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Fiore Marro intervista Lorenzo Del Boca per il giornale Il Roma

Posted by on Nov 25, 2016

Fiore Marro intervista Lorenzo Del Boca per il giornale Il Roma

Quando capita di considerare  Lorenzo Del Boca scatta automaticamente l’idea di un novello Antonio Gastaldi da Biella, che, partito bersagliere per pugnare nelle nostre contrade, finì a fare il brigante. Questa similitudine  viene richiamata alla mente più da ragioni sociali e culturali, che dal loro essere conterranei di nascita.

. Anche Del Boca è piemontese come il bersagliere, rispettivamente il primo di Novara ed in secondo di Biella ed anche lui ha scelto di percorrere una strada non convenzionale. E’ stato, per lunghi tratti e per tanti di noi che siamo, come lui, burattinai di parole (Guccini docet), la certificazione di essere nel giusto, di avere un barlume di credito anche fuori dai confini del nostro territorio, senza il suo lavoro avremo potuto essere indicati come settari . Il popolo delle Due Sicilie gli sarà sempre grato, per l’impegno profuso e per  l’obiettività di certe sue scelte, ma soprattutto di uomo che ama la verità oltre a essere un grande cronista di Storia.

Edito da Edizioni Piemme, ”Il sangue dei Terroni” è l’ultima fatica letteraria di Del Boca, che ha chiuso forse, con questo lavoro, una lunga collana dedicata ai Vinti, cominciata con le storie del  Risorgimento e terminata con il libro in questione.

1) Un lavoro, “Il sangue dei Terroni” l’ennesimo fatto con il cuore oltre che con estrema equità. Quale è la corda che ti spinge a dare voce ai Vinti?

R – La storia la scrivono i vincitori i quali si preoccupano di esagerare le loro piccole virtù con il non riconoscerne nessuna a coloro che sono stati sconfitti. Di solito, è un processo che dura qualche anno. Poi le accademie universitarie si preoccupano di rimettere le cose al loro posto costruendo un racconto più equilibrato e condivisibile, togliendo il troppo che era stato messo da una parte e aggiungendo il poco che era rimasto nell’altra. Questo in tutto il mondo ma non in Italia dove da secoli i libri, nelle scuole, propongono da sempre la stressa storia, con la medesima retorica e l’identica narrazione. Quando ho cominciato il mio lavoro di giornalista mi chiedevano – anzi, mi imponevano – di ‘sentire le due campane’: l’accusa e la difesa, l’aggressore e la vittima, il sindacalista e il datore di lavoro in modo che l’articolo potesse dare conto di tutte le voci dei protagonisti. Metodo che applico alla storia la quale, fino ad ora, si presenta in modo così sbilanciato che obbliga a enfatizzare maggiormente la parte che è stata relegata nella sconfitta.

2) In questo tuo ultimo libro ci sono affinità con i lavori tanto amati dai duosiciliani, come Indietro Savoia e Maledetti Savoia?

R – Questo lavoro sul “sangue dei terroni” si occupa della prima guerra mondiale. L’affinità è dettata dal fatto che, nei libri di testo, per un secolo è stata presentata come la quarta guerra del Risorgimento perché destinata a completare l’opera di unificazione italiana. Ovviamente ai Savoia e alla stragrande maggioranza dell’etablissment di allora non importava nulla né dell’Italia né del tricolore. Operavano per accrescere il proprio potere e la propria influenza. Per realizzare i propri obiettivi, ogni metodo e ogni bugia andava bene. Per il sud s’inventarono lo stato che era “la negazione di Dio”. Per prendersi Friuli e Trentino propagandarono la leggenda dell’”irredentismo”, fenomeno che, in larga misura, non esisteva e che, nelle sue ragioni autentiche, si ridusse a poche decine di persone. Del resto, ancora negli anni Sessanta – 1960 intendo – in Trentino mettevano le bombe sotto i tralicci della televisione perché non volevano sentire le trasmissioni in arrivo da Roma.

3) Come ha preso corpo il tuo interesse verso le verità della controstoria risorgimentale, considerando anche il fatto che i luoghi della sua nascita sono proprio in quelle terre da dove è si è “costruita” la disfatta del “Regno delle due Sicilie” ?

R – La “colpa” è di mio figlio Riccardo al quale, mentre frequentava la quinta elementare, cercavo di raccontare la storia che avrebbe dovuto essere argomento del suo primo esame. Gli spiegavo l’impresa delle camicie rosse di Garibaldi, come l’avevano raccontata a me e come io l’avevo capita. Mille uomini, male equipaggiati e male organizzati ma animati da spirito romantico, avevano sbaragliato un’armata di cento mila uomini armati fino ai denti. Lui alza lo sguardo e commenta: “mille contro 100 mila…?!” E, in effetti, occorreva che ognuno ne annientasse cento solo per pareggiare. Ho rettificato subito con lo spiegare che quella era la sintesi finale. La prima battaglia, quella di Catalatafimi, opponeva i mille che erano sempre quelli, male in arnese e senza preparazione militare, contro 30 mila armati fino ai denti. E Riccardo, con lo stesso tono di voce che trasudava incredulità ri-commenta: “mille contro 30 mila…?!” Ognuno ne doveva far fuori trenta (sempre per pareggiare) ma risultavano comunque troppi anche perché il gap tecnologico era assolutamente sfavorevole alle camicie rosse. Se questi erano disarmati e quelli dotati di ogni genere di diavolerie come si poteva immaginarli impegnati un un combattimento a loro favorevole? Ho smesso di insegnare la storia e sono andato a rivedermi i libri sui quali avevo studiato io. E fra le righe stava nascosta un’altra verità che mi sono poi impegnato a raccontare.

4) Quanto ti è umanamente costato,  in ambito lavorativo ma anche nel quotidiano, il tuo essere “controcorrente”?

R – Mi infastidiscono le critiche di quelli che parlano per sentito dire. Chi ti attribuisce scopi torbidi. Coloro che negano fondamenti scientifici alla tua ricerca perché tu non sei uno storico di professione al punto che, secondo loro, un giornalista dovrebbe fare il giornalista e basta.

5) Come presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti  ritieni che la stampa italiana sia oggettiva nel trattare i temi che riguardano il sud o che sia asservita a poteri contrari alla crescita delle nostre terre?

R – I poteri sono sempre troppo forti e riescono a condizionare gli apparati sociali. Figurarsi se non riescono a controllare il mondo dell’informazione che, fra i poteri, è il più fragile e il più dimesso. Tuttavia, le generalizzazioni sono eccessive. Esistono testate e colleghi – anche in numero significativo – che propongono commenti e cronache non solo accettabili ma, addirittura, condivisibili.

6) Dalla tua attività di regista delle Sacre Rappresentazioni del Venerdì Santo deduco un interesse verso il mondo cattolico. A tuo avviso quanto l’attacco della massoneria britannica alla chiesa cattolica ha pesato sugli avvenimenti risorgimentali?

R – Hanno pesato gli interessi francesi e inglesi ai quali interessava uno stato fantoccio nel Mediterraneo in modo da poter continuare a spadroneggiare per il futuro come avevano fatto per il passato. La Massoneria che raccoglieva la classe dirigente dell’Europa è stata lo strumento. Il Risorgimento si è caratterizzato come movimento assolutamente anticlericale. La prima delibera che è stata assunta dopo la conquista di Roma è stata l’autorizzazione all’apertura di due chiese protestanti. Nella Roma papalina di Pio IX dove stavano i luterani e i presbiteriani? Qual’era la necessità di assicurare loro un luogo di culto se non il desiderio di accerchiare l’influenza cattolico-cristiana?

7) Il mantenere in vita una realtà come il museo Lombroso non contribuisce al perpetuarsi, particolarmente nelle nuove generazioni, di una mentalità preconcetta verso i meridionali?

R – Le teorie di Lombroso rappresentano una bestialità scientifica. Tuttavia, il mondo – anche quello del sapere – procede a zig-zag, scontando insuccessi, errori, sbagli che obbligano a inversioni a U. E’ intollerabile che a distanza di un secolo, quando non esistono più dubbi sulle sciocchezze lombrosiane, si insista nel proporre i risultati di una ricerca che ha condotto a risultati aberranti. Ed è una giustificazione poco credibile quella che sostiene che l’esposizione non intende né propagandare né sostenere un metodo di ricerca errato che ha avuto conseguenze criminali.

8)  Abbiamo avuto modo di incontrarci spesso a Fenestrelle per ricordare i soldati lì reclusi. Momenti importanti che sono serviti anche a riannodare alcuni fili tra in nostri vari territori, ora slegati dai Barbero, Bossuto e compagnia. Ti chiedo un pensiero sulla questione: perché queste negazioni ? A chi giova non dire la verità  ?

R – Coloro che sostengono la ‘vulgata’ tradizionale sono inseriti nel solco dei vincitori che hanno scritto la storia come piaceva a loro. Perpetuano un ‘potere’ (anche accademico) che ha dominato per un secolo e mezzo e non accetta di essere ridimensionato. Come si dice a Roma …’nun ce vonno stà…” Bossuto e Barbero, da sponde diverse, descrivono la durezza dei carceri sabaudi, l’alta mortalità, le condizioni terrificanti e la difficoltà di sopravvivere non solo per i detenuti ma per le stesse guardie. Poi, trovano i documenti che riguardano quattro morti a Fenestrelle e concludono che quelli sono i risultati storici cui fare affidamento. Non gli viene nemmeno in mente che proprio la minuscola porzione di risultati accertabili è l’indicazione più vistosa dell’opera di distruzione della memoria che è stata compiuta.

9) A tuo parere è anacronistica la lotta dei meridionali in cerca di un indennizzo non certo di danaro ma di rispetto, di dignità?

Ma quale anacronistica … è sacrosanta! Ogni popolo deve aver diritto al rispetto per le scelte compiute. E, prima o poi, è indispensabile che si riconoscano loro i meriti espressi in passato (anche se nascosti per tanti anni) e le angherie subite. Vale per il Sud che ha patito soprusi che, solo con fatica, stanno a poco a poco emergendo. Ma vale per tutte le ex capitali d’Italia maltrattate. Per esempio: anche Venezia ha subito un’annessione attraverso un plebiscito truffa e, dopo aver combattuto, per terra e per mare, con gli austriaci contro i Savoia, si è ritrovata Italia. Anche nei loro confronti: cosa c’è da meravigliarsi se, adesso, chiedono un referendum vero che chieda loro dove vogliono stare e con chi?

Fonte sito CDS

 

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