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Di fronte al pericolo nasce la Nazione Napoletana

Posted by on Feb 20, 2020

Di fronte al pericolo nasce la Nazione Napoletana

Il 5 giugno 1796 a Parigi fu firmata una pace che fin dalla sua firma sembrò più un armistizio che un accordo che potesse durare nel tempo. La politica espansionista della Francia sembrava non doversi mai fermare; dopo il trattato di Campoformio i francesi rivolsero le loro mire allo Stato Pontificio dove, preparata ad arte una sommossa nella quale fu ucciso il generale Duphot, procedettero alla occupazione del territorio ed alla creazione della Repubblica Romana, altro fantoccio nelle loro mani, e seguitarono nella spoliazione del patrimonio artistico, costringendo il Pontefice Pio VI ad abbandonare Roma per chiudersi in un convento in Toscana.

Questo grave fatto cambiò i rapporti con Napoli, che iniziò a temere una invasione da parte della Francia: si assistette quindi ad una mobilitazione generale di tutto il Paese, facendo emergere prepotentemente quello spirito di attaccamento alla Patria in pericolo che caratterizza una Nazione ormai compiuta.

Gli appelli del sovrano alla guerra contro l’invasore dello Stato Pontificio fecero correre migliaia di volontari sotto le bandiere, e di nuovo buona parte della nobiltà fece a gara per equipaggiare reggimenti a proprie spese: il siciliano Conte di Caltanissetta ed i napoletani Girolamo Pignatelli, Principe di Moliterno, e Lucio Caracciolo, Duca di Roccaromana, formarono tre reggimenti di ben 650 cavalli.

Era evidente la precarietà della pace, e Ferdinando continuò ad armarsi ed a prepararsi alla guerra.

Tra il mese di gennaio e quello di giugno del l798 si radunarono tra San Germano e Mignano, vicino alle frontiere, ben 30000 uomini, che furono giornalmente impegnati nell’addestramento; vennero requisiti ai privati ed alle chiese oggetti in argento per un valore di quattro milioni di ducati; vennero ipotecati i beni privati del Re, quelli della casa Reale ed i beni patrimoniali dei comuni: tutti collaborarono alla raccolta di denaro.

La Francia ed il suo genio militare, Napoleone, non volevano far precipitare gli eventi e lasciarono correre, inviando un ambasciatore a Napoli per gettare acqua sul fuoco. Nel frattempo Napoleone andò in Egitto per la famosa campagna e, nell’attraversare il Mediterraneo, si impadronì dell’isola di Malta, suscitando le proteste di Ferdinando IV per i diritti che aveva il Re di Napoli su tale isola, che fu tolta ai Cavalieri Gerosolimitani.

La vittoria inglese nella battaglia di Abukir influenzò negativamente l’animo del Re, che si sentì forte dell’appoggio di quella potenza e strinse trattati di alleanza con gli stessi inglesi, con la Prussica, la Russia, l’Austria e con l’impero Turco.

Orazio Nelson, vincitore di Abukir, giunse a Napoli per la prima volta, e fu accolto come il salvatore della Patria. Da quel momento l’influenza nefasta dell’ammiraglio inglese e della potenza da lui rappresentata avrebbe inciso profondamente nelle scelte del governo napoletano. A questo occorre aggiungere che più ascoltato a corte era ormai l’ammiraglio Sir John Acton. L’uomo, dotato di grandi qualità organizzative, aveva negli anni precedenti modernizzato l’esercito, facendo giungere a Napoli tutta una serie di istruttori stranieri; tutta la pubblicistica successiva stigmatizzò l’influenza di questi inglesi sulla corte.

Il nostro Regno fu sempre un rifugio accogliente per ogni sorta di straniero, che immancabilmente si stabiliva da noi, e diventava in capo ad una generazione napoletano a tutti gli effetti, tanto che i discendenti di Sir Acton vivono ancora oggi a Napoli.

Il Re si diede poi da fare per ottenere dall’Imperatore austriaco un generale cui affidare l’esercito, e mai consiglio fu più letale. Giunse a Napoli il barone Carlo de Mack, che alla prova dei fatti si rivelerà una vera e propria nullità.

L’esercito napoletano, nonostante le riforme volute dall’Acton, subiva ancora molto dell’influenza settecentesca delle truppe e degli ufficiali di mestiere al servizio di uno stato; molti quindi gli stranieri agli alti vertici, cadetti di famiglie reali europee come il Principe d’Assia Philipstal ed il Cavaliere di Sassonia, molti gli istruttori stranieri rimasti poi a Napoli, molti gli emigrati francesi in cerca di sistemazione.

Nella gerarchia militare, dopo i due Capitani Generali Francesco Pignatelli e Giovanni Acton, venivano i Generali de Gambs, francese, il Principe di Ripa, napoletano, Diego Naselli ed Alessandro Filangeri, siciliani, e due ammiragli, il toscano Bartolomeo Forteguerri ed il napoletano Giovanni Danero.

Tanto si è detto, anche a sproposito, riguardo questo esercito e sulla disastrosa campagna che ne seguì, ma nessuno tra gli storici ricorda che la sfortuna si accanì sulle truppe radunate a San Germano per l’addestramento. Una spaventosa epidemia si diffuse tra i soldati, che morirono a migliaia, finché non fu deciso di levare il campo per evitare il peggio. I morti furono rimpiazzati con nuove leve, che non poterono essere istruite a dovere.

In un’atmosfera sempre più gravida di paura per l’imminente pericolo, un episodio dimostra quanto fu conservato da parte del Re il senso dello stato e della giustizia: il Marchese Vanni, un esaltato giudice sempre più onnipotente per le sue richieste contro i giacobini napoletani, chiese al Re di poter torturare cinque nobili napoletani da lui sospettati. Non soltanto gli fu opposto un deciso rifiuto, ma dieci giorni dopo la richiesta fu rimosso dall’incarico per cui, incapace di comprendere l’accaduto, il Vanni si suicidò.

Il 21 novembre Ferdinando emanò un durissimo proclama contro le invasioni francesi dello stato del Papa e dell’isola di Malta, e soprattutto contro la continua ed incessante minaccia di invasione francese del Regno. Annunciava quindi che, per salvaguardare il diritto dei sovrani e quello delle genti, aveva deciso di invadere lo stato romano per restituirlo al Pontefice, esortando i francesi a ritirarsi, denunciando di fatto la pace del 1796.

Il popolo di tutto il Regno fu con il Re, e lo dimostrerà nei successivi avvenimenti, che contribuirono a battezzare la nascita della Nazione Napoletana nonostante la sconfitta militare, combattendo con ogni mezzo e disposizione l’invasione francese.

Roberto Maria Selvaggi

Da “Il SUD Quotidiano” del 4/4/98

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