Confronto tra le riforme del Catasto Teresiano e del Catasto Onciario
Giuseppe Gangemi
La riforma fiscale voluta dal nuovo re Carlo di Sicilia (di qua e di là dal faro) è un Catasto per autodichiarazione, con pochi o nessun controllo. È detto Onciario perché i redditi e le tasse relative vengono calcolate in once.
Siccome la dichiarazione comincia con “Io rivelo”, queste autodichiarazioni prendono il nome di Revele. Premessa per il controllo delle Revele è la mappatura fedele delle dimensioni delle città, della loro collocazione e del tipo di territorio (montuoso, collinare, pianeggiante, valli, fiumi, laghi, etc.) che hanno intorno. Siccome questa mappatura, se ben realizzata, può mettere ordine nel disordinato sistema fiscale ereditato dagli Spagnoli e lasciato quasi intatto dagli Austriaci, si manifestano forti opposizioni a questa operazione il cui valore etico e politico è palese a tutti.
La prima difficoltà, nell’applicazione della legge, lascia indietro il 10% degli Stati Locali (costituiti da un’universitas o città-capoluogo e da casali), che altri chiamano Stati Feudali perché li descrivono come un grande feudo o un’unione di più feudi contigui. In questo 10% di Stati, le Revele non vengono raccolte. Si continua come prima della riforma: una quota di imposte da pagare al fisco e le autorità locali a suddividere la quota tra imposte dirette (a nobili, chiesa e popolani) e indirette (dazi o simili). Fatto politicamente rilevante, in questo 10% di Stati locali in cui non si raccolgono le Revele, ci sono anche capoluogo e casali di Napoli.
La seconda difficoltà, quella derivante dagli ostacoli posti all’aggiornamento delle mappe, proviene da quanti temono di vedersi aumentare le tasse più di quanto siano disposti ad accettare. Bartolomeo Intieri, un importante agronomo toscano, e i suoi allievi napoletani attribuiscono questa resistenza a quegli oppositori della riforma che si preoccupano soltanto di mantenere inalterati gli equilibri di potere. Intieri finanzia la cattedra di “economia e dinamica” e prescrive sia affidata ad Antonio Genovesi. Nelle sue intenzioni, l’aggiunta di “dinamica” a “economia” sta a indicare che quell’insegnamento deve contrastare l’azione di quanti si preoccupano solo di mantenere inalterati gli equilibri esistenti. In questo senso, l’economia deve essere dinamica per poter perseguire lo sviluppo economico e quello morale.
La terza difficoltà si manifesta come pressioni su coloro, i periti agrari, cui gli Stati Locali affidano il controllo delle Revele. Il Parlamento Locale, costituito in genere da circa una dozzina di capifamiglia eletti da un’assemblea di loro pari, seleziona gli esperti che debbono visitare tutti i nuclei famigliari dello Stato a rilevare quante persone sono nella casa di ciascun capofamiglia e, poi, andare nei campi a controllarne le Revele. La vicinanza dei controllori ai controllati non si rivela garanzia di controllo efficiente. Spesso prepotenti, nobili, grandi proprietari o ecclesiastici minacciano (di vita o di scomunica) i periti che accettano di collaborare alla realizzazione concreta del Catasto Onciario. Non sono pochi, infatti, i verbali dei Parlamenti degli Stati da cui traspare che, nominato un perito, giorni dopo se ne deve eleggere un altro perché il primo ha rifiutato. Questi rifiuti derivano anche dal fatto che i tecnici sanno di non avere la protezione dello Stato o delle autorità locali nell’eventualità che entrino in contrasto con un potente e prepotente. “I poveri, [infatti,] non trovavano ascolto nei tribunali regi, solleciti a favorire le ragioni dei ricchi e dei potenti” (Rovito 1981, 19). Comprensibile che i più onesti preferiscano tenersene fuori.
La stagione delle riforme fiscali, quando la prima difficoltà è elevata, non parte; quando si manifesta la seconda, la riforma rallenta; quando la terza difficoltà è preponderante, la riforma viene localmente depotenziata. Tutte queste difficoltà contribuiscono a ridurre gli effetti innovativi che, invece, sono ottenuti con il Catasto Teresiano.
La prima difficoltà nel ducato di Milano, quella proveniente dalle comunità locali, viene neutralizzata dall’azione di Pompeo Neri che, chiamato nel 1749, negozia e scambia partecipazione politica-amministrativa con i proprietari per ottenere consenso alle stime catastali realizzate dai periti agrari durante il periodo in cui Governatore del Ducato è stato von Daun.
La seconda difficoltà, quella relativa alle mappe, viene depotenziata dal fatto che il Catasto Teresiano viene costruito su rivelazioni tecniche delle potenzialità produttive di ciascuna proprietà, il più possibile precise, e su stime, il più possibile oggettive. Rilevazioni, stime e negoziazioni producono efficienza e fanno acquistare reputazione. Appena quattro anni dopo l’entrata in vigore del catasto, nel 1764, un inviato del controllore generale della Finanza di Francia intervista Neri per ottenere una descrizione del modo in cui ha operato per portare in porto la riforma. Già prima dell’entrata in vigore del Catasto, Domenico Caracciolo, tra il 1754 e il 1758, si reca spesso, da Torino, a trovare Neri per discutere di Catasto (Renda 1974, 31). Si incontrano così spesso che egli diventa amico di Neri (lo rivelerà in una lettera a John Acton dell’1 settembre 1782).
La terza difficoltà, quella del controllo a livello delle realtà locali, è semplicemente annullata dal fatto che non ci sono autodichiarazioni da controllare. L’imposta si paga sulla stima tecnica del reddito potenziale: la tassa si paga sulla stima, sia che si produca di più di questa, sia che si produca di meno, sia che si lascino incolte le terre. Questa tassazione favorisce il risultato che, più produci, meno tasse paghi in percentuale sul reddito prodotto. Inoltre, ciascuna terra incolta diventa un costo che non tutti si possono permettere o vogliono addossarsi. La tendenza di lungo periodo che ne consegue è che si riducono al minimo le terre incolte e che chi riesce a produrre poco o niente tende a vendere a chi produce molto per unità di terreno.
Al contrario, con le Revele, chi lascia le terre incolte non paga tassa e paga meno tasse chi si può permettere di minacciare o corrompere i funzionari addetti ai controlli. La conseguenza è che nessuno viene penalizzato se non coltiva, nessuno viene incentivato ad aumentare la produzione e la produttività tende a rimanere costante. Il Regno di Napoli, dal 1760, conoscerà ritmi di sviluppo molto blandi rispetto a quelli del Ducato di Milano.


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