Dalle bugie e silenzi alle indagini sulla Calabria, dopo il Terremoto del 1783
Giuseppe Gangemi
Giorno 14 febbraio 1783 arriva a Madrid notizia del terremoto di Messina e Carlo III re di Spagna, dal 1734 al 1759 re di Napoli e Sicilia, scrive a suo figlio Ferdinando IV re di Napoli per chiedere notizia dei danni patiti dai suoi ex sudditi. In effetti, le lettere sono spedite e ricevute dai capi del governo.
Nella risposta di giorno 18 febbraio, il Marchese della Sambuca fornisce al Conte di Floridablanca a Madris solo notizie relative a Messina (notizie che non può negare perché le navi ormeggiate nel porto di Messina al momento del terremoto sono tornate per i porti di tutto il Mediterraneo). Se ne dovrebbe concludere che, a Napoli non si sa niente dei molto più gravi danni in Calabria (l’epicentro della prima forte scossa è stato in Aspromonte settentrionale, l’epicentro della seconda scossa a Scilla e l’epicentro della terza a Gerocarne). Invece, si sa per certo che la Corte di Napoli sapeva.
“La fregata Santa Dorotea entrò nel Golfo di Napoli a vele spiegate e si diresse così fin quasi dentro la rada. Il capitano non attese l’ormeggio e raggiunse in scialuppa il Comando di Dogana. Da qui fu accompagnato alla presenza del Re che stava assistendo a uno spettacolo musicale al teatro San Carlo. Il Re interruppe la manifestazione per ascoltare il capitano. Era il 14 febbraio 1783” (Puntillo 2015, 3). Queste le notizie comunicate: “Maestà: la soave Calabria è distrutta”. Dalla sua nave, costeggiando la Calabria, i marinai hanno visto elevarsi colonne di fumo da città e paesi e falde di monte franate a valle da Reggio Calabria a Catanzaro. “Si vedevano anche provenire da sopra Bagnara, i vapori di un lago formatosi fra Oppido e Palmi, che continuava una debole attività dopo che durante il terremoto, una volta creatosi spontaneamente, aveva lanciato in alto colonne d’acqua bollente” (Puntillo 2015, 3). Si dice che il lago si sia formato per l’unione di due montagne, ovvero di due falde di monte che, franando l’una verso l’altra, ostruiscono il fiume che le separa. Come mostra la mappa dell’Aspromonte settentrionale, di grandi laghi se ne formano, nella zona, tre: a Santa Cristina vecchio (a sinistra nella mappa), a Oppido vecchio (al centro) e a Cosoleto vecchio (in alto nella mappa). Eventuali vapori risalenti da ciascuno dei tre laghi avrebbero potuto vedersi da Bagnara, che si trova oltre la linea superiore della cartina. Il lago da cui sono stati visti stagliarti al cielo è il secondo, sotto Oppido. È questo lago che è nato con colonne di acqua calda scaturite dal terreno, ma le acque di tutti i tre laghi sono inquinate dai centinaia di cadaveri di animali e dai corpi delle persone morte a causa della prima scossa.
I primi a tornare in Calabria sono i principali feudatari, i Ruffo, i Carafa, i Sanseverino, etc. Sono allarmati per i disordini scoppiati sui luoghi terremotati, causati dalla mancanza di derrate alimentari. Solo più tardi partono da Napoli due grandi bastimenti che attraccano a Reggio e Pizzo con farina e gallette che, nel giro di una settimana, finiscono (cfr. relazione Coccia). I feudatari aprono i loro magazzini e mettono a disposizione le riserve alimentari. Saranno ripagati con lo schierarsi delle popolazioni dalla parte di questi quando arriva l’ordine, da Napoli, di controllare i titoli di proprietà delle loro terre (il fenomeno delle usurpazioni di terre demaniali si era accentuato con il terremoto).
I buoni rapporti si mantengono solo per pochi anni. Già nel 1784, Déodat de Dolomieu, un geologo destinato a diventare famoso, rivela che è in corso un forte conflitto di opinioni tra proprietari e popolazione su chi abbia provocato l’epidemia durata un anno.
Secondo il facente funzione di Protopapa, a Santa Cristina, l’epidemia comincia a luglio e già in autunno fa 185 morti tra i 600 sopravvissuti e circa altri 100 entro marzo e finisce nel luglio 1784 (Molluso 1985, 39). Muoiono, quindi, il 50% dei sopravvissuti in quel paese certamente il più martoriato. Chi o cosa causa questa epidemia? Secondo Carlo Botta, che scrive nel 1832, i sopravvissuti, “quegli uomini spietati, se soli erano ed in deserti luoghi, rubavano, e lasciavano in vita i miseri sepolti, senza punto né delle loro grida, né delle loro strida curarsi; ma quando temevano che alcuni li vedesse, o gente sopraggiungesse, ammazzavano, o calpestavano, soppozzando, o con rottami acciaccando coloro cui rubato avevano, più crudi in ciò che l’orrido flagello che allora la patria subissava” (Botta 1853, 247). Secondo Elia Tomasi, che è stato sul posto durante l’epidemia, non è affatto così: “Non si sente più nessun furto, né s’incontra un malvivente o scorridore di campagna. Ognuno trema di andare a Monteleone, e al nome del Vicario Generale [Pignatelli]. False dunque sono tutte le voci sparse di malviventi e ladri, che girano per le province” (Placanica 1982, 113).
Spiega inoltre che il vero motivo dell’epidemia è il fatto che, “senza riguardo si manda il bestiame de’ galantuomini a farlo pascolare: locché vede bene V.E. [Pignatelli] che può accaggionare un danno infinito” (Placanica 1982, 111). Si abbevera nei laghi ormai putridi e si ammala. Quando muoiono, vengono mangiati per la scarsezza di cibo. Così l’epidemia si diffonde anche tra le popolazioni.
È solo la prima delle cause che antagonizzano popolazione e proprietari. Un secondo motivo lo sottolineano Giovanni Vivenzio (1788, 283) e Tomasi (1985, 83): il terremoto, con lo sconvolgimento delle campagne, moltiplica il numero delle usurpazioni e la costituzione della Cassa Sacra provoca il passaggio delle terre della Chiesa ai privati con conseguente negazioni degli usi civici (spigolare, raccolta legna e frutti spontanei, etc.). Il processo è troppo rapido e provoca tensioni molto forti tra le classi.
Per cercare di trovare politiche adeguate viene, dal re, richiesto a Vivenzio di aggiornare, nel 1788, il suo instant book, a Luigi De Medici e a Giuseppe Maria Galanti di presentare una relazione sulle cause dei conflitti sociali che metteranno i Calabresi contro i proprietari nel 1799.


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