Fabrizio Ruffo utilizza una nuova concezione del Catasto e non quella del Catasto Onciario
Giuseppe Gangemi
La vittoria dei Sanfedisti contro i Giacobini del 1799 ha provocato la rottura tra il re Ferdinando IV e il leader belligerante del Sanfedismo, cardinale Fabrizio Ruffo. Quest’ultimo non riceve alcun ruolo rilevante nel Regno restaurato. Il che sembra un volersi dare la zappa sui piedi, anche perché, alla prima occasione, il cardinale lascia il Regno e non ci ritorna quando sollecitato, nel 1806, a ripetere l’azione del 1799.
Per capire il perché di queste vicende occorre considerare le esperienze di Ruffo precedenti al 1799 in relazione ad alcune selezionate scelte operate dai Borbone dal 1734 al 1799. Di Ruffo, anche, se non soprattutto, non ci si fida anche per il modo in cui, inviato dal re senza denari, si serve delle tasse per finanziare la sua impresa. Il suo sistema di tassazione somiglia a quello che Ferdinando IV ha già combattuto quando è stato proposto da Domenico Caracciolo, Viceré di Sicilia. Ferdinando lo ha combattuto perché nobili ed ecclesiastici lo avversano ed egli non vuole perdere l’appoggio di queste due categorie.
Al 1799, Fabrizio Ruffo ha maturato una serie di esperienze che lo hanno portato a diventare un esperto di economia e di politiche per modernizzare l’economia di uno Stato: nell’agosto del 1775, quando egli ha solo 31 anni, viene nominato da Pio VI abate commendatario dell’abbazia di San Filippo d’Argirò, nella diocesi di Gerace. Qui comincia a conoscere le condizioni della Calabria e del patrimonio ecclesiastico prima del terremoto del 1783. Nel 1781, viene nominato chierico della Camera Apostolica dello Stato Pontificio, dove va a rimpiazzare un parente, Tiberio Ruffo. Nel 1785, viene nominato tesoriere generale della stessa Camera Apostolica, una specie di ministro dell’economia dello Stato Pontificio. In questo ruolo, tra i suoi compiti c’è quello della cura della politica finanziaria, fiscale ed economica.
In questo ruolo mostra di avere capito che il privilegio concesso ad alcuni di evadere in tutto o in parte le tasse, è impedimento per altri di produrre a prezzi competitivi e che questo impedimento è uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo economico del Papato. Comincia così una lotta ai privilegi fiscali, cioè alle categorie sociali che non pagano il dovuto e aggravano, di conseguenza, i tributi sulle classi produttive. Per la sua politica di perseguimento dell’equità fiscale, egli si inimica l’aristocrazia romana che, dopo molti tentativi falliti, finisce per farlo esautorare nel 1796.
Decide, quindi, di lasciare lo Stato Pontificio e si trasferisce a Napoli, alla ricerca di un impiego, non avendo risorse di famiglia in quanto non primogenito. Re Ferdinando IV lo nomina Sopraintendente dei domini di Caserta. In questo ruolo, il cardinale gestisce la colonia manifatturiera di San Leucio.
Con l’invasione del Regno da parte dei Francesi, la corte si trasferisce a Palermo e il Cardinale perde gli impieghi. Mentre a Napoli viene fondata la Repubblica Giacobina. Ruffo raggiunge i sovrani a Palermo e comincia a studiare la situazione economica del Regno, oltre quella geografica e militare. Stende un programma sullo stato del Regno e lo presenta ai sovrani. Si offre di cominciare dalla Calabria per liberarla dai Giacobini. Chiede ai sovrani un battaglione di soldati, varie navi, cannoni e risorse finanziarie. Ottiene una sola nave, sette uomini e una piccola cifra, assolutamente non sufficiente al mantenimento di un esercito, per quanto piccolo. Parte comunque.
Per finanziare il suo esercito, impone tasse, proporzionali al reddito, nei territori liberati. Comincia con suo fratello Vincenzo, duca di Bagnara.
La politica che più interessa il cardinale, oltre quella dell’indipendenza della patria e della difesa del legittimo sovrano, è la politica fiscale. Dati i tempi, è più radicale di re Carlo Borbone che ha realizzato la riforma del Catasto Onciario, nel 1742-1746. Nel Catasto Onciario, sono esentati da molte tasse, nobili ed ecclesiastici: i nobili pagano le tasse solo sui beni allodiali e tendono a spacciare tutte le loro proprietà per feudali; il clero può essere tassato solo fino a una quota massima per Stato locale, indipendentemente dal valore del patrimonio ecclesiastico. Inoltre, per antico privilegio, viene esclusa dalla tassazione la città di Napoli e, in una decina di Stati, l’opposizione alla realizzazione del Catasto è talmente forte che re Carlo concede di mantenere la tassazione a gabella, cioè non cambiare niente rispetto al passato.
Le tasse, ove succede, si pagano in base ad autodichiarazioni presentate dai proprietari, le cosiddette “revele”. Una terra che non viene messa a coltivazione, non paga alcuna trassa. Questo porterà, nel tempo, a un aumento rilevante del numero delle “terre incolte”, ambite dai contadini ma loro rifiutate dai proprietari. La distribuzione locale delle tasse è decisione dei Parlamenti locali: chi controlla questi Parlamenti, controlla anche il potere di stabilire quanto ogni singola persona debba pagare di tasse. E siccome il Governo si aspetta che ogni Stato locale contribuisca, sulla base di parametri standard o di aspettative attese di introiti, a una data cifra per ogni Stato, meno tasse pagano i sodali dei membri dei Parlamenti, più devono pagarne gli altri.
Il Catasto Onciario si basa sulla veridicità delle stime e questa tende a diminuire con il passare del tempo. Più questa veridicità diminuisce, più ci si discosta dalle rese fiscali attese dai sovrani, più aumenta il potere degli amministratori locali nel determinare quali revele siano da accettare e quali da aumentare, con la conseguenza che più i sodali dei Parlamenti locali si abbassano le tasse, più vengono aumentate quelle di chi non ha santi protettori nel Parlamento locale.
Come se ciò non bastasse, il potere degli amministratori aumenta dopo che, nel 1799, gli Stati locali (retti da Parlamenti locali costituiti da capifamiglia potenzialmente di tutte le categorie sociali i quali, nei secoli, erano spesso riusciti a frenare lo strapotere nobiliare) vengono sostituiti dai Comuni (e molti casali diventano Comuni autonomi). Anche se, a dire il vero, il passaggio dagli Stati locali ai Comuni viene deciso dalla Repubblica Giacobina nel 1799, ma viene realizzato compiutamente solo nel 1806.


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