Cronaca di un atto di brigantaggio (Domenico Coia detto Centrillo)
“11 Gennaio 1861
Relazione sul brigantaggio di Domenico Coja alias Centrillo
Don Luigi Marzullo cancelliere di Castellone”
La vasta area che comprende la Catena delle Mainarde, i Monti della Meta e le circostanti valli dell’Alto Volturno, dell’Alto Sangro e l’attuale basso frusinate, fu teatro nel decennio 1860-1870 delle gesta di numerose bande di briganti. Il fenomeno del brigantaggio che nelle epoche precedenti aveva imperversato nel Regno delle Due Sicilie con caratteristiche e motivazioni complesse, assunse nei primi anni del ‘860 connotazioni politiche e in quel territorio sopravvisse ancora per diversi anni rispetto ad altre zone dell’ex Regno.
La capacità di resistere più che altrove alla feroce repressione scatenata nei suoi confronti, (che impegnò ingenti forze del neo Esercito Italiano)1, puó essere ricondotta soprattutto a due motivi: la vicinanza con la frontiera dello Stato Pontificio nel quale le bande potevano trascorrere in sicurezza i mesi invernali e agevolmente riparare per sfuggire alla caccia delle truppe sabaude; la possibilità di sostentamento che nel periodo estivo trovavano presso gli stazzi dei pastori, spesso conniventi, che utilizzavano i pascoli di alta montagna per le loro greggi.
Domenico Fuoco e Luigi Alonzi da Sora (quest’ultimo detto Memmo O’ Chiavone), Croce di Tola (detto Crocitto per la sua statura che non superava il metro e quaranta centimetri), Nunzio Tamburrini originario di Roccaraso, Domenico Coia da Castelnuovo (detto Centrillo), sono soltanto alcuni dei nomi dei più famosi capobanda.
A proposito di Centrillo, protagonista del fatto di brigantaggio di cui si riporta la cronaca, nato a Castelnuovo al Volturno (IS) ma vissuto a Cardito (frazione di Vallerotonda) si legge:
“… fu un capobanda animosissimo ed operoso, molto ardito nelle sue operazioni, amante dei colpi strepitosi ed inaspettati, marciatore indefesso o manovratore espertissimo; tenne in continua lena le truppe, scorazzò le Mainarde, e tutta quella catena di asprissime montagne che da Sora ad Arce si stende a San Germano e Isernia. Arrecò danni ai popoli senza però aver mai versato sangue per truculenza d’animo e ferocia di carattere, anzi fu buono il più delle volte, e nel disarmo di Vallerotonda invadendo il corpo di guardia della Nazionale Milizia salutò rispettosamente l’immagine del Re d’Italia Vittorio Emanuele II.
Egli fu pure soldato borbonico e della peggior specie che vi sia, indomabile, insofferente di ogni più mite disciplina; venne condannato a più anni di carcere per atti riprovevoli d’indisciplina e per recidiva diserzione.
Appena sorsero le turbolenze politiche, che ridussero alla fuga la dinastia Borbonica, per far posto al Governo costituzionale del Re italiano, raccolse quanti ribaldi di sua specie trovò a sua mano, e si diede con efferatezza al brigantaggio, ricattando, devastando, incendiando poderi, ville e masserie.
Era piccolo e snello della persona, svelto, con viso mobile e vivace, piacevole, brunetto con pizzo e baffetti nericcioli.
Fu nel suo genere un buon capobanda, poiché mise sui fianchi la truppa senza cader mai nei tranelli tesigli, e lasciando sempre la peggio a coloro che s’incocciavano d’impadronirsene. Fu un ladro di buona stampa, un gran malfattore se si vuole, non un assassino”.2
Nel crepuscolo del Regno delle Due Sicilie, si distinse nella difesa della fortezza di Civitella del Tronto, coadiuvando dall’esterno la guarnigione borbonica che capitolerà solamente il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia.
Venne arrestato a Roma dalla Gendarmeria francese, consegnato al Governo italiano e processato a Cassino, dove con sentenza del 20 ottobre 1865 fu assolto insieme ad altri suoi compagni.
L’incursione di Centrillo dell’11 gennaio 1861 in Castellone è citata in molte opere che trattano del fenomeno del brigantaggio. Quanto segue è la trascrizione di una relazione il cui originale3 è stato rinvenuto alcuni anni orsono a Castellone4 tra le carte di famiglia del Sig. Alessandro Marzullo, il cui antenato Luigi Marzullo, estensore della relazione, venne coinvolto suo malgrado nell’avvenimento di cui fa il racconto in terza persona.
Roberto Pozzo
continua……
https://www.cassino2000.com/cdsc/studi/archivio/n16/n16p07.html


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