Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

DATE A CESARE ………LA QUESTIONE MERIDIONALE

Posted by on Lug 20, 2021

DATE A CESARE ………LA QUESTIONE MERIDIONALE

I Savoia avevano detto 
“L’Italia? È un carciofo di cui i Savoia mangeranno una foglia alla volta…. In fondo la storia delle corone europee è singolare: alcune piccole dinastie, dominanti su una regione limitata o su una piccola città, sono cresciute tanto da governare mezzo mondo…”.

A Vincenzo Criscuolo, comandante della nave che portava Francesco II da Napoli a Gaeta «Vincenzino i napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta (lo conoscevano da troppo poco); io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere» !!!. Quando anche il Veneto nel 1866 fu acquisito dall’Italia (comprato), a una contadina delle parti di Padova fu chiesto se e in che cosa per lei le cose fossero cambiate. “Per me non è cambiato niente: prima pagavo le tasse a Francesco Giuseppe, e adesso le pago a Vittorio Emanuele. Ma sempre tase le xé (sempre tasse sono) “Arena di Verona” giornale 9 gennaio 1868 – Fra le mille ragioni per cui noi aborrivamo l’austriaco regime, ci infastidiva la complicazione e il profluvio delle leggi e dei regolamenti (tipica abitudine dell’ordine tedesco), l’eccessivo numero di impiegati e specialmente di guardie e gendarmi, poliziotti e spie. Chi di noi avrebbe mai immaginato che il governo italiano avesse tre volte tanto di regolamenti, tre volte tanto di personale, di pubblica sicurezza, tre volte tanto di Carabinieri !!!.

Così andava il Mondo, o almeno così andava nel secolo…. avrebbe detto Manzoni.Prima di raccontare delle repressioni, meglio note come azioni antibrigantaggio, occorre fare il punto sulla “situazione” meridionale all’epoca della spedizione di Garibaldi, definita in seguito “questione” meridionale. Come molti ribattono la questione meridionale è un problema che è sorto dopo l’unificazione, non prima. Unificazione forzata per il fantasioso* plebiscito (a cui peraltro non poteva partecipare che il 2% della popolazione), creato per avvallare, dicono molti, una vera e propria guerra di espansione (mai smentita dai Savoia). Non si può d’altro canto spiegare il Sud se prima non si distingue la posizione di Napoli che per molti ha trasudato per osmosi il suo giudizio positivo sul restante territorio, e sulla Sicilia che all’interno del regno rappresentava una terza faccia della medaglia con privilegi feudali vecchi e nuovi e un forte carattere autonomistico.  La Sicilia per un breve periodo fece parte del Regno dei Savoia dal 1713 al 1720 sotto Vittorio Amedeo II . Già nel corso del 500 Napoli era diventata una metropoli inferiore nell’Europa occidentale solo a Parigi. Erano stati i privilegi della città ad attrarre tante persone da tutte le province del Regno. I cittadini napoletani non pagavano le imposte dirette come gli altri abitanti del Regno ma solo tasse e gabelle comunali. Il pane aveva un prezzo politico e non di mercato.  Gli spagnoli avevano elargito questi privilegi perché avevano capito che chi controlla Napoli controlla tutto il paese. Questa terra che ispirava poeti, polarizzava l’attenzione degli artisti ed era meta preferita di un turismo elitario, osservò il Mayer, era “come una bella statua di cui ogni singolo membro avesse una particolare bellezza” e, paragonandola a Roma, affermò che se quest’ultima era la città del passato, Napoli era la città del presente e del futuro. Vi vivevano più di 400 mila persone e Stendhal definì Via Toledo “la strada più popolosa e più gaia dell’universo” dilungandosi a descriverne ammirato i tanti caffè, i costumi dei loro frequentatori e perfino la pavimentazione della strada in pietra vulcanica. In generale per ciò che concerne le strade esse erano senza dubbio insufficienti. La sponda adriatica era di fatto un confine invalicabile, specie d’inverno. Nelle province meridionali, 1321 su 1848 comuni erano allora privi di collegamento stradale.*Chi voleva votare doveva per prima cosa consegnare i documenti al presidente del seggio, ritirare la scheda estraendola dall’urna del «sí» o del «no» e poi deporla nell’ urna centrale. La percentuale dei votanti fu del 19% degli aventi diritto (all’incirca 40.000 persone !!!! su 9 milioni). 
… In realtà, gli stati più estesi della penisola, quello Pontificio e il Regno delle Due Sicilie, non contenevano significativi germi di progresso culturale ed economico, né a livello istituzionale, né a livello sociale. Non a caso le loro classi intellettuali non elaborarono, neppure a unificazione avvenuta, alcuna teorica federalista che non fosse ancorata a vecchi privilegi storici o proiettata in avanti nell’inseguimento di utopie rivoluzionarie o sindacalistico-rivoluzionarie. Persino in un volume collettivo di qualche anno fa curato da Leonardo La Puma, Il federalismo nella cultura politica meridionale (Ed. Lacaita), un’opera altamente meritoria volta a recuperare una tradizione di pensiero politico perduta, emerge, sostanzialmente, l’inesistenza di una vera e propria cultura federalista nel Meridione. Non è solo in Giovanni Bovio, uno dei più eletti rappresentanti dell’intellighenzia napoletana di fine Ottocento, che <manca quella visione dei poteri degli stati federati che garantiscono la coesione e l’armonia di quelle che, altrimenti, resterebbero delle entità immiserite nella logica dei particolarismi comunali>. In quasi tutti i meridionali troviamo, a ben guardare, un federalismo strumentale: le autonomie diventano la testa d’ariete in grado di abbattere le fortezze di uno stato impari al suo compito di apportatore di benessere e di più elevate chances di vita per tutti. Quando ci si convince che quegli obiettivi potrebbero raggiungersi anche mediante il rafforzamento dello Stato, il federalismo e le autonomie vengono messe in un canto. Prof. Dino Cofrancesco, Università di Genova: L’Italia, il Risorgimento, l’Europa 2003
 

Il resto lo facevano le grandi
istituzioni culturali 


«Vuoi tu sapere se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolese. Se i tuoi occhi si inumidiranno di lacrime, se sentirai soffocarti dall’emozione, non frenare i palpiti del tuo cuore: prendi il Metastasio e mettiti al lavoro: il suo genio illuminerà il tuo». J. J. Rousseau: Dictionnaire de Musique. 
“..devo tutto ai commedianti italiani” disse Moliere quando nel ‘600 questi andavano a recitare alla corte francese. C’era Silvio Fiorillo grande Pulcinella; suo figlio Giovanni Battista che ebbe grande successo come primo zanni con la maschera di Trappolino; Tiberio Fiorilli che interpretava Scaramuccia. Questo e tanto altro era la commedia dell’arte che si svolgeva soprattutto fra la Campania e successivamente il Veneto Goldoniano (Arlecchino). Questo nostro grande teatro a metà del ‘700 fu bloccato dall’avvento del melodramma, dell’opera buffa. Bisognerà aspettare più d’un secolo per riavere il teatro popolare con Scarpetta poi i De Filippo. Napoli era considerata anche la Regina mondiale dell’Opera. Basta ricordare che il Teatro “San Carlo” è il più antico teatro lirico d’Europa: fu inaugurato il 4 novembre 1737 dopo soli 8 mesi dall’inizio della sua costruzione (ben 41 anni prima del teatro della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezia. Il Regno vantava inoltre quattro università: quella di Napoli, fondata da Federico II nel 1224, quelle di Messina e Catania e la neo nata di Palermo. La Bocconi di Milano è del fine secolo. Un elemento spesso dimenticato e simbolo della ricchezza sociale del 700 napoletano è il Presepio, fastoso nell’allestimento e nelle rappresentazioni popolari. Una nota dolente l’analfabetismo. Gli analfabeti dichiarati in Italia al primo censimento del 1861 erano il 75% con punte di oltre 89% nel sud, nella Sicilia e nella Sardegna (non borbonica). Le percentuali più basse, sotto il 54%, in Piemonte, Liguria e Lombardia. 
Finanziarie


Nel 1700 “i banchi” erano sette (S. Giacomo, del Salvatore, S. Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri) accorpati durante la dominazione francese con la creazione del “Banco delle Due Sicilie” (1816) che successivamente si chiamò  “Banco di Napoli” e “Banco di Sicilia” nell’Isola. Antonio Socci:…. in quel Regno c’erano in proporzione meno poveri che a Parigi e a Londra. E ancora: erano in vigore le tasse più lievi di tutta l’Europa, la prima flotta italiana, una popolazione cresciuta di un terzo dal 1800 al 1860, un debito pubblico che era un quarto* di quello dello Stato piemontese. E` sorprendente verificare che nei primi tre censimenti generali si ha nel Sud una percentuale di addetti nel settore industriale addirittura superiore a quella delle zone più avanzate del Nord (con un 17,4% ** contro un l4,8% della Lombardia” (p. l59). *+** sono due dati parzialmente errati vedi secondo capitolo . Il modello economico dei Borboni, dal dopo Murat, era diametralmente opposto a quello sabaudo. Nel Piemonte si era passati dal Protezionismo al Liberismo con conseguente variabilità dei prezzi e spunto per la concorrenza europea. Nel Sud. era prevalso il protezionismo per coprire la crescita industriale escludendosi automaticamente dal mercato per un certo periodo. Si gravavano quindi le importazioni con dazi al contrario di quanto si faceva al Nord, dove la tassazione era già passata alla diretta nei confronti degli utili conseguiti da imprese e persone fisiche. Al Sud restava il grande mercato alimentare che vedeva nelle prime 5 categorie di merci esportate ancor dopo l’unificazione gli Agrumi per 700.000 q.li, l’olio per 360.000, lo zolfo per 1.528.000 e una aliquota consistente per il Vino. Veniva poi la seta tipico prodotto Lombardo. Il Ducato napoletano (moneta ufficiale) era suddiviso in 10 Carlini, che equivaleva a sua volta a 10 Grana pari ad Euro convertiti odierni 16,13 (4/5% in più). la Grana era quindi pari a €. 0,1613. l’Oncia siciliana 3 Ducati. Era suddivisa in 30 Tarì, ovvero in 300 Baiocchi. L’Oncia siciliana valeva quindi 48, 39 Euro. La giornata di lavoro di un contadino era pagata il corrispondente odierno di 3 € , 18-19 Grana di allora (dato sovrastimato, per 200 giornate lavorative avrebbe preso 600 euro, ma non lavorava tutto l’anno..!), quella degli operai generici valeva in media 5 € che salivano a 6,50 € per quelli specializzati (dai 20 ai 40 grana); 14 € spettavano ai maestri d’opera e impiegati (80 grana). La paga di un colonnello di fanteria era di 105 ducati (1680 €). Sul versante dei costi riportiamo che un rotolo di pane (800 grammi) costava 6 grana (1 €), un equivalente di maccheroni 8 grana (1,30 €) , di carne bovina (bassa taglia) 16 grana (2,5 €), un litro di vino 3 grana (0.50€). 

dalla Mostra LA MONETA DELL’ITALIA UNITA dalla lira all’euro – Gli italiani prima e dopo il 1861
All’inizio del 600 gli stati della penisola italiana erano ancora tra i più ricchi del mondo. “Tre generazioni più tardi – ha scritto Carlo M. Cipolla – l’Italia era un paese sottosviluppato, prevalentemente agricolo, importatore di manufatti ed esportatore di prodotti agricoli”. Nel 1820 il prodotto per abitante era ancora fermo al livello di due secoli prima. Anche di questo arretramento economico dell’Italia rispetto ai paesi più sviluppati si nutrì la volontà di riscatto e di unità nazionale del Risorgimento italiano. Nel 1861 i consumi medi di un italiano, al potere d’acquisto attuale, erano intorno ai 1.120 euro l’anno, destinati essenzialmente ai consumi alimentari. Il 78% della popolazione era analfabeta; la quota saliva al 90% nel Mezzogiorno.
Alla celebrazione del primo cinquantenario dell’Unità, nel 1911, i consumi (ndr attenzione non ricchezza) medi degli italiani erano saliti a 1.700 euro l’anno, con un incremento di oltre il 50 per cento, e la percentuale di analfabeti era scesa al 38 per cento. Nel 1872 gli italiani avevano una “speranza di vita alla nascita” di circa 30 anni (una delle più basse in Europa), mentre alla vigilia della Prima guerra mondiale un neonato italiano aveva una vita attesa di 50 anni. ..Nel 1861 le banconote costituivano solo l’8 per cento della circolazione monetaria: per le transazioni quotidiane si utilizzavano le monete metalliche. Le cose cambiarono a partire dal 1866, quando si stabilì che i biglietti della Banca Nazionale circolassero “a corso forzoso”, cioè senza possibilità di convertirli in moneta metallica e con l’obbligo per tutti di accettarli in pagamento. Le monete di maggior valore sparirono presto dalla circolazione e al loro posto si iniziarono a utilizzare le banconote, emesse anche in piccoli tagli. Alla fine del 1866 i biglietti di banca rappresentavano già oltre il 40% dei mezzi monetari.
da http://www.delpt.unina.it/stof/15_pdf/15_6.pdf  Al momento dell’unificazione, i debiti consolidati e redimibili dei vecchi Stati preunitari di cui fu disposta l’iscrizione nel Gran Libro del debito pubblico, riguardavano per il 57,22% il Regno di Sardegna, per il 29,40% il Regno di Napoli e di Sicilia, per il residuo gli altri Stati. Rispetto alla popolazione del nuovo Regno, questi debiti erano pari a 69 lire pro-capite. Ma le quote procapite risultavano abbastanza diversificate tra i diversi Stati preunitari: Piemonte (142 lire), Toscana (67 lire), Napoli (63 lire), Lombardia (56 lire), Sicilia (49 lire), altri Stati unificati (13 lire). È una realtà, poco controvertibile, che i cittadini delle province meridionali del nuovo Regno furono chiamati ad accollarsi gli oneri di debiti contratti dal Regno di Sardegna..

LE DISUGUAGLIANZE

Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004) Vittorio Daniele – Paolo Malanima

.. Sappiamo, infatti, che il prodotto agricolo pro capite era, nel 1891, superiore nel Sud del 10 % rispetto a quello del Nord. È ragionevole pensare che anche nel 1861 fosse superiore, almeno altrettanto (se non di più). Quanto all’industria, le recenti stime regionali elaborate da Fenoaltea (2001; 2003), hanno ridimensionato la distanza fra Nord e Mezzogiorno. La stima per il 1871 mostra una superiorità del Nord di circa il 15 % in termini pro capite. Per i servizi non disponiamo di stime fino al 1891, quando il loro valore in termini pro capite era superiore nel Nord (che include Roma) rispetto al Sud di un 10 %. Supponendo che nel 1861 il vantaggio del Nord nei servizi fosse solo del 5 %, che in agricoltura fosse lo stesso che nel 1891 e che nell’industria fosse più modesto che nel 1871, e ponderando i dati con la popolazione, troviamo infine che non esisteva, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite12. È possibile che, facendo riferimento ad altri indicatori, una differenza esistesse. Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo. Pare di poter dire che esso cominciò a manifestarsi dalla fine degli anni ’70 e negli anni ’80 dell ‘800. Fu contemporaneo, cioè, alla nascita della “Questione Meridionale”, con gli scritti di Pasquale Villari e Giustino Fortunato. …. Nel 1891, in Italia, gli squilibri regionali risultano modesti. Se in alcune regioni dell’Italia Nord-Occidentale, come Liguria e Lombardia, i livelli di reddito pro capite sono significativamente superiori alla media nazionale, anche nel Mezzogiorno vi sono regioni relativamente prospere. In Campania il reddito pro capite è comparabile a quello della Lombardia, mentre in Puglia e nelle Isole maggiori è analogo a quello medio nazionale. Una situazione di relativo ritardo caratterizza alcune regioni del Mezzogiorno, come Abruzzi e Calabria, mentre nel Nord è il Veneto la regione più arretrata. Le condizioni regionali sono, dunque, molto simili e le differenze esistenti nei livelli del reddito pro capite non rendono possibile una divisione secondo la linea Nord-Sud.
per saperne di più http://www.rivistapoliticaeconomica.it/2007/mar-apr/Daniele_melanima.pdf  http://www.diem.unige.it/imprenditori.pdf

Emigrazione italiana fra il 1876 e il 1900 per regione (fra parentesi il dato 1901-1915)

Piemonte 709 mila  (831)

Veneto 940  (882)

Lombardia 519 (823)

Campania 521 (955)

Calabria e Sicilia 502 ( Cal. 603 Sic. 1127= 1730)

Il progresso 


Napoli aveva si perso il primato della porcellana di Capodimonte dopo che Carlo III di Borbone, eletto Re di Spagna se ne era andato nottetempo con tutto lo staff e il Knowhow, ma molte altre cose erano rimaste (qui era nata la prima ferrovia, ma non se ne fecero altre, il primo ponte in ferro (Cristino) e la prima nave a vapore).  A suo merito va detto che fece risanare diverse parti della città: costruì la Reggia di Caserta e il Teatro S. Carlo.  La Reale Fabbrica di Porcellana di Napoli era stata da lui fondata nel 1739, per emulare le principali officine ceramiche europee. Nel 1759, chiamato al trono di Spagna, fece distruggere i forni e trasferì Artisti e modelli (calchi) al Buen Retiro spagnolo. Nel 1771, Ferdinando IV, salito al trono di Napoli, fece risorgere l’officina che durò fino al 1805.

En 1760 Carlos III funda la Real Fábrica del Buen Retiro en Madrid, como prolongación de la napolitana de Capodimonte. El monarca hizo transportar, en tres embarcaciones, los instrumentos y la pasta preparada para producir porcelana. Asimismo vinieron a España la mayoría de los operarios de Capodimonte, de forma que los primeros años del Retiro constituyen una clara continuación del estilo italiano. http://wpage.unina.it/dellaval/Borbone di Napoli/Borb porcellane.htm  

Il granaio di Roma, come era stata chiamata la Sicilia e in genere il Sud, dava corpo e fiato alla produzione di paste alimentari che già allora invadevano il mondo, con l’olio doc. Vi era una grossa industria conciaria. Venivano prodotti finimenti di cavalli e carrozze, selleria, stivali, cuoi di lusso, e guanti esportati in tutto il mondo (ancora adesso i guanti napoletani sono sinonimo di qualità). Con la tessitura tutto il Salernitano divenne il comprensorio in cui si concentrò per eccellenza l’industria tessile che diede vita poi, con una piccola produzione di seta, agli artigiani cravattai e sarti. Per ultima ma non ultima indichiamo l’industria cartaria, che andava di pari passo con quella tessile concentrata a Fibreno, la più grande fabbrica d’Italia e una delle più note d’Europa con 500 operai, oltre a quelle della costiera amalfitana. Tanti altri prodotti e primati dell’industria e dell’agricoltura restano fuori per impossibilità di citarli tutti. Solo alcuni esempi: Corallo, Saline, Vetri, Orzo, Avena, Mozzarelle, Tonno, Pomodoro, Confetti, Tabacco, Ovini e Caprini etc….

Un borgo modello-San Leucio al Belvedere http://www.comune.caserta.it/belvedere/seta/index.html#  
La città è organizzata con al centro la piazza della seta e il portale settecentesco che da accesso alla reggia-filanda e ai quartieri con le case operaie. Lo stile è razionale, funzionale e semplice. I decori sono essenziali. Il complesso si basa su forme geometriche quadrate e rettangolari non curvilinee prerogativa dell’ambiente naturale collinare in cui è inserito. I fabbricati, infatti, seguono i dislivelli del colle e i giardini seguono i terrazzamenti. 

Tra il 1773 ed il 1787 il Sovrano fece recintare il bosco di San Leucio, ampliare l’antico Casino del Belvedere, edificare – secondo uno schema di lotti abitativi disposti a schiera – i quartieri di San Ferdinando e San Carlo e installare i filatoi per la lavorazione della seta nel cortile del Belvedere. Nel 1789 San Leucio venne dichiarata ufficialmente Real Colonia e dotata di un codice di leggi ispirato al programma di rinnovamento sociale di stampo illuministico redatto nel 1769 da Bernardo Tanucci, allora ministro del Regno (il borgo operaio precede di quasi un secolo quello di Crespi d’Adda) http://www.campaniatour.it/vis_ml.php?id_ml=240 

La potenza navale (Civile e Militare)Era questa (prima nel mediterraneo, Francia esclusa e terza in Europa) che faceva gola ai Savoia che potevano contare solo sulla compagnia Rubattino. La piccola marina militare sarda sembrava una flottiglia di pescherecci disastrati a confronto con quella delle Due Sicilie. Nel 1839 Vincenzo Florio fondava l’Amministrazione dei Pacchetti a vapore siciliani e nel 1853, con il piroscafo Sicilia, iniziava il collegamento regolare tra la Sicilia e l’America, con scalo a Napoli e Gibilterra. Si raggiungeva New York in 26 giorni. Ma non era ancora il grande esodo migratorio. Per quella militare (potenza) non si possono attribuire ai suoi uomini grandi battaglie, ma piuttosto voltafaccia, nonostante la flotta fosse una delle più potenti del mediterraneo. La cantieristica napoletana, oltre a costruire tutto il naviglio interno, eseguiva lavori per mezza Europa. Il 14 agosto 1852 fu inaugurato a Napoli il bacino di raddobbo (carenaggio) per le grandi riparazioni, con una spesa di 300.000 ducati, unico del mediterraneo. Intorno al polo cantieristico, grazie alla ferrovia costruita appositamente per unire la capitale con le realtà industriali, nacquero altre industrie private, oltre Pietrarsa (capitolo a parte), che prosperarono anche grazie a quel polo. Per non parlare del ferro utilizzato, tutto, proveniente dalle fonderie pubbliche e private della Calabria. La difficoltà, i limiti per questa impresa era l’estrazione del minerale locale, poca, e l’energia usata, dal taglio di  boschi. 

ZOLFO SICILIANO
Lo Zolfo siciliano oltre che per l’industria chimica era importante per la disinfestazione della vite (Solfato di Rame) che aveva subito a metà secolo duri attacchi da oidio, filossera poi peronospora (1879). Da sempre un termine per contare l’importanza e il peso di un paese è la quantità di acido solforico prodotto e consumato e ai tempi di Liebig l’unica materia prima per la produzione dell’acido solforico era lo zolfo estratto, in condizioni praticamente di monopolio, in Sicilia (copriva il 90% della produzione mondiale). La sicilia da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l’industria estrattiva italiana. L’acido solforico veniva utilizzato per la fabbricazione di esplosivi e di concimi ma non solo. Le miniere avevano però processi industriali inadeguati con sfruttamento di lavoro minorile (lo sfruttamento era comunque comune a tutta Europa). Il prezzo poi dello zolfo era una vera e propria Roulette. Gli inglesi si erano assicurati il ritiro di quasi tutto lo zolfo prodotto a prezzi bassissimi rincarandolo poi del 100%. A prezzi così alti la  ricerca di una via alternativa alla produzione dell’acido solforico prese il via. Era il secolo della chimica e non ci misero molto a scoprire che l’acido solforico poteva essere ottenuto dall’anidride solforosa che si libera durante il trattamento a caldo dei solfuri metallici, piriti (solfuro di ferro) spagnole, dei solfuri di zinco (blenda) e di piombo (galena); il colpo finale venne dalla scoperta di giacimenti quasi puri nel sottosuolo degli stati americani che si affacciano sul Golfo del Messico. Lo zolfo che poteva essere portato in superficie, allo stato molto puro e a basso costo, con un processo inventato dall’americano Herman Frasch (1851-1914). Nel processo Frasch tre tubi concentrici vengono introdotti nel terreno fino a raggiungere il giacimento; nel tubo esterno viene immessa acqua (alla pressione di 18 atm e alla temperatura di 170° C), che fa fondere lo zolfo ripescato con la condotta mediana. Il prodotto ottenuto è puro al 99,5%. Un tentativo fatto da Ferdinando II nel 1836 di cedere lo zolfo ai francesi al prezzo giusto si rivelò foriero di disgrazie. Gli inglesi tentarono prima con le corti internazionali di giustizia per rottura contratto poi con le più efficaci cannoniere in porto a Napoli. Gli inglesi riebbero il loro contratto con il risarcimento per il mancato guadagno e i francesi altrettanto per quello che avrebbero perso in futuro !!!!. Si disse che l’Inghilterra se la legasse al dito ricambiando la cortesia nel 1860 a Garibaldi in porto a Marsala. Se c’è una cosa su cui andar sicuri è il carattere vendicativo degli inglesi. http://www.irsap-agrigentum.it/index.html  zolfo

Ma fin qui abbiamo parlato di cose che ai più possono anche solo marginalmente interessare, come si diceva veniamo al soldo: segue….

MA COME SI VIVEVA A ROMA !! Roma allora contava  poco più di 150.000 abitanti, compresi  5.000 religiosi legati al solo Papato. La classificazione in classi era quanto mai varia ed estesa, tanto da influenzare la vita e le abitudini quotidiane. In fondo alla piramide, la base più estesa, stava il terzo stato che comprendeva anche religiosi. Per sopravvivere occorrevano almeno 15 bajocchi al giorno o almeno 5 scudi (500 bajocchi) al mese. Un kg di carne costava 28 baj. uno di pane 2. Tremila famiglie vivevano sulle spalle dell’assistenza pubblica costituita da confraternite il cui nome resta emblematico: Zuppa dei frati, istituto carità etc… in città poi circolavano circa 10.000 mendicanti e almeno il doppio di nullafacenti. Voltaire diceva che ogni arco antico era un ospizio quando a sera si riempiva di mendicanti. Tutti gli altri del terzo stato si ingegnavano in lavori saltuari, di strada dai nomi e dalle qualifiche immaginifiche Fienarolo, selciarolo, mosciarellaro, ramolacciare (donne), erbarole, cicoriare etc… A questi si aggiungevano gli stagionali che scendevano dai monti e andavano a stare nelle grotte o in capanne di canne. Il terzo stato religioso era costituito da quegli ordini poveri (detti frati zucconi e torsoni) che vivevano di questua o di scambio di piccoli prodotti. Potevano piangere ai funerali, posare per pittori, dare i numeri …Un po più su stavano i mestieri a bottega nelle vie specializzate: via Chiodaroli, Canestrari, Chiavari …che potevano arrivare a 10 scudi al mese. Questi artigiani avevano spesso a bottega un giovane apprendista a salario zero. Gli operai veri e propri (quelli che lavoravano in una industria) si contavano sulle dita di una mano. la più importante era la Manifattura Tabacchi che allora come adesso pagava profumatamente i dipendenti (15 scudi). Il settore dei servizi era costituito da pubblici esercizi come le  bettole ma anche orologiai, sarti, antiquari, parrucchieri, librai, nonostante a Roma il 60% della gente fosse analfabeta, che servivano la classe dirigente. Si saliva ulteriormente con le professioni di Notaio, Avvocato, medico di chiara fama che arrivavano a 60 scudi e oltre (6.000 bajocchi) al mese, 200 al giorno. I dottori di non chiara fama si prestavano ad un secondo lavoro come istitutore, badante, bibliotecario. I dipendenti del Papa, che nemmeno lui conosceva (numero), vivevano delle più strane forme di contratto e assunzione, con stipendi che fra il regolare e il benefits erano stratosferici visto anche l’impegno richiesto (A Roma si lavorava in media 1 giorno si e 1 no). Chi non ne aveva a sufficienza arrotondava più o meno legalmente. Come dipendenti del papato si contavano anche i pensionati e le pensioni di reversibilità. C’erano poi gli scopatori segreti, il cuoco segreto, i camerieri segreti di cui non ho mai compreso bene le funzioni, scusate l’ignoranza.

fonte

https://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/questionemeridionale.htm

1 Comment

  1. Recentemente ho letto un libro frutto di specifiche ricerche che dava alla Calabria il primato agli esordi della produzione di sete e manufatti, esaltati nei dipinti che ricoprono ovunque pareti di chiese e palazzi…Non se ne fa cenno… certo che la Lombardia come estensione non e’ confrontabile… Il gelso nutrimento del baco ora e’sparito dalla sua funzione originaria, nelle regioni del nord usato a sostegno alle viti… addio conseguente alla produzione di seta?… mi han detto di no per fortuna… hanno trovato il modo di farlo crescere a mo’ di cespugli! caterina ossi

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