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Da un inizio avventato e irresistibile alla perdita di fiducia nei confronti di Ruffo

Posted by on Lug 27, 2026

Da un inizio avventato e irresistibile alla perdita di fiducia nei confronti di Ruffo

Giuseppe Gangemi

Si fa un gran denunciare la fortuna di Ruffo nella sua impesa di liberazione del Regno di Sicilia di qua dal faro. Solo che non si tratta di fortuna quanto di coinvolgimento dei sottoposti, soprattutto dei capimassa. Questi, spesso, prendono delle iniziative avventate e lo fanno con tanta determinazione che finiscono per ottenere risultati giudicati, a tavolino, dagli avversari e dagli storici, impossibili. Uno di questi risultati è la conquista di getto di Napoli. Entrano in Napoli, sulla sera del 13 giugno, solo alcune avanguardie e hanno uno scontro sul Ponte della Maddalena con i Giacobini. La sorpresa porta i Sanfedisti a prevalere ed essi fanno di quel luogo la loro “testa di ponte”. I Giacobini in fuga, si rifugiano nei forti dove raccontano l’accaduto e il fatto che i Sanfedisti sono pochi.

Gli uomini di Ruffo sono consapevoli di quello che succederà l’indomani: i Giacobini ritorneranno in forze per riconquistare il ponte e ricacciare gli intrusi poco numerosi per resistere. Anche i Sanfedisti mandano messi per avvisare i compagni, fuori Napoli, dell’avvenuto e di quello che avverrà, presumibilmente all’alba. Solo che un’iniziativa pazzesca, incredibile e avventata, impedisce che quanto prevedibile si realizzi. Così la racconta Gennaro De Crescenzo, citando tre fonti (il manoscritto Diario della casa de’ Santissimi Apostoli dal 1744 al 1805, Helfer e Cimbalo): “Ad ore due di notte, alcuni calabresi a cavallo, dalle spiagge e da Porta Capuana entravano di corsa in città al grido di Viva il Re e le finestre si illuminavano, i terrazzi si riempivano di gente da una strada all’altra e molti uscivano dalle loro case piangendo di gioia e baciando la terra che sentivano ormai libera: il grido si moltiplicava in un momento quasi si fusse torrente e la voce diventa universale e le campane già fanno eco. Altri ancora avanzandosi a cavallo spronato si facevano sentire la voce del – Chi viva? – perché il popolo ansioso della sua redenzione cominciava a gridare per ogni parte – Viva il Re, viva il Re –” (De Crescenzo 1999, 125-126). E il temuto attacco non viene più: i Giacobini rimangono chiusi nei loro castelli. Nei giorni seguenti, i Sanfedisti li attaccano, sempre con incredibile e avventata irruenza .

L’euforia, l’entusiasmo e la fede nella vittoria durano fino alla prima sconfitta. Di questa, se ne sorprendono tanto da convincersi di essere stati traditi. Se la prendono con due ufficiali che, secondo loro, “avevano fatto segno ai nemici situati sul monte” e provocato il “rovescio nell’attacco sotto S. Martino”. Li prendono, li uccidono, tagliano loro la testa e la portano in giro per Napoli e i loro corpi vengono “bruciati all’Olivella” (De Nicola 1906, I, 223).

L’episodio dei due ufficiali uccisi si trova raccontato anche da Diomede Marinelli con particolari diversi circa il numero (gli ufficiali sono tre e non due), circa la spiegazione del perché dell’uccisione (“alcuni ufficiali dentro li cartacci vi mettevano carbone polverizzato invece di polvere”). Questo secondo racconto è, tuttavia, inficiato, da un errore certo: 1) la storia del carbone polverizzano e delle munizioni o bombe che non esplodono si è verificata a febbraio mentre Ruffo si trova a Catona (Sacchinelli 2020, 105) ed è confermata come responsabilità palermitana in margine ad un’arrabbiatura di Ruffo conseguita ad alcune lettere della Regina in cui invita il Cardinale a operare con “sommo rigore” perché ella ritiene necessario un “ripurgo di più migliaia di persone” e altro: “Avesse pensato, invece di perdere tempo in simili crisi di nervi, a tante cose quanto mai importanti, per esempio, s’arrabbia il Cardinale, alle bombe inviate cariche non di polvere ma di carbon pesto” (Roncuzzi 2022, 182). Alla fine del diario, Marinelli ammette l’errore e ne commette uno nuovo: “furono massacrati dal popolo quattro (sic!) officiali fedeli al Re”. All’errore segue l’ingiusta critica: “il barbaro popolaccio gli credette traditori. Fu un pretesto” (Battaglini 2000, 149 nota 333).

Ruffo ha tutti i motivi per risentirsi e collegare il carbone sostituito alle polveri perché è consapevole che “la scarsità di armamento lo costringe a contare soprattutto sulla forza del numero, con la conseguente necessità di accogliere chiunque si presenti senza poter discernere il grano dall’oglio” (Agnoli 1999, 97) e soprattutto di non capire che è la poca forza, di persone e di armamenti, a obbligarlo ad essere il più clemente possibile per ottenere il massimo di consenso possibile e di adesioni alla propria lotta. Nelson non ha questo bisogno perché è l’uomo che ha dietro le spalle un impero e vuole usare al massimo la propria forza sul luogo per dare un esempio che educhi le popolazioni di tutti i campi di battaglia, tentate dallo schierarsi con i Francesi o anche solo desiderosi di rimanersene neutrali, per subire i meno danni possibili. I sovrani napoletani finiscono per aderire alla strategia imperiale di Nelson che non è loro congeniale perché non governano un impero, non si battono in uno dei tanti scacchieri di guerra dell’Europa, dove vengono abitualmente sconfitti da Napoleone, o del Mediterraneo, dove invece, altrettanto abitualmente, sconfiggono gli ammiragli francesi. Essi non intravvedono in quella di Ruffo l’unica strategia congeniale a quei piccoli Regni la cui sopravvivenza si gioca su un unico scacchiere di guerra nel quale è importante non solo vincere, ma anche farlo in modo da ridurre al minimo le tensioni interne del dopoguerra.

La violenza rabbiosa dei Francesi è una strategia comprensibile perché anche loro, come gli Inglesi, adoperano una strategia congeniale al loro essere un impero. L’uccisione di 60.000 napoletani è uno strumento per ridurre all’impotenza il popolo napoletano, dopo aver sconfitto il suo esercito. Una strategia imperiale come quella denunciata da Publio Cornelio Tacito: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. Non sono miti, bensì belve, quei Giacobini che protestano perché questa pace viene violata: “Il popolaccio napoletano, stato tranquillo fino a quel momento, al primo contatto di quelle acque impure [gli uomini di Ruffo], si agitò e si mise in furore, peggio assai di un mar tempestoso” (Ricciardi 1994, 80).

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