Elogio dell’intolleranza
Gianandrea de Antonellis
È possibile difendere la reazionaria revoca dell’editto di Nantes o addirittura elogiare l’Inquisizione (santa o spagnola che essa sia), da quasi tutti bollate come momenti “neri” della storia dell’umanità?
È possibile difendere la revoca dell’editto di Nantes, inatteso passo indietro nella marcia trionfale del progressismo, o addirittura elogiare l’Inquisizione (santa o spagnola che essa sia), da quasi tutti bollate come momenti “neri” della storia dell’umanità?
È possibile sostenere che la politica intransigente dei Re Cattolici, resa possibile dall’imprescindibile presenza dell’Inquisizione, abbia portato grandi benefici ai territori da essi governati?
È possibile parlare male, in una parola, della tolleranza, concetto tanto esaltato dai liberali, che dal tempo dei maitre à penser Locke e Voltaire ne hanno fatto una luminosa bandiera del pensiero umano?
In Italia, è noto, non si può parlare male di Garibaldi (e nemmeno di Nino Bixio, neppure se si è originari di Bronte). Nel mondo intero, parimenti, non si può parlare male della tolleranza.
Il vocabolario Treccani, riferendosi all’accezione filosofica e non biologica, la definisce: «Atteggiamento teorico e pratico di chi, in fatto di religione, politica, etica, scienza, arte, letteratura, rispetta le convinzioni altrui, anche se profondamente diverse da quelle cui egli aderisce, e non ne impedisce la pratica estrinsecazione, o di chi consente in altri, con indulgenza e comprensione, un comportamento che sia difforme o addirittura contrastante ai suoi principî, alle sue esigenze, ai suoi desideri». In precedenza, dandone la definizione biologica, aveva detto essere «la capacità, la disposizione a tollerare, e il fatto stesso di tollerare, senza ricevere danno, qualche cosa che in sé sia o potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata» (il corsivo è mio). Se la tolleranza al lattosio significa semplicemente che si può bere latte senza problemi, la tolleranza in campo culturale non impedisce (anzi, solitamente è causa certa) che dalla sua applicazione possano derivare mali all’organismo politico.
Sorvolando sull’ipocrisia (termine necessariamente destinato a ritornare, quando si parla di tolleranza) delle attuali società democratiche e liberali (ivi compresa la Chiesa cattolica postconciliare, apparentemente dimentica dei propri doveri dottrinari e votata unicamente all’accoglienza), la cui legislazione, prima ancora della prassi amministrativa, contraddice palesemente la pretesa tolleranza, spesso inserita anche nei precetti costituzionali, ma contraddetta nelle leggi e nei fatti, vale la pena ricordare che, dal punto di vista storiografico e del pensiero politico, la bandiera della tolleranza è stata sempre inalberata come strumento propagandistico nei confronti di un avversario. Invocano la tolleranza, in opposizione al repressivo Ancien Régime, i giacobini (che poi scateneranno il Terrore); desiderano la tolleranza i protestanti che reclamano la libera interpretazione delle Scritture (salvo, appena in maggioranza, a mandare sul rogo i propri avversari); pretendono la tolleranza (concretizzata nella libertà di associazione e di stampa) i bolscevichi, che se ne servono per liberare il popolo dalle catene della schiavitù zarista (e quindi forgiare nuove catene autenticamente popolari); sono campioni della tolleranza – chi più di loro? – gli Inglesi che accusano la Spagna di essere la patria della feroce Inquisizione, mentre essi, cui ripugna una tale particolare istituzione, perseguitano e condannano a morte, per vie ordinarie, i cattolici[1].
E appunto l’Inquisizione è stato un elemento fondamentale della propaganda anti-ispanica (cioè anticattolica), creando un radicatissimo pregiudizio[2] che neppure gli studi più recenti e più seri sono riusciti ad abbattere.
* * *
Tra i campioni della tolleranza del passato che le dedicarono scritti specifici, si trovano l’inglese John Locke (1632-1704) e il francese Voltaire (pseudonimo di François-Marie Arouet, 1694-1778), autori più citati che letti, i quali si dimostrarono peraltro assai contraddittori (per non dire ipocriti): il primo, nella sua Epistola de Tolerantia (1689) pretendeva libertà religiosa per tutti, tranne che per atei[3] e cattolici (pur senza citarli apertamente)[4]; il secondo, mentre propagandisticamente[5] difendeva la tolleranza, usava chiudere le proprie lettere con la frase «Écrasez l’Infâme» («schiacciate l’infame»), lanciata contro la Chiesa cattolica. Del resto, la famosa frase, tanto spesso citata ed erroneamente attribuitagli, «non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo», non è di Voltaire, bensì dell’inglese Evelyn Beatrice Hall (1868-1956), autrice sotto pseudonimo di una biografia del philosophe illuminista[6].
Ad ogni modo, il concetto di tolleranza, anzi il suo solo vocabolo, è diventato uno di quei termini aprioristicamente positivi (come democrazia, pace, accoglienza, dialogo, multiculturalismo,etc.) che hanno perso il proprio significato originario per assumerne uno, per così dire, trasfigurato e, quindi, pressoché inattaccabile.
* * *
In realtà la tolleranza porta con sé un quasi necessario processo degenerativo, che si può individuare in cinque susseguenti passaggi, dal grado zero del divieto assoluto al quinto grado del rovesciamento delle posizioni:
- Tolleranza zero, divieto assoluto.
- Tolleranza: mera accettazione, senza visibilità; depenalizzazione, ma con riprovazione sociale.
- Accettazione: posizione di svantaggio, ma con visibilità; subordinazione giuridica, ma senza riprovazione sociale.
- Equiparazione: perfetta eguaglianza giuridica.
- Privilegio[7]: posizione di vantaggio culturale, anche se non giuridico.
- Persecuzione: si crea un nuovo pensiero unico che impone una persecuzione inversa, attuata da parte di chi inizialmente era sottoposto al divieto.
Tale processo, riguardante in passato le religioni diverse della cattolica, si è puntualmente ripetuto con le moderne ideologie politiche e sociali.
Ciò è evidente – anche perché concentrato in un ristretto numero di anni – considerando quanto è avvenuto ai nostri giorni con la cosiddetta “cultura” del gender. Infatti, fino a circa un secolo fa, la sodomia era quasi ovunque penalmente perseguita (e il «peccato impuro contro natura» fu inserito tra quelli che «gridano vendetta al cospetto di Dio»[8]). Poi la pratica contro natura è stata depenalizzata (sembra che il primo Paese a farlo ufficialmente sia stata la Francia rivoluzionaria nel 1791[9]), pur rimanendo socialmente esecrabile: l’omosessuale era “tollerato” giuridicamente, ma continuava a rimanere ai margini della società. Verso la seconda metà del XX secolo dalla tolleranza si è passati all’accettazione: gli omosessuali non erano più costretti a nascondersi, magari nella colonia felice dell’isola di Capri: la pratica dell’outing, cioè la dichiarazione pubblica della propria omosessualità, è divenuta anzi un mezzo per attirare su di sé i riflettori, uno strumento più volte utilizzato nel mondo dello spettacolo; quindi, agli albori del nuovo millennio, si è giunti all’equiparazione (con le unioni civili parificate ai matrimoni e il conseguente permesso di adozione) e ora, dopo un periodo di privilegio (concessioni di ogni genere – e notevole sostegno mediatico – al gay pride da un lato, divieto di manifestazioni religiose riparatorie dall’altro) è divenuto addirittura penalmente responsabile (grazie al nuovo reato di “omofobia”) chi osi criticare i loro comportamenti sessuali o mettere in dubbio i loro “diritti”.
* * *
Tornando ai casi del calvinismo ugonotto e del giansenismo, fiorenti in Francia e da lì diffusisi nel resto del continente, è palese che qualsiasi forma di tolleranza religiosa abbia, in tempi più o meno lunghi, portato ad un grave indebolimento della Chiesa e, di conseguenza, dello Stato[10]; al contrario, una situazione come quella delle Spagne imperiali, in cui vigeva il rigido decreto dell’Alhambra[11], la mancata tolleranza, resa effettiva dalla presenza dell’Inquisizione, ha permesso di eliminare alla radice qualsiasi forma di successiva degenerazione, permettendo alla Monarchia Cattolica, ben tutelata internamente, di dedicarsi alle imprese esterne (la difesa della Fede nelle Fiandre e l’evangelizzazione del Nuovo Mondo) che le meritarono il nome di Missionaria.
L’unico movimento tradizionalista cattolico che abbia ereditato lo spirito profondamente ispanico dell’intransigenza (per usare il termine utilizzato da Elías de Tejada) è stato il Carlismo.
Nel suo ideario, il Carlismo ha sempre rifiutato il concetto di “male minore” e quindi la spinta a patteggiare con gli avversari, a trovare una soluzione, una via di mezzo.
Il pensiero carlista ribalta quanto sostenuto da Cartesio (René Descartes, 1596-1650) sul principio di cercare le opinioni più moderate per giungere più facilmente alla verità. Scrive l’autore francese:
La [mia] prima [massima] era di obbedire alle leggi e ai costumi del mio paese, mantenendomi fermamente nella religione in cui Dio mi aveva fatto la grazia di essere istruito fin dall’infanzia, e regolandomi per il resto secondo le opinioni più moderate e lontane dagli eccessi messe ordinariamente in pratica dai più prudenti fra quelli con cui avrei dovuto vivere. […] E fra le molte opinioni egualmente accolte nell’uso, non sceglievo se non le più moderate: sia perché sono sempre le più facili a mettersi in pratica, e probabilmente le migliori, giacché ogni eccesso suol essere cattivo; sia per allontanarmi dalla retta via, se avessi sbagliato, meno di quanto mi sarebbe accaduto se, avendo scelto uno degli estremi, fosse stato l’altro che bisognava seguire.[12]
Uno scrittore asturiano di fine Ottocento, sicuramente non carlista, Clarín (pseudonimo di Leopoldo Alas, 1852-1901), ebbe a riprendere questo passaggio, non senza una certa ironia, facendo affermare a un suo personaggio:
Ho letto un poco, un pochino; e ricordo che Cartesio, nel Discorso del metodo, dice, più o meno, qualcosa così: la migliore cosa da fare è collocarsi nel mezzo, a distanza uguale dagli estremi, perché nonostante la verità risieda solo a uno degli estremi, essa sarà raggiunta più velocemente da un punto medio che dall’altro estremo.[13]
La grande differenza tra il pensatore francese e lo scrittore di Oviedo consiste nell’esplicito riconoscimento che la verità si pone solo e soltanto a un estremo e che qualsiasi via di mezzo, qualsiasi compromesso, qualsiasi accomodamento non può essere altro che un cedimento, non certo un avvicinarsi alla verità.
Nella penisola italiana, due campioni del pensiero tradizionale, si potrebbe dire due “carlisti” ante litteram[14], furono il Principe di Canosa e Monaldo Leopardi: entrambi rifiutarono recisamente la teoria che allora veniva proposta con l’allettante nome di giusto mezzo[15], certi che, se la Verità è una, essa non può essere adattata alle circostanze attuali, senza perdere parte della propria essenza, senza offuscare la propria purezza.
Il giusto mezzo è, per Canosa e per Monaldo, intrinsecamente legato alla cosiddetta “politica dell’amalgama”, vale a dire la politica del “perdonismo”, tendente a mantenere nei propri posti della gerarchia militare e della burocrazia civile funzionari e impiegati che avevano fatto carriera spesso soprattutto in virtù delle proprie posizioni ideologiche, conservando le quali furono i protagonisti dei successivi tentativi rivoluzionari (1820, 1830, 1848…) fino al successo ottenuto nel 1860.
Va notato che la cultura progressista – che se sconfitta si appella alla tolleranza, al giusto mezzo, al perdonismo dell’amalgama – ogniqualvolta risulti vincitrice, sostiene invece a spada tratta la politica dello spoils system[16], realizzandola, a seconda dei casi, attraverso il semplice licenziamento o, in crescendo, la persecuzione, il gulag, la ghigliottina, la damnatio memoriae, etc., confermando l’ipocrisia dei sedicenti tolleranti.
Motivo di più, quindi, per giustificare, senza testardaggine, ma con intransigenza, per riprendere le parole di Francisco Elías de Tejada[17], l’intolleranza, come fecero, dopo la rivoluzione protestante, solo i Monarchi Cattolici delle Spagne, «che con poche gocce di sangue impuro, arrestarono dei torrenti di sangue il più prezioso, pronto a scorrere, fecero un calcolo eccellente e restano irreprensibili»[18].
Parola di Joseph de Maistre.
Gianandrea de Antonellis
Il testo riproduce la postfazione a
Francisco Elías de Tejada, Le radici della modernità, Solfanelli, Chieti 2020.
[1] Il martirologio inglese conta ben 389 martiri riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa cattolica, di cui 45 canonizzati e gli altri beatificati.
[2] Tale pregiudizio è talmente radicato che in una recente (luglio 2019) conferenza sulla Monarchia Cattolica, tenuta peraltro a un selezionato pubblico di cattolici tradizionalisti, mi sono sentito chiedere se la politica di Filippo II e dei suoi successori non fosse stata “macchiata” dalla eccessiva presenza dell’Inquisizione…
[3] «Per un ateo, infatti, né la parola data, né i patti, né i giuramenti, che sono i vincoli della società umana, possono essere stabili o sacri; eliminato Dio anche soltanto col pensiero, tutte queste cose cadono. Inoltre, chi elimina dalle fondamenta la religione per mezzo dell’ateismo, non può in nome della religione rivendicare a se stesso il privilegio della tolleranza».
[4] «In terzo luogo, non può aver diritto ad essere tollerata dal magistrato quella Chiesa in cui tutti coloro che sono ammessi passano per ciò stesso al servizio di un altro sovrano [il Papa], e a lui devono obbedienza. Infatti a questo patto il magistrato darebbe luogo ad una giurisdizione straniera nel suo territorio e nelle sue città, e accetterebbe che si arruolassero soldati tra i suoi cittadini, contro il suo stato».
[5] Non è un caso che la prima edizione italiana del Trattato sulla tolleranza (Universale Economica, Milano 1949 e 1952; poi Editori Riuniti, Roma 1966, 200511) sia stata curata da quel “campione della tolleranza” che fu, notoriamente, Palmiro Togliatti (1893-1964), Segretario generale del Partito Comunista Italiano, il quale, nella sua Prefazione, scriveva: «Nel contesto di questo scritto, però, l’impressione che queste posizioni non conseguentemente liberali suscitano nell’attento lettore è piuttosto quella di concessioni astute fatte con spirito molto realistico (od opportunistico, se così si vuole) agli avversari e anche agli amici non troppo convinti, allo scopo di ottenere la necessaria larga adesione delle sfere dirigenti intellettuali alla tesi essenziale della necessità che nella società civile prevalga un clima di tolleranza religiosa, e sia negata alle gerarchie ecclesiastiche la facoltà di avvelenare, turbare, lacerare l’umanità con le loro vacue controversie, con le condanne ridicole, con le persecuzioni insensate» (corsivo mio). Ogni commento appare superfluo.
[6] La frase, in originale «“I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it” was his attitude now», appare in S[tephen] G. Tallentyre, The Friends of Voltaire, London, J. Murray, 1906, p. 199.
[7] S’intenda il vocabolo in senso lato, poiché in senso stretto ci sarebbe una differenziazione giuridica (privilegium = privata lex).
[8] Catechismo maggiore, § 996.
[9] Ciò avvenne con il Codice penale del 1791 che non incluse come reato la sodomia, ritenendola un “crimine senza vittime” (al pari della stregoneria, dell’eresia e della blasfemia).
[10] Sulla tolleranza religiosa e sul conseguente indebolimento dell’Altare come causa principale del successivo indebolimento del Trono, cfr. Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa, L’Enciclica del 15 agosto 1832 e il giansenismo del XIX secolo (Italia, 1833) e Lettere ad un ministro di Stato (manoscritto, 1837).
[11] Che il 31 marzo 1492 sancì l’espulsione degli Ebrei (se non si volevano convertire). Il decreto entrò in vigore nel Regno di Napoli nel 1510. Nel 1609 vi fu l’espulsione dei moriscos (islamici convertiti).
[12] Cartesio, Discorso sul metodo. Parte terza: Qualche regola della morale tratta dal metodo. Luigi Loffredo, Napoli 1937, p. 42-43.
[13] «Yo he leído un poquillo, poco; y recuerdo que Descartes, en el Discurso del método, dice, sobre poco más o menos, algo como esto: que lo mejor es colocarse en el medio, a igual distancia de los extremos, porque aunque la verdad esté en un extremo, a él se irá más pronto desde el medio que desde el otro extremo». Clarín, El sombrero del cura.
[14] In realtà il Carlismo – in quanto disputa dinastica – nacque nel 1830-1833 con la Pragmática sanción di Ferdinando vii che sottraeva il trono al legittimo Carlo v. Canosa sostenne il diritto di quest’ultimo in alcune poesie (Inno 1823, Gli Spagnoli, A Carlo Quinto; cfr. Archivio di Stato di Napoli, Archivio Borbone, Carte Canosa, busta 733, f. 326, 515 e 516); Monaldo seguì partecipe gli eventi della Prima Guerra Carlista con cronache riportate su «La Voce della Ragione».
[15] Il termine ricorre in molte opere del Principe di Canosa. In particolare occupa un notevole spazio ne I piccoli piffari (Parigi, 1832) sorta di ideale continuazione del celeberrimo I piffari di montagna (Dublino [ma: Livorno] 1820), nelle Lettere ad un Amico (s.l., 1833) e nella Epistola contro Tommaseo (in La Gazzetta La Voce della Verità condannata a morte ignominiosa…, Filadelfia [ma: Modena], 1835, p. 35-172). Monaldo Leopardi cita il giusto mezzo negli Otto giorni dedicati ai liberali illusi (1833, istruzioni v e vii) e ne La città della Filosofia (in Tutti i Dialoghi, a cura di Gianandrea de Antonellis, Solfanelli, Chieti 2019, p. 143 e 145).
[16] La definizione venne coniata negli Usa dal senatore democratico William Marcy (1786-1857) nel 1832, il quale, difendendo una delle nomine dell’anch’egli democratico Andrew Jackson (1767-1845), settimo Presidente degli Stati Uniti dal 1829 al 1837, affermò: «To the victor belong the spoils of the enemy» («Al vincitore spetta il bottino del nemico»). Cfr. Encyclopaedia Britannica, voce spoils system.
[17] In Le radici della modernità, Solfanelli, Chieti 2020, p. 112, che scrive anche: «Questa Europa elude il passaggio in cui la società in quanto tale, o lo Stato come incarnazione del potere che la regola, deve riconoscere la Verità di Cristo con l’esclusività richiesta dalla verità». Ivi, p. 72.
[18] Joseph de Maistre, Lettere ad un gentiluomo russo su l’Inquisizione spagnuola, lettera iv, Vincenzi, Modena 1823, p. 91.


invio in corso...



