“FABRIZIO RUFFO RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE DI NAPOLI” scritto da Barone Von HELFERT Vol. Secondo (IV)
ALTAMURA
Nell’Italia superiore, nella Svizzera, in Germania era già da parecchie settimane cominciata la guerra. Il 1° di marzo, senza precedente dichiarazione e mentre sedeva ancora il congresso di Rastadt, il supremo generale francese Jourdan avea valicato il Reno, e l’arciduca Carlo dal canto suo passando il Lech era andato incontro a’ francesi.
Nella Svizzera il Massena aveva condotto il dì 6 i suoi soldati presso Sargans oltre il Reno superiore, assaltato il Luciensteig contro il generale austriaco Auffenberg, ed era giunto il 7, respingendo il nemico, insino a Coira; dove l’Auffenberg fu preso, i suoi soldati dispersi, e così tutti i vantaggi ritornati dalla parte della repubblica francese. In Lombardia lo Schèrer e il Moreau avean proposito di smuovere la posizione del Kray sull’Adige. Ma da quel momento la fortuna della guerra s’era mutata. Il 21 l’arciduca Carlo avea ributtato i francesi presso Ostrach, nello stesso tempo che il Massena faceva inutili sforzi per togliere Feldkirch agli austriaci comandati dal Jelacic; il Jourdan compiutamente sconfitto ne giorni 24 e 25 presso Stockach e Liptingen era andato sempre più piegando verso il Reno e finalmente era passato dall’altra riva. Nell’Italia superiore i francesi aveano il 26 conseguito vittoria contro una parte degli austriaci, ma erano stati nello stesso tempo rigettati da un altra presso Legnago, dopo di che il Krav dal lato suo aveva risoluto di marciare avanti e di attaccare, e il 5 di aprile aveva presso Magnano battuto lo Schèrer, forzatolo a passare il Mincio, e respinto sin dietro l’Oglio. Quando alla fine i russi sotto gli ordini del Suvorov comparvero sul campo di battaglia dell’Italia superiore, gli alleati avevamo decisamente il di sopra di qua e di là dalle Alpi, né i Francesi potevano, anche nell’Italia meridionale, durarla più a lungo. In fatti nella seconda metà d’aprile giunse al Macdonald l’ordine di lasciare de’ piccoli presldj in certi punti principali e di ricondurre tutto il resto dell’esercito verso il settentrione per correre in ajuto del Moreau, che in quel mentre aveva preso in luogo dello Schèrer il comando supremo.
Di tutti questi avvenimenti non si ebbero in Palermo per via indiretta se non tarde ed incerte notizie. Quando il Nelson aveva fatto fare alle sue navi le salve in segno di gioja, ei non sapeva altro, come più su accennammo, se non che l’arciduca Carlo s’era messo o stava per mettersi in movimento, ed egualmente circa la Svizzera poco sapeva oltre l’apertura delle ostilità. Altre nuove, ma sempre molto vaghe, le portò il Niza, tornando nella seconda metà d’aprile dalla sua vana spedizione contro Livorno: che l’imperatore avea dichiarato la guerra alla repubblica, che gli austriaci aveano durante la settimana santa ottenuto grandi vantaggi, e preso la fortezza di Peschiera (260). Il Troubridge nel golfo di Napoli ebbe senza dubbio le prime informazioni per mezzo del Nelson; e il Cardinal generale, che si trovava nell’interno del paese a occidente del golfo di Taranto, non ebbe contezza d’altro che di quanto portavano a sua conoscenza per lunghe vie indirette le lettere della regina, ovvero di ciò che il Troubridge, presentandoglisi l’occasione, giudicava conveniente di comunicargli.
La mattina del 5 di aprile Fabrizio Ruffo era partito da Cotrone e, passato il Nieto, aveva con un tempo favorevole posto gli alloggiamenti presso il capo Alice. Il dì seguente continuò la marcia verso nord ovest. Le colonne movevano lungo la marina, e il cardinale si giovò dell’occasione per cercar d’intendersi col vescovo di Cariati Felice Antonio di Alessandria, il cui nome e credito oltrepassava i confini della sua diocesi, talché doveva tornare a gran vantaggio per la causa di Fabrizio l’averlo dalla sua. E in fatti l’abboccamento riuscì al fine desiderato. Dopo di che il Ruffo, passando per Mirti, casino appartenente alla principessa di Campana, di lui sorella, andò a Rossano ed ivi richiamò a sé la colonna del Mazza. (811 aprile). Trattenutovisi alquanti giorni, che impiegò a munire la città, ad aumentare la cavalleria e a provvedere a tutto il bisognevole per i soldati, divise le sue schiere in due parti. La maggiore sotto gli ordini di suo fratello Francesco la spedì a Corigliano, perché ivi si fortificasse e, mandando senza posa intorno pattuglie a cavallo, riconoscesse la contrada e nello stesso tempo impedisse le diserzioni dal suo proprio campo.. Alla testa della minor colonna mosse il cardinale in persona verso Cosenza a fin di fare entrare questo importante capoluogo di provincia nel giro del suo ordinamento civile e militare e per tal modo assicurare la causa del re. Il vescovo di Cariati prese parte a questa marcia, della quale il Ruffo profittò per correre, accompagnato da un piccolo drappello di cavalleria sotto il comando dell’alfiere D. Gius, de’ Luca, in diverse direzioni il paese che le sue colonne toccavano, parte per guadagnare le popolazioni con la eloquenza sua e con l’autorità cresciutagli dalla cooperazione del vescovo Alessandria e di altri leali feudatarj di quel luoghi, e parte per procacciarsi cavalli, carri ed altre cose occorrenti a’ suoi soldati.
Ma queste scorrerie avevano anche un altro fine importante. È stato detto a suo luogo che su’ primi d’aprile una quantità di galeotti ed altra gente di male affare era stata condotta dall’isola sotto bandiera anglo-sicula e sbarcata a terra. Quegli uomini indisciplinati, e dalla stessa prigionia corrotti o inselvatichiti, invece di combattere il nemico contro il quale erano stati sguinzagliati, amaron meglio gittarsi alla campagna; e sfidando tutte le disposizioni delle autorità costituite, assaltarono villaggi, predarono case e alcune anche bruciarono, e da un luogo all’altro portarono la sterminatrice opera loro. Parecchi erano nativi di Calabria, ed avevano antiche contese da terminare, o vendetta da prendere di chi sapevano e credevano aver avuto colpa nella loro condanna. Di alti lamenti risonarono in breve quelle desolate contrade; e il metter fine a tanto disordine non fu solamente un punto d’onore per la bandiera alla quale il Ruffo aveva consacrato la sua spada; quegli incendj ed assassinj, quei furti e saccheggi potevano esercitare una pericolosa efficacia sui numerosi suoi soldati irregolari, che d’avanzo gli davano sopraccapi e molestie. Importava quindi da un lato ispirare novamente coraggio alle atterrite popolazioni e raccoglierle sotto la protezione delle armi regie; e dall’altro cercare di richiamare quei briganti e rimetterli sotto la regola del servizio militare.
E tutte e due le cose gli andarono a seconda. In breve spazio di tempo ne fu raccolto un migliajo, che il cardinale pose sotto gli ordini di Niccola Gualtieri, dando cosi una novella prova del suo accorgimento e della conoscenza che aveva degli uomini. Questo Gualtieri, chiamato volgarmente Panedigrano, e già forzato anche lui, era venuto di Sicilia con gli altri. Non sembra però ch’egli fosse condannato per un delitto comune; poiché non solamente corrispose fin da principio alla fiducia del cardinale, ma non ostante l’ignoranza che gli fece spesso commettere grossi sbagli, e dette, trovandosi in congiunture da dover operare da sè, prove di sano giudizio e in certo modo anche di buono e talvolta di generoso animo, che lo rendeva sinceramente ben veduto a chiunque rettamente pensasse (261). Del rimanente il Ruffo non intendeva tenerlo presso di sè; la pericolosa schiera doveva essere al più presto possibile allontanata da quei luoghi, ch’erano stati poco innanzi teatro di loro prepotenze ed eccessi, e Panedigrano doveva esser messo anche lui sotto un comando regolare. E poiché agli anglo-siculi egli andava debitore di quella bizzarra schiera, mandò Panedigrano ai vescovi di Policastro e di Capaccio perché lo adoperassero nel Cilento; e nello stesso tempo pregò il comandante della squadra anglo-sicula, che facesse sbarcare una parte de’ suoi soldati, e all’ufficiale soprastante ad essi anco il comando sulle torme di Panedigrano confidasse.
Ricordiamoci che Cosenza, capoluogo della Calabria citeriore, era stata già da alcune settimane per opera del Mazza, ajutante del cardinale, sgombrata dai repubblicani. La città e la provincia ebbero allora un governo provvisorio, reggente in nome del re, col vescovo Alessandria presidente, col caporuota Frane, de’ Rogatis alla Giustizia, e alle Finanze D. Saverio Lacquaniti il quale aveva fin allora prestato buoni servigi nell’esercito del cardinale. Sul mezzo dell’aprile il regio vicario si trovava presso la parte d’esercito che avea lasciata in Corigliano. Prima che ne ripartisse pubblicò un manifesto, che in nome del re prometteva perdono ed oblio a quanti volessero immantinente tornare all’obbedienza del loro legittimo sovrano, e per contrario minacciava tutta la severità delle leggi a quelli che fossero per durare nella loro perfidia contro il re e la patria (262).
Né senza ragione fece il cardinale novamente pubblicare questo ammonimento. Poiché anche nelle Calabrie, che erano quasi da per tutto occupate o percorse dalle sue schiere, dimoravano tuttora patriotti che non davano in nessun modo perduta la causa loro. Nella seconda metà di aprile ai segreti partigiani della regina riuscì d’intercettare lettere, fra le altre una di Stanislao Serra a suo fratello duca di Cassano in Napoli. Risultava da essa che il vescovo di Gaeta, sottrattosi nello scorso gennajo alla vendetta del popolo tumultuante, avea trovato in quelle contrade asilo e protezione, e con tanto maggior zelo si adoperava ad accendere e aizzare gli animi quanto più, consapevole della propria colpa, aveva da temere’ una ristorazione della giustizia regale. Gli scrittori delle lettere pregavano che si mandasse una colonna francese, con l’ajuto della quale speravano di volgere le cose a loro vantaggio (263).
Ma la voce del cardinale era principalmente rivolta agli abitanti della Basilicata, di Terra di Bari e delle pianure di Puglia, dove egli avea deliberato di portare adesso le sue armi. Erano quelle le province che recentemente le colonne franco-partenopee aveano percorse, procurando nella più parte delle città il sopravvento alla fazione repubblicana. Anco dell’alto clero non pochi, almeno pel momento, tenevano da questa; mentre il basso clero ed i frati stavano quasi tutti col popolo devoto al re. Due di questi ultimi comparvero un giorno innanzi all’arcivescovo di Taranto, Capecelatro, e lo pregarono che all’avvicinarsi dell’armata cristiana condotta dal vicario generale volesse chiamare il popolo alle armi; ed avendo quel prelato respinte le bellicose proposte, osarono dirgli: Dunque anche voi siete de’ loro? Noi opereremo senza di voi!» Allora l’arcivescovo, fattili prendere e dar loro cento colpi di bastone, li rimandò al campo del cardinale con l’avvertimento: che nello stesso modo e’ si comporterebbe verso tutti gli ecclesiastici che, contro ai precetti della chiesa, volessero cingere la spada (264).
Ma non ostante tutti i contrarj sforzi, i partigiani del cardinale crescevano. Il De Cesari, sentito che l’armata cristiana s’appressava, usci dal suo nascondiglio e comparve inaspettato a Taranto. La credenza che sotto falsa sembianza si celasse il principe ereditario, si diffuse daccapo. Come due mesi prima gli abitanti di Brindisi avean preso il Corbara pel duca di Puglia, cosi i Tarantini scambiarono per lo stesso personaggio il De Cesari; e se quell’uomo vanitoso non appoggiò addirittura tale errore, non fece però nulla per dissiparlo; talché sarebbe incorso nel sospetto di giacobinismo presso la credula moltitudine, e forse nel pericolo della vita, chi si fosse attentato a mettere in dubbio la cosa (265). Per quanto favorevole e capace di utili effetti potesse per un certo verso tornare quel pio errore alla causa del re, e sarebbe stata grave imprudenza sommuovere ed eccitare gli animi popolari smascherando d’un subito e senza rispetti l’immaginario eroe, pure non poteva alla lunga piacere al cardinale la ciarlataneria del De Cesari, non foss’altro perché vedeva così compromesso il credito e l’autorità sua di vicario generale del re. Da quell’uomo prudente ch’egli era sempre, deliberò di far venire al suo quartier generale quell’idolo della moltitudine, ed ivi, con tutti i riguardi possibili verso le debolezze di lui, rimettergli la testa a partito.
Intanto il Ruffo continuò la sua marcia verso il settentrione. Dopo aver fatto gittare a suoi Ingegneri Olivieri e Vinci un ponte sul Crati, passò questo fiume e pose il campo presso Cassano. Don Stanislao Serra, fratello del duca feudatario di Cassano, preparò amichevole accoglienza all’armata cristiana, e la provvide di quanto la contrada poteva offrire. Era quel medesimo Stanislao, che poco innanzi, come appariva dalle sue lettere intercettate, era stato in procinto di tradir la causa del re, e che adesso se ne dichiarava devoto ed operoso servitore, o per pura finzione, o per sincero pentimento, o per paura della pena. Imperocché la fama dell’avanzarsi del Ruffo, delle sue continue vittorie, della sorte toccata ad alcune città che avean voluto contrastargli, l’idea esagerata che la gente si faceva della forza dell’armata cristiana, tutto contribuiva a far sì che Fabrizio Ruffo oramai con la sola potenza del suo nome vincesse. Quando nella seconda metà di aprile entrò in Basilicata, ed ebbe passato il Sinno e l’Agri, il terrore gli volava dinanzi, i numerosi patriotti lasciavano precipitosamente i luoghi dove fin allora aveano spadroneggiato, abbandonando il campo ai concittadini realisti, che si affrettarono, quelli di Matera prima di tutti, a dichiarare al vicario generale del re la loro spontanea sottomissione.
Innanzi di proseguire il corso degli avvenimenti, ci sia concesso di passare in rivista l’armata cristiana, e di considerare più da vicino la persona e il modo di procedere del suo generale porporato.
Il grosso dell’esercito era sempre formato dagl’irregolari (266); fondamento e nucleo di esso i soldati di linea. Non pensava il Ruffo ad accrescere i primi — solo la necessità lo costrinse a prendere Panedigrano e i mille mascalzoni venuti di Sicilia — ma bensì a rinforzare continuamente i secondi chiamando i congedati, persuadendo a tornare gli sbandati dell’ultima guerra, attirando nella fede i veterani, i quali dovevano in parte supplire agli ufficiali di cui pativa sempre penuria.
Degl’irregolari si contavano 100 compagnie di 100 uomini ciascuna (267); salvo una parte provvista di fucili, gli altri erano armati di pistole, bajonette e pugnali, e portavano a cintola una specie di tasca, detta patroncina, che faceva ufficio di giberna. Di regolari eran già raccolti 10 battaglioni di 500 uomini ciascuno; ma s’intende che anco questi eran lontani dal presentare un aspetto uniforme; né l’armamento loro era uguale e compiuto; a molti fucili le bajonette mancavano. Il vestiario appariva svariato e generalmente assai frusto; la biancheria e le scarpe avean grandissimo bisogno d’esser rinnovate; un trasporto di divise, camice e calzature arrivò assai opportuno al campo presso Cassano. Ma per effetto della così lungamente trascurata nettezza già tristi malattie di pelle correvano, tanto che circa 800 uomini erano stati allontanati e per le necessarie cure condotti in uno spedale ordinato alla meglio dal cavaliere Serra.
Di cavalleria regolare il cardinale aveva circa 1200 uomini; ma alcuni aspettavano ancora il cavallo che dovevano cavalcare. La copertura del capo consisteva in un elmo o un berretto; l’armamento in carabina o fucili da caccia, sciabole o lunghe spade, lance o spuntoni. Meglio armati ed equipaggiati erano due squadroni di milizia territoriale a cavallo, che prestavano al cardinale segnalati servigi; ne facevan parte i capi degli arcieri e gli armigeri dei ricchi baroni, e si provavano atti così ad infligger gastighi come ad audaci imprese. Erano frequentemente adoperati a impedir le diserzioni e a ripigliare i fuggiaschi.
Quanto a pezzi d’artiglieria, disponevano di 11 cannoni e 2 obici; un luogotenente, Dom. Mazzei, era rivestito del grado di comandante. A compiere sì difettoso armamento erano rivolti gl’incessanti sforzi della regina. Scipione la Marra, il quale, offertagli dal Mack il grado di colonnello, desiderava, a detto di Carolina, meritarselo prima servendo sotto il Ruffo, doveva, siccome ricordavamo dianzi, andare a raggiungere con quattro ufficiali l’armata cristiana conducendo seco tutti i soldati calabresi dei presidj di Palermo e Messina, parecchie centinaja d’uomini, con venti nuovi cannoni da montagna. Ma quando si fu sul recare tal disegno ad effetto, il timore di diminuir le difese di quelle due città impedì da un lato una pronta risoluzione, dall’altro dei venti cannoni otto soli eran pronti o presso che pronti; talché il La Marra ebbe ritegno a mettersi in cammino con le mani vuote.
Ricco d’idee e di espedienti, perseverante ed instancabile ne’ suoi propositi, Fabrizio Ruffo seppe trarre il maggior partito possibile dallo scarso materiale di cui per l’audace impresa sua disponeva. D’ogni fermata di alquanti giorni, per poco che la stagione e i luoghi lo concedessero, ei si giovava per esercitare i soldati. Anche durante le marce, il tempo non era inutilmente perduto. Quando esse o lentamente procedevano, o per cagione dei molti carriaggi erano soggette ad alcune ore di alto, il cardinale cogliea l’occasione per passare a cavallo tra le file, fare qua e là i suoi appunti, esortare a mantener l’ordine, inculcar l’obbedienza verso i superiori. E là dove questi non sapevano a un tratto risolversi, mostrava loro da sé quel che avessero a fare. Egli era di vivace ingegno e delle più varie attitudini dotato, né a tempo e luogo gli faceva l’opportuna arguzia difetto; all’occorrenza non gli era difficile operare con le sue proprie mani, e col suo proprio esempio accendere i suoi calabresi e menarli dovunque gli piacesse, al fuoco e all’acqua. Della quale ultima cosa dette alla lettera una prova ne’ primi giorni del suo comando. Giunte dopo una difficile marcia notturna alla riva d’un fiume, ed esitando le schiere a passarlo perché gonfio dalle precedenti piogge appariva, il Ruffo scese giù da cavallo, prese una mazza, saltò con l’ajuto di quella sopra un carro gridando alle sue genti: «Così dovete fare per superare gl’impedimenti che occorrono per via!» In un lampo tutti furono all’opera, non solamente per passare essi medesimi, ma eziandio per ajutare, meglio dei cavalli e dei bovi, al trasporto dei carri e dei cannoni a traverso il fiume. Se di giorno avveniva di dover passare per un terreno frastagliato, il cardinale chiamava a sé i comandanti, gl’invitava a cavalcare più lentamente e proponeva loro delle questioni. «Se dietro quell’altura o quel boschetto che ci sta dinanzi stesse in agguato il nemico, che bisognerebbe fare per iscoprirlo, per riconoscerne la forza? che cosa per assalirlo con buon successo e renderlo inoffensivo?» Le compagnie de’ cacciatori calabresi, che ordinariamente formavano la vanguardia, acquistarono tanta abilità in sì fatti esercizj e tanto diletto ci pigliavano, che dovunque un cespuglio o una sporgenza appariva, senza aspettare il comando andavano avanti e facevano l’ufficio loro. E così l’armata cristiana, benché composta quasi tutta di gente inesperta, indocile e in parte anche perversa, secondo che progrediva verso il fine a cui era diretta, diventava più disciplinata, più capace, più bellicosa.
Nello stesso tempo sapeva Fabrizio Ruffo guadagnarsi l’affezione dei soldati, dei quali alcuni dipendenti della sua famiglia e a lui già soggetti e devoti, ma i più gli erano del tutto sconosciuti ed estranei. Pratico fin dall’infanzia del dialetto calabrese, poteva parlar con essi nel loro stesso idioma, ne conosceva le frasi, i costumi, i gusti, e persino i piatti favoriti che con essi, pigliandone grandissimo piacere, mangiava. Non occorre dire come gli stesse principalmente a cuore che di cibi e bevande non patissero difetto; e anche per questo riguardo ei procurava con ogni studio che né accadessero disordini fra i soldati, né le popolazioni fossero troppo duramente gravate 12 e requisite (268). Innanzi tutto e’ voleva che non dimenticassero un momento solo il presente loro ufficio, e fin anche ne’ loro discorsi trattassero unicamente di argomenti che alla guerra e agli atti di valore si riferissero (269). Né bisognava che i precetti della chiesa fossero minimamente trascurati. Specialmente ricorrendo giorni solenni dovevano tutti col riposo osservarli. Marciando da Catanzaro a Cotrone giunsero di giovedì santo alla villa Schipani, e U a cielo aperto il cardinale volle che si comunicassero e alla lavanda de’ piedi assistessero. E così pure il 3 di maggio, giorno dell’invenzione della croce, fu celebrato solennemente il servizio divino presso Bernalda. In presenza dell’esercito schierato e di gran folla accorsa dai paesi vicini egli, ornato delle insegne del suo grado ecclesiastico, prese posto sopra un’eccelsa tribuna, salve di cannoni tonavano, l’entusiasmo della moltitudine in alte grida prorompeva, e così gli ufficiali come i gregarj si sentivano disposti a muovere coraggiosi e alacri ad un’impresa, che sapevano specialmente raccomandata alla protezione dell’Altissimo (270). Nei giorni di libertà poi e massime durante la marcia, bisognava che disinvolti e gaj si dimostrassero, non foss’altro per inanimire gli abitanti de’ paesi che attraversavano; i quali non conveniva che vedessero gente seria e accigliata, ma piuttosto dai visi ilari e dalle allegre voci traessero argomento, che tutti con piacere e con gioja servivano alla causa, onde aveano annunziato la riscossa. In tal maniera il procedere dell’armata cristiana, fra i canti che sonavano in mezzo alle file, fra i concerti di cornamuse, zampogne, chitarre e viole che gli accompagnavano, fra le danze che alcuni mossi da quelle gioconde arie intessevano., rendeva immagine di un lieto corteggio festivo, tanto che le popolazioni, solite a fuggire e rimpiattarsi nelle case all’avvicinarsi di schiere armate, correvano piuttosto, uomini e donne, vecchi e giovani, nelle strade e plaudendo ripetevano le grida: viva la Religione, viva il Re!
Oltre all’affezione che i soldati gli portavano, giovò singolarmente al cardinale la credenza nella sua invulnerabilità. Ogni pericolo di vita, dal quale egli felicemente scampava, e ciò accadde più, volte durante la guerra, confermava tale opinione. Degli assassini mandati da Napoli per ucciderlo, nessuno fu in caso di potergli torcere un capello. Un sacerdote prezzolato da’ suoi nemici, il quale a Cotrone introdottosi noi palazzo Farina avea chiesto un segreto abboccamento col cardinale, vedendolo apparire e con disinvoltura venirgli incontro, si sbigottì a un tratto e, confondendosi nel discorso, in tali contradittorie risposte si avviluppò, che lo dovettero arrestare e sottoporlo al giudizio di un tribunale di guerra. Non erano trascorsi quindici giorni che presso Rossano furono presi due mandatarj della Partenopea, Pietro Malena, commissario democratizzatore di Cosenza, e Paolo Macarro, che, condotti a Corigliano e giudicati dalla commissione del Fiore, furono tre giorni dopo nel largo del castello fucilati; uno di essi pentito innanzi di morire confessò di esser venuto per uccidere il cardinale (271). Anche più mirabile fu il fatto che in quel torno di tempo accadde nel bosco Ritordo grande presso Tarsia. Alcuni giorni innanzi eran venuti nelle mani del Ruffo tre cavalli già appartenuti alla scuderia del generale Acton e smarriti durante i tumulti della guerra, ed egli avea fra quelli scelto per suo cavallo di battaglia un leardo. Ma quel dì, come il Wallenstein la mattina del combattimento di Lutzen, non avea montato il leardo; un cavallo di simil pelo era invece cavalcato da un prete dell’avanguardia, sul quale all’improvviso furono da un nascondiglio tirali alcuni colpi di fucile, che non il cavaliere ma il cavallo ammazzarono. Sopraggiunta in fretta la scorta impedì maggiori sventure, uccise due de’ nemici, ne ferì gravemente quattro, e questi con otto altri che s’eran lasciati facilmente prendere condusse a Cassano, dove giudicati dal tribunal marziale preseduto da Giov. Batt. Micheli, due furono giustiziati, gli altri condannati a vita all’ergastolo di Maritimo (272).
Mentre così da una parte tutti I tentativi contro la vita del cardinale fallivano, dall’altra egli procurava, venendo ad aperta battaglia, di far mostra di tale imperterrita sicurezza da ingenerar nella gente la credenza che non avesse nulla a temere dalle armi nemiche. Allorché in mezzo a una pioggia di palle lo vedevano, non credean già che le palle colpendolo perdessero ogni virtù di offenderlo, ma avrebber giurato che evitassero di colpirlo. Giunto una volta, all’annunzio d’un attacco de’ nemici, nel mezzo d’un fuoco vivissimo, in quella che, riconosciuto da essi, tutti i colpi erano verso di lui rivolti, ordinò alle sue genti di ritirarsi dicendo: Me le palle non mi colpiscono, ma mi dorrebbe se uno di voi ne soffrisse danno. E trattenutosi alquanto sul luogo, tornò poscia illeso fra’ suoi. «In quel tempo,» racconta il suo biografo, «i suoi calabresi lo tennero per iacamafo, cioè invulnerabile per via d’incantesimi.»
***
La prossima meta del Ruffo era Altamura, sede attuale e baluardo del partito repubblicano in quei paesi. Di lì comandava il commissario Palomba ai patriotti delle contrade circostanti; ivi stava il generale Mastrangiolo con una cospicua schiera di gente a cavallo; ivi anche fra i cittadini il repubblicanismo contava numerosi aderenti, che i fuggiaschi della campagna crescevano ed afforzavano. I capi aveano preso intelligenza con gli ufficiali francesi condotti da ragioni di comando in terra di Bari; e ripartiti questi, rimaneva sempre agli Altamuresi l’accordo patriotti delle città littorali dell’Adriatico, nelle quali facean conto di trovar riposo in caso di un assalto nemico.
Prima di mettersi in marcia per Matera mandò il cardinale come parlamentario don Raffaele Vecchioni, che il 7 di maggio fu condotto con occhi bendati dentro le mura della città. Il dì seguente una parte della cavalleria dell(‘)armata cristiana venne avanti, ma, avvicinatasi ad Altamura, fu assalita dal presidio e soffrì qualche perdita. Gl’ingegneri Vinci ed Olivieri, i soli che il Ruffo avesse a sua disposizione, furono in quella scaramuccia presi dalla cavalleria repubblicana e menati in città. E il Vecchioni stesso non era anche tornato nò se ne aveva novella alcuna.
Il cardinale si trovava quel giorno già in Matera, nel palazzo del duca di Santa Candida; e anche il Decesari, alla testa di 80 cavalieri con due piccoli pezzi d’artiglieria e due carri di munizioni, fece colà il suo ingresso. Il cardinale lo accolse con gran solennità, ma in confidenza lo esortò a smettere la burletta, e per blandirne la vanità lo nominò generale della quinta e sesta divisione, le quali a quel tempo non esistevano neppur sulla carta. E la stessa sera lo deputò pure a condurre insieme col De Sectis una grossa colonna che doveva muovere contro Altamura. Ma occorse allora una novella prova che quella disciplina, che il cardinale con tanto zelo s’industriava d’introdurre presso i suoi volontarj, era forse sufficiente nelle circostanze ordinarie, ma dandosi una straordinaria occasione, la indole selvaggia della gente che formava la più gran parte del suo esercito prorompeva daccapo e non conosceva più alcun freno. Non avendo innanzi agli occhi se non la presa della città e rammentando gli esempj di Catanzaro e Cotrone promettitori di ricca preda, alla colonna del De Sectis e del Decesari si vennero via via accompagnando quanti si trovavano soldati irregolari in quei luoghi, e stuoli di contadini di quelle vicinanze da uguale attrattiva allettati. Fu assai che la maggior parte dei soldati regolari, così fanti come cavalli, rimanessero intorno al Cardinal generale e formassero così all’armata cristiana la retroguardia (273).
Il 9 di maggio sul far del giorno quella colonna, che poteva contare un 10,000 uomini, si trovò in vista d’Altamura e prese possesso delle alture circostanti. Un drappello di rivoltosi a cavallo, veduto avvicinare così grandi forze, si voltò subitamente indietro e parte si rifugiò in città, parte per la campagna si disperse. Il De Sectis e il Decesari fecero senza indugio venite avanti le batterie, che verso le 7 del mattino aprirono contro la città il fuoco. Non mancarono gli assediati di rispondere, e il tuono delle artiglierie echeggiava dintorno, mentre il cardinale con la retroguardia si metteva in movimento.
Altamura non portava allora a torto il suo nome; poeta sopra un luogo eminente, già per sua natura difficilmente accessibile, era oltre a ciò ricinta di forti mura. I cannoni di cui gli assedienti disponevano non eran tali da fare ad esse gran danno; e se i repubblicani avessero convenientemente adoperato le forze loro, i realisti avrebber dovuto durar gran fatica a impadronirsi della piazza, e quattro quinti dell’armata cristiana si sarebbero dispersi prima di conseguire lo intento. Se non che la cattiva coscienza rendeva, qui come in altri luoghi, codardi i patriota; il Palomba e il Mastrangiolo, visto che si faceva sul serio, condussero le schiere loro verso Gravina, dove mille altri patriotti ad esse si unirono. Allora il fuoco dei rimasti in città divenne più debole, cominciarono a mancare le munizioni, invece di palle misero nei fucili persino monete; finalmente verso sera cessarono affatto il fuoco. Si deliberò di tener dietro agli altri precedentemente andati via, uscendo per la Porta di Napoli non guardata dalle colonne del Ruffo; alcune aperture furon praticate nella muraglia presso quella Porta a fine di agevolare e render più sollecita la fuga. Ma prima vollero fare una sanguinosa esecuzione. Si trovavano in lor potere alcuni realisti nativi, specialmente ecclesiastici, e altri prigionieri o feriti, in tutto cinquanta; i quali legati a due a due furono condotti nel cortile del soppresso convento di San Francesco, ed ivi a turno messi in riga, fucilati e poi subito sepolti; taluni, colpiti male, furono ancor vivi gittati nella fossa. Dopo di che si prepararono alla partenza, che con ogni cautela la notte effettuarono (274).
Nel campo dei realisti non si aveva nessun sentore di ciò. A vea bensì fatto specie il vedere che, cessato il fuoco dei cannoni, da un punto interno della città si sentissero delle fucilate; e ugualmente non avean saputo spiegarsi perché poco dopo tornasse tutto in silenzio e questo tutta la notte non fosse altrimenti disturbato. B poiché la mattina del 10 continuava a non apparire nessun movimento, una pattuglia di cacciatori si arrischiò ad avvicinarsi alla Porta di Matera, e non vedendo traccia di nemici portò materie infiammabili per dar fuoco alla porta. Allora il cardinale fece appressare altri soldati, e quando il fuoco ebbe fatto l’ufficio suo, mandò tre compagnie di cacciatori in città. Questa era affatto deserta. 8 incontrarono solamente alcuni vecchi, alcuni malati che non s’eran potuti trasportare altrove, e finalmente le vittime della recente strage ancora agonizzanti, le quali appena tratte fuori di terra mandaron l’ultimo respiro (275); il Vinci e l’Olivieri eran già morti; tre, fra i quali il Vecchioni, furon salvati. Alla sete di preda, di cui la maggior parte delle schiere del Ruffo era compresa, si aggiunse allora, all’annunzio di quegli orribili fatti, la sete di vendetta; e quella sozza gente la spense nel saccheggio, negl incendj, nelle devastazioni, negli eccessi d’ogni maniera. Tre conventi di monache erano nella città; in due di essi accadde quello che lo Spiegelberg racconta nei Masnadieri dello Schiller; il terzo, così narra un contemporaneo eh era tra i familiari del Ruffo, si sottrasse per favore speciale del cielo a un simil destino (276). Alla fine il cardinale prese il sol partito che gli rimaneva, e raccolti quanti aveva uomini ragionevoli al suo seguito, ufficiali, preti e frati, e accompagnatili a drappelli di linea e di cacciatori, li mandò nelle varie parti della città, perché nel miglior modo costringessero quelle torme sfrenate a portare tutto il bottino innanzi alla Porta di Matera, dove ne sarebbe fatta conveniente distribuzione. Così accadde in fatti; non mancarono, come si può immaginare, occasioni di scontentezza e di lagnanze; ci volle tutta l’energia e presenza di spirito del cardinale per impedire che si venisse alle mani. Durante la distribuzione avvenne pure che un conte Filo, tratto fuori da un nascondiglio, fosse menato innanzi al cardinale; il prigioniero stava per domandar grazia della vita, quando una palla, partita, a quel che si disse, dal fucile di un parente dell’ucciso Olivieri, lo stese morto ai piedi del Ruffo.
Verso sera il cardinale entrò nella deserta e devastata città, e pose il suo quartier generale nel convento di S. Francesco; un frate laico, che per cagione della gotta non s’era potuto alzare di letto, fu il solo che vi si trovasse. Il Ruffo deliberò di trattenersi qualche tempo in Altamura; egli desiderava la cooperazione dei moscoviti per inoltrarsi verso la capitale grande e popolosa, la soggezione della quale non poteva operarsi con le forze sole della sua armata (277). La dimora nella città vinta, la impiegò al solito per esercitare i suoi soldati e riordinare il governo. Fra gli altri provvedimenti che prese a tal uopo vi fu quello di sciogliere la commissione militare straordinaria per delitti di alto tradimento, e sostituire ad essa un Tribunale supremo presso l’armata (278). Anche la cassa esausta lo costringeva a trattenersi. Scrisse in Calabria per chiedere rimesse di danaro, e di strumenti sacri e profani si servì per promuovere il pagamento delle imposte. Assai opportunamente accadde che un sottufficiale, Silvestro Biondi, trovò in un monastero di monache, dove i repubblicani avean tenuto la lor sede principale, una quantità di socchi contenenti circa 5,000 ducati; senza dubbio proprietà di privati cittadini che avean creduto di mettere in quell’asilo i lor danari al sicuro, come già nelle giornate di gennajo avean fatto nel convento Gaudioso di Napoli. li Biondi fu ricompensato con la nomina ad alfiere.
Intanto la città ricominciò a popolarsi. Vennero prima le donne, poi a poco a poco gli uomini, il 15 il vescovo de’ Gemmis. E bisogna dire che le donne di Altamura fossero vere maliarde, poiché seppero talmente irretire quei vincitori per la più parte incolti e rozzi, che la città, come il cronista sulla sua sacra parola d’onore assicura, divenne per l’armata cristiana quello che un giorno fu Capua per l’esercito di Annibale; non solamente riebbero gli abitanti delle cose rubate tutto ciò che i contadini de’ dintorni non aveano ancora portato alle case loro, ma oltre a ciò gran parte dello stipendio dei soldati fu speso a tutto loro profitto.
fonte
https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1885-Fabrizio-Ruffo-Barone-von-HELFERT-2025.html#LIBRO_SECONDO


invio in corso...



