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Differenza tra il liberatore Ruffo e l’invasore Garibaldi

Posted by on Mar 13, 2022

Differenza tra il liberatore Ruffo e l’invasore Garibaldi

Il Meridione visse periodi di rivolgimenti che spinsero i napolitani a assisterli e a prenderne parte, ottenendo vari benefici che gli portarono speranze e illusioni. Tale conseguenza del genere può succedere nel corso e nella fine delle rivoluzioni e delle spedizioni armate con scopi diversi, ovvero a liberare un popolo dalla soggezione tirannica di uno Stato e del suo gruppo dominante o invadere la sua Nazione in modo illegittimo. In questo articolo vorrei mettere in discussione le spedizioni armate e in che modo venivano condotte, ricollegandomi a due personaggi che svolsero professioni diverse e sposarono le idee e cause atte a compiere quell’atto militare con determinati motivi: questi individui sono Fabrizio Ruffo e Giuseppe Garibaldi.

Il primo si ricollega alla spedizione sanfedista del febbraio-giugno 1799 nei territori del Regno di Napoli contro l’esercito francese e i giacobini della farsa Repubblica e il secondo in quello mercenario (figuriamoci se fosse stato rivoluzionario) del maggio-settembre 1860 ai danni dello Stato pacifico e laborioso delle Due Sicilie. Gli anni dei due avvenimenti storici, come ben sapete, sono differenti in base alle situazioni sociali dei napolitani, poiché nel primo il popolo si opponeva ai stranieri che tentarono di colonizzarli attraverso la diffusione degli ideali totalitari avversi ai loro valori morali tradizionali e nel secondo, invece, saranno i ricchi a voler opporsi alla politica filo-popolare dei sovrani Borbone con l’aiuto di altri stranieri e dei suoi amici galantuomini. Proprio di questi fatti hanno suscitato l’avvio di quelle imprese citate, per cui andremo a parlare in seguito, cominciando con l’impresa di don Ruffo.

Fabrizio Ruffo fu un cardinale di origine calabrese, detentore non solo di pietà ma anche di idee riformiste, in quanto svolse il ruolo del Tesoriere Generale della Camera Apostolica affidato da Papa Pio VI, anch’egli sostenitore del riformismo illuminato. Durante questo servizio fece rifiorire la finanza pontificia e abolì i privilegi feudali, dando soddisfazione ai ceti popolari e forte dissenso ai potenti, causandoli la sua sospensione di quel ruolo per ordine di Pio VI. Nel 1794 il re Ferdinando IV di Napoli lo chiama per ricoprire la carica di governatore della Regia Colonia di San Leucio, favorendo maggiormente l’economia locale in eredità della sua opera di riformismo compiuto nello Stato Pontificio. Ruffo si sente ammirato da Ferdinando e non ben accettato dalla corte corrotta dagli inglesi, in particolare dall’ammiraglio Nelson, il quale è l’uomo preferito della moglie di Ferdinando, Maria Carolina. Quando i francesi entrarono a Napoli il 13 gennaio del 1799, dopo un duro scontro con il popolo armato sostenuto dai membri della Deputazione Straordinaria del Buon Governo e dell’Intera Tranquillità e dal Presidente eletto Antonio Canosa e aver ricevuto un’accoglienza “fraterna” dei patrioti giacobini (in verità collaborazionisti), Ruffo segue il re, la corte e il governo a Palermo, iniziando a consigliare al sovrano di organizzare un’impresa per liberare i napolitani dall’arroganza dei francesi e dei signori giacobini arricchiti. Ferdinando IV sembra andare d’accordo e l’approvò, nominandolo Vicario generale del Regno dopo il marchese pro-assolutista Pignatelli, ma la sfiducia di Maria Carolina nei confronti del cardinale era forte che affidava a Nelson di tenerlo sott’occhio. Così l’8 febbraio sbarca a Catona, con una sola nave e otto persone, e il cardinale troverà di fronte un gruppo di cittadini napolitani, informati del loro arrivo, volenterosi a difendere la religione, i valori morali della tradizione e il re. Migliaia di contadini, borghesi, ex-delinquenti, armigeri baronali della Corte di Giustizia e ufficiali e soldati del disciolto regio esercito, consideravano Ruffo come unica speranza non solo di liberazione del Meridione da quella invasione straniera, ma per il cambiamento delle condizioni del popolo. Infatti, entrambi desideri verranno compiuti nell’anima e nelle intenzioni del cardinale e avrà una difficoltà assoluta di adempiere quegli impegni legati all’impresa popolare. Durante la prima fase dell’impresa Ruffo si rivolse ai pochi politici borghesi e nobili di fede monarchica e sostenitori del riformismo borbonico di consegnare i loro beni per un necessario finanziamento utili a fornire le munizioni e i rifornimenti adatti a coloro che intendano a unirsi con lui. Una volta ottenuti queste risorse poté costituire il nuovo esercito di liberazione nazionale, chiamandolo l’Armata della Santa Fede in richiamo della fede religiosa e monarchica presente nella popolazione avversa al sistema e all’ideale repubblicano filo-francese. I sanfedisti ottengono le prime vittorie grazie alla resistenza delle popolazioni calabresi contro l’autorità municipalista giacobina e l’esercito coloniale francese, riuscendo a liberare la città e tentare di commettere un atto di vendetta contro gli altri nobili e borghesi che, in precedenza, si comportarono come padroni terrieri e sposarono la causa repubblicana per mantenere il proprio patrimonio. Il cardinale Ruffo ebbe con tutta la forza a frenare queste forme di violenza contro i giacobini e, per cancellare le ingiustizie dei calabresi inflitte dai francesi e dal governo repubblicano, cominciò a emanare i primi provvedimenti riformistici attinenti all’organizzazione dell’amministrazione e dell’economia locale andando contro gli ordini del governo di Acton che consistevano di catturare solamente i giacobini, come avrebbe fatto naturalmente il principe di Canosa contro il governo di Pignatelli per il diritto di rappresentanza per la Nazione in pericolo. A Catanzaro liberato Ruffo abolì varie tasse e balzelli che determinarono la ingiusta ricchezza dei galantuomini, come se fosse il pizzo mafioso; per adeguare il settore fiscale dell’economica locale eliminò gli annotatori e i soprabilancieri che detestavano fastidio e insofferenza ai cittadini calabresi; affermò la separazione ufficiale tra Catanzaro e Reggio, concedendoli l’ampia autonomia. Le vittorie significative dell’Armata sanfedista passò dalla Calabria alla Basilicata, arrivando in Puglia dove si proseguì ancora lo scontro a fuoco con i fanatici repubblicani e i soldati francesi “fratelli”, in seguito di quello di Crotone tra il 17 e il 19 marzo. Ad Altamura, Ruffo concesse il patto di resa ai signori repubblicani della municipalità per evitare l’assedio e quest’ultimi l’ha rifiutarono per non tradire gli ideali di libertà (elitaria) e dell’eguaglianza (astratta). Così il cardinale si sentiva obbligato a eseguire l’assedio contro la città, distruggendo la maggior parte dei cannoni posizionati al di sopra delle fortificazioni costruite dai repubblicani altamurani, e riesce a entrare, non aspettandosi di vedere una scena davvero disumana compiuta dai pazzi e assassini repubblicani: in una cella vennero trovati 48 prigionieri uccisi, alcuni dei quali erano moribondi, tra cui Roberto Vecchioni, e tale crimine generò in una brutale vendetta dei sanfedisti contro i signori giacobini che durò brevemente per ordine del Cardinale. Dopo 14 giorni di difesa della città da parte dell’armata sanfedista il cardinale permise ai cittadini di poter tornare senza alcuni problemi, continuando a portare avanti la sua impresa e i suoi provvedimenti di cambiamento. Il 24 maggio era alle porte di Napoli, Ruffo chiese al governo di chiedere maggiori aiuti per contrastare l’artiglieria francese nell’area marittima e montagnosa. Nelson si avviò volontariamente a darli una mano ma non con un buon rapporto di amicizia, visto che aveva giurato alla regina Maria Carolina di controllarlo ogni atto che commette. Purtroppo si sa che il cardinale condusse la sua impresa a modo suo, senza rispettare gli ordini di Acton, e con il notevole supporto del popolo napolitano insorto a suo favore, intanto l’ammiraglio invia varie navi sia quelle sue sia quelli turchi e russi per offrire protezione ai soldati sanfedisti durante la loro marcia verso Napoli. Il 13 giugno, il cardinale Ruffo, dopo una messa per evocare Sant’Antonio a dare grazia e forza ai soldati e volontari di combattere il repubblicanesimo totalitario franco-giacobina, lancia l’attacco nell’ingresso di Napoli e sconfisse un gruppo di giacobini assoldati nel ponte di Maddalena, dichiarando positivamente e gloriosamente il Regno di Napoli libero dai soprusi e dal dominio dei stranieri e i suoi coloni. Però gli inglesi intromessi del governo napolitano erano pronti a punirlo per non aver obbedito al Primo ministro Acton e la regina Maria Carolina fece pressioni al marito di cacciarlo dalla sua carica. Ruffo, di fronte a questo complotto politico, compie un gesto di carità per i nemici: propose l’esilio dei giacobini a Tolone, in Francia, per non subire la condanna a morte dal Re e dal folle Nelson. Invece tale proposta viene frantumata a pezzi, poiché i giacobini decisero di farsi consegnare all’ammiraglio inglese per onorare il proprio martirio (di che cosa?!). Ruffo viene deposto dall’incarico di Vicario Generale per ordine di Ferdinando, costretto da Nelson per fare un piacere alla regina Maria Carolina, subendo la propria delusione dopo i veri e tanti sacrifici fatti per offrire al popolo napolitano la possibilità di ribellarsi contro la presenza dello Stato straniero, in eredità della rivolta masanielliana del 1647. Egli vivrà i suoi ultimi giorni della sua vita a Napoli fino alla sua morte avvenuta nel 1827 a soli 83 anni. Gli esempi morali e dignitosi di Ruffo tendono a essere una parte integrante del principio interclassista regnante nella società napolitana, tant’è che egli voleva basare la sua impresa sulla pacificazione e sull’unità nazionale e sociale, anche se nell’esercito di liberazione vari contadini nutrivano un odio sentimentale verso i precedenti padroni per il dovuto sfruttamento nell’ambito lavorativo. La pietà di Ruffo verso i nemici dei sanfedisti era talmente forte che veniva ignorata dalla corte filo-inglese e corrotta e che sarà ignara nell’atteggiamento del secondo personaggio, Giuseppe Garibaldi.

L’ambiente liberale e democratica filo-padana lo definiscono “l’eroe dei due mondi” perché aveva partecipato nelle battaglie armate nei due paesi dell’America Latina, Brasile e Uruguay, e un amante del popolo (soltanto per gli amici elitari). Certamente le loro irrealistiche affermazioni non ci convincono assai, quindi è necessario fare una concreta descrizione sulla sua vita. Garibaldi, dopo aver preso parte in una fallita e folle rivolta elitaria repubblicana nel regno dei Savoia del 1833, si mise in fuga non per avere una conoscenza degli ideali rivoluzionari ma per condurre un altro hobby: compiere vari crimini. Il primo crimine fu la pirateria a Tunisi e il secondo sarà la ruberia dei cavalli a Perù, dove gli verrà staccato l’orecchio sinistro, arrivando a cambiare il mestiere criminale come comandante delle navi per la schiavitù degli asiatici. Per quanto riguarda la sua relazione con Anita non è vero che si incontrarono per passione amorevole; all’inizio il ladro Garibaldi e i soldati farrapos entrarono nel Rio Grande do Sul e quando la vedette si innamorò con una frase “Devi essere mia”, comportandosi come un solito Gaston del film la Bella e la Bestia. Garibaldi non sa che la giovane Anita era sposata con Manuel Duarte, un calzolaio a carattere sensibile, e decise di prenderla in possesso organizzando un farso arresto nei suoi confronti. Il marito di fatto legittimo viene preso dai soldati farrapos e ucciso forse per volontà del condottiero ladro e schiavista, il quale avrà la fortuna di sposarla nel 1842 con un matrimonio forzato. Che tipo di amore c’è stato tra Giuseppe e Anita? Nulla e poi nulla. I storici hanno pure il coraggio di oscurare questo fatto con la faccia della vergogna. Ritorniamo alla vita del condottiero delinquente, in cui passò dall’America Latina alla penisola italiana, partecipando ai moti rivoluzionari e agli incontri masso-liberal-democratici, attorno dei quali venivano organizzati le prime congiure repubblicane contro gli Stati monarchici proclamati costituzionali (sotto pressione liberale) durante la guerra federalista del 1848. Roma e Toscana diventarono le nuove Repubbliche dell’anarchia elitaria, governate da folli mazziniani e usurpatori liberali, i cui ultimi si dettero alla truffa dei beni posseduti nelle banche nazionali. Inoltre nella Roma anarco-repubblicana venivano compiuti le presunte violenze sugli uomini e sulle donne religiosi e i saccheggi verso gli ordini religiosi e le congregazioni impegnati al sostegno della povertà. Il governo del triumvirato e Garibaldi non presero nessun provvedimento disciplinare in quanto erano impegnati granché a portare disordini che a emanare le altre riforme. Ben presto il periodo oscuro della Repubblica delle élite finì con l’intervento dell’esercito francese mandato da Napoleone Bonaparte, Presidente della Repubblica, dopo aver udito la richiesta di sostegno pronunciata da Papa Pio IX. Garibaldi fuggì con il suo esercito borghese per raggiungere Venezia, assieme alla morente Anita e dovette affrontare l’esercito imperiale austriaco per tante volte, provando a nascondersi nelle zone paludose e, mentre portava Anita sulla barca per raggiungere una casa di un medico per curarla, pone fine la vita della giovane innocente con uno strangolamento compiuto dai suoi pochi uomini, dopo che precedentemente fece fuori il suo legittimo marito. L’unica prova di quell’omicidio sarà affermato dal conte Lovatelli, un delegato della polizia pontificia, in un rapporto giudiziario consegnato a monsignor Bedini dopo che il corpo fu ritrovato a Ravenna il 12 agosto 1849. Anche questo caso di femminicidio non viene inserito sui libri di storia. Garibaldi si recò a Londra per continuare a sostenere l’idea dell’Italia unita e divenne un collaboratore non solo del terrorista Mazzini ma della Massoneria inglese, realizzando con essi un progetto di rovesciamento dei governi legittimi e della distruzione della religione cattolica. Accanto agli inglesi entreranno a far parte i politici monarchici del Regno “costituzionale” di Sardo-Piemonte e gli esuli provocatori anti-popolari, tra cui c’erano repubblicani. Nonostante gli scontri tra i liberali e i repubblicani per il loro desiderio della presa di potere, Garibaldi entrò a far parte nella Massoneria e nell’alleanza tra politici e inglesi, favorendo la nascita di determinati gruppi di reclutamento per le personalità elitarie e i membri della delinquenza comune, sottoposti alle dipendenze dei comitati militaristi. Però il finanziamento del loro progetto veniva sostenuto dalla famiglia tedesca ebraica Rothschild con una somma di denaro per un necessario acquisto illegale delle armi, usate per organizzare le rivolte del disordine. Nel 1859 Garibaldi partecipa come generale dei Cacciatori delle Alpi con l’esercito francese nella guerra contro gli austriaci in Lombardia, mentre gli Stati preunitari venivano cancellati dai colpi di stato architettati dagli agenti piemontesi invitati dal Primo ministro Cavour. Il generale-ladro, interessandosi di questi movimenti militari favorevoli all’annessione del Regno dei Savoia, propose agli esuli provocatori di organizzare una spedizione mercenaria per occupare (e non liberare) il pacifico Regno delle Due Sicilie, fidandosi dei fanatici rivoluzionari siciliani corrotti dalla classe nobiliare e della criminalità organizzata. Il Regno dei Savoia affermò pubblicamente di non voler sostenere questa spedizione, ma lo fa in maniera privata con l’aiuto dei massoni inglesi e dei Rothschild, i cui ultimi consegnarono un altro ingente di denaro agli agenti piemontesi per effettuare un’operazione di corruzione verso gli ufficiali, generali e politici duosiciliani. Il 5 e 6 maggio del 1860 partì con un esercito di mercenari assoldati e stranieri da Genova per poi prima passare in Toscana a recuperare migliaia di fucile e soldi e in seguito a Marsala, dove ad aspettarli ci stanno un gruppo di galantuomini della classe baronale, i borghesi corrotti, i latifondisti, i membri della mamma mafiosa (erede di Cosa Nostra) e gli inglesi di Ingham, pronti a offrire al generale-ladro e ai suoi soldati una copertura durante il loro piano d’invasione. Dopo aver occupato la Sicilia e affidata ai galantuomini e ai mafiosi, il 19 agosto effettua l’ennesimo sbarco a Melito Porto Salvo e le navi duosiciliane non ebbero il tempo di attaccare i loro piroscafi con la solita corruzione di ufficiali e generali ad opera dei signori liberali e dei membri della ‘Ndrangheta, tra questi furono Giuseppe Ghio e Fileno Briganti, tranne il valoroso Antonio Dusmet, colonnello del 14° Reggimento dell’Esercito duosiciliano intento a difendere sia la piazza duomo sia la Chiesa di San Giorgio ma durante un combattimento armato, un sicario assoldato dai galantuomini e da ufficiali garibaldini lo fece fuori assieme al figlio Francesco. I soldati duosiciliani, dispersi nelle guide e nelle tattiche militari contro l’avanzata dei mercenari, saranno costretti a ritirarsi e ebbero il proprio timore che altri ufficiali e generali fossero stati corrotti da Garibaldi, dai Savoia e dalle élite dell’anarchia risorgimentale, come ci fu nei confronti di Briganti che lo uccisero all’instante. L’esercito mercenario continuò a occupare ogni città napolitana e signori galantuomini costituivano governi provvisori filo-piemontesi, emanando i primi provvedimenti amministrativi attinenti a quelli dei commissari sabaudi applicati nei territori pontifici e toscani. Questi provvedimenti consistevano la leva obbligatoria nell’esercito mercenario e l’aumento delle tasse per il macinato e per la guerra illegittima, generando più insoddisfazione che emozione ai cittadini napolitani sottomessi. Garibaldi, a differenza del cardinale Ruffo, era responsabile di aver lasciato ad alcuni volontari dei Mille il diritto di commettere le vendette contro famiglie innocenti e popolazioni che si opponevano al loro ideale. Infatti, dopo che l’occupazione intera del Meridione veniva terminata con il suo ingresso a Napoli in una festa di accoglienza organizzato dal Ministro della polizia e traditore Liborio Romano e dai suoi amici camorristi con al capo Tore ‘e Crescienzo, la situazione postunitaria dei territori ex-napolitani stava cominciando ad essere più problematica e instabile per il dovuto sentimento monarchico e attaccamento dei valori morali tradizionali da parte dello stesso popolo, protestando in maniera pacifica e con le armi l’ingiustizia coloniale dello Stato italo-sabaudo. Il primo scontro tra la popolazione napolitana e l’esercito mercenario avvenne in Isernia il 17 ottobre, quando la popolazione civile, una volta rovesciato l’autorità filo-piemontese di Stefano Jadopi il 30 settembre e dopo aver ricevuto rinforzi di soldati duosiciliani, accoglie a fucilate la colonna mercenaria guidata dal colonnello Francesco Nullo e uccide i mercenari per non farsi sottomettere da quest’ultimi. Successivamente la rivolta anti-unitaria del popolo napolitano si svilupperà in tutte le regioni del Meridione e, chi non lo sa, e finirà con una marea di sangue. Il ladro Giuseppe Garibaldi non volle mettere piede nel Meridione per la paura di essere linciato dai napolitani e una sua discendente, Anita, dichiara che suo figlio Ricciotti si pentì di aver preso parte in quella guerra d’invasione e si unì alle file dei patrioti, denigrati falsamente briganti, dell’ex-mercenario contadino Raffaele Piccoli. Gli ultimi anni di vita del generale-ladro furono pieni di elogi esagerati da parte dei suoi fanatici repubblicani e liberali con il fatto di essersi battuto per l’unità imposta con le armi e la violenza, magari se l’avesse fatto per il bene del popolo disunito. Tutt’oggi la storiografia ufficiale, tra i due personaggi e le loro spedizioni nel Meridione descritti in precedenza, sceglie il secondo e lo considera un Padre della Patria insieme con gli altri salvatori padani dell’Italia, preferendo mettere in considerazione la storia dei vincitori che il diritto alla verità. Però è necessario sapere di quali ideali erano ispirati in quelle spedizioni condotte da Ruffo nel 1799 e da Garibaldi nel 1860. Il primo tendeva a legare al pensiero politico del cardinale che contiene tre ideali: il Dio, il Re e la Casta. Oltre a essere fedele ai primi due, la terza è l’unico principio che sancisce l’orgoglio di appartenenza della propria classe sociale e la volontà di non farsi condizionare dalle altre classi e dalla stessa. Esempi fondamentali del terzo principio sono l’applicazione delle riforme favorevoli ai bisogni economici delle popolazioni e la fiera opposizione del cardinale verso le prepotenze dei potenti (prima contro il clero e l’aristocrazia feudale e poi contro Nelson). Alla fine Ruffo dovette subire le sconfitte sia dai primi sia dall’autoritario ammiraglio, ma la sua pietà verso i nemici e il suo impegno di sviluppo al popolo napolitano rimane un esempio morale per la politica e la storia della Nazione Napolitana. Se la spedizione di Ruffo puntava sulla via giusta, in quello di Garibaldi è tutto al contrario, perché all’interno degli ideali risorgimentali che egli e gli altri “Padri della Patria” li sostenevano c’è il più principale, cioè il forte sciovinismo padano espresso nell’ideologia repubblicana e monarchica e diventato ufficialmente il nazionalismo italiano dopo l’Unità d’Italia, come avvenne per quello serbo nella nascita del nazionalismo jugoslavo. Un caso storico che si potrebbe legare all’affermazione del sciovinismo padano nella corrente risorgimentale è il desiderio dei potenti di proteggere i propri privilegi dalla politica illuminata dei Borbone che introdussero positivamente gli usi civici per le classi contadine, con il trasformismo che ha causato la crescita del fenomeno dell’elitismo politico che partecipazione politica delle masse di fatto controllate dai sapienti, ovvero quelle persone che hanno il vanto di sapere tutto e di appartenere nei partiti politici. Assieme al sciovinismo padano si affianca il patriottismo amorale, un altro ideale determinante dell’impresa mercenaria, sostenuto da personalità più impopolari nei momenti opportuni, tra cui il coinvolgimento dei mafiosi nei moti del disordine, il cui origine, prima di affermarsi nell’ambito istituzionale del 1861, deriva dal rapporto tra i politici cospiratori e le sette mafiose iniziato nel 1848 dopo il tentativo di rivolta borghese contro il governo legittimo dei Borbone del 15 maggio. Quindi Garibaldi si fidava troppo agli amici del popolo, i quali furono preti massoni, politici galantuomini (di idee liberali e democratiche) e delinquenti, e poco all’intero popolo napolitano, facendolo imbastardire delle sue idee utopistiche unitarie e repubblicane e costringendolo a unirsi con vari signori politici che una volta li discriminarono. Con il cardinale Ruffo la spedizione ebbe l’avvenimento della giustizia economica e sociale, mentre nel Garibaldi si ha l’instaurazione delle vecchie e nuove ingiustizie, ma la storiografia etichetta Garibaldi come eroe della “libertà italiana” e Ruffo un cardinale “assassino” a guida delle bande dei briganti, richiamando la falsa accusa della nobile portoghese Eleonora de Fonseca nei suoi confronti sul giornale filo-francese Il Monitore napoletano. Il popolo napolitano che elogia a fare il ladro e l’assassino Garibaldi se egli offriva nuove sorprese ai falsi Frate’ d’Itaglia e ai Savoia colonizzatori? Il cardinale Ruffo è un ennesimo vero e proprio eroe nazionale, assieme a Ferdinando II, Carmine Crocco, Masaniello e molti altri. La frase del poeta Milan Kundera sulla distruzione ingiusta della storia di un popolo schiavizzato ci fa capire quanto sia importante che sui libri di storia debba prevalere moralmente la verità per cancellare i racconti illusori dei vincitori.

Antonino Russo,

attivista indipendentista calabro.           

1 Comment

  1. Ci si aspetterebbe ora e ci si augura che la conoscenza di tanta storia stimoli l’orgoglio di un popolo ricchissimo di tradizione e di un vissuto sedimentato nei secoli cosi’ da riconquistare l’ardore di cui e’ capace per una rinascita consapevole e moderna! caterina ossi

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