Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Cronaca del saccheggio francese di Piedimonte d’Alife del 1799 (II)

Posted by on Apr 21, 2020

Cronaca del saccheggio francese di Piedimonte d’Alife del 1799 (II)

Li Francesi però, non guadagnaron il sacco senza pagarne lo scotto, poiche o che essi ne avessero promosso l’attaco, o che il popolo Vallatano si fosse aizzato da’ furti in campagna, il fatto si è che nell’azione del Giovedì dentro Piedimonte ce ne rimasero uccisi, secondo un’ufficiale si spiegò, cento, e uno, ma con quelli che furono uccisi al Fondo, e che andiedero feriti a perire al Campo, ed altri feriti che perirono in Benevento per quanto mi disse nell’anno seguente un Missionario di S. Angiolo a Cupoli D. Antonio Fiorentino, ne perirono cento venticinque, e de’ nostri disgraziatamente, e fuori di azione sette, tra quali il sacerdote D. Luigi Cavicchia, che ebbe una fucilata alla gola, stando in finestra appiattato.

Ed un buon uomo Nicola di Amico, che fù brugiato da Francesi nella sua Massaria sita al Fondo in Valle Spagnuola; poiche lì furono uccisi più Francesi, cioè chi disse due, e chi cinque on(de) fù ammazzato l’Amico in vendetta, e per sua ostinazione, perche non volle salvarsi sulle montagne. Un altro paesano fù ucciso nel Coro dell’Annunciata SS. e si chiamava Domenico Perillo, la cui vidua, fù poi graziata dal Re in 36 annoi ducati, e un’altra vidua Colomba Leggiero fù graziata di annoi ducati 72 perche avea più numerosa minuta famiglia.

Durante l’attacco chi potette scappar sulli monti, il fece, que’ che rimasero, per lo più, con un spirito di confusione lasciando la propria casa, credeva salvarsi nella casa altrui, dove ricevevan le perquisizioni militari, in atto che la propria casa era devastata a fondo. Delle robe qui derubate, quando quell’orda di mischio feccioso di nazioni, si partì, ne aprirono più fiere, vendendo oro, argento, orologii, stoffe di panno, di seta, e di lino, ed abbiti da uomo, e da donna, per pochi quattrini; sicche gli Alifani fecero de grandi acquisti: li Casalisti altresì, e quindi innanti in altri paesi barattavan il valori di cento, al più per dieci. Ma il subbisso del danno ci fù cagionato da birboni paesani, li quali senza compassione, nell’assenza de padroni, ne nettavan fin li chiodi affissi alle mura delle Case, poiche questi scelerati non solo si unirono con i Francesi, per indicarli le Case de’ ricchi, o de creduti ricchi, ma dopo la partenza del nimico, per quel tempo che vi ebbero, nell’assenza, come fù detto, de padroni, finiron di scoparne le abbitazioni. Onde avvenne, che mentre la generalità languiva nella miseria universale, que’ miserabili, fù osservato, entrar in gioco fin con cinquanta piastre. La qual cosa podusse in appresso tanto gusto in essi al Sacco, che cominciarono a’ minacciarne un secondo al veder qualche donna, co’ pendenti di oro negli orecchi; e questo gusto produsse tanti ladri, che oggi stiamo, come a suo luogo dirassi, come in istato di assedio, per timor di loro.

La sera del dì 14 finalmente il primo sargente Giacobì, e che avea costodita la Cucina e la Casa, buon francese Cattolico, mi disse “Padron, diman partiamo alle cinque”. Venne il Capitano, e dimandandogliene, me ‘l negò; dicendoli, che me l’avea detto Giacobì, s’indegnò, e di nuovo negollo. La notte sino alle cinque ore ci fù in casa un traffico orribile di Capitani, e Soldati. Albout spezzò un taglio di Londrino a’ miei Servienti. E la notte noi per consolazione, nemmen ci adagiammo. Giunta l’ora, si toccò la Generale, e gli Ospiti miei, dopo

di essersi provveduti di molto cuojo, ch’essi aveano salvato ad un mercadante, se ne partirono via. Credo, che portaron segreto lo sloggio, per timor di esser sorpresi dalle masse. Il Francese è bravo quando si accorge di viltà nel nimico, ma se ‘l trova Coraggioso, è perduto. In tempo dell’azione, officiali, e soldati s’inginocchiavano avanti a’ nostri, cercando quartiere, ma questi non intendendone il linguaggio, gli ammazzavano. Essi, siccome avevano saccheggiata l’Aquila, Popoli, ed Isernia, andavano carichi di oro donnesco, e ne furon spogliati alcuni, che furon trovati carichi di lacci di oro, ed altre galanterie, cinte a carne nuda; ma furon sette, od otto, perche gli altri che perirono furon lasciati intatti.

Pria di partire, crearon la Municipalità, e fù eletto Presidente D. Lorenzo Gambella, per aver salvata la vita ad un Officiale, onde la di lui casa nemmen patì sacco, e vi si rifugiarono parecchie moniche di S. Salvadore. Essi non salutarono alcune degli Ospiti; e se andiedero via, lasciando la misera Città in un scompiglio di confusione, ch’esprimer non si può, di cui furon esenti que’ pochi, li quali furon preservati dalla Provvidenza di Dio.

Quando giunsero qui li Francesi, siccome sino a che ne partirono li Disterrati diluviarono le acque, e la neve, così allora cominciò un orribil vento boreale con polverino di neve, che indirizziva la gente, e continuò per tutti gli otto giorni che stiedero qui cioè sino a’ tutto il dì 16 Gennajo. Quindi è da osservarsi, che benche tutti i Paesani, che scapparono per la montagna, o che stiedero in mezza alle acque correnti del Torano, o nelle grotte acquose, o esposte all’intemperie che per due giorni, chi per uno, nondimeno, niuna persona ne risentì verun nocumento, ma ciascuno stie’ sano, come si fosse dubitato di doverne succedere degli attacchi di petto ed altre malattie funeste, fra l’altro per che soffriron tai disagi persone affatto non avezze alli stessi, come sedentanee, monache di clausura, infermicce, ed io stesso, che per nulla essendo soggetto a raffreddori, in età di 56 anni, bricocolo di complessione, posso assicurar che più tosto n’ebbi sanità, anzi avendo per circa 15 anni sofferto di mala di vertigine, e tiratura di nervi nella testa, per due scapezzoni che mi consegnò un minuto soldato stiedi senza verun’incomodo per lo spazio di quattro in cinque mesi, di che risero gli amici quando me ne udiron parlare. Ciascun perciò hà creduto, che quel Sig.e Iddio, che ci afflisse, ci preservò.

ANEDDOTI

1°. Essendo andati 19 saccheggiatori ad invader la Casa di D. Gaetano Lombardi nostro Governadore, trovarono due fiasche pieni di polvere di circa sei rotoli, la sparsero dentro la stessa stanza, standovi radunati a spogliar il Governadore, il quale era cascato sù di un baule, dove un nano li tirò una sciablata in faccia nel qual’atto, una fiaccola delle torce cascata sulla polvere vi die’ foco, al che pigliaron foco li di loro fucili, cartucci, ed un gran vaso di acquavite, che pur si ruppe, e sparse, il Gov.e restò solo intatto, se non che solo arrenato dalle macerie del soffitto, che li caddero sù, ma de soldati tre vi rimasero morti, uno per fuggire si precipitò dal balcone, e restò schiacciato a terra, e gli altri tutti brugiati, cercarono al Gov.e che avesse aperta la porta; al che il Gov.e aprì la finestra che sporge alle vigne de Benedictis, e vi si gittò, e salvassi, e vi trovò la moglie, la quale da più mesi inferma, per l’altra finestra appesa ad un lenzuolo, vi si era salvata pria che fossero saliti li soldati: e poscia messisi in

salvo sulle montagne, la moglie acquistò la sanità, che non avea potuta ricuperar con infinità di medicamenti. E li feriti andiedero a perire al Campo di S. Simeone.

2°. Le monache di S. Salvatore più accorte di quelle di S. Benedetto, subbito, che udirono la scaramuccia, pensarono a salvarsi; e bucarono il muro, che sporge al Torano, d’onde tutte sortirono, e si ricoverarono a Casa di D. Vincenzo d’Amore, ma D. Aurora Agnese, fuggì per la Valle di Capotorano, per cui assieme con scarpaio si arrampicò fin sul monte, portando un pajo di stivali, ch’erano di un Francese, che gli avea dati ad accomodare a quello scarpaio, dacch’essa era rimasta scalza; e comeche acciaccosa di salute, ed in mezzo ad un ambiente sì rigido, no le nocque. Rubarono tutti gli argenti del monistero, ma non toccarono troppo Biancherie, né vi fecero quel devastamento, che soffrirono le Moniche di S. Benedetto, che stavan sotto protezion del Valiante, e dippiù non toccarono alcuni argenti dedicati al nostro Protettore S. Marcellino lì conservati, ne quelli che eran dedicati alla B.ma Vergine del tit.o della Neve: e fù attribuito a’ miracolo.

3.Andedero alla Collegiata di S. Maria, ed ivi tutto il Sacro si presero, appoggiarono la Scala alla Nicchia di S. Marcellino, dov’era la sua statua di argento massiccio, e ben grande, ma o non la videro, o miracolosamente non la toccarono.

4.Dopo il primo giorno, vedendo che a’ PP. Cappuccini non era rimasto cosa, li portavano pane, vino, e carne, e mangiavano assieme.

5. Nel luogo detto Capo la Vallata andiedero a Casa Cerba molti soldati il terzo giorno, ivi erano rifugiate molte persone, vollero scender per aprirli, ma perche nello scendere attruppate fecero un gran rumore, li soldati temendo forse di sorpresa fuggirono a calcagna in alto, ne vollero accostarvisi più benche chiamati.

6.A Casa Pitò; un Francese (osservato di nascosto dal servitore) discese in Cantina dove D. Nicola vi avea nascosto in fabbrica, qualche argento, ma che non apparivane segno, si pose incantato ad osservar la direzione del suo sito corrispondente al nascondiglio, e dopo aver molto osservato, come diffidando, se ne andiede via. D. Nicola per fuggire dalla via del Giardino, si slogò il malleolo cascando.

7.La casa di D. Gennaro Fiorillo fu visitata 24 volte la vigesima quinta, mi disse, che un de’ due Francesi, che vi salì, si portò dritto dov’era la scranna, la svolse col piede, e col tiniere dello scoppio die’ di forza al muro, e lo sfondò, e si prese l’argento, che il Fiorillo un mese prima ci ave’ nascosto solo, e colle proprie mani, da niun’osservato: il poveretto venne meno, e l’altro Francese subito tirò un stucchio fuora, e cavandone una lametta da salasso, voleva salassarlo a forza, ma egli resistendo, il Francese ridendo se ne partì; essendo rimasto sciopato di casa.

8.Li Francesi mangiavano dalla mattina alla sera, bevevano orribilmente: essi da prima ponevano de vasi ripieni di vino attorno al foco, vi gittavan del Zuccaro, e ‘l bevevano; ma ne furono de’ così sozzi, che non avevan ritegno di bever dentro gli urinali fetidissimi, in cui volevan complimentar la gente di casa. Volevan la soppa, ed essi stessi l’apparecchiavan così – Lessavan il pollame, o Carne, vi gittavan un tantin di lardo in fettine, un po’di lauro minuzzato, cipolla, e quindi zuccaro, vino, e pepe, quindi in quel brodo abondante, vi gittavan delle minute fette di pane, e così brodosissima portavalna in tavola. La dimandarono in Casa, ma non sapendo com’essi la gradivano, li dissi, che non costumandone, non sapevano apparecchiarla. Se ne feron le risate, e così si serviron di per se, e stammo in pace.

9.La gente, che rimase in città, e non fuggì su li monti, quasi tutta abandonando la propria, rifugiavasi in casa altrui. Questo spirito di confusione ci occupò in modo, da non farci capire, che o nella nostra, o in aliena casa, pur incontro a Francesi saressimo rimasti, ed agli stessi insulti; ma pochi furon que’ che restarono nel proprio tetto.

10.Quando fuggì la mia serva, si gittò da una considerabile altezza per arramparsi ad una finestra di dritto, e piana a lei sottoposta, nel calare il padron di casa miracolosamente l’afferrò a mezza vita, e salvassi dallo schiacciarsi in terra.

11. Que’ che de’ Francesi si gittarono ad insultar l’onor delle donne, pochi ve ne furono che assaliron le giovani, e belle, del resto assalivano le più schifose vecchiarde, e queste poverette sofferirono più trapazzo. Fù creduto, che ‘l facessero per sicurtà del mal venereo. All’incontro se li si resisteva con gridi minacce, e schiamazzi, se ne scappavano via.

12. Eran paurosi, anche per prova, ch’io ne feci. Stando rifugiato con mia moglie, e molte altre donne, ed uomini nella più sù cennata Casetta, venne una visita di Cinque Francesi, un di essi voleva tirar a forza dal petto di mia moglie una fettuccia, che pendeva da una imaginetta di un crocefisso; li dissi, che lo avrei fatto io: di che egli mi accennò un rovescio, allora fù, che io stizzito, dissi a lui, indietro, costei e mia donna, in atto di assalirlo: a’ questa mossa il Francese, voltò le spalle, e se ne andié via, senza far ulterior ricerca. Ed è sicuro, che dove se li mostravan di denti, bassavan l’orgoglio; ma dove non vi trovavano resistenza, la facevan da Rodomonti.

13. Nel monistero di S. Salvatore vi rimase una sola monica inferma, e vecchia, e questa fu ritrovata morta con un fendente in testa.

14. La mischia fù attaccata da Vallatani, e nondimeno patì più devastazione il quartier di Piedimonte nella roba, e nell’onore

15. La sera del dì 10, un Religioso Carmelitano, il P. Tommaso Duvacci, se ne andiede al Generale Francese, e svestitosi dell’abbito, lo brugiò, e vestì l’uniforme, e quindi unitosi a Saccheggiatori, girò per le case de ricchi, e fe’ la sua parte. Quindi partì con li Francesi, ma da lì a pochi giorni ritornò da Tagliacantoni, e pose in costernazione li Cittadini. Egli mi disse, che non avessi accettate Cariche municipali, perche mi faceva l’amico. Finalmente dopo la controrivoluzione, ritirossi nel Convento di Tricarico.

16. Seguì pur li Francesi il Giovine di Montemurro qui Casato D. Francescantonio Ceglia; costui diresse l’armata all’assedio di Napoli, onde fù carissimo al General Cambionette, e fù fatto Capitano, e Commissario Organizzatore di Basilicata, e Capitanata, dove nella Terra di Laurenzana, passò pericolo di esser ucciso, benche vi restasse ferito, e carcerato. Contro lui fù, dopo la Controrivoluzione, spedito ordine di afforcarsi; ma la superò, comeche molti innocenti fossono stati afforcati, ed infiniti massacrati, e dissonorati dalle masse, come dirò a suo luogo.

17. Li birboni, coll’occasion di questo sacco, concepirono un gusto maledetto pel furto, e tale, che, come dirassi, dopo la sortita de Francesi dal Regno, tutta la nazione diventò spartana.

18. Il Ricco mercadante D. Gioacchino Bujani la notte del venerdì, rifugiossi in S. Domenico, e si vestì da Domenicano, ma il Duracci il conobbe, e li cercò l’argento, che non sò se l’ebbe.

19. Il vecchio D.r D. Tommaso Paterno, giacendo infermo, fe’ subbito aprire, e consegnò le chiavi, ma avendoli dati cento ducati, poi non il malmenarono più

20.A casa di D. Marcellino Fatti, volle un soldato salir sù di una scala a’ tre pie’, che avea di fianco un Tinaccio da Vino, si ruppe un grado, e cascò il soldato dando del mustaccio al taglio del tino, vi lasciò squartato mezzo mustaccio, e se andie’ via

21. Giacendo in letto il Dr D. Francesco Rossi-Caldarone, ottuagenario lo misero a terra nudo, e dopo aver rivoltato il letto, lo rimisero nel suoi sito, e se ne andiedero via

22. Stando li Francesi ubriachi da mattina a sera, e da sera a mattina, per nulla che dalle donne ricercate venivan respinti, cascavano a terra, a me il contarono molte di esse. In questo stato, con poca gente, avriansi potuti tutti distruggere.

23. La Domenica 13 Genn.o si ordinò il dissarmo, onde si pose in nuova agitazione il popolo rimasto in Città; ma seguita la consegna della armi, scelte le migliori per essi in Casa di Amore dove furono portate, le peggiori furono in catasta brugiate nella piazza di S. Sebastiano, seu di S. Vennitto, e le mediocri rimasero a Casa Amore, d’onde lo scarto fu trasferito a Casa Ragucci, dove mi presi una cannucca, non osservata, col consenso del Padron di casa, per servigi prestatili. Nel giorno poi fù pubblicato il banno del perdono, e l’ordine agli fuggitivi di ritirarsi, ma in fuor delli nascosti, che comparvero nissun assente volle prestarli fede.

Incontrandosi un paesano, dal Francese si guardava da’ pie’ alla testa, e se credeva che portasse cosa, glie lo levava con furia, ma è da riflettersi, che rado voltavan le mani, ma senza ferir alcuno.

24.D. Gio: Battista Giorgio ebbe due officiali in casa, uno che si mostrava l’uomo più onesto del mondo, l’altro faceva il fastidioso e l’inquieto. Cominciato il sacco, il buono sortì, ne più vi tornò, e ‘l tristo, itovi la sera, cercava le donne, le quali già erano scappate a Cila, onde istizzito li consegnò de’ molti copi di piatto, e ‘l lividì maledettamente.

25 Stando a cena la sera de’ 13 un mio serviente, mi avvisò che si faceva violenza ad una di lui parente, se ne accorse il Capitano, ed Albout, il quale si levò di tavola, mi prese per mano, e volle andar nella casa della assalita, inseguì li soldati, si portò in casa la ragazza, la ristorò, perche era venuta in deliquio, e poi si stava, ne si voleva partir da mezzo alle trenta donne che ci erano, onde dopo più volte averli detto, ch’era tardi, mi risolsi con furia, dicendoli “Albout a’ riposo, quì non stiamo in Francia”. Allora si alzò, e se ne andiede a letto.

26.Li Francesi si provarono più volte di assalir il Convento di S. Maria Occorrevole, ma ne furono respinti a sassate, sicché mai vi pervennero. Ed i Novizj con tutti li Religiosi, essendosene fuggiti, cioè li Religiosi nella Solitudine, e li Novizj col Maestro in Cusano, qui non furono accolti, e dovettero restarsene in casa di una vecchiarella, dove senza foco, e digiuni stiedero due giorni, e quindi si ritirarono sempre camminando sù di un masso di neve. Dippiù mi raccontò il P. Presidente della Solitudine F. Teodoro, che avendo da que’ solitarj fatto far orazione, e preghiere alla B.ma Vergine, un solitario, che non volle nominare ottenne due segni propizj da quella Sacra Imagine; il primo, che posatamente li girò benignamente lo sguardo più volte, il secondo fù, che cadde dalla rupe soprastante detta il Ciglione, un sasso, che rompendo due soli tetti sul soffitto della sua cappella calò senz’altro danno di fianco alla medesima. Dippiù avendo il P. Guardiano di S. Pasquale (amicissimo mio) intuonata una litania di preghiera, nel corso, si sentì un terremoto, che poco mancò dar colla fronte sul grado dell’altare. Dippiù, avendo il P. Presidente nascosto il tesoretto di quel luogo, volea spiccar la corona di argento gemmata, che stà in testa della Sacra Imagine, ma osservò, che la Medesima si annerì, e dopo aver tre volte tentato in vano di spiccarle la corona, si attimorì esso così fattamente, che avendole detto “Madonna mia difenditi e perdonami” desistette, e si prostrò in orazione, e adorazione. Dippiù, mi disse il cennato P. Presidente, che in mezzo a quell’orrido inverno, in più luoghi di quel bosco, furon veduti de’ serpenti; mentre né lì, né in Piedemonte, comparvero altri animali, come cani, e gatti, li quali scomparvero, per quelli otto giorni, che quì stiedero li Francesi, cosa degna di attenzione, perche affatto si nascosero, ed ammutolirono.

27.Dal dì 8 Gennajo sino al 1° di Quaresima non suonarono le campane. Le Chiese si frequentavano, chiamandovisi a voce il popolo.

28. Quando discesi da S. M.a Occ.le nel cimitero esterno, si scoprì un Francese ufficiale ivi infossato, onde si fe’ portar dentro il cimitero per politica.

29. Mi ricordo che sopra S. M.a Occorrevole si faceva l’Esposizione del Venerabile a porte chiuse, e vi fù un Prete, che denunciò questo fatto, con orrore di ciascun che lo intese.

Alle ore 12 del dì 15 essendosene partiti li Francesi; verso le ore 16: girò D. Lorenzo Gambella come sindico Presidente, esercitando il suo officio. Io andiedi a casa Angelillij, dove trovai un orribile scompiglio, fra l’altro vi trovai un cappello, e me lo presi, perche non aveva. Ritornato in casa, dopo pranzo sortii, ed intesi un sussurro di ritorno di Francesi con artiglieria. Ma nulla si penetrava; incontrando D. Francesco Perrone mio discepolo, e fratello del Municipe D. Raffaele Perrone, ne lo interrogai, ed egli nel massimo segreto mi confidò, che ci era

l’ordine per l’alloggio di 600 Dragoni, ma che non ci era a temere. Io sul momento, rientro in casa ordinai raccoglier il migliore, per ritirarci in S. Maria Occorrevole. L’ora era tarda, andiedi adunque con mia moglie, e serva per restar in una casetta in Piedimonte, ma la padrona non ci volle accogliere, come che io le avessi promesso un regalo; dunque dopo l’Ave Maria, essendo cominciata ad entrar la truppa, cominciammo a salir la montagna continuamente battuti da un vento impetuosissimo, per cui caddi ben tre volte per via, vicino ad esalar lo spirito per l’affanno. Anticipai per un serviente di que’ padri Alcantarino, l’avviso al P. Guardiano F. Damaso di S. Pasquale, per esser accolto. Giungemmo alle due circa della notte, ruinati. Mia moglie andié alla stanza dell’affittatore, ed io salii in convento, dove trovai D. Francesco di Tommaso, e molt’altra gente rifugiata, ed il Console Napolitano in Ancona D. Nicola Buccino col suo segretario, il quale mi disse, ch’egli contò tutta (la) truppa francese ch’entrò in Napoli, e che la numerò di 23 mila soldati, de’ quali 9 mila ne giunsero all’assedio di Napoli. Dopo otto giorni, li passai sempre vestito, e senza sonno, quella fù la prima notte che mi spogliai per riposare, lo stesso essendo accaduto a mia moglie, ed alla serva, ben vero feci situare due uomini di sentinella al Campanile ed alle tre Croci, per iscoprir, ed avvisarci, se ci era novità.

Stiedi tutto dì 16 sopra, e sino al mezzogiorno del dì 17 nella cui mattina il P. Guardiano fù chiamato del Presidente Gambella, da cui portatosi, ebbe un rimprovero, per parte del Generale, perche lo avevano denunciato, come sollevator de’ Castellani, e li disse, che il Generale l’avria fatto fucilare, se egli il Gambella non si fosse interposto. Onde salì semivivo, e mi giunse per corriere a posta un biglietto di D. Ortenzio Ragucci Giudice Civile Municipe nella cui casa si reggeva giustizia, con cui mi ordinava che tosto io fossi ritornato in casa, se non voleva incorrer nella pena di emigrato. Onde mi convenne rimbaligiare il più necessario, e scendermene. Andiedi sulla Municipalità, da cui contro ogni mio merito fui accolto con distinzione.

Intanto, in Piedemonte non si era ficcato il palo repubblicano sino al dì 16 allora quando vi giunse un commissario Lanfredi di Pietra Vairano, e ‘l piantò nel Mercato, dove sul subietto predicò il P. M. F. Ottavio Chiarizia Domenicano; ed assistendovi il prete D. Niccola di Amore, pronunziò queste parole: “Oh fatiche mie di sette anni, al fine le vedo compire” le quali ascoltate da certe donnicciuole, ed uomini, poi l’ebbe a costar la vita, come dirassi a suo luogo.

Cominciai a salir sulla Municipalità, che si reggeva a casa Ragucci, e sentendosi pe’ contorni di Contado di Molisii l’insurgenza de’ Disterrati, li quali attruppandosi givan facendo de’ grandi assassinj, e spargendosi che li Roccolani di Monfina sarebbonsi uniti con quelli a nostri danni, pensarono que’ del Governo di farne un rapporto al General Sambionetta, e vollero, che lo avessi concepito io, che per obbedire il feci, ed essendo rimasto il borrone in mano del Presidente Gambella, costui portatosi in Napoli, oltre di aver ottenuto di far la guardia, li fù promesso che Piedimonte sarebbe stato eretto in Cantone; ed interrogato di chi si potea servir nell’onestà degl’impieghi, il Gambella, supponendo di farmi un onore, mi diede in capo sopra gli altri, di che io finsi di esserli tenuto, non sapendo, com’io fuggiva da ogni carica, e ne

temeva più che della Galera; tanto vero, che mi attardai a dire al Ragucci, buon cattolico, e mio amicissimo, che avesse ancor egli trovato il pretesto di rinunciare, al che mi rispose: “Caro amico, e come devo fare. Oggi corre il fucile in correzione ancor del sospetto; trovatemi voi il modo, perche mi vedo perduto, né so come sortirne”.

Tenne quindi il 1° di quadragesima l’ordine di formasi la Truppa civica, io chiamato da municipi, mi opposi, prevedendo, che armare il popolo era cosa rischiosissima, tanto più perche aveano già concepiti li principii Repubblicani, e cominciava a mostrare insolita ferocia; e proposi di far continuar la Ronda pel buon ordine, di 20 uomini per giorno, distribuendone 10 per quartiere, e così fu fatto, e vollero, che io avessi preseduto alle Ronde, cosa che la eseguii per 15 giorni, dopo li quali francamente rinunciai, e fù stabilito il D. Federico Torti.

La Domenica ultima di carnevale, giunse da Napoli qui Francescantonio Ceglia in abito di ceffo di Battaglione, con patente amplissima di capitano, e commiss.o organizzatore di Basilicata, e di Piedemonte, e suoi casali, cosa che avea anche richiesta il nostro Principe D. Onorato Gaetani, il quale giungendo dopo il Ceglia, truovò eseguita l’impalazione di Piedimonte, e Vallata seguita nel lunedì ultimo di carnevale; nella mattina il Ceglia convocò Parlamento, e creò la nuova municipalità, quindi fe’ portare un grosso cipresso nella Piazza di S. Domenico, el’inalberò con nastri tricolorati, e corone, e banderuole, quindi al suon delle campane facendo gridare viva la Libertà, fece intuonar da Frati di S. Domenico, e nella Collegiata di S. Maria il Te Deum: io non vidi questa novità, ed incontratomi col Ceglia, costui mi sgridò con minaccia di esterminio il nostro quartier di Vallata, trattandoci da ribelli, così per il fatto de’10 Gennajo, come perche non avevamo piantato l’arbore della Libertà. Dico il vero, che ne concepii del timore, ma egli galoppando andava avanti, e rivolto a me che givali appresso, mi disse additando il sito di Porta Vallata avanti mia casa, che ivi voleva piantar l’arbore; io che guardando quelle ridicole minchionerie, non le voleva avanti mia casa, più che se fosse stato un corno, il dissuasi, onde risolvette metterlo avanti il Largo della Colleg.a nostra, dove la mattina seguente, fui da molti buoni paesani urtato ad andarci, per calmar il zelo furioso del Ceglia, siccome feci, e egli piantandosvi un allor con poche festucce, si diedero pochi segni di campana, e si gridò la Libertà ma non col cuore, dacche fra l’altre cose, quelli che v’intervennero furo per il più del numero di quelli che fecero foco de Francesi. Dico però che intanto c’intervenni in quanto desiderando il nostro quartiere dividersi da quel di Piedemonte, questa impalazione significava che un giorno poteva meglio ottenersi, oltre che il Torti pretese con impeto di farcelo piantare per lo stesso motivo, e per non veder in tutto schiava la Vallata de’ Piedemontesi, da quali venivam noi trattati come ribelli, e per cui il Ceglia nella publica piazza di S. Domenico disse, che la contrada nostra sarebbe rimasta sempre infelice, ne vi sarebbero cariche ed officii per il suo popolo.

Dopo pochi giorni venne qui un altro ladrone, ossia Commissario chiamato Vincenzo de Bottis di Pietra Vairano, e smontò a’ Casa Angelillis, dove anche pranzò, con gran cordoglio dell’Angelillis, che dovea, in tempi così critici, fingere; io mi trovai lì, ne prima, aveva io di tal uomo alcuna notizia, ma egli l’avea di me, ed a’ primo aspetto mi disse: “Cittadino Mezzala dassi, che quanto hai scritto contro la Repubblica, altrettanto hai da scriverne a fovore, ti sia

di regolamento”. Al tuono imponente così cui parlò, io non mi sgomentai, e li risposi così: “Sì, che ho in mano una penna, che scrive a talento” ed essendo sorriso col medico D. Antonio di Amore, lo seguii a’ passo in dietro, e ne udii un così mal costumato linguaggio, che senza ulterior avviso, ne giudicai, che non era né un Francese, né un Polacco, ma un vero arrapinatore. Lo stesso vi tornò dopo un mese, con due soldati, e con un imperioso comando voleva non meno di novanta canne di panno blù, per la truppa Francese; io accorsi per farlo arrestar come ladro dalli paesani in dispetto degli altri Commissari che ci erano, come di Gio. Guida Commiss.o Politico, e Gio. Fucci, Capitan di Gentarme; ma egli di galoppo scappò impaurito più della stessa paura, né più seppi di lui notizia; or lui fugito dissi al Guida, e Fucci, o il Bottis preso, o altra soddisfazione, farò toccar la campana; a questo mi si attruppò una folla di circa cinquecento uomini dipendenti da miei cenni, ma li Commissarii cominciarono ad esibirsi alle mie richieste, e tosto ne formarono relazione, che fù rimessa al Commissario del Capo Cantone del Volturno Vincenzo Battiloro: e qui finì quest’uomo che più non vidi.

Si gloriavano in quel campo li così detti Commissari di organizzar Paesi con farvi piantar pali, a qual oggetto venne qui, come fu detto il nostro Principe a’ 15 Febrajo, e perché trovò organizzata la Città dal Ceglia, commise al suo Governator di Capriata D. Gio. Crisostomo Sarrubbi piantarvi l’arbore in suo nome; e gli alifani presentendo lo stesso, si unirono in Parlamento, piantaron l’arbore, ed elessero la municipalità, restando frodato di farsi ‘l merito co’ Francesi, e col direttorio Napolitano. Ma è ben sapersi; che il Duca di lui Padre, antivedendo la prossima invasion de’ Francesi, concertò col figlio una simulata refuta de’ Feodi, colla riserba di una vitalizia pensione; e perché egli prima era stato del partito Francese, secondo ci svelò un suo cortigiano, che serviva sotto la di lui voce, temendo la inquisizion della Giunta Giacobinica, si dice, che si procurò l’infame incarico di Delatore, per passare per Realista, benché né Giacobino né Realista si possi dire: egli refutò li feudi, ad oggetto che, prevalendo li Francesi, egli mettevasi in salvo col Re, e ‘l figlio, buttandosi al partito de’ vincitori, conservava li Stati, e prevalendo il Re, egli riassumeva il dominio; come avvenne, perché ritiratosi in Palermo col Re, portandosi un forziere con centomila scuti, da avvalersene anche altrove, o in Inghilterra se si perdiva la Sicilia, in Palermo egli diriggeva per mezzo dei suoi aggenti lo Stato: né questa cabala fu più scoverta, perché no vi fu denunzia, e poi ebbe a costar la vita al figlio, che fu creduto vero Patriota, come a suo luogo dirassi.

segue la prima parte

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