Alta Terra di Lavoro

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…e ce ne jammo accussì ?di Orazio Ferrara

Posted by on Lug 27, 2020

…e ce ne jammo accussì ?di Orazio Ferrara

Porto di Napoli sul finire di maggio 1860. Sono appena terminate le operazioni di attracco del piroscafo “Amalfi” ad uno dei moli, che per la città rapida si sparge la cattiva nuova. Si raggela il cuore della vecchia Napoli borbonica: Garibaldi è riuscito a penetrare a Palermo.

Le campane a martello che, in quella domenica di Pentecoste, svegliano gli abitanti di Palermo, chiamano quest’ultimi a raccolta per vecchie e nuove rese dei conti in nome del mai sopito sogno di autonomia della nazione siciliana. Sogno sollecitato questa volta dalle “promesse” di don Peppino Garibaldi, che con le sue camicie rosse viene dunque accolto quale atteso liberatore.

I napoletani, i calabresi e i lucani dei fedelissimi reggimenti borbonici non sanno niente dei Vespri e delle passate sommosse antispagnole con il loro strascico di sangue e di morte, iniziati appunto con analogo scampanio, malgrado ciò percepiscono nettamente la truce minaccia di quel suono festante.

Inizia così la mattanza. L’accusa di “surcio”, cioè di reazionario e borbonico, comporta, per il sospettato, l’immediata messa a morte. I duemila galeotti, fatti uscire dai nuovi “liberatori” dalle prigioni della Vicaria e del Bagno, compiono bravamente il loro dovere. Assassinano, stuprano ed incendiano. E non vanno per il sottile, tanto che per porre un freno alle ruberie ed ai massacri deve intervenire lo stesso Garibaldi.

Eppure vi sono, in quel momento, in Sicilia ben ventimila soldati borbonici con quaranta cannoni, che possono schiacciare in un solo istante quella rivolta, trasformando la città in una trappola mortale per Garibaldi e i suoi, acquartierati nel frattempo al Palazzo Pretorio. Occorre solo la volontà di farlo e la necessaria determinazione. Ma per la malasorte dell’ onore delle armi borboniche quella volontà dovrebbe essere espressa dal vecchio ed imbelle generale don Ferdinando Lanza, rappresentante di Sua Maestà, Francesco II, in terra di Sicilia.

Il vecchio generale, che ha settantadue anni passati, è famoso tra i suoi soldati soltanto per una rovinosa caduta da cavallo, durante una parata militare a Palermo. “Chistu è chiddu ca’ carìo du cavaddu” è la frase irriverente con cui il popolino siciliano accoglie la venuta del generale Lanza con pieni poteri. Piccolo aneddoto, raccontato dal Topa nel suo “Così finirono i Borbone di Napoli”, che la dice lunga però in quali inesperte mani fossero state affidate dalla camarilla, che avviluppava il giovare re, le fortune delle armi napolitane.

La “lungimirante” visione strategica del Lanza non si smentisce fin dall’inizio. Infatti pone un velo di truppe a Porta Termini ed è proprio lì, manco a farlo apposta, che attaccano le avanguardie garibaldine.

Intanto a Palermo opera anche un altro generale borbonico, “famoso” per le sue gesta, quel Landi, che a Calatafimi ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, pur di non vincere. Anche questa volta si comporta da par suo. Alle prime avvisaglie di assalto da parte                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     delle camicie rosse, ordina l’immediato ripiegamento, dalla Gran Guardia al Palazzo Reale, delle truppe affidategli. Il fatto che dopo la battaglia di Calatafimi il Landi, invece di essere messo al muro o quanto meno processato, abbia ricevuto un delicato incarico nell’importante piazza di Palermo, pone seri dubbi sulle effettive capacità militari di gran parte dell’Alto Comando borbonico, dove l’inettitudine e la viltà di alcuni fanno, come sempre, danni più gravi del tradimento di altri.

L’entrata dei garibaldini a Porta Termini avviene nella mattinata del 27 maggio 1860. L’esile linea di difesa, predisposta dal Lanza in quello scacchiere, prevede una forza di circa duecento soldati, in stragrande maggioranza giovani reclute. Malgrado ciò il primo assalto è risolutamente respinto. Cade in questa azione l’ungherese Tuckory, eroico colonnello delle camicie rosse.

Soltanto l’energico intervento di Nino Bixio in persona, che giunge con rinforzi freschi, riesce ad avere la meglio sulla testardaggine di quei pochi ragazzi napoletani, che si ritirano poi ordinatamente.

È l’inizio della “battaglia di Palermo”, che dura alcuni giorni con alterne vicende e con la consueta ferocia, tipica di ogni guerra fratricida. Gli uomini dell’8° Cacciatori, fiore all’occhiello dell’Esercito di Sua Maestà Borbonica, si battono, come sempre, bene. I loro morti, disseminati in angoli diversi della città, testimoniano la ferma volontà di non far passare il nemico.

Si giunge così alla sera del 29 maggio, la situazione, sia per i garibaldini che per gli insorti palermitani, è di estrema gravità.

Infatti nel corso della stessa giornata numerosi loro attacchi a posizioni fortificate si sono conclusi con un crescendo di insuccessi, anzi alcuni contrattacchi dei borbonici hanno evidenziato che basta poco per metterli in crisi e forse porre la parola fine all’avventura dell’Eroe dei Due Mondi.

Quella sera del 29 ai rivoltosi manca di tutto; dalle provviste alle munizioni, né tantomeno sono ancora arrivati, dall’interno dell’isola, i tanto invocati aiuti, rappresentati dalle squadre armate dei picciotti. Ma il “geniale” Lanza, che si ostina pavidamente a tenere i suoi quindicimila soldati, arroccati a difesa, nelle adiacenze del Palazzo Reale, non si decide a dare gli ordini per la decisiva spallata finale. Anzi fa di più, impressionato dall’enorme numero di feriti, che affollano appunto Palazzo Reale, offre, su un piatto d’argento, una proposta di tregua militare di 24 ore a Garibaldi, il quale non avrebbe mai sperato che a trarlo d’impaccio fosse proprio il nemico, per cui accetta immediatamente di trattare.

A questo punto però si inserisce un imprevisto non calcolato da entrambi i contendenti. Don Ferdinando Lanza, nella sua, diciamo, “foga” di raggruppare presso di sé il maggior numero di truppe possibili, compie inconsapevolmente una brillantissima mossa militare. Infatti, con disposizioni diramate precedentemente, ha richiamato, con il categorico ordine di convergere rapidamente in Palermo, le truppe di Von Mechel e di Beneventano del Bosco, che incrociano in quel momento sulle montagne circostanti la città. Queste truppe giungono all’ alba del 30 maggio, ignorando che siano in corso le trattative per una tregua. Il morale degli uomini è altissimo, avendo schiacciato e disperso nei giorni precedenti i garibaldini della colonna Orsini.

Nel vedere parte della città di Palermo in mano al nemico, si apprestano a compiere quello che ritengono il loro sacrosanto dovere di soldati del Re.

Stretti tra due fuochi, per i Mille di Garibaldi è sicuramente la fine. Né tantomeno si può fare appello all’onor militare di tener fede alla parola data, in quanto la tregua non è stata ancora sottoscritta. I borbonici di Von Mechel e di Bosco irrompono per la medesima strada presa dai garibaldini, cioè Porta Termini.

Superano alla baionetta ben otto barricate, facendo strage dei difensori. Arrivano in vista del Palazzo Pretorio, dove si trova asserragliato lo stesso Giuseppe Garibaldi. Un altro piccolo sforzo e la partita è definitivamente chiusa.

Ma ecco all’improvviso presentarsi due emissari del Lanza, i capitani Bellucci e Nicoletti, i quali recano l’ordine dello stesso generale di arrestare immediatamente l’offensiva. Per la storia sono le ore 10 e trenta del giorno 30 maggio 1860, mai più le armi napolitane saranno vicine alla vittoria totale come in quel momento. I marinai del piroscafo sardo “Governolo”, all’ancora nel porto di Palermo, tirano un sospiro di sollievo. Ad essi sarebbe spettato l’ingrato compito di portare in salvo i resti del corpo di spedizione nella malaugurata ipotesi, nemmeno tanto remota come abbiamo visto, di una sconfitta delle camicie rosse.

Il colonnello Beneventano del Bosco, al sentire “l’infame” ordine, ha un irrefrenabile accesso d’ira, stringendo convulsamente e minacciosamente i pugni. Testimoni oculari, da lontano, alcuni garibaldini esterrefatti, i quali non riescono a credere ai propri occhi. Ma Bosco è un militare tutto d’un pezzo, per cui è giocoforza obbedire. La caparbia pavidità del Lanza ha vinto ancora una volta.

Se quel fatidico giorno il vincitore della colonna Orsini avesse semplicemente ignorato quell’ordine e lasciato proseguire l’attacco, forse…

Alle ore 14 dello stesso giorno Lanza riesce finalmente a far sottoscrivere la tanta sospirata tregua di 24 ore. Ma evidentemente non gli basta, perché subito chiede che venga prorogata per altri quattro giorni per permettergli di inviare dei messaggeri al Re. Don Peppino Garibaldi non crede alle proprie orecchie e da vecchia volpe qual’ è, avendo capito che razza di combattente ha la fortuna di trovarsi di fronte, arriva a porre finanche delle condizioni, tra cui quella, pesantissima, che tutti i depositi di denaro del Banco di Sicilia passino nelle mani dei rivoltosi. Per Lanza è cosa del tutto naturale accettare.

Durante la tregua viene mandato a Napoli il generale Letizia, il quale dipinge a Francesco II una situazione così nera per le truppe regie in quel di Palermo, che il re trova naturale ratificare l’accordo. Ma ulteriori e successivi allarmanti messaggi del Lanza, sempre tramite il Letizia, che fa la spola tra Palermo e Napoli, inducono il giovane re nella convinzione che la cosa più saggia sia ordinare lo sgombero generale delle truppe borboniche dalla città siciliana. Non estranea a questa suicida determinazione la solita camarilla, che trama a Corte e che sta trattando il “prezzo” del tradimento con i nuovi padroni.

Così la sera del 5 giugno 1860 l’alter ego in Sicilia di Sua Maestà Francesco II, il generale Ferdinando Lanza, riceve, tramite sempre il generale Letizia, il tanto agognato “ordine di ritirata generale”, per cui ha speso le sue migliori energie militaresche. L’iniquo patto di capitolazione è firmato il 6 giugno alla presenza, quali garanti, degli ammiragli inglese e francese.

L’alba del 9 giugno 1860 vede la vasta spianata palermitana dei Quattro Venti gremita fino all’inverosimile di soldati borbonici, in attesa per l’imbarco verso la capitale di un regno ormai vacillante, Napoli.

Ottomila baionette infrangono i primi raggi di quel sole mattutino. Chi conosce le dolcissime albe siciliane d’inizio estate presso la riva del mare, rese ancora più belle se per fondale hanno la sempre magica Palermo, non farà fatica ad immaginare quale contrasto stridente rappresentino i volti cupi di quelle migliaia di soldati in riga. Gli sgargianti colori delle divise non riescono a nascondere la rabbiosa amarezza di chi si è visto tradito.

Annichiliti. Molti, troppi soldati piangono. Non si può, non si deve perdere così.

Improvvisamente la selva di baionette inastate sembra fremere ed ondeggiare, quasi fosse cosa viva. È il generale don Ferdinando Lanza, che a cavallo, col suo Stato Maggiore al completo, ha la sfrontatezza di permettersi un’ultima parata da Vicerè.

Uno di quei magnifici soldati, forse del reggimento di linea “Calabria”, rompe le righe e si para davanti al cavallo del generale. Facendo un ampio gesto circolare con la mano, grida disperato quello che pensano in quel momento tutti i suoi commilitoni: “Eccellenza, vì quante simmo? E ce ne jammo accussì?”.

Il caldo sole siciliano illumina il volto, rigato di lacrime, di quell’oscuro soldato napoletano. Su quel volto, quasi scudisciata, arriva sferzante la risposta. “Quell’uomo è ubriaco” dice il generale rivolto ai suoi aiutanti, cercando una complicità che subito trova. È la risposta di un uomo da poco per un sentimento grande che non può comprendere.

Eppure quel grido rauco del soldato tradito risuona ancora oggi a sempiterno scorno del pavido generale.

…E ce ne jammo accussì?

(Tratto dal libro dello stesso autore Viva ‘o Rre. Episodi dimenticati della borbonica guerra per bande – Centro Studi I Dioscuri, 1997, vincitore 2° posto saggistica politica del Premio Internazionale Letterario Tito Casini di Firenze Edizione 1997)

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1 Comment

  1. Purtroppo di generali Lanza l’Italia ne ha sempre avuti in abbondanza, specie quando si è trattato di svebdere le industrie meridionali ai lombardopiemonteis o i gioielli di famiglia ai francesi, ahli inglesi ed ai tedeschi!

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