Delle Lezioni di Economia civile, in due volumi, di Antonio Genovesi
Giuseppe Gangemi
Il pensiero economico di Antonio Genovesi mantiene un forte impegno religioso, etico e civile. La religione, per lui, ha valore etico e sociale, più che dogmatico: deve promuovere il bene comune e quel tipo di progresso che permette di rendere i cittadini liberi, onesti e felici. Per Genovesi, l’economia è una scienza che va messa al servizio della società.
Non è solo calcolo di profitti, ma disciplina etica che deve contribuire al bene comune, combattere feudalesimo e rendite parassitarie, premiare il merito e l’operosità, non il privilegio, migliorare la vita delle persone, soprattutto dei più deboli, essere anche educazione del cittadino e contribuire a formare uomini onesti, laboriosi, solidali. Ovviamente, con la collaborazione della religione che “ci è stata da Dio data per soccorso della nostra debolezza: per sollevare la nostra miseria: perché l’uomo sia instruito ad ogni opera buona” (1803, vol. I, 67). In altri termini, l’economia andrebbe basata su valori diversi da quelli su cui, venti anni dopo l’istituzione, a Napoli, della prima cattedra al mondo di economia, la baserà Adam Smith.
Per Smith, infatti, l’uomo agisce spinto dall’interesse personale, l’etica è importante, ma va tenuta separata dall’economia (da ciò la decisione di due diversi libri: La ricchezza delle nazioni e La teoria dei sentimenti morali) e i rapporti economici si autoregolano grazie al mercato e alla concorrenza. Per Genovesi, invece, l’uomo è mosso anche da altruismo, sentimenti, senso del dovere, l’economia deve essere etica e porre virtù, giustizia e solidarietà come interessi centrali accanto al profitto individuale, i rapporti economici si autoregolano se c’è fiducia, cooperazione e reciprocità e l’economia civile studia il modo per sviluppare al massimo le proprie interne forze operose e il modo per renderle il più possibile prospere.
Per realizzare questi obiettivi vanno seguite regole: le “arti non fioriscono, dove non si lascia quella libertà agli Artisti, di cui abbiam veduto parlare magnanimamente l’Imperadore Carlo V. Quell’opprimere lo spirito de’ Contadini, e de’ Pastori, degli Artisti: quel vessargli per ogni dove: quell’attraversare d’ostacoli insuperabili il Commercio, è, a pensarla dritta, indebolire i fondamenti della propria grandezza. Vi può essere più lampeggiante verità? Pure nelle Capitali di tutti gli Stati troverete di molti, che vivendo delle loro rendite, vilipenderanno tutte l’Arti, e gli Artisti, riputandosi sicuri in mezzo al loro contante, per ignoranza di sapere, che non vi son rendite, né contante, dove non vi è dell’ Arti; e che il denaro o non vi è, o non vi val nulla, dove non rappresenta nulla; essendo tutta la sua forza quella di rappresentare” (1803, 64-65).
Le attività economiche di base, Caccia, Pastorizia, Pesca, Agricoltura e Metallurgica (1803, 103), vanno protette e incoraggiate. Esse non sono sufficienti per avere uno Stato progredito (1803, 114) perché sono necessarie anche le scienze (1803, 115), l’istruzione, il commercio (1803, 132) e tanto altro. Se si potesse far lavorare poveri, vagabondi e mendicanti, si otterrebbero due grossi risultati economici: “Si accrescerebbe la rendita generale della nazione e si farebbe un gran servizio al buon costume” (1803, 174), per esempio facendo diminuire i furti. Quella di dare lavoro a chi non lo ha e lo cerca, è l’obiettivo fondamentale dell’economia. Invece, non cercare lavoro, non voler faticare è una rivolta contro la legge e l’ordine di Dio (1803, 177). È un male anche quando una “rendita che ne impedisca una maggiore costituisce una perdita” (1803, 321). Questo vale anche per pene pecuniarie e tasse.
Nel secondo volume dell’economia civile, Genovesi tratta del valore dei beni economici, della moneta, del credito pubblico, della fiducia, dell’interesse, dell’usura e dei diversi usi delle ricchezze. Comincia fornendo le definizioni di “prezzo, pregio, stima, valuta, valore” (1767, vol. II, 9). Genovesi, per parlare di moneta, utilizza l’importante scritto di Ferdinando Galiani sul tema (Della moneta), pubblicato 16 anni prima e letto in tutto il mondo (1767, 7). Parla anche del credito pubblico (1767, 77) e dell’usura. Questa “a dirittamente considerarla, non è che un aggio: ella è il prezzo del comodo che dà il denaro” (1767, 196). Essa era costituita, in Europa, da un interesse molto alto quando è arrivata a essere del 30-40%, mentre invece ora l’interesse è basso. I Cristiani, una volta, fissarono al 10-12% il limite oltre il quale scattava il peccato di usura. Però, crescendo per la scoperta delle Americhe, la quantità di oro e argento oltre il necessario, l’interesse è sceso al 6% ed è arrivato anche al 3% (1767, 198). Seguono i ragionamenti sulle ricchezze e sul loro uso, positivo o negativo che sia e, infine, la conclusione.
Manca nei due volumi dell’economia civile un qualsiasi accenno al giusto modo di stabilire le tasse e raccoglierle. Nel primo volume, Genovesi si limita ad affermare che le “vessazioni e le furberie de’ piccoli esattori, i quali non contenti de’ loro gaggi, non vogliono aver degli alberi i soli frutti, ma gli sfrondano crudelmente, e sbarbicangli, poco curandosi del futuro” (1803, 311-312). Oltre a questo, condanna i dazi interni che sono d’ostacolo alla circolazione delle merci e le tasse eccessive. Per il resto, nessuna considerazione sul modo di tassare le proprietà o comparazione tra diversi sistemi fiscali. La centralità delle tematiche dell’equo modo di impostare le tasse dirette o di imparare a valutare quale sistema fiscale sia migliore di altri è cosa del tutto assente dalle Lezioni di economia civile. Il confronto, tra diversi sistemi di imposte dirette, tendente a stabilire quale sia il migliore, diventerà centrale appena pochi anni dopo e il primo napoletano a rendersene conto è un allievo di Genovesi, Domenico Caracciolo che, nel 1773, ne scrive da Parigi a Bernardo Tanucci e, nel 1782, da Palermo, a Ferdinando Galiani. Caracciolo capisce che il sistema fiscale del Catasto Teresiano, adottato dagli Austriaci nel Ducato di Milano, è più efficiente ed equo del Catasto Onciario, in vigore nel Regno di Napoli, ma non in Sicilia. Nominato Viceré di Sicilia, si ispirerà, per una riforma del fisco siciliano, al Catasto Teresiano, anche se non riuscirà nell’impresa.


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