Alta Terra di Lavoro

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FERDINANDO IV di Michele de Sangro 1884

Posted by on Ago 17, 2018

FERDINANDO IV di Michele de Sangro 1884

Nel 1816 cominciò la vera ricostruzione del Regno…, ma quell’anno portò pure molte disgrazie. Il Governo riordinò l’esercito, modificò leggi civili e criminali, amplificò l’industria ed il commercio.

Il 13 febbraio, mentre eseguivasi la prova di un dramma, s’incendiò il teatro San Carlo. In poche ore le fiamme distrussero quel magnifico monumento.
Il Re volle che quella gloria napoletana risorgesse più bella dalle sue ceneri, e nel breve spazio di 4 mesi risorse difatti stupenda e magnifica. Il raccolto fu scarsissimo, la carestia e la fame vennero accresciute da’ soliti speculatori delle pubbliche sventure.

Il grano si vendeva a 20 ducati il quintale. Il governo fu prodigo di soccorsi. Abolì qualunque dazio che gravava sul pane, e proibì di esportare granaglia, dando forti premii a quelli che ne portassero nel Regno. Il Vesuvio col suo fuoco distrusse vari poderi.

Il governo americano mandò una flotta a Napoli, e pretendeva forti indennizzi per un sequestro di navi fatto da Murat nel 1810. Re Ferdinando resistette dignitosamente: non volle dare alcun compenso restituì solo tre navi non ancora vendute.
Pubblicò nuova ed utilissima legge per la navigazione, conchiuse vantaggiosi trattati di commercio con Austria, Francia, Spagna ed Inghilterra, e ridusse il dazio che si pagava sull’approdo delle navi estere.

Essendosi demolita sotto il Regno di Murat la Chiesa di San Francesco di Paola, per ingrandire il piano del palazzo Reale, Re Ferdinando, trovandosi in Sicilia, fece voto di rifabbricarla più bella, appena sarebbe ritornato in Napoli, e nel 1816 volle sciogliere quel voto. Il 17 giugno fu messa la prima pietra dallo stesso Re, e così fu eretto quel Tempio e quell’imponente colonnato che oggi ammiriamo.
In agosto dello stesso anno si dié principio al palazzo della Foresteria, ove poté pavoneggiarsi nel 1860 il Bertani, e che ora serve di alloggio al Prefetto della Provincia.

Nel 1817 l’amministrazione dello Stato fu riordinata assai meglio, e così negli anni successivi fino al 1820. Il 39 luglio del 1817 partirono dal Regno le ultime truppe austriache, lasciando buona fama di ordine e di disciplina.
Nel 1819 tornando da Roma, condusse seco il fratello Carlo IV, già Re di Spagna, residente a Roma dopo che era salito al trono suo figlio Ferdinando VII; e questi due fratelli facevansi ammirare per la cordiale affezione che regnava tra loro.

Carlo IV di Spagna, dopo aver molto sofferto dalla rivoluzione mentre avrebbe potuto godere di un poco di pace, nella antica sua patria, e presso l’augusto fratello, infermò, e dopo sette giorni di malattia morì in questa città il 20 gennaio 1819.
Ci fu in quell’anno a Napoli l’arrivo di vari sovrani, tra gli altri dell’Imperatore d’Austria insieme con l’augusta Consorte figlia, seguiti dal Principe di Metternich.

Ed eccoci arrivati alla rivoluzione del 1820, che però, se fu vendetta de’ Carbonari, non era né venduta né servile allo straniero, e perché si sappia quale gente trista e abietta formasse questa setta mi piace riportare quello che ne scrive il settario Pietro Colletta.

Nel suo libro VIII, al capitolo III, paragrafo XLIX, della Storia del Regno di Napoli dice:

……”Si ascrissero settarii tutti i colpevoli, e coloro che volgevano in mente alcun diritto; le prigioni si trasformarono in vendite, i calderai, mutata veste, aspiravano all’onere dell’opposta setta; tutti cui nequizia e mala coscienza agitavano furono carbonari.”

E questa gente aveva a redimere il popolo dalla schiavitù Borbonica! Fece la rivoluzione del 1820, che, non riuscita, doveva poi essere ripetuta vittoriosamente da quella tal massa di eroi del 1860. La rivoluzione fu militare.
Cominciata da pochi settarii produsse disertori nell’esercito, dove quasi tutti i capi erano antichi militari di Murat.

Il Re costretto a dare la Costituzione e fu deciso il 1° ottobre pel giorno d’apertura della Camera parlamentare. I carbonari non contenti di aver vinto vollero stravincere.
Essi si costituirono in tutti i rami della pubblica amministrazione, facendo ricadere il Regno in completa anarchia.

Gli uomini della rivoluzione quando arrivano al potere vogliono comandare a tutti e su tutto, ad essi è lecita ogni qualunque infamia, perché dicono di aver redenta la patria, s’inebriano del loro trionfo, e mostrano a nudo le loro tristizie, predicano prima libertà e tolleranza per tutti, ed appena ghermito il potere sfoggiano intolleranza e tirannia.
Il peggiore dei dispotismi è l’anarchia. I vizii, i delitti, gli scandali, gli attentati di ogni genere, contro i cittadini, contro l’umanità, contro la religione, contro Dio, si vedono sempre in quei tempi di rivoluzioni e ci fanno sempre più rimpiangere quelle istituzioni che rimpiangono la saggiezza e ci lasciano la libertà. Lo spirito rivoluzionario è sempre fatale alle grandezze che esso eleva.

L’origine ed il carattere permanente della rivoluzione è l’odio contro l’autorità protettrice dell’ordine.
Essa va sempre più avvilendosi e degradandosi fino allo scatenarsi di tutte le passioni, che la sola fede comprime, ed allora le prime vittime sono sempre i fautori di disordini recenti.
Per frenare le rivoluzioni bisogna ritornare a quelle leggi il cui fatale abbandono determina le prime debolezze, che non si vollero o non si seppero con severità punire. La politica che conserva gli Stati è anche la sola che termina le rivoluzioni.

Era il Regno costituito in Monarchia assoluta, ma questa era per noi la pace, l’ordine, la libertà, la prosperità. Vogliono far credere che non ci possa essere libertà politica, ove non ci sia la Costituzione, e noi crediamo che non ci possa essere Costituzione senza che sorgano de’ tribuni, che con facilità si impongano sui partiti, che pigliandosi tutte le libertà per loro non lasciano a noi altro che il loro beneplacito, le loro ciarle, le loro leggi, che discusse votate e commentate, non contentano se non qualche migliaio di interessati elettori, a detrimento di tutti gli altri.

Noi non possedevamo né carta, né tribuni, né giornali, non avevamo che un solo potere, e pure, cosa mirabile, vi regnava pace, benessere, agiatezza. Sappiamo pur troppo che ci può essere un eccesso nel potere, un orgoglio né grandi, ma in confronto alla vanità degli arricchiti dell’oggi, e della pubblica miseria, abbiamo la mania di preferire il dispotismo di un Re alla volontà capricciosa di tanti farabutti.
In una sola cosa abbiamo fede comune col partito ultra-democratico, col credere cioè che la Costituzione sia un ponte da passare con più facilità e sicurezza tra l’ordine e l’anarchia, tra il potere e la licenza.
E’ un ponte che ammortisce ogni caduta, dà passaggio ad ogni torrente, ed apre il campo a’ dittatori.

Il 6 luglio, ad esempio della rivoluzione militare di Napoli, scoppiò terribile ribellione a Palermo, col grido Viva l’indipendenza Siciliana!
I pochi soldati furono vinti, e la plebe perpetrava delitti atroci e vergognosi. Imprigionò i soldati e mise in libertà i galeotti, saccheggiò la Reggia, e fece man bassa sopra liberali e realisti. Furono uccisi i Principi della Cattolica e di Jaci.
Il Luogotenente si salvò sopra una barca, i nobili fuggirono.

Quella selvaggia rivoluzione si estese per tutta la Sicilia, partendo da Palermo bande armate per agevolarla.
Cominciò presto però la guerra civile, fra gli stessi rivoluzionarii.
Una Giunta del Governo si formò a Palermo e spedì una commissione a Napoli, per chiedere l’indipendenza dell’Isola sotto un Principe della Real Famiglia in qualità di Vice-Re.

Quella moderazione, che forse sarebbe stata apprezzata se il Re fosse stato nell’ampiezza dei suoi poteri, fu invece respinta dai settari napoletani, i quali per amor fraterno volevano mettere in carcere tutti i siciliani che trovavano in Napoli, mentre altri più liberali ed umanitarii proponevano addirittura di trucidarli per rappresaglia, cosa che non fu eseguita solo per la certezza che gli isolani avrebbero fatto più patriottiche vendette.
Sul finire di agosto una spedizione di circa 9 mila fanti e 500 cavalieri, con una squadra, fu inviata per sottomettere la siciliana rivoluzione a quella di Napoli. La setta volle darne il comando al Generale Florestano Pepe.

Il 5 settembre arrivò a Messina, e si divise in due colonne, una guidata dal Pepe col grosso dell’esercito, per la via di Catania, mentre il General Costa con pochi soldati e con masse di calabresi sia avanzava dalla parte occidentale dell’Isola.
I siciliani quantunque in maggior numero, pure erano deboli, per la divisione tra palermitani e messinesi, di maniera che al 20 settembre si occupò la città di Termini, e si era solo a 24 miglia distante da Palermo. La plebe di Palermo, sentendo il nemico alle sue porte, saccheggiava e perseguitava i supposti aderenti a’ Napoletani.

Il Generale Pepe si avanzò sotto le mura della città, accampò sulle sponde del Sebeto, ma respinto né suoi tentativi d’assalto pensò deviare l’acqua di cui è tanto ricca la Città di Palermo.
Ma volendo farla da umanitario egli ne concedeva per due ore al giorno. Si trattarono le condizioni della pace a bordo di una nave inglese. Si misero in libertà i soldati napoletani, ed il 5 di ottobre le truppe napoletane entrarono in Palermo.

I liberali di Napoli fecero un gran baccano contro il Generale Pepe perché aveva concesso ai ribelli siciliani patti troppo miti. Fu difatti inviato altro Generale per cassare il trattato di pace e dichiarare la Sicilia resa a discrezione.
Ed il boja colà mandato con illimitati poteri altri non fu che il Generale Pietro Colletta, storico settario, che tanto male aveva fatto alla Dinastia Borbonica, falsando, ed ampliando il male, nascondendo e tacendo il bene.
Questo camuffato liberale si presentò a Palermo con burbanza moscovita.

Sciolse la giunta di Governo, cessò il trattato di pace perseguitando persino coloro che portavano il nastro giallo, ed era quello stesso Colletta che tante calunnie e vituperi scagliò su Ferdinando IV perché non si mantenne la Costituzione di Napoli fatta l’anno 1799 col Cardinal Ruffo; mentre saper doveva che la sola volontà di Nelson ne fu la causa.

A Napoli il 1° ottobre ci fu l’apertura del Parlamento. Quella cancrena di settarii era così tumultuosa, indecente e sospettosa che fu pel Sovrano un vero supplizio l’assistervi. La parola non serviva che per criticare ed insultare, e, sapendosi inviolabili, le insolenze loro non avevano limiti.

Il popolo apprende da’ su rappresentanti ad essere indisciplinato ed a disprezzare le cose e le persone più rispettabili, ed il curioso si è che nessuno è contento, mentre chi li chiama congrega di demagoghi, e chi riunione di schiavi venduti alla tirannide.

Quei “Padri della patria”, seguendo i costumi settarii, cominciano colle pretese, colle calunnie, cogli oltraggi, per giungere fino all’ultimo loro scopo, che sarebbe quello volterriano e diderottiano di strozzare l’ultimo Re colle budelle dell’ultimo prete.

Epperò dopo aver ripulito il banco de’ suoi denari, dopo aver contratto debiti a nome dello Stato, dopo prestiti forzosi e carta-moneta gli onorevoli del 1830 cominciarono a profferire la parola Costituente, parola che spaventò la gente onesta e la Corte, che ricordava come quella parola avesse in Francia condotto al patibolo il Re Luigi VXI, perpetrato delitti e carneficine atroci e bestiali.

Parlavano già di fare prigioniero il Re e il Vicario per condurli alla fortezza di Menfi in Basilicata, ma il popolo a dir vero si mostrò ostile ad usar violenza al suo amato Sovrano. Quella rivoluzione però mise in gran sospetto i Sovrani d’Europa; navi francesi e inglesi erano in rada.
I sovrani d’Austria, Russia e Prussia si riunirono a Lubiana per discutere i mezzi come infrenare una rivoluzione che minacciava invadere anche i loro Stati. I raunati Sovrani, conoscendo lo Stato violento in cui si trovava il Re di Napoli, lo invitarono a recarsi al Congresso.

Il Re non era libero. Avrebbe dovuto avere il permesso del Parlamento: lo domandò; e successo in quell’aula un gran baccano.
Il giorno dopo, la città fu invasa da innumerevoli armati, minacciati la Corte e il Re. L’8 dicembre fu giorno memorando. La tornata parlamentare fu tempestosa, finalmente il permesso si ottenne.

I carbonari fecero gran chiasso ed obbligarono il Re a nuovo giuramento e così il 13 dicembre Re Ferdinando s’imbarcò su vascello inglese e partì per Livorno onde recarsi al Congresso, lasciando Reggente il Principe ereditario.
Giunse l’8 di gennaio a Lubiana e con sommo onore ricevuto da quei Sovrani, che lo salutarono Nestore dei Monarchi.

Gli assassinii a Napoli erano spaventosi. Il 10 giugno 1821 l’ex direttore di polizia Giampietro fu ucciso in presenza della moglie e dei 9 figli.
Ne trascinarono il cadavere per le strade, vibrando 42 pugnalate sul corpo della vittima e l’un l’altro si porgevano l’arma per avere il piacere di ferirlo.
Il 28 gennaio il Re fece scrivere a Napoli avere i Sovrani deciso che un esercito austriaco occupasse il Regno, pacificamente se non trovava ostilità, per sicurezza del Ree del popolo contro le esorbitanze de’ carbonari.

Gli ambasciatori fecero l’uguale comunicazione al Reggente, che, convocato il Parlamento al 13 febbraio, disse della decisione dei Sovrani, aggiungendovi le Note degli Ambasciatori di Francia ed Inghilterra,c he aderivano a quelle decisioni del Congresso.
I deputati ed i carabinieri gridarono guerra contro i barbari tedeschi, e tutto si dispose prepararvisi. Con 30.000 soldati il generale Pepe marciò sulla frontiera degli Abruzzi; aveva, di più, altri battaglioni, da lui formati dopo la rivoluzione del luglio. Il generale Carascosa con 40.000 uomini occupò la frontiera dalla parte del Liri. Guerriglie e masse armate si organizzarono in fretta e si mandarono negli Abruzzi, esponendole a probabile massacro.

Il Reggente ed il Principe Don Leopoldo si recarono a Capua. Gli austriaci si avanzavano. Il generale Frimont, che li comandava, diresse il 7 febbraio, da Padova, un proclama agli abitanti delle due Sicilie, assicurandoli che veniva apportatore di pace, e che non avrebbe domandata alcuna contribuzione di guerra, se non trovava ostilità. Vedendo però che i carbonari si apparecchiavano a riceverlo come nemico, spinse la sua avanguardia fino a Rieti.

Quantunque il Parlamento avesse dichiarato che la guerra era difensiva , pure il vanitoso generale Pepe pubblicò il 7 avrebbe assalito l’esercito austriaco. Mantenne da gradasso la sua parola, ed attaccò i nemici nello Stato pontificio.
Male gliene incolse, poiché questi, dopo essere stati per poco sulla difensiva, lo caricarono vigorosamente, ed una vergognosissima fuga, che si arrestò a Napoli, fu la fine di quelle gradassate. Il 20 marzo l’esercito tedesco occupò Capua, ed il 23 entrò a Napoli restaurando il governo del Re.

Ricominciarono le riforme. Al 15 maggio ritornò il Re dopo 5 mesi di assenza, e con grande feste venne ricevuto. Avrebbe voluto col suo animo generoso dimenticar tutto, ma non era libero di farlo.
I collegati Sovrani volevano che si fosse severi, perché la rivoluzione attaccava il Piemonte ed altri Stati. Così molti carbonari lasciarono il Regno, ed altri messi in prigione, come istigatori di novella ribellione che volevasi fare dopo l’entrata de’ tedeschi in Napoli.

Tre solo assassini, del Giampietro, furono giustiziati. Negli anni 1822 e 1823, inondazioni, terremoti, terribili eruzioni del Vesuvio, funestarono il Regno. La città di Pizzo fu sommersa dalle onde marine in un mai visto uragano. Altra tempesta recò danni incalcolabili negli Abruzzi. Il 5 marzo 1833 i terremoti devastarono varie città della Sicilia, particolarmente Messina.

Il Re restituì parecchi conventi ai religiosi espulsi dai carbonari e nel luglio del 1821 fu ripristinata la benemerita Compagnia di Gesù: ebbe restituita la sua casa, ed aprì quelle pubbliche scuole che tanto profittavano della gioventù. Si mise mano alla riordinazione dell’esercito.

Si arruolarono i reggimenti svizzeri. Gli austriaci in parte si ritirarono dal Regno ed il 22 ottobre il Re partì per Verona, ove altro Congresso di Sovrani si riuniva. Partì poi per Vienna, ove si trattenne circa 7 mesi, ritornando il 1° agosto 1823 in Napoli.
Ed eccoci alla fine di questo suo lungo Regno. Poche furono le opere pubbliche , negli ultimi anni, ma la rivoluzione aveva depauperato le finanze, si era dovuto pagare il soldo all’esercito di occupazione, ma che gli interessi del debito fatto, in 32.000.800.

Eppure si fondò una scuola militare, si costruirono legni per la marina militare, tra gli altri il vascello Vesuvio, si ampliò il Cantiere di Castellamare.
La strada di Posillipo fu prolungata sino ai Bagnoli e coniugata con quella di Pozzuoli, opera, questa, eseguita dalle truppe austriache. Nel 1824 si ordinò la costruzione di molte strade in Sicilia, destinandovi un milione di ducati. A Caserta si principiò la Cattedrale, a Salerno si eresse il magnifico palazzo dell’Intendenza.

Si proseguirono gli scavi di Pompei, e l’Istruzione pubblica non fu trascurata, ordinandosi che in tutti i conventi i Frati aprissero scuole pubbliche gratuite per i fanciulli, specialmente nei comuni poveri.
La Chiesa aveva, sì, il primo posto nello Stato, ma l’aveva come rappresentante della carità, della prudenza, della conciliazione cristiana.
Si appelli pur quel regime dispotismo o assolutismo; noi lo ammiriamo, lo rimpiangiamo, se non come perfetta teoria, però come una gran bella pratica di Governo.

Quel regime di tirannia e di arbitrii non consumava un fiume d’inchiostro per sviluppare la tesi apologistica di nuovo Governo.
Non ci voleva tanta eloquenza, né tanta licenza di discorsi, per esaltare una pecorile maggioranza, per denigrare ogni passato, abbattere ogni potere, esigere sempre nuove e più forti imposizioni.

Noi non sappiamo esprimere abbastanza il nostro disprezzo per questa pretesa scienza politica moderna, che ci espone a rovesciare qualunque Governo,a subire ogni più stupida legge, purché sia rivoluzionaria.
Né vengano a parlarci di abusi, di ingiustizie, di vessazioni passate, poiché quelle presente, prodotte dall’orgoglio e dalla prepotenza rivoluzionaria, sono al decuplo maggiori, ed insopportabili.

Il potere che passa per le mani di quelli cui solamente l’intrigo, la parlantina e la corruzione portano in alto è tanto più vessatorio di quello che una monarchia, pessima che fosse, ci fa temere.

Sul finire dell’anno 1824, Re Ferdinando ammalò.

La sera del 3 gennaio 1825, stando meglio, dopo le pratiche di devozione andò a dormire e la mattina fu trovato morto sul letto, colla testa avvolta in uno dei lenzuoli.
Era nato il 21 gennaio 1751 e salì al Trono quando compiva 9 anni della sua età, cioè nel 1759.

Regnò 65 anni tra rivoluzioni politiche o sconvolgimenti della natura.
Visse quasi 74 anni. Fu imbalsamato il suo cadavere ed esposto nella sala dei Vice-Re, coperta a bruno. Ferdinando I fu odiato dalla setta rivoluzionaria, perché, invece di farsi condurre da essa al patibolo, seppe tenerla a segno.

La sua morte, se recò gioia a pochi settarii, che furono tanti vili da far pubblicare dimostrazioni sopra un cadavere, recò dolore grandissimo, alla massa di buoni cittadini, i quali comprendevano che nulla egli trascurato per miglioramento ed il benessere dello Stato.

La popolazione sotto il suo Regno sia accrebbe di altri 3 milioni di abitanti, ad onta di tante rovine e selvagge rivoluzioni.

 

1 Comment

  1. interessantissima la storia del Regno sotto Ferdinando IV ad opera di un quasi contemporaneo, che riporta le travagliate vicende del periodo così turbolento eppure affrontate con tanta saggezza… quando si dice “responsabilità” di un ruolo di cui si è investito, eccone un esempio da studiare per apprezzare…
    Mi ha colpita l’espressione “burbanza moscovita” usata dall’autore, che sembra alludere ad esperienze precedenti o a un’opinione diffusa… a che cosa farà riferimento? Peccato che l’autore non c’è più, ma forse qualcuno potrebbe soddisfare la mia curiosità… in fondo Mosca è sempre stata amica di Napoli… e i regnanti si frequentavano…
    grazie. caterina

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