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CONTROVERSIA SUL SEGGIO SAN MANGO SUL CALORE

Posted by on Set 16, 2025

CONTROVERSIA SUL SEGGIO SAN MANGO SUL CALORE

La Grande Controversia del Seggio che attraversò San Mango sul Calore tra il 1768 e il 1779 va compresa non come una semplice lite edilizia, ma come un laboratorio sociale e politico, in cui si riflettevano tutte le tensioni dell’Italia meridionale di antico regime. In quel teatro circoscritto di un borgo irpino si scontrarono due idee opposte di nobiltà: da un lato la nobiltà “storica”, radicata e sostanziale dei Marena; dall’altro la nobiltà “formale”, recente e fragile dei marchesi D’Amore. Comprendere questa vicenda significa penetrare nella struttura stessa del potere settecentesco, nella dialettica tra autorità sostanziale e autorità legale, tra dominio sociale reale e titoli giuridici acquisiti.

I Marena apparivano come una famiglia di sangue antico, discendente da cavalieri francesi giunti al seguito di Carlo I d’Angiò nel Duecento. Non erano solo nobili per investitura feudale, ma per continuità storica e culturale: avevano fornito al Regno magistrati, ufficiali, docenti universitari, professionisti stimati, ed erano radicati nel territorio atripaldese e poi in quello sangmanghese da secoli. Ricciardo Marena era stato già nel 1500 “principale gentiluomo” ad Atripalda, Cesare riconosciuto come “nobile” nel 1595, Sallustio professore di diritto. Teodoro stesso, al centro della contesa, era medico fisico di notevole fama e apparteneva a una stirpe che aveva retto baronie come quella di Poppano in precedenza. La loro autorità era sedimentata nella memoria collettiva della popolazione.

Totalmente diverso il caso dei D’Amore. Arricchitisi con il commercio a Firenze e acquisto di feudi, erano giunti a San Mango nel 1698. Il loro titolo marchesale dava prestigio sulla carta, ma non corrispondeva a un legame profondo col territorio: la loro presenza era scarsa, spesso assenteistica, fatta di rappresentanza più che di gestione. Nella percezione popolare essi incarnavano l’aristocrazia di nuova formazione: ricca, titolata, ma priva di radici. La loro autorità giuridica si basava sul possesso del feudo, ma socialmente erano percepiti come estranei.

Il Seggio, oggetto del contendere, non era un luogo qualsiasi. Centro simbolico e reale della vita della comunità, occupava l’area del vecchio castello medievale, poi trasformato in palazzo feudale, e ospitava l’università, cioè il nucleo municipale dell’autogoverno locale, con l’annessa torre civica. Erano i luoghi della giustizia, del potere, della rappresentanza simbolica; abitare o costruire proprio lì equivaleva ad affermarsi come autorità effettiva del borgo. Per questo, quando nel 1768 Teodoro Marena ampliò la sua dimora palaziata proprio affacciata sul Seggio, seppe bene che il suo atto era anche una rivendicazione politica. Ampliare i locali nel giardino non era un fatto di comodità, ma una dichiarazione: i Marena, non i D’Amore, rappresentavano i veri signori di San Mango.

I marchesi non reagirono subito: trascorsero sette anni prima che muovessero formali accuse, segno della loro fragilità. L’incertezza derivava dal fatto che il tessuto civico riconosceva più legittimità ai Marena che a loro; se avessero reagito con troppa fretta, avrebbero rischiato di scontrarsi con un’avversità sociale difficilmente gestibile. Solo nel 1775, forse vedendo crescere l’affermazione dei Marena, il governatore De Risi mosse accusa: Teodoro aveva costruito su un muro appartenente al palazzo marchesale e agli spazi dell’università, aveva provocato stillicidi dannosi con le nuove strutture e aveva allestito abusivamente una vasca per l’acqua piovana. Era la nascita ufficiale della causa.

I Marena risposero non in modo dimesso, ma con una controffensiva sapiente. Pasquale Marena, figlio di Teodoro, avvocato di spicco stimato nelle corti napoletane, difese la causa con argomentazioni non meramente tecniche ma politiche, facendo emergere il peso della sua casata. Per anni la disputa si trascinò tra le diverse magistrature, senza che i D’Amore potessero chiuderla in modo semplice. Pasquale non era solo un avvocato, ma una figura di primo piano, riconosciuto come “ornamento della patria” e consultore delle principali famiglie: la sua sola presenza elevava la questione a simbolo dello scontro tra due nobiltà.

Nel 1778 la vicenda raggiunse il suo apice. Furono chiamati due periti di prestigio, Angelo Tango e Oronzo De Conciliis, i quali non si limitarono a un parere tecnico ma lasciarono un documento storico straordinario: il disegno acquerellato di San Mango, la più antica immagine nota del paese, nata proprio da quella controversia. Il giudizio non fu favorevole ai Marena: i periti stabilirono che il marchese aveva titolo pieno sull’intero Seggio, riconoscendo all’università soltanto un diritto di passaggio. La vasca era effettivamente abusiva.

Eppure, durante il processo, emerse un dato ancora più significativo del responso tecnico: gli avversari dei Marena li accusavano di comportarsi da regoli, piccoli sovrani che spadroneggiavano non solo sul pubblico, ma persino sull’università, che dipendeva largamente da loro. In questo giudizio critico vi era la consapevolezza che i Marena esercitavano un effettivo dominio sociale, più forte di quello feudale formale. Paradossalmente, fu proprio questa forza percepita a rendere necessario il pronunciamento giudiziario contro di loro, affinché il sistema feudale, seppur traballante, non venisse scavalcato da una nobiltà di radicamento sostanziale che rischiava di delegittimarlo.

La sentenza definitiva del 1779, emessa da Pietro Patrizi, diede ragione al marchese D’Amore. I cittadini, memori della severità dell’esito, furono costretti successivamente a richiedere sempre autorizzazioni feudali per erigere costruzioni vicino al Seggio. Sul piano immediato, i Marena erano stati sconfitti. Ma quella fu solo una vittoria di breve periodo per i marchesi.

Infatti il mutamento politico del Regno travolse lo scenario. Nel 1806 la feudalità venne abolita dalle riforme napoleoniche: il potere feudale, su cui si reggevano i D’Amore, crollò di colpo. Privati dei privilegi e oberati di debiti, i marchesi furono costretti a vendere gradualmente il patrimonio. Il bosco della Pietra, l’osteria e infine lo stesso palazzo marchesale furono alienati. Nel 1830 e poi definitivamente nel 1844 furono i Marena, attraverso Filippo, figlio di Teodoro, ad acquistare le parti principali del palazzo e persino gli spazi un tempo adibiti a carcere, sancendo così non solo una rivincita economica, ma una rivincita simbolica. Quella residenza feudale tanto contesa, centro del potere settecentesco, divenne proprietà della casata che era stata accusata di voler usurpare il Seggio.

La parabola storica della vicenda rivela il senso più profondo dello scontro. Non si trattava di una lotta tra nobiltà e borghesia, bensì tra due nobiltà differenti: la nobiltà storica, radicata, fatta di secoli di servizio e autorità sostanziale, e la nobiltà formale, costruita su titoli recenti e su una legittimità fragile. La prima poteva essere sconfitta nei tribunali settoriali dell’antico regime, ma la seconda fu destinata a crollare con il venir meno della struttura feudale stessa. I Marena, sconfitti sul piano giudiziario nel 1779, vinsero sul piano storico-politico, consolidando la loro posizione proprio nel momento in cui la nobiltà reale smetteva di coincidere con i titoli e tornava a coincidere con il prestigio, la competenza e la radice sociale.

La Grande Controversia del Seggio diventa così un caso paradigmatico della storia meridionale: dimostra come le autorità di antico radicamento resistessero anche agli urti del potere feudale recente, e come alla lunga la legittimità sociale fosse destinata a prevalere su quella puramente giuridica. I Marena non furono solo attori locali, ma interpreti di una trasformazione epocale.

Nell’immagine: stemma della famiglia Marena:

“d’argento con una pianta di amarene sradicata e fruttata, accompagnata da due leoni rampanti addossati e controfacciati, sovrastata in capo da tre stelle a cinque punte di rosso”.

Contributo di Carlo Marena

fonte

Accademia Napoletana di Studi Storici

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