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Fabrizio Ruffo: lo sterminatore o il riformista che viene dalla Calabria?

Posted by on Lug 20, 2026

Fabrizio Ruffo: lo sterminatore o il riformista che viene dalla Calabria?

Giuseppe Gangemi

Nel  1984 la controversa figura di Fabrizio Ruffo, il cardinale che soffocò nel sangue la Repubblica partenopea, venne ricordata a San Lucido, paese natale dell’aristocratico. In quell’occasione si presentò il romanzo storico Rosso cardinale, del giornalista inglese Peter Nichols, che ritraeva a tinte fosche il porporato. Giacomo Mancini fece un intervento in cui evidenziò le nefandezze di Ruffo e lo definì “un macellaio”. Tra gli ospiti c’era Gerardo Marotta, che impetrò un’invocazione: “che mai sorga un monumento al cardinale Ruffo in questa piazza. Se mai, un monumento ai martiri del ’99”.

La scrittrice Maria Antonietta Maciocchi, nel volume Cara Eleonora (Milano, Rizzoli 1993), dedicato a Eleonora Fonseca Pimentel, l’eroina della Repubblica partenopea impiccata a Napoli in mezzo alla piazza festante, lanciò un vero e proprio anatema contro il Cardinale. Maciocchi espresse, più o meno, il sentimento prevalente dei Giacobini che ancora demonizzano Ruffo e gli addossano tutte le colpe possibili: “Siano maledetti, per sempre, non solo i Borboni, ma tutti i Ruffo, e i loro eserciti della Fede! Essi hanno orribilmente rallentato la democrazia in Italia”.

Nel dicembre del 1999, a San Lucido viene scoperta una lapide in memoria di Ruffo. Segno che qualcosa sta cambiando, non tanto nei luoghi egemonizzati dal sistema accademico-editoriale-massmediologico di ispirazione giacobina, bensì nei luoghi marginali dove la cultura giacobina non ha la forza che riesce a esprimere al centro del sistema.

Ovviamente, la lapide viene considerata una provocazione: orrore che si tenti di riabilitare il “cardinale rosso” nell’anno in cui si svolgono le celebrazioni nazionali del bicentenario della Repubblica napoletana! Solo che quell’anno è anche l’anno in cui ricade il bicentenario della vittoria di Ruffo che sconfigge, appunto, la Repubblica napoletana. In quell’occasione, il Corriere della Sera riporta la notizia della lapide, in terza pagina, con un titolo significativo: “Il cardinale Ruffo, un galantuomo dopotutto”.

Quella che, nel 1999, sembra una provocazione, è solo l’inizio di una rivalutazione che, quattro anni dopo, si manifesta con un libro di Mario Casaburi, storico catanzarese, docente del Liceo Pasquale Galluppi. Il libro fa scoprire a molti lettori la complessa personalità del Cardinale (Fabrizio Ruffo. L’uomo, il cardinale, il condottiero, l’economista e il politico).

Il libro mostra che non basta rileggere il passato più o meno “illuminato” e “riformista” di Ruffo per rivalutarne la figura. Occorrerebbe che, perlomeno, quella parte di revisionismo storiografico che si esprime sui social e nei siti nostalgici, smetta di definirsi orgogliosa solo dei briganti e insista ad adorare Ruffo solo per il suo essersi messo alla testa di briganti. Prima di tutto perché Ruffo non è mai stato dalla parte dei violenti, nemmeno di quelli che si sono messi dalla sua parte: reagì duramente all’arrivo dei galeotti liberati dagli Inglesi e fatti sbarcare sulle coste calabre; si lamentava dei suoi che si lanciavano al saccheggio invece di usare quella clemenza che egli considerava indispensabile per la riconquista; gran parte dei suoi uomini lo abbandonarono quando trovarono un interlocutore, Nelson, che lasciava loro fare quello che volevano.

Il geniale stratega che aveva vinto tutte le battaglie, perse l’ultima, quella politica dopo la vittoria militare: i reali lo tradirono, arrivando a progettare di arrestarlo (come mostrano tre lettere di Acton del 27 giugno 1799), e arrivarono a violare il capitolato da lui firmato; i suoi meriti furono presto  dimenticati (eppure fu l’unico che ebbe il coraggio di tentare, riuscendoci, un’impresa per liberare il Regno di Napoli con una strategia che sarebbe stata necessaria anche dopo la vittoria, per mettere al riparo il Regno di Napoli da future insorgenze dei collaborazionisti giacobini).
Ruffo organizzò le bande armate per liberare le città controllate dai Giacobini e partì da solo, a rischiare la vita, mentre i sovrani non gli davano denaro, non gli davano uomini e nemmeno controllavano che gli arrivassero munizioni caricate con polvere da sparo e non con carbone. Lo mandarono in missione convinti che avrebbe utilizzato una strategia che lo avrebbe portato a fallire, se l’avesse seguita: “Dall’osservatorio siciliano, dove si faceva scarso conto dell’Insorgenza (come anche, sulle prime, dell’impresa del cardinale Ruffo, al quale si attribuirà tutt’al più il compito di tenere in subbuglio la Calabria in modo da bloccare ogni tentativo di invasione della Sicilia)” (Agnoli 1999, 135).

Solo sulle prime perché, sulle seconde, furono costretti a cambiare atteggiamento quando cominciarono a veder cadere, sotto i colpi dei Sanfedisti, una dopo l’altra le città che avevano innalzato l’albero della libertà. Capendo che Ruffo poteva vincere, Nelson e i sovrani se ne preoccuparono: lo criticavano sempre di più, ad ogni vittoria, con l’accusa che fosse stato clemente (malgrado fosse evidente che era la clemenza la sua arma vincente) e, nel momento in cui arrivò a circondare la capitale, cercarono di fermarlo, dandogli ordine di aspettare gli Inglesi, i Russi e i Turchi e di prendere la città tutti insieme (così sarebbero apparsi vincenti tutti, non la sola armata sanfedista fedele al Re, ma nel nome di Ruffo).

E persino dopo che Ruffo prese la capitale, Nelson scrisse ai sovrani per dar loro “le più infami nuove … il Cardinale [sta] operando tutto l’opposto di quello che da me se li è ordinato” (Battaglini 2000, II, 634, nota 838). Giusto il tempo di ricevere la lettera, rifletterci sopra e consultarsi con Acton, che, il 27 giugno, questi scrive tre lettere per predisporre l’arresto di Ruffo.

Dopo di che, Acton e i sovrani non fanno niente per sostenerlo. Anzi, non si oppongono al fatto che i Giacobini fanno di tutto per descrivere Ruffo come un untore che ha portato a Napoli violenza e cannibalismo: “Il popolaccio napoletano, stato tranquillo fino a quel momento, al primo contatto di quelle acque impure [gli uomini di Ruffo], si agitò e si mise in furore, peggio assai di un mar tempestoso” (Ricciardi 1994, 80). A Ruffo venne, così, addossata tutta l’efferatezza dei massacri dei masnadieri di Ruffo, lo definirono “un vero brigante”, a cui si erano uniti i briganti di Fra’ Diavolo e altri ancora.

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