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Don Pedro di Toledo (Viceré dal 1532 – 1553)

Posted by on Ott 9, 2021

Don Pedro di Toledo (Viceré dal 1532 – 1553)

Il viceré Don Pedro di Toledo[1] Marchese di Villafranca entrò a Napoli per la Porta Capuana il 4 settembre 1532. Governò il Regno di Napoli per 21 anni, fino al 23 febbraio 1553. Ebbe due mogli, la prima fu la marchesa Donna Maria Ossorio Pimentel, proprietaria di Villafranca, la seconda fu Donna Vincenza Spinelli, vedova di Don Carlo Caracciolo, sorella del Duca di Castrovillari e del Marchese di Mesuraca. Dalla seconda moglie non ebbe figli ma dalla prima ebbe tre maschi e quattro femmine: Don Federigo, Don Garsia e Don Luigi, Donna Isabella, Donna Eleonora e Donna Giovanna. Don Pietro era il secondogenito di Don Federigo di Toledo, Duca d’Alba.

Durante il suo mandato pubblicò 33 prammatiche[2] delle quali si ricordano in particolare quella sui duelli: «Che ai Provocatori a duello siano rei di pena capitale, e quei, che non l’accettano, non siano notati d’infamia»; quella sui furti notturni, quella sul peso delle monete: «Che la moneta fosse di giusto peso, e che si rifacesse la logora, acciò non venisse meno». Di grande interesse è la prammatica del 22 gennaio 1534, con la quale il viceré Toledo aumentò il numero dei Giudici per le cause civili e criminali da quattro a sei unità in ogni Gran Corte della Vicarìa: «Quor uni quidem duo vocare debeant causis civilibus et aliarum expeditioni, et alii quatuor causis criminalibus, e se i Giudici fossero discordi in decisione causarum criminalium gravium… et similiter in causis civilibus»,[3]dovevano intervenire gli altri due Giudici. Per la buona amministrazione della giustizia, ogni anno dovevano essere nominati altri quattro giudici. Volle altresì Toledo che i giudici dovevano essere in Tribunale per tempo, et à buon’hora, ogni mattina per almeno tre ore nella Camera dell’Audienza per attendere alle cause del Regio Fisco, due ore per ascoltare l’avvocato e il procuratore fiscale e non fare altro e la terza per le cause delle parti, e principalmente in dare udienza all’Avvo­cato e Procuratore dei Poveri. Volle altresì Toledo che anche dopo mangiato fossero i giudici presenti in tribunale per altre tre ore à negotiare in essa Gran Corte.Confermò la disposizione emanata nel 1481 dal Re Ferrante I d’Aragona, di controllare e fedelmente annotare se i detti Giudici osservano il sopradetto servitio, e per quante hore ogni dì assistono in Corte; dispose che uno dei Giudici fosse settimanalmente di turno nella Sala, senza interruzione, per spedire mandati, citazioni e altre cose necessariementre gli altri erano in Camera di giudizio ad ascoltare gli avvocati e i procuratori. Il Magnifico Reggente e i Giudici dovevano ritirarsi tutti insieme per discutere in segreto e votare congiuntamente e non separatamente l’un l’altro, massi­mamente nelle cause criminali e in quelle che riguardavano il Regio Fisco, con l’intervento del Magnifico Avvocato e del Procuratore fiscale,[4] e i decreti dovevano essere sottoscritti da tutti, sia dai favorevoli che dai contrari.

Don Pedro estirpò l’abuso abominevole dei canti ingiuriosi e dei suoni villani che la plebe abitualmente soleva fare sotto la casa dei nuovi sposi, quando una donna passava alle seconde nozze. Quest’usanza, detta Ciambelleria (un’irrisione collettiva), era causa d’omicidi e risse. Vietò le superstiziose dimostrazioni di dolore che si facevano nei funerali «non solo con lungo e smoderato strascico d’abiti luttuosi», ma anche con urli, pianti, e graffiature del viso nelle pubbliche strade. Ordinò che non si cavasse oro, ossia che non si portasse fuori dal regno né oro e né argento. Dispose altresì che nelle ferie estive si cavassero dalle prigioni i carcerati per debiti civili, dando sicurtà di concordarsi co’ loro Creditori, o di ritornare nelle Carceri. Volle che le sentenze, e i decreti fossero pubblicarsi per tutto il giorno seguente alla decisione.[5]Il 31 ottobre 1532 emanò la prima prammatica:

Essendo la volontà della prefatà [sic] Maestà, che le Città, Terre, e luoghi del prefente Regno tanto demaniali, come di Baroni, e li sudditi di detta Maestà sieno rilevati da ogni indebita oppressione. Si ordina per questo, e comanda, che i Governatori, e Auditori delle Provincie, e altri Officiali, e Commissarii, tanti delle Provinciali Audienze, come di qualsivoglia Tribunale, non habbiano da havere, né [sic] dimandare alle Terre per dove passeranno, ò [sic] staranno per cosa alcuna, le spese né per un dì, né per una sera, quando vanno per lo detto Regno per Città, Terre, e luoghi predetti tanto di Demanio, quanto di Baroni, e che le Terre non possano loro dare dette spese, e quello, che contraverrà, tanto dette Terre, come detti Officiali, ogni volta cascherà alla pena di ducati mille, e altra à nostro arbitrio riservata, esiggenda, senza remissione alcuna.[6]

Nei ventuno anni di governo, Don Pietro di Toledo governò con autorità e severità e per questo fu odiato da molti. Fu uno dei più accorti e prudenti viceré dell’imperatore Carlo V. Come il suo predecessore, il Cardinale Colonna morto nel 1532, combatté col rigore della giustizia la rilassatezza dei costumi, l’anarchia esistente, l’assolutismo dei nobili sui loro vassalli e quell’autorità insolente che (come i bravi del Manzoni) esercitavano sugli artigiani e sulla plebe. Minacciò estremi rigori a quei Baroni, che osassero porre ostacolo al corso delle leggi. Afferma Pietro Giannone:

Non fidandosi di nessuno, [Don Pedro] dava udienza ogni giorno a tutti con grandissima attenzione, volendo egli sentire, e conoscere cosa per cosa: per la qual via ebbe tosto notizia de’ difetti degli ufficiali, li quali sicuri, che non vi sarebbe cosa, che al Viceré non fosse nota, alcuni emendandosi per sé medesimi, si riducevano a buona vita, altri, ciò trascurando, ne erano ammoniti, ed altri aspramente ripresi, ed alcuni anche deposti dalle loro cariche. Ritrovò, che intorno al punire i delinquenti, era di molto impedimento il favore de’ grandi Baroni, e nobili della città, li quali, o importuni tosto correvano a dimandargli grazia, ovvero, usando della lor potenza, minacciavano i Giudici perché gli liberassero. Fece perciò lor sentire, che cessassero di tentar simili cose, perché con lui non. varrebbe ad essi né il favore, né le minacce.[7]

Per dare un grande esempio, fece arrestare il Commendatore Andrea Pignatelli, che accoglieva e proteggeva i delinquenti e impediva alla giustizia di pronunciarsi; gli fece tagliare la testa nel largo del Castelnuovo. La stessa sorte riservò al Conte di Policastro e a Matteo Pellegrino, gente ricca e potente. Proibì i duelli e stabilì che nessuno potesse girare armato per le vie della città dopo le due di notte. Proibì ai giudici e ai commissari di accettare, durante il loro ufficio, donazioni in denaro, oro o argento, ma solo cibi e bevande quod in paucis diebus possit consumi, bastevoli solo al loro bisogno giornaliero, pena la restituzione del quadrupolo di quanto avessero preso. Nel 1539 chiese all’Im­peratore Carlo V[8] che i Commissari (i Giudici) prima di andare in giro per il regno a esercitare il loro ruolo «debbano, prima, che partano solennemente giurare di fedel­mente esercitare, e amministrare il loro Officio, il quale vanno ad eseguire… e ritornando habbiano da dar conti della loro ammini­strazione; e essendo trovati colpati sieno puniti, e castigati, e debbano risarcire tutti i danni, e interessi à quelli, che gli haveranno patiti».[9]

Don Pedro fu inflessibile anche con la plebe. Poiché molte strade di Napoli erano fangose, anguste e fetide e gli edifici erano costruiti senza regole, decise di rendere la città più igienica e vivibile. Per fare questo impose la gabella di un grano a rotolo sulla carne, sul pesce e sul formaggio e allorché l’Eletto del popolo, Bazio Terracina, convocato dal Viceré, si recava a Palazzo fu insultato per strada da un buon numero di persone che  minacciarono di bruciargli la casa e di uccidere lui, la moglie e i figli, Don Pedro fece imprigionare e strangolare un certo Fucillo Micone (precursore di Masaniello) che s’era messo a capo della sommossa e fece esporre il suo corpo a una finestra del Palazzo della Vicaria [o Castel Capuano], dove aveva fatto trasferire tutti i Tribunali e le carceri della città. Una lapide marmorea, posta sul frontespizio, attesta:

Carlo V Augusto in Civitate Imperante.

Petrus Toletus Marchio Villæfranchæ

Hijus Regni Prorex, juris vindex Sanctissimus,

Post fugatos Turcas, arcem in Curiam redactam

Justitiæ dedicavit;

Consiliaq[que]; omnia hoc in loco cū [cum] magno totius Regni

Commodo constituit

Anno à partu Virginis M. D XXXX.

L’imposta fu raccolta e Don Pedro fece mattonare tutte le strade, ingrandì la città, costruì nuove mura di difesa inglobando al suo interno molti edifici, il monte di S. Erasmo e Pizzofalcone [monte Echia]. Ricostruì e fortificò il Castello di Baia e il Castello di S. Erasmo, dove sulla porta del corpo di guardia principale si legge il seguente epitaffio:

Imper.[ator] Caroli V. Invict.[is] August. Cæsar. jussu,

Ac Petri Toleti Villæfranchæ Marchion.[e]

Justiss.[imi] Proreg.[is] auspiciis,

Pirrhus Aloysius Scrivà Valent.

Divi Joannis Eques,

Cesareusque militum Præfectus,

Pro suo bellicis in rebus experimento

Faciundum curavit.[10]

M.D.XXXVIII

Per ospitare a Napoli il Re e la Regina di Spagna, nel1533 Don Pedro iniziònel parco del Castel Nuovo la costruzione di un palazzo reale, detto poi Palazzo vecchio. Al lato del palazzo fece aprire una strada che andava dritta verso la collina di Capodimonte; questa strada è, ancora oggi, detta “via Toledo”. Don Pedro costruì numerose torri di vedetta lungo le coste per proteggere gli abitanti dagli attacchi dei saraceni. Rese colti­vabili molte zone paludose, liberò il fiume Volturno da detriti e ostruzioni perché fosse navigabile e percorso dalle barche. A Napoli fece costruire un ospedale e una chiesa dedicata a S. Giacomo protettore delle Spagne (l’edificio ospita oggi il municipio). Nel coro, ancora in vita, Don Pedro si fece costruire dall’architetto Giovanni da Nola un sepolcro di marmo con figure in basso rilievo; un’iscrizione posta dal figlio Don Garzia dice:

Petrus Toletus, Friderici Ducis Alvæ Filius,

Marchio Villæ Franchæ, Regni Neapolis Prorex;

Turcarum, hostium omnium spe sublata,

Restituta Justitia, Urbe mœniis, arce, foroque

Aucta, munita, et exornata; denique toto Regno Divitiis,

Et hilari securitate repleto, monumentum

Vivens in Ecclesiadotata,

Et à fundamentis erecta poni mandavit.

Vixit annos LXXIII. Rexit XXI.

Obiit M.D.LIII. VII kal. Februarii

Mariæ Ossorio Pimentel Conjugis Clariss. image

Garzia Regni Siciliæ Prorex, marisq [que] præfectus,

Parentibus optimis posuit.[11]

M. D. LXX.

Tutte queste opere non erano apprezzate dal popolo, che mal sopportava il governo autoritario di Toledo. Nel 1534, per combattere l’usura, Don Pedro cacciò dalla città gli Ebrei e istituì il Monte della Pietà in cui, con poco profitto, si prestava denaro al popolo sul pegno fino alla somma di ducati 10 senza interessi. Nel 1535, introdusse la consuetudine di fare periodicamente e secondo le circostanze donativi all’Imperatore. In quello stesso anno furono raccolti e donati 150.000 ducati per la guerra di Tunisi. Mentre a Napoli si apprestavano un gran numero di galere e soldati, giunsero nel porto 3000 spagnoli, che stressati dal viaggio si portarono all’osteria della Loggia per rinfrancarsi. Al momento del pagamento, forse per un prezzo troppo alto o per l’arditezza di qualche spagnolo, vennero dalle parole alle mani e alle armi, molti spagnoli furono sopraffatti dalla popolazione e alcuni rimasero uccisi. Don Pedro, viste le circostanze, preferì soprassedere all’evento e sollecitò la partenza di tutte le forze raccolte a Napoli per unirsi in Sardegna alle forze dell’Imperatore. Con una flotta di 700 navi grandi e piccole l’armata sbarcò in Africa e conquistò Tunisi. Al ritorno della spedizione, i napoletani donarono un milione e mezzo di ducati ma, ritenendo la somma eccessiva, l’imperatore Carlo V ne accettò solo un milione. Nel 1536, Carlo V, nipote di Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia, visitò Napoli. Due anni dopo, i napoletani donarono all’imperatore 360.000 ducati e nel 1539 altri 200.000, oltre ai 25.000 donati per le pianelle (le pantofole)dell’imperatrice. Per la guerra contro i turchi furono donati 800.000 ducati nel 1541; altri 600.000 ducati furono donati nel 1545 per le fascie del primogenito dell’Arciduca Filippo, principe delle Spagne. Per le nozze della figlia dell’Imperatore furono donati 150.000 ducati nel 1548; altri 600.000 ducati furono offerti per l’andata del principe Filippo nelle Fiandre. Nel 1552, per i bisogni della guerra contro i turchi,[12] furono donati, 800.000 ducati.

Nel 1600 il viceréFerdinando Ruiz de Castro Conte di Lemosdecise di far costruire un nuovo Palazzo Reale adiacente al “vecchio”. Il progetto di costruzione fu realizzato dall’architetto Domenico Fontana.


[1] Toledo nacque ad Alva di Tormes, nel regno di Castiglia, nel 1484.

[2] Abbreviazione di prammatica sanzione, nel linguaggio giuridico indicano leggi, decreti o regolamenti emanati dai re o viceré.

[3] BLASIUM ALTIMARUM, Pragmatiche, Edicta, Decreta, Regiaeque Sanctiones Regni Neapolitani, De Officio Magistri Justitia…, Tomus Secundus, Napoli 1715, p. 308.

[4] «…che tanto nel votare di dare i tormenti, come in tutte l’altre cose importanti intervengano tutti i giudici, ò la maggior parte di loro, e si voti secretamente, e si assegna il voto, e parere della maggior parte». (Blasium Altimarum – op. cit., p. 310.)

[5] DOMENICO ANTONIO PARRINO, Teatro eroico, e politico de’ governo de’ viceré del Regno di Napoli dal tempo del Re Ferdinando il Cattolico fin’ all’anno 1683, Tomo I, Per Francesco Ricciardo, Napoli 1730, pp. 207 e ss.

[6] Cfr.BLASIUM ALTIMARUM, Pragmatiche, Edicta, Decreta…, De Officio Justitiarii..., op. cit. p. 302 (Datum in Castro Novo die 31 Octobris 1532).

[7] GIOVANNI GRAVIER, Raccolta dei più rinomati scrittori dell’Istoria generale del Regno di Napoli, Tomo XIV, Stamperia Giovanni Gravier, Napoli 1770 –

PIETRO GIANNONE, Istoria civile del Regno di Napoli, Tomo IV, p. 593.

[8] Alla morte di Ferdinando il Cattolico, Carlo V, figlio di Filippo il Bello (morto nel 1506) e Giovanna la Pazza, divenne re di Aragona e di Castiglia (ossia di Spagna) nel 1516. Alla morte del nonno, l’imperatore Massimiliano, fu incoronato ad Aquisgrana il 23 ottobre 1520. Fu incoronato a Bologna con la corona ferrea dal Papa Clemente VII il 24 febbraio 1530.

[9] BLASIUM ALTIMARUM, Pragmatiche, Edicta, Decreta…, De Officio magistri justitiarii, op. cit., p. 312.

[10] DOMENICO ANTONIO PARRINO, op. cit, p. 164.

[11] DOMENICO ANTONIO PARRINO, op. cit., p. 164

[12] Cfr. D. A. PARRINO, op. cit., p. 166-167.

Vincenzo Giannone
Cronache del Regno delle Due Sicilie

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