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“FABRIZIO RUFFO RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE DI NAPOLI” scritto da Barone Von HELFERT Vol. Secondo (V)

Posted by on Mar 8, 2025

“FABRIZIO RUFFO RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE DI NAPOLI” scritto da Barone Von HELFERT Vol. Secondo (V)

MARCIA DEL MACDONALD VERSO IL SETTENTRIONE

Nell’aprile 1799 SI ministero napoletano si componeva delle persone seguenti: agl’interni il de’ Filippis che avea preso il luogo del Conforti, alla giustizia e polizia il Pigliaceli, alla guerra e agli esteri il Manthoné, alle finanze il Macedonio, e il Doria alla marina. Essi non fecero progredire la causa della repubblica meglio de’ predecessori loro.

Al contrario le moltitudini erano più che mai scontente delle nuove istituzioni, che erano state larghe di belle promesse, ma poco o nulla avesti fatto per i bisogni della gente minuta. E tale scontento si sarebbe senza dubbio alla prima occasione manifestato, se i reggitori non si fossero data cura che le cattive nuove di fuori via rimanessero per quanto era possibile ignote al pubblico. È vero che il Macdonald in un proclama del 31 di marzo aveva ordinato il sequestro di tutti i beni di qualunque specie appartenenti all’imperatore, al granduca di Toscana ed ai sudditi e commercianti loro, poiché la repubblica francese aveva all’Austria e alla Toscana dichiarato la guerra (279). E il governo provvisorio aveva nello stesso dì notificato con lo stile dei bullettini di quella che già allora era la grandi nazioni: aver l’esercito francese aperto le ostilità, vinto i Grigioni e gli austriaci che gli opprimevano; concludendo: «applaudite, patriotti napoletani, ed emulate l’esempio della grande nazione!» (280) Ma le cattive nuove che vennero di poi si ebbe cura di non farle diffondere nel pubblico e si cercò di nascondere il vero stato delle cose in un tessuto d’inesattezze e menzogne, di vanterie e di amplificazioni.

Grandissima operosità regnava fra i patriotti. Il comitato militare del governo provvisorio pubblicò un proclama col quale invitava tutti gli ufficiali dell’ex-esercito atti alle armi a mettersi a disposizione della repubblica e a farsi ascrivere presso il generale Wirtz per la fanteria e presso il general Federici per la cavalleria. Nello stesso tempo fu istituito un comitato con l’incarico di raccogliere oro ed argento, in verghe o in moneta, pe’ bisogni dell’esercito, e versarne il prodotto in una cassa nazionale. La nobiltà rimasta in Napoli appariva su tali proclami in prima linea. «Alcuni,» scriveva Carolina piena di amarezza a Vienna, «mi fan sanguinare il cuore, poiché io credevo di poter fare assegnamento su loro. Vi è il Policastro il quale deve esaminare le frodi e ruberie dell’ex-re. Vi è Carlo De Marco, oggi benemerito stipendiato della repubblica. Vi è una quantità di vescovi, e a capo di essi il nostro arcivescovo, che per debolezza e stoltezza ha stampato due infami pastorali. La Cassano e la Popoli, signore dell’alta nobiltà, che si fanno chiamare altezze, vanno ora co’ capelli corti di casa in casa, salgono agli ultimi piani a fin di raccogliere doni per i bravi soldati che debbono battere l’esercito del tiranno. V’è da perdere la ragione e da prendere in orrore la vita, alla vista di così nera ingratitudine» (281). Intanto la miseria del basso popolo e la eccitazione degli animi che ne seguiva eran sempre più cagione di pensieri e di cure. Il Cirillo, uno de’ primarj medici di Napoli, che godeva molto credito nelle alte classi della società, e con l’esercizio dell’arte sua aveva accumulato grandi ricchezze, fondò una cassa di soccorso contribuendovi largamente del suo; in ogni strada furono scelti padri e madri de’ poveri) che aveano ufficio di prender notizia delle famiglie bisognose, raccogliere soccorsi, e distribuirli.

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Il Macdonald aveva, come è stato detto innanzi, richiamato di Puglia verso il mezzo di aprile i generali Broussier e Forest. Ma oramai, verso la fine del mese, non fu contro gli anglo-siculi soltanto e il progredir loro adoperato tal provvedimento. Bisognò anche sgombrar la città, lasciando un presidio di dugento uomini circa in Sant’Elmo. Poi serbando in Capua e in Gaeta guarnigioni francesi, tutto il resto dell’esercito doveva raccogliersi in un gran campo presso Caserta, e di là il Macdonald, conformandosi ai ripetuti avvisi dello Schèrer e del Moreau, mettersi in marcia verso l’Italia superiore. Prima però egli volle respingere il nemico, che più da vicino lo stringeva, a fin di avere le spalle coperte nella imminente partenza, che era pel rimanente del mondo tuttora un segreto (282).

Dopo l’infelice successo dello Schipani e la sua ingloriosa ritirata verso la capitale — in Palma a oriente del Vesuvio egli aveva lasciato bruciare i ritratti del re e della regina, e tenuto intanto un discorso al popolo! — era di nuovo perduto tutto ciò che pareva poche settimane innanzi guadagnato alla repubblica, e le cose stavano da questo lato in peggior condizione che mai. Il commodoro Troubridge possedeva senza contrasto le isole, e di lì mandava inviti e proclami reali sul continente, metteva sossopra ora di qua ora di là da Napoli la costa, prendeva e portava via navi partenopee, e più volte gli riuscì d’intercettare dispacci del Caracciolo, nuovo ammiraglio della marina napoletana, e di mandarli poi al Nelson che si trovava a Palermo. Sul continente si davan da fare per la causa del re il vescovo di Policastro, e quello di Capaccio, che il Ruffo, pregatone dal Ludovici, gli aveva messo al fianco come compagno nei pieni poteri; i proclami del vicario generale diffusi da essi fra la popolazione accendevano negli animi il fuoco. Si sparse ivi a mezzo aprile la voce che il Cardinal generale era in cammino; ma in realtà era il Gualtieri che con le sue squadre tanto temute ma adesso sottoposte a più alta autorità s’avvicinava. Allora la tempesta popolare scoppiò. Come dianzi in Calabria, così ora nel Cilento furono abbattuti gli alberi della libertà, messi in lor vece i crocifissi, distrutti tutti gli altri segni e ricordi della rivoluzione. Sgomenti fuggirono gli aderenti della Partenopea e della nuova Francia e ripararono o nelle città dove i patriotti ancora dominavano, o nella metropoli per essi più sicura.

Il momento parve opportuno per riguadagnare al re i paesi situati a mezzogiorno di Napoli; da molti luoghi, da Caserta, Torre del Greco e Fratta venivano assicurazioni di esser pronti a sollevarsi al primo segnale. I due vescovi si volsero, secondo le esortazioni del cardinale, ai comandanti della squadra sìculo-britannica. Il Troubridge dal canto suo desiderava la cooperazione del Ruffo, gli scrisse in questo senso, lo fece per mezzo del Ludovici e del Torrusio pregare che volesse sollecitar la marcia e riunir le sue forze a quelle di lui. Ma il Ruffo non potò farlo sostenendo con molta ragione che doveva prima pensare a coprirsi le spalle e sgombrare le terre di Puglia ancora in parte tenute dai patriota; oltre di che non voleva svelare troppo presto al comandante inglese la vera qualità del suo così detto esercito, cioè la forza numerica, l’attitudine militare e i difetti di esso; e perciò dette risposte evasive, vantò il nemico che gli stava di fronte e gli dava molto da fare, significò il suo rincrescimento per non potere privarsi neppur d’un soldato, e simili altre cose, talché gl’inglesi giudicarono addirittura ch’egli si fosse perso d’animo e che non ci fosse più da far capitale di lui (283). E così tentarono quello che credeano di poter compire senza la sua cooperazione. Quello che dalla metropoli giungeva a loro orecchi, e quello ch’essi medesimi potevan vedere era di qualità da incoraggiarli. Sembrava che le autorità repubblicane fossero d’avviso che gl’inglesi potessero esser guadagnati con cortesie, ovvero non se la sentissero di rompere seriamente con loro; il Caracciolo non osava attaccare le navi del Troubridge, i comandanti delle batterie dovean guardarsi di tirare su quelle. Tanto da questo lato furon lasciati liberi da qualunque molestia gl’inglesi, che le persone appartenenti al partito del re, usando qualche cautela, potevano imbarcarsi a Napoli e recarsi a far visita a Proci da o alla squadra alleata e similmente di lì ritornare a casa. Ed esse affermavano tali essere le disposizioni degli animi nella capitale e nei paesi circostanti che bastasse un cenno, un proclama, l’apparizione di una mano di soldati per far sollevare la moltitudine contro la minoranza repubblicana. «Non credete voi in tali circostanze» scriveva il Nelson al suo commodoro, «che sarebbe bene se il re apparisse nel golfo di Napoli? Certamente se la rivolta fallisse, le condizioni peggiorerebbero. Se la leale popolazione di Napoli si solleva, bisogna che il re si trovi in mezzo ad essa; e a ciò non ci è verso ¿’indurlo» (284).

Tale era lo stato delle cose e la qualità degli umori, quando il 24 di aprile Fra Diavolo comparve a bordo del Culloden (285). Egli s’era già fatto un nome temuto, e la fama delle sue gesta ne avanzava di gran lunga la vera efficacia. Si diceva essere in suo potere tutta la contrada a settentrione della capitale sino a Gaeta e Venafro; non vedervisi altro che coccarde reali; che quanti francesi s’arrischiassero a passar di lì per uscir dai confini cadevano nelle sue mani, com’era accaduto a parecchi corrieri, e anche alla moglie del generale Macdonald. Su queste supposizioni fondò il Troubridge il disegno delle sue future imprese. Mentre Fra Diavolo doveva attaccare di nottetempo Gaeta, o assaltare all’improvviso Sant’Elmo, e via discorrendo, il capitano Hood collocò i pochi soldati siciliani, di cui pel momento disponeva, e drappelli di marinari inglesi in diversi punti della campagna, dove la popolazione che da tutte le parti si sollevava gli condusse delle squadre di armati, che per verità valevano più pel numero che per la disciplina e la capacità militare. Così fu preso il forte che dominava il suolo di Castellamare, e vi si vide in breve sventolare la bandiera del re; i patriotti furon serrati in un quartiere della città che risolsero di difendere a oltranza. Ma la città di Sorrento dovettero sgombrare; e molto peggio incolse loro a Salerno, dove i realisti, spiegata la bandiera di Ferdinando, dettero addosso agli avversarj, e gli ufficiali della Partenopea scacciarono o uccisero. Tal fu la sorte di Carlo Granozio, subalterno del commissario repubblicano Ferdinando Raggi e originario della vicina Gitani, il quale, come patriotta, fu messo in pezzi, e un certo Vitella ne portò, a guisa di trofeo, la testa a bordo del Culloden. Ciò accadde il 26 di aprile (286). Dai punti conquistati i sìculo-britanni, alleati alle bande di volontarj, s’internarono nel paese, passarono il Sarno, e misero in commozione e scompiglio tutta la contrada intorno al Vesuvio.

In questo mentre essendo il generale Broussier con la colonna di Puglia giunto in Avellino e messosi in relazione con l’esercito principale, il Macdonald decise di opporsi al progredir del nemico. L’attacco fu fissato pel 28 di aprile. Il generale in capo mosse da Napoli verso Torre Annunziata, mentre da Avellino una colonna sotto il generale Vatrennes avanzava in direzione occidentale, e una piccola squadra comandata dal Caracciolo usciva dalla Darsena e correva il golfo di Napoli. I realisti partendo senza combattere da Lauro, che nondimeno i francesi saccheggiarono ed arsero, tornarono indietro e si fermarono al Sarno, dove però dopo breve resistenza furono messi in fuga, perdendo parecchi bandiere, fra cui una inglese, e parecchi cannoni, lasciando molti prigionieri e avendo una gran quantità di uomini fuori di combattimento. Il Macdonald ricacciò i sìculo-britanni da Castellamare sulle loro navi, riprese Sorrento d’assalto, dove tornando i patriotti, appoggiati dalle cannoniere del Caracciolo, presero sanguinosa vendetta degli avversarj, ed occupò Lettere e Gragnano. Il Vatrennes mosse per la Cava verso Salerno, ridusse in cenere Cetara che poco prima aveva alzato la bandiera reale, e quanti realisti gli capitaron alle mani tanti ne fece passare a fil di spada. Al Caracciolo i venti contrarj impedirono di prestare all’impresa del Macdonald più efficace cooperazione; alcune delle sue cannoniere furono anzi spinte sotto i cannoni delle fregate regie, ma fortunatamente ne uscirono senza danni (287).

***

Il Macdonald tornò vincitore nella metropoli, ma col proposito di non trattenersi a lungo. In un proclama agli abitanti di Napoli egli annunziò la sua prossima partenza dichiarando che n’era cagione il voler toglier loro il carico degli alloggi, che già da gran tempo ne avea fatto disegno, e che da’ luoghi dov’egli era per condursi non manchèrebbe, come non avea mancato finora, di guardare alla interna ed esterna sicurezza della repubblica. «Abbiam portato al popolo napoletano la libertà» così egli concludeva, «essa riposa sulla nostra garanzia. Guai a realisti e agli anarchici,, guai a tutti i malevoli che volessero tentare di togliergliela! L esercito francese è vicino, e comparirà come un lampo ch’è seguito dal fulmine» (288). Ma si trattava di bene altro che d’un semplice cambiamento di quartier generale. Già i francesi si apparecchiavano a mandare di là dai confini i loro malati, le donne e i fanciulli; tutto ciò che non potean portare o spedire a Livorno vendevano a vilissimo prezzo; cannoni e carri militari in gran numero movevano in lunghe file per le strade dirette al settentrione.

Con vera gioja, che non osavano apertamente significare, videro i patriotti napoletani questi indizj. Tutto facea dunque credere che i francesi definitivamente partissero! E dei francesi ne erano più che ristucchi. Ora credevano di poter respirare liberamente, di poter operare a modo loro. La prima cosa che fecero fu una gran festa militare per celebrar la vittoria del 28 di aprile, come se i proprj soldati loro, e non quelli della cui partenza si rallegravano, avessero battuto i siculi-inglesi. Combattenti di ogni arme empivano la piazza nazionale intorno all’albero della libertà e la bella strada di Toledo; i membri del governo, col Manthoné a capo dei generali; i rappresentanti del municipio ed altre persone e corporazioni assistevano allo spettacolo. Del quale erano ornamento le bandiere e i cannoni conquistati — dai francesi — nelle ultime battaglie, e quadri della famiglia reale presi da diversi edifici pubblici. Anche due file di prigionieri, soldati e volontari, mostravano i lor visi su cui era dipinto la disperazione, poiché credevano di essere condotti a morte, tanto più che non lungi da loro, presso l’albero della libertà era rizzato un palco simile a un rogo. Se non che la destinazione di esso era tutt’altra. Dopo un discorso del Monthoné ai soldati, e un altro di un membro del governo all’accalcata moltitudine, dovevano esser bruciate le immagini reali; ma un numero di arrabbiati repubblicani le strapparono dalle mani del carnefice, le portarono per le strade, le misero in pezzi e questi abbandonarono in balìa del vento. Il ministro delle finanze si avanzò, e fece portare un grosso pacco di biglietti di banca del valore di 1,600,000 ducati, che furono dati alle fiamme. Poi il ministro della giustizia chiamò in nome del Direttorio i prigionieri, ordinò ché i volontarj appartenenti alla cittadinanza, come quelli che eran da considerare semplicemente forviati fossero sciolti, e invitò i soldati a entrare volontariamente al servizio della repubblica. Finita la festa ufficiale, fu lasciato campo ai divertimenti del popolo, che fino a notte tarda durò a schiamazzate, a levar grida di giubilo, a ballare intorno all’albero della libertà, a godere d’ogni specie di giuochi (289).

A dì 7 di maggio il Macdonald levò il campo da Caserta e marciò in due colonne verso i confini romani; una la condusse egli medesimo verso Terracina, l’altra, composta delle divisioni Lemoine e Olivier, doveva condurla il’general Vatrennes per gli Abruzzi con incarico di prender seco il general Contard, che lascerebbe nelle mani de’ legionarj del Ruvo le fortezze di Pescara e di Civitella (290). Un 900 uomini rimasero in Sant’Elmo, altrettanti a Gaeta, circa 3000 a Capua, parte francesi e parte cisalpini e pollaccht Una grossa colonna volante doveva mantenere aperte le comunicazioni fra questi tre punti; ma non erano che 400 uomini scarsi, i quali marciavano alternativamente da Capua a Napoli e da Napoli a Capua.

Le colonne che si ritiravano aveano un difficile ufficio; poiché dovunque passavano, il popolo, aizzato contro il suo nemico mortale da Fra Diavolo e da’ due Mammone, si sollevava in massa, assaliva alla spicciolata i drappelli, distruggeva ponti e vie, occupava sugli angusti passi le alture. La colonna principale condotta dal Macdonald si trovò fra i monti d’Itri e di Fondi in cattivi termini e andò ad ogni passo perdendo uomini e bagagli; a quella del Vatrennes andarono anche peggio le cose. Dopo aver preso d’assalto San Germano, nella qual congiuntura una parte della città fu arsa e incendiato il prossimo convento di Monte Cassino (11 di maggio), vi fu una nuova fermata a Isola, dove la popolazione armata aveva eretto trincee per impedire al nemico il passaggio del Liri. Arrivano rifiniti dalla stanchezza e tutti bagnati dalla pioggia i francesi, e una sanguinosa battaglia si appicca. Dopo cinque ore riesce a una parte di essi, scalando le mura, di penetrare nella città, che divien la scena di fatti orrendamente crudeli. I francesi, dopo essersi nelle cantine ubbriacati, saccheggiano e menano strage tutta la notte, le case, dove non c è più nulla da portar via, danno alle fiamme. La mattina seguente non apparivano se non fumanti rovine là dove il giorno innanzi era una fiorente città. Da quel punto in poi la marcia del Vatrennes non andò soggetta ad altre molestie, la riunione con la colonna Coutard si operò felicemente; e l’esercito Macdonald avanzò a traverso il territorio di Roma e di Toscana verso il campo di battaglia dell’Italia superiore. Ma da per tutto dietro le spalle loro il popolo si sollevava, abbatteva gli alberi della libertà, imprecava a coloro che lo aveano fin allora governato, per la vittoria delle armi imperiali facea voti al cielo. In Arezzo e nel territorio senese, in Valdarno e Valdichiana, risonavano da per ogni dove le grida: Viva Maria! Viva Ferdinando! Viva l’Imperatore.

IX
I PATRIOTTI IN CASA PROPRIA

Ai patriotti napoletani era press’a poco indifferente che cosa toccasse nell’andar via ai francesi già loro amici; non ne sapevan nulla o non se ne curavano, studiandosi in ogni caso che nulla ne trapelasse al pubblico. Poco ugualmente pareva si desser pensiero che, mentre non era ancora dissipata l’ebbrezza della vittoria festeggiata dai cittadini sulla Piazza nazionale e per la via di Toledo, l’armata anglo-sicula facesse nuovi tentativi di sbarco e occupasse novamente Salerno; che i repubblicani di Castellamare, cinti torno torno dalle popolazioni risollevate, e ridotti al territorio della città, si vedessero come chiusi dentro le sue mura; che lo Sciarpa co’ realisti di Castelluccia, da una parte si congiungesse al Panedigrano che veniva dal Cilento, e dall’altra s’intendesse co’ realisti di Lauro e di Sarno che poco prima cacciati via erano daccapo ritornati (291). Poiché tutte le notizie di tal sorta e le voci ammoniti ve di persone dello stesso partito più freddò ed assennate rimanevano sopraffatte dal giubilo, dall’eccessivo entusiasmo degli amatori di novità, che oramai giudicavano, liberi dalla opprimente presenza dello straniero, potere senza impaccio e con piena indipendenza proseguir l’edificio della giovine repubblica. Si lasciò che la esaltata Eleonora Fonseca annunziasse nel Monitore niente altro che vittorie dei repubblicani e disfatte dei sanfedisti. Le più sciocche novelle, per poco che blandissero le loro fantasie, eran pigliate in contanti; il duca di Coprano, brigadiere nell’esercito del cardinale, essersi ribellato al suo capo e averlo fatto prigioniero; non rimaner quindi altro che le indisciplinate bande di un De Cesare, di un Pronto, di un Michele Pezzo; c’era sul serio da temer di costoro? Il governo provvisorio badava a pubblicare ampollosi paroloni: «Bravi cittadini, siamo liberi! È ora di sorger tutti come un sol uomo per conservare e difendere la libertà: facciamo tremare gli avanzi della tirannia, per questo altro poco di tempo che rimane alla loro totale distruzione. Tutto spiri coraggio ed armamento.» Segui poi un’esortazione a tutti l cittadini che tenevano dall’altra parte: il governo provvisorio, d’accordo col generale comandante e col commissario Abrial, prometteva loro perdono ed oblio: «rivolgete alla difesa della patria e della repubblica le armi che finora avete adoprate contra.» (292) Intanto furono messi in opera espedienti davvero fanciulleschi per far progredire la causa della repubblica. Tutti coloro che si chiamavano Ferdinando doveano cambiare il nome, acciocché nulla ricordasse il cacciato tiranno. In mezzo alle strade si declamavano passi delle tragedie d’Alfieri; e di chiunque si parlasse, d’Agamennone, di Virginia o di Timoleone, di tutto si diceva: «è precisamente il caso nostro.» Per guadagnare i lazzaroni si tenevano a cielo aperto letture intorno alla dignità dell’uomo, agli orrori del dispotismo, alla purezza ed eccellenza della repubblica. Mario Pagano pubblicò un invito agli architetti del paese perché facessero il disegno di un Panteon a uso di Parigi, nel quale fossero sepolti i martiri politici e primi fra tutti il De Deo, il Vitaliani, il Galiani. Fu decretato che si erigesse un monumento a Torquato Tasso in Sorrento sua patria, a Virgilio un più degno di quello che vi era, e simili altre cose.

Già da un pezzo si attendeva a compilare un disegno di costituzione per la repubblica partenopea. Istituita una commissione composta di tre, Mario Pagano, Gius. Logoteta e Gius. Cestari, il lavoro di essa in 421 paragrafi fu presentato da Mario Pagano alla commissione legislativa (293). Il disegno cominciava con una dichiarazione dei diritti dell’uomo e del popolo, dei doveri dell’uomo e del cittadino, passava alle adunanze primarie e a quelle per le elezioni, trattava del potere legislativo — un Senato di 50 membri e un Consiglio di 120 — del potere esecutivo commesso a un comitato di cinque persone, degl’impiegati amministrativi e municipali, dell’amministrazione della giustizia, della forza armata che andava distinta in una sedentaria e una attiva. Il titolo X si riferiva alla educazione e istruzion pubblica.

§. 297: Ogni padre di famiglia è responsabile della educazione de’ suoi figliuoli.

§ 298: In giorno festivo i giovanetti maggiori di sette anni intervengono ne’ luoghi dalla legge stabiliti a sentire la spiegazione del catechismo repubblicano.

I paragrafi 307-318 discorrevano dell’ufficio de’ Censori, che dovean formare in ogni cantone un tribunale speciale composto di cinque membri, a fin di giudicare, sia d’ufficio sia per denunzia del giudice di pace, i costumi dei concittadini loro, e di decidere circa la perdita dei diritti civili attivi o passivi. Un altro ordinamento era la corporazione degli Efori — Tit. XIII Custodia della Costituzione — alla quale ciascun dipartimento doveva ogni anno mandare un suo uomo di fiducia. Dovevano adunarsi il 20 floreale (9 di maggio) per quindici giorni a fin di ricercare se la costituzione era stata in alcuna sua parte offesa; se i poteri costituzionali erano rimasti ne’ confini loro assegnati; se alcun ufficiale della repubblica s’era fatto colpevole di prepotenza o abuso d’ufficio, nel qual caso essi doveano senz’altro dichiarar nullo l’atto relativo.

Come apparisce da questo breve schizzo, la costituzione, attribuita dalla pubblica voce a Mario Pagano, era in molte parti bene ideata e ottimamente intesa, ma non adattata agli uomini e alle condizioni reali. Dal 1789 in poi si ripeteva sempre la stessa storia: repubbliche secondo il modello classico senza repubblicani neppure di ordinaria qualità (294). Quella costituzione non fu mai compiutamente messa in atto; le parti che furono sperimentate, come l’ufficio dei censori, a capo del quale fu il canonico Luparelli d’Adriano, il tribunale pei diritti di stato, preseduto dall’avvocato Vincenzo Lupo, fin dal principio fecero in pratica poco buona prova. Come a Parigi nella prima metà dell’ultimo decennio, non erano gli ufficiali pubblici che aveano realmente in mano ed esercitavano il potere, ma le società segrete e i circoli, a cui i deboli strumenti del governo sottostavano. Fra i circoli avevano il primo luogo la sala popolare e la patriottica. Modellati su quelli dei giacobini, e anco nelle opere e nelle pretensioni sforzandosi d’imitarli, tenevano parecchie volte adunanze segrete, e poi pubbliche con presidente e tribuna, nelle quali si trattavano con piena libertà le grandi questioni del giorno, i principj della costituzione, la distribuzione degli impieghi, la vita pubblica, e anche privata, de’ cittadini, né alle cose più alte e più sante si risparmiavano assalti (295). Le deliberazioni eran mandate in forma di messaggi al governo provvisorio, a un ministero, a un impiegato, al tribunale dei censori; e guai se non erano immediatamente accolte ed eseguite. Antonio Salfo, ammiratore del Robespierre, Luigi Serio, giù ben veduto in corte, il general Matera, uomo prode e spregiudicato, di rilasciata morale e di larga coscienza, il quale nel 1795 s era trasferito in Francia ed era tornato dopo la cacciata della famiglia reale, insomma tutte le teste calde della città, potevano in quei circoli esser sicuri che le più arrischiate proposte incontrerebbero favore, e non avean bisogno di riguardarsi da qualunque mezzo per recarle ad effetto. Subito dopo la partenza de(‘) francesi si desiderò che tutti i pubblici ufficiali nominati da loro fossero deposti, e messi napoletani di provata fede in loro luogo. Il Pignatelli di Monteleone e il Bruno da Foggia, i quali, come aristocratici, avean parlato contro l’abolizione del feudalismo, furono messi fuori dal corpo legislativo, e il Doria, ministro della marina, dové cedere il suo portafoglio, perché squadre armate di coltelli minacciavano strage, se il desiderio dei patriotti non fosse sodisfatto.

***

Con la partenza de’ francesi la repubblica partenopea si trovava affatto abbandonata, come in pari circostanze accadeva alla romana, alla ligure, alla cisalpina. Poiché nel fondare sì fatti stati troppo gelosi erano i francesi della lor propria potenza, troppo sospettavano il rafforzarsi dell’elemento indigeno, da promovere sin da principio la formazione e l’ordinamento di eserciti nazionali (296). Di certo non s’era mancato in diverse congiunture di raccoglier forze indigene, ma non s’era fatto né sul serio né in larga misura. In materia di forze militari native da poter essere come tali adoperate, non erano finora scese in campo se non la legione del conte Ruvo e la colonna dello Schipani; quella aveva conseguito, unita al corpo del Broussier, non poche vittorie; questa avea dovuto cedere alle bande dello Sciarpa assai meno disciplinate e agguerrite.

Finalmente il Manthonè, in qualità di ministro della guerra e della marina, e di generalissimo nel tempo stesso, avea preso in mano l’ufficio di accrescere le forze nazionali. Volle formare quattro nuove legioni da chiamarsi con antichi e famosi nomi, la Sannitica, quella del Volturno, la Lucana e quella dei Salentini (della già Magnagrecia) (297); e commettere a una superior commissione di guerra l’ordinamento e la condotta di esse. Il cittadino Matera fu messo a capo della commis, filone; Rocco Lentini, Francesco Rossi, Pietro de’ Roche, Angelo d’Ambrosio componevano il consiglio. Le forze della capitale furon divise in due legioni, sotto gli ordini del calabrese Spanò l’una e l’altra sotto quelli del Wirtz, svizzero di nascite ma da molti anni al servizio napoletano, già colonnello nell’esercito del Re; un reggimento di cavalleria doveva esser messo insieme dal duca di Roccaromana. Formavano un corpo distinto quei calabresi, che o non avean voluto arrotarsi sotto le bandiere del cardinale, o avendo contro di lui combattuto eran venuti a rifugiarsi nella metropoli (298). Avean fama di singolarmente risoluti e prodi; vestiti e armati ciascuno a modo suo; portavano una insegna nera, scrittovi su: vincere vendicarsi morire; ammontavano, o almeno si giudicò che arrivassero a 9000 uomini. Il corpo dello Schipani doveva essere rafforzato. A questi corpi destinati a scendere in campo, e nei quali ogni uomo atto alle armi da diciassette a quarant’anni era tenuto di servire, s’aggiunse una milizia deputata alta difesa delta città e delle fortezze, delta quale tutti i cittadini da quaranta a sessant’anni doveano far parte. Nessuno che non fosse inabile — i siffatti eran chiamati contribuenti — poteva sottrarsi all’obbligo del servizio, sotto pena di carcere e persino di morte. In compenso i fedeli figli della patria doveano essere guiderdonati. Il Manthonè fece una proposta di legge in favore delle madri dei caduti in guerra, e quando quella fu approvata, con entusiasmo egli esclamò: «Cittadini legislatori, io spero che mia madre sarà nel caso di chiedervi l’adempimento della vostra magnanima promessa!» (299).

Tuttavia non ostante gli ammonimenti degli uni e le promesse degli altri, ogni giorno cresceva il numero di coloro che dalla parte repubblicana si allontanavano. De’ due che alcuni mesi innanzi erano stati i primi a chiamare i francesi liberatori in città, l’uno, principe di Moliterno, partito per Parigi come legato e uomo di fiducia della Partenopea presso il Direttorio, non era di là tornato, e pareva che pentito e dolente stesse preparando il suo ritorno alla causa regia; l’altro, principe di Roccaromana, trattenutosi prima alquanto a Napoli mostrando di tener broncio, poi andò a stare nelle sue possessioni, e quivi appiccò pratiche co’ capi dell’armata cristiana e ne divenne in breve zelante alleato (300). Nella capitale si facevano congiure per rovesciare il governo imposto dallo straniero. Un tale, chiamato il cristallaro, lavorava fra’ lazzaroni per guadagnarli. Un’altra setta segreta aveva per capo un certo Taccone.

Da quel tempo in poi divennero sempre più frequenti le carcerazioni. Il più leggiero indizio, massime trattandosi di persone cospicue ed autorevoli, bastava per eccitare i sospetti della fazione dominante, la quale non tardava ad assicurarsi dell’imputato, prevedendo subito di potersene servire come di statico per rispetto ai regj. Per quest’ultimo motivo si tenevano specialmente d’occhio i parenti del Cardinal generale, che potevano in quel caso essere d’inestimabil valore. E cosi il duca e la duchessa di Baranello, e il figlio e la nuora loro Motta Bagnare (questa incinta di sette mesi) furono arrestati e messi in custodia nel convento di Monte Olivete, sede della municipalità.

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Come a suo tempo dicemmo, gli anglo-siculi aveano, allontanatosi il Macdonald, tentato senza indugio nuovi sbarchi, e di alcuni punti, già tolti loro dai repubblicani nelle giornate del 28 e 29 di aprile, s’erano daccapo insignoriti. Ma ciò non bastava alla regina; la quale sarebbe dovuta essere. meno vivace, meno pronta a riscaldarsi la fantasia, di quello che realmente era, per non fare dell’avvenimento del 7 di maggio scala a più alti e vasti disegni. Sparito l’incubo che avea pesato su’suoi fedeli, ma deboli e timidi napoletani, non coglierebbero essi la prima opportunità per ritornare al loro legittimo sovrano? Del grosso della popolazione ell’era sicura; ma anche dei capi, per quanto sviati dal diritto cammino, per quanto abbandonatisi al turbine repubblicano, non dovrebbe l’uno o l’altro lasciarsi indurre a opportuna conversione? A tal fine manifestamente intendeva una lettera diretta dalla regina a uno de’ Pignatelli — parecchi di questa famiglia aveano abbracciato la causa della rivoluzione — la qual lettera, spedita per mezzo della Hamilton al Troubridge, fu da questo per mezzo d’un messo sicuro segretamente recapitata. Se non che, o mancasse al Pignatelli la volontà o il coraggio o l’occasione di stringere la potente e benefica mano che gli era stesa, fatto sta che il tentativo fallì compiutamente, e il porgitore della lettera reale fu preso e messo in catene. Il commodoro inglese fu sdegnato dell’oltraggio fatto al suo messo; ma per il momento aveva le mani legate, e dové contentarsi di giurare che prenderebbe sodisfazione e vendetta più tardi (301).

Purtroppo, non che le speranze si verificassero che nel campo de’ realisti si erano sulla partenza de’ francesi fondate, parve anzi che i ribelli, o per meglio dire, i capi che li guidavano, cominciassero allora a trovarsi nel proprio elemento e fossero più che mai risoluti a procedere arditamente innanzi. Della qual cosa erano specialmente indizio gli sforzi che si facevano per mettere insieme le forze navali. Il Caracciolo, scelto a tale ufficio, spiegò tanta operosità da non lasciar più dubbio essersi egli del tutto voltato ai repubblicani. Nella riconquistata Castellamare e’ fece rimettere a nuovo i cantieri, dove in pochissimo tempo s’aveano a costruire centocannoniere; stava lì di persona ed esortava i patriotti a perseverare coraggiosi e zelanti (302). Anche l’isola fortificata Revigliano e la fortezza lit— torale Vigliena, che dominava la strada da Napoli a Portici, sembra che fossero in quel tempo affidate ad altra custodia.

Il Troubridge, gravemente impensierito da tali apparecchi, attese anche dal canto suo a fortificarsi sull’isola e ne’ dintorni di essa. Egli pel momento non intendeva procedere alle offese; gli bastava provvedere il meglio che per lui sì potesse a difendersi dagli attacchi che giudicava il Caracciolo non manchèrebbe di dargli. A Precida fu messo in ordine di difesa il palazzo, e cavato un fosso nella strada che conduceva all’ingresso principale di esso. I gradini della scalinata furon tolti per modo che il presidio, composto di 50 marinari e 12 cannonieri della marina inglese, si servivano d’una scala a mano per salire e scendere, e quella levavan via sul far della notte. Poi vi si portarono sei pezzi con ricca provvista di munizioni; «se il nemico si arrischiasse ad assalirci,» così scriveva a dì 7 di maggio il Troubridge al suo ammiraglio, «gli romperemo senza dubbio qualche costola.»

Tali provvedimenti del commodoro inglese, che potrebbero per avventura parere esagerati, non erano provocati solamente dagli apparecchi marittimi de’ repubblicani; poiché per questo rispetto egli doveva sentirsi in grado di tener testa, in ogni occorrenza, all’avversario con le sue forze, minori di numero, ma di gran lunga più efficaci e per qualità di navi e per capacità degli equipaggi. Altre erano le ragioni che gli procuravano sollecitudine e sdegno a un tempo. Poco gli pareva di poter fare assegnamento sugli ajuti da parte della Sicilia, non tanto per ragione della corte e del governo, e specialmente della regina e del generale Acton, entrambi certamente pieni di buona volontà e di zelo, ma per ragione degli strumenti civili e militari che le ottime intenzioni della corte e del governo dovevano recare in atto. La cittadella di Messina aveva un forte presidio inglese, e per questo riguardo si poteva esser sicuri. Ma quanto all’isola egli e il Thurn erano nella più parte delle cose ridotti a dipendere dall’arbitrio degli ufficiali regj, in modo da essere gravementente imbarazzati quando quelli, o per incuria o per poco buon volere, mal corrispondevano. Il che accadeva particolarmente circa l’approvisionamento di viveri e soprattutto di grani; de’ quali le isole del golfo, segregate dal continente, pativano penuria, tanto che il Nelson più d una volta fu per questo motivo aspramente irritato contro l’Acton. «Merita d’essere impiccato,» scriveva egli col suo stile focoso, «chi è colpevole di tale inconveniente; se non si può fare assegnamento sugli ufficiali del re, c’è il caso che tutte le isole vadano a un tratto perdute di nuovo.» — «La mancanza del grano» così il Troubridge si doleva su i primi del maggio, «è tale nell’isola d’Ischia che anche un francese ne sarebbe mosso a pietà» (303). Il 10 di marzo si rivoltarono gli svizzeri per cagione del pane talmente rincarato da non poterci più entrare nel loro meschino stipendio; e il Troubridge fece condannare a morte gl’istigatori della ribellione. Ma quando, collocatili in mezzo a un quadrato di soldati e marinari, e bendati loro gli occhi, tutto era pronto per l’esecuzione della condanna, il comandante, avuto riguardo ch’erano per ogni altro rispetto buona ¿ente e che la ribellione s’era ristretta a semplici discorsi, concesse loro il perdono (304). Anche le forze militari, che il re area messe sotto il comando inglese, facevano più danno che vantaggio, specialmente per causa della codardia dei capitani, trista eredità dell’ultima vergognosa guerra sul territorio romano. Un maresciallo Yauch, mandato sul principio di maggio dal Troubridge contro Longone all’Elba e ad Orbetello in Toscana, tornò addietro senza aver tentato l’assalto, senza aver condotto i soldati a terra, senza aver fatto proprio il gran nulla. Il Troubridge ne fu fuori di sè. «Signore,» e gli gridò in viso, «il vostro re non sarà ben servito s’egli non manda la metà de’ suoi ufficiali alle forche.» Il Nelson ottenne dall’Acton che fosse raccolto un consiglio di guerra, del quale facessero parte anche ufficiali della marina inglese; in Palermo se ne parlò, e sulla Vanguardia e sul Colloden era ferma speranza di tutti, che il maresciallo Yauch e un altro generale siciliano non la scamperebbero (305).

Il rammarico e la durezza del comandante inglese erano abbastanza giustificati. Poiché, malgrado i progressi austro-russi di qua e di là dalle Alpi, i francesi guadagnavan sempre terreno nell’Italia centrale, dove appunto avrebber dovuto operare i generali siciliani; occupavano Livorno ed altre città sul littorale, scacciavano il granduca, non ostante la sua indulgente debolezza verso di loro, e sbaragliavano il suo governo. Ferdinando III riparò a Vienna con la sua famiglia, mentre i ministri Manfredini, Seratti, Fossombroni, Corsini, come pure la maggior parte dei ministri stranieri residenti in Firenze, s’imbarcarono, e la corte e la città di Palermo empirono di lamenti sul loro tristo destino. Del resto gli ospiti toscani eran poco graditi al re. Non volle vedere il Manfredini, poiché, persuaso manifestamente dal Nelson, faceva in gran parte carico al primo ministro toscano dell’avere le potenze settentrionali tanto esitato a romper guerra alla Francia, dal che, secondo l’opinione di Ferdinando, era derivato tanto danno alla sua famiglia e al suo regno. Dei principi italiani non c’era oramai, oltre a lui, se non il re di Sardegna che non avesse del tutto perduto il trono. Ma come Ferdinando in Sicilia, così Carlo Bmanuele era confinato nella isola inospitale, di cui il suo regno portava il nome, e di dove egli non poteva porgere agl’inglesi e alla corte di Palermo altro ajuto che forse somministrando loro cavalli, biade e altri prodotti naturali.

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Nel golfo di Napoli gli anglo-siculi si trovavano verso il mezzo del mese di maggio quasi nelle stesse condizioni in cui erano nei primi giorni dopo il loro arrivo; possedevano le isole, ma tutto ciò che erano venuti in quel mentre conquistando ed occupando lungo le coste, l’avevano in gran parte novamente perduto. I comandanti inglesi ne attribuivano la colpa ai russi, che non avevano ancora adempiuto la promessa di adeguati soccorsi. Ma la vera cagione, che essi erano tanto orgogliosi da non voler confessare a se medesimi e alla regina, consisteva nell’essere il cardinale con la sua armata cristiana troppo ancora dentro terra da potere efficacemente appoggiare le forze navali.

Abbiamo più su esposto i motivi che avean guidato il Ruffo nello scrivere quelle lettere, dalle quali il Nelson e il Troubridge avean creduto di dover rilevare ch’egli, intimorito del nemico che si vedeva di fronte, fosse scoraggiato ed esitasse. In verità tutt’altro era l’animo del cardinale; ma dai casi di Monteleone in poi egli s’era fatto una legge di dare ragguaglio solamente de’ suoi prosperi successi, e di non confidar nulla alla corte di ciò che si riferiva al suo attuale stato ed a’ suoi prossimi disegni. Quando ciò non era del tutto possibile, egli soleva, anche alla regina, dipingere con più o meno foschi colori le resistenze che incontrava, non per vanità certamente a fin di fare apparire maggiore il merito di superarle, ma sibbene per accorgimento e prudenza, acciò che non fosse innanzi tempo nota la debolezza degl'{strumenti ond’egli disponeva, i quali, dando la via, non ostante i suoi sforzi e la disciplina, alla indocilità della loro natura, spesso nei più. gravi momenti gli venivan meno all’effetto. Dall’altra parte egli aveva dello stato delle cose un concetto più chiaro e preciso di quei due valorosi marinari, i quali, partendo dal loro punto di vista marittimo, giudicavano di aver fatto tutto, quando avessero l’una dopo l’altra assoggettate le città del littorale per procedere poi alla conquista della metropoli. Il Ruffo era di diversa opinione. Voleva innanzi tutto nettare di tutti gli elementi contrarj le province meridionali e orientali, per rimuovere ed allontanare da un lato ogni pericolo dietro le sue spalle, e per ridurre dall’altro la città capitale alle sole forze sue proprie, come quella che, anche così ridotta, abbastanza ardua rendeva l’opera della ristorazione. Con tal diversità di opinioni e con gli screzj che ne seguivano non poteva a meno di accadere, che coloro i quali non vedevano di buon occhio il cardinale, ne invidiassero i lieti successi e la fama, trovassero o fingessero di trovare ne’ suoi rapporti ogni specie di contradizioni, e se ne giovassero per iscemargli il credito presso la corte e nei circoli militari così inglesi come indigeni. L’Acton non gli era mai stato singolarmente amico, nò il Ruffo a lui; onde tutte le volte che dalla Sicilia gli si attraversava in qualche modo la spinosa via, il che di certo difficilmente si faceva con intenzione e a bello studio, egli inclinava sempre a scorgere In ciò segreti maneggi e ostilità dell’Acton. Decisamente avversario, e in tutti i casi poco disposto a stimarlo, era l’eroe di Abukir; al quale bastava per non poter soffrire il cardinale la sola ragione che avrebbe voluto riservare a sò ed a’ suoi l’impresa di Napoli, nello stesso modo che si rodeva al pensiero che il suo bravo Ball dovesse far parte ai russi del merito di conquistar Malta. Le supposte incongruenze nei rapporti del cardinale, il tono che questi intanto prendeva nelle sue lettere, alteravano fortemente l’animo del permalosissimo inglese. «Il cardinale,» egli scriveva un giorno in tal senso al Troubridge, «è un pretaccio borioso. L’imprudenza con cui parla della cooperazione inglese merita gran biasimo. Intanto fa apparire ora grande ora piccolo il suo esercito, secondo che gli fa comodo» (306).

Il Nelson avrebbe ora amato meglio di prender egli in mano la condotta delle cose nel golfo di Napoli, e con tale intendimento faceva d’ogni maniera apparecchi. Non trascurò di mettersi in termini amichevoli con Carlo Emanuele di Sardegna, e s’industriava continuamente di procurare amici a sé ed agli alleati suoi, o almeno di mantenere pace e tregua, a fine di rivolgere tutte le forze contro un solo nemico. Quand’egli nella seconda metà di aprile seppe dell’incostanza del Bey di Tripoli, che poche settimane prima, appena partita la Vanguardia, s’era lasciato aggirare dai discorsi de’ francesi, mandò a Tripoli l’Affondo portoghese col commodoro Campbell a bordo, il quale, unendosi al console inglese Lucas, dovesse intimare al Bey di dichiararsi nello spazio di due ore — a contare dal momento che il Lucas metteva il piede a terra — e nello spazio di quattro giorni mantenere la promessa: di consegnare a bordo del1 Affondo il console, viceconsole a tutti i francesi presenti in Tripoli, e bruciare tutte le navi francesi che si trovassero in quel porto. Alla quale categorica intimazione ottemperò puntualmente il Bev; anzi riuscì al Campbell ancora d’indurlo a un trattato di pace assai favorevole al Portogallo. Dal che prese animo il Nelson per cercare di ottener la stessa cosa dal Bey di Tunisi, e di estenderla anche alle relazioni dei così detti stati barbareschi col re Ferdinando (307).

In tal maniera avendo egli ed i suoi amici le spalle coperte, poteva pensare alla guerra contro i giacobini di Napoli. Ma innanzi che questo disegno potesse essere recato ad effetto, giunsero messaggi che richiamarono da un tutt’altro lato l’attenzione ed operosità sua, e che togliendo all’impresa di Napoli, da parecchie settimane avviata, gran parte dei mezzi di esecuzione, minacciavano il pericolo che si dovesse momentaneamente abbandonare tutto quello che s’era fin allora con sanguinosi combattimenti acquistato.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1885-Fabrizio-Ruffo-Barone-von-HELFERT-2025.html#LIBRO_SECONDO

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