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Finanza e Credito La questione del Mezzogiorno

Posted by on Mag 9, 2026

Finanza e Credito La questione del Mezzogiorno

L’esposizione finanziaria che l’on. Di Broglio, ministro del tesoro, ha fatta alla Camera dei deputati, il 30 novembre, ha nettamente chiarita l’eccellente situazione del nostro bilancio, quale essa risulta dai tre esercizi in corso.

Consuntivo 1900-1901.

L’accertamento definitivo è il seguente:

Entrate e Spese effettive.

Entrate    L.  1 720 736 625
SpeseL.  1 652 365 606
Avanzo    L.    +68 370 019

La progressione continua del nostro bilancio non potrebbe essere migliore, come ci è attestato dai rendiconti consuntivi degli ultimi esercizi, in milioni di lire.

Entrate e Spese effettive.

(Milioni di lire)

  1897-1898 1898-1899  1899-1900   1900-1901
Entrate   L.  1629165816711720
SpeseL.  1620162616331652
Avanzo   L.   + 9  + 32+ 38+ 68

A dare però un concetto preciso della condizione delle nostre finanze, giova fare due rettifiche all’entrata ed alla spesa dell’esercizio 1900-1901.

L’entrata ci si presenta nella cifra elevata di 1720 milioni, grazie ad una forte importazione di grano che ammontò a quintali 9 906 120 con un reddito doganale di L. 74 295 000. Ora noi crediamo partito prudente ricondurre a soli 40 milioni il gettito normale medio del grano. Su queste basi, l’entrata effettiva normale fa d’uopo calcolarla in 1686 milioni Al passivo figura un’uscita straordinaria per la Cina che non possiamo computare fra le spese normali. Essa ammontò, nell’esercizio testé chiuso, a L. 14 824 700, di cui milioni 6.3 per il Ministero della guerra, e milioni 8.5 per quello della marina. Tolta la Cina, la spesa normale media scende a 1637 milioni.

Come risultato definitivo l’entrata normale è cresciuta di 15 milioni di lire; la spesa di 4 milioni.

L’incremento dell’entrata in soli 15 milioni è quindi sensibilmente inferiore a quello medio di 22 milioni all’anno che l’esposizione finanziaria dell’on. Rubini accertò per i quattro anni anteriori. Già si sapeva che l’esercizio era perturbato dal catasto, dalla trasformazione dell’imposta sugli zuccheri e in piccola parte anche dalla diminuzione del dazio sul caffè. Ma intanto giova bene tener presente il fatto, che, per l’esercizio in esame, l’incremento dell’entrata è sceso da 22 a 15 milioni.

Minori oscillazioni presenta invece la spesa normale che da milioni 1633 sale soltanto a 1637, ed è merito del Governo di avere rigorosamente frenate le eccedenze di impegni che praticamente non si sono verificate che in due Ministeri: quello dell’istruzione e quello delle poste.

Tolto adunque la Cina, l’entrata effettiva fu di 1720 milioni; la spesa di 1637; l’avanzo netto di 83 milioni. Questo avanzo ha coperte le spese della Gina in 15 milioni; le spese ferroviarie in 18 milioni; il movimento di capitali in 8 milioni; ha lasciato una disponibilità di 41 milioni. Adunque, tutto sommato, abbiamo pagate, colle entrate effettive del bilancio, le spese per la Cina, le nuove costruzioni ferroviarie, l’ammortamento dei debiti, ed abbiamo ancora avuto un avanzo di 41 milioni, di cui 34 sono dovuti alle maggiori importazioni di grano.

Nessun bilancio d’Europa si è chiuso in condizioni così favorevoli! Ci si consenta ricordare che questi risultati del conto consuntivo coincidono perfettamente colle previsioni pubblicate in questa rivista nell’articolo dell’on. Maggiorino Ferraris sopra La riforma tributaria il 1 marzo di quest’anno (pagg. 197-199). Tolto il maggior gettito del grano in 34 milioni e le spese della Cina in 15 milioni, ecco il confronto fra le previsioni fatte in quell’articolo ed il consuntivo, in milioni di lire:

EntrataSpesa
Conto consuntivo16861637
Previsione 1° marzo16831635
+ 3+ 2

La differenza fra la previsione del 1° marzo ed il consuntivo è di un milione in tutto! Ci teniamo a constatare l’assoluta esattezza delle previsioni pubblicate in questa Rivista, cosicché appare chiaro quanto fossero in errore coloro che in allora le ravvisarono ottimiste.

Esercizio 1901-1902

La previsione del bilancio di assestamento, tenuto conto delle spese fuori bilancio che gravano sull’esercizio, è la seguente:

Entrate e Spese effettive.

Entrate  L.     1 692  107 016
SpeseL.     1 646 883 067
AvanzoL.      + 45 223 949


Ma questa previsione deve essere sensibilmente modificata all’entrata come alla spesa, in base all’andamento dei primi cinque mesi dell’esercizio.

All’entrata giova confrontare le riscossioni di quest’anno con quelle dell’esercizio scorso. A tutto il mese di novembre i principali cespiti dell’entrata hanno fruttato circa 14 milioni di più dell’anno scorso, al netto delle diminuzioni. 11 grano continua anzi a venire in misura maggiore dell’esercizio passato! Non sarebbe certo ne equo ne prudente scontare già fin d’ora tutto l’aumento e credere anzi ch’esso continuerà in uguale misura nei sette mesi dell’esercizio non ancora decorsi. La perequazione fondiaria e l’imposta sugli zuccheri sono elementi di diminuzione o di perturbazione di cui bisogna tener conto. Ma ciò non di meno è impossibile non prevedere nel 1901902 un aumento di entrate in confronto del consuntivo, in cui esse raggiunsero la cifra di 1720 milioni. Quindi allo stato attuale delle cose non è improbabile che le entrate effettive superino quelle dell’anno scorso, e raggiungano probabilmente da 1735 a 1740 milioni; ad ogni modo una previsione di 1730 milioni sarebbe oltremodo prudente.

In quanto al passivo fa d’uopo tener conto delle spese per la Cina e per Candia e d’altre minori che portano un maggior onere di quasi 12 milioni, a cui sarà prudente aggiungere almeno altri 6 milioni di impreviste e di eccedenze: così la spesa da 1646 milioni sale a 1064, con un aumento di 12 milioni sull’anno scorso.

In realtà, l’aumento di spesa sarebbe, secondo quest’ipotesi, di 17 milioni, perché diminuiscono di 5 quelle della Cina.

Tutto sommato e volendo essere prudenti, si possono oggi prevedere 1730 milioni all’entrata e 1664 milioni alla spesa, il che presenta un avanzo netto di 66 milioni fra le entrate e le spese effettive. Ma non è improbabile che, anche nell’anno in corso, l’avanzo fra le entrate e le spese effettive compresa la Cina si aggiri intorno a 70 milioni. Ciò darebbe di nuovo un residuo attivo per il tesoro di 35 a 40 milioni, dopo coperte le spese ferroviarie e l’ammortamento dei debiti.

Ma non bisogna dimenticare che anche in quest’anno abbiamo un’importazione straordinaria di grano, che accenna ad oltrepassare i 70 milioni, mentre la media è di soli 40 circa.

Esercizio 1902-1903

L’esercizio venturo non si presenta in condizioni dissimili.

Non vediamo ragione di dubitare che l’entrata non continui a svolgersi coll’incremento medio di 22 milioni l’anno, cosicché i risultati definitivi sarebbero senza dubbio migliori.

Ma già possiamo prevedere alcuni fatti che avranno influenza sul bilancio 1902-1903.

Anzitutto lo sgravio del dazio consumo sopra i farinacei cagionerà una perdita lorda di circa 10 milioni e di almeno 5 al netto dei risarcimenti. Oltre ciò si avrà una diminuzione d’entrata per ritocchi e per maggiori abbuoni sulla distillazione del vino e delle vinaccie. D’altro lato è pure facile prevedere un aumento di spese, di cui alcune sono già davanti al Parlamento  come quella dei carabinieri, mentre giova sperare diminuiscano gli assegni per la Cina, per Candia, ecc. Tutto ad ogni modo lascia credere che, allo stato attuale delle cose, l’avanzo effettivo del bilancio 1902903 non si discosterà dai risultati favorevoli degli esercizi precedenti, senza ben inteso poter fare alcuna previsione per il grano.

Questa breve esposizione di cose dimostra come in questi ultimi anni la situazione finanziaria dell’Italia siasi notevolmente migliorata. Un così felice risultato è dovuto a tre cause: 1° L’incremento progressivo delle entrate; 2° Il freno alle spese; 3° Le straordinarie importazioni di grano che diedero un avanzo disponibile per ridurre il debito di tesoreria.

Una siffatta situazione finanziaria consiglia naturalmente un indirizzo di governo che meglio venga in aiuto al movimento economico del paese. A tale proposito, l’on. Guicciardini in un discorso alla Camera della scorsa estate a ragione indicava come vi possano essere tre politiche: 1° Una politica di tesoro, che colla riduzione del debito circolante e dei biglietti di Stato giovi a sistemare la circolazione cartacea, a deprimere l’aggio ed a ricondurre il paese alla ripresa dei pagamenti metallici; 2°’ Una politica di sgravii, specialmente colla riduzione delle tasse sopra i consumi popolari; 3″ Un politica di lavori pubblici.

L’on. Guicciardini indicava a ragione che era impossibile fare a tempo le tre politiche senza compromettere la solidità del bilancio e deprimere di nuovo il lieto slancio del credito italiano, per cui la nostra Rendita tocca ora quasi il 101 a Parigi col cupone, ossia il 99 al netto in oro, mentre il cambio è disceso a 101. 80 circa.

L’on. Di Broglio, con molta prudenza, nell’esposizione finanziaria del 30 novembre, si limitò ad una modesta politica di sgravi, proponendo l’abolizione in tre anni del dazio consumo sulle farine in tutti i Comuni chiusi ed aperti del Regno.

L’ onere di circa 30 milioni avrebbe pesato per 24 milioni sul Tesoro e per 6 sopra i Comuni e troverebbe compenso parziale per (3 milioni al più nella tassa progressiva sulle successioni ed in alcuni ritocchi alle tasse di registro, di negoziazione dei titoli al portatore e sulle polveri piriche. Questo programma molto modesto di riforma tributaria aveva il vantaggio di lasciare ogni anno al Tesoro una discreta disponibilità per ridurre il debito circolante, cosicché veniva pure a consolidare e rafforzare il credito. Come ultimo risultato avrebbe condotto il paese alla conversione della rendita dal 4 per cento nel 3 ½ per cento, con un beneficio per lo Stato di 50 a 60 milioni annui.

Che questa conversione della Rendita si debba fare è cosa evidente. Nessun Stato di prim’ordine in Europa ha ancora il suo credito al 4 per cento: parecchi già sono discesi al 3 per cento e  noi siamo intimamente persuasi che l’Italia ben merita di collocare solidamente al 3 ½ il suo titolo di Stato. Crediamo anzi sia, stato savio pensiero quello dell’on. Di Broglio di presentare nu disegno di legge per la creazione di un titolo internazionale al 3 ½ per cento, benché non sia ancora giunto il tempo di emetterlo, tranne che in piccole partite e come saggio. Colla Rendita 4 per cento a 101, il nuovo titolo non dovrebbe collocarsi all’interno che al disotto di 90 ed è questa una misura troppo bassa per larghe emissioni. L’idea della conversione della Rendita è ancora prematura. Essa non può e non deve tentarsi che quando il nostro consolidato 5 per cento lordo abbia stabilmente superato il 100 in oro a Parigi, mentre oggidì, senza cupone, non vi arriva a 99. È una intrapresa che abbisogna di una forte preparazione e che forse non si potrà compiere che a gradi. Ma questa indispensabile preparazione richiede un indirizzo netto e vigoroso di tesoro e di finanza, che non è compatibile con una larga politica di sgravi e di lavori pubblici.

Era quindi facile a spiegarsi la favorevole accoglienza che l’esposizione dell’on. Di Broglio aveva incontrata. Con una modesta politica di sgravii e con il freno alle spese, l’on. ministro preparava una situazione di tesoro che accreditasse il nuovo titolo 3 ‘ per cento e predisponeva il mercato alla conversione.

Ma d’un tratto intervenne un fatto che parve cambiare del tutto il programma e l’indirizzo finanziario del Governo. Svolgendosi alla Camera le mozioni e le interpellanze sulle condizioni dei Mezzogiorno, l’on. Zanardelli pronunciò un discorso mirabile per eloquenza, per altezza di sentimenti e splendore di patriottismo.

E’ impossibile descrivere il fascino che la parola limpida e smagliante del grande oratore esercitò sull’intera Assemblea, che proruppe in un applauso quasi unanime dall’uno all’altro estremo.

Ma il meritato successo oratorio non valse a vincere le vivissime e profonde preoccupazioni che il nuovo programma di lavori pubblici suscitò nell’Assemblea. Infatti l’on. presidente del Consiglio, sorpassando le domande stesse più ottimiste degli interpellanti, espose tutta una serie così vasta di lavori pubblici da rendere perplessa e quasi sgominata l’intera Camera sulle loro conseguenze finanziarie. Basti ricordare le linee d’accesso al Sempione, la direttissima Roma-Napoli con un accenno alla direttissima Firenze-Bologna: l’acquedotto delle Puglie; le ferrovie complementari; la viabilità ordinaria, per trovarci dinnanzi ad un programma di lavori pubblici che presuppone emissioni e debiti

dello Stato degli assuntori per centinaia di milioni, con i relativi oneri al bilancio. Giova anche tener presente che il Governo né può sospendere le opere di bonifica, di porti e strade in corso, né deve in modo alcuno scordare che siamo alla vigilia della scadenza delle Convenzioni ferroviarie e che lo Stato deve disporre di una somma ingente per riscatti e compensi di varia specie e per mettere in assetto le ferrovie in esercizio. Si aggiunga che il Ministero saviamente accolse la proposta di conversione dei debiti di Napoli, il riscatto del Serino e la trasformazione dei debiti comunali e provinciali del Mezzogiorno e si intravede subito a quali nuove responsabilità esso si accinga.

Ben è vero che l’on. presidente del Consiglio affermò che non sì sarebbe superato l’attuale stanziamento del bilancio dei lavori pubblici, che nella parte straordinaria ammonta a 57 milioni. Ma la dimostrazione di una siffatta possibilità ancora non è venuta.

D’altra parte, agli effetti della finanza, poco importa che rimanga consolidata la spesa dei lavori pubblici, se dovessero crescere le annualità del tesoro o peggio ancora, se lo Stato, con imprudenti concessioni, sacrificasse il reddito delle migliori linee ferroviarie. Sarebbe questo un sistema disastroso di finanza.

Il nuovo programma non può a meno di seriamente preoccupare per motivi diversi. Anzitutto presuppone che lo Stato, direttamente od indirettamente, attinga largamente al credito per opere che possono essere utili sotto l’aspetto politico od economico, ma che non sono rimunerative. Ora ciò diminuisce il credito dello Stato, tende a deprimere il corso della Rendita e ad allontanarne la conversione, e immobilizza una parte troppo notevole del capitale nazionale a danno dell’agricoltura, delle industrie e del progresso generale del paese. In secondo luogo, il servizio di questi debiti ricadrà in gran parte sul bilancio dello Stato, tanto più che parecchie delle ferrovie da costruirsi non sono neppure in grado di far fronte alle pure spese di esercizio, come accade per la nostra rete complementare.

Di fronte a simili eventualità è necessario che Governo e Parlamento riprendano in calmo e sereno esame l’intero programma finanziario e vi mettano quel sano giudizio e quella prudente saviezza che sono indispensabili nei momenti attuali. A causa di una serie di imperdonabili errori, l’Italia ha attraversata una grave crisi economica e finanziaria, che con i disordini del 1893-1894 e del 1898 ha seriamente minacciata la stessa vita politica della nazione. Da quella dolorosa situazione di cose, il paese incomincia appena a riaversi e col risorgimento delle finanze si è migliorato il credito pubblico e privato ed il lavoro nazionale ha ripreso con vero beneficio della classe operaia. Oggidì, dev’essere impossibile ricadere negli errori, nelle aberrazioni del passato.

La responsabilità della nuova situazione spetta a tutti. Il Governo ha il dovere di chiarire i suoi piani, di dare non una semplice affermazione ma una dimostrazione esauriente dei suoi propositi di non varcare i limiti attuali del bilancio; il Senato e la Camera, e più che tutti la Giunta di finanza e la Commissione del bilancio, devono sentire la responsabilità di non transigere un solo istante con il dovere di mantenere illeso il pareggio. Qualsiasi altra condotta non è degna di cittadini e di Italiani.

La discussione del problema del Mezzogiorno, iniziata bene, ha proseguito male.

Già parecchi oratori avevano, sia pure con abilità, percorso un terreno così difficile, che poteva da un momento all’altro sorgere un qualche incidente doloroso. Esso infatti scoppiò con impreveduta violenza nella seduta di sabato, 14. Alcune parole dell’on. Ferri, furono ravvisate offensive alle provincie del Mezzogiorno da non pochi deputati di quelle regioni che reagirono in modo risoluto, tanto che la seduta dovette venir sospesa. Il lunedì, 16, avendo l’on. Ferri ricusato di ritirare le sue affermazioni, il presidente si trovò nella dolorosa necessità di applicargli la censura con esclusione per cinque giorni. L’on. Ferri si ricusò di uscire dall’aula: ma le decisioni della Presidenza furono poscia fermamente eseguite. È questo senza dubbio un incidente oltremodo rincrescevole che è venuto a turbare la discussione di un problema della più alta importanza. Ma da tempo era universalmente sentito il bisogno di un maggior ordine e di una maggiore serenità nelle discussioni della Camera. Giova perciò sperare che l’improvvisa tempesta riconduca la calma e persuada tutti che il buon andamento dei lavori parlamentari esige ordine assai più rigoroso.

Del resto la questione del Mezzogiorno fu nelle recenti discussioni considerata da un punto di vista troppo ristretto e quasi rimpicciolita ad una questione di lavori pubblici. Tre oratori fecero eccezione: gli onorevoli Colajanni, Lacava e Sacchi.

Il problema del Mezzogiorno è essenzialmente economico e morale ed i lavori pubblici ne rappresentano un lato solo, come aveva splendidamente intuito il conte di Cavour, le cui vedute furono esposte dall’Artom in questa Rivista il 1° novembre. Senza dubbio anche le opere pubbliche devono venir proseguite con tutta l’energia che le forze del bilancio consentono: ma il paese muterà ben poco, se lo sviluppo delle sue risorse economiche non lo pone in grado di utilizzare i nuovi lavori. Dei porti senza navigazione, delle strade senza movimento, delle ferrovie senza traffico non hanno mai costituito la ricchezza di una nazione. Bisogna insieme ai lavori pubblici promuovere l’attività economica generale del paese, soprattutto la produzione agricola, mediante l’organizzazione, il credito, le esportazioni, secondo il programma della Riforma Agraria. Questo è il vero problema economico del Mezzogiorno.

Quanto al problema morale esso non si risolve che colla buona amministrazione e colle scuole. E generale la convinzione che i diversi Ministeri abbiano assai più cercato di fare della politica che dell’amministrazione nel Mezzodì e che questa sia una causa dei mali di quelle provincie. Deplorevoli inoltre vi sono le condizioni dell’istruzione, soprattutto della scuola popolare e professionale, mentre vi crescono i ginnasi e i licei destinati a creare delle falangi di spostati. Pur troppo, la presente discussione alla Camera, non ha esaurito, forse non ha nemmeno fatto progredire di molto il problema del Mezzogiorno. Sarebbe altamente rincrescevole che essa non avesse condotto ad altro che a ripiombarci in quella esagerazione dei pubblici lavori, che già una volta portò l’Italia all’orlo della rovina e che preparerebbe nuovi tristi giorni al nostro paese.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa/nuova_antologia_1901_napoli_1799_cavour_questione_napoletana_2013.html#finanziaria

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