Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

DE THEODULE EMILE CHRISTEN Journal de ma captivite suivi du recit d’une campagne dans les Abruzzes Diario di un soldato borbonico nelle carceri italiane

Posted by on Gen 1, 2020

DE THEODULE EMILE CHRISTEN  Journal de ma captivite suivi du recit d’une campagne dans les Abruzzes Diario di un soldato borbonico nelle carceri italiane

Queste pagine sono state scritte in prigione, e in galera. Non si tratta qui di politica, e non vengo ad avvocare la mia causa dinanzi alla pubblica opinione per chiederle, se ve ne fosse bisogno, di rivedere il giudizio che mi ha colpito.

Come soldato, condussi alla pugna e qualche volta alla vittoria de’ bravi contadini degli Abruzzi; come prigioniero passai lunghe ore nelle segrete.

Ciò che mi fu dato di operare, ciò che mi è stato giuoco forza soffrire, non era mio compito di ripetere; ma alcuni de’ miei amici hanno domandato queste confidenze, e per corrispondere alle loro preghiere le feci di pubblica ragione.

Vinto oggi, non avrò pe’ miei vincitori amare parole; ma un giorno noi ci ritroveremo faccia a faccia; poiché, conservando in fondo all’anima tutte le mie convinzioni, attendo con fede invincibile l’ora della giustizia.

Appena fu esso arrivato, io gli esibii il mio passaporto, e siccome era in piena regola, il console esigette con fermezza che io fossi reso in un sul momento a libertà.

Il Questore fu largo di scuse ma non volendo dichiararsi né vinto né convinto, supplicò il console di permettere che io rimanessi due giorni alla Questura, circondato da tutti i riguardi, nel mentre che si verificherebbe la mia identità.

Il 16 Giugno 1861 io entrava nella rada di Napoli a bordo del piroscafo il Blidah. lo mi recava in questa città, da viaggiatore, per mettere in esecuzione un progetto concepito l’anno innanzi, allorquando, dalle mura di Gaeta, scuopriva da lungi il comignolo delle montagne che circondano il suo golfo.

Posto al sicuro, mi pareva, da ogni inquisizione, in seguito all’accordo pattuito il 12 o 13 marzo 1861, dopo la resa di Gaeta, accordo di cui mi cadrà in acconcio di parlare, io mi credeva perfettamente libero.
1
Per maggior guarentigia avea tolto in prestito il passaporto d’uno de’ miei amici, inglese stabilito in Francia, e viaggiava sotto il nome di William Lumley-Woodyear.

Messo piede a terra, mi feci condurre alla Locanda di Ginevra diretta dal sig. Marco Monnier corrispondente politico del Journal des Debats, e partigiano conosciutissimo del movimento piemontese. Fissandomi in un luogo pubblico e frequentato io non cercava il mistero, e se avea nascosto il mio nome ciò era solo perché conosciuto a Napoli per le mie corse precedenti negli Abruzzi, potea risvegliare sospetti, e, in conseguenza, delle noie che voleva evitare.

Passava il mio tempo a visitare i musei della città e le circostanze, Ischia, Sorrento ec. Nell’Agosto lasciai la locanda di Ginevra.

Parecchi motivi mi vi determinarono. Io pranzava qualche volta alla tavola rotonda in cui, a causa del colore politico del padrone dell’albergo, convenivano spesso persone ardentissime pel novello ordine di cose.

Ordinariamente la conversazione aggiravasi sulla politica, e allora tutto ciò che io amava e rispettava veniva insultato e coperto di sprezzo.

Il mio nome stesso era pronunciato; quanto mi era venuto fatto di operare per Sua Maestà il re delle Due Sicilie aveva riscosso un severo biasimo, e, nullaostante, per non tradirmi, era sempre obbligato al silenzio.

Questo silenzio m’era insopportabile, mentre per tacermi, come era necessario nella mia posizione, era d’uopo, il confesso, un certo sangue freddo.

Bramoso di non prolungare questa situazione, considerando d’altronde nulla essere avvenuto di temibile dopo il mio arrivo in Napoli, volli cangiar società e mi recai ad abitare la locanda di Roma la cui posizione, sulla riva del mare, mi rapiva.

Continuai il mio sistema ordinario di passeggiate e d’osservazioni sino ai primi giorni di Settembre, epoca in cui m’apparecchiava a tornare in Francia. Contava anzi di partire il 6 di quel mese sopra un battello a vapore, ma esitava un poco, perché i battelli toccavano Civitavecchia, e siccome qualche mese prima era stato espulso da quella città, non desiderava rivederla.

Ma, nel mentre che, incerto storno a ciò che fare, ritornava alla locanda, un napolitano mio amico, pel quale io non era il sig. Lumley ma il Conte de Christen, mi aspettava sulla porta.

Mi prese pel braccio e mi condusse sulla spiaggia dicendomi con voce rimessa avere cose importantissime a comunicarmi.

La polizia, mi disse egli, doveva nella prossima notte accedere alla locanda di Roma, per operarvi una minuta perquisizione; e la più semplice prudenza voleva ch’io mi ritirassi di là al più presto, in luogo sicuro, per sfuggire a qualunque ricerca.
Innanzi tutto non potea credere ch’io fossi quegli ch’era cercato; poscia, riflettendo ancora circa i sospetti che potea destare una partenza precipitata, non accettai il consiglio dell’amico e restai.

Stava in letto, quando in sulle due della mattina fui risvegliate improvvisamente, sentendo battere alla porta della mia camera. Une strepito confuso di passi o di voci mi fece avvisato esservi là molte persone: aprii.

Erano gli agenti di polizia venuti per fare la indicate perquisizione.

Visitarono essi la mia camera e il mio bagaglio senza che cose alcuna colpisse la loro attenzione, ed erano in sul partire, quando tutto a un tratto, uno di essi mi fissò attentamente, quasi fosse colpito da una improvvisa associazione d’idee tra il mio volto e le sui memorie; quindi volgendosi ai suoi compagni:

«Questi è un cospiratore, disse loro; è il conte de Christen.»
Io riconobbi subito in quell’uomo un antico servitore, chiamato Noli che io aveva visto alla villa Frisa a Posillipo, ove era stato più volte a visitare uno dei miei amici, il conte di Coataudon.

Uno degli agenti andò subito a cercare il Direttore di polizia, chia mato a Napoli Questore, e questo magistrato accorse senza indugi.

La perquisizione ricominciò immediatamente, più minuziosa della prima volta, senza ottenere un differente risultato, ciò che io feci constatare nel processo verbale, redatto a mia richiesta e sottoscritto da tutti i perquisitori.

Venuto a Napoli col nome di sir Lumley, giudicai dover contestare il nome che mi si dava; e mostrando il mio passaporto inglese dichiarai che volea vedere sul momento il console d’Inghilterra pe fargli i miei reclami.

Ciò valse a nulla, e malgrado le mie proteste fi condotto alla Questura.
In sulle quattro della mattina, il Questore entrò nella mia camera e mi fé’ subire un interrogatorio dettagliatissimo a fine di strapparmi la confessione che io era il conte de Christen. Io restai fermo nelle mie dichiarazioni, e l’aria di sicurezza con cui parlava avendo scosso un poco il mio interlocutore, questi si decise finalmente ad accondiscendere ai miei desiderii e a far chiamare il console inglese.

Appena fu esso arrivato, io gli esibii il mio passaporto, e siccome era in piena regola, il console esigette con fermezza che io fossi reso in un sul momento a libertà. Il Questore fu largo di scuse ma non volendo dichiararsi né vinto né convinto, supplicò il console di permettere che io rimanessi due giorni alla Questura, circondato da tutti i riguardi, nel mentre che si verificherebbe la mia identità.

L’indomani e il giorno appresso furono consumati in confronti interminabili. Fu fatta difilare una folla di persone nella camera in cui era detenuto, domandando ad ognuno se avesse memoria d’avermi veduto o se mi conoscesse. Tutte le risposte furono negative.

Finalmente, il quarto giorno dapoi il mio ingresso alla Questura mi fu condotto davanti, accompagnato da Noli, Mr C…….ch’io riconobbi, e che avea abitato in altri tempi la villa Frisa, dove l’avea incontrato in una delle mie escursioni.
Già da due mesi (18 Luglio) Mr C…….per denuncia di Noli era stato arrestato come colpevole di cospirazione, e il disgraziato, agli occhi del quale s’era fatto balenare l’impunità e la libertà, s’era impegnato a rivelare i nomi de’ suoi compiici.
Io figurava sì poco nella cospirazione detta della villa Frisa che il mio nome non era sulla lista. Non si era adunque pensato a lui per rischiarare il mistero che seguitava a circondarmi; e fu Noli che concepì l’idea di condurmi dinanzi costui.

Egli ne parlò al Direttore di Polizia che mandò a cercarlo senza por tempo in mezzo: Mr C…….fu fedele a’ suoi impegni.

Non m’ebbe appena scorto che s’affrettò a dire : «Non lo lasciate, non lo lasciate, sig. Questore, rendereste la libertà al sig. de Christen in persona; lo conosco e vi giuro che è lui.» Non mi restava altro partito che rassegnarmi e tacqui.

Trovandosi la mia posizione completamente cambiata e aggravata da questo triste incidente, domandai al Console inglese un secondo abboccamento, nel quale gli detti parte di quello era accaduto, pregandolo a perdonarmi l’errore in cui l’aveva indotto rapporto alla mia persona e alla mia nazionalità; lo ringraziai vivamente de’ suoi buoni e generosi officii, egli domandai, nel caso che ciò non fosse contrario alle sue istruzioni e ai doveri della sua carica, di continuarmi la protezione del governo inglese, perché mi fosse fatto nel cortile di una caserma.

Mi rispose con molta buona maniera ch’io un processo regolare e non fossi fucilato sommariamente, come tanti altri,
l’aveva messo diffatti in un grande imbarazzo, atteso il mio passaporto inglese preso in prestito; che subito dopo il mio arresto e la sua visita aveva telegrafato a Torino per prendere le istruzioni del suo ambasciatore, e che avea ricevuto allora allora l’ordine di farmi uscire di prigione senza ritardo. Aggiunse che i suoi servigii m’erano assicurati nel limite de’ suoi poteri, e che non lascierebbe di sorvegliare il modo con cui sarei trattato.

Due ore dopo era condotto e chiuso nella prigione di Santa Maria-Apparente. Santa-Maria-Apparente è fabbricata al di sotto del forte Sant’Elmo, sulla collina che s’innalza nel centro stesso di Napoli.
Col suo ampio prospetto nudo di ornamenti, imbiancato dalla calce e traforato da piccole finestre, potrebbe assomigliarsi a un convento, a una caserma, ovvero a ciò che essa è finalmente, a una prigione.
Essa ha d’altronde avuto queste tre destinazioni.

Le celle de’ prigionieri son collocate all’ultimo piano dell’edificio, immediatamente sotto il tetto, ed é agevole immaginare il calore che dee regnarvi allorquando un sole d’estate projetta su Napoli gli ardenti suoi raggi.

Fui introdotto in una di queste celle, circoscritta fra quattro mura bianche rilegate in alto da una volta, al basso da un pavimento in asfalto. Della paglia per coricarvisi, una tavola, una sedia, questo fu il solo mobilio che mi fu permesso d’avere, e anche col pagamento di un franco il giorno da me sborsato, non assegnando il governo che il luogo affatto nudo.

Fu in siffatto luogo ch’io trascorsi lunghi giorni immerso nella noia e nella tristezza, col cuore e lo spirito agitati, e non di rado oppresso da sinistre idee.

Ecco come dividevasi per l’ordinario il mio tempo. Mi levava irregolarmente secondo mi sentiva più o meno stanco. Mi cibava entro la mìa cella, la mattina in sulle dieci, la sera a cinque ore; a mezza notte soltanto andava a riposare. Nel giorno leggeva e scriveva, oppure passeggiava nel cortile della mia prigione, poiché, come tutti i prigionieri, poteva a mio talento uscire dalla mia cella e rientrarvi.

Questo cortile quadrangolare, tagliato nella montagna, era circondato da mura sormontate da merli, dietro i quali girava una elevata galleria in cui si vedevano passare e ripassare le sentinelle.

Nulla di più singolare dell’aspetto interno del cortile nelle ore di riunione di tutti gli ospiti di Santa-Maria-Apparente, perché questa prigione era allora una prigione preventiva, riservata esclusivamente agli incolpati politici.

Le persone riunite a Santa-Maria-Apparente erano tutti partigiani di Garibaldi o de’ Borboni, tutti nemici del nuovo regime e accusati d’aver cospirato alla sua fine. Vi s’incontravano membri dell’aristocrazia napolitana, magistrati, avvocati, medici, giornalisti, e così pure operai e contadini più o meno prevenuti di cospirazione.

Io passeggiava in questa corte circa due ore per giorno, e siccome in un comune infortunio v’ha non so qual legame che riunisce, formai in breve alcune relazioni, poco numerose ma fide, coi miei compagni di prigionia.

Dì questi ultimi, quegli che accostai più volentieri fu il duca di Caianello, come me implicato, e sopra apparenze altrettanto leggiere, in qualche vasta cospirazione in favore de’ Borboni.

La sola cosa che mi allontanava un poco dal cortile della prigione, era il miscuglio fatto di prigionieri falsi ai veri. Non erano quelli se non altrettanti spioni della polizia piemontese che m’inspiravano disgusto.

Io li vedeva affaticarsi a stringere amicizia con ciascuno, frammettersi in tutte le conversazioni, circolare a traverso tutti i gruppi, spiando e registrando i minimi motti, i quali si trovavano poi diligentemente trascritti all’udienza nello stracciafoglio de’ giudici.

E però, il tempo migliore della mia giornata era quello ch’io trascorreva lungi dalla folla, fra le quattro mura della mia cella, solo coi miei pensieri, i miei libri, le mie carte. Sopratutto al sopravvenir della sera, io m’inclinava con gioia sulla mia tavola e, la penna alla mano, lasciava la mia anima espandersi, a suo piacere in dolci meditazioni – a venticinque anni si può meditare – e in ardenti invettive, secondo che il mio cuore era in preda alla tristezza o sentivasi invaso da turbini d’odio e di disprezzo.

Con quale energia prorompevano allora le mie parole, le quali mi parevano imprimessero sulla fronte de’ miei avversari un marchio di vergogna!

Ripeteva io allora a me stesso ciò che soffriva, ciò di cui provava rammarico, ciò che amava, e al tempo stesso ciò che m’indignava e che odiava; dopo avere così scritto, mi sentiva meno infelice e più tranquillo.

La mia cella, che portava il Num. 3 del corridoio meridionale, avea una finestra che dava sul mare. Quello spettacolo, una volta per me sì piacevole, era addivenuto il mio tormento, poiché non v’ha supplicio più sensibile di quello che vedere dalle sbarre d’una prigione la mobilità di quelle onde, immagine la più viva di libertà che ci sia al mondo.

Quello era, malgrado ciò, l’oggetto abituale delle mie contemplazioni, e in quello spettacolo, in cui si pare con tanta luce la presenza di Dio, io attingeva qualche sollievo alle mie pene; e quando mi rifaceva di nuovo nella mia cella, le sue mura non mi pareano più sì meste, e meno tetro ancora mi parea si facesse l’interno dell’anima mia. In tal modo, passai, isolato, senza speranze, i primi sedici mesi della mia prigionia a Santa-Maria-Apparente.
Mi faccio ora a narrare alcuni incidenti che ne ruppero il monotono corso.

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.