Finalmente ritrovate le due statue borboniche scomparse nel 1860 (ma in che stato!)
Erminio De Biase
Sull’articolo “Damnatio (o depopulatio) memoriae?” del 28 maggio 2023, riproposto qualche giorno fa e che, a sua volta, riprendeva quello pubblicato nel 2006 sulla rivista l’Alfiere, scrivevo di due sculture di marmo di ragguardevole misura dei sovrani borbonici Ferdinando I e Francesco I che erano state rimosse in tutta fretta dalla loro sede di palazzo San Giacomo in occasione della venuta a Napoli di Vittorio Emanuele II, il nuovo, legittimo (sic!) re, “democraticamente” eletto a maggioranza bulgara nella farsa plebiscitaria del 21 ottobre 1860.
Essendo disdicevole che il Savoia(rdo) le sfiorasse, seppur col solo sguardo, esse furono traslocate al Museo Nazionale, non per esservi esposte, ma per essere ben occultate. L’impellente trasporto, però, non fu dei più accurati: alla statua di Francesco I, infatti, vennero rotte due dita: una alla dritta mano e l’altra alla sinistra oltre al pomio della daga,[1] come scrupolosamente fu annotato nel verbale di consegna al direttore del Museo, che collocò dette effigi in un deposito situato al lato orientale dell’edificio e, affinché non subissero danni (!), le fece rinchiudere dietro un tamburro di legno.[2]
A rigor di logica, le due statue occultate si sarebbero dovute trovare ancora là, a pochi metri dall’archivio dello stesso Museo Nazionale in cui sono conservati i documenti che attestano tutto ciò ma, purtroppo, non era così: nessun impiegato o dirigente della struttura ne sapeva niente, non se ne conosceva nemmeno l’esistenza! Allora… che fine avevano fatto i due simulacri?
Ad una mia precisa richiesta, la Sovrintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, nella persona della dottoressa Maria Luisa Nava, mi comunicò che le due statue certamente non erano più conservate in alcun ambiente dello stesso edificio e che, probabilmente, erano state nel tempo ulteriormente trasferite in uno dei Musei napoletani, anche se, però,mancava qualunque riferimento a questo ulteriore trasferimento che pure dev’essere sicuramente avvenuto.[3]
Anche nel Museo della Reggia di Capodimonte, dove, agli inizi degli anni ‘50 del secolo scorso, erano stati trasferiti diversi reperti, non ne sapevano niente; così almeno rispose la dottoressa Paola Giusti la quale si senti in dovere di aggiungere che, se non era possibile risalire alle statue era per colpa dei Borbone che erano un pochino “scombinati” e non certo dei Savoia che, con scrupolosa precisione – aggiungo io – si erano subito preoccupati di inventariare tutto quanto avevano trafugato…
Da Castel Sant’Elmo, infine, sede della Soprintendenza per i Beni Artistici e Culturali, il dottor Nicola Spinosa non si degnò nemmeno di rispondermi.
Sempre nella Biblioteca del Museo Nazionale, grazie all’interessamento del dottor Andrea Milanese dell’Ufficio di Documentazione storica e della Biblioteca dello stesso Museo Archeologico di Napoli, e dei suoi collaboratori Alessandro Gioia e Serena Venditto, da me più volte sollecitati sull’argomento, è affiorato, per caso, un documento relativo a quelle due sculture che finalmente dissipava quella coltre di nebbia nella quale erano avvolte, facendole così riemergere dall’oblio del passato. Si trattava di una lettera di accompagnamento, datata 19 gennaio 1937, con la quale il consegnatario, Tommasino (?) Corrado relazionava che le due statue (dopo ben 77 anni!) erano state trasferite al Museo di San Martino. Non c’è alcun dubbio, sono proprio le due sculture scomparse e le loro dimensioni, un metro e settanta la prima e due metri e venti l’altra, lo confermano. Anche perché, come si legge nella relazione che con superficialità confonde Ferdinando I col nipote Ferdinando II, esse sono alquanto mutilate.
Una volta giunte nella Certosa, al Museo di San Martino, esse vengono approssimativamente parcheggiate (sarebbe, però, più corretto dire buttate via) nel giardino sul retro della Chiesa delle Donne e nessuno se ne cura più fino alla metà degli anni ’60 del ‘900. Se ne perdono – così – ancora una volta le tracce. Molto, ma molto, più tardi verranno inventariate e relegate in oscuri, reconditi depositi; ricompariranno solo virtualmente in una pubblicazione del 2001 “Le raccolte di scultura al Museo Nazionale di San Martino” di Roberto Middione, nella quale si legge di due strane sculture: una pressoché integra, l’altra fortemente lacunosa ed acefala, probabilmente databili 1825/1830 o immediatamente dopo. Lo stesso autore non sa nulla, però, della loro provenienza e, addirittura, si chiede come sia stato possibile che in nessun documento d’archivio, si trovi la registrazione del loro ingresso a San Martino.
Come si è visto, oggi le due gigantesche statue (o di ciò che ne resta) si trovano abbandonate in uno stato pietoso, in locali per niente praticabili nei quali perfino agli stessi addetti ai lavori è molto complicato accedere. Se ne sono venuto a conoscenza, è solo grazie all’interessamento ed alla cortese disponibilità della dottoressa Emma Cavotti che, raccogliendo pazientemente le mie sollecitazioni in merito, si è materialmente attivata per ritrovare quelle due sculture, permettendomi così di giungere finalmente alla soluzione del giallo della loro misteriosa scomparsa. A Lei, dunque, tutta la mia gratitudine.
Anche in questa circostanza, apparentemente secondaria, si reitera ancora una volta quella damnatio memoriae alla quale massoni, liberali e giacobini condannarono la nostra Storia. E lo stato “alquanto” pietoso (così come viene definito) in cui sono ridotti quei marmi, non certo di secondaria fattura o importanza, lo conferma. “Alquanto”, però, è un eufemismo! Esse sono in condizioni pessime, sporche, dimenticate, profondamente mutilate, rivoltate come un cadavere abbandonato per strada, iconica analogia di ciò che è diventato il nostro Paese dopo la calata delle orde piemontesi: un candido marmo annerito dal tempo e dall’abbandono sul quale, a causa della eccessiva polvere accumulatasi negli anni, a malapena si notano i lineamenti dei volti ed i particolari ornamentali scolpiti che abbellivano l’opera, come le armature, i pettorali, cinghie con fibbie lavorate, schinieri clamidi, e tunica militaris…
Una “polvere” che, però, poco per volta, stiamo rimuovendo con tenacia e appassionata determinazione, affinché quel marmo ritorni al suo antico splendore.
[1] Cfr l’Alfiere nr 43
[2] Ibidem
[3] Lettera del 15.05.2006 – prot. n. 15964





invio in corso...




Gentilissimo Erminio, ho seguito tutta la faccenda delle due statue vergognosamente maltrattate e abbandonate. Questa storia non deve assolutamente finire qui!
Grazie per la tenacia nell’aver scovato il loro (per ora) triste percorso. Ogni giorno, con ogni cosa che leggo o che vengo a sapere, sono sempre più sdegnata di questo Stato, che ha fatto e continua a fare le cose più infami.
Congratulazioni Erminio! La tua tenacia e determinazione vanno nella giusta direzione di chi, cultore del nostro passato, vuole riscattare l’immagine e la dignità dei Borbone delle due Sicilie. Grazie
Bravo Erminio!!
“Chi la dura, la vince.”
Che peccato per la statua
acefala.
È bella, imponente e di grande valore storico.
Grazie per la bella notizia.
Certo i Borbone erano un po’ scombinati…… leggendo la storia del recupero delle due statue mi rendo conto sempre di più di quanta superficialità ed incompetenza ci sia riguardo la storia meridionale.
E chissà quante altre opere d’arte sono abbandonate nei depositi comunali sotto la “ custodia “ di chi spesso non si degna nemmeno di rispondere.
Avevo fatto precedere una frase nella nostra “lingua”, ma in sede di stampa del commento ho potuto verificare che era scomparsa. In effetti ti avevo detto che sei più duro del pappataci, perciò concludevo che, piano piano riusciremo a bucare il guscio che tiene ancora imprigionata la nostra memoria.
Per accodarmi al detto citato da Claudio,ti dico:<>. Piano piano pure riusciremo a bucarla questa noce!!
” Buongiorno & salute ”
Carissimo, grazie per questa testimonianza davvero incredibile. Non esagero se ti dico che mi sono quasi commosso per la tua ostinata ed eroica perseveranza per raggiungere quelle verità, che certo non cambieranno la storia, ma che fortificano le radici della nostra identità napoletana di cui tutti ne godiamo i vantaggi anche per quelli che sono gli eredi dei traditori di allora. Come tu sai, non mi sento un monarchico ma, tra le due monarchie, posso solo dire che sono contento dell’influsso borbonico nel nostro animo di napoletani. Complimenti ancora ed un abbraccio. E forza Napoli.
Complimenti. Hai lavorato sodo per riportare alla luce le due statue. Bravo! Ora quale sarà la loro destinazione?
E caro Erminio come dite a Napoli ‘O napulitan se fa sicc ma nu more!!! Complimenti per la ricerca