Alta Terra di Lavoro

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Due Sicilie l’ultimo

Posted by on Gen 15, 2022

Due Sicilie l’ultimo

Facemmo un balzo di circa dieci anni.
La storia si ripeté, pressocché uguale, ma alla fine di questo resoconto volemmo rendere onore a una figura storica, Gioacchino Murat troppo spesso vilipeso.
Lo ammirammo in quanto visse secondo, propria, coscienza.
Non è un’offesa a chi legge ma, nella nostra profonda ignoranza, volemmo donare un piccolo e misero tributo a una figura storica coerente.
Grazie.
La presente vogliate accoglierla come un’affettuosa lettera a tutti i lettori che ringraziammo per averci seguito fin qua.
Le Due sicilie subirono tanto, ma non furono esenti da ignominie.
Cordialità.

Sentenza di condanna a morte per il Generale Gioacchino Murat

La Commissione Militare, riunita alle ore 10 antimeridiane del giorno 13 di questo mese di Ottobre ed anno milleottocentoquindici nel Castello del Pizzo per giudicare l’arrestato Generale francese Gioacchino Murat qual pubblico nemico,
dopo d’essersi data lettura delle parti esistenti nel processo,

INTESI
i testimoni in pubblica seduta,
il Relatore nelle sue conclusioni,
il Signor Giuseppe Starace, capitano f.f. di sottodirettore di artiglieria nelle Calabrie, avvocato ufficioso del giudicando, ne’ mezzi di difesa di questi, che ha dichiarato di non rimanergli cosa da aggiungere, il Regio Procurator Generale nel suo avviso,
il Presidente ha proposto la

PRIMA QUISTIONE
Il Generale francese Gioacchino Murat è pubblico nemico?
La Commissione ad unanimità ha dichiarato e dichiara che Gioacchino Murat è colpevole di aver eccitato i cittadini ad armarsi contro il Re e il pubblico ordine e di aver tentato di portare l’eccidio nel Comune del Pizzo per estenderlo nel Regno. Ciò che costituisce il Murat reo di misfatto contro l’interna sicurezza dello Stato e pubblico nemico.

SECONDA QUISTIONE
Qual è la pena applicabile al Gioacchino Murat?
Considerando che i misfatti de’ quali Gioacchino Murat è stato dichiarato colpevole sono previsti negli articoli 87 e 91 del Codice Penale ne’ termini seguenti:
Art. 87 – L’attentato o trama, di cui il fine sarà sia di distruggere, o di cambiare il Governo o l’ordine di successione al Trono, sia di eccitare i cittadini, e gli abitanti ad armarsi contro l’autorità reale, saranno puniti con la pena di morte e con la confiscazione de’ beni.
Art. 91 – L’attentato o trama, di cui il fine sarà l’eccitar la guerra civile armando o inducendo i cittadini, o gli abitanti ad armarsi gli uni contro gli altri, sia il portar il devastamento, l’eccidio ed il saccheggio in uno o più Comuni, saranno puniti con la pena di morte, e i beni de’ colpevoli saranno confiscati

ha deciso e decide essere applicabili siffatte sanzioni penali a Gioacchino Murat.
Perciò all’istessa unanimità lo ha condannato e condanna alla pena di morte con la confiscazione de’ suoi beni.

ORDINA
che la presente sentenza sia eseguita a cura del Relatore e che se ne imprimano 500 copie.
Alle ore 5 pomeridiane del giorno mese ed anno come sopra.

Saluto al re
La sentenza deve avere esecuzione immediata.

Murat appare rassegnato.
Fino a ora si è creduto ancora invulnerabile, come lo è stato in tante battaglie.
Ma adesso ha capito che non uscirà più da quella trappola.
Chiede allora di poter scrivere una breve lettera a Carolina. Eccola:

Ma chère Caroline,
ma dernière heure est arrivée: dans quelques instants j’aurai cessé de vivre, dans quelques instants tu n’auras plus d’époux. Ne m’oublie jamais, ne maudis jamais ma mémoire: je meurs innocent, ma vie ne fut tachée d’aucune injustice. Adieu mon Achille; adieu ma Létizia; adieu mon Lucien; adieu ma Louise. Montrez-vous au monde dignes de moi. Je vous laisse, sans royaume et sans biens, au milieu de mes nombreux ennemis.
Soyez constamment unis; montrez-vous supérieurs à la fortune; pensez à ce que vous ètes et à ce que vous avez été, et Dieu vous bénira.
Ne maudissez point ma mémoire. Sachez que ma plus grande peine, dans les derniers moments de ma vie, est de mourir loins des mes enfants. Recevez la bénédiction paternelle; recevez mes embrassements et mes larmes. Ayez toujours présent à vótre mémoire vòtre malheureux pére.
Pizzo, 13 Octobre 1815
(Lettera, da noi, copiata parola per parola,ndr)

(Mia cara Carolina,
la mia ultima ora è giunta: tra pochi istanti avrò cessato di vivere, tra pochi istanti non avrai più uno sposo. Non dimenticarmi mai, non maledire mai la mia memoria: muoio innocente, la mia vita non fu macchiata da alcuna ingiustizia. Addio, Achille mio; addio Letizia mia; addio Luciano mio, addio mia Luisa. Mostratevi a tutti degni di me. Vi lascio, senza regno e senza beni, in mezzo ai miei numerosi nemici. Restate sempre uniti; mostratevi forti del destino; non dimenticate chi siete e chi siete stati, e Dio vi benedirà. Non maledite la mia memoria. Sappiate che il mio più grande dolore negli ultimi istanti della mia vita, è di morire lontano dai miei figli. Ricevete la benedizione paterna; ricevete i miei baci e le mie lacrime. Abbiate sempre presente nel vostro ricordo il vostro sfortunato padre.
Pizzo, 13 Ottobre 1815)

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Appare l’ufficiale che dovrà comandare il plotone d’esecuzione. Con lui è il canonico Masdea, un povero curato di campagna passato alla Storia per aver assistito il condannato prima dell’esecuzione. Murat se lo ricorda, è lo stesso al quale qualche anno fa, reduce dalla mancata spedizione in Sicilia, ha dato il danaro per i restauri della chiesa e per i poveri.
Il canonico vuole che si confessi. Murat sul principio rifiuta. Ma forse vuole vivere ancora quegli ultimi minuti. Si confessa e riceve l’assoluzione. Ma non basta: il confessore vuole una sua dichiarazione scritta, e Murat gli scrive queste parole: “Je déclare mourir en bon chrétien” (Dichiaro di morire da buon cristiano).
Avviandosi verso il cortile, il re di Napoli si ferma sulla soglia del camerone. I suoi poveri soldati sono tutti schierati lungo il muro. Hanno cercato di riordinare le loro divise, di riprendere un’aria marziale.
Il generale Franceschetti ordina il “saluto al re”. A pochi passi dalla sua morte, i soldati gridano: “Viva il re”.
Il cortile del castello è piccolo, lungo e stretto. Sotto l’arco di una scala è stata messa una sedia, con una benda attaccata. Di fronte, ma a distanza di pochissimi passi, è schierato il plotone d’esecuzione: dodici soldati su tre righe. Murat vuole restare in piedi, senza benda. Anzi vuole comandare il fuoco. I testimoni oculari ci informano che avrebbe detto ai soldati: “Mirate al petto, salvate il viso”.
Così, a così poca distanza, quella che sta avvenendo non sembra neanche un’esecuzione, sembra un assassinio. Infatti, all’ordine di far fuoco dato da Murat con voce ferma, sparano due soli soldati, senza colpirlo. Murat ripete l’ordine. Si sentono dieci colpi. Murat viene colpito soltanto da sette proiettili. Tre soldati, pur essendo a pochi passi da lui, hanno volutamente sparato ai lati.
Napoleone Bonaparte è a due giorni di navigazione da Sant’Elena. Soltanto fra due mesi verrà a sapere della morte di Murat.

Nel “Giornale delle Due Sicilie” di martedì 17 ottobre la notizia dell’avvenuta fucilazione viene data con queste poche righe:

Gioacchino Murat, tradotto dinnanzi ad una Commissione Militare, è stato condannato a morte e fucilato il 13 del corrente al Pizzo. Dicesi che da documenti autografi di altissima importanza, rinvenuti al momento del suo arresto, sia irrefragabilmente provato il suo reo disegno. Il delitto era tutto nel cuore dell’invasore e de’ suoi seguaci, venuti di Corsica.
Il Cielo aveva riservata agli abitanti del Pizzo la gloria di salvare la Patria nostra e l’Italia da nuove sventure rivoluzionarie, ma questa gloria deve considerarsi come il patrimonio di tutta la Nazione: in qualunque sito del Regno il perturbatore della pace pubblica avrebbe incontrata ne’ sudditi di S.M. la stessa fede e lo stesso zelo che rinvenne in quelli delle ultime coste della Calabria.
Nel registro dei decessi della chiesa di Pizzo, la nota dell’arciprete Carlo Antonio Zimatore ha la solennità di una lapide, che non ci fu:

ANNO DOMINI MILL.OCTING.MO DECIMO QUINTO, DIE VERO DECIMA TERTIA M. S. OCTOBRIS, PITII, JOACHIM MURAT, GALLUS, EX REX, ARMORUM G.LIS, DETENTUS IN CARCERIBUS HUIUS CIVITATIS, AETATIS SUAE ANNORUM QUADRAGINTA QUINQUE CIRCITER, SS.MO SACRAMENTO POENITENTIAE EXPIATUS, A COMMISSIONE MILITARI DAMNATUS, MORTEM OPPETIT, ET FUIT EIUS CORPUS IN HAC INS. COLL. ECCLESIA SEPULTUM, ET IN FIDEM ETC.S.TH. D. R. D. CAROLUS ANTONIUS ZIMATORE ARCHIP. R.

Anche per lui, come per Masaniello, il cantastorie, fra Scilla e Cariddi, già cominciava a cantare:

All’isula di Corsica
rifugiatu stava
la perdita di Napoli
Muratti lacrimava

A dui varcuzzi debuli
li soi tisori duna
cu’ pocu soi sordati
si fida alla fortuna…

Gioacchino Murat generale francese, re di Napoli e maresciallo dell’Impero

Quando, nel corso di questa narrazione, i personaggi secondari, dopo essere apparsi, sparivano, abbiamo dato qualche notizia anche sul loro futuro, anzi Nostradamo non sarebbe stato più preciso di noi. C’è rimasto qualcuno dei protagonisti che non vogliamo lasciare così, senza sapere come e quando esce di scena.
Di Napoleone, la cui figura è sempre rimasta sul nostro sfondo, abbiamo già detto che seppe della morte di Murat soltanto due mesi dopo. Ebbe spesso occasione di parlare di lui con i suoi volontari compagni d’esilio: il fedele generale Bertrand, il generale de Montholon, il famoso ciambellano Las Casas, che scrisse II memoriale di Sant’Elena, tradotto in sette lingue, facendo dell’ esilio di Bonaparte il più grande affare della sua vita.
Di Murat, Napoleone parlava in italiano con il governatore-carceriere, quel generale Hudson Lowe che comandava la guarnigione di Capri quando Murat espugnò l’isola. Napoleone diceva: “Ha fatto la più grande follia che potesse commettere. Ha compromesso duecento corsi, brava gente, e quasi tutti miei parenti. Con duecento uomini ha voluto riprendere un regno perduto da lui alla testa di ottantamila soldati. A Napoli vi erano ottomila austriaci; se vi fossero stati ventimila inglesi a Parigi, al tempo del mio sbarco dall’isola d’Elba, non avrei certo potuto raggiungere la mia capitale. Ma è tutta colpa mia: avrei dovuto lasciarlo maresciallo e non farlo duca di Berg e ancor meno re di Napoli”.
Già sappiamo che Napoleone morì sei anni dopo il suo arrivo a Sant’Elena. A Parigi lo seppero, anche questa volta due mesi dopo. Venendone informato a cena, Talleyrand, ai suoi commensali che erano rimasti colpiti, disse: “Non è un avvenimento, è una notizia”. E riprese a mangiare.
Anche quello di Maria Luigia d’Austria non fu un dolore esagerato. Alla duchessa di Parma, da Metternich era stato messo alle costole un fidato guardiano, quel conte Neipperg che noi abbiamo conosciuto quando trattava a Napoli con Murat. Maria Luigia, dovendolo avere sempre tra i piedini, ne fece il suo amante. Morto Napoleone, lo sposò. Insieme con lui verrà a visitare Napoli, e sarà accolta da zio Ferdinando con molto affetto.
Anche Lord Bentinck ebbe la faccia tosta di venire a Napoli, ci voleva trascorrere un periodo di vacanze. Re Ferdinando, immediatamente informato, lo mandò a bloccare mentre era ancora sulla scialuppa che lo portava a terra e lo rimandò a bordo della nave inglese con cui era venuto, facendogli dire, visto che non l’aveva immaginato, che era indesiderabile.
Re Ferdinando era sempre stato fedele al programma del padre: “Non abbiamo pretese, non abbiamo ambizioni”. Dopo il suo ritorno, aveva cominciato il suo ultimo decennio, quello della sua vita, deciso a dedicare tutto il tempo alla caccia e alla sua formosa duchessa. L’aveva sposata in Sicilia il 27 novembre 1814, anche lui appena sei mesi dopo la morte di Maria Carolina. E tanto per togliere subito di mezzo il nome del marito – diceva che gli portava sfortuna – le aveva concesso il titolo di duchessa di Floridia.
Il tempo stringe, gli anni corrono.
Brucia il teatro di San Carlo e Ferdinando ordina che venga ricostruito entro undici mesi. Il 12 gennaio 1817 festeggia il suo compleanno nel teatro nuovo. Appena in tempo, perché sta arrivando a Napoli un altro Gioacchino. Ma questo qui non spara, suona. Seduto al cembalo, Rossini si divora con gli occhi la bella cantante spagnola Isabella Colbran, deciso a toglierla dal letto del suo impresario Barbaja. Tranne la tavola e le donne, anche lui non perde tempo a lavorare. E poi Napoli è troppo bella per farlo.
Ferdinando al San Carlo non si divertiva, provava interesse soltanto per qualche ballerina. Conservava gli stessi gusti popolareschi che aveva da giovane e rideva come un pazzo quando in privato poteva organizzare uno spettacolo plebeo con i suoi comici preferiti: Pellegrino e Casacciello.
Della grande paura che gli fecero prendere Guglielmo Pepe e i suoi carbonari abbiamo già detto.
Era andato a Lubiana, a chiedere aiuto alla Santa Alleanza. Dopo il suo ritorno circondato dalle rassicuranti baionette austriache, gli anni trascorsero per lui finalmente tranquilli. Napoli si riempì di stranieri, specialmente inglesi e austriaci, che potevano permettersi tutti i lussi, perché la vita vi costava pochissimo, specialmente per loro.
La mattina a caccia; la sera, la duchessa accoglieva Ferdinando nella bella villa che l’architetto Antonio Niccolini, quello che aveva ricostruito il San Carlo, aveva ristrutturato sulla collina del Vomero, con uno splendido parco sullo sfondo del mare.
Fra Lucia e Ferdinando, anche quando non si vedevano soltanto per poche ore, c’era una fitta corrispondenza postale. Gli elevati argomenti ce li possiamo immaginare da questi due biglietti del re, il primo è del 4 febbraio 1824:

Debbo assicurarti per tua tranquillità che grazie a Dio questa notte ho dormito mediante l’essere andato a letto con la pangia e la borsa vacante e alle cinque e mezzo in buona salute mi sono alzato.

Il contenuto di un’altra elevata missiva della duchessa lo possiamo arguire da questa risposta del re:

La tua cara lettera mi ha consolato sentendo il buon effetto prodotto dall’olio di ricino.
Per i giovani: si tratta di un irresistibile purgante ancora largamente usato a Napoli fino alla seconda guerra mondiale.

Nelle sue assidue lettere (“Io non mango mai di scriverti ogni giorno”) Ferdinando parla quasi sempre della propria salute, spesso aggiunge qualche notizia sulla caccia:
Bastantemente bene ho dormito fino alle 4, ma nel totale stavo meglio ieri.
Tutto ho fatto fuorché dormire, per il caldo prodotto dalla stufa, che in arrivare la feci subbito smorzare, e per i granchi che mi hanno inquietato bene, sono però rimasto a letto fino alle 5 e mezzo.
Domani, a Dio piacendo, riceverai due scrofe, e spero farti arrivare a tempo per il tuo pranzo certe ricotte, che mi lusingo dovrebbero piacere.
Cara Lucia, come io speravo, ci è qualche quaglia.
Grazie a Dio, io sto bene, ieri ci divertimmo avendo ammazzato trecento quaglie.
Un poco inquieto ho passato la notte a motivo di quel poco di cibbo di più che presi ieri.
Ti mando degl’eccellenti fichi, colti con le mie mani in unione dell’uomo, che te li porta.

E firmava sempre

Il tuo affezzionatissimo compagno
Ferdinando B.

Ferdinando ebbe ancora il tempo e la forza per andare a Verona e poi a Vienna. Va perfino a trovare la regina Maria Carolina, nella cripta della chiesa dei Cappuccini. Fra qualche anno la raggiungerà in cielo, ma di controvoglia, come sempre quando deve rivederla.
Se ne era quasi sempre andato via da Napoli incalzato dal pericolo, fra cannonate, squilli di trombe, galoppo di cavalli, grida della plebaglia, ordini concitati, pianti della servitù, sgomento dei dignitari.
Se ne va per sempre solo, in silenzio, nel buio, nella notte del 3 gennaio 1825. Va direttamente in Paradiso, perché, nel suo testamento, ha ordinato che, alla sua morte, si dicano ventiquattromila messe.
La duchessa di Floridia non volle lasciarlo solo neanche lì e lo seguì, il 26 aprile dell’anno dopo.

DUE SICILIE
Grazie per aver letto questa storia

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