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EMANUELE NOTARBARTOLO: “…un delitto eccellente rimasto impunito”

Posted by on Dic 15, 2018

EMANUELE NOTARBARTOLO: “…un delitto eccellente rimasto impunito”

Quello di Emanuele Notarbartolo è il primo grande delitto nella storia della mafia siciliana e, forse, delle mafie italiane. Un omicidio dalla portata talmente ampia da riuscire a scuotere l’opinione pubblica per diversi anni, addirittura fino all’inizio del Novecento. Peccato che il finale sia stato praticamente lo stesso rispetto ad altri reati che la mafia già aveva compiuto, cioè che gli autori del crimine siano rimasti impuniti.

Chi è Notarbartolo

Il suo nome era Emanuele Notarbartolo ma per via delle sue aristocratiche e raffinate origini, divenne presto marchese di San Giovanni. Discendente dei Duchi di Villarosa e appartenente alla dinastia dei Principi di Sciara, Emanuele nacque a Palermo il 23 febbraio del 1834. Già bambino divenne presto orfano di entrambi i genitori. Dalla tenera infanzia fino ai ventitré anni, Emanuele era rimasto in Sicilia. Desideroso di vivere nuove appassionanti esperienze, nel 1857, lasciò Palermo per trasferirsi a Parigi. Continuando a girovagare per l’Europa, giunse prima a Bruxelles e poi a Londra. Lasciando l’Inghilterra, rientrò in Italia stabilendosi a Firenze. Fu proprio in questo periodo, che conobbe alcuni dei più autorevoli e illustri rappresentanti della futura classe politica italiana e siciliana. Uno di questi era il futuro senatore del Regno D’Italia, Francesco Lanza di Scalea. Maturando le proprie idee politiche, Emanuele si apprestò a far parte del movimento politico della Destra Storica. Animato da un verace patriottismo, si schierò al fianco dei Mille nei panni di giovane garibaldino. Lasciato l’esercito, ritorno in Sicilia e si unì in matrimonio con Marianna Merlo. Correva l’annata del 1865 quando poco più che trentenne, si apprestò a ufficializzare il suo esordio in politica. Restando in perfetta convergenza con gli obiettivi dei moderati di destra, Emanuele prese parte alla giunta presieduta dal sindaco Antonio Starrabba di Rudinì. Quest’ultimo, decise di nominarlo assessore alla polizia urbana del Comune di Palermo. Un paio di anni dopo, nel 1869, fondò e diresse un nuovo quotidiano giornalistico che prese il nome di “Corriere Siciliano”. Quella moderna esperienza fu alquanto breve per Emanuele. Infatti, a seguito di un importante incarico, Emanuele lasciò subito la testata. Nello specifico, era stato invitato a entrare nel consiglio di amministrazione dell’ospedale cittadino. Cosciente dell’inadeguata e grave condizione dell’ospedale, il marchese accettò immediatamente quell’invito. Dal 1870 fino al 1873, fu designato per dirigere il medesimo Ospedale. In soli tre anni, l’Ospedale Civico era ritornato del tutto efficiente e funzionale. Le molteplici inadempienze che gravavano sul sistema sanitario, furono poco a poco annientate dall’efficace e integerrimo intervento del marchese. La sua gestione ridiede respiro alle casse sanitarie rendendo pulite e accoglienti tutte le strutture dell’ospedale. In aggiunta, fu anche raddoppiata la quantità dei posti letto. Quella sua magnifica condotta amministrativa gli valse la fama di uomo affidabile e onesto. Lasciata la dirigenza dell’Ospedale Civico, Emanuele ritornò al Comune nella rappresentativa veste di primo cittadino. Eletto il 28 settembre del 1873, rimase in carica fino al 30 settembre del 1876. Svolgendo fino in fondo il proprio dovere, il marchese rivalutò con incisività l’intero patrimonio urbanistico di Palermo. Nel corso di tutto il suo mandato, contribuì ad attuare una serie di opere nel solo e unico interesse dei suoi cittadini. Opere significative come il completamento del mercato degli Aragonesi, la copertura del teatro Politeama, l’ammodernamento della rete viaria, i vari interventi per migliorare le condotte idriche, il collegamento della stazione centrale con il porto, i lavori di costruzione del cimitero dei Rotoli e la posa della prima pietra per avviare la realizzazione del Teatro Massimo. Come se non bastasse, s’impegnò fortemente nel fronteggiare la diffusa e grave corruzione nelle dogane. Nella sua agenda comunale non c’era posto per le consolidate clientele della cattiva politica locale. Sotto la sua vigile e rigorosa guida, il sistema di assegnazione degli appalti fu sottoposto a un vero e proprio processo di normalità amministrativa. Anziché riservarli ai soliti loschi personaggi, Emanuele decise di assegnarli soltanto a ditte in odor di legalità. Questa perseveranza nel diffidare da ogni forma d’ingiustizia, a più di qualcuno non piaceva. Ovvero, quella deplorevole zona  grigia che si aggirava tra gli insalubri e avidi ambienti della malavita locale. In conseguenza di ciò, la coscienziosa attività di Emanuele, fu ostacolata da un delegittimante progetto d’isolamento. Dal 1876 fino al 1890, ricoprì l’impegnativo ruolo di direttore generale del Banco di Sicilia. Appena insediato, la situazione del Banco era alquanto tragica.

L’istituto di credito era quasi ad un passo dal fallimento. Dopo l’avvento dell’Unità d’Italia, il Banco di Sicilia era stato oppresso da una miriade di operazioni speculative che avevano prosciugato gran parte delle risorse finanziarie di cui beneficiava l’istituto. I provvedimenti messi in atto dal marchese si dimostrarono tutt’altro che inefficaci. Investendo tutte le proprie astute competenze economiche, Emanuele riuscì a scongiurare la preannunciata possibilità di un definitivo decadimento dell’economia siciliana. Nel giro di pochi anni, l’istituto era stato risanato con una radicale riorganizzazione del sistema bancario. Impedendo l’affiorare di nuove speculazioni, Emanuele ideò una serie d’innovativi e adeguati provvedimenti come l’istituzione dei concorsi fra le società operaie di Mutuo Soccorso, gli aiuti rivolti alla cassa dei piccoli prestiti per la categoria della classe operaia, la creazione della cassa di assicurazione contro gli infortuni degli operai sul lavoro, la modifica dello statuto del Banco. Modificando le norme previste dall’ordinamento dello statuto, egli smantellò una consolidata e immorale tendenza finanziaria. Purtroppo, quelle innovative e costruttive scelte, furono boicottate da un consiglio di amministrazione che non aveva di certo a cuore il futuro della Sicilia. La maggioranza di quel consiglio era prevalentemente formata da politici. Tra questi era presente anche l’onorevole Raffaele Palizzolo. Raffaele Palizzolo era un deputato del Regno d’Italia abbastanza noto per le sue poco raccomandabili frequentazioni.

Conosciuto anche con il soprannome di “U Cignu” il cigno, Palizzolo era divenuto uno dei principali referenti politici di Cosa Nostra. Nel maggio del 1882, Emanuele fu sequestrato da un gruppo di uomini. Lo liberarono dopo il pagamento di un consistente riscatto. Dietro quel sequestro si nascondeva un chiaro avvertimento intimidatorio. Un segnale che con molta probabilità, era stato attuato dal Palizzolo e dai suoi complici. Nonostante tutto, Emanuele non abbassò la testa. Senza alcun timore, nel 1889, redisse un dettagliato fascicolo di denuncia. Fiducioso che fosse fatta giustizia, lo inviò all’allora ministro dell’agricoltura Luigi Miceli. All’interno di tale fascicolo, era presente il nome dell’onorevole Palazzolo e di altre maestranze della politica siciliana. Onorevoli senza onore che si erano impropriamente arricchiti con i soldi di migliaia e migliaia di risparmiatori. In particolare, Emanuele rivelò dei rapporti che sussistevano tra Palizzolo e il capomafia di Caccamo.

La morte

Emanuele Notarbartolo muore il 1 febbraio del 1993. L’uomo, dalla stazione di Sciara, salì sul treno che avrebbe dovuto condurlo a Palermo. Notarbartolo, dopo il sequestro di cui era stato vittima, aveva cominciato a preoccuparsi della sia sicurezza e si era munito di armi da poter utilizzare in caso di emergenza. Mai si sarebbe aspettato di incontrare problemi sui vagoni di un treno. A Termini Imerese salirono due uomini. Non appena il treni raggiunse una galleria, i due ne approfittarono per mettere a segno il delitto, utilizzando come armi un pugnale ed un coltello. I due uomini lo trafissero con 27 pugnalate…  Dopo esserci accertati della morte della vittima, i due assassini cercarono di fare razzia dei documenti e degli oggetti di Notarbartolo. Lanciarono il cadavere dal treno con la speranza che finisse in un torrente e che, poi, raggiungesse il mare. Il corpo, però, rimase vicino ai binari e, dunque, non fu difficile ritrovarlo. La mafia aveva compiuto la sua prima vile e brutale vendetta.

Il processo

Il processo cominciò a Milano addirittura sul finire del secolo, sebbene l’omicidio fosse stato compiuto nel 1893. Era stato scoperto che nel periodo precedente l’omicidio il Banco di Sicilia era finito nell’occhio del ciclone a causa di una condotta scorretta e per diverse violazioni delle norme bancarie. Quando il processo prese il via, nel novembre del 1899, gli unici imputati erano due ferrovieri. La Polizia era convinta del fatto che i due si fossero fatti corrompere e che avessero offerto le necessarie coperture per consentire agli assassini di ammazzare Emanuele Notarbartolo.

La deposizione di Leopoldo Notarbartolo

Cinque giorni dopo l’inizio del processo fu sentito come testimone Leopoldo Notarbartolo, il figlio dell’ex sindaco. Fu lui a muovere un’accusa gravissima destinata a cambiare le sorti del processo. Disse, infatti, che il mandante dell’omicidio era don Raffaele Palizzolo, deputato ed imprenditore ritenuto molto vicino alla mafia. Leopoldo ripercorse le varie tappe degli incontri tra suo padre e Palizzolo. Lasciò intendere che ci fosse un’ampia responsabilità dell’uomo anche per il sequestro del 1882. Palizzolo era stato membro del Cda del Banco di Sicilia e contrastava apertamente con le idee di Notarbartolo il quale non era disposto a scendere a compromessi e voleva evitare che la Banca venisse utilizzata per elargire favori a chiunque ne avesse bisogno, anche e soprattutto a persone poco raccomandabili. Notarbartolo fu, però, messo con le spalle al muro e costretto a dimettersi.

Gli arresti di Palizzolo e Fontana

Palizzolo, dopo le accuse di Leopoldo Notarbartolo, si vide crollare il mondo addosso. Essendo deputato poteva contare sull’immunità parlamentare ma la Camera votò a favore in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere. Don Raffaele Palizzolo finì in carcere e, dopo poco, lo stesso destino toccò all’uomo accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio: Giuseppe Fontana. Quest’ultimo fu incastrato dalle dichiarazioni del vicecapostazione di Termini Imerese ma in un primo momento preferì darsi alla fuga. Il questore Sangiorgi lo convinse a consegnarsi. Agli inizi del Novecento i due responsabili del delitto di Emanuele Notarbartolo erano in carcere. Nel 1902 il processo riprese e fu spostato a Bologna. Per Fontana e Palizzolo arrivò una condanna a trent’anni di carcere.

La sentenza della Cassazione e il nuovo processo

La decisione della Corte d’Assise di Bologna fu annullata dalla Cassazione a causa di un vizio di forma. Nel 1903, dieci anni dopo la morte di Emanuele Notarbartolo, il processo ripartì da Firenze. L’attenzione dell’opinione pubblica sull’intera vicenda era nettamente calata. L’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata mafia fu minimizzata ancora una volta. Le difese, stavolta, ebbero la meglio dell’accusa e nel 1904 Palizzolo e Fontana furono scarcerati per insufficienza di prove. Insieme a Fontana l’altro autore del delitto era stato un certo Matteo Filippello ma l’uomo fu trovato morto, probabilmente suicida, prima di essere ascoltato in tribunale.

Nessun colpevole

Dal punto di vista giudiziario, dunque, la vicenda legata all’assassinio di Emanuele Notarbartolo si concluse in modo deludente. Palizzolo perse il suo potere politico a livello nazionale ma non a livello locale. A Leopoldo Notarbartolo non rimase che onorare la memoria del padre raccontando la sua vita. Il libro verrà pubblicato due anni dopo il decesso di Leopoldo, avvenuto nel 1947.

Agli inizi del Novecento,con l’avvicinarsi della Prima Guerra Mondiale, la mafia era stata tutt’altroche sconfitta e gli eventi politici di quegli anni non fecero altre chedistogliere l’attenzione su un’organizzazione criminale che continuava a prosperare nel silenzio.

fonte 

http://siciliastoriaemito.altervista.org/emanuele-notarbartolo-un-delitto-eccellente-rimasto-impunito/

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