DAL LATINO ALLA NOSTRA BELLA LINGUA LABORINA CASSINESE
Non so quanti conoscano l’espressione dialettale “Mò cë magnàmmö càpä rë ziviciénzö”, per dire che non abbiamo nulla da mangiare: letteralmente: ora mangiamo la testa di zio Vincenzo.
La si usava anche – più opportunamente – per definire una persona di poco conto o uno che non capisce nulla: “Chìgliö è na càpä rë ziviciénzö”.
Ma cosa c’entra lo zio Vincenzo?
Assolutamente nulla.
L’espressione, quasi del tutto dismessa, è una deformazione del latino classico “caput sine censu”, ossia nullatenente.
Nel mondo romano si usava fare il censimento dei beni e dei possessori di beni per stabilire lo stato sociale e la capacità retributiva da tassare. Per questa incombenza si attivavano i “censori”. Quando si trattava di nuttatenenti nei registri si annotava “sine censu”.
Di qui l’assonanza con “zi Vincenzo” ha fatto il resto.
Come si fa a non amare il nostro dialetto?


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