio.
All’esterna parte di questo, un altro spettacolo ancor più meraviglioso s’offriva allo sguardo di chiunque. Le case circostanti eran ornate di arazzi di vario colore; sulla gradinata della chiesa vedessi disposta una doppia fila d’altre bandiere e stendardi d’ogni orma, d’ogni grandezza. Elevavasi in mezzo, sotto l’arco della porta maggiore, il vessillo dell’immortale Pio Nono, che dapertutto era segno di plausi iterati, animatissimi, ben dovuti a quel Sommo che primo diede l’impulso possente e la religiosa sanzione all’Italico risorgimento. Di prospetto alla moltitudine sulla piazza raccolta, fra un’immensità di sventolati vessilli, dalle braccia d’alcuni cittadini era dignitosamente sorretta l’effigie del re. Entrato nella cattedrale il corpo civico, ed intuonato l’inno Ambrosiano dal popolo che tutto riempiva il tempio, le sacre note si diffuser sulla piazza e nelle vie adiacenti, e delle une e delle altre formossi quasi un altro tempio immensamente prolungato.
Compiuta la sacra cerimonia, e, postisi novellamente quei drappelli in ¡schiera, ricominciaron le grida di Viva il Re, Viva l’Italia, Viva la Costituzione! Intanto il carpo decurionale, raccolto nelle sottoposte sale del palazzo ducale, votava per acclamazione un atto di ringraziamento al Sovrano, che applaudito venne col più vivo entusiasmo.
Nella sera poi, i pubblici stabilimenti, i palazzi, le case degli agiati, i tuguri financo del basso popolo erano splendidamente illuminati. La popolazione tutta festante e in tripudio percorreva le vie alternando il canto degl’inni nazionali, e facendo accompagnamento ad una specie di marcia trionfale composta d’una schiera foltissima di cittadini, esprimenti nel volto la gioia delle compiute speranze.
Nel teatro, splendidamente illuminato, era immenso il concorso degli spettatori. Due trofei collocati stabilmente sul palco scenico, a cui intrecciavansi le bandiere dello stato, eran allusivi allo scopo della straordinaria festa; l’uno portava il motto: La Costituzione e il più saldo sostegno del Trono; nell’altro leggevasi: Sorgete Italiani. Tutto insomma manifestava eloquentemente che un’altra base saldissima al soglio di Carlo Alberto sarà l’amore de’ suoi redenti soggetti, elevati omai alla maestà di grande nazione. I voti, in effetto, che ora proromperanno liberissimi dagli animi de’ suoi figli, saranno la ricompensa più degna d’un Re veramente Italiano rafforzato da tanto amore; e il cuore di Carlo Alberto del pari prova sicuramente a quest’ora il senso dolcissimo, il nobile orgoglio di avere col promulgato Statuto beneficato non solo i suoi popoli, ma tutta intera l’Italia.
Mentre siffatti avvenimenti nazionali avean luogo in diversi Stati Italiani, dall’attual nostro Governo, e propriamente dal consiglio ordinario di Stato deliberavasi di farsi pronto acquisto di cinquantamila fucili da distribuirsi alla Guardia Nazionale, per la difesa della patria, non mezzanamente agitata da un secreto ed occulto fermento, e per la conservazione dell’ordine pubblico, pur troppo disturbato dalle infernali macchinazioni nel tenebroso genio del male. Nello stesso tempo, non pochi cangiamenti ha subito il Ministero; moltissime e frequenti sono state le dimissioni; le grida di malcontento, di sedizione e di tumulto, continue, imprudenti, irrefrenabili; si è stabilito di passare nelle attribuzioni del Consiglio di Stato, provvisoriamente, tutti gli affari ch’eran pendenti presso la Consulta del Regno, rimasta abolita; si eccettuò la discussione ed il provvedimento di quelli che sopravverranno, e di cui dovran prendere conoscenza le Camere legislative, ai termini della Costituzione del Regno; fu provveduto che, in quanto all’ordinamento, alle altre attribuzioni ed al servizio interno del Consiglio di Stato, si dovesserosservare in esso per la spedizione degli affari le norme stabilite per le Consulte con la legge e col regolamento de’ 14giugno 1824, e con altri decreti e regolamenti successivi; si stabilì che i Segretari, i Relatoripresso la Consulta in attuale servizio, e gl’impiegati d’ogni grado addetti alle Segreterie della Consulta medesima passasser a servire provvisoriamente presso il Consiglio di Stato; che la distribuzione de’ Consiglieri, da ultimo, nelle varie Sezioni del Consiglio venisse fatta dal Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia come Presidente del Consiglio medesimo. E parecchie altre mutazioni avvenivan peranco indiverse altre branche o rami ministeriali, di cui sia miglior consiglio e prudenza il non fare alcun motto.
Malgrado però le allarmanti voci, provvenienti da’ nemici più fieri della nostra patria, e corrive sempre al popolar tumulto ed alla discordia cittadina, non cessava il nostro Re di confermar sempre più nell’animo de’ suoi popoli diletti la consolante idea, che dal giorno in cui piacque all’Eterno ch’ei fosse chiamato a governare uno Stato distinto per tanta civiltà ed illustrato da tante glorie, la concordia non mai smentita e la fiducia in lui posta dal Pubblico, han sempre formata la gioia del suo cuore e la felicità della patria comune.
Tutto inteso, in effetto, a promuovere la maggior prosperità dello Stato per via di quelle riforme economiche e civili, cui volse il pensiero con zelo indefesso per tutto il corso del suo governo, benedisse il cielo le sue cure in tal modo, che fosse dato a lui ed ai suoi popoli di giungere ad un’epoca novella di civil risorgimento, senza che alcuna perturbazione positiva, tranne sempre il siciliano scisma onde farassi cenno qui appresso, togliendo la possibilità di operare il pubblico bene, rendesse necessario il ricorrere alla istituzione di nuove forme politiche.
Ed ha egli fermamente persistito nel coscienzioso desiderio di adempier con ferma, costante e deliberata volontà quel proposito che fu da lui annunziato antecedentemente ai suoi suggelli, di procurar loro quella maggior ampiezza di vita civile e politica, alla quale e chiamata non solo questa nostra patria, ma l’Italia intera, in una tanto solenne inaugurazione di comun risorgimento.
Né il sinistro procedimento intanto di non pochi felloni e traditori accaniti della patria, ha ora tanta possanza ed efficacia da modificare o scemar menomamente un sì salutare pensiero che tutta tiene occupata la generosa sua mente. Il compiuto sistema di governo rappresentativo ch’ei viene in questi giorni a fondare, èprova della fiducia da lui posta nel senno de’ pochi cittadini dabbene e nella già compiuta maturità de’ destini d’Italia. E però a divider farassi co’ più savi e benemeriti dello Stato il peso di quei doveri, de’ quali possiamo con piena sicurezza confidare che sia tanto vivo il sentimento nel cuore de’ popoli, quanto è, e fu sempre nella coscienza d’un tanto principe e padre.
La più chiara e convincente prova di esser egli conseguente a sestesso ed a’ giurati princìpi di nazionale indipendenza, ci viene offerta in questi tempi di pubblica urgenza dall’energico provvedimento da lui generosamente adottato, e già comunicato al Ministero di Guerra e Marina, intorno alla necessità d’un pronto e valido armamento; e ciò, non solo pel fondato timore d’invasione straniera, ma per ismentire eziandìo le voci sediziose ed importune di chi addebitava imprudentemente il Ministero di freddezza ed indolenza.
Ed in ciò si è ben avvisato, e con molta prudenza condotto il nostro savissimo Re; perocché le Costituzioni degli Stati Napolitani e Sardi, degli Stati Toscani e Romani, del paro che quelle degli altri Stati Italiani, sono e saran sempre il più forte legame della Nazionalità UNA ed INDIPENDENTE. E quanto più l’organazione nazionale progredisce e si avanza, tanto più fassi manifesto il pericolo che sia interrotta da’ suoi nemici più fieri. E se presentemente non ha che un solo nemico, perch’ella e ancor debole e quasi nascente; ne’ tempi avvenire ne avrà forse più d’uno, perché fatta gigante e più forte. Fa di mestieri adunque che la Nazionalità Italiana s’armi valorosamente, e tosto, per divenire più forte; e per esser forte e trionfante in qualsiesi lotta, e assolutamente d’uopo che si mantenga sempre desta ed armata.
Invano si crede da taluni che il nostro comun nemico non vorrà romper guerra, perché anco il Piemonte è costituzionale, e però forte custode della libertà e dell’indipendenza italiana; e perché tutti gli Stati Europei costituzionali saran pronti a respingere l’ingiusto invasore. Le cagioni di guerra sono oramai cresciute, non mica scemate di valore e di forza, perché non più cagioni di guerra italiana, di guerra europea sì bene; non più di guerra territoriale o continentale, ma bensì guerra di princìpi e di ambiziose teorie; non più di lotta parziale o passeggiera, ma di lotta universale ed estrema.
Né puote aver fine questa nazional lotta, indipendentemente dal braccio italiano; perocché l’Italia avrà da perdere o da guadagnar sempre, e più d’ogni altra nazione; e perché non potrà esser veramente nazione, se non dopo una grande e decisiva battaglia. Per l’Italia la battaglia ètrionfo, ed il trionfo èvita.
É dessa, in effetto, la prima ad esser assalita; anzi ha già dentro sestessa il nemico, un nemico forte e concitato a fierissimo sdegno. Il suo campo di battaglia e già pronto; ma dov’è il campo italiano? Evvi un esercito nel Piemonte; havvi in Napoli del pari un esercito: e che cosa vi è negli Stati Romani? che cosa vi ène’ Toscani? Il nemico deride ed insulta le Guardie Civiche o Nazionali, le quali potran farlo piangere pur troppo, ove sian però dalla milizia sostenute e rafforzate. E milizia toscana e romana chiedon appunto i Napolitani ed i Piemontesi; perocché, ove sia. indispensabilmente necessario un campo italiano, tutti i prodi e liberi Italiani star vi dovranno valorosamente armati.
«Armati tutti ci trovi il nemico (così scrive un Piemontese, esimio statista italiano), e non immersi nel torpore e nel sonno. Che più si attende sulle ordinanze guerresche? Ah! dite ai nostri fratelli, per Dio! che corran all’armi, s’apparecchino alla difesa, se non voglion cadere vilmente, e forse per più non risorgere, ché, ove si dovesse per nostra ria ventura soccombere, risorgerassi certo ogni qualvolta si soccombe con farmi alla mano. Quando i Francesi scesero a conquistar l’Italia, noi Piemontesi ci siam battuti come tanti leoni. Fummo vinti; ma siamo risorti. Venezia non volle combattere, ed è tuttora provincia di straniero oppressore.»
Anch’ella risorgerà, e forse più valorosa e più forte. La riportata pena superò di gran lunga il suo fallo. Nella penosa e dura servitù patì pur troppo il danno e l’onta del suo cadere inerme. Risorgeranno eziandìo gli altri Popoli ancor giacenti d’Italia, purché la gente già risorta e redenta s’armi repente, e s’armi per combattere, vincere, trionfare. Roma e Toscana non han più tempo da perdere. I primi a provveder l’armi e ad apparecchiar le difese, esser deono i Governi, cui e affidata la vita e la conservazione dello Stato. La negligenza e il torpore, nella difesa della comun causa, nel grave ed imminente pericolo che ci sovrasta, hanno tal nome che far dee raccapricciare ogni uomo d’onore, ogni buon italiano, ogni cittadino generoso ed onesto.
Ed in tale opinione è stato sempre tenuto dal popolo napolitano l’attuai Ministro di Guerra e Marina. A lui quindi si volge il fratello. come a primo custode e difensor della Patria, ed altamente l’esorta a non volere por mente che agli apparecchi di guerra, ad anteporre ad ogni altra cura la conservazione e salvezza del nostro paese. La guerra, in effetto, scoppiar potrebbe da un momento all’altro: come resistere questa nostra Terra, come trionfar onorata la Toscana e l’Italia tutta, se inerme ed immersa in un profondo torpore? Come inchieder aita e soccorso al Re della generosa Unione Italiana, se nell’Italiana Unione non si ravvisa tuttora che impotenza e periglio?—
Ed in tempi di grave pericolo sovra tatto, allorché non evvi a difesa della patria che lievissima forza armata, ed in cui tutto e raggirato peranco da un intrico impudente, da un sinistro e tenebroso mistero, e ognor sufficiente, per destare il vetusto valore nei pelli cittadini, e per renderli favorevoli alla sacra causa comune, l’impiegare repente i mezzi più liberi ed efficaci, più franchi ed arditi
Presso gli antichi Governi, in coi gl’interessi più seri e gravi della civil comunanza venian d’ordinario trattati o discussi dalle nazionali assemblee, l’opportuno soccorso d’una forza armata era ardentemente proda malo e voluto. Ogni cosa allora dipendeva dal popolo, e ‘l popolo stesso dipendeva dall’energia del Governo e dall’armi. La Grecia, che appellar puossi meritamente il primo e più perfetto modello di nazionale indipendenza, affine di sottrarsi all’indegno ed ignominioso giogo straniero, raddoppiò costantemente a incredibili sforzi, egualmente ammirabili per la sublimità dello scopo, che per la felicità del successo.
Prodi Italiani! e sino a quando starem noi perdutamente immersi nella dissipatezza e nell’ozio, nell’indolenza e nel torpore, addivenuti omai per effetto di smodato lusso quasi effeminati e molli, occupati del continuo e sol di spettacoli, di puerili e folli rappresentanze? Perché tranquillamente soffriamo, e quasi senza avvedercene, che l’ambizioso straniero, l’invido e tristo oppressore di tante italiane contrade, proceda ulteriormente ad opprimerci, con infame disegno d’insignorirsi di esse, e renderle perpetuamente al suo dispotico volere soggette? — Se fin da questo istante, poiché punto non vi è stato concesso di agire molto tempo innanzi, vaghezza vi prende di scuotervi dal vostro profondo letargo; se ciascuno di voi, or che il tempo stringe, e più forte il bisogno sentir fassi, vuole senza infingimento e senza rigiro tenersi apparecchiato a servire con tutte le sue forze la Patria, contribuendo il facoltoso co’ suoi beni, col suo ingegno l’uomo di affari, col suo coraggio il prode, l’ardita e franca gioventù con le armi; e, per dir tutto in una parola, se ama ciascuno agire per se stesso, e più non aspettare in una colpevol inerzia che altri agisca per lui; allora, con l’opportuno intervento della giustizia e con l’immanchevol soccorso del cielo, ristabilirete certamente gli affari politici della nostra Italia, riparerete i mali e le sciagure delle passate vicende, sarete pienamente vendicati in tutti i vostri torti. Imperocché non vogliate immaginar punto che la presente prosperità e grandezza del fiero nemico della nostra Penisola sia immutabile, permanente, eterna, come ei forse supponsi: havvi di quei, senza dubbio, che l’hanno fieramente in odio; di coloro che forte lo temono e vorrebber vederlo schiacciato ed oppresso; di quelli finalmente che portangli somma invidia, anche fra il novero di quegli esseri parassiti che gli paion più attaccati e fedeli, più cari ed accolli: tutte insomma lo passioni umane, qualunque elle sieno, agitano, contristano, muovon contro di lui buona parte di quei Grandi ond’egli e del continuo il bersaglio fatale.
Se le più generose passioni, per lo avverso, sono state sino a questo istante, o magnanimi Italiani, dal terrore compresse ne’ vostri petti; se non han mica potuto energicamente svilupparsi e metter in movimento; s’è pur troppo riuscito al comun nostro oppressore di porre una volta e fermare il suo piede di piombo nelle nostre itale contrade, non vogliate attribuirne la colpa che a quella mollezza, a quell’ignavia, a quella vile ed assurda pigrizia, ch’oggi conviene altamente scuotere e detestare.
E non vogliate già creder punto che sia pago e contento costui delle usurpazioni sin ora tentale; perocché incessantemente e di grado in grado va pur travarcando i limiti delle sue frontiere; e mentre noi ci stiamo tranquillamente immersi nella più stupida indifferenza; mentre ci attalenta di viver dolcemente nell’ozio, in luogo d’agire e d’operare, egli circonda e preme da tutte le parti non pochi di quei nostri cari fratelli, gl’investe ed opprime, ed altri sgozza, ed altri stringe in aurissimi ceppi. Quando verrà dunque quel giorno, o valorosi Italiani, in cui vi disporrete a fare ciò che far vi conviene pur troppo? che attendetevoi? qualche strano avvenimento senza dubbio, ovvero la più dura necessità? e qual altro nome dar mai potremo all’orribile sciagura che ci sovrasta? — Io per me non veggo né conosco punto un bisogno più stringente, più posi tiro, più forte, per le anime veramente libere, che l’istante fatale dell’oppressione e della servitù, dell’ignominia e del disonore. Vorreste voi sempre per avventura passeggiare alla lunga per le pubbliche piazze, chiedendovi del continuo l’un l’altro: Che cosa abbiamo di nuovo?— E qual altra cosa, giustissimo cielo! vi potrebb’esser di nuovo che un despota del Nord, carnefice superbo di buona parte de’ nostri sventurati fratelli, e dominatore insultante di più d’una delle nostre itale contrade? — Vassi intanto dicendo dall’oziosa gente del nostro bel paese, e pubblicando nei periodici fogli da più d’una penna curiosa e leggiera: Ha dichiarato, o non ha dichiarato guerra all’Italia il NORDICO LEONE?Ha ritratto, o via più esteso sur essa i suoi artigli? —che valgon mai, o Italiani, cosiffatte domande? e qual sollievo o conforto arrecar mai potranno a quei nostri oppressi cittadini le più oziose e sterili risposte? — Ove il Cielo si degnasse pure una volta di sottrarre al duro giogo d’un tanto Tiranno quegl’inviliti nostri fratelli, e non però di meno non si cambiasse punto la vostra condotta, ben presto si andrebbe incontro alla stessa sciagura; perocché debbe assai meno costui le italiane conquiste alle sue proprie forze, che alla vostra colpevol vigliaccheria. —
E qui richiederebbesi, senza dubbio, un più caldo e magnanimo scrittore, per pignervi con colori più vivi, con tratti più dilicati e sensibili, cotanto dure verità; un amico onesto dell’umanità, che portasse non solo scolpita ed impressa nel proprio cuore la patria, ma un benemerito difensore di lei altresì, che non potesse pronunziarne il nome nei suoi franchi e liberi eloqui, senza provarne un’emozion calda e forte; un cittadino zelante che punto non amasse di piacere o di dilettare, ma di esser utile ed avvantaggioso sì bene alla comuncausa italiana; un savio ed eloquente dicitore insomma, il cui buon senso soltanto parlasse, d’ogni altro ornamento scempio, tranne che della propria forza.
L’amico vero della patria, in effetto, nei casi urgenti e perigliosi, come quello in cui trovati, di presente quella parte d’Italia al Tiranno suggella, studiar deesi a tutt’uomo di render la verità eminentemente sensibile a tutti i popoli che han comune la stessa causa; e però procurar dovrebbe di destarli dal loro profondo letargo, forte animarli, incessantemente pungerli, far loro vedere del continuo spalancato un abisso in cui stanno per immergersi irreparabilmente…. Tutto ciò ch’ei dice insomma, debb’esser consecrato alla pubblica salvezza; una sola parola non pure dovrebb’essere spesa o profferita a vantaggio di se stesso; non solo un caldo ed ardito scrittore; in cosiffatte circostanze, perder debbe affatto di vista il proprio individuo, ma dal pubblico stesso eziandìo, in una causa comune e di tanta importanza, dovrebb’esser dell’intuito obbliato; non dovrebber anzi i prodi cittadini trasportarsi col pensiero che al capriccioso Tiranno, all’ingiusto invasore, all’oppressor fiero de’ nostri fratelli, e rappresentarselo in atto d’invadere, di soggiogare, di spegner vita e valore, di sparger sangue italiano, di rapir libertà, d’inceppar pensieri e parole financo. —
Tale dovrebb’esser senza dubbio, nelle urgenze presenti, la vera eloquenza degli scrittori eminentemente italiani, l’eloquenza del libero sentimento, dell’invilita natura, delle affezioni forti ed istintive, dell’amor di patria veramente caldo e sentito.
Ove prestar vogliasi piena credenza a Tito Livio, la salvezza di Roma e della cittadina libertà fu tutta dovuta, ne’ tempi della gallica invasione, all’eloquenza tribunizia e vibrata, energica e popolare del valoroso Manlio. Quest’uomo liberate e prode della persona, che avea costantemente, e più d’una volta, difeso e salvo il Campidoglio contra le barbariche violenze, sollevar volendo il popolo contro l’infestazione de’ Galli, in cosiffatta guisa si esprime:
«E sino a quando, o Romani, ignorar volete le vostre proprie forze, mentre la natura, il suolo, l’istituzione ricevuta, e la storia financo de’ vostri valorosi padri, vi rendo» pienamente istrutti di quelle istintive facoltà che havvi il cielo largamente trasfuso? Fate almeno un’esatta enumerazione di voi stessi; vedete bene quali e quanti sono i vostri nemici; supponete pure ch’ei siano a voi superiori di numero; senza dubbio voi combatterete, con più di coraggio e di valore per la libertà, che costoro per la tirannia. E sin a quando terrete voi fiso sa di me il vostro sguardo? lo non mancherò certamente ad alcun. di voi; ma e d’uopo intanto che ciascun di voi si cooperi a non far che venga meno il mio valore, o che restio dell’intutto deluse le mie speranze.»
Ed appunto d’un sì possente e formidabil difensore della patria libertà, che mettesse in movimento tutti i popoli italiani, avrebbero pur troppo bisogno i nostri fratelli veneti e lombardi, per esser gagliardamente difesi e salvi dal nostro comun nemico, che a tante migliaia di cittadini inermi ha già spento barbaramente la vita; d’un sì valoroso e prode commilitone, che metteva in pubblica mostra le spoglie degli estinti nemici, che offriva agli altrui sguardi le corone e i militari premi che aveagli meritato il suo coraggio, svelava le cicatrici delle tante onorate ferite che avea ricevuto per difendere la cara sua patria, additava sovra tutto ai suoi cittadini quel superbo Campidoglio, che avea più volte dal tirannico furore prodigiosamente scampato. —
Non havvi cuore italiano intanto che non abbia esultato di cittadina gioia, al consolante pensiero di festeggiar degnamente l’altissimo beneficio largito a’ loro popoli da’ generosi principi ‘italiani. I grandiosi preparativi fatti dapertutto dalle masse redenti, la mirabile adesione delle province tutte e di tutti quasi gli stati componenti la nostra penisola, le solenni dimostrazioni di pubblica esultanza per tanto dono concesso, son bastevoli omai a provare al mondo non tanto la grandezza della riconoscenza comune, quanto l’eccellenza e sublimità delle ottenute forme costituzionali.
Nulla però di manco, in mezzo a tante feste ed a tante gioie comuni, fra tanti voli pienamente compiuti ed in tanta universale esultanza, le più sinistre relazioni de’ casi tristi e miserevolissimi de’ lombardi fratelli, e peculiarmente degli oppressi Milanesi, martellanci disperatamente il cuore. Inique leggi che lasciano ben lungi dietro di sé i tempi miserabili del romano decadimento, e proprie soltanto d’uno stato ridotto agli estremi confini di debolezza e di oppressione, d’abbrutimento e di violenza fatale; leggi stranamente innestate a quanto l’umana gravità e la più mostruosa tirannia hanno di più abbietto, di più immorale, di più esecrando, emanatisi del continuo da un governo di ferro a minaccia ed a flagello di quei miserandi nostri fratelli de’ Lombardi e Veneti Stati.
Genovesi, Piemontesi, Romani, Toscani, Napolitani, Italiani tutti, quanti noi siamo dalle Alpi al mare, io lo domando a tutti, e coscienziosamente lo domando: E’ egli mai decoroso e fratellevol per noi l’esultare d’una gioia smodata, mentre dal Ticino al ragliamento, proclamata la LEGGE STATARIA, tenuta in vigore l’infernal legge di proscrizione e di condanna, di esecuzione e di sangue, i nostri sventurati fratelli stan fremendo di disperato dolore, e solo assistili da confortevole speranza, in noi altamente riposta e nella GIUSTIZIA DELL’ETERNO? —
Udite pure, o generosi Italiani, le parole di doglianza e di preghiera a un tempo, che v’indirizzan costoro: Fratelli nostri, fratelli di fede e di credenza, di speranza e d’amore, fratelli di sangue e di patria, ascoltate la nostra preghiera, soccorrete chi geme nell’assurdo avvilimento e nell’ignominioso dolore. Non è tempo di feste e di gioia, non è tempo di esultanze e di tripudi. Noi, e questi nostri fratelli Lombardi e Veneti, o siamo inabissati in fondo alle torri, o spiriamo sotto il ferro d’infami sicari, o muoiamo del continuo, o morremo per sempre, e per un’opinione soltanto, per una sola idea, per quell’opinione e per quell’idea che fa in tuonare un canto all’Eterno, un inno alla Patria ed al Re. La gioia si èconversa in lutto; in dolore il tripudio; in angoscia mortale la comune esultanza. L’esultanza, la gioia, il tripudio son grave insulto a chi soffre. La nostra festa non èpiù nazionale; o non dovrebb’essere almeno che la battaglia e la lotta, la vittoria ed il trionfo. I nostri principi italiani comprenderanno anch’eglino l’italiana sventura, comprenderán pure l’italiano silenzio. —
Tutti i ministeri italiani, nella santissima causa in cui sono vivamente impegnati quei miseri schiavi di nostri fratelli, sentir deonsi solidalmente responsabili. Pensino dunque seriamente al grave peso che forte li preme; badino pure al tremendo giudizio d’Italia, del mondo, della posterità. Firenze e Siena furon un tempo le ultime a cadere sotto le armi imperiali, ma caddero valorosamente; ogni cittadino pugnò da prode; pugnò lo storico Varchi, l’artista Buonarroti, Ferruccio mercante. La libertà toscana cadde finalmente pugnando; e pugnando risorgerà, anzi risorse a novella vita di gloria nazionale. Armi chiedansi dapertutto, armi a Napoli, armi all’Inghilterra, armi alla Francia, ch’essi pur dichiarata in questi ultimi tempi guardiana e sostegno de’ popoli deboli.
Ma l’armi non sieno un inutil pondo, un arnese inutile pei valorosi Italiani; si addestri, si apparecchi, s’istruisca nelle strategiche evoluzioni colui ch’è addetto all’onorevol mestiere di guerra; si rafforzino e fortifichino i punti più deboli. Ogni governo italiano provveda energicamente al maggior uopo; operi pure senza ritardo ogni popolo; non è più tempo di torpore e d’indugio. Il nostro risorgimento è stato così rapido, che non vi fu quasi intervallo di mezzo fra l’ora del risorgere e quella di combattere. E sì agevole e pronta e stata la rigenerazion nostra civile, che sembra quasi inconcepibile ogni altra più grave difficoltà. Ma il facilcompimento d’una cotanta impresa nazionale fu più tosto il prodotto della forza morale, che del fisico potere; ed ora di materiale possanza fa d’uopo pur troppo; ora il diritto solo e insufficiente, l’opinion sola non basta: son necessarie le armi, e necessaria l’arte di saper combattere ed atterrare il nemico, e necessario il braccio forte da ultimo, del pari che un cuor risoluto e disposto a vincere od a morire, a combattere e trionfare da vero Italiano. —
A questo sol modo operando, abbiam ferma fidanza che non andrà guari e resterà pienamente convinto il comun nostro nemico, l’oppressore superbo de’ nostri più cari fratelli, che costeragli assai caro il sostener d’avvantaggio un dominio illegittimo, un’oltraggiante e tirannica signoria nell’Italia. Assicurando vassi, in effetto, che il consigliere e ministro crudele del più malvagio dei tiranni, avendo fatto variate inchieste a più d’una casa commerciale per prestiti assai rilevanti, non abbia ottenuto che la seguente risposta da’ più accreditati capitalisti: «Noi non anticiperemo danaro per far la guerra all’Italia.»Le spese intanto pel mantenimento dell’esercito riunito e da riunirsi in Lombardia, sono enormi pur troppo. Corre voce peranco che in breve tempo le forze riunite in quel paese ascenderebbero a centocinquanta mila uomini. Si stenta a credere per seguenza che cosiffatti marziali apparecchi, e tutte queste spese eccessive abbiano per iscopo la semplice difesa soltanto. —
E tante sventure italiane non procedon in gran parte che dal reo suggerimento di ministri infami e perversi! E nulla di buono sperar puossi, giammai per gli stati, pei popoli, per l’umanità gemente ed oppressa, sino a che par fermo il volere d’iniquo fato che star dovesse a lato
A un re malvagio un consiglier peggiore!
Se vi fu mai più convincente argomento che dimostrar potesse un tanto vero; se vi fu mai cosa alcuna al mondo che avesse tanta efficacia da provare quanta parte abbiano alla gloria ed al disonore de’ principi i consigli de’ savi o de’ tristi ministri, e senza ¡dubbio quest’ultimo avvenimento politico, prodigiosamente operalo in Italia. Ei non è mica possibile covrir d’un velo sì denso tutto il passato, da nasconder l’odio che andavasi accumulando e rapidamente propagando ne’ popoli contro il principato; ed era sì forte quell’odio, sì possente ed accanito che congiurar te rilavasi financo un rovescio fatale di dinastie e di troni, per un cambiamento compiuto e radicale di forme di governo. .
Su di chi mai rifonder deesi la colpa d’un odio sì universale e profondo? Su’ rei ministri, sui consiglieri felloni e ribaldi. Nella condizione presente de’ tempi, i Seiani e i Caligola, i Neroni e i Tiberi sono ancora possibili; ma gli Achitofelli iniqui, i Burri esecrati e nefandi, di cui scrisse il famoso Racine:
Détestables flatteurs! présent le plus funeste,
Que puisse faire aux Rois la colère céleste, non sono che realmente esistenti e moltiplicati dapertutto, per orrenda sciagura del genere umano!
Ai tempi presenti nondimeno più non havvi via di mezzo da scegliere, né addur puossi ragione veruna a personale giustificazione. Perocché, o il principe e non mezzanamente fornito di saviezza e d’ingegno, e agevolmente allora conoscer dee, che una feroce crudeltà non puote aver lunga durata in mezzo alla civile cultura de’ popoli presenti; o è maturato d’intelligenza ottusa e limitata, ed in tal caso, avendo ricevuto un’educazione che ingentilisce il costume, umanizza il cuore, ed appiccasi a principi d’una religione fondata sull’amore, abborrir dee necessariamente lo spargimento di cittadino sangue, e tutto inclinare ad altissimi sensi di amor efficace ed operoso inverso i suoi soggetti. Non però di meno, per alcune anime ambiziose e corrotte l’unico mezzo d’ascendenza e di dominio, e sempre l’impossessarsi dell’animo del principe, e poscia, alienandolo interamente dal popolo e rendendolo a tutti odioso, ridurlo nello stato fatale di non aver altro confidente che un vile ministro, altro sostegno che un traditore ed un nemico fiero della patria, altro appoggio che i satelliti di costui, altra speranza infine d’assicurar la sua vita che l’incrudelir sempre più contra i pretesi nemici del trono, creali dall’arti menzognere d’un astuto ed infinto cortigiano.
Rimosso costui dal fianco del principe, e circondato questi da cittadini onesti, conoscitori de’ tempi, amanti di patria gloria, compirassi tosto una radicale trasformazione, ed il principe, odiato pria, diverrà poscia senza dubbio l’amore del suo popolo, e l’obbietto d’un cullo che risguardar potrebbesi talvolta come degradante l’umana dignità, ove s’ignorasse per avventura esser non tanto indiritto alla dignitade e al merito, quanto all’altezza ed importanza del principio ch’ei rappresenta.
Ed e senza dubbio un dominio d’istoria l’applicazion logica di teorie cosiffatte; e noi per via meglio raffermarle negli animi de’ nostri concittadini, farem rapido cenno del bisogno che sentir deono i principi italiani di farsi omai circondare da ministri savi ed umani, che non ascondan loro ma lignamente parte alcuna del vero, ma onestamente gl’indirizzino per l’indeclinabil calle che possa assicurar loro e gloria, e possanza, e pace, ed onore. E quale sia stato questo glorioso calle, l’hanmostro pur troppo alla nazione i ministri ed i consiglieri FAMOSI del tracorso governo, gl’ippocriti tristi, i lupi rapaci, i falsi e bugiardi amici del Trono, gl’iniqui PRELATI di Corte, i quali avventurosamente, comunque un po’ tardi, per giustissima ragion di stato e di salvezza pubblica, obbligati vennero a deporre una volta l’indegna benda che copriali, a sbalzar tostamente da quel posto che occupavan indegni, ed avviarsi, forse per sempre,
Chi ver Gerusalem, chi verso Egitto. —
La Provvidenza Sovrana, che veglia incessantemente sui destini de’ popoli, e tutta intesa par che si mostri a sottrarre la patria nostra all’invilimento ed all’abbiezione fatale, volle che il primo esempio d’una costituzione italiana fosse tipo ed occasionale cagione a un tempo di tutte le altre. E questa verità e per se stessa sì chiara, che ha indotto ora mai parecchi principi riformatori d’Italia ad avvicinarsi a quella in tal guisa, da far trasparire ne’ loro concessi statuti quelle poche modificazioni soltanto che, lungi dall’alterarne le basi, fosser ognora bastevoli a soddisfar pienamente a’ bisogni ed alle peculiari condizioni degli stati.
La Costituzione napolitana non è mica l’opera del momento o del caso; i novelli ministri che la consigliarono al nostro Sovrano, che l’ispiraron peranco agli altri Riformatori Italiani, avean già fatto uno studio accurato e profondo sulla nobiltà dell’umana specie e sa tutto ciò che la moderna civiltà conquistò su l’antica barbarie, quando volle inviolabilmente assicurati i diritti dell’uomo, ponendo un’insormontabil barriera all’arbitrio ed alla violenza, al dispotismo e al capriccio.
Non evvi verun’opera umana che sia di difetto o d’imperfezione scema; ma non havvi altresì una sola infra le tante moderne costituzioni che si accosti in perfezione alla nostra, o che abbia meglio tutelata la libertà individuale, l’ingenita uguaglianza innanzi alla legge, la libera e franca espressione del pensiero nelle politiche cose. Tutto fu saggiamente previsto; fu tutto espresso con tanta semplicità e chiarezza da toglier ogni timore d’interpetrazion falsa e capricciosa. L’iniziativa per la formazione delle leggi appartiene non solo al Re, ma alle due Camere pur anche; l’interpetrazione generale nondimeno appartiensi esclusivamente al potere legislativo; ed ecco chiusa per sempre la via che l’assolutismo indiscreto si lascia sempre aperta per l’arbitrio insultante e fatale.
Quel Governo, che spontaneamente interdice a se stesso il diritto di ricorrer all’intervento di truppe straniere, per l’interna ed esterna sicurezza, e che crea per lo avverso una Guardia Nazionale, lasciando libera ad essa l’elezione de’ suoi uffiziali fino al Capitano, mostra apertamente di non voler più ricorrere, alla violenza per regnare ed aver lunga durata, e che alle armi cittadine con piena sicurezza si affida.
Accordar il diritto di petizione; dichiarare i cittadini tutti indistintamente uguali al cospetto delle leggi; por mente soltanto alvero merito personale per ascender a posti onorevoli; proclamar sempre e legalmente la libertà individuale; invalidar gli arresti non emanati in conformità delle leggi; vietare che l’accusato esser possa tradotto innanzi ad un Giudice non determinato dagli statuti in vigore; appellar inviolabile la proprietà e il domicilio de’ cittadini; assicurare come inviolabile e sacra la proprietà letteraria; render solenne ed illeso il secreto delle lettere, violato impunemente sinora da tutti i Governi, e da quelli peranco che nomansi liberi per eccellenza: son questi cotal i atti sublimi che, altamente proclamando gl’imperscrittibili diritti dell’uomo, e la sua invilita dignità rialzando, svelan nell’animo degl’illuminati ministri, appalesan nel cuore del savio moderatore de’ popoli un alto e forte sentire, un filosofico e profondo pensiero, un amor caldo ed ardente di patria, una bramosia positiva e verace di render sì glorioso il secondo periodo d’un regno, da cancellare per sempre ogni odiosa memoria del già tra varcato.
Non si arrestaron costoro a meschine e sterili considerazioni, non illusero vilmente i popoli con un vano giuoco di parole, non si fecer ad imporre ali altrui esaltata immaginazione con lusinghiere e mentite apparenze; saliron sì bene alla cima del novello edilizio sociale innalzato da tanti esimi pensatori, rafforzato da terribili lolle, reso più saldo da tanti contrasti, inaffiato dal sangue di tanti generosi cittadini. E però meritaron bene di quella Patria cui stimaron degna di goder l’intero frutto della moderna civiltà, senza passare per lente gradazioni accompagnate sempre da tempestose reazioni, da violente e subitane scosse; perocché in queste gradazioni insensibili, in questo giusto mezzo non mai si lascia tanto libero campo al partito cittadino direttamente opposto all’esecrato assolutismo, da poter vincere le oscure macchinazioni o le aperte e vergognose lotte di COLOROche visser vita assai lieta e fortunata in mezzo alla miseria ed al tutto degli oppressati popoli. Né s’ingannaron punto allor ch’ebbero a concepire tutt’altra idea ed una stima più dignitosa ed alta de’ popoli italiani.
La stampa èor libera in questo nostro avventuroso Reame, ed essa parla nondimeno un linguaggio così dignitoso e moderato, e piena di sentimenti sì generosi e sublimi, da non far trapelare veruna idea di reazion vile o di bassa vendetta, verun desiderio che sia men legale ed onesto, verun pensiero che tracorra al di là d’un governo costituzionale e saggiamente moderato. Sia pur questo un esempio luminoso d’incitamento possente per gli altri Principi ad imitare, nella scelta de’ loro consiglieri e ministri, il nostro savio Monarca; e tolga loro ad un pari ogni mal fondato timore di sfrenati desideri, di smodate e criminose tendenze ne’ loro suggelli!
Diciamolo pur francamente e senza orgoglio: i popoli d’Italia hanno oramai acquistato, inmezzo a tante prove d’avversa fortuna, un fatto così squisito, un’intelligenza sì viva e profonda nello studio dell’uomo, che alle prime parole, ai primi fatti sovra tutto, a giudicar fansi irremisibilmente coloro ch’elevati vengon al potere. Niunosperi impertanto d’ingannarli o sedurli.
L’Italia tutta, ai dì nostri, tributa giustissime lodi all’attualnostro Ministero ed a CHI modera i nostri destini; perocché quando deliberarono nella legge costituzionale che la votazione nelle camere legislative avesse luogo in pubblica forma; quando ammisero che non il solo censo fosse requisito necessario per esser elettore ed eligibile, ma venisser anco risguardati come requisiti i doni dell’intelligenza ed i servigi resi allo stato; quando infine sceverandosi d’ogni iniziativa lasciaron libero alle Camere l’arbitrio di formare una legge elettorale, radical base d’ogni ben fondato costituzionale governo, han mostro assai chiaro allora di non aver altro in mira che il bene positivo e reale della nazione, il quale non puote oggi punto del mondo ottenersi senza accordare ai popoli quelle guarentigie che, consacrando i diritti dell’umanità, rendon affatto impossibile il ritorno dell’abborrito dispotismo o mascherato od aperto.
Essi detto dianzi, che non havvi quaggiù ver un’opera umana che dir si possa dell’intuito scevra d’imperfezione; ma quando sarà scrupolosamente ammessa ne’ tribunali tutti del nostro reame la bella conquista della moderna legislazione, la più sicura guarentigia dell’accusato; quando alla ragionata disposizione, che dichiara unica religione dello stato la cattolica, e proibisce l’esercizio d’ogni altro estraneo culto, si aggiunga pubblico esercizio; quando, da ultimo, ben organata la legge elettorale, un maturo escine delle due Camere avrà fatto subire qualche lievissima modificazione a talune parti non fondamentali della Napolitana Costituzione; non vedrassi allora certamente un tipo più bello d’umana perfezione fra quante produzioni eminentemente politiche sian apparse in questi ultimi tempi fra noi.
La novità del fatto che rovesciar sembra le attuali condizioni sociali, spaventar non debbe i principi italiani. Le attuali condizioni sociali sono in pericolo di esser rovesciate sin dalle loro basi, ove non pongasi tosto un saldissimo appoggio al vetusto edilizio che crollar dappertutto minaccia; e questo appoggio può solo ottenersi dalla rinata fiducia nei popoli, dalla rediviva venerazione pel trono, dalla piena osservanza delle leggi in vigore.
Sino a qual segno intanto promettian fiducia i popoli e venerazion somma al novello ordine di cose, e pur troppo noto a chiunque. Ed e cosa notissima altresì che, in un sì rapido e general cangiamento di leggi fondamentali, non perderan certamente qualche cosa se non quei pochi che regnavano invece de’ Principi iniquamente raggirati e traditi. S’egli e vero non pertanto che la possanza e la gloria degli attuali governi sta in ragion diretta della possanza e della gloria, della sicurezza e tranquillità de’ popoli, null’altra cosa veggiam oggi al mondo che render possa più temuti e rispettati gli uni, più sicuri e più forti gli altri, quanto l’adesion franca e leale a quei politici cangiamenti che son richiesti dai tempi, e proclamati dal senno maturo d’una nazione non più fanciulla, ma sviluppata ed adulta. —
Mentre intanto esultava di pubblica gioia i napolitani cuori, pel patto solennemente fermato tra il sovrano ed i suoi soggetti; mentre sorgeva dal petto dell’universale una commozion viva e forte, alla consolante idea d’una rigenerazione a vita novella mentre infine alla piena traboccante de’ cittadini affetti poneasi modo e suggello con amplessi di pace, che tutto un popolo di collegati fratelli generosamente scambiavasi in segno di concordia e di coscienziosa simpatia; contro queste solenni testimonianze di comune esultanza sorgeva importuno più d’un timore, si elevava indiscreto più d’un sospetto, volgeasi indecoroso più d’un dubbio negli animi vacillanti e perplessi di taluni, che, sul fondamento di mal raccolte o di mal digerite informazioni, a rimproverar faceansi la tarda pubblicazione della tanto sospirata ed attesa Legge Elettorale.
I rappresentanti il potere esecutivo intanto han già reso pienamente pago quest’altro pubblico voto, il voto di tutta intera una nazione. Quindi non più anatema ed esecrazione alle mostruose ambagi in che si avvolgeva la svelata turpitudine de’ vetusti sistemi comunicativi. E quell’atto pubblico del novello Ministero compì in gran parte la legalità del nostro riscatto, pose anzi il suggello all’iniziativa che precedette il giubilo cittadino de’ giorni tracorsi.
E però, avuto riguardo a ciò che venne stabilito nell’Articolo 62 della Costituzione, che per la prima convocazione delle Camere Legislative sarebbe pubblicata una legge elettorale provvisoria, la quale non diverrebbe definitiva, se non dopo essere stata esaminata e discussa dalle Camere medesime nel primo periodo della loro legislatura; preso inconsiderazione tutto ciò che contiensi negli articoli 53, 54, e seguenti della stessa Costituzione, co’ quali venne stabilito che il numero de’ Deputati corrisponderebbe sempre alla forza della popolazione, computala secondo gli ultimi censimenti; che, dovendo esservi un deputato per ogni complesso di quarantamila anime, la legge determinerebbe l’occorrente, ove nella circostanzade’ Collegi Elettorali vi fosse difetto od eccesso di popolazione; che annoverar deonsi fra gli elettori e gli eligibili tutti coloro che posseggon una rendita imponibile, di cui sarebbe determinata la quantità, dalla medesima legge elettorale; cd ènecessario il definir permanentemente, per un dato periodo di tempo, dall’un canto il computo delle popolazioni che inviar deono i Deputati alla Camera, e dall’altro i centri ove possa eseguirsene l’elezione; tutte siffatte cose, in una parola, e molte altre che per amor di brevità si trasandano, prese dal Ministero in considerazione, pubblicossi finalmente la tanto applaudita Legge Elettorale, nel dì 29 Febbraro del 1848.
Il Ministero, in effetto, mostrossi quasi più sollecito nel compilare un tanto lavoro su la legge elettorale, che noi nell’annunziarlo ed inserirlo in queste pagine di storia patria. Tutto intero il pubblico napolitano felicitollo di cuore, alla vista d’un atto sì solenne da lui ansiosamente atteso, e meritamente risguardato come fondamental pietra del grandioso monumento della civil nostra rigenerazione. Gli scettici politici volean allora, proclamavan anzi altamente un fatto che provasse loro positivamente le vere intenzioni del governo. Si pubblichi pure, dicean costoro, la legge elettorale, e saprem tosto per qual meta avviar vuolsi la nazione; apertamente vedrassi se lo spirito che presiede al nostro risorgimento cinger vuolsi di luce, o fatalmente ammantarsi del buiore del passato, delle più fitte tenebrìe della vetusta politica; scorgerassi pure una volta se il novello sistema di cose e corrivo al benessere sociale, al positivo vantaggio de’ popoli, o da lui si diparte e allontana. Ed a chiunque tentava di porre innanzi un NOMEcome guarentigia del bene che universalmente si spera, rispondeasi tosto: Il solo nome non basta; sono i fatti sì bene, ed esclusivamente i fatti il più sicuro termometro della comun guarentigia e salvezza. —
La prova che si desiderava si èfinalmente ottenuta. Alla guarentigia del nome essi appiccata ègiunta ancor quella de’ fatti. La legge elettorale ha pur troppo soddisfatto l’aspettativa comune; non ha deluso veruna speranza, non tradito alcun voto; e però risguardare e salutar puossi come un’arra sicura d’un più prospero avvenire. Il plauso che le han largito anco i più schivi, solidamente conferma il nostro giudizio; i pregi che inchiude in sestessa, dilegueran dell’intutto le dubbiezze del politico pirronista.
Chi sarà dunque il miglior deputato? colui che va più nel genio agli elettori, quegli in cui avran costoro maggior fiducia e confidenza. La sola e vera misura d’un’esattaeligibililà e tutta riposta nell’intenzion retta e sincera degli elettori. L’effetto non puot’esser mica discordante dalla cagione che l’ingenera; le qualità dell’eletto risponder deono a quelle di chi lo elegge e propone.
La suprema tutela della libertà nazionale èla stessa nazional rappresentanza. Ove questa compongasi di uomini guasti e corrotti, più non avrassi la rappresentanza della Nazione, ma un cieco strumento di servitù e di bassezza; non un’augusta ed illustre assemblea di uomini liberi, generosi, indipendenti, ma un gregge compro o venduto di pecore matte. Quindi le leggi ch’emaneranno da lei, nonpiù saranno quali il bene della Patria esige che siano, ma quali il potere le desidera e vuole. La storia di Francia in questi nostri ultimi tempi; le leggi di quest’ultimo tracorso settembre; la politica che abbandonò la Polonia e manomise l’Italia; i matrimoni Spagnuoli; l’abbandono dell’alleanza Inglese; la tracotanza smodata ed oltraggiante di Guizot; la dispotica ostinatezza del suo sistema fatale; le condizioni durissime, la tremenda necessità in cui trovasi la grande Nazione nel momento in cui stiam vergando queste pagine; non ne sono per noi che luminoso esempio e convincente prova ad un tempo…. e tutto ciò non riconosce che un solo principio, la corruzione della maggioranza della Camera elettiva. Per essa la Francia trovasi fatalmente rispinta a’ tempi della ristorazione e sallo il Cielo che cosa ne avverrà; e lo saprem tosto ancor noi!
Importa dunque moltissimo che la moralità della Camera sia positiva e certa, perché tale sia pur anche l’impossibilità a un travolgimento politico, d’un tostàno ritorno agli abusi del passato. Con ciò non osiam punto far onta al potere, incalzandolo forse t o premendolo con prematuri timori. Ma è tale oramai la sua indole che, ove un freno continuo e possente noi rattenga forte, fuor uscirà dalla sfera prescritta e diverrà non indifferente invasore. Allora il popolo sentirà forte il bisogno di far valere la legge d’una inevitabil lotta; ed in un contrasto siffatto, la prima a traballare sarà sempre la libertà moderata ché il popolo invaderà pure a vicenda; e son sempre tremende le invasioni d’un popolo che proclama altamente la riconquista d’una libertà contrastata.
In qual modo impertanto ottener potrassi una Camera in niun conto accessibile alla corruzione e all’abuso? — Operando in guisa ch’emani dalla condizione del popolo la voce coscienziosa, annunziante il mandato di rappresentanza a’ cittadini eligibili. Perocché, s’é agevol cosa corromper gl’individui, èquasi impossibile corromper le masse. Se il deputato rappresenta la confidenza degli elettori, elettori non corrotti, né corruttibili vi daranno ottimi deputati.
A soddisfar questo supremo bisogno mira positivamente la nostra legge elettorale. Dà ella il diritto di elezione alla più sana ed illuminata parte del popolo, escludendo sempre coloro dell’infima plebe che, nulla possedendo, e nulla avendo da avventurare, affidar potrebbero un sì dilicato ed importante ministero alla perduta gente, a gente cieca del miglior dono dell’intelletto, che non promuovere il bene ma la rovina della patria stranamente potrebbe. E ciò dicendo, teniam fiso il pensiero su le vere basi della legge, su le rette mire del suo autore, il quale da quelle santissime basi non potea punto scostarsi; teniam volta la mente alle attuali nostre condizioni, le quali proclamano un cosiffatto linguaggio; e però, accusando la plebe di cecità e d’ignoranza, colpir intendiamo di rigorosa censura quei tristi, che non solo cieca ed ignorante ma selvaggia ed abbrutita l’han fatta.
Né far si dee, per lo avverso, d’una sì dignitosa nazional rappresentanza uno sfoggio di pompa e di lusso. La più stretta decenza sarà pur troppo bastevole a’ deputati e rappresentanti della nazione. Ben altra pompa ed altro lusso dovran costoro sfoggiare, quello del zelo cittadino e dell’amor verace di Patria. Questo debb’essere, ove accolga l’Eterno i nostri fervidi voti, e questo sarà il lor primo ed unico pensiero; e per compiersi, non fa mica mestieri di lussuosi apparecchi. Si agisca pure per sentimento istintivo di gloria e di ben inteso disinteresse, sentimento che non lascia d’annunziar sempre un animo assai nobile e grande, filantropico e generoso; che ogni benemerito cittadino faccia prova di saviezza e di non infinta virtù; che ogni deputato, ove il grand’uopo lo esiga, raddoppi di cure e di sforzi, di sacrifizi magnanimi e generosi; che il bello esempio, da ultimo, sia sprone possente a virtuosa e nobil gara. La Nazione sovra tutto sente un forte bisogno, un bisogno imperioso ed assoluto di moralizzare le masse. E non evvi mezzo più efficace ed acconcio a raggiugner un tanto scopo, quanto la rappresentanza affatto scempia di emolumenti e d’interessate vedute.
Il trionfo della libertà, a questi nostri tempi, ètutto affidato a cittadini generosi e zelanti, alla picciola industria ed alla moderata proprietà, all’istruzione e alla scienza; in un campo sì ferace di nobili ingegni rinverransi senza dubbio le ancor vergini virtù della mente e del cuore, disinteresse e coraggio, entusiasmo ed attaccamento ai sacri interessi della civil comunanza.
E la legge intanto, che garantisce il nostro patto sociale, che serve di scudo al nazionale contratto, e interamente corriva al pieno conseguimento del voto comune, ed ampiamente lo soddisfa. Si colmi adunque di benedizioni e di encomi, e si deponga una volta l’inopportuno sospetto. Più non vedransi a noi d’intorno corruttori e corrotti; non più sentirassi il bisogno, né la possibilità scorgerassi di ricorrer a mezzi infami e inonesti. Non sospetta e vana utopia, ma viva fede e salda speranza convinzion alta e profonda, saran fanale e guida alle coscienze degli onesti cittadini. Non l’assurda aristocrazia vien dalla legge appellata ad assidersi orgogliosa e superba in mezzo alla Camera elettiva; sì bene il popolo e chi degnamente lo rappresenta, l’industria e:la scienza. A queste forze imponenti della Nazione abbandonar deesi il pensiero di vegliare alla sacra libertà della patria; né concepir deesi timore che l’onesto e savio cittadino tradir possa la sua missione santissima. Non mezzana fidanza fa di mestieri ancor porre nella condizione de’ tempi che vansi rapidamente maturando, e nel gran processo che fassi contro la corruzione del costume, al cospetto del mondo novello. La sentenza contra il vizio e la fellonia sarà capitale, severa, inappellabile. La corruzione, già per se stessa impotenziata a realizzarsi in quest’ordin più legale di cose, sarallo via più, e per sempre, e per forza di legge per anco, grazie alla vigilanza somma ed all’esimia probità de’ veri difensori de’ patri diritti. —
Un altro voto a questi nostri tempi formando vassi ancor dapertutto, il voto d’una lega doganale e federativa in Italia. Il pensiero comune, il pensiere d’ogni Italiano, esternato con la voce e con la stampa, e che si stringa una lega; e la lega doganale peculiarmente, che debb’esser fermo sgabello alla lega politica, non si è mica conchiusa finora; né ravvisar puossi ragione veruna perch’ella sia nel nostro stato, del pari che negli altri tre dell’Unione, sì fatalmente ritardata. Tutti intanto a protestar fansi altamente contro quest’indugio indecoroso e indiscreto; manifestantutti con ogni generazione di scritture e di dicerie la necessità d’un atto sì collettivamente utile ed avvantaggioso alla comun causa italiana.
E però deliberando vassi di doversi scegliere, infra i quattro Stati Italiani, Commessavi zelanti ed operosi, Plenipotenziari di mente e di cuore; farli venire in consesso; giugnersi in uno sotto il nome complessivo a ITALIA COSTITUZIONALE;stringer finalmente il grande Statuto della lega doganale, donde proceder dovrà incontanente il Trattato federativo, la Lega politica d’Italia.
Che più attendono, in effetto, i principi italiani a confederarsi solidalmente infra loro? Schiuder dunque dovrassi il varco al comun nostro nemico, per ¡scender comodamente sin nel cuore della Penisola, porvi un piede di piombo, sommetterci ad un giogo di ferro, ingrossar d’armi e d’armati il suo cavallo troiano, paralizzare gl’indigeni cuori, sceverar i prodi di valore e di forza, vomitarci addosso le falangi barbariche, tenebrose, opprimenti? Non potran forse le italiche province venir a più salda e più leal federazione, senza punto temere le diplomatiche opposizioni, e senza ricorrere, ove pur fosse possibile, ad estere alleanze? Non è forse certo che la presenza di molte truppe nemiche in parecchi punti della Penisola, èuna muta e continua minaccia all’Italia costituzionale, sia perché quel corpo d’armata rende al nemico più agevole e pronta un’invasione, sia perché glien offre apertamente e varchi più brevi e più sicuri? —
Nulla dunque concepir puossi, a questi nostri giorni, di più legittimo e di più necessario a un tempo che una Lega Italiana, divenuta ormai principalissimo obbietto, non che di nazionale, a italico voto. La lega italiana non produrrebbe attentato o violenza a verun diritto. Sotto la sua benefica influenza, ricupereranno i prodi Italiani la forza con la coscienza della forza. Paragonar puossi l’Italia. ad un infermo lungamente abbattuto e travagliato, che, comunque non mezzanamente guarito, mal si attenta appoggiarsi su le proprie gambe supposte ancor deboli e vacillanti; ma, persuaso appena che son pure da tanto da poter sorreggere il pondo della macchinalsalma, si rinfranca tosto e cammina spedito.
E più spedita e più ratta eziandìo camminar dovrebbe l’Italia nel compier la duplice Lega, su di cui tutte son fondate le migliori speranze; perocché la Lega doganale non mena per diritto ed agevol calle ché ad una più forte e più solidaria Federazione. L’Italia federata aumentar puote in possanza e’ valore; diverrebbe anzi una delle Potenze di prim’ordine, quando gli stati italiani, ancor divisi, appiccassero in modo gli uni agli altri da non formare che tanti stati eminentemente federali. Un sol pensiero anima presentemente gl’Italiani tutti, il pensiero d’una perfetta nazional comunanza.
La Lombardia intanto guarda nella sua miseria ed oppressione le nostre operazioni, e le affretta coi suoi più fervidi voti. La Sicilia non verrà certo a lega con altra potenza che facesse di lei quel che di Modena fece l’Impero, cioè un’alleata cui degni un Grande onorare qual meschina vassalla; costituitasi una volta libera e donna, indipendente e sovrana come spera, sarà ella con noi senza dubbio federata all’Italia. Che una sola bandiera s’abbian adunque gli stati della forte UNIONE; che sien solidamente confederati fra loro, e serbi ciascuno nelle proprie terre la convinzion piena e profonda della sua signoria, del suo potere e della sua libertà; che un solo ed imponente esercito acccoglier possa nelle ostilità i vari eserciti parziali de’ quattro Stati; che afforzandosi scambievolmente, e completandosi l’un l’altro pe’ loro singoli pregi, dian finalmente l’esempio D’UNA FORZA UNITA che le forze sparte moltiplichi ed avvalori: e questa la meta gloriosa e sublime, cui tende oggi ogni cuore, cui aspira ogni mente, cui mira ogni pensiero de’ nostri rigenerati fratelli. —
Ed era questo precipuamente il voto del primo tra i nostri rigeneratori italiani, il quale ad indirizzar faceasi le seguenti caldissime parole ad un suo confratello di ventura appartenente al nostro Reame:
«Io v’invidio, scriveva egli, la dolce sorte che avete di abbracciare coteste eroiche popolazioni che diedero di qua e di là dal Faro sì alti esempi di virtù civile, ed affrettarono con sì lieti auspici i destini di tutta la penisola: popolazioni ugualmente ammirabili per la moderazione e pel coraggio nella resistenza e nella difesa. Resta ch’esse compian con senno ciò che incominciarono con magnanimo ardimento, postergando, se occorre, ai particolari interessi il bene comune, come già gli consecrarono generosamente la vita. Potrà mai essere scarso nei minori sacrifizi chi fu già sì largo ne’ maggiori, offerendo non solo il sangue proprio, ma quello altresì de’ suoi pia cari? Oggi l’Italia ha bisogno sopra tutto di unione, alla quale si deve posporre ogni altro riguardo. Ma come mai il regno potrebbe conferire all’unione d’Italia, se fosse diviso in se medesimo, e se un’armonia perfettissima di menti e di cuori non legasse Napoli con la Sicilia? Voi che conoscete il paese saprete qual sia il modo più acconcio ad operare e mantenere l’accordo.
«Ed io fo caldi voti affinché l’accordo segua, e le due parti si risolvano a quei sacrifici che son richiesti a produrlo ed a stabilirlo: e mi affido che li faranno, gareggiando insieme di generosità civile, come testé contesero di energia e di valore; tanto più che non si tratta di due sole province, ma di tutta Italia. Non si domanda che i Napolitani cedano a’ Siciliani, o viceversa, ma che gli uni e gli altri eleggano da buoni fratelli quel partito che più giova alla nostra comun madre, rimettenuo ciascuno de’ propri interessi in grazia del bene universale.»
Siffattamente scriveva l’immenso e generoso Gioberti, cui tanto sta a cuore l’unione e l’indipendenza, la libertade e ‘l trionfo della nostra cara Italia. Eppure correa, non ha guari, funesta una voce, e tale da contristar senza fine l’animo di tutti i buoni Italiani, di tutti quanti i più caldi adoratori della Religione e della Morale, delle Lettere e della Patria. Buccinavasi che mancato fosse ai vivi niente meno che il massimo degl’ingegni che vanti la nostra gloriosa Penisola, il primo tra i moderni apologisti del Cattolicismo, il Precursore di Pio Nono, il più valente Rigeneratore d’Italia.
L’amara novella, uscita forse per intimo desiderio dal labbro incauto d’alcuno fra gli amorosi delle tenebre che sono naturalmente avversi al Filosofo della luce, non fu mica creduta da’ ben accorti, e venne tosto smentita da recenti lettere che s’ebbero di quel Grande; ma se per mala ventura d’Italia l’infausto annunzio avveravasi, guai a quei tristi ed invidi Aristarchi che da per tutto e da tutti conoscer fansi così patentemente e con parole e con opere giurati nemici al magnammo Autore del Primato e del Gesuita Moderno. Non ignoriamo intanto ch’ei vive, e di tutta quella miglior sanità che gli consentono i soverchi studi ed il molto occuparsi e consumarsi che fa del continuo a pro del morale e civile risorgimento della nostra comun Patria. Ed osiamo sperare con vivissimo zelo che l’Eterno, il quale sì visibilmente protegge la nostra Italia, darà sana e robusta, lunga e prospera vita a tanto uomo liberissimo, del pari che al sovrumano Pontefice; perocché la nostra Patria per divenir quella che vuolsi lassù, cioè salda e valorosa Nazione, ha bisogno ancora, e pur troppo! della suprema e paterna mano di Pio Nono, della penna forte e possente di Vincenzo Gioberti.
E non mezzanamente ci conforta, il pensare che la nostra fiducia in entrambi e pur la fiducia di tutti i cuori coscienziosamente italiani, fiducia che venne per più mesi manifestata dagliinnumerabili evviva onde risuonò tutto il nostro Reame non solo, ma la Penisola intera dal Cenisio all’ultimo lembo della Sicilia. Ed èpur degno d’osservazione nondimeno, non senza maraviglia e dolore, come in un tempo che Principi e Popoli s’abbraccian insieme e studiansi quanto più possono di camminar d’accordo, essendosi con tante grida levalo a cielo il nome e con tante dimostrazioni onorata la virtù di Vincenzo Gioberti, non abbiano pur fatto il debito loro né cercato ogni maniera possibile di meritamente esaltarlo; della qual cosa non sapremmo in che miglior modo scusarli se non col dire che troppo credansi incapaci di poter sollevarlo più alto di quel che la pubblica fama lo ha degnamente sollevato.
E per fermo ancor noi partiam secoloro una cosiffatta credenza, tanto e il concetto che abbiamo del gran Filosofo e Letterato, del gran Maestro e Dottore de’ nostri tempi, degno pur troppo d’occupar una pagina gloriosa nella storia de’ grandi uomini che illustran tanto la generazione presente. Dicasi pur apertamente, checché ardiscan susurrarne alcuni impudenti Zoili, bieca ed obbrobriosa razza che mai non si spegne, e sempre fe’ guerra al vero merito degli UOMINI GRANDI, Vincenzo Gioberti e non solo integramente cattolico ne’ suoi inimitabili scritti, ma èla colonna principalissima della cattolica filosofia. Si arrossisca dunque una volta chi per soverchio di balordaggine o di malizia osò ed osa peranco mettere a stampa infami scritture contro di lui ed offendere con ingiurie villane e con ¡stolte calunnie la sua persona sacra, ed avverta che procedendo in tal guisa offende la Religione e Pio Nono, il quale mostrò di stimar altamente quel nobilissimo spirito.
Il risorgimento italiano e il fatto più glorioso e più consolante dell’epoca moderna. L’Italia e sempre la prediletta figliuola della Provvidenza; quando tutti la credean estinta, o per lo meno immersa in profondo letargo, la voce di Dio chiamolla a novella vita di libertà e di gloria, la fece sorgerà grandi ed immortali destini. La sventurata dormiva, ma si è risvegliata; era morta, come dicevano i suoi calunniatori, ma oggi e risuscitata. Il dito dell’Eterno operò visibilmente un tanto portento: stolto colui che non lo vede, empio ed esecrato chi non vi crede! L’intervento della Provvidenza nell’andamento delle cose umane non fu mai. cosi evidente, così incontrastabile come ai giorni nostri: una nazione derelitta ed oppressa, travagliata e infelice, dall’abisso della sventura sorge al colmo della grandezza e della gloria, consegue il supremo de’ beni, l’indipendenza, da povera ed invilita ancella risale alla dignità di matrona, e fatta più bella da’ lunghi dolori, dalle lacrime di più secoli, ripiglia il posto che degnamente le spetta nella grande famiglia delle nazioni civili.
Ma la Provvidenza nel preparare i più grandi e strepitosi eventi suscita sempre gli uomini grandi destinati a compirli; e l’inopinato evento dell’italico risorgimento fu compito negli ordini civili e politici da Pio Nono, negli ordini ideali e filosofici da VINCENZO GIOBERTI. Fu egli che preparò le vie, qual gran Precursore, a quel savio ministro della volontà dell’Eterno; l’apostolo eloquentissimo che con la forza incruenta della parola conquistò al vero e soggiogò gli animi e i cuori degl’Italiani; l’inspirato dal cielo che appellò a pace ed a concordia i Princìpi ed i popoli italiani, bandendo la santa crociata per l’italiana nazionalità.
L’alleanza del Principato con la nazione parea cosa malagevole ed ardua ad attuarsi nell’Italia nostra; allorché venne ella proposta fu tacciata di delirio e di sogno, di chimera e di utopia, ed anche di peggio; ma la verità vince ogni ostacolo, debella ogni resistenza, abbatte ed atterra ogni barriera, e quell’alleanza che parea sogno e follia a non pochi, delirio e stravaganza a molti, e addivenuta quest’oggi una realità consolante, un fatto assai sorprendente e luminoso. Primo a predicare in Italia la necessità di siffatta alleanza fu appunto GIOBERTI: la ciurma degli altri scrittori che l’han poscia seguito, han comentato il suo pensiero, hanno sviluppato la sua idea, l’han parzialmente incarnata, con più salde ragioni l’han proclamata e sostenuta; ma il primitivo concetto non appartiene che a lui, non conviensi che a lui il glorioso titolo di MEDIATORE FRA IL PRINCIPATO E LA NAZIONE ITALIANA.
Nel leggere il Primato civile e morale degli Italiani, e nel riscontrar poscia tutti i fatti succeduti in Italia dopo l’esaltazione di Pio Nono al Trono, non ravvisansi questi che apertamente vaticinati con tutte le loro particolarità. La libertà di stampa, la monarchia consultiva, il chiericato civile, tutte le grandi istituzioni dell’Italia moderna, tutto è accennato, indicato, predetto in quel libro immortale. Mirabile esempio della facoltà creatrice e divinatrice del genio 1 mirabile esempio della possanza del genio italiano sintetico ed analitico, poetico e pratico, speculativo e politico, ideale e reale, platonico ed aristotelico a un tempo! In VINCENZO GIOBERTI rivive l’antico genio pitagorico od italo-greco; egli e solo della sua stirpe, perché il genio non ha pari né superiore; è figliuolo legittimo di Platone e di Dante; dopo Giambattista Vico insomma è il filosofo più originale e profondo, il pensatore più libero e forte d’Italia.
E come i suoi padri ideali, GIOBERTI non è genio italiano esclusivamente o d’una sola nazione; e cosmopolitico sì bene, di tutti i tempi, di tutta l’umana famiglia. Su le ali della cristiana ontologia, ei poggia al cielo ed abbraccia nella sua meravigliosa comprensiva sintetica Roma e l’Italia, le province ed i regni, il cielo e la terra, Iddio e l’uomo. L’alleanza della religione con la civiltà, il primato morale e religioso del Pontificato, che sono i due perni d’ogni civile moderno progresso, non sono a un pari che sante ed inconcusse verità, avvantaggiose non solo all’Italia ed a Roma, ma al mondo politico intero. La vera civiltà èreligione augusta ed arcana; la religione èmassima efficienza di civiltà e di sapere; il Papato è custode e promulgatore del vero infallibile; il moderatore del mondo religioso e morale èl’arbitro supremo de’ popoli; il suo Trono èil palladio degli oppressi èl’asilo della sventura; il suo potere èil centro intorno al quale convergon tutti i raggi dell’umana fa miglia, e dal quale sol essa può tutta ritrarre la sua vetusta e primigenia unità. Chi ha messo fuor di dubbio queste verità sacrosante? chi le ha rese palpabili ed evidenti, irrepugnabili e luminose? chi trasformolle da teoremi in tanti chiari e patenti assiomi? la pubblica opinione, la voce d’Italia rispondon concordi: IL PRIMO RIGENERATORE D’ITALIA, VINCENZO GIOBERTI.
Non havvi storia. contemporanea in Italia, che non si estimi onorata di consecrare più pagine ad un tanto RISTAURATORE dell’italiana famiglia. E perché Italiani ancor noi; e perché i grandi uomini son sempre di tutti i tempi e di tutti i luoghi; e perché la loro gran fama li rende dominio sacro d’ogni storia; e perché ricusar non si puote impunemente da un italiano scrittore sì rispettoso omaggio ad un tanto INGEGNO ITALIANO, ne imitiamo ancor noi l’esempio glorioso, ed arrogiamo al già detto qualche altra cosa d’avvantaggio, affine di dar compimento e pienissima forma all’immortal cronaca dell’uomo immortale.
Ei nacque a Torino il 5 di aprile 1801; e nacque col secolo, ch’esser doveva innova to da lui; col secolo, che intilolerassi un giorno dal glorioso suo nome. Tempo verrà, e non è forse lontano, in cui quel giorno me inorando sarà festeggiato come giorno di grande evento, come il genetliaco DEL PRINCIPE DELLA PAROLA, DEL GRAN DOTTORE DEL SECOLO XIX.
Entrò costui di buon’ora nell’ecclesiastica carriera, fornì con infinita lode i suoi studi nell’ateneo torinese, fu dottore del collegio teologico in freschissima età, salì tosto in gran fama di argomentatore formidabile e invitto. Fu cappellano di S. M. il Re CARLO ALBERTO. Nel 1833, dopo breve prigionia, fu astretto ad esultare di gioia e trionfare. Visse in Parigi tutto l’anno 1834. Nel mese di ottobre si ridusse a Brusselle, dove rimase fino all’autunno del 1845; da quell’epoca scelse a soggiorno Parigi. Pel resto, a vita di Gioberti non si narra: essa èsemplice e modesta come quella degli uomini grandi; sta tutta compresa e chiaramente espressa ne’ suoi libri. Pubblicò la Teorica del sovrannaturale nel 1838 — E introduzione allo studio della filosofia ed una lettera in idioma francese contro gli errori religiosi e politici del Lamennais nel 1840— il discorso del Bello nel 1841— gli Errori filosofici di Antonio Rosmini nel 1842 — il Primato civile e morale degli Italiani ed il discorso del Buono nel 1844 — i Prolegomeni nel 1845 — il Gesuita moderno nel 1847. Tutti gl’Italiani han letto e riletto, approfondito ed ammirato quei libri; a niun di loro è quindi mestieri tenerne ragione.
Altre parole, per quanto a semplice storia pertiensi, ci sembran inutili e vane. VINCENZO GIOBERTI e tal nome da render soverchio od all’intuito nullo qualsivoglia elogio. E qual elogio potrebbe mai pareggiarlo?. Non mancaron avversari e nemici, non vi fu mica penuria di scrivacchiatori e beffardi che studiaronsi a gara d’offuscar quella splendida luce, quella chiara gloria d’Italia: ma ciò null’altro vuol dire se non che la stirpe degli esecrati Zoili e universale ed eterna, e che ogni Galileo suscita sui suoi passi molti Baldassarre Capra. Intanto GIOBERTI e oramai solennemente vendicato dalle passate ingiustizie. Il grido di Evviva Gioberti rimbombò prima nella terra che fu culla a Pio Nono, in Sinigaglia, e dall’eco nazionale fu ripetuto a Roma, a Firenze, a Genova, a Bologna, a Torino, a Modena, in questa nostra Capitale sovra tutto, in ogni città, in ogni cantuccio d’Italia. Evviva Gioberti e grido nazionale per noi; e grido sacro come le grida viva Italia, viva Pio Nono, viva Ferdinando II, onde ancora rimbomba questa nostra patria risorta.
E fra tante acclamazioni, che innoverebbero a delirio non solo uno spirito vanitoso e muliebre, ma un forte peranco ed austero intelletto, GIOBERTI in dignitoso e modesto silenzio continua a meditare cd a scrivere, a viver umile e solinga vita: il fragor degli applausi travarca i monti, va fino a lui, ed egli sorride e non desiste dalla santa opera sua. Gi guardiamo far cenno delle angeliche virtù di VINCENZO GIOBERTI; se ne adonterebbe senza dubbio la sua vereconda e sovrumana modestia: ci basti sol dire che egli e semplice di costumi com’è grande d’intelletto, e che la magnanimità del suo cuore pareggia pur troppo la grandezza del suo miracoloso ingegno. Le doti del cuore sono mirabilmente ed armonicamente contemperatein lui con quelle della mente; di che luminoso attestato e quella sua impareggiabil facondia, quella sua divina eloquenza che rampolla a dirittura da quel felice connubio, e porta la duplice impronta del forte pensiere e del convincimento profondo. Ogni sua parola èun lampo del suo genio creatore, e un palpito del suo magnanimo e forte, del suo generoso ed italiano cuore.
Non io vi esorto, o miei lettori, di perdonare il presente mio eloquio a lui sacro e devoto, comeché alla nostra terra non sia felicemente concesso di possederlo ed accoglierlo; vi dirò sì bene con la mente e col cuore: Contemplate ed inchinatevi riverenti innanzi alla sua effigie venerata! in quella fronte sta scolpita la sapienza del pensatore; in quelle labbra sta scritta l’ironia gentile, il brio vivace della sua parola; in quei lineamenti affabili e spiritosi stanno sensibilmente effigiati i palpiti di quel cuore che arde di amore per la Religione e per la Morale, per la Civiltà e per l’Italia. Egli è l’iniziatore oltre potente del moderno italico rinnovamento; egli èla forza iniziale e generatrice, da cui, come da forza primitiva, dee tutta ripetersi l’attuale felicità della nostra patria rigenerata; egli e il sacerdote intemerato, l’immortale scrittore, il filosofo di genio, l’eloquente pubblicista, l’apostolo della civiltà, il difensore dell’italica indipendenza, il LEGISLATORE DEL PENSIERO ITALIANO.
Mentre una santa letizia diffondeasi intanto per tutti i cuori, in questo nostro Reame. e nella Capitale sovra tutto, sì che l’espressione d’una general e. esultanza ratta espandeasi. di bocca in bocca e si propalava, ovunque, pe’ fortunati avvenimenti che ci avean fatta raggiugner la meta, anco al di là di quanto era dato sperare dai più liberali ed arditi esibenti; mentre raddoppiava di cure e di sforzi il Governo per fondare le sue basi migliori nella coltura delle menti popolari, ridia diffusione de’ forti studi, nell’amore di quelle severe lucubrazioni che rischiarangli studiosi sui loro veri diritti, sulo stato vero della cosa pubblica, sugl’interessi positivi del rigenerato paese, sui buoni ed utili mezzi di amministrarlo e immegliarlo; mentre godeaci l’animo oltremodo, al consolante pensiero di avere un Carlo Poerio a Direttore generale della Polizia, carica da lui accettata cori somma gioia di tutti i buoni, punto nonignorando che l’union sua col cav. Bozzelli e col Duca di Serracapriola non potea non esser feconda di prosperevoli effetti per questa nostra patria, ci duole pur troppo di dover annunziare come, per varie cagioni,quel savio Ministero si è inopinatamente e dell’intutto dimesso.
E non pochi tentativi di disordine, per buona sorte infruttuosi sempre, comunque per parecchi giorni rinnovati, son serviti d’incentivo e di sprone ad un sìsubitane ministerial mutamento. Vinta oramai la sacra causa della nazional libertà, prendeva questa tanto più favorevole aspetto per noi quanto meglio il Ministero profittar tentava del tempo, sia con lo sviluppare ed attuare gli elementi della novella forma di governo, sia con l’organizzare le nostre forze materiali e civili. Queste ultime sovra tutto appoggiandosi in gran parte sulle risorse economiche, e però sull’ordinata prosperità dello stato, esigeano non pochi sforzi né pochi intervalli di tempo per esser menate ad un più felice e maturo compimento. Parecchi indiscreti intanto e rei perturbatori dell’ordine pubblico, obliando che pel riordinamento delle cose rigorosamente si esige e tempo e sofferenza, e riflessione e studio; e che ciò ch’era per ¡’innanzi sfogo generoso ed utile di caldissimi spiriti, diveniva poscia imbarazzo e strepito inopportuno, strettisi in crocchio intratteneansi del continuo, ed in diversi punti della città, del lento procedere del Ministero, spiccavan frequenti deputazioni, stringean d’assedio Ministri, incalzavan con. reiterate istanze, profferivan minacce, spargean dapertutto voci di allarme, ingenera van ovunque diffidenze e sospetti, e, dell’intuito simili a’ quei riottosi e felli traditori della Patria, che mentre affettano di amar laLibertà, non la voglion però mai scompagnata dal disordine e dal popolare tumulto, osaron peranco d’andar gridando pubblicamente ABBASSO IL MINISTERO.
E queste scene vergognose si son pure ripetute fino alla noia. Nondimeno tutti coloro che han potuto assistere al Progresso del nostro movimento tranquillo, generoso e veramente incolpabile, eran fermamente persuasi che ad esse non prendea parte veruna il nostro buon popolo, il vero popolo, quel popolo che tiene più a cuore l’onor suo che la vita, ch’è tutto inteso e corrivo al miglior bene possibile della propria patria. E però gli sciagurati i quali compivan quegli atti d’indisciplina e di sovversione, non erano che una branca di perduta gente, o vili emissari del nostro comune nemico, od avanzo oscurissimo di qualche setta che vivea nelle tenebre, o cotal genia di ribelli ed anarchici spiriti insomma che per natura sperano lor pro dal disordine, appunto come certi schifosi insetti vivon naturalmente di brago e di fango immondo.
Inluogo adunque di attender il Governo a prevenire si gravissimi scandali e, come esigean le condizioni de’ tempi, energicamente reprimerli; in cambio di protestare contro a qualsiasi atto violento, onde un’infame genia tentava macchiar l’opinione di Ministri savissimi e comprometter a un tempo la pubblica salvezza; invece finalmente di punir la baldanza de’ veri nemici d’ogni libertà, sempre intenti a trar partito dell’ignoranza e della cieca fede per vomitare sulla civil comunanza il loro veleno, e così screditare profondamente le buone istituzioni che rendon felice un popolo intero, usò tolleranza e prudenza, e fè trionfare il partito ribaldo.
Arrogete a siffatti motivi la SICILIANA DISCORDIA, di cui dovrassi far tosto un ultimo cenno, e di cui la composizione è pur troppo avventata e malagevol’opra; e così avrete pienamente investigato la cagion vera d’una tanto inattesa e strana dimissione, dal latodel Ministero, di cui ci abbella fedelmente sporre la DICHIARAZIONE SOLENNE:
«Sire! Le gravi cure di Stato che V. M. degnava affidarci, esigeano sforzi, cui gli umani poteri non bastano, quando son chiamati a lottar simultaneamente col delirio delle passioni, con la vivacità dell’impazienza, e con le intemperanti sollecitazioni, che negl’istantanei rivolgimenti politici sviluppando vansi dapertutto. Ciò malgrado, inmezzo a commozioni sì tempestose, ed a lavori d’ogni genere, cui abbiamo dovuto consecrarci per non lasciar colpire da paralisi la macchina dello stato, V. M. sanzionava sui nostri Progetti, pria quella Costituzione che resterà sempre a monumento della vostra gloria e della grandezza del vostro animo; indi quella legge provvisoria elettorale che ci aprì l’adito alla pronta convocazione delle Camere legislative nel dì 1.°del vegnente mese di maggio: ed in servizio della Coronae della Patria, ormai divenute inseparabili ed identiche, noi avremmo continuato a reggere con ogni sacrificio in questa difficile situazione, ove le quistioni già insorte intorno alle deplorabili vicende de’ vostri reali domini di là dal Faro, non ci avesser presentato il resistente ostacolo, sul quale osiamo richiamare per poco la vostra sovrana attenzione.
«Tumultuavan quei popoli per impetrare dalla M. V. un format cangiamento negli ordini politici dello stato; ma rimanea in«comprensibile che non però cessassero i tumulti, quando V. M. concedea la Costituzione con sì magnanima sollecitudine; assi curando nell’articolo 87 della medesima, che oltre a quel che in essa vi era di comun vantaggio e di stabile garentia per le due parti del reame, altro avrebbe ancor fatto per provvedere ai bisogni ed alle speciali condizioni di quei vostri amatissimi sudditi. Si cercò d’indagar le cagioni d’un tal fenomeno, e per la mancanza di comunicazioni officiali e dirette, si profittò de’ buoni uffizi, onde un onorevol personaggio fe’ sperare di adoperarsi, come organo efficace a determinarne il senso, e così ristabilir ivi la calma e la prosperità civile.
«I desideri de’ cittadini erano svariati e moltiplici: noi ci rivolgemmo unanimi al cuor generoso della M. V. che si mostrò ancor più di noi sollecita in cercar modo di appagarli. Si consentì, che ne’ vostri reali domini di là dal Faro, a rannodamento e continuazione delle istituzioni parlamentari che ivi altra volta erano state in vigore, vi fosse un separato Parlamento, composto di due Camere, e coi medesimi identici poteri, stabiliti nella Costituzione per quello de’ vostri reali domini di qua dal Faro, affinché vegliar potesse più direttamente a tutte le parti dell’Amministrazione interna; che vi fosse altresì un separato Ministero ed un distinto Consiglio di Stato, composto tutto di cittadini siciliani; e che a cittadini siciliani sarebbero esclusivamente: conferiti gli impieghi civili, i benefici ecclesiastici edi gradi di regia elezione della Guardia Nazionale che vi s¡ sarebbe immediatamente organizzata che all’incarico di Luogotenente V. M. non avrebbe delegato, che o un Principe della Real Famiglia, o un cittadino siciliano, benché da prima ci fosse sembrata odiosa ed inconveniente onesta limitazione della prerogativa reale nella scelta de’ suoi Rappresentanti; che secondo si era praticato per lo innanzi, gli impieghi diplomatici e i gradi nell’esercito di terra e nell’armata di mare si sarebbero conferiti a cittadini siciliani promiscuamente coi cittadini napoletani.
«Era inevitabile che intanto si ragionasse, in qual modo si sarebbero decise le quistioni di comune interesse alle due parti del regno, come son quelle che a ragion di esempio si riferiscono alla Lista civile, alle relazioni diplomatiche, al contingente dell’esercito di terra e dell’armata di mare, ai trattati di alleanza d’ogni specie a quelli di commercio e lor corrispondenti, tariffe. Si pensò da prima, che delle Commessioni, tratte dai due separati Parlamenti, e riunite in un Parlamento misto in compendio, vi avrebbero provveduto; ma forzando le proporzioni sotto il prestigio di pompose parole, rivolea che queste si componessero di un ugual numero di Siciliani e di Napoletani: al che fu risposto, non aver noi poteri per darvi consenso, ignorando quel che avesse potuto giudicarne questa parte del regno per organo della sua legai Rappresentanza, affinché non restasse offeso il principio, diplomaticamente riconosciuto, dell’unità del reame. Fra gli altri spedienti fu scelto e suggerito quello di rimetter questa special qui elione al giudizio degli stessi due separati Parlamenti, i quali si sarebber posti di accordo fra loro per trovar modo a risolverla: e noi per amor di concordia non vi ci opponemmo, benché convinti che ciò avrebbe protratte, ma non risolute le gare, le quali probabilmente si sarebber più tardi rianimate con maggior violenza.
«Rimaneva un’ultima quistione, ma la più vitale: èscritto nella Costituzione che al Re solo appartiene, come indispensabil prerogativa, il comandar tutte le forze di terra e di mare, e il disporne a suo giudizio per sostenere l’integrità del Reame contraogni attentato di nemico esterno. Intanto si vuole interdetto al Re di tener altro che truppe siciliane in Sicilia; interdetto che possa inviarvi mai truppe napoletane, le quali con odioso ed improvvido consiglio vengon così assimilate ad ogni altra specie di straniera truppa. Noi vediamo in questa pretenzione un inconveniente di ben altro più grave genere, il quale disordina in sul suo nascere quella general tendenza degli spiriti a’ ricomporre in guisa le varie parti della gran famiglia italiana, da prestarsi a vicenda fra loro un possente, generoso ed amorevol sostegno. Poiché non potendo somministrar la Sicilia se non un picciol contingente di forza pubblica, proporzionato; all’attualsua popolazione di circa due milioni di abitanti, nulla di più facile ad un ambizioso nemico, quanto invaderla, organizzarvisi, ed indi proromper sul vicino continente, e portar la conflagrazione, non solo nel resto del reame, ma in tutta la nostra cara e bella Italia, di cui la Sicilia, è sovra tutto Messina, sostenuta da valido braccio è riguardata come integrale al continente, è la propria e natural cittadella; senza che il Re fosse libero di opporvi alcuna efficace resistenza, pel preesistente divieto di mandare in quell’isola soccorso di truppe napoletane; o, in altri termini senza che possa mai attendere al sublime incarico di mantener sempre inviolata la integrità del territorio.
«Sire, la nostra coscienza si solleva innanzi a questo concepimento; né, aderendo alla pretensione, possiam noi lasciar gravitare sul nostro capo una sì tremenda responsabilità. Essendoci d’altro canto impossibile di escogitar nuovi mezzi a risolvere una quistione di tanto importanza chepuò gravemente comprometter la pace tla sicurezza e lo stato di legalprogresso, in cui oggi si trovano tutte le parti dell’Italia, noi le domandiamo in complesso la grazia di poterei ritirar tutti dalle cure dello Stato. Un altro Ministero potrà suggerirle forse modi più acconci ad armonizzar fra loro interessi e desideri sì diametralmente opposti, e gravissimi d’inevitabili pericoli. Voglia dunque la M. V. degnarsi di accordarci, con la giustizia e la benevolenza che le èpropria, la dimissione che osiamo chiederle per quest’unico obbietto. Liberi cittadini, noi saremo sudditi obbedienti e fedelissimi nel ritorno alla nostra vita privata; e con l’intimo sentimento di non aver nulla trascurato per adempiere in sì breve intervallo a tutti i nostri doveri di sudditi e di cittadini, torremo a gloria di andar sempre testimoniando quella franca lealtà, onde la M. V. si mostra sollecita consolidare nuovi ordini politici, che ha ben voluto stabilire in questo reame.»
Una sì solenne dichiarazione venne tosto presentata a S. M. la quale prendendo in considerazione le gravi ragioni in essa sposte dal Ministero, èdivenuta ad accettarne la dimissione già inchiesta. Nulla però di meno, perché il corso de’ rilevanti affari dello stato non venga in nulla guisa interrotto, ha disposto il Sovrano che gli attuali Ministri seguisser ad occuparsene sino alla formazione del nodello Ministero.
In questa, il sig. direttore del Ministero dell’Interno Carlo Poerio ed il sig. Prefetto di Polizia Giacomo Tofano han presentato far anche la loro dimissione al Re, che, nell’accettarla, ha voluto che l’uno e l’altro continuasser nell’esercizio della lor carica, sin a tanto che non verranno surrogati da altri individui, nel disimpegno d’una carica sì dilicata e gelosa.
Ogni onesto e savio cittadino intanto fu gravemente colpito, all’annunzio della general dimissione del Ministero, comunque la dichiarazione che accompagnava quell’atto fosse stato sì dignitoso ed italiano ad un tempo. Se al paese non si fosse fatto un profondo mistero della condizion vera delle cose, i buoni e gli addottrinati avrebber fatto plauso; frenali sarebbersi gl’impazienti e indiscreti; i volubili e i tristi, sconsigliatamente corrivi a cittadina discordia, elevata non avrebbero la voce del tumulto e della vulgar sedizione. Gli onesti e dabbene avean pur troppo ed hanno gran fede tuttavia nel sincerissimo spirito che informava quel Ministero a comun nostro vantaggio. Solo per dar calma alla pubblica opinione, lo spronavan talvolta a rompere un sì profondo silenzio; e pia d’uno, in effetto, del partito stesso de’ MODERATI unì la sua voce a quella de’ veri amici del bene, biasimando sempre le grida intemperanti, gl’indecorosi clamori, le dimostrazioni allarmanti e tumultuose.
Vedendo adunque i veri promotori del pubblico bene il gabinetto quasi in atto di abbandonare il timone dello Stato; osservando che quello spirito di libertà e di saggezza o rallentavasi, o si andava dell’intatto spegnendo; esponendo tutti un convincimento libero e franco, non videro in quella risoluzione che una grave sventura. Non mezzanamente intendessi allora che le fatali quistioni. insorte eran di difficile e malagevol soluzione; non ignoravasì pur anche fra quali angustie avea dovuto penare l’assai travagliato Ministero; ma era ognuno convinto, od almeno appariva di esserlo, che largheggiando sovra tutti i desideri di’ quei, nostri siciliani fratelli, e lasciando poscia alla rappresentanza nazionale la definitiva soluzione d’ogni problema, si sarebbe a un pari salvata la responsabilità e la causa comune, ed evitata la continuazione della guerra fraterna.
E dovea veramente ogni coscienziosa ripugnanza ceder il posto all’amor caldo di Patria, al sacro ed imperscrittibil diritto dell’Italiana famiglia, il cui trionfo non era e non sarà mai sempre riposto che nella concordia ed unione de’ collettivi suoi membri. Lo spirito animatore del Ministero era suprema guarentigia e validissimo scudo pel nostro paese. Molto sperammo da lui, e molto ci diede col fatto, saggiamente dettando la Costituzione e la Legge elettorale, dueessi, dianzi fatto cenno. E molto attendeasi d’avvantaggio, quando ci si celava nella modestia della vita privata; e chiedeva dimissione e ritiro, mentre il paese trovavasi ancora in preda ad angosciose incertezze inseparabili sempre da un subitano risorgimento; mentre provvedimenti su la Guardia Nazionale eran ansiosamente proclamati ed attesi; mentre l’esercito avea mestieri di chi ne ritemprasse l’ardimento e ne ravvivasse la fermezza; mentre ondeggiavan le province tra mille dubbiezze ed invocaran uomini di valore e di fede che, pari a’ già eletti, sapesser reggerle ed ordinarle; mentre l’Italia tutta, da ultimo, palpitava al soffio benefico della novella vita costituzionale, e facea voti che i Principi fermassero in più solenne e nobil guisa l’alleanza morale de’ popoli!
Infra tanti bisogni e tante speranze ondeggiando incerta la cara patria nostra, non pur sublime ma sacra risguardar doveasi la missione del primo Ministero Costituzionale. Se i pochi che nulla intendono, perché guasti e corrotti di cuore e di mente, mormoravancagnescamente, fremendo d’ira e dispetto; i molti, per lo avverso, assai addottrinati nelle politiche cose, eran con lui e per lui, perché nel suo spirito assai chiare scorgeano le emanazioni della libertà e dell’attaccamento alla patria, la memoria sacra del giorno del riscatto e della comune esultanza.
E più d’una voce udivasi intanto, più d’una lamentanza cittadina che accagionava d’inopportuna e precipitata quella dimissionedel Ministero. — Ed ei s’invola al glorioso arringo, si andava dapertutto gridando; lascia al meglio la bella impresa della salute d’un popolo, il gran:mandato avuto dal secolo e dalla nazione ei rinunzia formalmente alla più splendida, delle palme, alla palma cittadina ed italiana! — Diciamolo pur francamente: la dimissione del Ministero fugrave sventura per noi. Chi mai dei cittadini avrebbe osato condannare le sue intenzioni? E fosse pur ciò avvenuto! La Nazione l’avrebbe pur troppo sostenuto e difeso; avrebbe fatta sua propria la causa di Ministri si savi ed illuminati. Ci ha forse al mondo un suffragio che sorpassi in efficacia ed in eccellenza quello d’un’intera Nazione in complesso?
E mentre, in effetto, non vi era chi volesse accettare il novello incarico, dopo la dichiarazione di coloro ch’eransi dimessi; mentre provavasi ripugnanza somma d’assumer la responsabilità ch’altri deponea, e d’intender alla direzione d’una nave ch’erasi da costoro abbandonata; mentre convengasi che. nelle presenti circostanze un novello Ministero fosse impossibile, ovvero aveasi fede che, scorte più da vicino le cose, desistesse tosto da sì magnanima e nobile impresa; il più bel fior de’ cittadini non iscuoravasi punto; si andavan anzi inanimendo l’un l’altro, e mutuamente esortavansi a darsi conforto, a non uscir di speranza. Inchiese quindi la pubblica opinione che coloro cui ella fe plauso tenessersi fermi o costanti nel campo: e l’ottennero, provvisoriamentealmeno. Ora possiam dire di sostenere in qualche guisa, e con più felice successo, i nostri diritti, i diritti sacri ed inviolabili della libertà, della patria, della sicurezza cittadina. Proteggerà l’Eterno la LIBERTA’ e la PATRIA, la COSTITUZIONE e l’ITALIA. —
Grave ed interessante questione agitansi intanto nel seno della Francia; e propriamente nelle due Camere di Parigi, in ordine alla sacra causa italiana. Due Deputati di gran valore, e rispettabili entrambi pel talento eminentemente politica contrastavansi aquei tempi la palma, il sig. Guizot ed il sig. Lamartine, sostenendo il primo il partito del dispotismo e dell’oppressione della tirannide e dell’assolutismo; perorando il secondo a favor dell’indipendenza e dei risorgimento d’Italia, dell’inviolabilità dei trattati e del moderato liberalismo.
E mentre Guizot fulminava con la parola i radicali in Italia; sosteneva Lamartinei diritti dì essa e di Pio Nono, affermando altamente che, per laconoscenza personale che una coabitazione di dodici anni gli avea dato, per la cognizione che avea del carattere, del genio del liberalismo italiana, la parola radicalismo aver non potea significato veruno nel nostro italo idioma; ch’era un’ingiuria formate, non pure capita al di qua delle Alpi; che il movimento liberale non era mica l’effetto d’un sentimento perturbatore e radicale, agitatore e rivoluzionario, come voleasi far credere al mondo politico dal sig. Guizot, affine d’autorizzare la sua connivenza o la sua inerzia fatale; un movimento sì bene dello spirito umano e dell’indipendenza de’ popoli, movimento che cova da parecchi secoli nel cuor dell’Italia, che dal tempo della rivoluzione francese è stato via più accelerato e promosso, e che ha sollevato tre volte, ma sempre ne’ limiti della fedeltade a’ prìncipi, i paesi ne’ quali scoppiava la volontà delle istituzioni liberali. E convalidava intanto il valente e. tribunizio oratore la sua asserzione col rapportare i venerandi nomi di tutti i capi del movimento, i primi del clero o della sua aristocrazia, i promotori gloriosi ed immortali della rigenerazione intellettuale morale e politica dell’Italia intera.
Citava egli sovra tutti il primo predicatore italiano, il famigerato P. Ventura, il capo dell’Ordine de’ Teatini, l’amico prediletto di Pio Nono, e risguardar facealo come il propagator moderato, ma coraggioso e fermo, del liberalismo in Italia e dell’indipendenza de’ popoli, non per via di moti rivoluzionari che oltrepassasser i confini dell’onesto e dell’utile, ma d’istituzioni ragionevoli e gravi, che lo stesso Pio Nono adattava a’ suoi principi di riforma, e. innanzi all’esecuzione delle quali gli era stato mestieri rincular disperatamente e con sommo dolore.
«Sconfortato il Papa indirizza Lamartine per punta il suo parlare al caldo difensore dell’assolutismo, dal tenore de’ vostri dispacci, dalle frequenti conversazioni avute col vostro abile ambasciatore a Roma, si diresse, in uno de’ suoi colloqui, al suo confidente ed amico il P. Ventura, dicendogli: Ebbene! vedete voi a qual misero stato ed a quai tristissimi tempi siam noi ridotti! i nostri pensieri abortiscono, i nostri principi vengon contrastati e abbattuti! La Francia ci abbandona; noi siam obbligati ad esitare o a rinculare. — E l’amico della verità e del moderato liberalismo a lui: E’ vero; ma consolatevi e sperate: voi avete un migliore e più saldo sostegno che non èmica gabinetto francese; avete con voi il MODERATORE SUPREMOdell’Universo, il genio dei popoli, l’indipendenza della vostra cara patria».
Una confidenza siffatta ha tutto il carattere officiale d’una nota diplomatica, presenta almeno un carattere di convinzione e di fede profonda, suscettibile pur troppo di commuovere e di persuadere. Né punto dissimile è la convinzione e la fede di parecchi principi italiani favorevolmente disposti ad accordare a’ loro popoli, non solo migliori reggimenti amministrativi e civili ma tutte le guarentigie altresì di perpetuità d’un reggimento siffatto. Son tali eziandio i sentimenti del Diplomatico della Corte di Roma, che onorana un tempo il principe e il Suddito fedele nell’uomo veramente liberale, ma che non disgiungon questo liberalismo dal pensièro conservatore che gli è fitto radicalmente nell’anima, quello, cioè, di far adottare le novelle idee dall’antico potere, e non solo farle adottare, ma tutelare peranco: e questo precisamente ciò che politica moderatasi appella, ovvero politica costituzionale e libera.
Ed ecco intanto il brano d’una lettera, che un Rappresentante della Francia in Toscana indirizzava al sig. Lamartine, e che questi pronunziava ad alta Voce dalla ’Tribuna: «Non potremmo mai lodarci abbastanza del granduca di Toscana; non mai principe alcuno fu di sì gran buona fede, e nello spiritò, e nel Sacro interesse della patria. Qui non trattasi, come si crede, d’una rivoluzione fattizia, fomentata da una sola classe in Italia; tutto il paese, credetemi, senza eccezione, tutto il popolo ne fa parte. Sapete pur troppo che in tutta la mia vita non ho predicato che la moderazione; ma questa volta nondimeno fa di mestieri che tutta la Francia parli delle sue simpatie per noi, poiché il momento è decisivo ed imperioso oltre modo.»
Ecco il linguaggio istintivo della verità, ed ecco i sentimenti legali di quei pretesi RIVOLUZIONARI, di quei supposti RADICALI, come eran addimandati dal partito assolutista, di cui voleasi far mettere paura all’Europa, all’Italia, alla nostra nazione pur anche: non eran costoro, e non sono tuttavia che uomini devoti agl’interessi della nostra comun patria, i primi proprietari e capi dell’italiana famiglia, uomini investiti delle dignità pubbliche, nelle corti o ne consigli dei principi, ch’ei spingon alla testa del gran movimento rigeneratore.
Ecco gli uomini che venian appellati radicali! Il conte Borromeo infra questi, dopo aver coscienziosamente reclamato contro l’inumano e barbaro macello delle vie di Milano e di Pavia, quell’esimio ed illustre personaggio, gran dignitario del Regno Lombardo-veneto, si toglie le sue decorazioni, e risponde al governatore che gl’inchiede perché si spoglia delle sue insegne: «Sig. governatore, il mio toson d’oro è troppo tinto del sangue de’ compatrioti; e però portarlo non posso d’avvantaggio. Se le cose continuano a questo modo, vi domando per me e per la mia famiglia intera la nostra legale emigrazione dagli stati austriaci.»
Il conte Borromeo intanto è l’ultimo dei nipoti di S. Carlo Borromeo, e possiede mezzo milione di lire di rendita intorno a Milano. Ecco quali erano i radicali ed i rivoltosi del sig. Guizot, del malintenzionato ministro degli affari stranieri! Uomini son questidignitosamente fedeli alla nostra cara patria, i primi dignitari del loro paese, che sanno esser pure i caldi difensori degli interessi de’ loto principi e dei loro diletti concittadini.
Non cessava intanto quel sommooratore di sempre più dimostrato la permanenza d’un sacro diritto alla causa della nazionalità italiana; di provare, che il diritto della nazionalità non perisce in un popolo che con l’ultimo cuore; che quando quest’ultimo cuore in cui palpitala nazionalità avrà cessato di battere, allora soltanto annientar potrassi la santa ed ingenita idea d’un sì radicale diritto; che solamente allora le nazionalità cader potranno in polvere, ed incorporarsene i frammenti in nazionalità novelle e più vive e più forti.
Havvi di taluni sintomi non però di meno, a’ cui la coscienza del genere umano s’accorge pur troppo se una nazionalità e realmente spenta, se non batte più il polso, se i membri son freddi, se più non havvi palpitazione né aspirazione nel petto d’un popolo, se nel seppellirlo non si corre pericolo di sotterrar anco con lui la vita e la nazionalità d’una grande stirpe. Il suolo integralmente occupato da un’intera stirpe, e che non ha prestato che una frazione soltanto del suo territorio al piede de’ suoi oppressori iniqui od ingiusti invasori; la stirpe che non è stata punto alterata mescolandosi con le razze usurpatici della conquista, e ch’essi conservata pura ed intatta nella sua forza, e nel valor suo, nella sua candidezza e vigoria; la lingua finalmente, 1!espressione fedele del pene siero, l’immagino espressiva dell’unanimità, d’intelligenza ne’ popoli, la lingua, ch’è una specie d’affinità o di parentela fra gli spiriti, umani, non mai interrotta o variata infra i vari membri della nazionale famiglia, disseminata e sparsa sul medesimo suolo; quando tutti questi sintomi esiston realmente in Italia, prestar mica non deesi veruna credenza alla diplomazia ed alla falsa politica, ai protocolli ed all’assurdo pensiero degli oppressori crudeli.
E’solo bastevole, lo effetto aver occhio intelligente e penetrante, aver cuore simpatico e generoso, aver avvicinato e studiato gli spiriti italiani, per sentir la vita sotto la morte apparente, per sentir quell’eterna protesta di nazionalità ch’è l’ultima arma d’un popolo, e che sopravvive peranco allorché si trova oppresso ed inerme, come l’arma di Dio e della natura che a niun de’ mortali e dato d’infrangere nelle sue mani.
Ed in niun luogo della terra una sì alta protesta e così chiara ed evidente come in Italia; in niuna parte ha ella diritti più sacri alla simpatia de’ popoli forti; non havvi stirpe umana che abbia dato al suolo che abita, una consacrazione più sublime di quella che l’italiana famiglia na data, nel corso di tanti secoli di gloria e di eroismo, di libertà e di virtù, a onesto paolo geografico del nostro globo. E quel diplomatico francese nondimeno che avea da sì lungo tempo tenuto infra le mani il peso dell’equilibrio del mondo, che avea dovuto riflettere sì profondamente sull’influenza di 26 milioni di uomini stabiliti a questa estremità dell’Europa, senza alcuna possibilità di conflitto con la Francia, con tutte le realità di simpatia o d’affinità mutua con quella nazione, non mai pensar seppe al destino fatale che fabbricava al suo paese, alla possanza che veniva a negargli respingendo nell’oppressione e nello sconforto, nell’obbrobrio e nella morte l’itala schiatta, la cui simpatia valeva alla Francia quanto, gli eserciti ed i trattati: perocché se i trattati non son garantiti e segnati che dalla mano degli uomini, le mutue simpatie tra popoli fatti per amarsi e proteggersi, per sostenersi a vicenda ed aspirar insieme all’incivilimento, alla libertà, all’indipendenza, non son mica trattati d’un giorno, e sottoscritti poscia da diplomatici guasti e corrotti; sono trattati sì bene, preparati dal provvidenziale intervento dell’Eterno, altamente contrassegnali dalla stessa natura, ed aventi per seguenza la lunga durata de’ secoli: e però quando siffatte nazionalità vengono a risorger nel mondo, offron allo sguardo di chiunque, non già quelle miserabili eventualità di turbolenze che fingean soltanto, vedere i politici falsi e bugiardi, ma quelle eventualità di forza e di coraggio, di possanza e di sostegno, che ha spiegato a questi tempi l’Italia contra la nordica invasione che minaccia strage e rovina.
Il sig. Guizot intanto, lasciando da banda, ogni quistione puramente politica, ad esaminar lassi l’interesse della politica religiosa, facendo distinzione tra questa e la Religione, e sostenendo che la Francia non ha religione di stato propriamente detta. Ei stabilisce quindi qual debba essere l’interesse della politica religiosa della Francia in Italia, cioè la riconciliazione della Chiesa Cattolica con le idee moderne. Questo altissimo scopo è stato felicemente raggiunto mercé gli sforzi generosi e magnanimi dell’immortale Pio Nono, che ha consecrato con la sua condotta quel ch’era conforme alla giustizia ed alla convenienza de’ tempi, alla morale ed al bene della Cattolica Fede.
Ecco il più grande atto sociale e religioso dell’epoca presente. Ma a quali condizioni pretendea l’infinto oratore e diplomatico francese, che riuscir dovesse il Pontefice nella sublime impresa sì felicemente tentata e promossa? A condizione che non gli si domandi ciò ch’ei, non può, e non dee fare come Papa. Voi potete inchieder al papato, diceva egli, di riconciliarsi con le idee moderne;, ma non potete pretender da lui di sacrificar se medesimo; che anzi, pel meglio dell’opra stessa che sta di presente compiendo, convien ch’ei conservi tutta quanta a sua grandezza, tutto intero il suo prestigio.
Or bene, proseguiva costui; il Santo Padre e oggi sottoposto all’azione di due forze esterne. Vuol farsi di lui un cieco strumento di guerra e di espellimento contro l’Austria; ed in pari tempo pretendesi eh egli, nel progettato riordinamento delle società italiane, divenga lo strumento radicale di novelli statuti, che non convengon menomamente all’italiana famiglia; cercasi in somma da lui che provochi un ordinamento quasi repubblicano di tutti gli Stati della penisola.
In questa, venendo interrotto, e fattogli sentire apertamente, che null’altra cosa si domandava in Italia che una COSTITUZIONE, ei tosto soggiugne, che havvi veramente un tal grado di confusione in certe idee ed in taluni termini, ch’è impossibil cosa l’apportarvi distinzione veruna. Più non trattasi oggidì, proseguiva costui, di MODERATE COSTITUZIONI; scorrerà prima il periodo di trent’anni, e parlerassene poscia; pel momento è assurdo il farne motto peranco. Si pretende intanto dal Papa ciò ch’è impossibile a conseguirsi; ei non può né dee voler altro che la causa della pubblica pace, delle riforme pacifiche. Il capo del ministero apostolico, che da tanti secoli rappresenta nel mondo le idee di conservazione e di pace, di ordine e di perpetuità, non può mica diventarlo strumento delle idee di disordine e di perturbamento sociale, di sovvertimento e di anarchia.
Ecco ciò che il tribunizio oratore appellare sforzavasi la POLITICA RELIGIOSA della Francia e dell’Italia. E mentr’ei raddoppiava di sforzi per sostenere l’assurdità de’ suoi principi, del suo meschinissimo assunto; il suo Partito contrario protestava fermamente per indipendenza degli Stati Italiani, raccomandando a un pari la moderazione o la politica del MEZZO PROPORZIONALE E GIUSTO; poiché sol ella, in effetto, ha cooperato a preparare la soluzione della quistione italica, senza punto turbar l’ordine e la tranquillità pubblica, senza offender la libertade e i diritti de’ cittadini, senza minacciar la pace e la sicurezza interna od esterna degli stati.
E però, mentre la Francia liberale volgeva un pensiero d’affinità, un sentimento ammirabile di simpatia verso il nostro bel paese, il sig. Lamartine ne difendeva instancabilmente la causa, e non solo con uno splendido linguaggio, ma con un senso profondo ed eminentemente politico, con una convinzion piena e giustissima, con una gran moderazione e sotto l’influenza d’un’ispirazion generosa. Abbiam quindi ragione d’applaudir tanto più altamente alle sue parole, in quanto che ci sembra rispondere a’ veri sentimenti della nostra comun patria, ai nostri più grandi interessi, alle nostre tendenze più nobili e giuste.
Nulla però di meno non rifiniva punto l’oscurantista diplomatico d’inculcar alla nostra Italia il rispetto assoluto allo stato attuale di cose, assurdamente sostenendo esser questa la vera politica conservatrice d’ogni ordine sociale. Da per tutto ei subordinava i consigli dimiglioramenti e di riforme, in ordine ai principi italiani, alla convenienza ed alla buona volontà dell’Austria. Il beneplacito del sig. di Metternich, agli occhi di quel ministro degli affari stranieri, era la misura dell’indipendenza e della libertà cui poteva aspirare l’Italia. E però, assicurato anticipatamente della tolleranza austriaca per alcuni. miglioramenti puramente amministrativi, il cui effetto poteva esser quello di assopir novellamente l’Italia e dissipar i suoi SOGNI DI LIBERTÀ’ POLITICA, appellava il sig. Guizot rivoltosi gli uomini più eminenti della nostra cara patria, che ardentemente agognavano al governo costituzionale; raddoppiala di sforzi per combatterli, e, d’accordo con l’aulico suo protettore e maestro, comprimer osava a tutt’uomo lo slancio generoso degl’Italiani verso un migliore avvenire.
Più egli intanto si affaticava con la sua aggiratrice politica da sommelier l’Italia al terrore tedesco, e più questa classica terra di prodi aspirava all’indipendenza; più si sforzava di stringer i ceppi ai popoli italiani, e più questi cercavano di far un passo al di la delle catene stese loro d’intorno nel 1815dalla SANTA ALLEANZA; più egli dichiarava che i trattati di quell’epoca, pur troppo famosa nelle nostre istorie, eran la vera garentigia del liberalismo in Europa, e più gli si dimostrava per lo avverso che ascondeasi una solenne menzogna nelle parole una perfidia e un tradimento negli atti.
Mentre difendea Lamartine valorosamente la sacra causa italiana, e vantava Guizot con entusiasmo la dominazione de’ moderatori superbi della Lombardia; mentre veniangli da ogni parte opposte le scene atroci e crudeli dell’invilita Milano, ed ei faceva le viste di non volerne intendere pur nulla; mentre nel calore dell’arringo e nella foga della tribunizia eloquenza, difendea l’uno i diritti dell’umanità oppressa e languente, e conculcavali l’altro con uno sfoggio oratorio, con un lusso di parole ampollose, con false teoriche di moderata politica, e più, con un’audacia sì smodata e sì tracotante da incitar gli animi a ribellione e tumulto, ad indignazione e ad ira fremente; un inconcepibil fermento regnava in Parigi, un ammutinamento irrefrenabile ed universale, che propagavasi in tutti i punti, e che parea furiero tristissimo d’imminente esplosione politica, d’una pronta e subitana rivoluzione.
Non si parlava, in effetto, da pertutto che d’un BANCHETTO da tenersi in ordine alla Riforma Elettorale e Parlamentaria, alfine di far protesta solenne contro un governo vigliacco ed anticostituzionale che da lungo tempo insultava il paese e le libertà conquistate. Più d’uno de’ nostri campioni italiani, colà residenti, eran invitati a far parte della solennità riparatrice de’ concedenti diritti nazionali; più d’uno de’ nostri prodi rigeneratori veniva appellato all’altissimo onore di rappresentare l’Italia, la nobile iniziatrice di energiche e pacifiche manifestazioni della pubblica opinione.
Il governo intanto non protestava che con la violenza e con la forza; annunciavasi nella stessa guisa la polizia con un proclama indiritto agli abitanti della Capitale; da tutte le strade di ferro, per ordinanza del re, piombavan a Parigi novelle truppe; già ottanta mila uomini della forza brutale eran apparecchiati alla carneficina e alla strage de’ pacifici cittadini; il ministero sanguinario e cieco non minacciava che fiero dispotismo ed effusione di sangue; stabilivano i membri dell’opposizione di porre i ministri in istato d’accusa; ammutinavasi il popolo e partiasi qua e là in attruppamenti ed in crocchi; da per tutto minaccioso silenzio; le fabbriche e le botteghe general mente chiuse; gli operai adirati e frementi; le truppe ed i municipali a cavallo caracollanti ovunque; molte vie abbarrate o precluse e gli aiutanti di campi portatori d’infausti annunzi e traversanti a fatica la spessa onda del popolo stivatamente adunato; grida furenti udiansi per ogni dove di — Viva la patria! Viva la libertà! Abbasso l’infame governo! le coscienze eran tutte in bilico, sospesi e dubbi i pensieri, fluttuanti ed incerte le menti; grande e ferale l’apparato delle baionette, che non ispaventava punto il popolo coraggioso ed intrepido di Parigi; la preoccupazione del morire non comprendeva né attristava l’anima d’alcuno; il grave problema era già sul punto di sciogliersi; pendea finalmente la vittoria pel lato degli uomini liberi, poich’era l’Eterno con loro.
Tutto a un tratto uno stuolo immenso di truppa di linea e di Cavalleria sbucò da tutti i canti ed occupò peculiarmente ì dintorni della Camera de’ Deputati; tentossi forzarne i Cancelli dalla parte del popolo, e ne venne respinto col cader di poche vittime; per tutte le strade udiasi forte il grido di: All’armi! Viva la Riforma! Abbasso Guizot! Tutto era ingombro d’artiglieria e di artiglieri co’ cannoni appostati; le vicinanze della Camera de’ Deputati scrupolosamente custodite; l’agitazione assumeva un carattere terribile ne’ dintorni del Palazzo Borbone, ove i cittadini venian maltrattati dalla baldanzosa militar forza; s’invase dal popolo libero la bottega dell’armaiuolo del re, e ne venner tratte fuori le armi; si fecer molte cariche sui liberali, e venner seguite da poderosa reazione; la Guardia Nazionale chiamata al Governo recossi sotto le armi in piccioli drappelli; impegnossi un combattimento tra la truppa ed il popolo; molte morti e gravi ferite dall’un canto e dall’altro; un vessillo rosso venne inalberato dal popolo; parecchie altre barricate incominciaronsi e furon demolite a vicenda; preparativi molti e ratti dal lato degl’insorti; interminabili fucilate da ambe le parti, e forzata a rinculare la guardia municipale a cavallo, che inferocita conduceasi con estrema barbarie e con brutalità troppa.
Notevole e singolar avvenimento! Nell’istante che una compagnia di guardia municipale era per scagliarsi sul popolo, la Guardia Nazionale impedì valorosamente che si facesse a sgozzare quei liberi cittadini; gli ufficiali de’ dragoni le intimarono di sgombrare il passo, e rifiutossi dirigendosi verso il baluardo; cinquanta mila uomini della guarnigione e de’ contorni piegaron provvidenzialmente dalla parte de’ liberali; poche truppe restaron per agire, e parecchi reggimenti eran già stanchi ed abbattuti; il consiglio de’ Ministri e molti altri dignitari eran in permanenza presso il re; forti pattuglie percorrenti i quartieri della città, venian accolte con le grida di viva la linea! viva i cacciatori! viva i dragoni! viva i corazzieri! viva la riforma! Giù Guizot, giù il Ministero, alle quali parea che i soldati non restasser freddi ed insensati.
In questa, venne assicurata la Guardia Nazionale, che il Ministero avea già deposta la sua dimissione nelle mani nel re. Il movimento sembrò allora prender un carattere significantissimo per l’attitudine di tutta la popolazione la quale cantava inni patriottici. Da pertutto l’esercito affratellavasi col popolo, e pareva animato dalle medesime disposizioni. La Guardia Nazionale e le deputazioni delle legioni, accompagnate da molti notevoli cittadini, da parecchi alunni della scuola politennica e da gran folla di popolo, con un grido di unione sclamavan forte: VIVA LA RIFORMA!GIÙ GUIZOT.
Propone il re di formarsi un novello Ministero, a condizione che l’attuale continuasse a mantener l’ordine ed a far rispettare le leggi. Il palazzo del sig. Guizot vien circondato repente di birri e di soldati. Un gran numero di pari intanto ed il Presidente, radunati nella Camera, ricevon annunzio, che la duchessa d’Orléans, reggente, ed il re stanno per recarvisi immantinente. Le tribune sono inondate da spettatori e da guardie nazionali. All’ora di mezzodì, in effetto, 2 febbraio, il re partì dalle Tuilleries lasciando fra le mani della duchessa d’Orléans l’atto fatale della sua abdicazione in favore del suo nipote. Procedeva a piedi la duchessa col Conte di Parigi e il duca di Chartres suo secondogenito, scortati da uffiziali d’ordinanza, da semplici guardie nazionali e da deputati dell’opposizione. Entrata nella sala, si assise sopra un gran seggiolone preparatovi attesamente a’ piedi della tribuna. Annunziossi alla Camera che il re Luigi Filippo aveva abdicato, e che legava il suo potere al Conte di Parigi suo nipote, ed alla duchessa d’Orléans, madre di questo, in qualità di reggente. Grandi acclamazioni di viva Luigi Filippo II, viva la reggente! Grida diverse da un altro lato: è troppo tardi; questa e una vera commedia. Si chiede intanto lo stabilimento d’un Governo provvisorio; ma in questo momento, alcuni liberali a piantar fansi i loro vessilli tricolori su La tribuna. Tutto l’emiciclo s’empie repente di uomini in camiciotto armati di spade, di pistole, di fucili e d’ogni altra generazione d’armi. Entra il popolo nelle Tuilleries, e vien devastato il palazzo. Salvansi a prodigio Luigi Filippo e la sua famiglia. Più non si parla d’alcuna forma di governo. Allontanasi il re dalla città, e si rifugia nel forte di Vincennes. Il popolo armato lo insegue e, circondando quel forte, tenta di entrarvi. Il Duca di Monpensier fa intimare di sgombrarsi, e cerca di far eseguire alcune scariche a mitraglia. Quest’alto aumenta via più la rabbia del popolo. Ricusan le truppe di far resistenza e lascian salire la moltitudine su le mura e sfondare le porte. Dassi alla fuga il Duca adirato; rimane come prigioniero Luigi Filippo; e vengon tradotti in giudizio i già decaduti Ministri.
La notte del 2 fu quasi decisivo ed assai sanguinoso il combattimento. Non corrisposer le truppe all’aspettazione del Governo. I legittimisti fecer causa comune co’ repubblicani. 8’inchiese che venisser inserite nel processo verbale le acclamazioni che avean accolto ed accompagnalo il Conte di Parigi e la Reggente. Su la domanda di Lamartine, annunziò il Presidente esser sospesa la seduta finché non fossersi ritirati la duchessa d’Orléans ed il novello re. Venne immantinente avvertita a sgombrar via di quel. luogo. La Principessa rifiutossi e rimase ferma al suo posto. Crescea sempre più il rumore, ed il Presidente intanto sollecitò forte le persone, estranee alla Camera, ad uscirne tostamente.
In questo, la Duchessa, preceduta dal Duca di Nemours eseguita da suoi figliuoli, via si dilegua. Dei Deputati, chi prorompe in grida d(v)acclamazioni, chi resta impassibile e freddo. Il numero delle guardie nazionali e de’ cittadini valorosi ognora più aumenta e s’ingrossa. Proponsi novellamente un governo provvisorio, in mezzo agli appiatti delle tribune, ed una convocazione. od assemblea nazionale. Un grosso numero intanto di persone armate, di guardie nazionali e di studenti, entrando con varie bandiere nella sala, gridaread alta voce: Abbasso il re. — La Duchessa d’Orleans ed i Princìpi abbasso. — E poco dopo ancora: VIVA LA REPUBBLICA! Dumoulin, Comandante del Palazzo di Città nel 1830, spiegando dalla tribuna un vessillo tricolore, altamente grida: Il popolo ha omai riconquistata la sua indipendenza e la sua libertà; il trono e già infranto; noi siam tutti liberi, tutti redenti.
Da tutte le parti intanto non si udiva che il grido di — Viva la Repubblica! Viva la Repubblica! Riforme da per tutto; governo provvisorio; amnistia general e; i ministri arrestati e posti in ¡stato d’accusa; dissoluzione immediata delle Camere; convocazione delle primarie assemblee; libertà di parola, di stampa, di petizione, di associazione, di elezione; elettorale riforma; non più nomina reale né aristocrazia ereditaria; assicurazione di lavoro al popolo; unione ed associazione fraterna tra i capi dell’industria ed i lavoranti; eguaglianza di diritti per mezzo dell’educazione general e; libertà assoluta di culto e di coscienza; protezione di tutti i deboli, donne e fanciulli; pace e santa alleanza fra i popoli tutti; abolizione della guerra, dove il popolo serve di carne al cannone; indipendenza per tutte le nazionalità; la Francia guardiana de’ diritti dei popoli deboli; l’ordine fondato su la LIBERTA’,su l’INDIPENDENZA e su la FRATERNITÀ’ UNIVERSALE; assoluta libertà a tutti i detenuti politici; partenza di Luigi Filippo e di tutti i membri della sua famiglia per Londra; evasione di Guizot da Parigi, e suo asilo nella Capitale dell’Inghilterra: son questi tutti i principali avvenimenti che ebber luogo a Parigi nel breve giro di po’ chi giorni; questi i rapidi e subitaci cangiamenti del Governo attuale, ch’è il governo repubblicano, il governo provvisorio del popolo sovrano di Parigi.
La proclamazione della Repubblica venne accolta in Francia col general e entusiasmo; l’ordine pubblico fu perfettamente conservato. Tutti attualmente stringonsi attorno al novello Governo e trasfondongli maggior vigoria, affinché possa più solidamente organarsi ed assumere attitudin forte e dignitosa, a segno che tutti gli elementi di disordine, che potrebber eccitare inopportuni timori, restan pienamente annullati. Quanto è vivo l’entusiasmo pel nuovo regime di cose, tanto e sentilo universalmente il bisogno dell’ORDINE. Le persone che compongono il governo provvisorio, essendo di provata e ben conta probità, di sperimentata energia e di non equivoci princìpi, ispirano pur troppo una generale fiducia; e però naturale di tal possanza da menare a buon fine la grande impresa ch’è loro affidata.
Assai ben degna di considerazione intanto parmi la Circolare, indiritta agli agenti diplomatici della Repubblica francese dal sig. Lamartine, membro del Governo provvisorio e ministro degli Affari stranieri:
«Voi conoscete gli avvenimenti di Parigi, la vittoria del popolo, il suo eroismo, a moderazion sua, la sua perfetta calma, l’ordine stabilito dall’energico soccorso di tutti i cittadini, come se, in questo interregno di poteri visibili, la ragion generale fosse per se sola il più prosperevol Governo di tutta la Francia.
«La Rivoluzione francese è oramai pervenuta al suo definitivo periodo. La Francia è Repubblica; la Repubblica francese non ha mica bisogno di esser conosciuta, per aver solidità ed esistenza politica; è dessa di diritto naturale; è la volontà d’un gran popolo che non inchiede il suo titolo che a se stesso ed alla sua indipendenza. Desiderando intanto la Repubblica francese d’affratellarsi con l’ampia famiglia de’ governi istituiti come una regolare possanza, anzi che come un fenomeno perturbatore dell’ordine europee; e convenevol pur troppo che facciate tosto conoscere al Governo, appo di cui siete tenuti in grande stima ed onoranza, i princìpi e le tendenze che diriger dovranno da quindi innanzi la politica esteriore del Governo francese.
«La proclamazione della Repubblica francese non èpunto un atto d’aggressione contro alcuna forma di governo in Europa. Le forme di governo inchiudon seco talune diversità sì legittime, quanto possan esserlo le difformità di carattere, di situazione geografica, di sviluppo intellettuale, morale e materiale presso i popoli tutti della terra. Hanno le nazioni del paro che gl’individui dell’umana specie, i loro stati, le lor età differenti; i princìpi che le regolano, hanno peranco le loro fasi, le lor evoluzioni successive. I governi monarchici, costituzionali, repubblicani, sono l’espressione fedele di questi variati gradi di maturità del genio de’ popoli. Chieggon eglino maggior ampiezza o sviluppo di libertà, a misura che sentonsi capaci di sostenerne d’avvantaggio; esigon anco più d’uguaglianza e di democrazia, in ragione dell’spirazion forte ad istintiva di giustizia e d’amore pel popolo. Procede irreparabilmente il popolo alla sua fatale rovina, allorché tenta compendiare il tempo di questa sua maturità; si disonora e degrada del paro quando si lascia sfuggire di mano sì preziosi momenti. La monarchica e la repubblica più non sono, allo sguardo penetrante de’ veri uomini di stato, princìpi assoluti di dispotico volere che collidonsi amorte; sono fatti più tosto o fenomeni politici che contrastansi a vicenda, e che conviver possono infra loro, comprendendosi e rispettandosi a un tempo,
«La rivoluzione presente non è che uno slancio di spiriti ardenti, cui sta molto a cuore il rapido progresso della libertà e dell’indipendenza. Il mondo morale non fa che tender sempre più verso la fratellanza e la pace universale. Se la situazione della Repubblica francese, nel 1792, non manifestava che la guerra; le differenze che regnano fra quest’epoca della nostra istoria e l’epoca in cui siamo attualmente, non offron che pace ed armonia.
«Nel 1792, la Nazione non era mica indivisibile ed UNA; due popoli ben differenti comprendeva lo stesso suolo; una terribil lotta regnava pur troppo infra le classi affatto scevre de’ loro privilegi e le classi che avean già conquistato la libertà e l’eguaglianza. Le classi sceverate d’ogni privilegio affratellavansi di leggiero col partito assolutista o realista, col geloso ed invido straniero pur anche, per far ostacolo alla rivoluzione di Francia, o per far risorgere la monarchia e l’assolutismo, l’aristocrazia e la teocrazia. Non havvi oggi fra noi più classi distinte ed ineguali; l’eguaglianza al cospetto della legge ha livellato ogni cosa; la fratellanza comune, di cui noi proclamiamo l’applicazione e di cui la nazionale Assemblea organizzar debba i vantaggi, va tutto ad unire ed a giugner in uno. Non erri ai dì nostri un sol cittadino in Francia, sia qualunque l’opinione cui appartenga, che forte non si appicchi al principio della comun Patria, e che non raddoppi di sforzi per renderla inespugnabile a’ tentativi ed alle inquietezze a un’assurda invasione.
«Nel 1792, non già il Popolo tutto intero era entrato in possesso del suo governo; la classe media soltanto esercitar volea la libertà, ed esclusivamente goderne. Il trionfo della classe media non era allora che apertamente egoista, come il trionfo d’ogni oligarchia radicale. Sforzavasi ella di conservar per se sola il diritto di tutti e da tutti acquistato. E però l’era d’uopo operare una diversion forte all’avvenimento del Popolo, fatalmente sbalzandolo sul campo di battaglia, per contrastargli poscia l’accesso al suo proprio governo; e questa diversione era appunto la guerra: ma non fu già questo il pensiero de’ democratici più avanzati ed istruiti, che aspiravan come noi ad un regno sincero ed umano, regolare e compiuto d’un POPOLO indipendente, libero ed uno, comprendendo in un vocabolo siffatto tutte le classi, senza preferenza ed esclusione, onde tutta intera componsi la Nazione.
«Nel 1792, non era il Popolo che un vile strumento della Rivoluzione, ma non n’era punto l’abbietto; essi oggi operata la Rivoluzione da lui e per lui. Facendone parie, ei vi apporla i suoi bisogni novelli di travaglio e u industria, d’istruzione e di agricoltura, di prosperità e di commercio, di moralità e di benessere, di proprietà e di vita, di navigazione infine e d’incivilimento, che son tutti bisogni di pace! La PACEed il POPOLO,in una parola, non sono, che la stessa cosa.
«Nel 1792, le idee della Francia e dell’Europa non eran peranco preparate a comprender e ad accettare la grande armonia delle nazioni infra loro, al comun vantaggio intese del genere umano. Il pensiero del secolo che maturava, non era che nell’intelligenza di ben pochi filosofi. La filosofia, a questi nostri tempi, e assai popolare e comune. Cinquanta anni di libertà di pensare e di scrivere, di parlare e di agire, han prodotto finalmente il loro felicissimo effetto. I libri, i giornati, le scienze, le tribune hanno operato senza dubbio il più sorprendente apostolato dell’intelligenza europea. La ragione umana, balenando da pertutto i suoi fulgidi raggi, e rapidamente travarcando le frontiere de’ popoli, ha creato fragli spiriti quella gran nazionalità intellettuale che sarà il compimento del riscatto de’ popoli e la costituzione a un tempo della fraternità internazionale sul globo.
«Nel 1792, da ultimo, la libertà non era che una pura novità, l’eguaglianza uno scandolo, la repubblica un problema. Il titolo de’ popoli, scoverto appena da Fenelon, da Montesquieu, da Rousseau, era talmente obbliato, invilito, profanato dalle vetuste tra dizioni feodali, dinastiche, sacerdotali, che il più legittimo intervento del popolo ne’ suoi propri affari, ne’ suoi più sacri interessi, sembrava un’assurda mostruosità agli uomini di Stato dell’antica scuola. La democrazia facea tremare pur anche i troni e le fondamenta della società; oggi i troni ed i popoli si sono abituali alla parola, alle forme, alle agitazioni regolari della libertà cittadina ed individuale; abitueransi del pari alla repubblica, ch’è oramai la forma più compiuta ed acconcia delle nazioni più mature. Conosceranno pure una volta che havvi per costoro una libertà conservatrice; convinceransi pienamente che regnar può nella repubblica, non solo un ordine migliore, ma miglior governo eziandìo e reggimento sociale; vedranno insomma che può ragionevolmente sussistere un ordine più vero e più regolare in questo governo di tutti per tutti, che nel governo di uno per uno, o di pochi per pochi.
«Prescindendo pure da considerazioni siffatte, l’interesse solo della consolidazione e della durata della Repubblica Sarebbe pur troppo bastevole ad ispirare a’ veri uomini di Stato consolanti pensieri di fratellanza e di pace. Non corre la Patria i più grandi pericoli ne’ tristi casi di guerra; la libertà sì bene. La guerra non èquasi, a un di presso, che una dittatura formate. Obblian i soldati le istituzioni per gli uomini. Tentan i troni gli ambiziosi e corrompono i vili. Abbacina la gloria il patriottismo, lo demoralizza e deprava. Il vano prestigio d’un nome vittorioso fa velo all’attentato contro la sovranità nazionale. Esige la Repubblica molta dose di gloria, senza dubbio, ma per sestessa l’esige, nongià pe’ Cesari o pei Napoleoni!
«Nulla però di meno, non v’illudete punto intorno a queste idee che il Governo provvisorio ad offrir fassi alle Potenze come arra solenne di sicurezza europea; non hanno elle per obietto l’impetrar perdono alla Repubblica per l’audacia che ha avuto d’appalesarsi in Europa al par d’un baleno; molto meno d’andar umilmente mendicando un posto esclusivo od un diritto di grati popolo nel mondo politico; hanno esse sì bene un obbietto più nobile e sacro: offrir materia di riflessione ai sovrani ed ai popoli, affine di non lasciar che s’ingannino involontariamente sul vero carattere della nostra Rivoluzione; far apparire nella sua più chiara luce e con la sua genuina sembianza un sì strepitoso avvenimento; offerire un pegno, da ultimo, inviolabile e sacro all’umanità, pria d’accordarlo a’ nostri diritti ed al nostro nazionale benessere, ove fosser per avventura contrastati o sconosciuti.
«La Repubblica Francese non dichiarerà dunque la guerra a chicchessia; né ha ella bisogno di dire che sarà sempre pronta ad accettarla, ove s’impongan condizioni di guerra alpopolo francese. Il pensiero dominante degli uomini che governan di presente. la Francia, èappunto il seguente: Felice la Nazione, se le si dichiara la guèrra, e se vien costretta per seguenza a crescer in forza ed in gloria, malgrado la sua moderazione esemplare! Responsabilità terribile alla Francia, per lo avverso, ove la Repubblica a dichiarar facciasi da se stessa la guerra senza esservi punto provocala! Nel primo caso, il suo genio marziale, la sua impazienza d’azione, la sua forza accumulala per tanti anni di pace, la renderebber invincibile e forte, formidabile e temuta peranco al di là delle sue frontiere. Nel secondo, volgerebb’ella contro se stessa la rimembranza delle sue conquiste, che alteran non mezzanamente le nazionali simpatie, e comprometter potrebbe a un pari la sua primitiva e più universale alleanza, ch’è appunto lo spirito de’ popoli ed il genio dell’incivilimento sociale.
«Dopo la più solenne dichiarazione di cosiffatti princìpi, che son pure i princìpi della Francia risguardata nel suo perfetto stato d’indifferenza, princìpi che puot’ella offrire senza timore a’ suoi amici del paro che ai suoi nemici, voi sarete meglio nel caso di penetrare lo spirito delle dichiarazioni seguenti:
«I trattati del 1815 più non esiston in diritto agli occhi della Repubblica Francese; nulla però di meno, le circoscrizioni territoriali di questi stessi trattati son un fatto ch’ella ammette come base e come punto di partenza ne’ suoi rapporti con le altre nazioni.
«Ma, se i trattati del 1815 più non esistono che come fatti da modificarsi d’accordo comune, e se la Repubblica dichiara altamente che il suo diritto o la mission sua e di pervenire regolarmente e per pacifiche vie a queste modificazioni, il buon senso non pertanto e la moderazione, la coscienza e la prudenza della Repubblica esiston pur troppo, e sono per l’Europa intera una migliore e più onorevol guarentigia che questi stessi trattati sì sovente violali o lesi, modificati od infranti da una politica capricciosa e bizzarra.
«Raddoppiate adunque di cure e di sforzi a far comprender a chiunque e ad ammetter di buona fede cotesta emancipazione della Repubblica da’ trattati del 1810, e fate conoscer a un tempo che un atto, sì legale e sì franco non ha nulla d’inconciliabile col riposo dell’Europa.
«E però noi ci facciamo a protestar altamente: Se l’ora dell’organamento essenziale di talune nazionalità oppresse in Europa, od altrove, ci sembra esser suonata negli alti decreti della Provvidenza; se la Svizzera, nostra fedele alleata, è minacciata od oppressa nell’azion sua d’accrescimento che sta nel suo interno onerando, per offrir una forza di più al complesso de’ governi democratici; se gli Stati indipendenti dell’Italia son minacciati od invasi; se offrir tentasi un ostacolo alle loro interne trasformazioni; se contrastar vuolsi ad esse con armata mano il diritto di stringer alleanza infra loro per consolidar via meglio una patria italiana, la Repubblica francese crederassi anch’ella in diritto d’armarsi, affine di protegger valorosamente i movimenti legittimi d’accrescimento e di nazionalità popolare.
«La Repubblica Francese ha oramai travarcato nel primo suo passo l’era tristissima delle proscrizioni e delle dittature; èdecisa pur troppo a non violar punto del mondo la libertà nell’interno; e risoluta e presta egualmente a non covrir d’ignominioso velame il suo principio democratico al di fuori. Non permetterà ella del paro a chicchessia di protender una mano disturbatrice fra lo splendore pacificamente balenante della sua libertà ed il sacro diritto de’ Popoli. Proclamasi ella, per lo avverso, l’alleata intellettuale e cordiale di tutti i diritti, di tutti i progressi, di tutti gli sviluppi legittimi delle nazionali istituzioni, di tutti gli statuti liberi di quei popoli, che viver vogliono in virtù degli stessi suoi princìpi. Né avviserassi punto di stabilire una specie di propaganda sorda od incendiaria presso i suoi stati vicini; perocché conosce pur troppo che non havvi per essa libertà ferma e durevole, tranne quella che procede spontaneamente dà se stessa, e ch’è radicalmente fondata sul proprio suolo. Ma. eserciterà ella senza dubbio, per virtù di splendore e di luce onde son piene le sue idee, per l’imponente spettacolo di ordine e di pace che spera trasfonder alle altre nazioni, un proselitismo onesto e decoroso; il proselitismo della stima e della simpatia universale. E non è questa una guerra, ma un procedimento istintivo di natura; non un’agitazione secreta per l’Europa, ma conservazione e principio di vita; non è mica un incendio pel mondo politico, e una face accesa sì bene su l’orizzonte de’ Popoli, per alluminarli e istruirli, per precederli e guidarli ad un tempo.
«E però desideriamo, pel bene dell’umanità, che sia rispettata e conservata la pace; lo speriam anzi di cuore. Una sola quistione di guerra si era suscitata e promossa, e ormai valico un anno, fra l’Inghilterra e la Francia; e non già la Francia repubblicana l’avea stabilita o proposta; la dinastia sì bene. Inchiude seco la dinastia questo timore di guerra, questo flagello distruttore, onde minacciava l’Europa intera, per la vana ambizione tutta personale d’un’alleanza di famiglia con la Spagna. E però questa politica domestica d’una già spenta dinastia, che sin da parecchi anni duramente gravitava su la nostra dignità nazionale, opprimeva a un pari, con le sue pretenziosi indiscrete ad un’altra corona a Madrid, le nostre alleanze liberali e ne paralizzava la pace. La nostra Repubblica èaffatto scevra d’ambizione e di nipotismo; non ha ella pretenzioni di famiglia né speranza di nazionali eredità. Si regga pur da se stessa la Spagna; aia libera ea indipendente quanto possa mai concepirsi da mente umana; la Francia, per la solidità di questa naturale alleanza, conta più su la conformità di princìpi che su le successioni della casa Borbone!
«Tal è lo spirito de’ consigli della Repubblica francese; tal sarà inviolabilmente il carattere della politica vera e franca, moderata e forte che offre la Francia all’Europa. Nel primo momento del nascer suo, ed in mezzo al caldo od alla foga d’una lotta non provocata dal popolo, ha pronunzialo la Repubblica tre sole parole che han tutta svelata la sua bell’anima, e che varranno ad appellare su la gloriosa sua culla le benedizioni dell’Eterno e degli uomini: LIBERTA’, UGUAGLIANZA, FRATERNITÀ!
«Ha ella già dato al di dentro, con l’abolizione della pena di morte in materie politiche, il vero comento di queste tre divine parole; procurale or voi di dar ancora al di fuori la lor vera dilucidazione e giustissima spiega. II genuino senso intanto di queste tre voci applicate alle nostre esterne relazioni e il seguente: Libertà della Francia da quei durissimi ceppi che gravitaran forte sul suo principio e su la sua dignità; ricuperazione del posto che debb’ella occupare al livello delle grandi potenze europee; dichiarazione solenne infine d’alleanza e di fede, di simpatia e d’amistà co’ popoli tutti del globo. Se ha coscienza la Francia della missionsua liberale e civilizzatrice nel secolo, non havvi alcuna di quelle tre voci che significar possa GUERRA. Se l’Europa è giusta e prudente, non evvi pur una di quelle tre sublimi parole che non esprima CONCORDIA E PACE.»
Ponendo mente intanto ai casi strepitosi avvenuti in Francia, non vanamente da noi riportati in queste nostre pagine di patrie memorie; e ben riflettendo ai fatti che potrebbero aver luogo nella nostra Italia, ci avvisiamo che il maggior male per noi sia quello di esser colti alla sprovveduta e come d’assalto. E come in tutti i contrattempi o danni previsti rinvenir puossi quasi sempre un opportuno ed acconcio rimedio; nell’antiveggenza del futuro possibile o probabile consister dee principalmente la vera scienza di stato, cui, diciamolo pur francamente, gl’Italiani sono pur troppo disavezzi, trovando più agevole e spedito di lasciarsi portare alla cieca fortuna, che vincerla e signoreggiarla. Ma sarebbe omai tempo di sottrarci valorosamente a questa inerzia mentale e ripigliar la vigilanza de’ nostri antichi padri, affinché non ci colpisca un giorno qualcuno di quei disastri che sono irreparabili e gravi a chi non ci ha punto pensato.
Qual è il pericolo più grave, la più fatale sventura che or sovrasti all’Italia? Quello d’imitar disavvedutamente i Francesi e far qualche moto di più, sì come èavvenuto, o come si èalmeno secretamente tentato di fare, in questa nostra Capitale, per sostituire alla monarchia la repubblica. Non si concepisce, èvero, da’ savi e costumati cittadini temenza veruna che ciò avvenga nel nostro Reame, tanta e la prudenza del popolo napoletano e l’amor ch’ei porta al suo magnanimo principe: ma non siamo igualmente tranquilli per ciò che riguarda taluni altri punti della nostra Penisola; dove le commozioni ancor vive, la debolezza del governo, i corrotti e guasti consiglieri che assedian tuttavia i moderatori di popoli, la mala contentezza de’ sudditi, la prepotenza delle immaginazioni facilmente accendibili e corrive agli eccessi, la vecchia usanza da ultimo d’imitar in politica gli esempi francesi, dar posson un aria di probabilità maggiore al grave pericolo che ci sovrasta. È da sperarsi nondimeno che la Provvidenza sovrana, il cui intervento e tanto visibile nelle cose nostre, vorrà di leggiero distornarlo; e teniam per fermo pur anche che le migliori penne’ degl’italiani scrittori, tutta volgeranno la loro facondia ad uno scopo sì sacro ed interessante. Intanto, quand’anco il male accadesse, considerar giova gravemente a qual partito attener si dovrebbero gl’italiani governi.
Ammettasi pure questo radicale principio, la cui verità rivocar non puossi in dubbio da verun uomo di senno; cioè che la nostra Italia, l’Italia del secolo decimonono, uscir non debbe giammai dal moderato perimetro di civil monarchia. Fu questa la meta proposta al subitano corso del nostro politico risorgimento, e travarcar non deesi con audacia tracotante e indiscreta. I sentimenti di onore e di gratitudine, di giustizia e di religione,1 interesse sacro della patria e la stessa nazional dignità non ci permetton punto di tracorrer più oltre. Noi siam impegnati verso i nostri principi e dai loro diritti, e dalle nostre proteste, e dalle inviolate promesse, e dai benefici ricevuti, e dal divino carattere di Pio Nono, autor principale del nostro glorioso riscatto.
E’ però il voler trarre argomento dall’avvenimento politico di Francia, con assurda idea di farne applicazione ai nostri casi presenti, èuno strano paradosso nella politica scienza. Quelle teste francesi furon tratte violentemente alla difformazione d’un governo, non mezzanamente ingrato ad un popolo di eroi che l’avea dianzi fondato e sostenuto col proprio sangue; non dobbiam noi per lo avverso le già conseguite franchigie e riforme, che alla magnanimità di mente e di cuore de’ nostri rettori. Il trattar quindi Pio Nono, Carlo Alberto, Leopoldo, Ferdinando II, principi riformatori e larghi di libere concessioni, come quel popolo ha proceduto inverso Luigi Filippo, sarebbe uno scambiare il merito col demerito, un confonder mostruosamente la virtù col vizio, un retribuir la generosità più rara con la pena dovuta allo spergiuro e al tradimento. Non che dunque imitare i Francesi, scimiottandoli servilmente, noi faremmo il contrario di ciò che opraron costoro, e ci renderemmo indegni peranco della somma stima e simpatia che han già spiegato per noi. E però la scimiotteria, dal canto nostro, sarebbe vergognosa e ridicola oltre modo.
Immaginar puossi, in effetto, qualche cosa di più puerile che l’abbandonar a un tratto il calle da noi gloriosamente corso sin da due. anni, gittar via tutto l’acquistato sinora, percorrer un sentiero affatto nuovo e pericoloso, per vana bramosia d’imitar lo straniero, per fare a sproposito, temerariamente e con atto fanciullesco, senza convenienza e necessità veruna, ciò ch’egli ha fatto a ragione, e forse anche costretto dalle malagevoli e straordinarie congiunture in cui si trovava? Un procedere siffatto disdirebbe certamente al popolo più ignobile e meschino! e l’eleggeremo noi Italiani, che andiam tanto fastosi della nostra stirpe gloriosa, e che con tanto ardore aspiriamo al primato morale del mondo?
E per qual altro scopo d’avvantaggio tentare una mutazione di reggimento politico, se non per metter in compromesso quel nostro insperato e tostano risorgimento che formaai dì nostri la più viva sorpresa di Europa? e per qual altro più strano motivo, che per sostituire ad un rinnovamento spontaneo nato in Italia, informato da nobili idee d’immegliamento civile, dal senno e dal genio italiano consecrato, benedetto dalla terra e dal cielo, un’imitazione straniera che non avrebbe nulla del nostro, e che: profondamente contristerebbe,: anzi issofatto: forse indurrebbe ad esser nostro nemico il più benevolo e generoso, il più grande e il più santo de’ Dominatori di Roma? per surrogare ad una libertà certa e onorata, sicura e tranquilla, una libertà colpevole e incerta, tumultuosa e torbida, sottoposta forse anco a mille sciagure dal canto degli uomini e della bizzarra fortuna? per distrugger eziandìo quel consenso ammirabile di tutte le Classi, che forma uno de’ caratteri più essenziali del nostro ristauro, e metter poscia novellamente in guerra i popoli co’ moderatori loro, i laici coi chierici, i patrizi coi borghesi, e schiuder quindi il varco a divisioni e a rancori, a discordie ed a sette cittadine? per rinnovellare insomma le vili e calamitose scene che chiusero l’italiana storia del tracorso secolo, senza aver neanco per scusa l’inesperienza de’ padri nostri e quel variato concorso di circostanze che reser allora quasi fatali le colpe e le sventure? Se l’Italia impertanto si lasciasse ciecamente indurre a tal riprovala follia, sarebbe affatto indegna di esser rigeneral a e libera; e noi, lungi dal gloriarci d’una si bella patria, ci vergogneremmo quasi con noi stessi d’esser compresi nel novero dei suoi redenti figliuoli.
Posto adunque per indubitato che la nostra libertà presente debba esser fondata su la salda base della monarchia, che cosa far mai dovrassi nel caso che in qualsiasi luogo prorompesse un moto repubblicano, e momentaneo si spandesse o trionfasse? A tre soli partiti appigliar potrebbersi in tal caso gl’italiani governi: 0 lasciar fare e vedere con indolenzita inerzia; o intervenir con le armi e distrugger il fatto con la forza: od opportunamente ricorrere alle pacifiche vie d’un’intercessione mediatrice e richiamare a buon senno i traviati e gli stolti. Di cosiffatti spedienti, il primo e assurdo e riprovevole; il secondo e violento e sanguinario; il terzo e più opportuno ed acconcio a praticarsi.
Il tollerare che in qualche parie d’Italia sciaguratamente prevalga il repubblicano principio, sarebbe lo stesso che sporre a gravi rischi la monarchia in tutta la nostra penisola, e metter in compromesso il nostro dignitoso e provvidenzial risorgimento. Tal è a contagione delle idee superlative nelle razze italiane, a questi nostri tempi, che una scintilla non estinta per tempo suscitar puote un incendio irreparabile e tristo. E’ concesso peranco che il fuoco appiccato in taluni punti non si propagasse dapertutto; chi non vede infra i savi e sani intelletti che uno strano miscuglio di elementi repubblicani e monarchici alterar potrebbe l’armonia dell’Italia UNA ed INDIPENDENTE,e distrugger notabilmente l’italica lega sì altamente da noi proclamata?
Il ricorrer d’avvantaggio alle armi per arrestar il male ne’ suoi princìpi, sarebbe in se stesso commendevole e giusto; perocché la lega italiana come rappresentante e vindice a un tempo dell’unità nazionale d’Italia e direttrice suprema degli universali interessi, ha il sovrano diritto di provvedere alla salute comune. Sarebbe quindi gravissimo errore il credere che le varie province nostrali abbian un’assoluta e legale indipendenza; sarebbe questa assai strana ed incompatibile affatto con l’unità nazionale. Non puote un popolo intervenire nelle faccende d’un altro; ma posson pur troppo i capi d’una nazione richiamar al dovere un membro sviato e ribelle. Nulla però di meno, siccome tutto ciò ch’è giusto non è sempre opportuno, sarebbe non poco a temersi che l’uso della forza provocar potesse in tal caso una resistenza disperata e accrescer il male in cambio di curarlo o distruggerlo. Parrebbe a molti senza dubbio un procedimento siffatto un violar apertamente la libera elezione dei popoli; e comeché ciò non fosse, giova sempre evitare l’apparenza financo d’un’ingiustizia o d’una violenza indecorosa. Carattere pellegrino e dignitoso della nostra rivoluzione e l’accordo ammirabile della legittimità de’ governi col pieno e libero consenso ‘de’ governati; e ad un ATTO sìbello la ragion divina e l’origin popolare del sovrano potere concorron a un pari. É un tale infortunio da ultimo la guerra civile, ch’è sempre prudenza riservarla ne’ casi estremi di dura ed inevilabil necessità; e questa non militerebbe punto nel presupposto ond’essi già fatto rapidissimo cenno.
E però l’estremo partito de’ tre dianzi accennati preso a tempo opportuno ed acconcio, o con vigoria somma adoperato, sortir potrebbe felicemente il suo fine. Ed e pur da notarsi in effetto che un conato repubblicano non è moralmente possibile in verun luogo d’Italia, che pel falso indirizzo che può prendervi la monarchia costituzionale per colpa delle sette e degli attruppamenti sediziosi, de’ ministri e de’ consigli del principe. Intervenga adunque la LEGA ITALIANA ed usi pare ogni termine necessario a lor via la cagione del male, a dare un savio indirizzo al principato civile; ed avrassi incontanente il tanto sospirato effetto.
Accetterà il principe certamente la mediazione pacifica, i saggi ed utili consigli nella ferma fidanza che salvar lo potranno dall’estrema ruina. Qual popolo allora tenterà resistere ad un appello sovrano fatto in nome e pel bene dell’Italia intera? chi mai ostinerassi a voler più tosto la repubblica con pericolo e danno universale, che una monarchia rappresentativa ben ordinata e guarentita dall’Italica Lega? — Osiam credere intanto? senza tema d’illusione o d’inganno, che non siavi nella Penisola, non diciam già una provincia, ma neanco una sola borgata capace d’una tanta demenza; ove sovra tutto parlasse la Lega con la voce patema e nella sacra persona dell’immortale Pio Nono.
Ei giova moltissimo l’esporre queste cose nelle nostre storiche memorie, ed assaissimo importa il meditarle ed approfondirle, acciocché i contrattempi non c’incolgano sprovveduti, e non ci rechino per seguenza quell’estremo spavento che seco tragge la debolezza o il torpore. Speriamo non pertanto che il male non accada, che non ci sovrasti la temuta sciagura; ma quando pure avvenisse, guardiamoci almeno dal disperare e succumere. La Lega e la monarchia civile d’Italia sono forti e potenti, perché dall’Eterno protette, dall’opinion pubblica garantite, dal voto universale proclamate ed ambite; e però, in mezzo al contrasto e alla lotta, non potran certamente non conseguire e gloria e trionfo. —
Nulla però di meno, il gran bisogno attuale, diciamolo ancora un’altra volta e più francamente, e tutto riposto nella Confederazione Italiana. Obbiettando vassi intanto che pria di por mente all’Unione dei singoli stati, fa pur di mestieri interamente ordinarli. Noi siam di credere per lo avverso che rimosse le persone incapaci od avverse al novello sistema civile, l’Unione non solo èdivenuta possibile, ma eziandìo avvantaggiosa a quell’interno ordinamento, che addiverrà sempre migliore, quanto meglio inteso concordemente, e general mente applicato. Ove Sicilia e Napoli, in effetti, facesser parte d’una Confederazione italiana, la definizione completa delle loro controversie diverrebbe a nostro divisamento un affare di poca o di niuna difficoltà; confusi entrambi gl’interessi in un solo e grande interesse, più agevolmente rinverrassi un puntodi riunione e di transazione, più efficace diverrà peranco l’opera santissima di mediatori di pace, sotto la gloriosa divisa di veri fratelli e consociati nelle stessa politica denominazione.
Ciò posto gioverà sempre replicarlo, il nostro novello Ministero Italiano entrerà al potere in circostanze veramente magnifiche quanto imponenti. Gloriosa missione gli èoramai riservata, l’unificenza federativa dell’Italia; l’altro passo più ardito e più decisivo sarà ne’ campi d’un più prospero avvenire. Speriamo ancor noi fermamente che l’attual nostro Governo si faccia pur degno di tanta gloria veramente italiana. Di qui la nostra impazienza di veder quanto prima e più operosamente costituito un Ministero di tal carattere da potersi appellare con proprietà di vocabolo, COSTITUZIONALE, ovvero ITALIANO. Nondimeno non ignoriam punto le difficoltà dipendenti dalle condizioni degli uomini e delle cose; le quali trasformano in un affare dilicatissimo e di lento disbrigo ciò che in paese adusato alla vita costituzionale sarebbe opera di poche parole fra i capi ben conti delle varie frazioni politiche, ed i loro amici già preparati ed acconci a secondarli. Ma il Marzo del 1848 trova tutto lento e paralizzato in questo paese; il giornalismo presente, costituendosi interpetre ed organo del pubblico voto, critica e sprona incessantemente la diacciata lentezza del nostro assopito Ministero, del nostro indolenzito od assonnato Governo. Dal Governo provvisorio di Parigi vengon esempi stranissimi di attività e di destrezza spontanea; da quelli di Germania se ne porgon altri non men sorprendenti e ammirabili d’attività generosa, popolo napolitano, cui ogni raro modello di perfezione rapisce od incanta, e fa sdegnoso ad un pari della prosaica e noiosa mediocrità, osserva e desidera, fa continui voti e resta sempre deluso, del continuo reclama e mai nulla consegue. Né ha torto se mormora e morde. Anche fra noi sono imminenti i pericoli e pur troppo temute le sciagure onde siamo minacciati sovente. Ed a conte ai pericoli ed alle sciagure, e rea di lesa sicurezza pubblica ogni superflua o tarda deliberazione.
La forma di governo costituzionale che attualmente ci modera non èmica il risultamento fortuito d’un avventurato movimento, ma il frutto provvidenziale d’una santa e legittima causa già contrastata e vinta. Uscita fremente la rigenerazion nostra da una lotta ineguale ostinatamente impegnata fra un popolo intero ed un pugno d’insensati carnefici, che or più non sono, erasi ella lentamente costituita per mezzo de’ progressi della ragion popolare. Quanto più la fazione posta alla testa del ministeriale o politico potere diveniva violenta ed oppressiva, fortificavasi la nazione nel sentimento del suo diritto e nella ferma risoluzion presa di proclamarne alla prima occasione l’irresistibile inviolabilità.
Ecco perché non essi manifestata esitanza o dissentimeno veruno dal lato de’ popoli. L’intera nazione non elevò che una sola voce, perché non era informata che da un’anima sola, da una sola volontà, a una sola coscienza. Ci sentivam tutti umiliati, abbassati tutti, inviliti, depressi agli occhi dell’Europa da un ministero opprimente ed iniquo, che delle sue iniquità ed oppressioni crudeli facea misterioso e denso velame agli occhi d’un tradito monarca: ed abbiam tutti alzata fieramente la testa quel giorno famoso per la storia nostra che quel ministero indegno, caduto per sempre sotto la riprovazione dell’universale disprezzo, cedeva il luogo ad un novello governo costituzionale, ad un novello reggimento civile.
Questa unione di tutti in un pensiero medesimo dovrebb’esser il pegno più certo della stabilità e durata dell’attual nostro risorgimento. E questa politica ristaurazione esser dovrebbe pur anche la fonte della moderazione nostra dopo l’ottenuta vittoria. La nostra prima cura adunque sia quella di far comprendere a chiunque che il nostro stato presente e affatto, lontano da ogni idea di vendetta e di men che onesta reazione. Napolitani generosi, prudenti e moderati cittadini, badate sovra tutto che la generosità, la prudenza e la moderazione non degeneri in debolezza ed inoperosità fatale. Astenendovi da ogni ricerca contro le opinioni e gli atti politici anteriori, prendete come regola che le funzioni politiche, a qual vogliasi grado della gerarchia novella, non posson confidarsi che a liberali esperti e provati. Il disprezzato potere ministeriale, che dinanzi al soffio nazionale disparve, aveva iniettato della sua corruzione i rami tutti dell’amministrazione; quegl’individui per conseguenza che han servilmente obbedito alle sue depravate istruzioni, son ora impotenziati a servire lo stato. Nel momento solenne che la nazione, ricuperata la pienezza della sua possanza, disporrassi alla scelta de’ suoi eletti, a di mestieri che i suoi magistrati sien profondamente attaccati alla sua causa e coscienziosamente disposti a sostenerne l’impresa. La salute della patria a questo sol prezzo otterrassi.
Se noi c’incamminiamo con fermezza nella via della rigenerazion nostra santissima, niun limite potrà certamente assegnarsi alla nostra prosperità e grandezza; se ci raffreddiamo indolenti, o desistiamo infingardi da una sì salutare impresa, tutto il male possibile e da temersi. Si pongan uomini risoluti e caldi d’amor patrio alla testa degli affari, alla direzione ministeriale, provinciale, distrettuale e comunale. Cittadini napolitani, cui sta molto, a cuore l’immegliamento morale ed intellettuale, l’incivilimento e ‘l progressivo sviluppo de’ vostri cari fratelli, non risparmiate l’istruzion pubblica e privata, or che se ne fa sentire più forte il bisogno; animatene anzi il trasporto, promovetene ad ogni costo lo zelo. I destini del nostro reame non sono che nelle mani de’ buoni e savi cittadini ond’è eminentemente rappresentato; e questi, osiamo ancora sperarlo, saran falli scopo alle già imminenti elezioni; questi geni tutelari della patria nostra che compongan presto le Camere, che formino pure una specie d’Assemblea nazionale, ma che sian però capaci di comprender l’importanza del loro sacro ministero, della loro sublime missione, e sian solleciti a compiere l’opera santa del popolo; in una parola che sian TUTTI UOMINI DELLA VIGILIA, E NON DELL’INDOMANI.
Non minor rigore’ eziandìo esiger dovrebbesi riguardo a’ funzionari puramente amministrativi. Mantenere e conservar dovrebbersi coloro che hanno acquistato la posizion loro con utili servigi allo stato, rimanendo però sempre stranieri a qualunque azione politica. Cercando in tal modo un Ministro savio e zelante delle cose patrie a rimaner fermo e giusto, relativamente agli agenti posti sotto i suoi ordini, esiger dovranne un concorso attivo ed interessante. Un siffatto concorso tender dovrebbe a rassicurare gli spiriti timidi, a calmare gl’impetuosi e gli impazienti. Gli uni si spaventano di vani fantasmi, vorrebbero gli altri precipitare gli avvenimenti secondo le loro ardenti speranze. Un ministero avveduto e prudente dir dovrebbe ai primi che la società attuale e provvidenzialmente al coverto delle commozioni terribili che hanno agitata, ne’ tracorsi giorni di crisi, la nostra esistenza; far sentire agli altri, che amministrar non possonsi le pubbliche cose con la rapidità del baleno, conl’istantanea prestezza d’un pensiero volubile e fugace. Il suolo e già sgombro d’obbietti intristiti e paralizzati; il tempo accettevole e venuto di riedificare e produrre. Or, qual cittadino dabbene non si sente disposto ad elevarsi sopra tutti i miserabili calcoli dell’assurdo egoismo per compiere questa grand’opera? La nazione napolitana e già pronta a dare al mando politico lo spettacolo d’uno stato abbastanza forte per usarne con pacifica e moderata tutela. In questo ammirabil movimento degli spiriti, con tanta energia trascinati verso la santa applicazione dei princìpi di fratellanza e d’unione, dov’è il pericolo per chicchessia, dove il pretesto d’un vano timore?
Tutti coloro che mostransi inquieti per la proprietà e la famiglia, sono poco sinceri o molto ignoranti. Scevra del suo carattere di personalità egoista, guarentita e limitata dall’interesse e dal diritto di tutti, la proprietà diventa tosto frutto esclusivo del sacro lavoro, degli onorali sudori. Chi oserebbe allora contrastarne l’inviolabilità, l’uso, il diritto? Così rigenerata da un’educazione comune a tutti i giovani cittadini, ogni famiglia e una fiamma ardentissima donde parton direttamente altrettanti raggi di vero patriottismo e di cittadino affetto. Il suo destino è forte giunto ed appiccato a quello della civil comunanza ond’è modello ed immagine.
Quanto all’attual Ministero, ch’essi elevato oramai su le ruine degli altri già sformati e riformati più volte, dall’acclamazion popolare salutalo per preparare il definitivo stabilimento della nazione costituzionale, a lui più che ad ogni altra classe di magistrati intesi alla pubblica salute preme ed importa di ben amministrare l’autorità conferitagli dal pubblico volo. Ma per compier degnamente questo nobile incarico, hassi essenzialmente bisogno di confidenza e di calma. Tutti i suoi sforzi tender dovranno al buon uso del tempo, sì che non vi fosse, per tutti coloro che attualmente compongonlo, un giorno, un’ora, un istante perduto. Che i ministri adunque da un lato, e tutti i membri, dall’altro, componenti le Camere; che i rappresentanti tutti del paese surti questa volta senza infinzione e senza velame u impostura dal seno della nazione rigenerata e monda, si rivniscan insieme, e tosto, per governare e dirigere le pubbliche cose, per regolare. e moderar santamente i destini d’un più felice avvenire.
A quest’assemblea di rispettabili ed illuminate persone e riservato il compimento della nostra grand’opera. Sarà dessa completa nel genere suo, se, nel tempo della necessaria transizione, darassi alla patria ciò ch’ella spera ed attende con estrema impazienza, l’ordine e la pace, la tranquillità e la calma, la sicurezza pubblica e privata, la confidenza e la fede all’attuale Governo. Penetrati costoro d’una siffatta verità, faran senza dubbio eseguire le leggi vigenti in quanto non son punto contrarie al novello sistema di cose. I poteri che saran loro conferiti non porransi al di sopra dell’azion loro che in ciò che riguarda l’organizzazione politica di cui dovranno esser l’¡strumento attivo e zelante. Non dovrebber intanto obbliare gli attuali organi del pubblico ministero che agir deesi d’urgenza e provvisoriamente, almeno pel momento, e che debbe il pubblico immediatamente conoscere le opportune misure che prendendo vansi alla giornata. A questa sola condizione potrem noi mantenere la pubblica pace e guidare le cose del nostro paese senza nuove scosse sino alla riunione de’ suoi mandatari o rappresentanti.
Intorno a voi intanto, o novelli ministri, elevando vansi ogni giorno numerosi reclami d’ogni natura; accoglieteli pupe con cura e con sincerezza di cuore. Egli è tempo che il popolo faccia liberamente intendere la. sua voce dolente; né il Governo rimaner puote indifferente al voto comune. Non vi spaventate né offendete se l’espressione ne sarà calda ed ardente; sarebbe pericoloso pur troppo il comprimer le passioni in se stesse legittimee sacre; del pari che vano sarebbe l’adombrarsi di qualche esagerazione inevitabile, e di qualche ardita verità. La compressione altera e corrompe il pubblico pensiero; la libertà per lo avverso lo purifica e dilata, l’ingrandisce e sublima.
Nulla però di meno, ove l’ardimento dell’immaginazione e la temerità del linguaggio, invece d’applicarsi alle idee general i, alla via tenuta dall’attual nostro Governo, colpisser le persone, sarebbe vostro dovere richieder l’intervento di savie leggi e proclamarne la più rigorosa osservanza per far cessare un tanto abuso che, nei tempi presenti, desta oramai la pubblica ammirazione, lo scandalo universale, la comune sorpresa, in questa nostra Capitale. Del resto poi non havvi nulla, a temere; lo slancio istintivo che invade e trascina gli spiriti, saprà pure elevarli al di sopra delle miserabili dispute che son molto frequenti e mordaci nel nostro paese.
Savi e benemeriti cittadini della patria, che regolar dovrete un giorno i destini di essa! vivete pur certi che, nel felice istante del vostro innalzamento a qualche posto elevato e sublime, sarete tosto circondati dei più caldi ed influenti patrioti; i loro consigli prudenti avranno senza dubbio un gran peso su l’animo vostro; ma non dimenticate punto che il miglior mezzo d’attaccarli a voi ed alla popolazione intera, e d’imprimer in tutti i servigi dell’amministrazione un’instancabil attività, un operoso ed efficacissimo zelo. I veri magistrati son sempre gli amministratori fedeli del popolo; e però provar deono con la loro solerzia di esser meritevoji della sua confidenza. Date ovunque l’esempio della vigilanza e del lavoro, dell’amore ed attaccamento alla patria, e voi avrete utilmente adempito al vostro mandato.
Né fa pur di mestieri qui dirvi che tutta l’attenzion vostra dee specialmente fermarsi sul pronto organamento della guardia nazionale. Composta di cittadini prescelti fra tutte le classi, sarà ella la forza e la gloria, l’ornamento e 1 decoro della patria, la guarentigia più sicura della civil nostra libertà. Si proceda dunque senza ritardo all’elezione de’ suoi capi, e mantengansi con e so loro sempre attivi rapporti, comunicando a ciascuno lo spirito che vi anima e dirige.
Applicatevi infine, o custodi e promotori della salute pubblica, a riassumer con chiarezza e precisione tutto ciò che interessa la sorte degli operai in questa nostra Capitale e nel seno delle abbandonate province. Fate che si estendan su di loro particolarmente i più sensibili ed immediati vantaggi del nostro novello regime politico, la cui missione e di far cessare le loro più dure e lunghe sofferenze e consecrare i loro, diritti. Se qualche urgenza momentanea proclama altamente l’intervento di straordinarie misure, non esitate punto di adattarle e farle eseguire. Appiccati e giunti infra loro coi più sacri legami d’una fraternale associazione, gli operai ed i padroni non formeranno più che una sola famiglia, i cui interessi saranno perfettamente identici e concordi. Riprendendo l’importanza ed il grado che dall’evirato ministero tracorso le furon barbaramente rapiti, l’agricoltura farà uscire dal suolo le prodigiose ricchezze, che la negligenza pur anche del più recente ministerial governo vi lasciava sepolte; e così getterà ella nella circolazione multi ignoti o paralizzati elementi che rigenereranno l’industria e promuoveranno utilmente il commercio.
Ecco il grande avvenire che ci è riserbato, ove siam francamente uomini costituzionali ed i nostri pensieri, le nostre decisioni, i nostri alti sien pienamente conformi alla legge di fratellanza che debb’esser la regola delle società presenti e future. Felici pur troppo di prepararne il grande avvenimento, e de’ magnanimi cittadini e di magistrati prudenti l’incarico di rassicurar gli animi. di sollevare pacificamente i popoli oppressi, di consolidar i materiali del vasto edifizio che sarà elevato dalla rappresentanza nazionale. Che tutti i cuori generosi adunque, tutti gli spiriti liberi ed ardenti, passionati e caldi d’amor cittadino s’accingan all’opera, e porganci aiuto a tanto uopo, e questa una nobile e generosa ambizione. Dare al mondo l’esempio della calma e tranquillità coscienziosa dopo la conseguita vittoria; far bellamente risorgere la repressa possanza delle idee e della ragione; accettar coraggiosamente le dure prove del presente, e mostrare di non succumberne al peso; giugnerci tutti solidariamente in uno e raddoppiare di sforzi per traversarle e vincerle, ecco ciò che caratterizzar dovrebbe veramente ed elevare ad eterna gloria la nostra nazione. E non debb’qsser che questo lo scopo degli sforzi comuni. —
Una lunga e costante esperienza di tutti i tempi e di tutti i luoghi in cui ha regnato ed avuto permanenza la gesuitica setta, rende pienamente istrutti e convinti i popoli dell’incivilita Europa, che la sua malefica esistenza e incompatibile affatto e ripugnante con ]’. attual forma di costituzionale governo. E però con data del primo dì di Marzo 1848, il Governo generale della divisione di Genova notificava in pubblica forma il seguente avviso:
«I Padri Gesuiti sono finalmente sgombrati dagli stabilimenti che occupavano in questa Città.
«Il Governo di S. M. il nostro Augusto Sovrano provvederà ulteriormente in modo definitivo.
«Genovesi! non ¡smentite la fama che vi proclama saggi e temperanti, ossequiosi alaLegge ed amanti dell’ordine pubblico».
Nello stesso giorno della loro espulsione dalla città di Genova, dandosi il guasto al Convento de’ Gesuiti, vi si son trovate corrispondenze assai criminose e sinistre di varie persone: una scoverta siffatta non ha destato e prodotto che maggior irritazione nel popolo genovese; sì che furon d’uopo grandissimi sforzi di civico patriottismo, per ristabilire in quel paese la tranquillità e la calma.
Non diversa sorte sovrastava ad un’altra compagnia di Gesuiti, di residenza nella città di Cagliari: ed ecco la sposizione succinta e fedele di quanto e all’uopo avvenuto in quel paese del Genovesato. Sparsa appena nel popolo la fausta notizia della già decisa espulsione de’ Gesuiti, deliberossi tosto del modo da tenersi per costringerli ad una precipitosa partenza. Mossi ed animali dalla risoluzione già falla, riduconsi molti sul principiar della notte alconvento di S. Ambrogio, ed altri si affollano dinanzi al palazzo Tursi, ov’eran le scuole tenute da quei famosi dottori: comincian repente le solite grida, i consueti fischi, i ripetuti e frequenti clamori; ingrossa via più la turba furente, e già le porte de’ due edilizi cupamente rintronano sotto i continui colpi, onde l’irata moltitudine le urta e le scuote, facendo ogni sforzo o tentando ogni prova per atterrarle: e parendo poco o nulla il già fatto, una tempesta di sassi volanti contro la facciata infrangeva i cristalli e le imposte delle finestre: le cure e gli sforzidi taluni cittadini i quali adoperaronsi a mitigare gli animi, a frenar quelle ire e a dissuadere la moltitudine inferocita da quegli eccessi, produsser poco o niun frutto: e chi sa fin dove sarebber giunti, se non tosse accorsa la truppa inarmi per sedareil tumulto: fu questa accolta in mezzo agli applausi universali ed alle grida di viva la linea; e l’espulsione completa de’ Gesuiti fu compimento e corona di quella scena popolare.
In verun modo dissimile fu il tumultuoso spettacolo ch’ebbe luogo in questa Capitale, cui fu meta e scopo l’espulsione totale della gesuitica setta. Quei RR. Padri, scortati da numeroso stuolo di truppa, di guardia nazionale a piedi e a cavallo, e da una folla immensa di popolo, venner obbligati il dì 10 marzo del 1848 ad abbandonare il monistero e quanto vi comprendeva, l’istituzione e le scuole, i beni e la Capitale! Ridottisi tutti sur un vapore, il Flavio Gioia, venner direttamente tradotti nelle acque di Baia. Trasferiti poscia in un altro vapore attesamente apparecchiato, per misure politicamente provvisorie furono sbarcati a Ponza. Di là inchiese ciascun di costoro un passaporto per quella residenza che liberamente fu scelta, ed avviossi ognuno verso quel luogo ove l’appellava il destino.
Anche da Napoli son dunque sgombrati i Gesuiti. Gli accompagni il cielo, ed una terra ospitale gli accolga! Il suolo d’Italia non li vedrà più forse prosperare e fiorire, macchinare e corrompere, sedurre e infettare la civil comunanza! Fuvvi nondimeno chi protestò altamente contro un avvenimento siffatto; chi venne pubblicamente accusato di caldeggiar troppo per onesta importante genia; chi bandì loro addosso la croce senza pietà; chi avea per anco tentato alzar contro la voce, quando il profferir motto contro quegli UMILI POTENTI era grave felloni e reità di stato, e punivasi per seguenza con persecuzioni e prigionie, con tortura ed esilio.
Noi abborriamo quella setta, andavan taluni altri gridando, né alcuna pena per essa ci daremmo giammai; ma non rifinirem punto di produrre le nostre giuste doglianze contro qualunque arbitrio, contro qualsiasi debolezza dell’attuale governo; ed il governo propriamente accusavan costoro dell’anticostituzionale e vergognosa condiscendenza.
La giustizia e la vita de’ liberi reggimenti, dicean eglino; non son proprie le violenze che de’ poteri dispotici e capricciosi. Se la rimostranza fatta al governo perché bandisca i Gesuiti, fosse stata diretta a provocarne una legge; sarebbe stata pur troppo laudevole, e fra le attribuzioni compresa d’un popolo libero e veramente civile. Ma questa rimostrazione e stata prodotta per aver la sanzione d’un fatto già consumato, per consolidar un atto definitivamente eseguito, per coronar un’opera pienamente compiuta. Il governo, conchiudeasi, non èconcorso a tal bando che per suggellare una decisione illegale, violenta, obbrobbriosa; e però èstato illegale e violento, pauroso e fiacco.
Sei Gesuiti, andavan pubblicando parecchi altri, avesser patentemente destate dissenzioni civili nel paese, sarebbero stati rei, e perciò giudicali e puniti, condannati e posti a bando del regno da una corte competente. Ma i Gesuiti non turbavano la pubblica tranquillità, non destavan ire plebee, a voce levata non calunniavan il potere, non minavan le basi dell’ordine pubblico: e però non eran d’altro colpevoli che d’incompatibilità con l’attuale governo, co’ veri interessi della nazione.
Ed altri ancora più arditi ad inchieder faceansi a’ Ministri, per qual ragione si eran messi a convalidare della loro firma la sentenza dell’esilio; in virtù di qual legge eransi indotti a ciò fare; in forza di qual domanda si era siffattamente proceduto; come aveano eglino interpetrato il pubblico voto; chi l’avea fatto loro legalmente pervenire? I Gesuiti, sclamavan costoro, dovean uscire certamente dal nostro reame, ma dovean soltanto le Camere mandarli via, non già pochi individui, esaltati da princìpi generosi ma non legali e decorosi. I Ministri han dunque forte temuto le imperiose inchieste di pochi, le imprudenti minacce d’una branca di stolti e baldanzosi libertini; non han saputo resistere né circoscriversi nella barriera del diritto e della legge; hanno offeso i Ministri la dignità del governo, ne hanno intaccate le attribuzioni più sacre, ne hanno oltraggiata la giustizia e la fermezza, due cardini principali su di cui riposan solamente la tranquillità pubblica e l’individual sicurezza. Non son responsabili soltanto i Ministri de’ fatti compiuti, ma delle debolezze e condiscendenze indiscrete altresì; non solo di ciò che operarono, ma di ciò che avrebber dovuto operare eziandìo. Quindi, nel bando di quella gente, conchiudean finalmente, son costoro colpevoli non solo dell’ignavia di aver condisceso alla richiesta importuna di pochi ribaldi e felloni, che han quasi strappato loro di mano il perentorio editto di espulsione; non solo del difetto di energia e di efficacia, del vigor delta mente e del proprio carattere, della fermezza e solidità de’ princìpi; ma di non aver consultalo peranco il voto della nazione, di aver demolito e atterrato prima ancor di gittare le basi ed edificare.
Né qui si arrestan le doglianze e i pareri di chi a giudicar fassi d’ogni cosa e per diritto e per rovescio. — Eleviam noi le nostre querele, soggiungean altri d’avvantaggio, non per l’opera santissima dell’esilio di quella gente, ma pel modo sì bene che ha provocato e seguito quell’atto;perocché, a lato ad un esempio così scandaloso della debolezza del Ministero, havvi una condiscendenza che ne oltraggia la dignità e ‘l carattere; vi ha un’illealtà che non si puote in veruna guisa convalidare; vi ha un desiderio smodato di violenti che non si può mica legalizzare; evvi un’infrazione di legge! che non può restare impunita; vi ha finalmente una provocazione illegale che fomenta le reazioni morali degl’individui offesi e concitali ad altissimo sdegno. Ne’ liberi governi non havvi peggior male quanto quello di dar il primo passo contro la Carta che regge; guai quando il potere e trascinato a sostegno delle voglie private. La tranquillità pubblica tosto svanisce; l’inviolabilità personale non vi e più; il popolo sfrenato irrompe e trasmoda a sua posta…..
Se oggi i ministri, proseguian d’avvantaggio, han violato la maestà del governo, confirmando un atto, per se stesso necessario e giusto, ma con le leggi in vigore per niun modo compatibile; forzati dimani del pari da circostanza diverse, con la stessa illazione con gli stessi modi, potrian confirmare attentati più turpi e più pregiudizievoli a un tempo. Dovean eglino più tosto accoglier la petizione e provocar poscia una legge per bandire i Gesuiti dal nostro reame, non già sanzionare la loro espulsione stabilita e voluta da pochi: il bando de’ Gesuiti era utile al paese, vantaggioso alla social comunanza, pur troppo degno di compiersi; ma non in quel modo precipitato e illegale. Chi vilipende il caduto è vigliacco; ma chi concorre a vilipenderlo davvantaggio è fellone ed iniquo. Non dee mica il potere fecondare gli attruppamenti sediziosi che potran compromettere la pace cittadina; disperderli o dissiparli sì bene. E se il Direttore di Polizia, conchiudean infine, avesse posto sol mente alle attribuzioni personali o di carica, implorato avrebbe certamente il braccio della guardia nazionale per dissipare i complotti; i quali, animati da questa prospera riuscita, potrebbero per l’avvenire dar luogo a conseguenze pericolose e sinistre.
Intendiamoci bene, andavan altri ancora sofisticando; noi non condanniam mica i princìpi, fatto sì bene; non contrastiam punto l’opera, ma l’illegalità del procedimento; non la cacciata de’ Gesuiti, ma il modo ond’essi questo bando ottenuto; non la necessità del lor allontanamento da questo nostro paese, ma la debolezza con cui il ministero vi ha condisceso. E più che ogni altra cosa, temiam molto l’esempio; l’esempio che a cose men lodevoli e giuste non si avesse ad applicare. Quando e ne’ limiti delle leggi e della Carta, dee sempre il ministero star saldo e governare rinunciare più tosto, cadere, se occorre, ma non macchiarsi d’arbitrio o di condiscendenza colpevole. Non debb’egli mirare agli onori o alla carica, non usar blandimenti per conservarsi al suo posto e al suo grado; ma badare sì bene alla giustizia ed alle convenienze legali, al diritto e al dovere; allogar deesi la legge dinanzi dagli occhi; por mente alla prosperità ed alla sicurezza del paese, e proceder diritto pel calle di giustizia e di saviezza. Se perde il prestigio della volontà e della forza, e già dissoluto il ministero; e qual altra garentia resterà poscia alla nazione, tranne quella della violenza e delle armi? — In una parola, faceansi costoro a conchiudere; il bando de’ Gesuiti e un atto istantemente voluto dal pubblico, approvalo dalla ragione, proclamato da’ tempi, sanzionalo dall’esperienza delle cose presenti e de’ fatti passati; ma dovea quest’alto proceder dal ministero ed esser convalidato dal voto solenne d’un’intera nazione. Or, non essendo stato quel fatto che l’espressione del volere capriccioso di pochi riscaldati, non avendo il ministero coadiuvato che l’emanazione d’un corrotto e guasto pensiero, è decaduto issofatto dall’opinione del pubblico, ha commesso per seguenza una violazione di legge, una violenza illegittima, e però colpevole e criminosa.
Un altro grido ancora si andava elevando in diversi punti della città; ed erane questa l’espressione fedele: Pria di discacciare i Gesuiti da Napoli, diceasi, doveva il Ministro dell’Istruzione pubblica provvedere alle scuole di pubblico insegnamento e trovare tra le classi delle persone illuminate ed intelligenti chi dettar potesse lezioni a quei molti giovani avviati allo studio, affinché non si rompesser all’ozio ed alle fatali conseguenze di esso. Chi abbatte od atterra il vecchio abituro pria di aversi edificato un nuovo ostello, dà segno manifesto di stoltezza o follia. E, conchiudendo, a rammentar faceansi a’ giovani che avean concepito e compiuto il disegno del bando, facendolo per violenza sanzionare dal ministero, che non fu mica gentile né generoso l’insultare il caduto, e che dovea loro bastare soltanto l’esilio legale di quella gente, senza insultarla con modi vituperevoli e strani. E rammentavan da ultimo al ministero di voler tutta sentire la propria importanza, di provvedere alle cose del paese con fermezza e coraggio, di non dar accesso né peso alle femminili paure, di badare che il suo potere non va più in là della Carta e del voto nazionale, ch’è responsabile, in una parola, non solo delle azioni compiute, ma delle omissioni ed oscitanze eziandìo. —
Ecco le critiche variate e molteplici, cui diè luogo e fomento il gesuitico bando; ecco le opinioni contrarie e diverse che da diversi e contrari partiti si andavan sostenendo a quei tempi. Qual sarà ora la nostra critica, quale la nostra opinione, il parer nostro? — Lo vedran tosto i contemporanei; lo vedran più tardi, e meglio, i posteri nostri.
FELIX QUI POTUIT RERUM COGNOSCERE CAUSAS!….
Nel 1521, Ignazio di Loyola, dopo aver tracorsi i primi 29 anni di sua vita fra le armi ed i piaceri della galanteria, consacrossi al servizio della Madre di Dio nel Monserrato in Catalogna; donde poscia si ridusse in una solitudine non molto lungi di colà, in cui l’Eterno certamente ispiragli la sua grande opera degli esercizi spirituali, poiché ignorava le prime letture quando la scrisse.
Decorato del titolo di Cavaliere di Cristo e della Vergine Maria, si accinse tosto ad insegnare e predicare, a convertir gli uomini con entusiasmo e con zelo, con ignoranza e successo.
Nell’anno 1538, sul finir della quaresima, radunò egli, in Roma dieci compagni, che avea prescelti secondo le sue mire e pienamente acconci ai suoi altissimi disegni.
Dopo diversi piani formati e rigettati a un tempo, Ignazio ed i suoi colleghi si dedicaron di concerto ad illuminar gl’infedeli, a propagare la fede, avendicar la Religione dagli attacchi degli Eretici.
In queste circostanze, Giovanni III, re di Portogallo, principe zelante per la propagazione del Cristianesimo, indirizzossi ad Ignazio per ¡spedire ne’ suoi stati una branca di missionari, con altissimo scopo d’inviarli poscia a propalar il Vangelo tra i Giapponesi e gl’Indiani. Ignazio spiccogli Rodrigo e Saverio. Quest’ultimo partì solo per quelle lontane contrade, in cui operò un’infinità di cose sorprendenti, che noi crediamo, e che il Gesuita Acosta non crede.
Il Papa Paolo III concepì il disegno di formare per mezzo di questi Religiosi una specie di milizia sparsa su la superficie della terra, sottoposta senza riserba agli ordini della Corte di Roma. Dopo molte difficoltà ed ostacoli, dopo molte opposizioni e contrasti, nel 1540 venne finalmente approvato l’Istituto d’Ignazio, e fu fondata la Compagnia di Gesù.
Benedetto XIV, che possedea tante virtù, e che ha profferito tanti bei motti; quel famoso ed illuminato Pontefice, la cui perdita fu general mente rimpianta fino ai nostri tempi, risguardava questa milizia come i GIANNIZZERI della Santa Sede, soldatesca indocile e pericolosa, ma che serve bene.
Al voto d’UBBIDIENZA, fatto al Papa rappresentante di Cristo su la terra. e ad un general e, aggiunser dappoi i Gesuiti quei di POVERTÀ’ e di CASTITÀ’, che hanno sinora osservati come si conosce pur troppo.
Dopo la Bolla che gli stabilì, e che gli appellò GESUITI, ne hanno ottenute novantacinque altre, che si conoscono, e che avrebber dovuto accuratamente nascondere.
Queste Bolle nomate LETTERE APOSTOLICHE accordan loro tutti i privilegi dello Stato monastico, cominciando dal men degno d’osservazione sino all’indipendenza dalla Corte di Roma.
Oltre a queste prerogative, han saputo costoro rinvenire un mezzo assai singolare di crearsen altre d’avvantaggio. Profferisce un Papa inconsideratamente qualche parola che sia favorevole all’Ordine? Se ne forma tostamente un titolo, ed è registrato ne’ Fasti della Società, in un Capitolo ch’ella denomina: GLI ORACOLI DI VIVA VOCE; vivae vocis oracula.
Il general ato, dignità subordinata nella sua origine, divenne sotto Lainez e sotto Acquaviva un dispotismo illimitato e permanente.
Avea stabilito Paolo III il numero di sessanta professi; tre anni dopo annullò una restrizione siffatta, e l’Ordine fu abbandonato a tutti gli aumenti ond’era suscettibile, e che ha preso col fatto.
Quei, che pretendon conoscere l’economia e la Regola di questa loro Società, fansi a partirla in sei classi, che chiamano dei Professi, de’ Coadiutori Spirituali, degli Scolari approvati, de’ Fratelli Laici o Coadiutori temporali, de’ Novizi, degli Affiliati o Aggiunti o Gesuiti di Veste corta. Quest’ultima classe e numerosa, incorporata in tutti gli stati della civil comunanza, e d’ogni sorta di abito fassi maschera e velo.
Oltre a’ tre voli solenni di Religione, i Professi che forman il Corpo della Società, fanno ancora un voto di ubbidienza speciale al Capo della Chiesa’, ma solamente per ciò che riguarda le missioni straniere. Il solo general e, ad esclusione anche del Papa, puote ammettere o rigettare un suggello.
L’Amministrazione dell’Ordine e divisa in tante Assistenze, le Assistenze in Province, le Province in Case. Non havvi poi che cinque Assistenti, e porta ciascuno il nome del suo Dipartimento, appellandosi l’Assistente o d’Italia, o di Spagna, o di Germania, o di Francia, o di Portogallo.
Il dovere d’un Assistente e di preparare gli affari e di mettervi un ordine che ne agevoli la spedizione al rispettivo general e. Quegli che invigila sur una Provincia porta il titolo di Provinciale; il Capo d’una Casa assume quello di Rettore.
Che cosa è intanto un Gesuita? E forse un prete secolare? È un prete regolare? È un Laico? È un Religioso? È un uomo di Comunità? È un Monaco? —Egli è veramente qualche cosa di tutto ciò, ma non appartiene in effetti ad alcuna di cosiffatte denominazioni.
Quando questi uomini si sono presentati nelle Contrade, in cui sollecitavan con molta cura la fondazione de’ loro Stabilimenti, e ch’essi loro domandato: Chi voi siete han francamente risposto: Tali quali, tales quales.
Han sempre costoro fatto un mistero delle loro Costituzioni, e non ne han dato giammai intera e libera certezza ai Magistrati od ai Governi. La loro Regola èassolutamente monarchica; e tutto il potere risiede nell’autorità d’un solo.
Sottoposti al più eccessivo dispotismo nelle loro case, i Gesuiti ne sono i fautori più abbietti nello Stato. Accordano al Papa l’Infallibilità ed il dominio universale, affinché padroni d’un solo, divenisser poscia padroni di tutto.
Correremmo rischio poi di andar all’infinito, ove tutte enumerar volessimo minutamente le prerogative assolute del loro general e. Ha egli il diritto di far novelle Costituzioni o rinnovare le antiche, di ammettere o di escludere, di edificare o di annullare, di approvare o disapprovare, di consultare o di ordinare in modo assoluto, di radunare o di sciogliere, di arricchire o d’impoverire, di assolvere o di condannare, di legare o sciorre, di mandar via o di ritenere, di render innocente o reo, colpevole d’un fatto leggiero o d’un delitto, d’annullare o di confermare un contratto, di ratificare o commutare un legato, d’approvare o di sopprimer un’Opera, di distribuire indulgenze o anatemi, di ascrivere o di cassare: in una parola, possiede egli tutta la pienezza di potere che immaginar possasi in un Capo sopra i suoi sudditi. Egli è lume ed anima, volontà e possanza, guida e coscienza.
Se questo Despota o Capo fosse per avventura un uom violento e vendicativo, ambizioso e perverso; se tra la folla di coloro cui inappellabilmente impone ed imperar si rinvenisse per caso un sol superstizioso o fanatico, ove mai quel principe, o quel cittadino privato, ch’esser potrebbe sicuro sul suo Trono, od in seno nella propria famiglia? — Chi ha lettura ed esperienza lo giudichi.
Viene imposto inoltre ad ogni Provinciale di entrare nelle più minute particolarità intorno agli affari pubblici e privati dell’intera Provincia, e d’inviare i più compiuti cataloghi della condotta, dello spirito, della maniera di pensare, del talento, del carattere, dei costumi degli individui; in una parola, dei loro vizi e delle loro virtù. Il generale per seguenza riceve ogni anno più di dugento stati esattissimi d’ogni Regno e d’ogni Provincia, tanto per le cose temporali, che per le spirituali.
Se fosse per poco questo generale un uomo iniquamente venduto a qualche Potenza straniera; ove fosse sventuratamente disposto per proprio carattere, o trascinalo per vile e sordido interesse a mischiarsi nelle cose politiche, qual male irreparabile e calamitoso, quale orrenda e trista sciagura non potrebbe apportare agli Stati? — L’han saluto pur troppo i nostri antenati; e neanco ignorano le generazioni presenti…
Centro morale e politico in cui a terminar vanno tutti i segreti dello Stato e delle famiglie, delle magioni de’ Grandi e de’ gabinetti peranco; tanto istrutto delle cose pubbliche e private, quanto impenetrabile nei suoi arcani ed occulti disegni; disposto sempre a desiare volontadi assolute senza ubbidire ad alcuno; prevenuto delle più pericolose opinioni su l’ingrandimento e conservazione della sua Compagnia, del paro che su le prerogative della sua spirituale possanza; capace infine di armare ai nostri fianchi una mano crudele e spietata di cui non si può diffidare: ov’è quell’uomo avventuroso tanto cui questo formidabili Capo suscitar non possa imbarazzi spiacevoli e tristi, ove incuorato dal silenzio e dal mistero, inanimito dal secreto e dall’impunità, osasse obliare una volta la santità del suo stato?—È UN GRAN LIBRO L’ISTORLA!….
Ne’ casi importanti, si scrive al generale in simboliche cifre, in geroglifici egiziani. Gli uomini che compongono la Compagnia di Gesù divengon per giuramento delatori e spioni gli uni degli altri, e tutti di tutti. Appena formata, si vide ricca e possente, numerosa e forte. Con la rapidità del baleno propagossi ella in Ispagna e nel Portogallo, in Francia e in Italia, in Germania ed in Inghilterra, al Nord ed al Mezzogiorno, in Africa e in America, nella Cina e nelle Indie, nel Giappone e da pertutto. Ugualmente ambiziosa e intricante, turbolenta e formidabil sempre; costantemente scuotendo il giogo delle leggi, e portando ovunque il suo inflessibil carattere d’indipendenza assoluta, scrupolosamente lo conserva, procedendo tronfia ed altera, orgogliosa e superba, quasi si sentisse destinata a comandar l’universo. Dalla sua fondazione sino a’ nostri tempi, no né pur decorso un sol anno senza che siasi segnalata con qualche azione strepitosa e turbolenta ad un’ora. Ecco il ristretto cronologico della sua storia, com’è a un dipresso compreso nel Decreto del Parlamento di Parigi, datato de’ 6 Agosto 1762, che sopprime quest’Ordine, come una setta di empi, di fanatici, di corruttori, di regicidi, di comandati da un capo straniero e macchiavellista per istituto.
Nel 1547,Bobadilla, uno de’ compagni d’Ignazio, fu discacciato dagli Stati di Germania, perché osò scrivere contra l’Interim d’Ausburg.
Nel 1560, Gonzales Sylveria fu giustiziato al Monomotapà come spione del Portogallo e della sua Società.
Nel 1578, tutti i Gesuiti d’Anversa furon banditi, per essersi ricusati alla predicazione di Gand.
Nel 1581, Gampian e Briant furon messi a morte, per aver cospirato contro Elisabetta d’Inghilterra. Nel corso del regno di questa illustre Regina, cinque cospirazioni tramaronsi contra la sua vita da’ Gesuiti.
Nel 1588, si vider costoro animare la Lega formata in Francia contro Errico III. Nello stesso anno, il tanto famoso Molina pubblicò i suoi perniciosi e condannati sogni su la concordia della grazia e del libero arbitrio.
Nel 1593 Barrière fu armato d’un pugnale contro il migliore de’ Re dal Gesuita Varadé.
Nel 1594 i Gesuiti furon discacciati dalla Francia come complici provali del parricidio di Gio: Chatel.
Nel 1595, il loro P. Guignard, sorpreso con gli scritti apologetici dell’assassinio di Errico IV, fu condannato alla Grénve.
Nel 1597, le Congregazioni de’ auxìliis si tennero in occasione della novità della dottrina de’ Gesuiti su la Grazia; e Clemente VIII disse loro: Uomini turbolenti siete voi che agitate tutta la Chiesa.
Nel 1598, corrompon i Gesuiti uno scellerato e ribaldo, gli amministrano l’Eucaristia con una mano, gli presentano un pugnale con l’altra, gli mostrano la corona eterna discesa dal cielo, e tosto spedisconlo ad assassinare Maurizio di Nassau; son quindi banditi dagli Stati di Olanda.
Nel 1600, la clemenza del Cardinal Federico Borromeo li discaccia dal Collegio di Brada, per nefandi delitti che avrebber dovuto inesorabilmente menarli al rogo o alla forca.
Nel 1605, Oldecorn e Gamet, come autori della cospirazione delle polveri, sono abbandonati al pubblico supplizio.
Nel 1606, ribelli ai decreti del Senato di Venezia, furon cacciati dalla Città e dallo Stato.
Nel 1610 Ravaillac assassinò Errico IV. I Gesuiti caddero in sospetto di aver secretamente diretta la sua mano; e mostrandosene pur troppo gelosi, come se il loro disegno fosse stato di sparger terrore ed allarme nel seno de’ Monarchi, nello stesso anno pubblicò Marianne, con la sua istituzione del Principe, l’Apologia dell’assasssinio dei Re.
Nel 1618, furon cacciati i Gesuiti dalla Boemia come perturbatori del pubblico riposo, come sollevatori de’ sudditi contra i loro Magistrati, come propagatori del fuoco della discordia tra i membri dello Stato. Nel 1619, furon banditi dalla Moravia per le stesse cagioni.
Nel 1631, le loro turbolente sedizioni sollevarono il Giappone; ed in tutta l’estensione dell’Impero fu bagnato il suolo di sangue idolatra e cristiano. Accesa la guerra civile, 37000 cristiani ritiraronsi nel Castello di Simabora. Ivi furono assediati; il Castello fu preso d’assalto il dì 11 Aprile 1638, ed i cristiani furon tutti distrutti dal ferro e dal fuoco. I Giapponesi, risoluti di non passare sotto un giogo straniero, han giurato d’aver in orrore il nome di cristiano; ed èsì possente fra loro un cotal sentimento, che, grazie ai Gesuiti, ha fatto perpetuare una cerimonia sì esecranda ed assurda da non potersi esprimere a parole senza nota di gravissimo scandalo: cerimonia ignominiosa ed infernale, a cui non pochi Europei, attaccati più tosto al danaro che al loro Dio, si sottopongon senza ripugnanza veruna.
Nel 1641, i Gesuiti accesero in Europa l’assurda contesa del Giansenismo, che costò il riposo e la fortuna di tanti onesti fanatici. E nel 1643, l’isola di Malta, forte adirata per la loro depravazione smodata, non men che per la loro rapacità ed insaziabil sete di ricchezze, rigettolli lungi da sé.
Nel 1709, la loro bassa gelosia distrusse Porto Reale, aprì le tombe de’ morti, disperse le loro ossa, e rovescionne le sacre mura, le cui pietre oggi rovesciansi sì aspramente su le loro teste umiliate.
Nello stesso anno, il Gesuita Jouvency, in una storia della Società, osa allogare infra il novero de’ martiri gli assassini de’ Re di Francia; quei Magistrati accorti e prudenti fanno bruciare il suo libro.
Nel1723, Pietro il Grande non trova sicurezza per la sua persona, e mezzo di tranquillare i suoi Stati, che col dare il bando a’ Gesuiti.
Nel 1730, lo scandaloso Tournemine predica a Caen in un tempio, ed innanzi ad un uditorio cristiano, ch’è cosa incerta che il Vangelo di Cristo sia Scrittura santa. Nello stesso tempo Hardovin comincia ad infettare il suo Ordine d’uno scetticismo ridicolo ed empio.
Nel 1755, i Gesuiti del Paraguay conducon in battaglia ordinata gli abitanti di quel Paese contra i loro legittimi sovrani.
Nel 1757, un attentato parricida è commesso contra Luigi XV, re di Francia, da un uomo allevato ne’ lari della Società di Gesù, da quei Padri protetto, e collocato in. molte case: nello stesso anno danno alla luce uno de’ loro classici autori, in cui la dottrina dell’assassinio de’ Re viene apertamente insegnata. Fecero altrettanto dopo l’assassinio di Errico IV. Le stesse circostanze, la stessa condotta.
Nel 1758, il Re di Portogallo èassassinato in conseguenza d’una congiura tramata e condotta a fine dai Gesuiti Malagrida, Mathos, ed Alessandro.
Ecco le principali epoche del Gesuitismo. Non havvene alcuna cui non se ne possan aggiungere molte altre, e forse di maggior importanza. Questa moltitudine di delitti, quanti altri non ne la presupporre che s’ignoran affatto? —Nulla però di meno, ciò ch’essi rapidamente accennato e oltre modo bastevole a mostrar apertamente, che in un intervallo di trecento anni non evvi misfatto che questa razza di uomini non abbia tentato o commesso.
Arroger puossi, che non havvi dottrina perversa che questa Società non abbia imprudentemente insegnata. L’Elucidarium di Posa soltanto ne contiene più che non ne fornirebbero cento volumi de’ più distinti fanatici. La dottrina del probabilismo è d’invenzione gesuitica. Il sistema del peccato filosofico è dello stesso conio.
Leggasi la famosa opera intitolata le Asserzioni, pubblicata nell’anno 1762 a Parigi, e fremerassi d’orrore nel ravvisare le tante assurdità che i Teologi di questa Setta hanno spacciati fin dalla sua origine, su la simonia, su la bestemmia, sul sacrilegio, su la magia, su l’irreligione, su l’astrologia, su lo spergiuro su l’impudicizia, su la fornicazione, su la falsità, su la menzogna, su la direzione d’intenzione, su la falsa testimonianza, su la prevaricazione dei Giudici, sul furto, su la compensazione occulta, su l’omicidio, sul suicidio, su la prostituzione e sul regicidio: assurdità mostruose che, giusta l’opinione del Procurator generale del Re al Parlamento di Brettagna, nel secondo suo conio reso, pag. 70, attaccan apertamente i princìpi più sacri, tendon a distruggere la legge naturale, a render la fede umana dubbiosa, a romper tutti i legami della società civile, autorizzando l’infrazione delle sue leggi più sacre, a soffocare ogni sentimento dì umanità, ad annientare l’autorità reale, a portar le turbolenze e la desolazione negl’Imperi legittimando il regicidio, a rovesciar le fondamenta della rivelazione, ed a sostituire al cristianesimo ogni specie di superstizione e di fanatismo.
Leggasi d’avvantaggio nel Decreto del Parlamento di Parigi, pubblicato il 6 Agosto del 1762, la lista infamante delle condanne, cui sono stati sottoposti in tutti i Tribunali del mondo cristiano, e la lista più infamante ancora delle qualificazioni che loro si son date; ed acquisterassi senza dubbio una più chiara idea di questo CORPO EMINENTEMENTE MORALE.
Chieder potrassi qui certamente come questa Società siesi consolidata, malgrado tutto ciò che ha fatto per perdersi; come illustrata, ad onta di tutto ciò che ha tentato per invilirsi; come abbia ottenuta la confidenza de’ Sovrani sgozzandoli; la protezione del Clero degradandolo; una sì grande autorità nella Chiesa riempiendola di discordie e di scismi, colmandola d’obbrobrio e di derisione, pervertendo la sua morale ed i suoi dogmi? Perché si è veduta a un tempo in questo STRANO CORPO la ragione assisa accanto al fanatismo, la virtù affratellata col vizio, la religione allato all’empietà, il rigorismo appiccato al rilasciamento, la scienza giunta all’ignoranza, lo spirito di ritiro accoppiato allo spirito d’intrico e di rigiro, tutti i contrasti in somma riuniti infra loro, le mostruosità più strane ed assurde
Giunte in un corpo con mirabil tempra.
Dati in preda al commercio e all’intrico, alla politica de’ tempi e ad occupazioni straniere affatto al loro stato, son costoro necessariamente caduti nell’universale disprezzo, seguito in tutti i tempi, ed in tutte le case religiose, dalla decadenza degli studi e dalla corruzione del costume.
Non l’oro certamente, né la possanza, salvar polea la Società da un fatale ed irreparabil crollo; l’inviolabil rispetto sì bene dovuto alla scienza e alla virtù: han perduto i Gesuiti queste nozioni sì comuni che dovean sostenerli; e però la maledizione di Borgia, lor terzo general e, si è su di loro pienamente verificata. Quest’uomo di sana dottrina e d’incorrotti costumi indirizzava loro siffattamente la parola: «Verrà tempo certamente in cui non metterete più limite al vostro orgoglio insultante, all’ambizion vostra smodata; in cui non d’altro vi occuperete che d’accumulare ricchezze e di estender via più il vostro credilo, l’opinion vostra mondana; non saravvi allora potenza su la terra che rimenarvi potesse alla perfezion vostra primitiva; e se fia possibile distruggervi, vi distruggerà volentieri e senza riguardo veruno. Ci facea pur di mestieri che coloro che avean fondata la loro durata su la stessa base che sostiene l’esistenza e la fortuna de’ grandi della terra, subisser finalmente al par di questi non diversi destini! La prosperità de’ Gesuiti non è stata che un sogno alquanto più lungo, ma però più tristo e fatale.
In qual tempo intanto, ed in quali circostanze, e caduto infranto nella polve un sì formidabil colosso? Nel momento stesso che sembrava più saldo e più grande; nel momento che i Gesuiti riempivano i palagi dei Re; nel momento in cui la gioventù, che forma la dolce speranza delle prime famiglie dello Stato, correva in folla alle loro scuole variate e diverse; in un momento che la Religione gli aveva elevali alla confidenza più intima de’ Magistrali e de’ Grandi; in un momento, da ultimo, in cui, meno protetti che protettori del Clero, eran costoro divenuti ovunque e vita ed anima di questo gran Corpo Teocratico. E che cosa mai non si credean di essere questi mostruosi giganti de’ tempi favolosi?— Noi abbiam veduto queste querce orgogliose toccar già da presso il cielo; ci siam tosto rivolti, ed esse non eran più.
Del pari che nel mondo fisico, ha pur anche nel mondo morale la sua ingeneratrice cagione ogni fatto fenomenico, ogni qual siesi evento. Qual sarà stata mai quella della rapida e fatai caduta di questa società, iti altre epoche anteriori alla nostra, ed in altre contrade di Europa? —Eccone alcuna fra molte che s’offrono spontaneamente al nostro spirito, cui pur troppo spettò non ha guari di avvicinare tal sorta di gente, di esercitarsi in discussioni di qualche importanza, e sostenere con più d’un di loro gravissime lotte, malagevoli contrasti, allorché gli avemmo a revisori e censori spietati delle nostre filosofiche produzioni.
Hanno i Gesuiti non mezzanamente indignato e innasprito la classe de’ letterati, nel più arduo momento in cui andavano a prender partito per essi contro ai loro implacabili e tristi nemici. Né è avvenuto per seguenza che in luogo di covrire ed asconder e loro debolezze, le hanno via più svelate ed esposte, additando ai capi entusiasti, ond’eran forte minacciati, il luogo in cui dovean ferire con più felice successo.
Non si è più trovato d’avvantaggio nella loro Società verun uomo distinto per gran talento e virtù; non poeti, non filosofi, non oratori, non eruditi, niuno scrittore di alta sfera, niun individuo insomma, di cui dir si potesse
Fu letterato grande e’ di gran fama;
Fu quindi meritamente abbietto e disprezzato quel Corpo.
Un’intestina anarchia, inoltre, li manteneva quasi scissi da un pezzo; ed ove per avventura possedeano qualche esimio e rispettabil soggetto, era pur troppo malagevolcosa il conservarlo fra loro.
Sono stati scoverti eziandìo gli autori dì tanti torbidi civili, svelate le secrete molle di tante cittadine discordie, e la pazienza dei governi e de’ popoli si è finalmente stancata.
Il loro giornalista di Trévoux, autor mediocre e povero politico, ha procurato loro, co’ suoi periodici scritti, mille nemici formidabili che gli han poscia dipinti con nerissima tinta.
Di non buona intelligenza co’ depositari delle leggi, non han mica pensato i Gesuiti che i Magistrati, duraturi quanto le leggi stesse su la terra, avrebber una volta da forti trionfato e vinto. Hanno ignorato del pari la differenza che passa fra individui necessari allo Stato e monaci turbolenti o perniciosi alla comunanza civile; né han preveduto eziandìo che se fosse il governo obbligato a prender finalmente un partito, volgerebbe con dispregio le spalle a persone che non avean più nulla in se stesse di commendevole ed avvantaggioso.
Mentre gli studi fiorivano in tutte le Università di Europa, andavan molto a ritroso ed erano in fatal decadenza ne’ loro Collegi; di quivi la convinzione profonda in ognuno che, per l’impiego migliore del tempo, per la buona cultura dello spirito, per la conservazione de’ costumi e della sana morale, non dovessi dar luogo ad esitazione veruna nella scelta o nel paragone fra la pubblica istituzione e l’educazione domestica.
Han voluto questi uomini stranamente intrudersi in affari diversi, ed hanno avuta confidenza molta nel loro credito, nella lor opinione, nel preteso lor merito, mentre la pubblica opinione li covriva d’obbrobrio, e più d’una penna eminentemente italiana, oltre modo vulnerando la loro effimera rinomanza, vergava pagine non dubbie di esecrata memoria per quest’Idra abbattuta e atterrata.
Furon molto imprudenti pur anche nel render di pubblica ragione le loro bizzarre Costituzioni; e furonlo d’avvantaggio quando, provvidenzialmente obbliando cheera affatto precaria la lor esistenza, costituiron il pubblico in istato di conoscer pienamente la loro Regola, i loro Statuti, e di paragonar quindi quel sistema di fanatismo e di superstizione oltraggiarne, di macchiavellismo e d’indipendenza assurda con le leggi dello Stato.
Qual forza possente, qual circostanza felice avrebbe mai potuto salvar l’Ordine contro tante scosse riunite che avean forte minato le sue basi, ed all’orlo ridotto d’un precipizio fatale?—Inevitabile quindi la lor espulsione da tutti quasi gli Stati Europei; necessario e proclamato dal pubblico voto il loro bando dal nostro Reame.
Non già per odio o per risentimento contro i Gesuiti, si son qui riportati fedelmente taluni de’ loro fatti principali; con iscopo sì bene di giustificare il governo che gli ha discacciati, i magistrati che ne han fatta giustizia, il pubblico infine che ne ha provocato le misure più energiche ed efficaci; con iscopo peranco di far conoscere ai Religiosi di quest’Ordine, che tenteranno un giorno di ristabilirsi nel nostro reame, a quali condizioni potranno sperare di mantenervisi e render più stabile là loro permanenza o durata.
Né sarà vano il presentimento del loro ritorno e della restaurazion loro nel nostro Regno. Chi trovossi presente alla licenziata di questi PII CAMPIONI, udì chiaramente profferire da taluni di costoro, con tuono torbido e minaccioso, queste profetiche parole: «Quella stessa mano che ci ha cacciati, sarà costretta un giorno a richiamarci». E con ciò facean eco costoro alta profezia da’ Gesuiti sparsa nella loro prima espulsione, cioè, di dover essere la Compagnia, non andrà guari, novellamente introdotta e stabilita fra noi. Il vaticinio verificossi allora certamente; ma il fulmine che gli ha questa volta sopragiunti e colpiti, avrà probabilmente tal forza e tal violenza da non farli sì tosto e sì agevolmente risorgere a novella vita civile.
Si espresse assai bene il Genio della Letteratura Francese, nel suo Dizionario Filosofico, quando in una nota dell’Articolo Orgoglio inviar volle il lettore a quello di Gesuita.
Lo spirito di questa fatal Società è stato sempre quello di annientare i lumi della sana Filosofia, per mantener poscia stazionarie ovvero retrograde le sociali masse, e sempre ligie al suo fanatismo orgoglioso le popolazioni abbrutite. Il tempio di Minerva star doveva eternamente chiuso pei popoli, e schiuder soltanto le porte alla privilegiata prole di Loyola. Si conosce pur troppo quanti lacci fatali tendeano all’incauta gioventù, per ammaliarla e sedurla, e quindi attirarla irresistibilmente fra loro. Tutti quei giovanetti che mostravan talenti distinti, venian di furto strappati dal seno della società e delle tradite famiglie, per arricchirne la Compagnia e renderla poscia più colossale e più torte, più rispettata e temuta. Per questa ragione pullulava l’Ordine un tempo di soggetti valenti nelle scienze e nelle Belle Lettere. E quando, per lo avverso, appariva un bell’ingegno fuori del Suo seno, ne diveniva repente il bersaglio fatale; mirava Ognora con occhio di disprezzo gli altri Ordini Religiosi; ed era sempre alle prese coi Filosofi, con le persone più illuminate e di letteraria rinomanza.
Estinta la prima volta la Società, non si estinsero in seno delle sciolte sue membra i semi di ambizione e di avarizia rea. Risorti appena i Gesuiti in Napoli, una delle prime lor cure fu di estinguere o di eclissare almeno in gran parte i balenanti raggi di Filosofia che cominciavano a sfolgorare in questo nostro paese. Ed in ciò si trovavan pienamente in accordo col voler di TALUNI, che con atteso disegno gli avean proclamati ed accolti in queste contrade: qual notte tenebrosa dovea quindi sbucar fuori dalla strettissima lega di queste tartaree Deità!
Alcuni pretesi letterati, ch’esistevan fra gli esuli di ritorno, penetrando appena nella Real Biblioteca, vi apportaron disordine e generale scompiglio. Accostavansi imprudentemente ai giovani studiosi, e quando trovavan fra le loro mani Lodi o Condillac, non mancavan discreditare que’ luminari della ragione e del buon senso, affine d’impedirne l’interessante ed utile lettura. Questa specie di anatema pe’ buoni autori produsse tosto un’indignazione sì profonda negli animi della gioventù, che la Biblioteca restò in breve quasi muta e deserta.
Un Ministro savio ed illuminato avea pur troppo raddoppiato di cure e di sforzi, per non far introdurre questa peste letteraria nella Biblioteca di suo carico; ma cui volea correr direttamente al suo scopo, deluse le mire e le cure dell’uomo di buon senso. Gloria ed onor sommo qui profondasi intanto alla grata memoria del Ministro Seratti, straniero sì bene, ma che si sarebbe dedicato al miglior vantaggio della nostra cara patria cui serviva, se non gli fossero state tarpate le ali da chi dovea più tosto immegliare le sorti della social comunanza.
I Francesi nel 1806 piomban ratti sul Regno di Napoli per vendicare la fede de’ trattati vilipesa; e l’ora, tanto desiderata dai buoni, dell’espulsione de’ Gesuiti, già suona per costoro. Viene, in effetto, intimato loro lo sfratto dal Regno, ed i presuntuosi figli del fanatismo e della superstizion cieca son forzati ad abbandonar la preda con la disperazione sul viso. La caduta di quella gente abbatte oltre modo i colpevoli suoi adoratori, che avean pria fondato nella Società la fallace speranza d’una disastrosa inquisizione politica.
Grazie sempre all’attual nostro costituzionale Governo, la stessa ora è pur suonata questa volta pei giù fugati Gesuiti, per questa miserabile genia di egoisti e di sucidissime Arpìe. Questi aspidi velenosi non potranno più mordere, osiamo almeno sperarlo, né distillar contagiosi pensieri negli animi ancor vergini de’ loro incauti adoratori.
Possa l’intera distruzione del vetusto sistema gotico de’ Governi di Europa consoli dar per sempre i princìpi salutari del novell’ordine di cose fondato su la libertà politica delle Nazioni, su la rigenerazione civile de’ popoli, già vittime del dispotismo e dell’esecrata superstizione, i cui principali satelliti eran gl’ippocriti della Compagnia di Gesù! —
Ne’ momenti di trambusto e di crisi, molto più quando gli urli politici o le scosse vertiginose delle Nazioni rapidamente succedonsi, havvi sempre delle convulsioni inevitabili e forti, delle oscillazioni più o meno attive e gagliarde che palesati la lotta dei due princìpi opposti. Non dee quindi desiar sorpresa se Roma, al par di Napoli e d’ogni altro paese che trovasi di presente nelle stesse condizioni, fa ora sperimento d’una teoria cosiffatta. Ciò non toglie, nulla però di meno, che la lotta sia deplorabile e trista, e che i buoni cittadini dian opera che il male onde son minacciati sia finalmente ridotto alle minime proporzioni’ possibili. L’espulsione de’ Gesuiti da Napoli ha provvidenzialmente sottratto il popolo Romano ad un grave pericolo; ed ove il loro bando da questa Capitale fosse stato eseguito men prontamente, ci avrebbe forse con nostro grave danno esposti nella stessa conflagrazione di Roma.
A vantaggio ed istruzione comune ci facciamo ad esporre e consecrare in queste storiche memorie avvenimenti siffatti, affine di prenderne opportuno ed acconcio argomento d’inculcar del continuo a’ nostri nomini di stato la necessità d’operar con sollecitudine in tutte quelle cose che pur fare dovransi o presto o lardi; sì che il procrastinarle d’avvantaggio, lungi dal fruttarcene alcun bene, ne accresce forse i pericoli e le complicazioni, e ci procura per seguenza detrimento e danno peggiore.
Pubblicatosi in Roma lo Statuto costituzionale, onde far dovrassi indi a non poco alcun cenno, davansi opera i Gesuiti di preparar secretamente a’ Romani un officio funebre, una strage cittadina e funesta, la quale sarà certamente inevitabile, ove Pio nono non voglia porvi rimedio; e dovrà senza dubbio prestarvelo nella sua somma saviezza e prudenza, poi che quella sua lettera o breve che sia, malamente interpretata, destò negli animi una generale perturbazione, da cui l’accorta Compagnia seppe acconciamente trar molto profitto.
I due partiti intanto si guardan ognora in cagnesco, e fu provvidenza che in questi tracorsi giorni non ¡scorresse in Roma il sangue cittadino. Buona parte di popolo èattualmente in tumulto e in pericolo. I capi popolo de’ Rioni sono divisi fra loro in conseguenza d’una pubblicata lettera in cui sembra che Pio Nono si esprima a vantaggio de’ non più tollerati Gesuiti. Nella decorsa settimana, sì come si è officialmente riferito, otto colonnelli di battaglioni avanzaron reclami a quel Ministero, perché potesse portarsi innanzi al Papa la questione Gesuitica, e provvedersi incontanente alla loro dissoluzione, se non vorrà veder Roma come la Svizzera.
Non son diversi, in effetto, gli elementi; non dissimili le occulte pratiche; saran forse peggiori i risultati. I Gesuiti intanto agiscon orgogliosamente in Roma dopo quella manifestazione fatta per lettera; assoldando vanno clienti dapertutto e speranformarsi un ben grosso partito; spargon voci allarmanti e di equivoca intesa, esagerate e bugiarde peranco. Le fazioni sono del continuo con la lancia in resta, e forte si teme che romper finalmente dovrassi, ove non si accorra energicamente, e tosto: un sol giorno di differimento, una sol’ora forse d’imprudente ritardo, e quella scena indecorosa suggellerassi col sangue.
Gran Dio! pare impossibile! tanta rovina e tanta strage per una setta di proscritti egoisti! tanti torbidi e tanti mali nella società per una branca esecrata di malfattori e sediziosi briganti! La città di Roma trepida intanto, è scissa in frazioni e partiti, è gravemente esposta ad enormi pericoli finché non saprassi quali risoluzioni si dovran prendere dopo l’indirizzò portato da’ Ministri perché fosser i Gesuiti allontanati da quella contrada. Siam certi nulla però di meno che, ove non vengan costoro da colà rimossi, per indifferenza del Papa, le fazioni verranno furiosamente alle mani, e sarà quella dominante un orrendo teatro di scompiglio e di orrore, un miserabile ostello di Ghibellini e di Guelfi novelli. Che disgrazia per Roma, l’onor di Pio Nono, per lo Stato, e per Italia intera, che sia ancora intrusa e regnante infra le italiane famiglie questa famiglia eterogenea e perniciosa, questo strano elemento di discordia e di scisma!!!
E discordia e scisma, sommosse e tumulti produsse pur anche nella nostra Capitale il gesuitico bando; perocché nel giorno che seguì l’allontanamento di quella sediziosa gente dalla città di Napoli, un’insolita perturbazione agitò forte e mise in ¡scompiglio il popolo. Una turba di felloni aderenti al loro partito, incitando secretamente a rivolta non pochi della plebe e del lazzarismo sfrenato, cagionaron grave sommosa in tutto il paese; sì che armati di sassi percorrevano indomiti e furibondi le pubbliche vie, con infame disegno di colpire ed atterrare coloro che avean avuto gran parte al discacciamento de’ loro fidi PROTETTORI. L’opportuna resistenza della truppa e della Guardia Nazionale salvò valorosamente la patria da un imminente e grave pericolo, cui l’avrebbe inevitabilmente esposto quella licenziosa ed imbaldanzita bruzzaglia.
In quello stesso giorno, 13 marzo, un individuo della guardia nazionale recavasi generosamente nel proprio posto per giungnersi agli altri prodi suoi compagni, ed accorrer sollecito ad impedire le varie turbolenze che comprometter poteauo la pubblica tranquillità. Un’orda di mal intenzionati dell’infama classe della plebe lo assalì da ogni banda, credendo di poterlo disarmare ed obbligarlo a profferire il molto esecrando muoia la Costituzione! Ma il valoroso ed intrepido aggredito, da patriottismo e da coraggio forte animato, e tacendo buon uso di quell’arma che meritamente impugnava, impose loro di sciogliersi e gridare viva la Costituzione! Questa espressione innaspò via più quei mal consigliati e turbulenti felloni, che fecersi tosto a tempestarlo di violenti e ripetuti colpi di sassi. Cinque volte il prode ecrescenzo scaricò su di essi il suo fucile, e riuscigli. di assicurare in mano dell’autorità competente un di quei ribaldi ferito a morte. Ed altri casi di morte e di ferite intervenner pure in quel giorno di scompiglio, che stati sarebbero certamente seguiti da turbolenze funeste, ove non si fosse prestata a tempo la guardia nazionale, sul cui soccorso magnanimo tutta riposa la sicurezza interna ed esterna della patria.
E vi provvide pur energicamente il Governo con apposito Decreto, avente per ¡scopo la più rigorosa proibizione di qualsivoglia attruppamento, prendendo di mira sovra tutto quelle interminabili dimostrazioni popolari, fomentate e promosse da talune teste riscaldate, ch’eran sol paghe d’incitare gli animi a rivolture politiche. E quel Decreto del 13 Marzo 1848 era siffattamente concepito:
«Visto il rapporto del Comandante in capo la Guardia Nazionale, in data di oggi, e l’altro del Comandante la Piazza, dello stesso giorno, con cui si richiedono misure pronte e repressive per mantenere la pubblica tranquillità e l’ordine politico;
«Visti gli articoli 140 e 142 delle Leggi Penali;
«Considerando che per assicurare«l”esecuzione delle Leggi rimaste provvisoriamente in vigore, e necessario di adottare energici mezzi, che sieno riconosciuti da’ regolamenti esistenti, e non epposti al Regime Costituzionale;
«Considerando che comunque competa ai Cittadini il diritto di petizione, pure questo debbe esercitarsi in iscritto e ne’ modi legali;
«Considerando che siffatto diritto si è sperimentato ne’ precedenti giorni, e specialmente oggi col mezzo di numerosi attruppamenti, con vie di fatto, con iscritti stampali, con cartelli ed affissi criminosi, compromettendo il rispetto dovuto alla Religione e la sicurezza dello Stato;
«Considerando che per evitare tali inconvenienti, esige la prudenza che abbian luogo misure preventive, e che sono ammesse in tutti i Governi Costituzionali; ecc.
«Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:
«Art. 1. La petizione non esercitata a senso della Costituzione, e vietata.
«Art. 2. Qualora il modo illegale della petizione offra un reato previsto dalle Leggi rimaste provvisoriamente in vigore, verrà punito ai termini delle medesime dal competente Magistrato ordinario.
«Art. 3. Se avrà luogo un attruppamento criminoso, verrà disciolto con l’intimazione che si eseguirà per tre volte dalle autorità municipali accompagnate da un uffiziale di Polizia ordinaria o giudiziaria, mostrandosi circondata da un drappello di Guardia Nazionale o di altra Truppa, previo il tocco del tamburo, od il suono della tromba.
«Art. 4, Se dopo tale triplice intimazione non si ubbidisca, sarà lecito d’impiegare la forza pubblica per ottenere lo sgombramento suddetto —
Le rincrescevoli perturbazioni, onde in quei giorni fu gravemente commossa la Capitale, suscitaron nel cuore de’ buoni un sentimento di tristezza, che non potea se non avvelenare quella pubblica gioia, a cui pria si eran tutti abbandonati, per la speranza di veder sempre più assicurati gli effetti della nostra politica rigenerazione.
Quelle deviazioni intanto dal sentiero della legalità, quei crocchi diurni e notturni, quelle grida tumultuose ed allarmanti, quelle voci incessantemente ripetute di abbasso il Ministero, eran tanto più di nocumento ai veri interessi della nazione, in quanto preoccupandone il Governo, l’andavan distraendo da’ già intrapresi lavori per dover quindi riordinare su novelle basi le svariate parti dell’amministrazione.
Aveva ormai il Ministero cominciata la discussione delle leggi provvisorie dirette ad organizzarprontamente una Guardia di pubblica sicurezza in tutto il Regno, che assumendo il servizio della Gendarmeria, ne tenesse luogo sopra norme più conducenti allo scopo di conciliare la libertà con l’ordine sociale; a ricomporre sopra basi più larghe la forza dell’esercito, ch’oggi sovra tutto concorrer debbe a garantire l’indipendenza italiana da ogni vicissitudine impreveduta e funesta; ad emanar la legge provvisoria per l’organizzazione della Guardia Nazionale, e dare a questa fondamental garentia de’ nostri novelli ordini politici i mezzi di cui potesse aver bisogno per non render affatto illusoria la sua salutare istituzione; ad occuparsi immediatamente di preparar gli elementi delle deliberazioni, che, per riordinare le varie parti dello Stato, presentar dovransi alle Camere Legislative, nella lor imminente convocazione. Ma, indipendentemente dall’intervento degli onesti cittadini che facesser uso del loro credito, e principalmente della Guardia Nazionale, per mantener la pubblica tranquillità, era pur troppo malagevol cosa che in mezzo a commozioni ogni dì rinascenti procedesser le cose con celerità e felice successo; commozioni che turba van principalmente a quei giorni gl’interessi della finanza, ed opponeano ad ogni operazione che vi si riferisce le più insormontabili barriere. E questo concorso appunto invocava allora il Ministero, e vientuttora proclamato, poiché senza di esso rimarrebbe paralizzato e sconvolto l’andamento degli affari con general detrimento; e distruggerebbe quella fiducia che la pubblica opinione ha finora mostrato d’accordargli. —
Vengon intanto i Gesuiti legalmente espulsi da Torino, come pochi giorni prima Io erano stati del pari da Genova. Carlo Alberto continua a consolidare via più la vera libertà civile o politica nelle province italiane da lui gloriosamente governale; quest’atto novello della sua civil sapienza e solenne attestato di amore alla libertà ed all’indipendenza italiana. In mezzo ad uomini liberi è affatto incompatibile e strana resistenza dei nostri comuni e più pertinaci nemici, e tanto più perfidi quanto più i loro raggiri son occulti ed impenetrabili, variali e moltiplici i lor artifizi, perniciosi e gravi i lor attentali a qualsivoglia specie di libertà. La loro presenza nella civil comunanza è da evitarsi a qualunque costo e con ogni sforzo possibile. In Inghilterra del paro, in quel paese di Europa dove la libertà e più antica e più vivamente sentita, nell’esser restituiti ai cattolici i diritti civili, il ministero diretto da Lord Russell ne ha formalmente e categoricamente eccettuati i Gesuiti. E l’illustre ministro inglese ha bene in ciò proceduto con saviezza e prudenza somma: Gesuitismo non è Cattolicismo; il Gesuitismo è ripugnante ed assurdo con la libertà de’ popoli.
Il Principato civile ha il diritto e il dovere ad un’ora di abborrir forte il Gesuitismo, e tanto quanto l’abborrono i veri Cattolici, gli amici veri e passionati della libertà politica. La famiglia degli Stuardi rovinò, perché collegata a’ Gesuiti. Carlo X fu scacciato dal trono, perché strinse anch’egli alleanza co’ RISPETTABILI Gesuiti. L’insegnamento autorevole della storia parla un linguaggio assai chiaro ed aperto; ed i Principi che aminosinceramente il bene de’ loro popoli e la conservazione de’ loro troni, non deon punto ignorarlo, e molto meno obbliarlo. Ogni fremito di un popolo vendicato in libertà è una coscienziosa imprecazione ai Gesuiti.
In Italia sovra tutto, l’abominio a’ Gesuiti e invincibile e vetusto, perché la nostra cara Italia e nazione cattolica e civile; perché i Gesuiti sono gli alleati naturali del già abbattuto colosso austriaco; perché sventuramente l’Italia e la contrada di Europa, dove i malefici effetti degli influssi gesuitici sono più visibili e fatali, più potenti e funesti. Carlo Alberto ha quindi lealmente e sapientemente provveduto al decoro della Religione, all’indipendenza d’Italia, alla libertà de’ suoi popoli, alla sicurezza pur anche del suo trono, scacciando da’ suoi stati i REVERENDI PADRI. Questa volta ancora ha egli fatto diritto e ragione al suo gran Precursore, all’Apostolo invitto dell’alleanza della Religione con la Civiltà (alleanza implacabilmente e del continuo astiata e combattuta da’ Gesuiti) all’illustre Vincenzo Gioberti.
Havvi per avventura di quei che credon esagerati e puerili i timori, che concepisco!! gl’Italiani dell’esecrato Gesuitismo. Noi confessiamo apertamente di parteggiare per la sentenza che dice assolutamente l’opposto; noi siamo in tutto e per tutto del parere del Gioberti. Il Gesuitismo èla mala pianta, la pianta paralizzata e intristita che aduggia l’italico suolo; e però non rifinirem mai dal combattere, non sarem paghi e contenti giammai, se non quando ne sarà svelta dell’intutto, sbarbicata interamente sin dalle proprie radici. Carlo Alberto ha dato all’Europa un grande e salutare esempio, sotto quest’altro rapporto; il nostro Principe costituzionale, il nostro Re veramente italiano Ferdinando II lo ha tostamente imitato; il magnanimo Pio Nono, cui oggi e commessa dalla Provvidenza la difesa della Chiesa e dell’Italia, scaccerà del pari, speriamo, dal santuario pur troppo profanato da quella genia di vipere i nemici della Religione e ella Civiltà, tuonerà dal sacro Vaticano con voce forte e scuotente contro il Gesuitismo, ridurrà in atto il gran pensiero del sommo e cattolicissimo autore del GESUITA MODERNO, pronuncierà novellamente il gran decreto, che uscì fuori altra volta dalle labbra del giusto e pio suo predecessore, Papa Ganganelli. —
Strana cosa ad udirsi! Ciò che prima non era che semplice desiderio di pochi, divenne poscia un sacro obbietto di pubblico volo; dal voto quasi universale si passò tosto ad una formate profezia; e la profezia de’ buoni, il vaticinio de’ giusti non èora per l’Italia che una realità di fatto, un fatto positivo e certo quanto quello della propria esistenza. E questo fatto inaspettato, questo strano e singolar avvenimento èil bando assoluto, l’espulsione completa de’ Gesuiti da Roma!
In tutti i regni di Europa certamente non sì ripete ai nostri giorni che un fatto il quale, nato dalla volontà universale, veste le medesime forme dapertutto, s’appoggia alle stesse ragioni, ed è corrivo alle medesime conseguenze.
La società umana si è tutta finalmente elevata in massa, e con un tuono imperioso cui e vano resistere, ha detto a’ Gesuiti: Io vi rispetto come individui, non accuso alcun di voi di quei delitti che han consecrato all’infamia i Ravaillac; ma il vostro istituto, abbandonando le cure celesti per gli affari mondani, associandosi alla politica de’ despoti e de’ ministri della tirannide, si è posto in guerra aperta coi popoli che chieggon riforme ed istituzioni liberali. Oggi i popoli son vincitori; subite dunque la legge de’ vinti; partite: la civil comunanza non puote e non dee più tollerarvi nel proprio seno.
A questo linguaggio, i vinti sono stati costretti a chinare il capo: era inutile e scempia di effetto la resistenza; fra pochi giorni come non saravvi più paese in Europa dove sorgerà una casa gesuitica, così più non udransi le acclamazioni contro quella Società; cesserà certamente ogni scandalo; e quell’istituto che ha fatto parlar tanto di sé, che ha tenuto in convulsione tanti popoli e tanti re per molti anni, diverrà un dominio di stona, un fatto veramente storico che da imparziali scrittori sarà giudicato come meritamente richiede. Forse anco l’istituto gesuitico profferirà grazie un giorno al Cielo di quanto oggi gli accade. Se profittando d’una sì tremenda lezione, se riconoscendo la voce di Dio in questa voce che sorge unanime e gigantesca dal Nord al mezzogiorno di Europa, avranno i Gesuiti e cuore ed ingegno per comprender la necessità d’una radicale riforma, arriverà forse che quell’istituto, rinunziando all’ambizion vana i dominare, all’avidità smodata d’accumulare ricchezze, ed informandosi solo dello spirito evangelico, trasformerassi anch’esso come oggi si trasforma il mondo, sì che risorto a novella vita religiosa e morale, potrà rendersi veramente utile all’umanità ed esser anco saldissimo appoggio della religione.
Questa trasformazione però non poteva accadere in questi nostri tempi; le umane passioni acciecavan troppo quelle menti orgogliose ed altere. Né dee produrre maraviglia o sorpresa: quanti granai della terra si vedon oggi giunger all’orlo del precipizio, e ricusati intanto il sostegno che i popoli presentan loro per potersi salvare I Verrà poscia il sentimento; ma non sarà più opportuno ed accettevole il tempo: nondimeno per l’istituto gesuitico non è ancor morta ogni speranza. Nel silenzio della solitudine, nell’allontanamento da ogni affare mondano, quando l’anima si riconcentra, e nella calma delle passioni giudica gli eventi, forse la ragione tornerà a regnare in quelle teste stravolte, e, conosciuti gli errori tracorsi, la celebre società vestirà nuove forme, assosocierassi alle idee dell’umanità, e porrassi a difendere l’idea democratica con quello stesso vigore onde difese finora il dispotismo oltraggiante, il mostruoso egoismo, gli oligarchi superbi.
Conoscerà allora con quanta ingiustizia fu tentato da essi di associare alla loro causala causa della religione. Far non poteasi maggior ingiuria di questa alla società presente. Andiam superbi pur troppo di questa gran verità: La religione, la religión pura e santa del vangelo torna oggi a regnare ne’ cuori. La società umana tende a costituirsi tutta in società cristiana di fatto e non di nome. Avrà l’Eterno il culto sincero dei cuori, non le ipocrite parole di un labbro menzognero ed infinto.
A questo immenso progresso religioso non sarà certamente un ostacolo la partenza dei gesuiti. Non po; del partito, per ¡stoltezza di mente, per malizia di cuore, per vedute meschine ed interessate, van tuttora ripetendo che la persecuzione di quell’istituto e solo dovuta a pochi settari irreligiosi e immorali. Parecchi altri ancora hanno attribuito le domande di riforme e di buone leggi a pochi visionari: si son poscia avveduti che i visionari e le sette tramutaronsi prodigiosamente in popolo. E sono i popoli, in effetti, che in ogni parte dell’Europa cacciano via i gesuiti dal loro seno. Accuserem dunque i popoli Modenesi, i Parmigiani, i Toscani, i Lombardi, i Napolitani, i Romani, e poi quei di Baviera, e quei di Francia, e quei del Belgio, e tanti e tanti altri, d’immoralità e d’irreligione? La civilcomunanza intera e divenuta adunque un nido di atei, una muda di felloni e di assassini? E quando ad ogni istante in tutti i regni di Europa si manifestan atti di alta pietà religiosa, e tali virtù cittadine, e tali esempi di generosità e di grandezza d’animo da render l’epoca presente degnissima d’ogni elogio; quando da pertutto e sì altamente rispettata la religione de’ padri nostri, che non si è fatta ingiuria o violenza a verun ordine religioso; quando il nome di Roma Cattolica, il nome del supremo capo del cattolicismo suonan venerati e sacri in ogni angolo della terra; quando tutto il clero francese si è associato con vero sentimento di gioia e di adesione a quei repubblicani che venivan accusati di tanti delitti ‘e di tanta irreligione, dovrà dirsi forse che la società tutta rovesciar tenta il culto santo dell’Eterno e la fede degli avi, perché rispettando gl’individui ha detto all’istituto gesuitico: Tu cerchi di farlo retrocedere, tu ci hai dichiarato una guerra, che costò sangue alle nazioni in alcuni luoghi, che suscitò partiti e rivolte in alcuni altri; allontanati dunque; più non turbar l’opera santa della nostra rigenerazione; non più venire ad eccitar fra noi la guerra civile, a soffiar la discordia fra principi e popoli?
E il dir questo, e il tentare a un tempo ogni mezzo, ogni arte occulta ed aperta per insinuare una siffatta menzogna nell’animo de’ popoli, non è forse tal colpa da provocar tosto l’allontanamento immediato della società de’ Gesuiti? Come hanmai potuto immaginare i pochi proseliti di quell’istituto di poter ingannare le moltitudini con sì vile mendacio? Come han potuto credere che gridando al martirio, alle persecuzioni, agli insulti, avrebber potuto. eccitare le masse, suscitare i partiti, muover peranco una guerra civile, quando in ogni paese e stata sempre rispettata la personalità individuale, quando i popoli han forte resistito a tutte le provocazioni, a tutti gl’incentivi di guerra? Con quella civiltà. di costumi, in effetto, con quella moderazione di animo che forma oggi il pregio di tutti i popoli rigenerati, furono i Gesuiti invitati a partire; e se in alcuni luoghi apparve il popolo minaccioso e corrivo a fierissimo sdegno, fu astuzia per ¡spaventare, non mai desiderio d’apportar nocumento.
Niuna accusa per seguenza dar deesi ai popoli; si rovesci più tosto tutta la colpa su di coloro che o acciecati da basse opinioni, o da crassa ignoranza colpiti, non conobbero gli uomini e i tempi. All’attento osservatore fu certamente gran materia di riso il sentir encomiato tanto ed innalzato a cielo l’ingegno de’ moderni gesuiti. Non havvi pericolo di errare se si asserisce aver eglino perduto ogni bene d’intelletto, e vivere in una non mezzala ignoranza delle cose. Se non fosse così, avrebber afferrala la fortuna che s’offriva loro spontanea e prendeali come per mano, affine di rialzarli nella pubblica opinione, e renderli venerati e potenti.
Gli accusava l’Europa di promuover la guerra nella Svizzera; dovean costoro volontariamente partire da quei paesi e toglier quindi ogni pretesto alle accuse. L’Europa li condannava per essersi collegati co’ despoti e co’ loro ministri; facea loro di mestieri abbandonare le corti e i diplomatici intrighi, dovean farsi protettori de’ popoli oppressi, e predicare il regno della giustizia, il termine dell’oppressione e della violenza. L’Europa accusavali di voler accumulare con ogni mezzo, e per tutte le vie abbondanti ricchezze; dovean eglino incontanente spogliarsi di tutto il superfluo a vantaggio della società, e mostrare co’ fatti che la parola evangelica non era parola scevra di senso sul loro labbro. Gli accusava l’Europa di congiurare contro l’incremento della civiltà, contra il progresso de’ lumi e delle scienze’, tenacemente conservando gli antichi metodi, i vecchi sistemi l’una noiosa, inutile e lenta istruzione; dovean per seguenza riformare le scuole, immegliare gli spiriti, attirare e invogliare la gioventù insegnando ad essa utili e dilettevoli studi sì di lettere che di scienze.
Nulla fecero costoro di quanto pur fare doveano pel loro comune interesse. Che cosa e dunque questo talento che ignora il proprio vantaggio, che resta ciecamente attaccato alle antiche tradizioni, come se la società potesse esser guidata da uomini sciocchi e ignoranti, come se la venerazione d’un nome fosse bastevole a ricovrire gli errori? Perché dunque tante lamentanze della loro caduta? Perché intentare calunnie ai popoli? Perché spinti e animati da una vile vendetta i loro proseliti, van tentando eccitare odi e partiti, van cercando di suscitare e promuovere una guerra civile? Arti antiche ed usate son queste, cui nondimeno i popoli sanno pur troppo resistere, perché le conoscon a fondo.
Le usarono i legittimisti, le usarono i despoti e i loro fautori, le usan oggi tanti Principi dai loro troni sbalzati per sola lor colpa, per aver disprezzata la voce che sorgeva dal seno de’ popoli, che gli appellava altamente a porsi per altra via, a seguire ben altri princìpi. E se questi artifizi non riusciron punto a quei potenti che pure vantavano e immenso potere e grandi ricchezze e forti armate, riusciranno ora a coloro che al nome gesuitico soltanto appoggiandosi, innestar tentano la santa causa della religione all’ambizion cieca e furente, alle private passioni di uomini più ignoranti che tristi?
I popoli di Europa sono abbastanza illuminati ed istrutti; e però non havvi timore che cader possano in simili agguati; il popolo napolitano sovra tutto è naturato di troppo buon senso; èquindi malagevol cosa il trarlo in inganno.
Partan dunque i Gesuiti da tutta l’Italia; ma vivan pure sicuri che non gli accompagna l’odio nostro contro gl’individui che compongon ‘il lor istituto: e se talun di costoro credesse che per una partenza siffatta si diminuisca nell’italiana famiglia il sentimento religioso e la venerazione alla fede, attenda ancora qualche anno, e vedrà poscia a quanta altezza eleveranno i popoli la religione che adorano, e il sacro culto che le tributan devoti.
Fra il 28 ed il 29 marzo del 1848, hanno i preti dell’Apollinare rimpiazzato in Roma i Gesuiti alle scuole del loro rispettivo Collegio. Molti di costoro han fatto ritorno alle loro case; parecchi altri han preso direzioni diverse. Quel Console Inglese ha segnato un gran numero di passaporti per Malta. É rimaso colà solo TEMPORARIAMENTE qualcuno per regolare gli affari della Compagnia.
Sono stati poscia affissi in van conventi alcuni scritti offensivi per diversi ordini religiosi. Ma non vi è stato cittadino che, disapprovando altamente procedure siffatte, si fosse lasciato sedurre od ingannare. Tutta Roma ha conosciuto da quali conventicole segrete fosser originati Quegli scritti, destinati a denigrare non solo il partito liberale, ma la pietade eziandìo e l’amore dell’ordine di tutti i Romani. —
Mentre siffatte cose avvenivan in Roma, facea lieta e piena di general e esultanza questa nostra Capitale la pubblicazione dell’Organico relativo alla Guardia Nazionale, con data de’ 13 Marzo 1848. Ed eran queste le disposizioni general i di quella grande Istituzione:
Una Guardia Nazionale sarà istituita ne’ reali domini di qua dal faro, per difender la sovranità costituzionale, la Costituzione ed i diritti in essa consecrati; per mantenere l’obbedienza alle leggi, conservare o ristabilir l’ordine e la pubblica pace, secondare le milizie di linea nella difesa dette frontiere e delle coste, assicurar l’indipendenza e l’integrità del territorio nazionale.
Sarà ella composta di tutti i proprietari, professori, impiegati, capi d’arte e di bottega, agricoltori, ed in generale di tutti coloro che avendo i mezzi, di vestirsi a proprie spese, presentino per la loro probità conosciuta una sicura guarentigia allo stato.
Saranno eccettuati dal far parte delle guardie nazionali: I magistrati che hanno il diritto di richiedere la forza pubblica; gli ecclesiastici entrati negli Ordini, e gli alunni de’ seminari; i militari di terra o di mare, tanto in attività di servizio, che al ritiro; i componenti la forza doganale organizzata di terra e di mare, le guardie addette all’amministrazione sanitaria, le guardie campestri e forestali stipendiate dal Governo.
Saran poi dispensati dal servizio nelle guardie nazionali: Chiunque ha compiuto cinquanta anni di età; i membri delle due Camere Legislative; i Ministri ed i Consiglieri di stato; i giudici de’ tribunali; i carcerieri, i custodi delle prigioni, e gli altri agenti subalterni di giustizia e di polizia; tutti coloro che sono in ¡stato di domesticità; i condannati per furto, frode, fallimento, calunnia e falsa testimonianza, i vagabondi ed i mendici.
Le guardie nazionali saranno organizzate in tutto il Regno, e per comuni. Quando sarà prescritto da un decreto del Re, le compagnie comunali di un distretto si costituiranno in battaglioni distrettuali. Le guardie nazionali son poste sotto l’autorità de’ sindaci, de’ sottintendenti, degl’intendenti, e del Ministro dell’interno. I cittadini non possono prender le armi, né assembrarsi come guardie nazionali senza l’ordine de’ capi immediati, i quali non posson darlo senza una richiesta dell’autorità civile.
Una Commessione composta di quattro decurioni, preseduta dal sindaco, procederà nel termine improrogabile di otto giorni in ciascun comune alla formazione delle liste di tutti coloro che son chiamati a far parte della Guardia Nazionale.
Per la città di Napoli, tutti i cittadini che compongon attualmente la guardia nazionale, continueranno a farne parte. Le guardie nazionali saran formate per sezioni, per compagnie, e per battaglioni. L’aiutante maggiore ed un aiutante sottouffiziale saranno scelti nell’esercito per la miglior istruzione del battaglione, e nominati dal Re su la proposizione del Ministro della guerra. Rimarran costoro sotto gli ordini del maggiore; in sua mancanza, l’aiutante maggiore, ancorché capitano, non potrà mai assumer il comando del battaglione, che apparterrà di diritto al più antico fra’ capitani nello stesso battaglione.
La città di Napoli avrà per ogni quartiere un battaglione. Ciascun battaglione avrà non meno di sei, né più di otto compagnie, della forza di dugento uomini l’una. Qualora in qualche quartiere della Capitale la popolazione fosse superiore alla forza fissata per le otto compagnie, potrà passarsi all’organizzazione d’un secondo battaglione nel quartiere medesimo. I dodici battaglioni dei quartieri formeranno quattro reggimenti.
La Guardia Nazionale della città di Napoli avrà un Comandante generale ed uno stato maggiore. Fino a che il Parlamento non avrà altrimenti disposto nella legge definitiva, la Guardia Nazionale de’ distretti della provincia di Napoli potrà rimanere sotto il comando del generale comandante della Guardia Nazionale della città.
Seguon poscia molte altre particolarità riguardanti quello Statuto della Guardia Nazionale, e precisamente intorno all’elezione degli uffiziali e sottouffiziali; all’uniforme, alle armi ed alle onorificenze; e da ultimo, in ordine all’amministrazione; di cui ci dispensiamo assai volentieri far motto, perché di poca o di niuna importanza per le storiche conoscenze del nostro Reame.
Ci dispensiamo altresì di esaminar accuratamente un siffatto Statuto o Legge che sia, su la Guardia Nazionale. Osiamo sperare soltanto che, ov’abbia bisogno quell’Organico di ulteriori modificazioni o riforme, vorranno le Camere Legislative apporvele di leggiero, e renderlo poscia più acconcio e più conveniente ai sensi d’una nazione che debb’esser veramente forte di proprie armi cittadine, e proporzionate sempre alla popolazione. Facendo però sempre astrazione dal numero degl’individui che compongon questo corpo rispettabile e tutelare del paese, quel che più monta ne’ tempi attuali e la disciplina nel mestiere delle armi, e la sua forza morale, che proceder dee sovra tutto dalla confidenza della guardia ne’ suoi capi o comandanti superiori. —
Molte mutazioni di Ministero e non poche destituzioni di cariche avvenner pure a quei giorni nella Capitale. — La Guardia Nazionale della città fu posta sotto la salvaguardia della Vergine del Carmine. — I fratelli Statella, Marescialli di Campo di Sua Maestà ch’eransi ridotti a Palermo in compagnia di parecchie altre persone per causa della quistione Siciliana, furon di ritorno a Napoli. — Il Signor Giacomo Tofano venne a un tempo promosso alle cariche di Direttore dell’Interno, di Consigliere della Suprema Corte, e di Tenente Colonnello della Guardia Nazionale. — Il sig. Vial, di cui si fece dianzi menzione allorché trattammo degli affari di Palermo, obbligato a partire per Nizza sua patria, e forse colpito da gravi sciagure nel corso del suo malaugurato viaggio. — Il Ministro Santangelo, decaduto dal Ministero, e forzato ad allontanarsi dalla Capitale, rinvenne asilo ed ospitalità in Londra. — Furon destituiti come nemici della libertà costituzionale il cav. Vincenzo Marchese, Segretario generale della Prefettura di Polizia, i Commissari D. Giuseppe Cristofaro, D. Pietro Paolo Campobasso, D. Luigi Morbilli, D. Carlo Capasso, D. Onofrio d’Ambrosio e D. Francesco Lubrano. — Ebber non diversa sorte gl’Ispettori D. Gennaro Cioffi, D. Francesco de’ Maio-Durazzo, D. Ferdinando Guarini, D. Giacomo Scala e D. Mariano Durazzo. — Furon aggregati al governo parecchi liberali fra’ più famosi e distinti del regno. — il tanto famigerato e magnanimo Pellicano, di cui facemmo pur motto dianzi, fu per decreto sovrano appellato al Ministero del Culto, in qualità di Coadiutore. — Vi fecer lieto ritorno, ed ebber grata accoglienza da’ cittadini napolitani, numerevoli uffiziali espatriati per la famosa causa del 1820, e reintegrati al servizio ne’ rispettivi Corpi militari cui apparteneano. — Da una branca di tumultuosi si gridò ripetute volte abbasso il Ministro d’Austria; s’infranse in mille pezzi lo stemma; condannato venne alle fiamme; e forzato poscia quel diplomatico a far ritorno negli stati di COLUIche n’era per via di diritto nazionale rappresentato. — Suscitassi una sanguinosa rissa fra due Compagnie della Guardia Reale e dell’Artiglieria, che fu seguita da gravi e mortali ferite da ambe le parti e dall’uccisione di qualche individuo. —
A quegli stessi giorni, e precisamente la sera del 13 marzo 1848, un grosso drappello di giovani erranti e riscaldati oltre modo, si mosser a gridare altamente dinanzi al quartiere di Gendarmeria abbasso gli sbirri. Gli Uffiziali di quel Corpo, vivamente indignati per un insulto siffatto, pubblicaron l’indomani una proclamazione in cui si leggono questi forti ed energici sensi:
«Quest’arma non vuol fare la propria apologia. La sua istituzione, appropriata all’indole ed ai bisogni del tempo in cui nacque, fu un’istituzione tutelare. L’Arma ne ha fedelmente adempiuti i doveri.
«I torti, de’ quali le si fa carico, sono torti degl’individui. Le tendenze abusive, nelle quali si spinsero taluni, sotto una direzione dispotica e soverchiatrice, furon aberrazioni parziali. Richiamarne la responsabilità su tutta l’arma, e lo stesso che volerla sottoporre ad una responsabilità ch’ella punto non accetta; e anzi un’ingiuria, che il Corpo respinge col convincimento, che la grande maggioranza de’ suoi componenti non l’ha meritata, ed è risoluta di non soffrirla.
«Rivolgere collettivamente ad un Corpo di ottomila uomini, che ha servito il paese secondo le norme impostegli dal Potere, a cui aveva l’obbligo di ubbidire, ad un Corpo che ora ha la coscienza della sua fedeltà, a qualunque costo, a’ nuovi impegni giurati in virtù della Costituzione; rivolger a questo numeroso e compatto Corpo parole dissennate ed insultanti, villanie ed ingiurie, e atto non di stoltezza, ma di codarda cospirazione contro la pubblica pace, contro gli ordini costituiti dello Stato, contro le santo forme del Governo rappresentativo.
«I provocatori sono o uomini usciti da’ manicomi, o degni di esservi rinchiusi; sono malvagi venduti allo straniero, sono gente perversa ed immorale.
«La Gendarmeria non pretende, non chiede, non brama di esser conservata sotto l’attuale sua forma. Coloro che la compongono, la grande maggioranza di essi, non ambiscono e non reclaman altro onore, che di serbare la loro spada in servizio dei proprio paese, e di questa cara Italia, pensiero e sospiro d’ogni soldato cittadino.
«Che il governo del Re disponga dunque di loro; provvegga alla destinazione di questi ottomila uomini nel modo più opportuno ai bisogni della Patria. Ciò che domanda la Gendarmeria e di uscire da questa presente posizione equivoca e precaria. Ma fino a che il governo del Re, il Potere legale non avrà deciso del suo destino, niuno arrogar deesi il diritto d’indirizzarle in massa parole oltraggianti e villane.»
Secondar volendo intanto il Re le sue generose ispirazioni; interessandosi vivamente della posizion violenta in cui si vedeva quel Corpo; volendo far pago altresì il volere di coloro che mostravano per la Gendarmeria un animo sfiduciato ed avverso; e standogli molto a cuore più d’ogni cosa la pace e la tranquillità cittadina, l’amor della quiete e dell’ordine pubblico a un tempo, con decreto del 10 marzo deliberò nella saggezza de’ suoi consigli di discioglierla dell’intutto ed incorporarla negli altri Corpi. E però dei soldati più. probi e patrioti scelti in tutta la milizia, ha stabilito la formazione di cinque squadroni di cavalleria di 120 uomini l’uno, e di diciotto compagnie di fanteria; cui dassi complessivamente il nome di Guardia di pubblica sicurezza. Ogni provincia ne avrà una compagnia, la Calabria Citra due, Napoli tre. Sarà suo incarico, la guardia delle prigioni, l’esecuzione de’ mandati d’arresto, la scorta de’ detenuti. Il Corpo dipenderà da’ Ministeri della Guerra, della Giustizia e dell’Interno. Col testé citato decreto n’è regolato pur anche l’uniforme. —
FINE.
NOTE
(1) Come erede di Renato d’Angiò e di Carlo Conte del Maino, figliuolo del fratello di costui, che, morendo senza posterità lasciò successore de’ suoi beni, titoli e pretensioni Luigi XI, re di Francia } padre di Carlo VIII.
(2) É noia pur troppo la pubblica disfida in duello tra tredici Italiani scelti fra le milizie di Prospero e Fabrizio Colonna, le quali tenevano jl parato degli Spagnuoli, ed altrettanti Francesi scelti dal duca di Nemours. Il campo fu scelto tra Barletta, Corato ci Andria; e ‘l conflitto ebbe luogo il dì di febbraio del 1303. Un poema latino del Vida ci dà i nomi de’ guerrieri italiani quali sono i seguenti:
Carollario………………..Fieramosca…………………Capuano
Lodovico d’Abenavolo Napolitani
Mariano da Sarno…… ………… Braccaleone….Romani
Geleno …………………… ……….. Capoccio……….Romani
Pachis……………………. Siciliani…Riccio……..Parmegiano
Practius…………………. Miale od Aminale……Toscano
Salamone………….…….…………….Fanfulla…..Cremonese
(3) Il Codice Carolino fu compilato da uomini distinti in ogni ramo di sapere, spezialmente in giurisprudenza, tra i quali furono più famigerati Francesco Vargas Macciucca, Giuseppe Aurelio di Gennaro, e Giuseppe Pasquale Cirillo, elegante scrittore negl’idiomi latino ed italiano.
(4) Era Bernardo Tanucci di Stia nel Casentino, cittadino di Firenze, e professore di diritto pubblico nell’università di Pisa. Carlo III concepì pe’ talenti di lui stimasi grande, che lo elesse ad Auditore dell’esercito di Spagna, e poscia menollo seco a Napoli, quando prese possesso del regno. Ebbe Tanucci sì amica la ventura, che divenne in breve primo ministro delle due Sicilie, ed occupò Il primo ¡posto nella confidenza del Re.
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