Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

ELOGIO FUNEBRE ALLA PIA MEMORIA DI FERDINANDO II RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (II)

Posted by on Lug 22, 2026

ELOGIO FUNEBRE ALLA PIA MEMORIA DI FERDINANDO II RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (II)

a cura di
Gianandrea de Antonellis

recitato nel dì 12 novembre 1859 nella Cattedrale di Castellamare da Monsignor D. Francesco Saverio Petagna Vescovo di detta Diocesi e Cavaliere del Real Ordine Francesco i. ecc. nei solenni funerali fatti dal Municipio

Monsignor Petagna Vescovo “controcorrente”

Premessa

Quando mi è stato proposto di ripubblicare, nel 160° anniversario della morte di Ferdinando ii, l’elogio funebre che ne tessé Monsignor Francesco Saverio Petagna, ho accolto volentieri l’invito, colpito da una figura che si distinse, oltre che per la pietà verso i bisognosi, per il coraggio inusuale che lo portò, in un clima di conformismo e di tendenza al trasformismo, a contrastare le pretese anticlericali del governo dittatoriale di Garibaldi prima e dispotico di Vittorio Emanuele poi. Il Vescovo di Castellammare subì le conseguenze del proprio comportamento, venendo costretto a sei anni di esilio, scontati quasi tutti in Francia, a Marsiglia, da dove comunque non cessò di seguire la diocesi che gli era stata affidata.

Un “altro Borromeo” è stato definito il Presule stabiese. San Carlo applicò i dettami del Concilio di Trento portando il ruolo del Vescovo a quello che dovrebbe essere il suo naturale compito: la cura delle anime, attraverso la presenza fisica (cioè la residenza nella sede assegnata) e il conseguente controllo – fatto direttamente e non per interposta persona – della vita religiosa nelle singole parrocchie (tramite le visite pastorali) e dell’intera comunità ecclesiastica (tramite i sinodi diocesani).

Tre semplici punti (residenza, visite e sinodi) che però raramente erano rispettati prima del Concilio di Trento e non sempre lo furono successivamente ad esso. Per questo i casi di San Carlo Borromeo e di Federico Borromeo[1] per la diocesi ambrosiana e del Servo di Dio Vincenzo Maria Orsini[2] per quella beneventana sono esempi che rimangono negli annali della storia della Chiesa come casi di gestione esemplare della vita ecclesiale. Va notato che tutti e tre i casi avvennero sotto l’egida della Corona delle Spagne, particolarmente sensibile a difendere l’integrità cattolica della vita religiosa dei propri sudditi, a differenza di quanto avveniva in altri Paesi, dove l’in­dif­ferentismo, di fatto, regnava[3].

E Monsignor Petagna ben merita l’appellativo di “altro Borromeo” perché, nella sua lunga attività pastorale (dal 1850 al 1878, con l’interruzione del periodo 1860-1866, per un totale di 22 anni di gestione diretta e sei di controllo dall’esi­lio) seppe scuotere la vita della diocesi affidatagli.

Ecco un buon motivo per definirlo “controcorrente”: perché controriformista, avendo applicato ottimamente i dettami del Concilio tridentino.

Ma “controcorrente” anche perché fiero oppositore del liberalismo, sia sul versante politico (pagando di persona la propria opposizione dell’unità – o meglio rivoluzione – italiana), sia sul versante teologico, rifiutando le teorie cripto-protestanti che mettevano in dubbio l’infallibilità papale ed il primato petrino, due capisaldi del Concilio Vaticano i.

In queste poche pagine non pretendo di proporre letture innovative o apportare novità scientifiche agli studi su Monsignor Petagna: semplicemente, desidero rendere omaggio a una figura ingiustamente dimenticata, per non dire rimossa, proprio a causa del suo essere “controcorrente”, che è invece il motivo principale per cui dovrebbe essere additato quale esempio di coerenza evangelica anche alle attuali generazioni, di sacerdoti e non.

Profilo biografico

La figura di Monsignor Petagna, pur non avendo ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato, è stata trattata più volte[4]: nel tracciare brevemente le vicende biografiche del grande Vescovo stabiese mi sono rifatto a varie opere, indicate in nota. In particolare, per questa sintesi biografica mi sono avvalso della voce a lui dedicata dall’Enciclopedia dei Santi e dei Beati e dell’ampio profilo tracciato da Francesco Gioia[5].

Il Venerabile Francesco Saverio Petagna (Napoli, 13 dicembre 1812 – Castellammare di Stabia, 18 dicembre 1878), Vescovo di Castellammare di Stabia e Fondatore della Congregazione delle Suore dei Sacri Cuori, nasce a Napoli il 13 dicembre 1812, in una famiglia agiata con mezzi e volontà di farlo studiare. A 14 anni vuole entrare in seminario, seguendo i precedenti di altre illustri vocazioni ecclesiastiche in casa sua[6]. Dotato di molta intelligenza e buona volontà, brucia le tappe degli studi, rimettendoci però in salute. Nel 1835, a 23 anni, è pronto per l’ordinazione sacerdotale: è necessaria una dispensa papale, dato che non aveva ancora l’età canonica.

I suoi primi impegni pastorali lo portano ad assistere spiritualmente i malati all’ospedale degli Incurabili e i detenuti nelle carceri di Castel Capuano. Ma il giovane prete si mette in luce soprattutto prendendo parte e animando le “cappelle serotine” (all’epoca molto fiorenti a Napoli): incontri serali, destinati soprattutto ai giovani e agli operai, in cui si fondevano spiritualità, cultura e attualità, per aiutare il giovane uditorio ad interpretare alla luce della fede gli avvenimenti e la cronaca quotidiana. Le “cappelle serotine” sono un successo: i giovani lo ascoltano attenti e lo riempiono di richieste di chiarimenti.

Un altro assiduo appuntamento pastorale – ma questa volta con «il fiore dell’aristocrazia napolitana» – avviene nella chiesa di San Ferdinando, ove aveva sede l’Arciconfraternita di San Luigi di Palazzo, detta così perché situata nei pressi della Reggia, di cui nel 1849 Petagna sarebbe stato nominato rettore.

Diviene allora un punto di riferimento culturale, riuscendo a coagulare attorno a sé la crema degli studiosi del suo tempo, tra cui il futuro Cardinal Bartolomeo d’Avanzo (1811-1884), il neotomista Gaetano Sanseverino (1811-1865) e Antonio D’Amelio, con i quali nel 1841 fonda la rivista cattolica «La scienza e la fede», tentando di coniugare l’una e l’altra.

Notandone l’indubbio ascendente sui giovani, l’intelligenza e la cultura, il Cardinale Sisto Riario Sforza, Arcivescovo di Napoli, lo nomina docente di Sacra Scrittura nel liceo arcivescovile cittadino. Vi rimane per 15 anni, fino a quando un regio decreto lo eleva a Vescovo di Castellamare di Stabia: è il 14 gennaio 1850 e don Petagna ha appena 38 anni.

Dicono che la sua nomina sia per la diocesi un “movimento tellurico”: il Vescovo, giovane ed energico, ha forze sufficienti per contrastare le tante divisioni presenti nel clero, per sollecitare un’adeguata preparazione dei nuovi sacerdoti, per rievangelizzare i fedeli.

Una delle sue prime cure riguarda il seminario. Pio ix aveva richiamato l’attenzione dei Vescovi sulla necessità di assicurare ai futuri sacerdoti un’elevata cultura, in modo che fossero in grado di dialogare con una società in continuo progresso sul terreno scientifico. Il nuovo Vescovo comincia dal fabbricato del seminario, che fa risistemare quasi interamente.

Prende su di sé i tanti bisogni materiali della sua diocesi, dai poveri allo stato di abbandono della gioventù, dai malati trascurati agli emarginati, per avvicinare i quali occorre infinita dolcezza che in lui non scarseggia. E quando la diocesi non ha più mezzi per soccorrere i poveri, il Vescovo altruisticamente offre i propri beni personali, con una generosità che ritiene un dovere pastorale e in cui esaurirà il proprio intero patrimonio.

Riesce a portare nella sua diocesi le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, alle quali chiede in particolare di prendersi cura dei malati, approva due congregazioni religiose femminili e quando si accorge che l’educazione della gioventù continua a essere il settore più trascurato, si trasforma anche in fondatore. Nasce così la Congregazione delle Vittime dei Sacri Cuori di Gesù, Giuseppe e Maria (oggi Religiose dei Sacri Cuori di Gesù e Maria), alle quali affida, insieme all’impe­gno della riparazione e a un grande amore per la Chiesa e per il Papa, l’incarico specifico di provvedere all’edu­ca­zione morale e letteraria dei giovani.

Giunge il periodo della rivoluzione italiana: il Regno delle Due Sicilie è invaso dall’esercito italiano e annesso al Regno di Sardegna, perdendo così l’indipendenza.

Accusato di essere filo-borbonico, Petagna è costretto all’esi­lio: il Papa gli chiede allora di andare a Marsiglia ad aiutare l’anziano vescovo Sant’Eugène de Mazenod (1782-1861, canonizzato nel 1995). Nella città francese trova due compagni di sventura: Francesco Saverio Apuzzo e Mariano Ricciardi, Arcivescovi di Sorrento e di Reggio Calabria. A Marsiglia, dove conosce anche Melania Calvat, una dei due veggenti di La Salette, si spende generosamente nel confessionale, visitando incessantemente le parrocchie, amministrando le cresime e predicando.

Quando ritorna nella propria diocesi (14 dicembre 1866) deve ricominciare tutto, perché i sei anni di lontananza hanno fatto riemergere a Castellamare di Stabia gli antichi problemi di ignoranza religiosa tra i fedeli e di litigiosità nel clero.

Nel 1870 partecipa al Concilio Vaticano i, diventando uno dei più strenui difensori dell’infallibili­tà papale.

Colpito dalla leucemia, muore il 18 dicembre 1878: poverissimo, perché ha donato tutto ai bisognosi. Le incomprensioni lo accompagnano anche dopo la morte: passano più di cento anni per la causa di canonizzazione, iniziata soltanto nel 1990.

Il 20 dicembre 2012 Benedetto xvi lo dichiara Venerabile.

L’attività episcopale

Come accennato, una delle prime cure del mandato episcopale di Petagna riguardò il seminario: per poter operare bene nelle loro future parrocchie, i sacerdoti devono essere formati bene.

Un’altra iniziativa di carattere pastorale a base culturale fu l’erezione di “Congregazioni dello Spirito”, per le quali il Servo di Dio dettò anche un regolamento. Si tratta della riproposizione delle “Cappelle serotine” di Napoli, destinate agli studenti, delle scuole pubbliche e private, compresi tra i 10 e i 24 anni. Data l’ora in cui si tenevano le riunioni, il popolo le chiamava “Congregazioni dell’Ave Maria”. I giovani formati a queste scuole di spiritualità diffondevano e difendevano la Verità tra i loro compagni e nelle loro famiglie.

Per altre opere di carità cristiana si servì ampiamente dell’opera delle religiose e dei laici. Fin dal primo anno del suo governo pastorale invitò in diocesi le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, cui affidò l’assistenza ai malati negli ospedali e una scuola per ragazze, facendo realizzare un orfanotrofio e un convitto femminile. Le Suore Vincenziane li diressero dal 1854 al 1859, quando le vicende politiche italiane le costrinsero a lasciare l’incarico. Infine, per le ragazze esposte alla prostituzione, fondò un ricovero in una piccola casa messa a disposizione dalla famiglia di Costanza Starace, la futura Beata Maddalena della Passione[7]. L’iniziativa conobbe sviluppi favorevoli, tanto che suor Maddalena della Passione ottenne dal Vescovo di pernottare in quella casa e di aprirvi una scuola di ricamo, taglio e cucito e poi anche un oratorio. Nel 1870 quattro compagne della beata chiesero di vestire il suo abito: così ebbe origine l’istituto delle Oblate dei sette dolori della Beatissima Vergine Maria, dette Suore Compassioniste.

Nel fecondo periodo 1850-1860 ebbero origine molte tra le più belle iniziative del giovane Vescovo, indebolite dalle difficoltà del drammatico decennio seguente, ma che comunque raggiunsero le mete che il Servo di Dio si era proposto.

La Mala Unità e l’esilio

L’invasione garibaldina, orchestrata dal Piemonte, fece sentire i suoi effetti fin dallo sbarco in Sicilia (11 maggio 1860), quindi ben prima dell’arrivo a Napoli di Garibaldi (7 settembre). La rivoluzione italiana fu, infatti, realizzata anche grazie a un lungo lavoro di convincimento (altri userebbe il termine corruzione) di ufficiali dell’esercito e di quadri dell’ammini­stra­zione, affinché l’aggressore sabaudo fosse percepito dal­l’o­pi­nio­ne pubblica come un liberatore. Tale opera di convincimento (o corruzione) sfociò nell’accordo criminale tra liberali e camorristi, che dopo l’Unità fu definito “consorteria”[8].

Già nel luglio 1860 «il Regno delle Due Sicilie fu in potere di quei felloni, che ovunque ordivano nuove trame e attuavano eclatanti tradimenti»[9]. Anche a Castellammare si respirava aria di cambiamento (ovvero di tradimento): il sindaco in carica, Salvatore Vellante, dette le dimissioni e fu sostituito da Raffaele Vollono, che il 31 luglio giurò fedeltà a Francesco ii e soli 38 giorni dopo, il 7 settembre, ordinò che sul molo cittadino venisse issata la bandiera sabauda[10]. A metà tra le due date, si ordì il proditorio assalto del Monarca[11], sventato grazie alla pronta reazione dei marinai napolitani e all’accortezza del comandante Guglielmo Acton, che rimase ferito nello scontro e meritò la Croce di Cavaliere dell’Ordine di San Ferdinando e del Merito[12].

Intanto Monsignor Petagna aveva ben compreso di essere di fronte a una rivoluzione: cioè non alla semplice guerra di espansione del Piemonte, ma al tentativo di modificare radicalmente la società del resto della penisola, attac­cando la religione tramite espropri, chiusure di congregazioni religiose, arresti di prelati, esili e vessazioni.

Ha scritto uno studioso non sospetto di simpatie tradizionaliste: «L’Italia è l’unico Paese d’Europa (e non solo dell’area cattolica) la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenute in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale»[13].

Francesco Saverio Petagna, dunque, non s’illudeva, a differenza di altri religiosi in malafede o poco dotati d’intelletto e memoria storica, sull’indirizzo della politica sabauda, che non solo era incompatibile con il potere temporale del Papa, ma che imponeva le leggi eversive dell’asse ecclesiastico[14].

La sua preoccupazione era di salvare la fede nella diocesi e di mantenere saldamente unito e compatto il suo clero. Gli intenti di Garibaldi erano ben chiari: egli voleva proseguire la marcia su Roma e abbattere il potere temporale del Papa, mentre il «credo religioso» del conquistatore e di quelli che lo seguivano era direttamente avverso alla religione del Vangelo.

Non appena si ebbero i primi decreti contro il clero e i suoi beni, le forze eversive esplosero con odio violento e presero colore politico.[15]

I pochi facinorosi, che però, appartenendo agli strati vicini alla malavita, spaventavano il resto della pacifica popolazione, presero il sopravvento. La Guardia Reale (l’esercito) si era ritirata verso Capua[16], lasciando il controllo della zona alla Guardia Nazionale, infiltrata di elementi liberali e quindi favorevole al “nuovo corso”.

A Castellamare la folla era capeggiata da Luigi Russo, Nicola Giordano e un beccaio detto ’o lione: un triste terzetto che mise a ferro e a fuoco la città. Fu assalito il Municipio, si tentò la cattura del Monarca […].

Nei riguardi degli ecclesiastici bastava il più lieve sospetto di un funzionario o la minima immaginazione di un cittadino, perché gli infelici fossero ingiuriati e arrestati.

Mons. Petagna si levò impavido assertore dei diritti di Dio, della Chiesa e della libertà. Quella voce potente contro le ingiustizie delle forze avverse, doveva essere soffocata![17]

Il clima che si respirava era quello del giustizialismo popolare, tanto simile al precedente Terrore rivoluzionario francese o al successivo Triangolo della morte partigiano. Lo conferma l’inconsistenza delle accuse lanciate contro il prelato:

E si cominciò con l’accusa di filo-borbonismo. Vennero ricordati gli incontri di Mons. Petagna con i sovrani di Napoli, quando questi venivano a Castellamare al Palazzo reale, nell’incantevole parco di Quisisana, ove respiravano aria balsamica. Non sfuggì ai faziosi il giorno in cui Mons. Petagna era salito alla reggia per battezzare la bimba[18], nata a Maria Teresa in Castellammare, dove la famiglia reale era venuta a trascorrere la stagione estiva.

Molti, poi, avevano ben presente la data del 18 gennaio 1860: compiendo il Sovrano ventiquattro anni, presenti Francesco ii e Maria Sofia con tutta la Corte, era stata varata una nuova fregata, la Borbone, ad elica armata di cinquanta cannoni. Alla solenne cerimonia era intervenuto il Vescovo. Di lì a pochi mesi quell’unità da guerra, col nome di Garibaldi, sarebbe passata a far parte della marina sarda e avrebbe bombardato le truppe borboniche…[19]

Incolpare un Vescovo di aver compiuto atti pubblici è palesemente ridicolo e dimostra la malafede degli accusatori (gli stessi che non avrebbe battuto ciglio, un secolo e mezzo dopo, se tali atti – visite, battesimi, benedizioni di nuove attività – fossero stati resi, a mo’ di omaggio, a un boss mafioso).

In un ambiente ostile[20], in cui le pur poche “teste calde” del clero si sentivano libere di comportarsi come se si trovassero nella Parigi del 1793 o nell’Emilia del 1945 non poteva mancare – data, come visto, l’inesistenza di colpe – il ricorso alla calunnia:

Si inventò un triste episodio, per presentare il Vescovo come nemico della libertà. Con faziosità inaudita si affermò come cosa certa che a Napoli, nei giorni delle barricate del maggio 1848, alcuni militi cittadini, inseguiti dai soldati svizzeri al soldo di Ferdinando ii di Borbone, s’erano rifugiati nel sottosuolo della chiesa di S. Ferdinando. Il Petagna, rettore della chiesa, avrebbe denunciato al governo quei militi.

La menzogna era evidente, perché D. Francesco Saverio solo molti mesi dopo quell’episodio venne chiamato all’Arcicon­fra­ternita come Superiore, e precisamente il 17 settembre 1849.[21]

Quali erano le reali cause degli attacchi a Monsignor Petagna? I rapporti incrinati con le autorità politiche e civili? Oppure i malumori con il Capitolo della cattedrale? Secondo De Seta i motivi andrebbero cercati soprattutto nell’avversione di elementi che egli definisce impropriamente «reazionari», propensi a «moti eversivi»:

In realtà, il Vescovo che vuole attuare una pastorale di rinnovamento, per quanto possa agire con saggezza e prudenza, incontra resistenze in quanti hanno sostituito la forza al diritto e la menzogna alla verità. Si spiega. quindi, che elementi reazionari abbiano potuto premeditato la soppressione del Vescovo per disfarsi dell’unica forza morale che si opponeva a moti eversivi.[22]

È quindi possibile ipotizzare una convergenza di elementi sia reazionari (ma sarebbe più corretto chiamarli conservatori) in quanto oppositori del rinnovamento imposto dal “nuovo Borromeo”, sia rivoluzionari in quanto fautori di «moti eversivi». Spesso, com’è noto, gli estremismi opposti si toccano e possono unirsi in una lotta contro il comune, momentaneo nemico. Così, un Vescovo doppiamente controcorrente – perché contro gli abusi di un clero propenso più a controllare il proprio territorio parrocchiale a mo’ di feudo, anziché a farsi controllare da un organo superiore (i don Abbondio sono sempre esistititi, e non solo nella diocesi ambrosiana!), nonché contro le innovazioni che tanto affascinano chi veste (allora come ora) la tonaca senza una reale vocazione – dovette fronteggiare un doppio nemico, fatto di conservatori e rivoluzionari momentaneamente alleati.

Così, essendogli imposto dal sindaco (con lettera del 18 settembre 1860) di far eseguire due giorni dopo il Te Deum nella cattedrale «alle ore dieci a. m. precise»[23], Monsignor Petagna comprese che rimanere nella sua diocesi sarebbe stato rischioso e, prima del 20[24], lasciò la città per recarsi a Roma, da dove sarebbe poi partito, il 25 settembre, per Marsiglia.

Mentre l’Angelo della diocesi di Stabia viaggiava verso Roma, a Castellammare i caporioni della rivoluzione, guidando una massa di popolo inferocito, si avviarono al palazzo vescovile, gridando: «Morte al Papa e al Vescovo»! Le porte vennero abbattute e cominciò l’assalto al palazzo con il saccheggio e la distruzione conseguenti. Con ira e disappunto di tutti si dovette costatare che l’episcopio era vuoto: il Vescovo era salvo![25]

Il 21 ottobre si celebrò il plebiscito che a Castellammare fu fatto svolgere dal sindaco nella cattedrale, ad un tempo per darle dignità di evento sacro e imporre la subordinazione della Chiesa rispetto al Municipio (era una domenica e vennero di conseguenza impedite le usuali celebrazioni religiose).

Successivamente furono indette le elezioni. Il risultato fu sorprendente: su 522 voti validi su 763, Garibaldi e Liborio Romano ricevettero un solo voto a testa, la metà di quelli espressi in favore di Monsignor Petagna e del Cardinal Riario Sforza (che, naturalmente, non si erano candidati)[26].

Dal gennaio 1861 al dicembre 1866, Petagna rimase in esilio: prima a Marsiglia fino al 13 ottobre 1865, poi a Roma. Dalla Francia continuò a mantenersi in stretto contatto epi­stolare con la propria sede stabiese. In particolare, il Venerdì Santo del 1864, le inviò una lunga lettera pastorale, per celebrare i cento anni di un miracolo di San Catello, patrono di Castellammare di Stabia, che il 19 gennaio 1764 (giorno della sua ricorrenza) aveva preservato la città da un’alluvione: nel proprio scritto il Vescovo riabbracciava ideal­men­te i suoi fedeli lontani, delineando le direttive pastorali circa la religione, il Papa, il protestantesimo, la fede, la carità, la preghiera[27].

Allo scoppio del colera (1864), chiese alle autorità italiane di far ritorno alla propria diocesi, ricevendo però un rifiuto. Raggiunse comunque Napoli assieme al cardinal Riario Sforza, ma il Prefetto non cedette alle sue richieste (nonché alla petizione dei fedeli stabiesi), ed egli fu ricondotto alla frontiera romana, per poi tornare a Marsiglia.

Il rientro a Castellammare

Finalmente, nonostante l’opposizione delle autorità locali, grazie all’espressa indicazione del Governo[28], Petagna riuscì a rientrare nella sua diocesi il 14 dicembre 1866, salutato da grande giubilo di popolo. La situazione era però disastrosa:

Gli episcopi erano occupati dalle truppe, ridotti in cattivo stato, mancanti di mobili, e non vi erano denari per i relativi restauri. I vescovi chiesero somme più o meno cospicue, ma necessarie e non ottennero che somme insignificanti con cui si è creduto provvedere ai loro bisogni.[29]

È facile intuire in quali condizioni versassero le parrocchie e i sacerdoti prima sostentati da rendite che il nuovo governo aveva abolito. Tuttavia, Petagna pensò a prendere un contatto vivo, sulla base di una esperienza di fede, con la popolazione e indisse una “Missione popolare” per tutta la diocesi nel periodo compreso tra il 15 settembre e il 15 dicembre. L’iniziativa riuscì in pieno.

Due anni dopo il rientro, Francesco Saverio Petagna, assieme ad altri vescovi, fu chiamato da Pio ix, ormai ottantaduenne, alla preparazione del Concilio Vaticano i. Sotto la guida del Cardinal Sisto Riario Sforza, Arcivescovo di Napoli, l’episcopato campano si preparò in modo egregio all’evento, tanto che nessuna regione presentò tante proposte al Concilio quanto la provincia ecclesiastica di Napoli.

Il pensiero di Monsignor Petagna circa il grande tema del Concilio, cioè l’infallibilità pontificia, fu espresso nell’interven­to che egli fece al Concilio sabato 21 maggio 1870:

Sale l’ambone Monsig. Francesco Petagna, vescovo di Castellamare, nato in Napoli il 13 Dicembre 1812 e promosso il 20 Maggio 1850. Nel suo lunghissimo discorso pretese di dimostrare: 1° che la Chiesa Gallicana ha sempre creduto alla Infallibilità personale del Papa fino a questi giorni; 2° che la Infallibilità del Papa fu sempre riconosciuta in tutto il mondo, fin dal tempo Apostolico.[30]

Nell’esposizione del suo pensiero seguì la metodologia storico-teologica, sostenendo e dimostrando che l’infallibilità è alla base dell’intero deposito della fede[31]. Nell’intervento si respira la vasta cultura del Vescovo, che ripercorre la storia del cristianesimo nelle varie fasi, nelle diverse culture, alla luce di quanto dissero e fecero le figure più indicative di tutti i tempi, alla luce del Nuovo Testamento e della tradizione apostolica.

Infine, va ricordato che Monsignor Petagna esercitò la carità anche nei confronti di Melania Calvat, la pastorella cui era apparsa la Madonna a La Salette, il 18 settembre 1846. Il Vescovo di Castellammare l’aveva conosciuta durante il proprio esilio marsigliese, divenendone il direttore spirituale. Suor Maria della Croce, nome assunto dalla veggente una volta entrata presso le suore della Compassione, fu osteggiata dalle autorità francesi e da una parte del clero locale: esule anch’ella, accettò l’invito di Francesco Saverio Petagna e si trasferì a Castellammare dove rimase, a più riprese, per 17 anni[32]. Morì ad Altamura (Bari) il 14 dicembre 1904. Tre anni dopo, il 15 dicembre 1907, le spoglie del Vescovo furono trasferite dal cimitero cittadino alla cattedrale, dove furono esposte alla venerazione dei fedeli per essere poi poste, il giorno 18 dicembre, anniversario della sua dipartita, in un sepolcro marmoreo nell’ambulacro (a sinistra) della cappella di San Catello, sulla cui lapidi, tra gli altri meriti, è ricordato: «inopiae levandae se suaque omnia tradidit», «per sollevare dalla povertà donò se stesso e tutti i suoi averi».


[1] Arcivescovi di Milano rispettivamente dal 1560 al 1584 e dal 1595 al 1631.

[2] Arcivescovo di Benevento dal 1686 al 1730. Vincenzo Maria Orsini mantenne il titolo arcivescovile anche dopo essere salito al soglio pontificio, nel 1724, con il nome di Benedetto xiii. È da segnalare che in quel tempo la diocesi beneventana era molto più estesa dell’attuale, estendendosi fino alla Puglia e arrivando a contare fino a 30 diocesi suffraganee. Cfr. fra gli altri, Giacomo de Antonellis, Per una storia religiosa del Sannio, Solfanelli, Chieti 2009; Idem, Il Papa beneventano, Edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli 2014.

[3] Si pensi alla Francia, dove il Re “Cristianissimo” Enrico iv aveva concesso l’editto di Nantes (1589-1685); alla Boemia dell’Imperatore alchimista Rodolfo II (1576-1612); per non parlare della Germania devastata dall’eresia luterana. La tolleranza porta necessariamente con sé i germi della dissoluzione. Sull’argomento, cfr. Francisco Elías de Tejada, Consecuencias del Protestantismo. Cuadro general de la crisis protestante, in «Más», serie B, n. 1 (1949), traduzione italiana, Conseguenza del Protestantesimo, in Idem, La crisi della Cristianità e altri scritti sulla rivoluzione. Protestantesimo. Giacobinismo. Marxismo, Solfanelli, Chieti (in corso di pubblicazione).

[4] Cfr. Bibliografia, a pag. xxvi.

[5] Francesco Gioia, Il Fondatore, in sito Religiose dei Sacri Cuori di Gesù e Maria (‹sacricuori.org›) [04.10.2019]

[6] La famiglia Petagna vantava antiche e cospicue tradizioni gentilizie e nel corso dei secoli aveva dato alla Chiesa un vescovo, monsignori, sacerdoti, religiosi. Il nome di Francesco Saverio fu imposto dai coniugi Domenico e Angelica Cataldo al loro figlio in memoria di uno zio paterno, canonico della cattedrale di Sorrento.

[7] Educata dalle Figlie della Carità e cresimata da Mons. Petagna, di cui era figlia spirituale, Suor Maddalena della Passione sarebbe stata beatificata il 15 aprile 2007.

[8] La cosiddetta “consorteria” fu a lungo denunciata e attaccata dal giornale in vernacolo Lu Trovatore, che le dedicò inchieste giornalistiche e addirittura un romanzo a puntate, Il passato e il presente ovvero Ernesto il disingannato, recentemente riproposto integralmente da D’Amico Editore (Nocera Superiore [Salerno], 2018), che può essere considerato il primo romanzo “borbonico” della letteratura di lingua italiana.

[9] Giovanni Celoro Parascandolo, Monsignor Francesco Saverio Petagna, il Vescovo della Carità, il Difensore della Fede, Congregazione delle religiose dei Sacri Cuori, Roma 1986, p. 188.

[10] Ivi, p. 191.

[11] Il Monarca era la più grande e potente nave da guerra della marina borbonica e degli altri Stati italiani, costruita inizialmente a vela nei cantieri di Castellammare nel 1850 e ivi fornita di motori a vapore nel 1858. La notte tra il 13 e il 14 agosto, quando fu tentato un piratesco abbordaggio con la complicità del capitano Giovanni Vacca, era in rada nel porto di Castellammare. Per una ricostruzione dei fatti, cfr. Antonio Cimmino, L’attacco al vascello borbonico Monarca a Castellammare di Stabia, «Marinai d’Italia», 2016/5 (ottobre/novembre), p. 26-29.

[12] Ordine creato il 1º aprile 1800 da Ferdinando iv per ricompensare coloro che gli erano rimasti fedeli durante l’esilio in Sicilia.

[13] Ernesto Galli della Loggia, Liberali che non hanno saputo dirsi cristiani, «Il Mulino», n. 349¸ xlii (1993), n. 5 (settembre-ottobre), p. 855-866:859.

[14] Leggi n. 878 del 29 maggio 1855 (“legge Rattazzi”) e n. 3036 del 7 luglio 1866 e n. 3848 del 15 agosto 1867 (“leggi eversive”). Esse fanno seguito alle “leggi Siccardi” di separazione fra Stato e Chiesa del Regno di Sardegna: legge 9 aprile 1850 n. 1013 e 5 giugno 1850 n. 1037, che abolirono i privilegi goduti dal clero cattolico e alla quale fu addirittura eretto nel 1853 un massonico monumento: un imponente obelisco alto 21 metri che reca inciso sui lati il testo normativo, unico esempio di monumento ad una legge…

[15] Eduardo Mario De Seta, Pomeriggio di fuoco. Vita del servo di Dio Francesco Saverio Petagna, A. Flory, Napoli 1972, p. 89.

[16] Nella notte tra il 6 e il 7 settembre. Cfr. Giovanni Celoro Parascandolo, Monsignor Francesco Saverio Petagna, cit., p. 191.

[17] Eduardo Mario De Seta, Pomeriggio di fuoco,cit., p. 89-90.

[18] Presumibilmente Maria Immacolata Luigia, che però era nata il 21 gennaio 1855 a Caserta: sembra difficile che il battesimo non sia avvenuto immediatamente, come si usava allora. Altri figli della coppia reale nati (ma tutti a Caserta) nel periodo in cui Mons. Petagna era già divenuto Vescovo furono Vincenzo, Conte di Milazzo (nato il 26 aprile 1851 e morto a Caserta il 13 ottobre 1853); Pasquale, Conte di Bari, nato il 10 settembre 1852; Gennaro Maria, Conte di Caltagirone, il 28 febbraio 1857.

[19] Eduardo Mario De Seta, Pomeriggio di fuoco, cit., p. 90.

[20] «Il prete Gaetano Guida arringò il popolo, inneggiando alla libertà e stigmatizzando chi aveva avversato ogni principio d’indipendenza, con parole che suonavano offesa alla dignità del Sacerdozio». Ivi, p. 90-91. Il fatto che le “teste calde” fossero poche non inficia il loro potere, né la loro pericolosità: tutte le rivoluzioni sono scatenate e condotte da una infima, ma agguerrita ed astuta minoranza, come lo furono i giacobini in quella francese ed i bolscevichi in quella russa.

[21] Eduardo Mario De Seta, Pomeriggio di fuoco, cit., p. 89-91.

[22] Ivi, p. 91.

[23] Il testo dell’arrogante lettera è integralmente riportato da Giovanni Celoro Parascandolo, Monsignor Francesco Saverio Petagna, cit., p. 192.

[24] Un documento del Sottoprefetto, datato 12 settembre 1865, però afferma: «Il Vescovo di Castellammare Mons. Francesco Saverio Petagna da Napoli d’anni 45 circa, fu allontanato da qui il 15 7mbre 1860 con passaporto del Prefetto della Provincia per Marsiglia». Ivi, p. 326. I documenti riportati da Celoro Parascandolo confermano la persecuzione poliziesca che lo Stato sabaudo esercitò sui vari Vescovi della zona.

[25] Eduardo Mario De Seta, Pomeriggio di fuoco, cit., p. 98.

[26] Cfr. Il Governo episcopale di Mons. Francesco Saverio Petagna nei suoi scritti, a cura di Giovanni Celoro Parascandolo, Religiose dei Sacri Cuori, Roma 1992, p. 133.

[27] Cfr. Eduardo Mario De Seta, Pomeriggio di fuoco, cit., p. 105-108.

[28] Il 12 settembre 1866 il sottoprefetto di Castellammare si era opposto al rientro di Mons. Petagna adducendo un inesistente «odio e furore popolare contro di lui»; il 6 ottobre il Prefetto di Napoli aveva comunicato al Ministro dell’Interno Bettino Ricasoli: «In vista delle attuali condizioni politiche del Regno e della condotta tranquilla tenuta dal Petagna, io sarei dell’avviso che non si ponesse ostacolo al ritorno nella sua diocesi»; il 22 ottobre 1866 Ricasoli aveva scritto ai prefetti che, per dare «all’Europa la più eloquente e irrefrangibile dimostrazione di aver obbedito all’uso delle misure discrezionarie alle sole ineluttabili necessità della difesa», ripristinando la normalità appena cessato il pericolo, e «per «far cessare il turbamento delle coscienze e togliere gli impedimenti che in molte Diocesi si verificano ogni giorno al regolare andamento del servizio religioso» si potevano far rientrare i presuli «escludendone pel momento i Vescovi dimoranti in Roma e quelli che avranno dato prove recenti di politici avvolgimenti». Cfr. Giovanni Celoro Parascandolo, Monsignor Francesco Saverio Petagna, cit., p. 326-330.

[29] Eduardo Mario De Seta, Pomeriggio di fuoco, cit., p. 132.

[30] Giuseppe M. Croce, Una fonte importante per la storia del pontificato di Pio ix e del Concilio Vaticano i. I manoscritti inediti di Vincenzo Tizza­ni, «Archivum Historiae Pontificiae», 25 (1987), 263-362:287.

Cfr. www.jstor.org/sta­ble/23564179 [24.09.2019].

[31] Il discorso è riportato, nell’originale latino e in un’attenta traduzione in lingua italiana, da Aniello Pignataro, Primato e infallibilità in Francesco Saverio Petagna, vescovo di Castellammare di Stabia, Longobardi, Castellammare di Stabia (Napoli) 2010, p. 127-155.

[32] «[Melania] tornò a Marsiglia nel 1863 e, dopo qualche giorno trascorso a Corps e La Salette, accettò l’invito di monsignor Francesco Saverio Petagna, vescovo di Castellammare di Stabia in provincia di Napoli, partendo dalla Francia il 21 maggio 1867. Rimase in quella città per diciassette anni, alloggiando nell’antica casina Ruffo sulla strada Napoli, presa in affitto dal vescovo. Nella cappella del palazzo veniva a celebrare la Messa Alfonso Fusco, un padre redentorista. Monsignor Petagna affidò la direzione spirituale della donna al Servo di Dio padre Luigi Salvatore Zola, dei Canonici Regolari Lateranensi, abate del monastero napoletano di Piedigrotta. A Castellammare, Mélanie compose un memoriale, Visione dei costumi e delle opere alle quali saranno dedicati gli Apostoli degli ultimi tempi e abbozzò la Regola per un’eventuale congregazione religiosa, l’Ordine della Gran Madre di Dio per gli Apostoli degli ultimi tempi. […] Nel 1892 lasciò Castellammare di Stabia e, aderendo all’invito di monsignor Zola, si trasferì nella città di Galatina in provincia di Lecce, dove rimase per cinque anni, in una casa presa in affitto». Antonio Borrelli, Emilia Flocchini, voce Mélanie Calvat (suor Maria della Croce), in Enciclopedia dei Santi e dei Beati (‹santiebeati.it›) [24.09.2019].

continua………..

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.