Fabrizio Ruffo riabilitato da Croce come riformista
Giuseppe Gangemi
Nel 1943, Croce pubblica il volume La riconquista del Regno di Napoli nel 1799. Il titolo vyuole essere una ricostruzione della storia dell’impresa Sanfedista, interamente basata sulla corrispondenza che, durante l’impresa, Fabrizio Ruffo scambia con il segretario di Stato John Acton, il Re e la Regina, più una sola lettera del 23 maggio all’ammiraglio inglese Troubridge la cui flotta si trova nel Golfo di Napoli. L’analisi di tutte queste lettere porta Croce a cambiare idea, rispetto all’immagine che, di Fabrizio Ruffo, egli ha dato, nel 1897, nel precedente volume Studii storici sulla rivoluzione napoletana del 1799.
Secondo Croce, Fabrizio Ruffo sovrasta tutti, mentre “il re Ferdinando e la regina Maria Carolina ci appaiono come paurosamente aggrappasti a lui, in lui sperando e fidando, a lui giurando eterna la loro gratitudine, ora trepidi ora esultati i suoi passi, ma sempre tenendosi lontani nel loro sicuro luogo di rifugio, restii ai suoi desideri e sordi alle sue sollecitazioni … Da questa ostinata immobilità quei due non vollero mai smuoversi … dal supplichevole abbracciarsi alla persona del Ruffo essi pur seppero distogliersi quando, prendendo animo dal progresso favorevole dell’impresa, cominciarono a sentirsi padroni e in grado di sfogare il sentimento che solo trovavano nel cuor loro: la vendetta” (Croce 1943, V-VI).
soddisfatta quest’ultima, i due sovrani decidono di operare una strategia di comunicazione arcaica come quella degli Egizi: ogni Faraone che avesse creduto in valori politici, simbolici o religiosi incompatibili con quelli del predecessore, cancellava il nome di questi dai monumenti perché convinto che, se il nome veniva cancellato, il sistema valoriale del Faraone morto smetteva di esistere in terra come nell’aldilà.
I sovrani di Napoli e Sicilia promulgano “un generale severissimo divieto di non mai più parlare del passato” e Ferdinando IV firma un editto, il 24 gennaio 1800, che prescrive di “condannare all’oblio finanche la memoria dell’estinta Repubblica, che intende distruggere la religione e lo Stato” e dispone che “sia proscritta ogni carta, ogni editto, manifesto, proclama e collezione di esso formate nel tempo della battuta anarchia”.
L’interesse dei Borbone non è mai stato quello di badare al benessere dei propri sudditi, bensì quello di salvare il proprio patrimonio e, quando sarebbe venuto il tempo, trasmetterlo ai figli. Ruffo, invece, ha una diversa idea circa il come uscire dalla crisi del 1799 con decisioni e obiettivi che permettano di evitare crisi analoghe in futuro.
Dopo quello che aveva tentato di fare a Roma, anche presso aristocratici e proprietari terrieri di Napoli, “Fabrizio era soprattutto temuto per i suoi ambiziosi disegni politici, che miravano alla costituzione di un nuovo stato, forte ed efficiente, più aperto ai bisogni delle classi umili, retto da un valido primo ministro (pensava sicuramente a se stesso) e da una capace e forte burocrazia” (Casaburi 2003, 43). Altrettanto temute erano proprio le qualità che avevano portato alla riuscita dell’impresa sanfedista: la sua alacre attività, il desiderio di “imprimere un nuovo costume di vita morale e politica”, la perseveranza con cui perseguiva l’obiettivo “di promuovere gli oggetti di economia” (Casaduri 2003, 46) e quello di riorganizzare lo Stato “dal punto di vista amministrativo” e soprattutto della politica fiscale e della doganale (Casaburi 2003, 46).
Inevitabile che si trovi di fronte all’opposizione di ministri avidi, infedeli e torbidi, impiegati corrotti e comunque chiunque cerca di realizzare solo il proprio interesse (Casaburi 2003, 47).
Qualsiasi sovrano saggio avrebbe concesso un ministero, e libertà di azione riformista, dopo che Ruffo gli ha restituito il Regno perduto. Non succede niente di tutto questo. Ruffo si sente sconfitto
e rimane a Napoli per qualche tempo per non dare l’idea di voler rompere con i Sovrani. Alla prima occasione, che arriva con la morte di Pio VI, il 29 agosto 1799, si allontana da Napoli.
Si è scontrato con Ferdinando IV di Borbone e il suo entourage sulla gestione della resa dei repubblicani napoletani: aveva concesso condizioni relativamente moderate, poi disattese dai Borbone con dure repressioni. Questo episodio lo rende meno disponibile a operare le proprie scelte in base alla la propria lealtà verso i sovrani.
Quando, sei anni dopo, i Francesi ritornano e riconquistano il Regno di Napoli, Ruffo non va a Palermo a offrire la propria disponibilità per riconquistare il Regno perduto. Anzi, sollecitato a ripetere la vittoriosa marcia sanfedista, rifiuta perché non vuole restaurare un potere che non rispetta gli accordi da lui presi come loro rappresentante. Tra i pochi a riconoscerne il valore è stato uno straniero, suo nemico. “Il francese De Tournon, prefetto di Roma dal 1810 al 1814, il quale, pur evidenziando, ovviamente, i benefici della dominazione francese, non poteva non menzionare gli sforzi compiuti da Ruffo, homme d’état à grandes vues, per il progresso economico del proprio paese” (Casaburi 2003, 48).
Dopo la riabilitazione, in quanto riformista e sincero, di Croce, Ruffo viene ammesso (a parte i più codini storici neosabaudi che continuano a ridimensionarne la figura e il valore della sua impresa) tra i riformisti cattolici del Settecento, con l’avvertenza che è stato, più che un intellettuale, un uomo d’azione. Nel Novecento, Niccolò Rodolico, dice di lui: un economista, “che ebbe virtù di organizzatore, ingegno ricco di risorse, audacia e previdenza. Il Ruffo dal 1785 al ’92 aveva esercitato l’ingegno e l’esperienza nell’ordinare la disordinata finanza dello Stato Pontificio. Aveva considerato … il problema finanziario come problema politico-sociale. Un piccolo gruppo di potenti appaltatori di feudi della Santa Sede godeva di privilegi, che avevano ridotto la condizione dei coloni nella forma quasi di servaggio della gleba. Liberare il contadino da quegli oppressori, trasformarlo in enfiteuta fu il programma vagheggiato dal Ruffo. Servirsi del popolo – sottolinea lo storico – significò per Ruffo venire in aiuto del popolo. L’opposizione vivace, gli intrighi da parte dei ricchi e potenti appaltatori riuscirono ad allontanare il Ruffo dall’amministrazione finanziaria” (Casaburi 2003, 48).
Luigi Dal Pane ed Eugenio Lo Sardo attribuiscono alla resistenza dei cosiddetti poteri forti sia il fallimento della sua riforma dello Stato Pontificio, sia il mancato impiego a Napoli.


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