Alta Terra di Lavoro

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Da polemica nasce polemica

Posted by on Ago 15, 2025

Da polemica nasce polemica

Giuseppe Gangemi

Come è noto, Lombroso trova, nel cranio di tale Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia, una fossetta occipitale mediana e la proclama prova principe dell’atavismo di tutti i Meridionali.

Dentro il cranio scrive a matita che questo appartiene a un uomo di 69 anni, di Motta Santa Lucia, in Calabria, morto al Civico Spedale di Pavia il giorno 16 agosto 1864. Questi dati biografici forniti da Lombroso fanno presumere che sia nato nel 1795.

Domenico Iannantuoni (fondatore del Comitato NoLombroso) e Francesco Cefalì (ingegnere di Lametia Terme) e, separatamente da loro, Maria Teresa Milicia (Calabrese ricercatrice dell’Università di Padova), nel 2014 pubblicano libri in cui dichiarano che, effettivamente, a Motta Santa Lucia sono nati un Giuseppe Villella fu Pietro (classe 1802), dichiarato morto, a Pavia, il 15 novembre 1864 e un Giuseppe Villella fu Francesco (classe 1795) dichiarato morto, il 18 febbraio 1866, nella propria abitazione di Motta Santa Lucia.

Il primo dei due (il fu Pietro) condivide con il Giuseppe Villella di Lombroso (che non fornisce la paternità) l’anno di morte (1864), ma non il giorno (16 agosto per Lombroso contro 15 novembre per l’anagrafe del paese d’origine). Il secondo dei due (il fu Francesco) condivide con quello di Lombroso l’anno di nascita (il 1795) ma non l’anno di morte e nemmeno la data (16 agosto 1864 contro 18 febbraio 1866).

Iannantuoni e Cefalì si dicono sicuri che il cranio di Lombroso appartenga a Giuseppe Villella fu Francesco, che questi sia morto a Pavia, come dichiarato da Lombroso, il 16 agosto 1864 e che il certificato di morte emesso dall’anagrafe di Motta Santa Lucia (secondo cui Giuseppe Villella fu Francesco sarebbe morto giorno 18 febbraio 1866) sia un falso. Purtroppo, non riescono a portare alcun sostegno empirico a favore della loro affermazione e nemmeno una prova tendente a mostrare l’esistenza di una prassi abituale dei sindaci meridionali di dichiarare defunti nella propria abitazione molti che, invece, sono morti fuori dal Comune (anche solo nelle montagne vicine).

Al contrario, Maria Teresa Milicia dichiara con forza che esistono due sole possibili alternative: o il cranio appartiene a Giuseppe Villella fu Pietro (morto a Pavia all’età di 62 anni) oppure si tratta del cranio di un qualsiasi malcapitato morto chissà dove e quando: un’ignota capuzzella su cui “per distrazione o per colpevole intenzione”, Lombroso avrebbe scritto il nome di Giuseppe Villella.

Detto in altri termini, Milicia, tra i più convinti sostenitori del Museo Lombroso, afferma che, se non si tratta del cranio del fu Pietro, allora Lombroso potrebbe aver preso il cranio di un Piemontese o di un Lombardo e avere dichiarato, “per distrazione o per colpevole intenzione”, che si tratta del cranio di un Calabrese. Distrazione a parte, che risulta immediatamente poco credibile, sia Iannantoni e Cefalì, sia Milicia, avendo riscontrato evidenza empirica solo parziale alle affermazioni di Lombroso, se ne escono sostenendo che qualcuno ha falsificato qualcosa (lo stesso Lombroso o il sindaco di Motta Santa Lucia).

Non avevo mai pensato a nessuna delle due eventualità: che quella di Lombroso possa essere stata, fin dall’inizio, una “colpevole intenzione” di produrre una falsa teoria sull’atavismo criminale dei Meridionali, o che fosse una prassi abituale quella di falsificare i certificati di morte di quanti erano ritenuti briganti o spacciati per tali.

Attirato dalle notevoli implicazioni storico-scientifiche delle due ipotesi, sono andato a Torino a visitare il Museo Lombroso. Non ho trovato alcuna conferma o accenno all’ipotesi di Milicia. Solo una decina di anni dopo, troverò, in una pubblicazione di Franco Uzzi, ampie prove di falsificazione dei certificati di morte, da parte dei sindaci: solo a Lucera e nella Capitanata, 690 certificati di morti vengono redatti e firmati dai sindaci senza riferimento alla fucilazione dei defunti e controfirmati con una croce apposta da due testimoni analfabeti. Esattamente come è stata certificata, a Motta Santa Lucia, la morte di Giuseppe Villella fu Francesco: la firma del sindaco, una croce apposta da ciascuno dei testimoni analfabeti e nessun parente presente. Questa scoperta di Uzzi rende più probabile l’ipotesi che il cranio di Lombroso sia quello di Giuseppe Villella fu Francesco, Calabrese nato nel 1795 e morto a Pavia il 19 agosto 1864.

Comunque, al 2014, esisteva solo la controversia tra Iannantuoni-Cefalì da una parte, per il quali il Giuseppe Villella di Lombroso è figlio del fu Francesco e di Innocenza Chirillo, e Milicia dall’altra, per la quale il Giuseppe Villella è figlio del fu Pietro e di fu Cecilia Rizzo ed è nato a Motta Santa Lucia nel 1802. Quest’ultima, anzi, perentoriamente dichiara, in polemica diretta con Iannantoni e Cefalì: “Se al contrario, si ritiene non provata tale attribuzione [che il cranio sia quello di Giuseppe Villella fu Pietro, classe 1802], allora vuol dire che quel cranio potrebbe essere di un qualsiasi malcapitato sottoposto ad autopsia chissà dove e quando: un’ignota capuzzella su cui per distrazione o per colpevole intenzione, Lombroso avrebbe scritto il nome di Giuseppe Villella”.

Quest’ultima è un’ipotesi affascinante (che il cranio di Giuseppe Villella sia un falso costruito da Lombroso), ma purtroppo non vera perché Lombroso non era presente a Pavia al momento della morte del suo Villella e il suo cranio viene classificato da altri, non da lui.

Andato ad ascoltare a Padova una conferenza sul libro di Milicia, con relatori tutti favorevoli alle teorie Lombrosiane, ne esco determinato a dire la mia sulla controversia e scrivo un articolo che faccio uscire, nel giro di poche settimane, su una rivista, Foedus, di cui sono, al tempo, direttore. Nello scritto uso espressioni pesanti nei confronti dei sostenitori del Museo Lombroso. Ricevo una piccata e-mail di Alessandro Barbero: “Mercoledì 9 luglio 2014. Caro Collega, ho avuto occasione di scorrere un suo scritto (pubblicato, mi dicono, in una rivista da Lei diretta), in cui sono contenute espressioni pesantemente ingiuriose contro ‘i sostenitori del museo Lombroso’. Poiché ritengo di potermi considerare tra ‘i sostenitori del museo Lombroso’ … Le sarei grato se volesse confermarmi, o meno, che debbo ritenere riferite anche a me le espressioni da Lei impiegate … Come comprenderà, la Sua risposta mi aiuterà a meglio valutare anche l’opportunità di una querela penale e di una richiesta ufficiale di sanzioni disciplinari indirizzata al Suo rettore, che ci legge in copia, e a cui mi auguro vorrà inviare per conoscenza anche la sua risposta”.

Rispondo con un’e-mail lunga e articolata, anche se realmente rilevanti sono solo le prime righe: “10 luglio 2014. Caro Collega, non ero a conoscenza del fatto che Lei fosse un ‘sostenitore del museo Lombroso’. Lei non è mai stato nei miei pensieri, fin quando non ho ricevuto la Sua e-mail. Se si sente tirato in causa è cosa che, per quanto mi riguarda, non ha niente a che fare con quello che ho scritto …”.

Passano sette anni e racconto l’episodio nella Premessa al mio libro In punta di baionetta. In quel libro, rivelo che Barbero ha fatto un’affermazione falsa circa quanto sostenuto da due autori per accreditare la sua ipotesi che solo 4 o 5 prigionieri sono morti a Fenestrelle. Ricevo di nuovo un’e-mail di Barbero: “8 gennaio 2022. Caro collega, mi dicono che è uscito un libro a sua firma, intitolato In punta di baionetta, in cui sarebbe contenuta questa frase: ‘Un solo interlocutore si comporta, con me, in modo particolarmente aggressivo: un collega universitario, prof. Alessandro Barbero, mi comunica, servendosi dell’indirizzo della mia e-mail personale, di avere segnalato il mio scritto al rettore dell’Università di Padova, prof. Giuseppe Zaccaria, e di avere richiesto sanzioni disciplinari nei miei confronti. Contemporaneamente, mi chiede se alcune mie affermazioni contro i sostenitori del Museo Lombroso siano rivolte alla sua persona. Nel caso, mi anticipa la sua intenzione di querelarmi’. Siccome le confesso di non avere alcun ricordo di questa mia comunicazione rivolta a lei, né tanto meno di aver mai scritto al rettore Zaccaria, ma so di avere poca memoria, e quindi mi fido interamente della sua affermazione, potrebbe, per mia tranquillità, rimandarmi copia di quella corrispondenza, in modo che io possa avere più piena cognizione dei fatti?”.

Nella mia risposta, sono sempre importanti le prime righe: “9 gennaio 2022. Caro Collega, l’e-mail a cui mi riferisco nel mio libro mi è stata da lei spedita, mercoledì 9 luglio, alle ore 21.06, dal suo indirizzo …, al mio indirizzo … e per conoscenza anche al Magnifico Rettore dell’Università di Padova (…), che era a quel tempo il prof. Giuseppe Zaccaria”.

Ricevo un’ulteriore e-mail da Barbero: “9 gennaio 2022. Caro collega, la ringrazio di avermi aiutato a ricordare vicende di cui avevo felicemente dimenticato ogni cosa. Ma, mi scusi, in che modo la mia e-mail può essere usata come fonte per dichiarare che io avrei ‘richiesto sanzioni disciplinari’ nei suoi confronti? Mi aiuti, per cortesia, anche a capire il fondamento di questa sua affermazione che, in buona lingua italiana, al passato prossimo indicativo, risulta inequivocabilmente riferirsi a fatti effettivamente avvenuti e non soltanto adombrati come eventualità futura (‘mi comunica … di avere richiesto sanzioni disciplinari nei miei confronti’)”.

Rispondo dopo due giorni perché ho ritenuto prudente farmi suggerire una risposta tecnica da un collega avvocato: “11 gennaio 2022. Caro Collega, il tutto nasce dal fatto che l’invio della sua e-mail all’indirizzo del Rettore, con la richiesta di estendere al medesimo la mia risposta, ha trasformato la sua in un oggettivo invito a dare spiegazioni alla massima carica istituzionale dell’Ateneo. Notiziato il Rettore, la sua e-mail ha assunto i connotati di una – sostanziale – segnalazione formale, a fronte della quale mi sono visto obbligato a difendermi, inviando la risposta per conoscenza al mio Rettore, senza alcuna garanzia di giusto procedimento”.

Vorrei far notare che Barbero si mostra molto reattivo quando, nel 2014, si tratta di difendere il Museo Lombroso e poco reattivo, al limite dell’indifferenza, sette anni dopo, nei confronti delle mie osservazioni a un suo libro, I prigionieri di casa Savoja. Eppure il mio volume, In punta di baionetta, è una sistematica critica del suo spinta fino a rimproverargli omissioni, errori e persino una citazione falsificata in un punto decisivo.

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