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ELOGIO FUNEBRE ALLA PIA MEMORIA DI FERDINANDO II RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (III)

Posted by on Lug 29, 2026

ELOGIO FUNEBRE ALLA PIA MEMORIA DI FERDINANDO II RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (III)

a cura di
Gianandrea de Antonellis

recitato nel dì 12 novembre 1859 nella Cattedrale di Castellamare da Monsignor D. Francesco Saverio Petagna Vescovo di detta Diocesi e Cavaliere del Real Ordine Francesco i. ecc. nei solenni funerali fatti dal Municipio

L’elogio funebre di Ferdinando II

Una delle cause “ufficiali” che obbligarono Monsignor Petagna all’esilio francese fu l’aver celebrato con grande pompa i funerali di Re Ferdinando ii. Scrive don Adolfo L’Arco (1916-2010) – dopo aver ricordato che il decreto dittatoriale con cui Garibaldi il 21 settembre 1860 aveva dichiarato “beni nazionali” tutte le proprietà dei Vescovi era stato emanato «per tentare a scisma i preti minuti»[1] – che Petagna fece di tutto per evitare sommovimenti, ordinando al clero «di non lasciarsi coinvolgere in cose estranee al servizio sacerdotale»[2]. Ma tale atteggiamento non bastava ai «liberali massoni»[3], che cercarono altre scuse per liberarsi dell’integerrimo Prelato:

Gli antiborboni[ci], non potevano perdonare al Vescovo che con straordinaria pompa avesse celebrato i funerali del Re Ferdinando ii, morto a Caserta il 22 giugno 1859. Ma lo storico Celoro Parascandolo è ben informato, quando affer­ma: «Il Re Ferdinando ii di Borbone [fu] instancabile bene­fat­tore delle opere caritatevoli diocesane stabiesi». Era evidente che il Vescovo nutriva riconoscenza per Ferdinando ii.[4]

Una stima reciproca che durava da tempo, confermata da un aneddoto, secondo cui il Re andò, in incognito, a sentire di persona l’allora don Francesco Saverio che stava predicando davanti a un uditorio piuttosto modesto, in una chiesa di Napoli. Il Monarca era incuriosito da quel prete che, ancora così giovane, gli era stato proposto per la nomina a Vescovo di Stabia[5].

Nove anni dopo, in procinto di partire per il viaggio – che gli sarebbe risultato fatale – alla volta di Bari per accogliere la principessa Maria Sofia di Baviera, destinata in consorte al­l’e­rede al trono, Ferdinando ii concesse una serie di onorificenze. A Monsignor Petagna riservò il Real Ordine di Francesco i[6], precursore degli attuali ordini al merito, creato dallo stesso Francesco i delle Due Sicilie (1777-1830, Re dal 1825) il 28 settembre 1829 per premiare chi, in ambito civile, si fosse distinto nel servizio pubblico, nelle scienze, nelle arti, nell’agri­coltura, nell’industria e nel commercio[7].

Il riconoscimento, sia pure non particolarmente esclusivo – la stessa onorificenza venne concessa nella stessa occasione ad una sessantina di persone, tra cui una ventina di altri presuli – è comunque indicativo della stima che il Re riservava al Vescovo di Castellammare, tenuto conto che l’Ordine di Francesco i fu parificato in dignità e prerogative a quello di San Giorgio della Riunione[8].

L’elogio funebre, recitato il 12 novembre 1859[9] nella Cattedrale di Castellamare, è diviso in un prologo e tre parti: nella prima l’oratore ricorda la religiosità del Monarca scomparso; nella seconda descrive la politica cristiana messa in atto dal Re; nella terza dimostra come la religione sia il sostegno del Monarca e come egli faccia ricorso alla propria religiosità per proseguire il proprio compito.

Al di là del tono enfatico, più che naturale in un’occasione simile, il ritratto del Monarca è quello di un ottimo cristiano: attento alla recita del Rosario, alla visita al SS. Sacramento, nonché alla preghiera dell’Angelus, recitata anche sulla pubblica via[10]. Una devozione di cui gli Stabiesi sono stati testimoni diretti durante le numerose visite del Re alla loro città:

Quante volte, che il ciel vi salvi, e parlerò sol di voi, perché a voi son dirette le mie parole, quante volte, cittadini di Stabia non foste voi spettatori del visitare che faceva il Tempio del Serafino d’Assisi pel guadagno di copiose indulgenze; la Chiesa di Pozzano ad adorarvi quella Vergine, quel prodigioso Crocefisso, il taumaturgo di Paola; e qui, in questo maggior Tempio della vostra Città, per l’Assunta Maria, non foste voi commossi a quella riverente adorazione di Gesù Sacramentato, a quelle fervide preci nell’esser benedetto, a quei replicati baci delle reliquie del vostro proteggitor S. Catello, a quella tenera divozione davanti all’immagine dell’Immacolata Maria?[11]

Alla facile accusa di “machiavellismo”, di religiosità ostentata ma non sentita, Petagna oppone alcuni ricordi personali: la commozione del Re quando gli parlava della Madonna; le preghiere recitate, senza pompa, prima di intraprendere gli affari pubblici; l’affetto portato ai figli che si dimostravano più religiosi e la richiesta di attenta partecipazione della progenie alla S. Messa domenicale[12]

Il risultato è un ritratto diverso da quello al quale siamo abituati e che conferma l’influsso positivo che il pur breve matrimonio (1832-1836) con la Beata Maria Cristina di Savoia (1812-1836) ebbe su Ferdinando.

Alla religiosità personale e familiare si affianca quella pubblica, dimostrata con il restauro di chiese e la riammissione di ordini religiosi, con l’educazione fatta impartire ai ragazzi e financo ai militari[13], con il soccorso immediato ai bisognosi[14] e con la creazione di istituti per dare ai poveri una istruzione che li possa avviare ad una dignitosa attività lavorativa[15]. E dopo avere elencato vari atti di generosità verso gli sventurati, cui come sappiamo anche lo stesso Petagna era assai sensibile, l’oratore sintetizza citando Cesare Cantù: «Le pubbliche sventure diedero esercizio alla sua pietà»[16] e il profeta Geremia: «L’afflitto innocente, il pupillo, la vedova non abbisognano d’un gemente profeta messo da Dio a perorar loro causa davanti a Lui»[17], poiché il buon occhio paterno di Ferdinando era vigile sulle disgrazie del popolo che amava e da cui era amato, con buona pace della propaganda a lui contraria.

Petagna ricorda poi l’importanza che il Re annesse alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e, naturalmente, non solo la generosa ospitalità concessa a Pio ix, ma soprattutto l’angoscia nel vedere il Pontefice costretto a fuggire da Roma[18].

Passa quindi a rammentare i numerosi doni materiali fatti alle chiese del Regno; tra cui, nella diocesi di Castellammare:

una statua dell’Immacolata alla Parrocchia di San Matteo ed un’al­tra alla Compagnia di Maria Immacolata. Una statua di Sant’Eu­sta­chio ed una campana alla Parrocchia intitolata quel Santo. Alcuni vasi sacri alla chiesa di Santa Maria di Poz­zano.[19]

Chiude rievocando la morte cristiana di Ferdinando, avvenuta nella preghiera, nel pentimento per le mancanze terrene, nella serenità dei sacramenti ricevuti.

Oltre che ricordare la religiosità di Ferdinando ii, Petagna ribadisce alcuni concetti di politica cristiana. Lo fa con massime tratte dalla Scrittura e dalla Patristica:

È stolta la Sapienza che vuole attesi gl’interessi dello Stato innanzi a quelli del Vangelo, ed è follia il pensare che l’esattezza delle regole di questo sia incompatibile colle massime di quello. È un disonorare la Religione, dice S. Agostino, il credere ch’Ella non debba esser consultata nel governo degl’imperi.[20]

Oppure con esempi provenienti dalla storia antica:

Un governo per buono che si voglia supporlo, non potrà ottenere quello che ottiene il buon costume: senza di questo, per serpente occulto veleno si corrompono i popoli, si contamina l’interiore ordinamento civico, e se non repentinamente certo insensibilmente lo stato decade. Per tutta pruova valga la caduta di Roma, già da tempo preparata e fatta necessaria, le cui forze ben misurando Cicerone da quel gran conoscitore, sin dal tempo del suo consolato, diceva che la Repubblica era già finita, non già oppressa dall’armi straniere, ma consumata dai vizi domestici.[21]

Siamo insomma di fronte a una solida costruzione teoretica d’impianto classico, fondata sui due imprescindibili pilastri della cultura greco-romana e della tradizione cristiana. Come i grandi pensatori della Napoli ispanica (per tutti, gli “antimachiavellici” Francesco Lanario e Ottavio Sammarco), Petagna fonde fede e ragione (anticipando il discorso di Ratisbona), basando i suoi ragionamenti sulla solidità della tradizione.

Va infine segnalato un passaggio che anticipa gli attuali elenchi dei “primati” napoletani, segno che non sono un vizio nostalgico degli studiosi nostri contemporanei:

[Ferdinando ii] Protegge le scienze, i loro cultori, le loro accademie, non mancandovi però l’elemento religioso per guida. Ed eccovi i collegi ed i licei affidati a corpi religiosi insegnanti. Incoraggia le arti belle, e manda gli alunni alla Capitale del mondo cattolico per ispirarsi in quei cristiani capolavori. Anima il commercio e son fissati i pesi e misure, aumentati i porti, conchiusi de’ trattati internazionali colle altre potenze, aumentati di molte migliaia i legni mercantili, stabilite scuole nautiche, eretti fari, ed anche a luce avvicendata col sistema di Fresnel[22]. Favorisce l’industria, e sono animati e promossi molteplici e grandi stabilimenti all’uopo di fabbriche per tessuti di seta, di cotone, di lana. Solleva l’agricoltura e si veggono società economiche, monti frumentari, ed orti sperimentali in tutte le Province.

Il defunto Monarca introdusse il primo nell’Italia le ferrovie, i battelli a vapore, la illuminazione a gas, e poscia il telegrafo elettrico. Quante strade da lui designate nel Regno, quanti sontuosi edifizi eretti, ordinandovi all’uopo un consiglio edilizio! E sol baste­rebbe volgere l’occhio alla nostra Napoli per osservare, che mal potrebbe ravvisarla chi la ricordasse prima di Re Ferdinando. Vedete a piè del monte Vesuvio l’Osservatorio metereologico, nel porto di Napoli il gran bacino da raddobbo[23], a Pietrarsa lo stabilimento meccanico, sul Garigliano e sul Calore i due ponti di ferro, al lago Fucino il prosciugamento affidato a Compagnia Napoletana. E queste opere colossali furono o ideate dal suo ingegno, o spinte dal suo tenace volere.[24]

Conclusione

Lo stile di Petagna può apparire certamente un po’ carico, ma nonostante lo sfoggio di retorica e di erudizione, i concetti che trasmette sono senza dubbio interessanti.

Ecco perché ha pienamente senso riproporre questo discorso funebre: se da un lato il Vescovo – a parte i ricordi personali della vita del Monarca – dice poco di nuovo, d’altro canto anche il semplice ribadire princìpi eterni, come quelli della buona politica cristiana; il riportare fatti che tendono ad essere dimenticati, soprattutto se esiste una propaganda interessata a farli dimenticare; dare il giusto rilievo a una figura calunniata, giustificano lo sforzo di affrontare alcuni passaggi un po’ ampollosi, superati i quali si apre al lettore una visione dimenticata o addirittura sconosciuta (perché volutamente occultata).

L’elogio funebre diviene così un documento che ci permette di conoscere aspetti importanti della vita di Ferdinando ii che ci sono stati sempre nascosti e ci spinge ad approfondire la vicenda biografica di chi ha scritto quelle pagine, anch’essa passata sotto silenzio da una storiografia asservita al vincitore e da una cultura clericale che avrebbe dovuto farne un eroe, ma che preferisce invece cercare di adattarsi al mondo e a inseguire le supposte esigenze dell’opinione pubblica.

Infine, riscoprire tale scritto ci riporta a una cultura eroica, in cui riecheggia il lemma carlista No serán héroes anónimos ante Dios: davanti a Dio un eroe non è mai anonimo.

È giusto e doveroso esaltare una figura nota come il Re delle Due Sicilie, contro la retorica patriottarda (e un po’ massonica) del “milite ignoto”. È giusto e doveroso ricordare chi, come Francesco Saverio Petagna, preferì l’esilio all’asservi­men­to agli invasori della sua terra natia.

Gianandrea de Antonellis


[1] Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Trabant, Brindisi 2009, ii, p. 241.

[2] Adolfo L’Arco, Fuoco di Pentecoste. Francesco Saverio Petagna, Servo di Dio, (Istituto salesiano Pio xi, Roma) 2001, p. 38.

[3] Ibid.

[4] Ibid. La frase citata si trova in Giovanni Celoro Parascandolo, Monsignor Francesco Saverio Petagna, il Vescovo della Carità, il Difensore della Fede, Congregazione delle religiose dei Sacri Cuori, Roma 1986, p. 163.

[5] Cfr. E. M. De Seta, Pomeriggio, cit., p. 34-35, Il decreto reale di nomina è del 14 gennaio 1850, la Bolla pontificia di nomina del 20 maggio successivo.

[6] «Sua Maestà il Re N. S., nella lieta circostanza del matrimonio felicemente conchiuso tra S. A. R. il Duca di Calabria D. Francesco Maria Leopoldo Principe Ereditario, amatissimo figliuolo della Maestà Sua, e S. A. R. l’Augusta Principessa D. Maria Sofia Amalia Duchessa in Baviera, si è degnata conferire le seguenti Decorazioni, cioè: […] la Croce di Cavaliere di prima classe del Real Ordine di Francesco i a Monsignor D. Francesco Petagna, Vescovo di Castellammare».

Mauro Musci, Cronaca storica ufficiale del viaggio nelle Puglie di S.M. il re Ferdinando II e del matrimonio di S.A.R. il Duca di Calabria Principe ereditario del Regno con S A.R. la Duchessa di Baviera Maria Sofia Amalia, Andrea Cancelliere, Napoli 1859, p. 18, 22.

[7] Cfr. Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Giornale araldico, Pisa 1876-1877, p. 296.

[8] L’Ordine di San Giorgio della Riunione fu istituito nel 1819 per celebrare la riunione dei domini di Napoli e Sicilia sotto lo scettro della Casa Reale di Borbone e creare un Ordine puramente Militare per premiare le azioni di valore e onorare i servizi di guerra, dando così nuovi stimoli alle virtù militari, al fine di garantire l’indipendenza del Regno.

Cfr. Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 323.

[9] La cerimonia avvenne sei mesi dopo la scomparsa del Re (22 maggio). Simili riti funerari si ebbero in tutto il Regno: sono almeno 37 gli Elogi funebri di Ferdinando ii che ci sono giunti.

[10] Cfr. Francesco Saverio Petagna, Elogio funebre…, p. 12

[11] Ivi, p. 12.

[12] Cfr. ivi, p. 13-14.

[13] Cfr. ivi, p. 19.

[14] Cfr. ivi, p. 20-22.

[15] Cfr. ivi, p. 24-25.

[16] Ivi, p. 22.

[17] Ivi, p. 24.

[18] Cfr. ivi, p. 28

[19] Ivi, p. 30, n. 8

[20] Ivi, p. 15.

[21] Ivi, p. 22-23.

[22] La lente di Fresnel è una lente dallo spessore ridotto che permetteva ottiche meno ingombranti, inventata nel 1827 dal fisico Augustin-Jean Fresnel (1788-1827) utilizzata soprattutto nei fari per la navigazione.

[23] Riparazione di navi.

[24] Elogio funebre, p. 18-19.

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