Danilo Balestrieri, Autodistruzione individuale e culturale
Gianandrea de Antonellis
Suicidio e pregiudizio antimeridionale: due argomenti, all’apparenza senza nessuna connessione. Ma a parte la identica penna di Danilo Balestrieri ed il fatto che i due scritti concludano il suo percorso universitario (laurea triennale e laurea magistrale), c’è un elemento ulteriore che unisce questi due concetti.
Il pregiudizio meridionale è troppo esteso per poter pensare unicamente a un difetto nelle sinapsi neuronali dei settentrionali oppure nella effettiva inferiorità di chi proviene dai territori dell’ex Regno di Napoli e di Sicilia.
Il problema è dovuto anche al fatto che, anziché comprendere le cause di un determinato comportamento (un procedimento obiettivamente difficile, tanto da risultare ostico, nonostante anni di studio, anche a molti celebri docenti universitari) sia più semplice superare il problema liberandosene, anziché affrontarlo e risolverlo. E ciò avviene attraverso un procedimento di assimilazione.
Forse qualcuno ricorderà un passaggio del film Pane e cioccolata (1973) di Franco Brusati, in cui un ottimo Nino Manfredi, emigrato in Svizzera, pur di evitare il rimpatrio si tinge i capelli di biondo, viene scambiato per un elvetico e, in un bar, inizia a tifare Germania guardando alla televisione una partita contro l’Italia.
Ho fatto questo esempio (nel corso del saggio si incontreranno vari riferimenti a pellicole cinematografiche), perché, da sempre, tra i peggiori detrattori dei meridionali (ma preferirei dire: degli ex regnicoli) si trovano appunto gli emigrati.
Non a caso, la leggenda nera antiborbonica esplose dopo il 1848 “grazie” ai fuoriusciti (ovvero ai rivoluzionari napolitani che, avendo avuta salva la vita, anziché essere inviati a “ballare” in piazza del Mercato furono esiliati e si rifugiarono all’estero, in particolar modo a Torino e a Londra, da dove iniziarono ad intessere le trame eversive: le due celebri Lettere al Conte di Aberdeen sui processi politici del governo napoletano in cui si bollò il regno di Ferdinando II come «negazione di Dio eretta a sistema di governo»sono frutto – come la notoria frase stessa – in primo luogo delle calunnie degli stessi Napolitani. Una operazione manipolatoria che affonda le radici nella campagna di stampa del Monitore napolitano del 1799, preceduta in tempi più recenti dal saggio di Pietro Colletta e seguita (tra gli altri) da Giovanni La Cecilia: tutti napolitani che contribuirono ad alimentare il giudizio negativo sulla propria patria.
“Suicidio”, dunque, fu quello dei fuoriusciti del 1848, che alimentarono la leggenda nera antiborbonica ed antinapolitana; “suicidio”, con le pressoché identiche modalità, è stato (e continua ad essere) quello degli emigrati al Nord, in particolare degli appartenenti alla seconda generazione e alle successive, che per sentirsi ancor più integrati nella società settentrionale, sono portati non solo a nascondere, ma addirittura a rinnegare le proprie origini, e magari a dimostrare tale frattura attraverso l’ostentazione del disprezzo antimeridionale.
I due temi trattati da Danilo Balestrieri, accomunati dalla forma della attenta ricerca scientifica della tesi di laurea e dagli interessi dell’autore, che ha approfondito nel corso degli anni quanto scritto per l’Università, affrontano quindi due problemi non privi di caratteristiche che li accomunano.
Al di là degli aspetti comuni, va comunque sottolineato l’interesse che ciascuno dei due studi riveste: quello sul suicidio, affrontando il problema da un innovativo punto di vista socio-psicologico o meglio, nelle intenzioni dell’autore, social-psicologico, essendo Balestrieri un fautore della teoria per cui i problemi psicologici non si risolvono chiudendosi in se stessi (magari con lunghissime – quanto inutili – sedute psicoanalitiche, alla ricerca di improbabili traumi pre- o post-natali rimossi…), bensì nel confrontarsi con gli altri, vivendo un’esistenza di rapporti sociali e di amicizia. Il secondo tema, quello del pregiudizio, viene affrontato attraverso una attenta analisi delle notizie pubblicate da giornali, lette in giornali-radio e telegiornali o diffuse da agenzie di stampa, ritagliando un preciso segmento temporale per notare il modo differente utilizzato nel presentare un identico – identico! – episodio di cronaca: sottolineato come riprovevole azione barbarica, se accade al Sud; liquidato come semplice incidente, se avviene al Nord…
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Il binomio suicidio/rifiuto delle proprie origini è efficacemente compendiato nella formula «Ammazziamo Pulcinella!», qui ben sintetizzata in un “post” che ironizza sullo scioglimento del sangue di San Gennaro, apparso sulla pagina Facebook del giornalista/blogger Angelo Forgione il 19 settembre (memoria del Santo) 2019: «Io sono per uccidere Pulcinella, ossia eliminare la napoletanità patologica fatta di vizi congeniti e ancestrali che rovina il nostro popolo».
Notevoli gli altri commenti: «Alle soglie del 2020 è ora di finirla con questa buffonata del sangue», «Non ne posso più di questa napoletanità d’accatto», «Sai quanti camorristi erano presenti alla celebrazione della Santa messa». Per quello che valgono le esternazioni estemporanee dei vari “leoni da tastiera”, il supporto al giornalista napoletano, apparentemente critico verso l’interesse (a suo avviso eccessivo, chissà perché) per il miracolo, è fatto in nome di una nuova napoletanità (una napoletanità 2.0, rigidamente aggiornata all’ultima moda progressista) da lettori napoletani.
La formula in questione fu coniata (o almeno resa nota) da Ottorino Gurgo con il suo omonimo (e forse eponimo) romanzo Ammazziamo Pulcinella! (Guida, Napoli 2007), in cui la maschera partenopea (incarnatasi e decisa a mostrarsi finalmente ai Napoletani) diventa il simbolo del deterioramento della città, spingendo un gruppuscolo di “eroi” (un giovane magistrato e tre studenti ribelli) a compiere un «necessario atto liberatorio e salvifico: uccidere Pulcinella». Va detto che, a livello letterario il concetto è stato invece ribaltato da un altro scrittore napoletano, Massimo Torre, con la sua trilogia (Chi ha paura di Pulcinella?, E/O, Roma 2014; Uccidete Pulcinella, ivi 2015; e La giustizia di Pulcinella, ivi 2017) in cui il querulo e tremulo acerrano si trasforma in coraggioso eroe vendicatore, che opera nel sottosuolo cittadino e, abilissimo hacker, riesce a piegare la camorra.
Andando al di là delle questioni letterarie e al di sopra (molto al di sopra) delle beghe su Facebook, il concetto di «uccidere Pulcinella», uccidere l’essenza della propria terra, considerandola solamente passata e morta, anziché tuttora presente e viva, è un atto altamente simbolico di demolizione della tradizione, che ha un terribile parallelo, mutatis mutandis, nella decapitazione del proprio Re attuata dai rivoluzionari: significa rinunciare – nel modo più violento e brutale possibile – non solo all’essenza della patria, ma direttamente alla propria essenza.
Del resto, la Rivoluzione consiste esattamente in questo: non nel migliorare l’esistente (il che invece è proprio della Tradizione), bensì nel distruggere tutto il passato, fare tabula rasa, e ricominciare da zero sulle rovine, senza considerare (o più correttamente, considerando un male necessario; anzi, peggio, un bene necessario) tutto l’immenso dolore provocato, tutto il tributo di sangue e di morte sparsi. Il Terrore (conseguenza necessaria e non degenerazione della Rivoluzione) non è concepito come un male, bensì come un bene perché porterà al trionfo dell’ideologia rivoluzionaria.
Il nostro passato (ci piaccia o no) fa parte di noi: così come le colpe di padri ricadono sui figli (e viceversa: i meriti dei padri avvantaggiano i figli – nonché colpe e meriti dei figli illustrano o avviliscono i padri), negare o cancellare il proprio trascorso (obiettivo, questo, della cancel culture) significa condannarsi (ancora una volta) al suicidio.
«Chi rinnega il proprio passato non merita futuro»: un motto che vale per i singoli e, a maggior ragione, per i popoli. Il delirio che ha accompagnato le proteste del movimento blm (in sostanza, vergognarsi della civiltà cristiana) ha il suo riscontro a livello personale nel delirio della “carriere alias” e della istigazione al genderismo (che è una sorta di suicidio, necessitando la distruzione della propria reale essenza in nome di un capriccio momentaneo, che si rischia di pagare caro, magari con un suicidio vero e proprio: negli Usa, l’81% dei transgender ha pensato al suicidio e il 42% lo ha tentato).
Nello specifico caso napolitano, già ciò era avvenuto rinnegando un periodo fondamentale della propria storia patria, i due splendidi “secoli d’oro” che vanno dal 1504 al 1700. Vergognarsi dell’ispanità, assurdamente dipinta come momento di massima crisi – sorta di barbarie da cui si uscì solo con l’avvento di Carlo di Borbone – anziché considerarla come massimo momento di splendore, quando Napoli era non la capitale di un piccolo Stato destinato a subire la “protezione” del leone (o, più correttamente, lenone) inglese, bensì «la più bella gemma della corona delle Spagne» (Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola, iv, Controcorrente, Napoli 2012, p. 40), vale a dire del più importante impero dell’epoca, ha costituito un “suicidio” di cui tuttora si pagano le conseguenze.
Va detto che fin dall’arrivo dei Borbone a Napoli, l’attacco al periodo ispanico fu un “mantra” che venne ripetuto costantemente dalla intellighenzia illuminista, ripetuto tante volte che finì per essere fatto proprio dagli stessi storiografi filo-borbonici e finì sulla bocca dello stesso Francesco II, che nel lasciare la Capitale per ritirarsi a Gaeta non trova di meglio che presentarsi quale «discendente d’una dinastia che per 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori d’un lungo governo viceregnale».
La negazione della realtà (parlare di barbarie di fronte all’innegabile esplosione artistica del periodo ispanico, come se questa non nascesse da quella stessa mentalità che veniva bollata con infamia con il termine spagnolismo), sostenendo una “scissione” tra il fortemente cattolico spirito ispanico e la grandiosità architettonica, pittorica, urbanistica di quello stesso periodo, come se non vi fosse – ripeto – uno strettissimo, indissolubile rapporto tra quello spirito e quella espressione artistica, espressione che – nella mente dei critici moderni – sarebbe quindi nata non grazie, ma nonostante la mentalità ispanica, diventa un vero e proprio suicidio politico – oltre che un atto estremamente stupido e che va contro la realtà dei fatti – sorto per ragioni di propaganda anticattolica nel secolo dei lumi ed adottato (più o meno coscientemente) anche da coloro che più di tutti avrebbero dovuto avversarlo: i membri della Casa regnante.
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Tornando al presente volume, mi auguro che questi due primi (as)saggi della capacità di Danilo Balestrieri – che usualmente preferisce parlare direttamente a chi viene in diretto contatto con lui, anziché rivolgersi a un pubblico di ignoti lettori, oltre a donarci un auspicio favorevole riguardo a quelle che possono essere le prospettive delle generazioni future, in termini di raziocinio (ringraziando Iddio, non esistono solo Youtuber e Tiktoker!), lo spingano a utilizzare più spesso la non mai obsoleta forma-libro per raccogliere i suoi ragionamenti.
Aniello Danilo Balestrieri, Autodistruzione individuale e culturale. Riflessioni psico-sociologiche sul suicidio. Meccanismi del pregiudizio antimeridionale, D’Amico, Nocera Superiore 2025, p. 160


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