“FABRIZIO RUFFO RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE DI NAPOLI” scritto da Barone Von HELFERT Vol. Secondo (III)
PROGRESSI DELLA CONTRORIVOLUZIONE NELLE PROVINCE
Un caso di pubblica accusa e il corso che questa ebbe, levarono singolarmente romore in Napoli; ed è tanto più notevole perché mostra in che maniera si distribuissero gl’impieghi, specialmente quelli da essere esercitati fuori della città.
Un tal Niccola Palomba, schiamazzatore e avventato di prima riga, aveva mosso accusa a uno de’ venticinque, a quel che pare, di abuso di potere; e per dare più risalto al passo che dava, s’era scelto una combriccola di chenti e seguito da loro comparve innanzi al consesso che dovea giudicare. L’accusato Prosdocimo Rotondo pregò che fosse investigata la sua condotta; ma la maggioranza de’ suoi colleghi, credendo esser più prudente l’evitare uno scandalo, lasciò cader la faccenda, e a fin di allontanare dall’orizzonte della città il disturbatore della pace, dette al Palomba l’importante ed autorevole incarico di commissario del governo in provincia, ordinandogli di recarsi senza indugio al suo posto (227). Da ciò si rileva quanto poco fossero allora inclinati a ricercare se un ufficio s’attagliava a colui che doveva esercitarlo, sebbene tal ricerca fosse, specialmente per gli ufficj nelle province, di momento grandissimo.
Già col dividere il paese in dipartimenti, il nuovo governo avea dato materia di scontento e anche di scherno. Il popolo delle campagne è più di quello delle grandi città attaccato agli antichi usi; quella spartizione francese e in se stessa e per il nome gli tornava nuova e strana. Oltre di che s’eran commessi errori atti a dar poco credito al governo; un monte, scambiato per città, era stato messo a capo d’un dipartimento o d’un cantone; i confini naturali erano spesse volte trascurati; alcuni comuni erano stati spezzati, sbalestrandone parte da un lato e parte dall’altro, e via discorrendo (228). Non è da maravigliare che, stando così le cose, le commissioni consultive che doveano essere elette per portare tal disegno dalla carta all’atto, non fossero in grado di levarne le mani. È vero che poco appresso si cercò per qualche rispetto di contentare i desiderj del popolo, deliberando che le province prendessero il nome di dipartimenti «conservando gli antichi limiti loro.» Ma da un altro canto furono allora aboliti i corpi elettivi, e si deliberò di mandar commissarj nelle province a fin di ordinarvi le amministrazioni provvisorie, d’invigilare la riscossione delle imposte, di recare ad effetto la soppressione dei conventi e l’incameramento de’ loro beni. Era data a questi commissarj facoltà di fare tutte le nomine che fossero per creder necessarie, e di servirsi all’occorrenza della forza armata (229). Veramente si volle far credere al popolo che ciò si faceva per una volta sola e che in avvenire gli sarebbe ridata la facoltà di scegliersi i proprj ufficiali; ma il popolo non vi prestò fede e, come prima se l’era poco detta con l’istituzione, a lui straniera, dei collegi elettorali, così si mostrò adesso scontento dell’abolizione di questi collegi e del sostituirvisi i commissarj del governo arbitrariamente nominati e mandatigli dalla metropoli (230).
Ufficio principale di questi commissarj era quello di democratizzare le province, cioè rimaneggiarle secondo gl’intendimenti e propositi della repubblica, guadagnarsi le classi inferiori e al nuovo ordine di cose amicarle. A tal fine furono anche mandati speciali democratizzatori accreditati da carte di democratizzazione rilasciate loro dalla commissione centrale. Erano per lo più ragazzi senza reputazione né meriti, privi affatto d’esperienza, e tanto più presuntuosi quanto meno eran legati da istruzioni, talché ciascun di loro operò secondo il proprio giudizio, generalmente assai scarso; e quale si rese ridicolo per l’ignoranza e per la vacuità dell’enfatico dire, quale distruggendo antichi usi e costumi offese ed eccitò le popolazioni. E poiché oltre a ciò eran deputati ad attizzare l’animosità contro gl’istituti e gli ordinamenti tramandati dal regime assoluto, mentre essi medesimi troppo spesso si lasciavan trascorrere ad arbitrj e vessazioni d’ogni qualità, ne seguì che in breve avessero tutti contro di sé tanto i vecchi impiegati regj, di cui gran parte erano stati pel momento lasciati in ufficio, quanto il popolo stesso ch’ebbe presto ad accorgersi che, comunque avesse avuto da lamentarsi degli antichi ufficiali del governo, non avea guadagnato nulla barattandoli co’ nuovi. Il cardinale, che dalla punta meridionale di Calabria veniva innanzi, non poteva per i propositi suoi desiderare precursori che gli spianassero la via meglio di sì fatti democratizzatori mandati dalla repubblica partenopea (231).
Né soltanto con grossolani errori, ma anche con prepotenze ed eccessi gli avversarj del cardinale gli facevano buon giuoco. Quando i francesi, non contenti di una taglia di 20,000 ducati imposta alla città di Benevento, ne portaron via di notte tempo i ricchi tesori delle chiese; quando ai cittadini di Piedimonte, che avean loro aperto spontanei le porte, ingiunsero di pagare dentro quattr’ ore una contribuzione di 9,000 ducati, e poi sotto colore che l’accordo non era mantenuto, abbandonarono la città per cinque giorni al saccheggio e alla fine l’incendiarono; quando sugli abitanti di Capodichino presso la capitale, i quali sulla promessa dello Championnet di perdonare e dimenticare ogni cosa avean consegnato le armi, vollero col saccheggio e con l’incendio prender tarda vendetta della resistenza incontrata colà nei giorni della lotta (232); con questi e simili fatti non riuscivano ad altro che a far novamente divampare l’antico odio dei napoletani contro i francesi, a dare nuovo alimento al desiderio che il governo nativo e il pristino stato di cose tornassero.
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E così la controrivoluzione faceva ogni giorno progressi in tutte le parti del paese. Specialmente nelle province orientali il richiamo del Duhesme avea procurato nuovi aderenti alla fazione reale. Certamente Foggia e la città di Sansevero così duramente trattata rimasero tranquille; ma un gran numero di realisti che erano stati in quest’ultima città battuti e dispersi s’erano rifugiati, passando l’Ofanto, in Terra di Bari, e fermatisi in Andria e in Trani aveano a traverso il mare appiccato pratiche con le isole jonie. Dall’altro lato si trovarono ad aver che fare col De Cesare e col Boccheciampe, che, come abbiam visto, aveano incontrato nel territorio di Brindisi aderenti armati co’ quali strinsero le città di Bari e di Conversano, dove i repubblicani prevalevano. Bari resisté valorosamente; ma Conversano fu alla fine espugnata dai regj e saccheggiata. Se a Napoli non prendevano solleciti e adeguati provvedimenti, il Ruffo stava per dar la mano ai realisti di Puglia, e tutto il mezzogiorno era per la repubblica partenopea irremissibilmente perduto.
Poiché anche dal Principato citeriore venivano cattive notizie. A quel che pare, poco appresso la partenza del Duhesme verso l’Adriatico, lo Schipani, generale della milizia, s’era mosso nella direzione del mezzogiorno. Aveva appena 1,200 uomini sotto i suoi ordini, ma gente scelta, e ne luoghi dove egli doveva condurli migliaja di repubblicani armati aspettavano il suo arrivo per accompagnarglisi; così almeno si diceva nella capitale. Né allo Schipani mancavano altosonanti parole per annunziarsi alle popolazioni come l’uomo che era per annientare le empie schiere dei voraci assassini (233). Là dove non gli si oppose resistenza egli ottenne ottimi successi; entrò vincitore in Rocca d’Aspide e in Sicigliano senza incontrar nessuno che gli contrastasse il trionfo. Del che infatuato, a quel che pare, e fatto anche più arrogante che per natura fosse, disdegnò d’insignorirsi con egual facilità di Castelluccio. Questo forte castello situato sopra un monte, ma da più lati cinto di montagne più alte, aveva un debole presidio sotto gli ordini dello Sciarpa, il quale, secondo che si disse, era pronto a sgombrare la fortezza, se la repubblica gli assicurava un posto che per grado e stipendio gli si addicesse; anche gli abitanti erano disposti a sottomettersi, se le schiere napoletane promettevano di risparmiare il territorio comunale. Lo Schipani rigettò tali proposte, chiese incondizionata sottomissione e, non volendo Sciarpa e i castelluccesi ciò consentire, si accinse all’assalto. Persone di Albanella e Rocca d’Aspide, le quali conoscevano il paese, lo consigliarono ad assicurarsi prima delle alture circostanti, e si profferirono di farlo essi stessi. Se non che il generale avvisò che non fosse necessario, e comandò l’assalto appunto da quel lato dal quale la fortezza era giudicata inespugnabile. Lo Sciarpa fece dal canto suo gli opportuni apparecchi di difesa, accolse gli assalitori tempestandoli di pietre già preparate sulle mura, e tanti ne uccise che nessuno dei rimasti incolumi volle più arrischiarsi all’attacco. Allora il capo si mostrò tanto abbattuto d’animo quanto innanzi era stato arrogante, e ordinò la ritirata che in breve si volse in vergognosa fuga. Né solamente fu tralasciato di rinnovar l’assalto; ma abbandonato il proposito di marciar su Cosenza e di tentar la riunione con la colonna occidentale, tornarono verso il settentrione (234).
Le due Calabrie non eran più minacciate dalla parte della metropoli, e da Sicilia venne ai realisti l’annunzio di prossimo ajuto, anzi del sollecito ritorno di Ferdinando IV nel suo avito regno continentale.
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Migliorsorte ebb ro i repubblicani sulla costa adriatica. Non solamente Bari teneva sempre contro le frotte armate del Decesari e del Boccheciampe, ma più in giù, dove prima tutti gli animi erano pel re, prendevano ora i patriotti il di sopra. In Lecce scoppiò una sommossa, il preside Marnili fu ucciso a furia di popolo, e i suoi aderenti si dispersero (235). E dalla capitale giunsero allora esperti soldati in ajuto dei patriotti.
Sul mezzo del marzo il Macdonald, alle gravi notizie che venivan da terra di Bari, avea fatto marciare da Napoli una nuova colonna sotto il general Broussier. Erano 7 battaglioni e 3 squadroni di francesi co’ cannoni occorrenti, e la legione napoletana di Ettore Ruvo. Questo giovane, il cui nome intero era Ettore Carafa conte di Ruvo, avea preso parte alla congiura del 1796; chiuso perciò in castel Sant’Elmo, ne era scappato poco appresso insieme con l’ufficiale che doveva invigilarlo: e fuggito in Francia, era di colà tornato al seguito dello Cbampionnet. La sua famiglia era nota nelle province inferiori, e vi possedeva assai beni; né v’ha dubbio che fu questa una delle cagioni per cui il Macdonald lo associò all’impresa del Broussier. Anùria in fatti, una delle sedi principali de’ realisti di quella province, e città di 27,000 anime, non è lontana da Ruvo, donde il Carafa prendeva il titolo di conte, del quale in quei momenti di zelo repubblicano ei non curò naturalmente di fregiarsi. Tuttavia come tale lo conoscevano i suoi compaesani. Quando, mandato dal suo generale alla testa di un distaccamento di dragoni, comparve il 17 di marzo, la domenica delle palme, innanzi Andria, i cittadini di su le mura lo chiamarono per nome e lo invitarono ad entrare in città; ma subito dopo furono tirati dei colpi, e il Ruvo tornò indietro verso Barletta. Allora il generale francese deliberò di far sul serio. Nella notte del 22 si mise in marcia, col conte di Ruvo a capo della legione napoletana; e giunto presso Andria, dette gli ordini per l’assalto. Se non che i realisti, ai quali il Decesari spediva in ajuto 200 uomini sotto il comando del valoroso Michele Rotondo, stavano in guardia e accettarono risoluti il combattimento. Il primo attacco de’ repubblicani fu respinto; ma essendo riuscito ai francesi di sfondare una porta, per quella entrarono. Però né anche lì cessò la resistenza, si tirava dalle case, si combatteva per le strade; due ore durò la mischia innanzi che i repubblicani fossero padroni della città, che fu allo sfrenato talento dei soldati abbandonata. «Il sangue, il fuoco e tutti gli orrori,» scriveva il colonnello Carafa al governo provvisorio, «che io tralascio di descrivervi formarono de’ quadri terribili ai nemici della patria e trasgressori delle leggi. La città era tutta infiammata, ed i morti possono ascendere a 4000 (236).»
Il giorno 31 mosse il Broussier da Barletta verso Trani in tre colonne, una delle quali era la legione del Ruvo con tre cannoni. Anche in questa città, situata presso il mare e munita di una cittadella e di potenti bastioni, incontrarono viva resistenza. Il terzo giorno, 3 di aprile, una mano di francesi, passando felicemente il mare in un luogo dove l’acqua giungeva al petto, assalirono il piccolo forte della marina, e di primo acchito se ne impossessarono. Mentre gli assediati, acui mancava affatto l’unità e la risolutezza del comando, tenevano a quella parte rivolta l’attenzione, da un’altra i granatieri del Broussier diedero un nuovo assalto, scalarono le mura, e di dentro aprirono la porta per la quale le colonne repubblicane si versarono. Sorpresi e sbalorditi i realisti si raccolsero a disperata difesa, per modo che il generale fece abbattere alcuni usci, perché i soldati salissero sui terrazzi che coprivano le case e di là dominassero i nemici che dalle finestre tiravano. Allora solamente questi cessarono il combattimento e corsero al lido per salvarsi su le barche. A pochi però riuscì tal tentativo; e di essi pochi la più parte o cadde in balìa d’una flottiglia di cannoniere che veleggiava lungo la spiaggia di Barletta, o respinta dalle onde tempestose al lido vi fu dai repubblicani spietatamente trucidata. La sorte di Trani fu forse anche più terribile di quella ch’era toccata ad Andria e, alcune settimane innanzi, a Sansevero. Strage, saccheggio e incendio cospirarono a ridurre una fiorente città in un luogo di desolazione e di miseria (237).
E mentre i soldati rubavano i cittadini spiccioli, i generali predavano in grosso le casse pubbliche, e levavano insopportabili contribuzioni anche nei luoghi che non erano stati presi d’assalto. Bari, capoluogo della provincia dello stesso nome, avea per quarantacinque giorni bravamente sopportato l’assedio delle torme del Decesari e del Boccheciampe; ecco ora comparire il general Forest, che incenerisce i villaggi di Carbonara e di Coglie prossimi alla città, mette in rotta il 5 di aprile presso Casamassima l’esercito regio, e insegue i fuggiaschi sino a Brindisi. Il Boccheciampe fu preso e condotto ad Ancona (238); il Decesari scampò e sulle prime se ne persero le tracce. La diceria del principe ereditario e del suo seguito principesco durò tuttavia fra le moltitudini, alimentata e diffusa dallo zelo del preti e frati, ai quali l’arcivescovo di Taranto, Capecelatro, dava invano l’apostolica ammonizione di procurar la pace e l’obbedienza alle autorità costituite, invano rammentava il divieto ecclesiastico di portare armi. Non riluceva forse agli occhi loro l’esempio del porporato, che con la spada nuda nella destra, a capo dell’armata cristiana, s’andava sempre più avvicinando? I francesi dal canto loro si valsero dei conseguiti vantaggi senza riguardo veruno. Quando il general Forest entrò come liberatore ini entrambe le città riguadagnate alla causa repubblicana, impose agli abitanti di Bari una taglia di 40,000 ducati, di 8,000 a quei di Conversano; e fece inoltre nella prima città levare il ricco tesoro dalla chiesa di S. Niccola, come se, invece di venire in ajuto di prodi della sua stessa parte, si trovasse di fronte a pericolosi oppositori e volesse far loro sentire il peso ferreo del suo braccio. I suoi ufficiali rubavano ai cittadini carrozze e cavalli, i suoi soldati oro, argento e quanto potevano portar via con sé; insomma la condotta loro fu per tutti i rispetti simile a quella di conquistatori in paese nemico (239).
Nella vicina Basilicata, antico dominio lucano, governavano due nativi, l’uno il Palomba da Avigliano, a noi già noto, in qualità di commissario, e l’altro, il Mastrangiolo da Montalbano, come generale; entrambi pieni di zelo teorico per la repubblica, in onor della quale facevano in ogni occasione gridare evviva; ma senza alcun accorgimento e forza di volontà propria, e soliti di non fare assegnamento altro che nei francesi, che avean creato quel governo e dovevano anche appoggiarlo e difenderlo. Quando, alle nuove dei progressi del cardinale, furono avvertite nella città di Matera propensioni alla causa del re, il Palomba chiamò in ajuto da Terra di Bari i generali francesi; ma questi, avendo abbastanza da fare nei luoghi che occupavano, né la tranquillità essendo in fatti turbata a Matera, non giudicarono opportuno di farsi avanti in una provincia, che possedeva da sé sufficienti mezzi di difesa. Se non che il Mastrangiolo non era uomo capace di adoperare convenientemente le forze a lui affidate, e di forzare gli avversarj del nuovo stato al rispetto e all’obbedienza (240).
A settentrione di Napoli una colonna francese riuscì ad espugnare la città di Aquila, principal centro della fazione regia; il che avvenne il 23 di marzo con grande spargimento di sangue, con la morte di circa 200 cittadini (241). Ma i moti della parte regia, non che fossero colà per tal modo impediti, ebbero invece nuovo alimento per via d’un fatto, che cominciando presso la capitale stese in breve la sua efficacia fino alle più remote contrade; voglio dire l’apparizione del commodoro Troubridge nel golfo di Napoli.
Poiché i repubblicani, i quali fino a quel tempo aveano avuto a combattere co’ regj solamente per terra, dovettero allora contrastare ad essi anche per mare, e prontamente occorse loro l’uomo atto a condurli nel nuovo cimento. Fu questi Francesco Caracciolo, che non solo il re e la regina aveano onorato di loro stima e fiducia, ma anche il Nelson e i suoi ufficiali ne avean fatto grandissimo conto, talmente che per un pezzo non vollero credere a così rozzo tradimento. Quell’uomo senza carattere entrò come semplice soldato nelle file dei repubblicani, fece la guardia, a vista di tutti, innanzi al palazzo reale; ma pochi giorni dopo si fece nominare capo della marina, nel quale ufficio spiegò in breve la massima operosità. Egli ebbe però cura di diffondere fra i realisti la voce, che era forzato, che mettevano il suo nome sotto atti che non aveva mai visti; insomma egli recitò due parti in commedia, anzi tre, poiché volle far credere ai marinari che era mandato dal re e che operava per incarico di lui (242).
VI IL COMMODORO TROUBRIDGE NEL GOLFO DI NAPOLI
La squadra palermitana comparve il 2 e 3 di aprile a vista della capitale. Si componeva di due vascelli di linea, venuti col Troubridge da Alessandria, insieme al vascello Minotauro, alla cannoniera Perseo, ai vascelli portoghesi S. Sebastiano e Pallone e parecchi altri piccoli bastimenti fra cui anche de(‘) siciliani (243).
Il Nelson, conformandosi ai voleri del re, aveva dato al Troubridge l’incarico d’impossessarsi innanzi tutto di Procida a fin di avere un buon ancoraggio presso Napoli, bloccare il golfo, e tenere occupato il nemico sino all’arrivo dei soccorsi russi e turchi per impedire che si mandassero ajuti nelle province ovvero al contrario si ricevessero armi e viveri. Nello stesso tempo doveva il comandante inglese attaccare relazioni co’ rimasti fedeli sul continente e sulle isole vicine, e per contrario agli avversarj ostinati infliggere, se gli era possibile, pronto e severo gastigo. «Abbiate sempre in mente» lo ammoniva l’ammiraglio, «che la sollecita ricompensa e la immediata punizione sono i fondamenti d’un buon governo.» Gli era proibito di tirare, senza espresso comando del Nelson, sulla città, «salvo che le circostanze rendessero necessario un bombardamento passeggierò, come, per esempio, se i leali abitanti pigliassero le armi contro i francesi» (244).
L’impresa fu coronata in brevissimo tempo da lieto successo. A Precida non s’incontrò resistenza; anzi il popolo corse incontro agli anglo-siculi come a liberatori, gridò evviva senza fine al suo monarca, buttò giù gli alberi della libertà (245). Gli abitanti d’Ischia, avuto contezza degli avvenimenti sull’isola vicina, fecero il medesimo, misero in mille pezzi e trascinarono nel fango la bandiera tricolore francese. Il castellano, di nome Francesco, già ufficiale del re, poi zelante repubblicano, credette di poter ripigliare quella sua qualità e si presentò al comandante inglese nell’antico uniforme; ma il Troubridge ordinò che gli si strappassero le spalline e gli si mettessero i ferri doppj. Un prete, Albavena, che cercava di eccitare gl’isolani contro gli eretici inglesi, fu tosto messo in condizioni da non poter offendere; e finalmente si diè principio a una caccia contro tutti coloro che o erano giacobini o aveano spiegato zelo per la repubblica, in modo che le carceri dell’isola e il primo ponte del Culloden furono in breve incapaci a tanto numero di prigionieri. Il Treubridge domandò istantemente che fosse mandato un magistrato onorevole, il quale giudicasse senza indugio e desse qualche esempio salutare; «il popolo desidera la rigida amministrazione della giustizia, un otto o dieci di quei poco di buono debbono essere impiccati» (246). Nei giorni seguenti anche Ponza e Ventotene si dichiararono, abbatterono gli alberi della libertà, inalzarono la bandiera borbonica, talché, occupata finalmente Capri dagl’inglesi, tutte le isole del golfo di Napoli furono riguadagnate al re. Da per tutto il popolo si mostrava lietissimo del cambiamento; e dalla terra ferma venivano messi per vedere se in realtà, come aveano udito dire, il re si fosse recato sulle isole. Tornò governator di Procida il de Curtls; e dopo aver colà dato i provvedimenti opportuni, fu mandato con una conveniente scorta a Ponza per ordinare anche su quelle isole in qualche modo l’amministrazione.
Gli sbarchi che gl’inglesi da Procida fecero a Miseno che sta di faccia, e poi a Cuma ch’è un po’ più a settentrione, non ebbero durevole effetto, il che porse ai patriotti napoletani argomento di strombazzare segnalate vittorie. Anche con la città di Napoli ebbero che fare gl’inglesi, ma non in modo ostile. Il secondo o terzo giorno dopo l’arrivo della squadra alleata, una lancia del Culloden si accostò al castel dell’Uovo; aveva alzata la bandiera parlamentare, e portava a bordo un ufficiale inglese incaricato di prendere nel palazzo della legazione britannica gli effetti lasciativi da Sir Hamilton. Le autorità repubblicane lo accolsero con la più gran cortesia del mondo; i vini, che doveano trovarsi in cantina ma che aveano in quel mezzo preso la via di altre gole, furono senza contrasto compensati in danaro contante. Si dichiararono pronti anche a consegnargli, se lo desiderava, la mobilia del ministro austriaco; insomma fecero il possibile per levarsi presto di torno l’ufficiale inglese, la cui sola presenza in una città piena di segreti realisti era lor cagione d’inquietudine (247).
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Intanto avan mandato da Palermo a Procida la fregata Minerva, capitano conte Thurn, con 7 cannoniere e 4 galeotte. Portava a bordo da 3 a 4 cento uomini per rafforzare il presidio delle isole; li comandava il generale Tschudy. A governatore d’IscMa fu nominato il generale Giuseppe Acton, fratello del ministro, sebbene non gli andasse troppo a genio quell’ufficio e, amando meglio prender parte all’impresa del Ruffo, avesse più volte pregato la regina di raccomandarlo al cardinale (248). Giunse pure il giudice, tanto desiderato dal Troubridge, con una quantità d’impiegati e servitori (249); e al Nelson non meno che al suo sottocomandante pareva ogni ora mille che si desse principio a impiccare e fucilare. Ma quanto il Troubridge era sodisfatto del governatore de’ Curtis — «è un uomo operoso, diligente e, credo, onesto; forse l’unico della specie sull’isola» (250)— altrettanto fu scontento del giudice e del modo come esercitava il suo ufficio. Gli sembrava che procedesse troppo lento, troppo meticoloso, troppo timido; se si trattava di giudicare un prete, non che si arrischiasse a condannarlo, si credeva obbligato di rivolgersi prima al vescovo perché innanzi al giudizio lo sconsacrasse. Il Troubridge, a cui tali lungherie non garbavan punto, se ne lamentava con l’ammiraglio. «Impiccate senza far tante storie,» egli così comandava al magistrato, «e se non vi basta l’animo di farlo, lo farò io.» Oltre che avvenivano nell’amministrazione della giustizia cose da fare grandissima specieagl(9)inglesi; non di rado si facevano indagini, e sentenze si pronunziavano senza far comparire gli accusati (251). Quando al commodoro pareva che le cose passassero il segno, faceva come Ponzio Pilato e interrogava da sé gl’imputati; per poco che la faccenda toccasse l’elemento militare, il processo andava molto per le spicce. Un fornitore che per crescere il peso del pane ci avea messo della rena, ei lo fece prima frustare, poi, con una delle sue pagnotte al collo, mettere alla gogna; e finalmente condur fuori della città sulla spiaggia, ed ivi sottometter da capo allo stesso procedimento a fin che il terribile esempio potesse vedersi quanto più era possibile di lontano.
Che nel real palazzo di Palermo i felici successi del commodoro inglese fossero cagione di gran gioja, è cosa che s’intende da sé. Anche le notizie del Cardinal generale continuavano favorevoli (252), e le loro Maestà si dettero cura di non fargli ignorare le imprese che dal lato del mare si compivano (253). Solo il Nelson non faceva nessun conto dei progressi del Ruffo; il quale con le sue masnade indisciplinate non gli pareva commilitone degno di lui, e come porporato cattolico gli destava avversione. Per il Nelson non c’era che l’Austria, i cui ministri bisognava che alla fine si risolvessero una volta a pigliare un’attitudine decisa verso la Francia. E quando su i primi d’aprile giunse, senza dubbio per la via di Livorno, la notizia che nella Svizzera le ostilità erano cominciate, e alcuni giorni dopo si seppe che l’arciduca Carlo si era mosso dalla sua posizione di Lech; il Nelson ordinò che le navi ancorate nella rada di Palermo facessero salve di gioja, a fin che gli abitanti della città e dell’isola conoscessero la miglior piega che aveano ormai preso le cose (5 d’aprile). Anche co’ moscoviti egli si rabbonì, e lo stesso giorno scriveva a Sir Whitwort in Pietroburgo: «Se ora da 9 a 10 mila russi si uniscono a noi, fra una settimana Napoli è nostra, e S. M. imperiale avrò la gloria di àver rimesso sul trono un buon re e un(1) amabile regina» (254).
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Tutt altro era naturalmente lo stato degli animi nella parte repubblicana del continente, dove i felici successi degl’inglesi andavano producendo un contraccolpo sempre più forte. Il quale nella metropoli si manifestò innanzi tutto col selvaggio irrompere del furor popolare. Più frequenti che mai occorrevano i furti, le uccisioni e ogni sorta di aggressioni notturne, non ostante i severissimi ordini del general Rusco comandante di piazza e delle autorità municipali, che minacciavano di punire senza riguardo chiunque si trovasse di notte per istrada senza lanterna o fiaccola. Fu rinnovata più severamente la proibizione di portare armi, anche alla guardia nazionale non era concesso fuori servizio altro che la sciabola. Alcune condanne a più o meno lunga prigionia, a relegazione perpetua, e anche a morte, che occorsero in quei giorni, erano intese a confermare e rafforzare quella proibizione (255). Alle popolazioni di campagna e delle piccole città, o non ancora sottomesse o di nuovo ribellate, fu ingiunto che deponessero le armi, rizzassero gli alberi della libertà, richiamassero gli ufficiali repubblicani, mandassero dichiarazioni di sottomissione: altrimenti il ferro e il fuoco li distruggerebbero, e le abitazioni loro sarebbero adeguate al suolo (256).
S’intende che l’apparizione d’un parlamentario inglese avea vivamente commosso, sebbene in modo diverso, gli animi dei realisti e dei repubblicani. Presso le autorità predominò la paura dell’efficacia che quella vista dovea produrre in una città fatta forzatamente repubblicana; e però con ogni studio s’industriarono di commentare il fatto a disfavore del partito regio. Sir Hamilton — cosi andavano vociferando — aveva, partendo per la Sicilia, portato seco tutto ciò che gli apparteneva; la commissione del parlamentario inglese non essere quindi stata se non un pretesto per aver modo di riconoscere le condizioni della città e i mezzi di difesa; il governo però aveva scoperto tali mire, e prese tutte le disposizioni perché la repubblica non avesse a patirne alcun danno. Un proclama della sezione di marina, sotto il quale era segnato il nome di quel? uomo senza carattere ch’era il Caracciolo, si giovava di questa congiuntura per mettere in canzonella gli sforzi dei fuggiti tiranni, affermando che «un’orda di scellerati, dispregevoli avanzi di galea, ed un pugno di disertori, miserabili reliquie del disperso esercito, erano tutte le forze che rimanevano al loro agonizzante potere» (257).
Ma anche la chiesa doveva prestar l’opera sua perché il credulo popolo si volgesse verso la travagliata e pericolante Partenopea. Il ministro Conforti, a’ cui occhi Fabrizio Ruffo non era altro che un perfido scismatico, sollecitò il cittadino arcivescovo di Napoli perché gli lanciasse la scomunica. Al che essendosi negato lo Zurlo, gli si minacciò di abbattere gli altari, di cacciare tutti i preti, di trattare anche lui da ribelle; e tanto si fece che, o con l’astuzia, o con la persuasione, si riuscì ad indurre quel debole uomo a mettere il suo nome sotto uno scritto di qualità tutt’altro che apostolica, nel quale affermava esser pervenuta a’ suoi orecchi l’orribile voce, che il Cardinal Ruffo avesse assunto nelle Calabrie il nome di Romano Pontefice, e che con l’abuso di tal sacra autorità si affrettasse a sedurre quei popoli, incitandoli a delitti di ogni maniera; e ammoniva i fedeli a deporre le armi e a raccogliersi intorno al nuovo governo, organizzato sugl’inviolabili e sacri diritti del genere umano, pienamente uniforme alle divine pagine dell’Evangelo, e diretto a formare la maggior civile felicità del popolo (258).
Ma tutto questo non fu sufficiente rimedio. Anche i fautori delle nuove idee non avean più lo stesso animo verso gli apportatori di esse e tutto ciò che proveniva da loro; avevano aperto gli occhi e vedevano che i francesi riguardavano Napoli come paese conquistato, e nient’altro stava loro a cuore salvo che arricchirsi predando e smungendo in tutti i modi. Senza di che presso le classi inferiori Podio contro i francesi si era forse sopito per qualche tempo ma spento non mai; talché, ad onta della polizia e della giustizia militare, assai più rapidamente che nei ceti superiori crebbe presso di quelle l’irritazione e il mal animo. Gli ospiti cominciarono a trovarsi a disagio sotto lo splendido cielo di Napoli. Rubato e arruffato aveano abbastanza; si trattava adesso di portare al sicuro la preda. E né anche per le famiglie loro giudicarono oramai gradita quella dimora; parecchi fra gli alti ufficiali e impiegati mandarono mogli e figliuoli di là dai confini verso settentrione. Alcuni battaglioni marciarono prendendo la direzione di Capua; si fece correr la voce che andassero contro l’imperatore (259).
Nel che c’era del vero, sebbene a quel tempo non si conoscesse ancora in Napoli in che stato fossero propriamente le cose nell’alta Italia e sul Reno. Il più prossimo pericolo soprastava ai francesi ed a repubblicani nativi dalle isole del golfo e dalle forze anglo-sicule ivi stabilito, le quali avevan sembianza di essere la vanguardia di altre maggiori che fossero per sopravvenire. In tali congiunture parve al Macdonald buon consiglio il raccogliere nella metropoli tutte le sue forze. La colonna del Broussier, ch’era stata mandata nella Puglia e in Terra di Bari, fu richiamata; soltanto Ettore Carafa con la sua legione napoletana, e alcuni piccoli presidj francesi in Pescara e Civitella del Tronto sotto il general Coutard, doveano rimanere fino a nuov’ordine in quelle contrade.
fonte
https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1885-Fabrizio-Ruffo-Barone-von-HELFERT-2025.html#LIBRO_SECONDO


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