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Dante … moderno

Posted by on Mag 4, 2022

Dante … moderno

Già 2022 … sono trascorsi ben 700 anni dalla morte del Sommo Poeta.
Potevo non partecipare a questa celebrazione? … ovviamente in chiave “Lazzaro Napoletano”.

Quindi, riprendo in parte e modifico ciò che scrissero Vincenzo Morvillo (presentando «’O Purgatorio» di Raffaele Chiurazzi – Edizioni Bideri 1965), Mario Stefanile (nel saggio introduttivo a «’N Paraviso» di Ferdinando Russo – Edizioni Bideri 1971), Tommaso Gaeta (nella prefazione di «All’Inferno» di Pasquale Ruocco – Edizioni Bideri 1966) e Vittorio Criscuolo («La Divina Commedia napoletana: un’originale reinterpretazione del capolavoro dantesco» – in «L’Italianistica oggi: ricerca e didattica», Atti del XIX Congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti, Roma 9-12 settembre 2015).


In quest’anno di celebrazioni dantesche, per la ricorrenza del settimo centenario della morte del Poeta, fra le tante pubblicazioni che rinverdiscono la gloria del poema immortale, non sarà inopportuno ripresentare alcuni versi dei tre volumi, dovuti a tre insigni poeti nostri, che, riuniti insieme, costituiscono la «Divina Commedia Napoletana».
Non si tratta di un’opera omogenea, perchè i tre poemetti non sono concatenati fra loro se non da un filo ideale che si ispira alla visione dantesca, concepiti in un’ottica squisitamente popolare, dando vita ad una vivacissima scena di puro ambiente napoletano, in un continuo confronto con il capolavoro di Dante e ritrovando nel regno dei morti le anime di tipici personaggi partenopei che si muovono nell’ambito di divertenti ed a volte tragici episodi.

Il primo ad immaginare il suo stravagante cammino nell’oltretomba fu Ferdinando Russo con la realizzazione di «’N Paraviso» (1891); fu poi la volta di Pasquale Ruocco con la composizione di «All’Inferno» (1943) e infine Raffaele Chiurazzi con «ʼO Purgatorio» (1949).

Ferdinando Russo in una breve e interessante prefazione ricorda di essersi ispirato per la descrizione del Paradiso alla entusiasmante ascensione da lui stesso compiuta, per mostrare sprezzo del pericolo più che per scientifica curiosità, il 19 aprile del 1891, sul pallone aerostatico del capitano svizzero Eduard Spelterini, e confessa di aver composto il poemetto nell’arco di una sola notte, nella redazione del «Pungolo», dovendo consegnare all’editore Pirro un manoscritto inedito per pagare un debito di gioco di cinquecento lire.
La visione sfavillante di Napoli, rimirata «a tremila e seicento metri d’altezza», nel corso di quell’insolita escursione, gli offriva materia per descrivere e trasfigurare la sua amata città, proiettando nell’Empireo i modi di fare e di dire dei suoi abitanti, il loro fitto coro di voci, le loro debolezze e le loro magagne.
Ci si rende conto che il paradiso descritto da Russo non ha nulla di divino, anzi si trasforma in una Napoli «al di là delle sfere celesti», dove Dio, santi e beati, presentati con una fanciullesca allegria che li priva di qualsiasi aurea divina, parlano in dialetto, spettegolano come uomini e si muovono con esuberanza tipicamente partenopea, mentre svolgono le svariate occupazioni della loro agiografia cristiana.

In un pomeriggio estivo iniza il viaggio del Ruocco. Il poeta, accompagnato da alcuni amici, siede in una cantina di fronte al mare, sotto un pergolato di pampini, e consuma le pietanze preparate dalla socievole e bella ostessa donna Carmela.
Al calare delle notte, Ruocco, lasciata l’allegra brigata, si trova improvvisamente solo ad attraversare una strada «scura e stramana»; ma ecco che nel buio appare il Virgilio di questo inferno napoletanizzato: Ferdinando Russo, venuto dal paradiso per accompagnare nel regno dei dannati il suo amico che la diritta via aveva smarrito, non per un traviamento di natura religiosa, ma per la sua vita licenziosa e dissoluta.
I due proseguono il loro cammino, oscuro irto di insidie, senza mai voltarsi indietro, seguendo in questo modo la raccomandazione che l’angelo guardiano fece a Dante e a Virgilio nel IX canto del Purgatorio, prima di entrare nel secondo regno dell’aldilà.
Gli abissi infernali assomigliano terribilmente a Napoli: come Russo, anche egli modella il suo aldilà su ciò che ha visto nel mondo reale, attribuendo all’inferno caratteristiche partenopee. E infatti, dalla voragine infuocata egli ode salire le voci e i rumori del suo popolo intento alle attività quotidiane. Perfino Satanasso, sotto il suo terribile aspetto, rivela un autentico animo napoletano invitandolo nella sua confortevole casa per bere un rosolio di mandarino preparato dalla sua diavolessa.

In una sera piovosa d’inverno prende via la fantastica avventura di Raffaele Chiurazzi, che in compagnia di Russo, Di Giacomo, Capurro, Postiglione, consuma nella friggitoria Triunfo, in Via dei Tribunali, una montagna di frittelle, accompagnandole copiosamente da un ottimo vino. Lasciata la comitiva, Don Raffaele si incammina per una strada fangosa e oscura, finché incontra un vecchio Mago, nel quale è possibile riconoscere un novello Catone, che attraverso uno specchio fatato, lo trasporta in quel secondo regno «ove l’uman spirito si purga».
Senza nessuna guida, Chiurazzi tra i «vapori rossastri» incontra inaspettatamente Giovanni Pantalena, Eduardo Scarpetta, Federico Stella e addirittura Assunta Spina (una moderna Pia dei Tolomei). La bella «figliuola bruna con il volto sfregiato» confida al mortale che neanche nell’altro mondo riesce a trovare un po’ di pace, poiché la sua vita continua ad essere ridicolizzata nel teatro d’arte e persino al cinema con un film, interpretato da Anna Magnani e Edurado de Filippo.
Questo viaggio ultraterreno si conclude con il risveglio del poeta, che ringrazia il mago per quell’insolita esperienza e corre nella sua casa del vicolo dei ‘Cristallini’ per annotare ciò che ha visto.

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