Alta Terra di Lavoro

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Fra’ Diavolo di Itri, storia di un un amore non corrisposto, testo teatrale di Alfredo Saccoccio

Posted by on Nov 20, 2021

Fra’ Diavolo di Itri, storia di un un amore non corrisposto, testo teatrale di Alfredo Saccoccio

                                              PROLOGO

Siamo in Piazza Incoronazione,ad Itri, nel giorno della festa della Madonna della Civita. Comitiva di serenanti e di suonatori di zampogne e di tanburi a frizione. Il busto argenteo della Vergine, portato a spalla, viene posto al centro della scena.

C’è il rito delle offerte : fiori, frutta, spighe di grano, stelle, cuori, rami di olivo, lune. La ritualità propiziatoria sostituisce, in breve, la ritualità  votiva e culmina in una tragica suggestione collettiva. Svenimenti, donne che si tirano i capelli, si battono il petto. Leccano la terra. I suonatori eseguono un canto iterativo in un silenzio assoluto. Lei donzelle cominciano a cantare e la festa si anima : giostra, venditori ambulanti vocianti, tiri al bersaglio. La  banda cittadina esplode con la musica.

   Viene Fra’ Diavolo  che si o si inserisce nell’orchestra con un tamburello, il cui ritmo incalzante stimola l’orchestra e i compagni a suonare una danza. Le donne si dispongono alla danza, , poi, con movimenti coreografici, ballano .Fra’ Diavolo entra  nella danza scomponendo le regole del ballo e con una passionalità direttamente rivolta a Rachele Sferrucci. I due danzano al centro. Gli altri ballerini si fermano.                                 

                                                   PRIMA SCENA

Michele Pezza, detto “Fra’ Diavolo”, Rachele Sferrucci, Antonio Sardi, fratello del Sardi, Peppe il cantatore.

   La scena rappresenta un atrio tra due case di non cattivo aspetto, che formano un triangolo e sono in prossimità di montagne di prospetto allo spettatore.

   Alla parete esterna, a sinistra degli attori, in una nicchia adorna di fiori, è dipinta l’immagine di Maria SS.ma della Civita, patrona di Itri, di cui esiste, in un monte omonimo, un santuario secolare, patrimonio degli itrani e del municipio, dopo l’apparizione della Vergine.  

                                                    SCENA PRIMA

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    Rachele Sferrucci sola.

   Rachele. –  Quando è bella e dolce questa serata di maggio, mese di mncanto, mese d’amore, blandito dal canto degli uccelli e dal profumo dei fiori! E’ esso, ben a ragione, il mese più vago dell’anno. Tutto è bellezza, tutto è armonia, dal cielo, brillante di stelle, alla terra, olezzante di rose, che si ridesta alla vita nel lussureggiare dei suoi germogli, sotto lo splendore di un limpido e mite sole.  Più caro ed adorabile lo rende, però, la predilezione di Maria, la  Madre di Dio, la Madre nostra.

   O Vergine, tutta bella, tutta pura e tutta santa, abbi pietà di me e fa’ che la mia vita di sposa sia piena,  come la luce del meriggio, e il mio tramonto sia come quello del sole nella smagliante aurora boreale, e l’ultimo mio sospiro sia, come il gorgheggio dell’usignòlo, che prega e plora. In questa estasi, morendo l’anima mia, sarà tutta di Gesù, il nostro Salvatore, o Madonna mia della Civita!

(Suona l’Ave Maria)

                                                        SCENA SECONDA

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 Michele Pezza, detto Fra’  Diavolo, Rachele Sferrucci.

Fra’  Diavolo  (Entra, non visto, in maniera furtiva ed in silenzio spia ascoltando).

   Rachele –  Ave Maria, piena di grazia, il Signore è teco, tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del ventre tuo, Gesù.

   Fra’  Diavolo    (tra sè) Essa prega, bellamente declamando l’Ave Maria.

   Rachele –  Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della morte nostra. Così sia!

   Fra’ Diavolo – Rachele, quanto sei bella, ma più bella ti rende quella preghiera,  che hai tu declamata con sentimento e devozione.

  Rachele .- Lasciami: non lusingarmi con i tuoi elogi e con le tue patetiche espressioni, che non possono far breccia sull’animo mio. Io, con le lacrime agli occhi, ti prego di lasciarmi.

   Fra’ Diavolo – Lasciare il mio angelo, che ha la potenza di riaprirmi il cuore all’amore, alla gioia, alla virtù, spegnendovi tutto ciò che vi è di feroce, di crudele e di selvaggio e che fa fremere me stesso di orrore? No.

   Rachele – Cotanta potenza esula da me, poiché la mia capacità è limitata alla virtù del volgo. Né mi assiste l’accorgimento di una donna distinta, che sa dominare gli eventi e che ha la forza di ridurre il suo uomo a migliori consigli, trasformandone l’istinto  o l’inclinazione per condurlo ad opere eccelse. Lasciami. Rivolgi, a miglior donzella, di educazione più fine e di prosapia meno ignobile, il tuo affetto. Essa soltanto potrà attuare il tuo proponimento e cambiare la tua esistenza, di cui ti lamenti, una volta che, da solo, non ti senti in vena e non hai il coraggio di modificare te stesso. Io sono una povera donna, che non sa, né può affrontare un sì grande cimento, né potrà mai  amarti come tu vuoi!

   Fra’ Diavolo – Tu lo dici per sfuggire il mio amore, non per altro.

   Rachele – Lasciami. Io già sono promessa sposa, con l’assentimento dei miei genitori e dei parenti del mio fidanzato, tanto che non passerà molto tempo che dovrò  unirmi in matrimonio con l’uomo del mio cuore.

   Fra’ Diavolo – Ed  hai l’ardire di manifestarmelo  con così spietata crudeltà  e con una  freddezza che mi insulta e che mi spingerebbe al delitto? A me  che fin da nove anni ti ho sempre amata, ripetendotelo a più riprese, come ritornello di una canzone d’amore ? Ahi, crudele e più crudele di una iena !

    Rachele – Non merito io codesto appellativo, poiché è la verità che domina  sulla mia bocca con il solo scopo di dissuaderti dal tuo intempestivo amore, non avendoti io mai dato  barlume di speranza sull’amor mio !

   Fra’ Diavolo – E’ vero. Il mio amore per te fu trastullo di un collegiale, che va  preso a calci, mentre il mio amore ha il fuoco dei vulcani. E’ ardente, poderoso e saldo,, come le rocce dei nostri monti. Tuttavia tu lo hai sempre respinto, trattandomi come un povero che elemosina la vita. Eppure ora, a somiglianza di un’ esangue morte per ferita, che chiede dell’acqua a refrigerio della sua arsura, io ti chiedo pietà ed amore ancora, o Rachele. In tal modo  tu potrai cangiare a bene questo mio cuore, dove tempestano ira e furore e vi ruggiscono la fierezza del leone e la crudeltà della  tigre. Invece, quando sogno il tuo amore, una luce di pace  rischiara il mio cammino. Se, però, quel sogno svanisce, un tumulto da inferno mi scuote il petto e mi sconvolge l’anima, destandovi le più terribili passioni di vendetta e di sangue ! Questa guerra, che mi tormenta in modo spaventevole, tu sola puoi attutire, anzi spegnere  del tutto con il tuo amore.

   Rachele – La mia virtù non potrà mai raggiungere il pregio di una missione che tu mi attribuisci né  io mi sento capace di tanto. E poi la mia buona mamma spesso mi dice che le promesse degli uomini, raggiunto lo scopo, non hanno più gambe…

   Fra’ Diavolo – Non tutti i cuori sono uguali. Amami e vedrai  come saprò amarti e di che è capace questo cuor mio, prevenendo ogni tuo desiderio ed obbedendo ad ogni tuo comando. Basta un tuo detto…

   Rachele – Non posso, non debbo, non voglio, perché nata per il tradimento  io non sono ed odio ogni follìa d’amore.

   Fra’ Diavolo – Donna cudele e senza cuore…

   Rachele Ho giurato e basta. Son donna io che non giuro indarno fede di sposa all’uomo del suo cuore…

   Fra’ Diavolo – Se ti rapissi ?

   Rachele – Mi ucciderei. Questo coltello te lo attesterà, essendo pegno d’amore e di fedeltà, a difesa della mia promessa e del mio onore e contro ogni attentato od oltraggio al pudore.

   Fra’ Diavolo – Sicché non potrò sperare ?

   Rachele – Nulla.

   Fra’ Diavolo – Ma tu non raggiungerai la meta.

   Rachele –  Chi lo dice, se tutto è pronto per il Sacramento del matrimonio?

   Fra’ Diavolo – Michele Pezza, Fra’ Diavolo. (Egli va via). 

                                              SCENA TERZA

    Rachele sola.

   Rachele – Dio! Dio mio, allontana da me  questa sventura, che egli, uomo della perdizione, minaccia.  Quella passione, che lo agita ferocemente e che io , con le mie reiterate repulse, non ho potuto vincere, per farlo ritornare in sè, resta ancora per la mia rovina. Se io mai  lo manifestassi ai miei, al mio sposo, procurerei a costoro un danno di sangue! Ohimè, perderei il mio Antonio! Questi, che mi ama tanto, da fanciullo, e che non vede l’ora di farmi sua, lo ucciderebbe come  un cane idrofobo, sfidando i rigori della legge. Se invece. con questo coltello, pegno d’amore e di difesa, lo uccidessi io, rispettando la promessa giurata, quando l’accettai e lo gradii, secondo il costume inveterato del mio paese, ritarderei la gioia di sposare il mio Antonio,,, che è il profumo della mia vita, la luce degli occhi miei, la delizia dell’anima mia. O Vergine SS.ma, in questo bivio tremendo, aiutami e distorna dal mio capo questa sciagura, che mi fa piangere e che mi fa concepire il delitto di uccidere l’uomo della mia rovina; ma rovinerei me e il mio sposo!

                                                   SCENA QUARTA

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Alcune donzelle e   Rachele

Una di esse – Eccoci, o bella, simpatica Rachele, che, a buon diritto, ti chiamano la “perla” di Itri; eccoci in commissione per farti i nostri rallegramenti, le nostre congratulazioni e gli auguri più vivi per le prossime tue nozze.

   Rachele – Grazie, o gentili amiche.

   Un’altra – Il matrimonio, che domani sarà benedetto da Dio ed invocato a buon fine dal paese, desta encomio ed invidia. In te brilla bellezza e leggiadrìa in uno aspetto di regina. Nel tuo sposo han pregio bellezza e forza in una maschia figura di giovane baldo e ben amato, essendo gentile di modi e di lingua.

   Rachele – Sono i vostri occhi belli che vi fanno intravvedere amabilità e la simpatia che vi fa profondervi in elogi in nostro favore.

   Tutti – E’ la verità.

   Rachele – Grazie.

   Una di esse – Perché rispondi a parole tronche, da sembrare estranea alla gioia che devi provare  nella vigilia del tuo sposalizio?

   Rachele – Pure non mi sento in vena. Una certa apatìa mi fa groppo al cuore da farmi piangere…

   Un’altra – Ciò ti avviene forse pensando che devi lasciare la mamma? Costei ti starà sempre vicina, quale benefica consigliera. D’altronde il tuo sposo la sostituirà con le sue amorevolezze, con le sue cortesie e con le sue blandizie e carezze.

   Rachele – Lo spero.

   Una di esse. – Non sai dire altro, con codesti tronconi di frasi. Dovresti essere più aperta, più loquace. Tu, invece, mi sembri la freddezza personificata, mentre ti dovrebbe bollire il sangue nelle vene. Dovresti scherzare, tumultuare e gridare con noi : “Evviva l’amore”.

   Tutte (meno Rachele) – Evviva l’amore! Evviva la bella coppia!

   Rachele – Grazie.

   Una di esse – Codeste tue monche risposte rompono sulle nostre labbra ogni presagio! Ogni migliore augurio!

   Rachele – A fatto compiuto, cadrà più propizio, mentre ora potrebbe riuscire intempestivo.

   Un’altra – Questa frase ci preoccupa ! Non era poch’anzi teco Fra’ Diavolo?

   Rachele – Sì. All’ultimo mio rifiuto di amore mi ha risposto che io non ne raggiungerò la meta!

   Una di esse – Non dartene pensiero. Egli troverà un osso duro nel tuo sposo, da rompergli tutti i denti in bocca (si ode il suono della zampogna e delle pive, che si accordano tra loro).  

   Rachele – Oggi è sabato e fra poco verrà l’ora della serenata. E’ meglio rincasare che stare qui fuori.

   Tutte – Andiamo, sì, andiamo alle nostre case (vanno tutte via).

                                              SCENA QUINTA

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 Comitiva di giovani entra al suono della zampogna e della piva, danzando. Il ballo terminò quando si intonò il canto.

   Peppe – Ah! Ah! Le avete viste le pollanche scappare nei pollai al sentire i loro tacchini?

   Una parte – O’ amore! O’ amore dolce e soave, saluta per noi le nostre amorose, che dormono su letti di rose! 

    Un’altra – Ma esse non possono dormire, perché le rose hanno, anch’esse, le spine e stanno in veglia, perché anelano a dormire con noi!

   Una parte – La nostra veglia ci fa sfogare la passione nel ballo e  nel canto, come gli augelli nel volo e nel cinguettìo o nei loro ululi.

   Un’altra – Non così la loro veglia che le manda in malinconia, pensando che  “sono gli augelli e fanno la famiglia, esse che sono donne non la possono fare”.

   Tutti (in tuono di canto) “ Esse che sono donne non la possono fare” (accordandosi la voce al suono degli strumenti).

                                        SCENA SESTA

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  Antonio Sardi e Peppe

   Antonio – Bravi, o miei cari amici.

   Tutti – Evviva il nostro caro Antonio!

   Antonio – Grazie, amici cari. Voi già sapete quanto io vi ami. E’ inutile che ve lo ripeta.

   Tutti – Noi perciò facciamo omaggio al giovane più buono e più forte del paese.

   Uno di essi – Ed anche il più bello.

   Antonio –  Codesto è un appellativo che lusinga le donne.

      Lo stesso – Se tu non fossi tale, la perla di Itri, non ti sposerebbe con tanto entusiasmo, che la rende quasi pazza d’amore preferendo te solo a quanti la pretendevano. Essa è giovane di senno, e sa guardare  lungi. Tu, fra qualche giorno, o mio bello amico, sarai felice tra le sue braccia.

   Tutti – I nostri buoni auguri per i prossimi sponsali tuoi.

   Antonio – Grazie e, per prova che li gradisco, vi prego di rendere il tributo della più dolce canzone alla mia bella Rachele.

   Tutti – Sì, sì: tu e lei lo meritate.

   Antonio – Peppe, preparati al canto. Sia questo dolce come il gorgheggio dell’usignolo nelle notti di primavera, non già quello, pur armonioso, ma desolato, del passero solitario.

   Peppe – Ebbene, a voi suonatori resta  di accordare i vostri strumenti accompagnando, in do, la mia canzone, la più bella che io sappia. Siete pronti? Eccomi a voi (inizia la voce al canto e continua intonando una canzone in cui si madrigaleggia alla donna):

                                      Siete più bella voi che la luna,

                                      quando del sole i raggi in sé aduna.

                                     Essa dal cielo non può calare;

                                    ma voi potete l’uscio scalare

                                   per dare un bacio al vostro amore.

                                        Voi la vincete la gaia rosa,

                                  che per invidia non si arriposa.

                                 Di gigli e viole le vostre gote,

                                 prendon dal cielo splendore e dote

                                e dalle stelle il più bel colore.

                                        Voi siete, o bella, la mia regina,

                                a cui la gente tutta s’inchina

                               al par di questa mesta figura,

                              che piange  sotto le vostre mura

                             per stemperare quel vostro core.

                                 Così saremo felici appieno,

                           quando il mio petto sul vostro seno

                          batte di gioia e di dolce ebbrezza,

                          rapito dalla vostra bellezza,

                         che è per me tutta luce d’amore.

                                                       SCENA SETTIMA

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                    Michele  Pezza, Fra’ Diavolo, e suddetti personaggi

Fra’’  Diavolo– Basta! Quel canto mi scoccia troppo.

Antonio – Ma chi sei che ardisci, da intruso, importi a noi?

 Fra’  Diavolo – Sono io tal dei tali, che soffre codesto baccano.

   Antonio –  Sbagli in genere, numero e caso.   Fra’  Diavolo – Non credo. Sto qui per non sbagliare, ovvero per correggere  l’errore in cui sei caduto.

Antonio – Non ho bisogno di un correttore della tua specie.

   Fra’  Diavolo –  Se io volessi esserlo ?

Antonio – Troveresti il padrone…Ma è meglio che tu  vada per la tua

strada. 

 Antonio – Attieniti a questo consiglio e vattene via per gli affari tuoi.

  Fra ‘  Diavolo – Questa è strada pubblica e io vi resto.

  Antonio – Resti pure. Fa’ la pace tua, ma statti a posto. E silenzio.

  Fra’ Diavolo –  Se io per poco non volessi stare a posto, né fare silenzio ? In altri termini, voglio stare dove mi pare e piace e fare il comodaccio mio!

 Antonio – A casa tua.

  Fra’ Diavolo – Non qui, proprio qui, in questa pubblica via.

  Antonio – Allora trovi chi saprà accomodarti !

   Chi è mai  costui?

   Antonio – Io.

   Fra’ Diavolo – Tu? …Ah!…il famoso fidanzato di Rachele Sferrucci! … Quel tale Antonio che prende il cognome dalle sarde.

 Antonio – No dai Sardi.

   Fra’ Diavolo – Allora scusa… o signor Antonio Sardi … l’invincibile atleta itrano ! Scusami se…t’incomodo!…

Antonio – Non tanti sarcasmi!,. perché qui trovi chi sa risponderti per le rime.

 Fra’ Diavolo – Appunto per questo ti provoco io. Faremo dei versetti alla romana.

  Antonio – Senza canti, però, eh ! …

   Fra’’ Diavolo – Si capisce. Perciò impedisco che qui si canti, anzi si faccia tosto punto e basta.

  Antonio – Con qual diritto osi cotanto ?

   Fra’  Diavolo – Con quello che voglio io. Hai capito ?

  Antonio – Se lo puoi, per dio !

   Fra’  Diavolo – Ma sì che lo posso per messer il diavolo … e vedrai ! (si avanza

 In mezzo ai suonatori dicendo : “Fermatevi”).

  Antonio – Vedo che vai cercando la casa del sindaco.

  Fra’ Diavolo – E se la cercassi per davvero ?

  Antonio  – Te la insegnerei io.

   Fra’ Diavolo – E allora andiamo (sfodera il pugnale).

   Antonio – E quell’altro arnese ? (accenna alla pistola, di cui va pure armato Fra’ Diavolo).

  Fra’ Diavolo – Resta a posto, non dubitarne.

  Antonio –  (mettendo fuori il suo pugnale, dice) Ebbene, allora mi inviti a  pranzo).

  Fra’ Diavolo – In guardia!

   Antonio – Pronto.

   Entrambi Voi altri  state fermi. Assisteteci da ogni soperchieria !

   Tutti – Fermatevi (tutti, esterrefatti, restano a guardare i duellanti, che procedono e seguono e seguono l’attacco con eguale forza; ma alfine  Fra’ Diavolo vince di destrezza e ferisce a morte l’avversario).

 Antonio  – Ahi … Rachele …io muoio !  …

   Tutti – Lo ha ucciso ! … Diamogli addosso !

   Fra’ Diavolo – (essendo armata la sinistra di pugnale, impugna la pistola con l’altra mano) Morrà chi per primo lo ardisca, o non sarò più Fra’ Diavolo, riuscendo ad uscirne per il rotto della cuffia.  ! 

                                 SCENA OTTAVA

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             Il fratello dell’ucciso, “Faccia d’angelo”, e suddetti personaggi

   Faccia d’angelo – (armato di trombone) Assassino. Te la farò pagare !

   Fra’ Diavolo – (puntandogli contro la pistola, gli spara in un attimo).

   Faccia d’angelo – Ahimè, muoio … anch’io !

   Fra’ Diavolo – Ora segui la tua via, o Fra’ Diavolo !  ( Egli fugge verso la montagna. Le guardie borboniche si lanciano all’inseguimento di “Fra’ Diavolo”).

                                                ATTO PRIMO

                                              SCENA PRIMA

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      La scena si apre nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, che ha di prospetto a chi vi entra l’altare principale, adorno di candelieri con torce  e ceri più minuti intervallati da palme e da fiori. Di fronte all’altare, non nel centro, sorge un tumulo , in mezzo a quattro colonne parate a lutto, tra le quali intercorrono degli spazi di passaggio. Le campane suonano a morte. Intanto si alza il sipario e si vedono alcuni  canonici e il parroco, che precedono la bara, su cui si adagia una bella coperta di seta bianca. I quattro lembi di essa sono tenuti da quattro vergini biancovestite, mentre il feretro viene portato, a mano, da quattro becchini in sacco bianco.  Fanno poi corteo al cataletto altre donzelle vestite di bianco,che decantano il morto.. L’accompagno funebre tira innanzi per la porta di uscita al canto sacerdotale, cioè: “ Libera me, Domine, de morte aeterna, in diesilla tremenda : quando coeli movendi sunt et terra. Requiem aeternam dona ei, Domine, et lux perpetua lucat ei. A porta inferi, Domine, animus ejus. Requiescat in pace. Amen”.  

                                        SCENA SECONDA

          Accolito e Fra’ Diavolo

   Accolito – (che spegne e toglie le candele ed i candelieri dinanzi al tumulo)).

   Fra’ Diavolo (vestito di uniforme, dei fucilieri da montagna, di Sicilia, in congedo, entra per la porta opposta, donde è uscito il cadavere e si inginocchia innanzi all’iimmagine della Madonna)  O Vergine Ss.ma, o la più pura, o la più bella creatura dell’universo, per grazia Madre di Dio e per potenza Madre nostra, o Corredentrice dell’umanità gemente, abbiate pietà di me, implorante sulla tristizia della mia giovinezza la misericordia del vostro Divin Figliuolo !

   Accolito – Oh ! …Don Michele ! … Voi qui a pregare ?

   Fra ‘ Diavolo –  Prima di entrare in casa mia, essendo stato congedato da sergente dei fucilieri da Montagna di Sicilia, per scioglimento del Corpo, al quale fui arruolato per commutazione di pena, dopo essere stato soldato del Papa, ho voluto indegnamente prostrarmi per ringraziare la Madonna della sua materna assistenza, pur non meritando tanta grazia.

   Accolito –  La Madonna è la consolatrice degli afflitti, il rifugio, l’avvocata di noi miseri peccatori !

   Fra ‘ Diavolo –  Intanto, mentre entravo da questa porta, ho visto da quell’altra, come una visione, al canto dei sacerdoti e al suono delle campane, uscire di chiesa un’esequie, che mi ha scosso e che mi spinge a chiedere chi fosse la morta ?

   Accolito – Una donzella, morta, pazza d’amore !

   Fra’ Diavolo – Chi mai è  essa ?

   Accolito – Una sventurata, alla quale fu ucciso il fidanzato, dopo o mentre le si faceva una serenata sotto l’abitazione.

   Fra ‘ Diavolo (tra sè)- Ohimè ! …Forse! … Ah ! non tradirti, o Fra’ Diavolo

   Accolito – A quel dolore, essa, senza arrestarsi, discese sulla via, gettandosi  disperatamente sul cadavere dello sposo e versando dirotte lacrime, mentre  chiamava  il morto sposo con i più dolci nomi, nella foga del suo mortale cordoglio, facendo sforzi sovrumani per farlo tornare alla vita, detergendo il sangue dalla ferita. Ma, d’un tratto, fosse idea o risoluzione, si alza  e si distacca da quel cadavere insanguinato, sulla cui fredda fronte depone un ultimo bacio. Tosto si raddrizzò e con i capelli sciolti e raggrumati per il sangue rappresovi, risale in casa e  subito ne discende, armata di un fucile, correndo come un’indemoniata sulle tracce dell’uccisore. Non andò a lungo che lampeggiò una striscia di subita luce, simile al guizzo di lampo, seguita immediatamente da una detonazione di arma da fuoco. Indi tutto fu silenzio sotto il chiarore di una luna piena.

 Fra’  Diavolo  (tra sé) Intesi l’orribile fischio di quella pallottola, che si conficcò, passandomi a destra del capo, nel tronco di una quercia.

  Accolito – In quella notte invan si attese il suo ritorno.

  Fra’ Diavolo (tra sé) – Io, sdrucciolando da una roccia, caddi su una zolla di verde erba, dove, all’ombra di quella quercia secolare, dormii saporitamente nella notte dei primi miei delitti di sangue !

  Accolito – Perché non favelli e resti così muto !

   Fra’ Diavolo – Riimpiango il caso che tu dipingi con sì vivi colori !

   Accolito – Ma non è tutto ancora. L’indomani, all’alba, si vide Rachele percorrere, inerme, le vie del paese, tutta scarmigliata e con la chioma rabbuffata ed irta. Come spine sembravano i capelli, che le cadevano scinti per il viso e le spalle.  Gli occhi erano vitrei e spalancati orribilmente. Essa aveva la voce roca e stridente nelle sue grida a tutta gola, che dicevano : “Lassù, sotto una quercia, giace morto l’uccisore dello sposo mio !” Un riso stridulo e frenetico chiudeva queste parole. Indi Rachele chiedeva  a chiunque si imbattesse : “Lo sposo mio dov’è ? Perché non viene tra le mie braccia a bearmi d’amore ?” Senz’altro dire, poi piangeva dirottamene con amari singhiozzi, cadendo in delirio ed anche in convulsioni tremende. Quella disgraziata era pazza d’amore. Perdurò, per alcuni anni, tra la vita e la morte. Alfine una polmonite la uccise. Così oggi traggono al camposanto  quella salma, che, pur inanimata, era una bellezza da guardarsi.

   Fra’ Diavolo (tra sé) Oh ! … Rachele, perdonami, se contristai e tormentai la virtù della tua giovinezza !            

                                                                SCENA TERZA

           Don Francesco Iudicone e suddetti personaggi

   Don Francesco – Che sorpresa !

   Accolito – Poc’anzi  me lo ho visto arrivare in chiesa.

   Don Francesco – Qui trovo il mio figlioccio, il discolo Fra’ Diavolo.

   Fra’ Diavolo- Michele Pezza, dite. Il quale, a titolo di riconoscenza del santo battesimo  che gli somministraste, vi bacia la mano.

   Don Francesco –  Avresti mai cambiato rotta ? Sarebbe un miracolo  codesto !

   Fra’ Diavolo – Miracolo che sa fare l’esercito, per chi ha comprensione e buona volontà.

   Accolito – Ebbene, a questo aggiungete che l’ho visto pregare con devozione.

   Don Francesco – Allora ricevi un bravo di cuore dal tuo padrino e la mia benedizione. Segui la via intrapresa ed abbi perseveranza.

   Fra Diavolo – Grazie, o mio reverendo padrino. Seguirò i vostri consigli.

   Accolito – Ora merita davvero codesta vostre predilezione.

   Fra ‘ Diavolo – E’ una vostra bontà, o mio gentile padrino e reverendo sacerdote di Cristo.

   Don Francesco – Sia come credi. Io ti raccomando vivamente per il tuo bene, costanza e perseveranza, perché Iddio aiuta chi persevera nelle opere buone.

   Fra’ Diavolo – Farò del mio meglio. Facendo tesoro dei vostri consigli.

   Accolito – Don Michele, come ti si confaceva la vita di sergente ?

   Don Francesco – Oh! A proposito ! Questa domanda posso fartela anch’io ?

   Fra’ Diavolo – La vita militare mi piace più di ogni altra vita. Quei cimenti,, come ho provato in alcune scaramucce, in qualche zuffa, corpo a corpo, mi affascinavano ed hanno lasciato nell’animo un forte ricordo, come se io fossi  nato  per la guerra, quando si mette a repentaglio la vita e non si guarda ai pericoli, ma si sente l’entusiasmo dell’attacco nel vivace baleno della schioppetteria dei moschetti e nello slancio irresistibile della baionetta. Oh! Come e quanto invidio quei comandanti che su focosi destrieri  danno lo sbaraglio al nemico e, a tarda sera, gongolando di gioia, dormono  il sonno del trionfo e, l’indomani, gioiscono del plauso dei popoli.

   Don Francesco – Ma il rovescio della medaglia non scorgi nell’attrattiva della visione che ti rapisce.

   Fra’ Diavolo – Dove non scorgo, ma vedo l’invidiabile morte dell’eroe, che non morde il suolo, ma guarda il cielo.

   Don Francesco – Chi ti ascolta in questi sensi, si meraviglia del tuo parlare, pieno di entusiasmo, che ti sgorga dal tuo istinto irrequieto, come una vena di sorgente che scoppia da bianca roccia di montagna alpestre.

   Fra ‘ Diavolo – E, per vero, mi sento trasportato per quella vita, tanto che qui dentro, mi sembra, vi sia qualcosa di sublime. Che mi fa agognare alle battaglie, alla lotta di sconfitte e di vittorie, come se fossi un capitano. Oh, se  avessi potuto seguire la mia inclinazione, questo nobile istinto, che ho dovuto rinserrare nel carcere del mio cuore per mancanza di privilegio e di mezzi  da  formarmi un esercito al mio comando, a difesa del trono e dell’altare, non mi sarei macchiato di sangue ! Ora non sentirei il penoso rimorso di quelle vittime del mio furore e della mia ferocia per un amore non corrisposto.

   Don Francesco – Ecco a che conduce una vita disordinata !

   Fra’ Diavolo – Oh, fatale mia passione ! Oh notte terribile dei miei delitti, che oggi si ripercuote nella morte di quella disgraziata, che è stata condotta nella fossa del cimitero !

   Don Francesco – Ora non ti resta che pentirti e rimpiangere il tuo peccato, chiedendo  perdono a Dio e facendo tesoro della sua misericordia, che è infinita, come la sua clemenza.

   Fra’ Diavolo – Lo spero.

   Don Francesco – Non la sola speranza ti deve ispirare, ma più di tutto ti devono illuminare la carità e la fede principalmente, senza le quali non potrai aprire la bontà infinita, che  ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a Lei.

   Fra’ Diavolo – Fosse così.

   Don Francesco – E’ così e deve essere così, perché lo ha detto quel Verbo infallibile che è Nostro Signore Gesù Cristo, il Re dei re, che vince, regna e trionfa nei secoli dei secoli.

   Fra ‘ Diavolo – Posso aspirare alla vita eterna ?

   Don Francesco – Tutti, perché essa non si restringe ai soli eletti del cielo, ma si allarga  benanche ai peccatori della terra, quando a costoro non fanno difetto le virtù teologali.

   Fra ‘ Diavolo –   Anelo alla salvezza dell’anima mia, rivestendo l’abito di monaco che indossai nella mia fanciullezza per  voto di mia madre Arcangela, quando  mi ebbi dal popolo l’agnome di Fra’ Diavolo, ma purtroppo vi si oppone la smania che sento di rifarmi soldato per l’ invincibile inclinazione che ho per la guerra e che non ho potuto mai soddisfare, perché la mia nascita non appartiene all’aristocrazia, né io trovai un mecenate che facesse attuare il mio ardente desiderio !

   Don Francesco – Furono i tempi che non si confacevano alle tue aspirazioni.

   Fra’ Diavolo – No, è l’ingiustizia umana, che creò le caste, chiudendo al proletario ogni distinta carriera. 

                                                 SCENA QUARTA

        D. Francescantonio Sotis e accolito.

   Accolito – Viene il Reverendissimo Priore e Parroco di questa chiesa di Santa Maria Maggiore, D. Francescantonio Sotis.

   Don Francesco – Sia il benvenuto.

   Fra’ Diavolo  ( si irrigidisce nel saluto militare).

   Priore (all’accolito) E tu stai ancora  qui ? Che mi fa tuttavia quel tumulo lì in mezzo ? Attendi forse la morte tua per occuparlo?

   Accolito – Non ho avuto tempo.

   Priore – Silenzio ed esci, se non vuoi gustare, ben altra volta, il peso della mia mano.

   Accolito  (fa per andarsene).

   Priore – Così che te ne vai ? Vuoi fare anche il superbo ? Vieni qui a  baciarmi la mano.

   Accolito (gli bacia la mano).

   Priore – Vai via e poi ritorna a togliermi di mezzo quel tumulo.

   Accolito – Al mio ritorno, eseguirà a puntino i vostri ordini.

   Priore – Vedrò e giudicherò dopo il fatto. Alle promesse io ci tengo poco. Ancora qui ? Vattene via e non mi seccare oltre. Hai capito ?

   Accolito (via e Don Francesco, prendendo il messale dall’altare, entra in sagrestia).

                                          SCENA  QUINTA

       Priore Sotis e Fra’ Diavolo

   Priore  ( accorgendosi della  posizione imbarazzata di Fra’ Diavolo, che vorrebbe ritornare  ad irrigidirsi sull’attenti )) Come ti trovi qui, o buona lana di un Fra’ Diavolo ?   

   Fra ‘ Diavolo – Michele Pezza, dite.

   Priore – E’ la stessa cosa. Il battesimo popolare non si ripete la seconda volta, né.  si cancella : voce di popolo è voce di Dio.

   Fra’‘ Diavolo – Vada pure questo per chi non tiene alla riabilitazione umana. Così pur vada la niuna vostra risposta al mio saluto, da farmi stare impalato qui come una pertica.

   Priore – Sempre mordace nei detti ! Eppure tu non hai barattoli in farmacia e vendi fiele.

   Fra ‘ Diavolo – Perché non ho alveari per vendere miiele.

   Piore – Non la cedi. Sei peggio di un lupo, perché non solamente non cambi vizio, ma neppure il pelo. Sei sempre tutto di un pezzo.

   Fra’ Diavolo – Grazie della vostra bella opinione.

   Priore – La raccolgo dalla nomea che ti precede per certi fatti che non depongono in tuo favore.

   Fra’  Diavolo – Fantasie di nemici per vendetta. Se fossero stati tali i miei reati, non avrei potuto ottenere la commutazione della pena   in servizio militare, dove mi trovavo nel mio centro e soldato d’onore  nel dovere.

   Priore – Fantasie ! … Fantasia anche l’immane rogo del convento  di S. Giovanni in Fiore, in Calabria?

   Fra’ Diavolo – Peggiore di ogni altra ! Difatti tale risulterà, se la si metta in relazione con la mia latitanza tra Itri e Campello, quale guardiano   privato di quel feudo del barone De Felice, di Roccaguglielma,  nei paraggi di Campodimele e di Lenola, e con la mia residenza a Sonnino , non omettendo il carcere del castello angioino di Gaeta, dal quale evasi con portentosa discesa lungo una cinta fortificata e per rapido nuoto tra i gorghi del mare, e poi, in ultimo, con la mia posizione di soldato in Sicilia, donde vengo, mio malgrado, per lo scioglimento del Corpo.

   Priore – La sai lunga in tuo favore !

   Fra’ Diavolo – Meno lunga di chi non presta fede alla verità, ne nega l’evidenza e non senta carità del prossimo, destando l’ira, con frasi imprudenti, nel petto del proprio simile.

   Priore – Oh, come te ne vai presto in visibilio ! Non c’è che fare ! Vuoi essere sempre Fra’ ‘Diavolo !

   Fra ‘ Diavolo – Lo sarò per voi,  se non la  smettete meco.

                                               SCENA SESTA

     Accolito e suddetti personaggi.

   Accolito – Reverendissimo signor Parroco, Priore, posso ?

  Priore – Puoi, se lecito.

  Accolito – D. Michele, sappi che in casa tua si sentono strepiti, singhiozzi e grida.

  Fra’ Diavolo – Oh, sciagurato che sono ! Invece di correre da mio padre Francesco e da mia madre,  mi impiombai qui, a rischio di farne una delle mie con il Priore (Va via).

                                                     SCENA SETTIMA 

    Priore ed accolito.

   Priore – Che accade nella famiglia Pezza,la  cui casa è quasi congiunta con questa  chiesa ?

  Accolito – Vuolsi, anzi si dà per certo, che un ufficiale francese, con due militi, ha percosso, a morte, il padre di Fra’ Diavolo, perché voleva dal vecchio, infermo,  solo in casa, un alloggio a suo piacimento e di tutto punto. Il disgraziato è moribondo e si cerca un confessore. Non sarebbe  buono che vi andaste voi ?

   Priore – Vi manderò D. Francesco Iudicone. Fra ‘ Diavolo è un tipo equivoco, capace di farmi qualche brutto tiro, anche in queste circostanze. Quella minaccia vaga nell’uscire, che egli mi fece, mi dà da pensare.

   Accolito – Di minacce non temere e di promesse non godere, dice il proverbio.

      Priore – Oh, il proverbiatore di nuova zecca ! Esci e non farmi il saputello (va via).

                                                               SCENA OTTAVA 

       Priore e D. Francesco Iudicone.

   Don Francesco – Ho fatto quel conto, ma si va male in rendite.

      Priore  – E dire che l’arciprete Agresti ha assorbito tutte le entrate dell’ ex convento di S. Francesco a pro della collegiata di S. Michele Arcangelo, non lasciando niente per questa parrocchia di S. Maria Maggiore, che ne ha bisogno per deficienza di mezzi e scarsezza di proventi attivi.

   Don Francesco – Può  essere che si sia tenuto conto della maggiore antichità di quella collegiata, fondata sulle rovine del tempio di Apollo e del maggior numero dei beneficiati.

   Priore – Le antichità in fatto di rendite e il maggior numero di beneficiati non valgono,  predominando solamente l’affluenza di culto. Questa chiesa ha vantaggi di prerogative, come da pergamene, e di titoli per Campello, che dava quattro lance alle Crociate. Egli ha vinto, perché francesizzante, in maniera spinta,, da meritare dal re di Napoli, Joseph Bonaparte, il titolo di cavaliere.

   Don Francesco – Non gli si può negare che possiede un’erudizione per dottrine  e lingue da poterlo quasi qualificare un poliglotta. Per me poi e per non pochi sacerdoti dotti la sua novena in onore della nostra Madonna della Civita è un gioiello di lingua e di Bibbia, degna della Madre di Dio.

   Priore – Egli ne va superbo, ma ci voleva per lui qualcosa di più grosso volume. Doveva  spandere molto nero sul bianco per suffragare il suo orgoglio.

  Don Francesco –  Secondo me, pare sia lontano da questo peccato.

   Priore – L’apparenza inganna. Egli tiene agli onori ed alle ricchezze. Non gli bastava essere Canonico della cattedrale di Gaeta, agognò ed ottenne quello onorario di Fondi. Volle nobilitare la famiglia facendo arruolare i suoi due nipoti, Alessandro e Francescantonio, nell’esercito francese, sotto l’imperatore Napoleone, nella speranza di averli generali di Armata. 

   Don Francesco – Entrambi hanno il grado di capitani e vanno per la maggiore.

  Priore –  Questo è già poco per lui. Egli, per arricchirsi maggiormente, fece lega offensiva e difensiva con quel Canonico D. Gaetano Pennacchia, che pullulava   di negozi tra Sessa Aurunca e Terracina. Costui fu ucciso poi da ladri e derubato, mentre, a cavallo, si recava in un suo oliveto a Vallefredda per la festa del raccolto degli olivi. L’arciprete pure ne risentì dei danni finanziari. Tuttavia lascerà costituito suo nipote, D. Giovanni Agresti, giacobino sfegatato.

   Don Francesco –  Questi per poco non subì la condanna a morte con i suoi compagni, D. Nicola Cardi e D. Luigi De Spagnolis in piena giovinezza.

   Priore – Erano tre smargiassi della Repubblica Partenopea.

   Don Francesco – Tutti e tre se la fumavano sulla terrazza del castello angioino di Gaeta, all’alba dell’esecuzione del loro afforcamento come se non fosse cosa loro.

   Priore – Se non fosse arrivata in tempo la grazia per opera del governatore di  Gaeta, principe d’Assia, Philippstadt, comandante della piazzaforte, che ammirava quella loro intrepidezza, se l’avrebbero fumata bene, sgambettando per aria alle prese della forca.

   Don Francesco – Essa fu una prova di attaccamento al regime napoleonico e se ne canta la gloria dell’arciprete.

   Priore – L’arciprete non se ne fece sfuggire l’occasione.

   Don Francesco – Ma non bisogna sconvenire che ha influenza presso l’attuale governo. E di che maniera con quella passione politica che sente,

 .   .Priore – Sfido io.  Egli gli è venduto, anima e corpo. Questa  è la grande difficoltà che ostacola le mie istanze di far entrare pure S. Maria Maggiore nelle rendite dell’e convento di S. Francesco, ma non sarà così al ritorno del legittimo sovrano.

                                                  SCENA NONA                                 

    Accolito e suddetti personaggi.

   Accolito – Prego di andare subito nella casa di Fra’ Diavolo per l’assistenza del padre, che sta in fin di vita.

   Priore – Andate voi, o Don Francesco, portandovi tutto il necessario (va via).

   Don Francesco – E tu, o bamboccio di un accolito, resti a guardia della chiesa.

   Priore – Se devonsi suonare le campane, suonale pure, ma non a distesa, solamente a rintocchi. Hai capito ? Io me ne vado (va via).

                                                SCENA DECIMA

   Voce di fuori ed accolito.

   Voce (al suono di una campanella) Oggi in figura, domani in sepoltura, beata quell’anima che si procura ! (Parole ripetute due altre volte, al suono del campanello).  

   Accolito – E’ l’ora di suonare l’Ave Maria (suona la campana più grande).                                                                     

                                                Scena undicesima

      Donne  (si inginocchiano memtre una di esse recita) Angelus Domini nuntiavit Mariae et concepit de Spirito Sancto. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta  tu in mulieribud,  et benedictus fructus tui, Jesus.

     Le altre – Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus nunc et in hora  mortis nostrae. Amen.

     La prima – Ecce Ancilla Domini fiat mihi secundum verbum tuum. Ave Maria … (come sopra).

     Le altre – Sancta Maria (come sopra).

     La prima – Et verbum caro factum est, et abitavit in nobis. Ave Maria … (come sopra).

   Le altre – Sancta Maria… (come sopra).

   Accolito – Recitiamo un requiem per l’anima di Francesco Pezza, che sarà trapassata dal tempo all’eternità.

   Tutti – Requiem aeternam dona ei , Domine, et lux perpetua lucat ei.

   Accolito – A porta inferi.

   Le altre – Erue, Domine, animam eius. Requiescat in pace.

      Tutti – Amen (l’accolito fa uscire tutti di chiesa, dalla porta opposta).

                                                      SCENA DODICESIMA

             Fra’ Diavolo, i fratelli ed i cognati, in tutto dodici.

  Fra’ Diavolo  (che trasporta, sulle spalle, il cadavere del padre, viene aiutato a deporlo sul tumulo) Qui, su questo tumulo, lo deponiamo di fronte all’altare e di fronte alla Vergine SS..ma. Inginocchiamoci innanzi a queste venerate spoglie di nostro padre, che camminò per la via del Signore. Oh, anima benedetta  e cara, abbi  requie eterna in Dio, giusta la promessa di Nostro Signore Gesù Cristo.

   Gli altri – O padre sia breve la notte del tuo funebre sonno. Con il giorno novello più non lacrimi per te il cielo !

   Fra ‘ Diavolo – Ora a noi, o fratelli, o cognati miei, cessate dal pianto e fremete meco di orrore. Un capitano, con due subalterni, tutti e tre francesi, pretendevano, a forza, alloggio di lusso o sfarzoso dal nostro vecchio ed infermo genitore, con letti completi, a soddisfazione della loro libidine sulle sue oneste figlie. Egli, all’oltraggio di quelle anime prave, rispose con ira e disdegno. Tosto gli furono addosso con percosse spietate ed insulti sanguinosi. Eccolo  qui, cadavere, pieno di lividure e di enfiagioni ! Guardatelo, osservatelo ! Non ne vedete la vittima innocente della tracotanza e  dell’infamia  dei francesi, che chiede da noi vendetta ? E tremenda vendetta !

   Gli altri – Sì, vendetta,tremenda vendetta !

   Fra’‘ Diavolo – Giuratelo meco innanzi a Dio, che punisce gli empi, che seminano le ostie consacrate a terra, e gli spergiuri.

   Tutti (brandendo in alto affilati coltelli e pugnali) Lo giuriamo nel nome santo di Dio  e del nostro ucciso genitore ! (si inginocchiano).

   Fra’‘ Diavolo  (apre la custodia o il ciborio dell’altare e quella dell’olio santo : dalla prima ne cava la pisside, da cui toglie un’ostia  e dalla seconda un’ampollina. Immediatamente, dopo  un segno di croce, si ferisce il polpaccio dell’avambraccio destro. Subito vi pone l’ostia tra i margini della ferita, versandovi su l’olio santo). Eccomi reso invulnerabile. Così io, Michele Pezza di Francesco, santifico il giuramento di odio e di vendetta contro i francesi, a morte, senza tregua, o non sarò più Fr a’ Diavolo ! Ai monti ! Ai monti ! Egli, prima di partire, fece giuramento, dinanzi al busto argenteo della  Madonna della Civita.     

                                            ATTO SECONDO

                                              Personaggi

 Michele Pezza o Fra’ Diavolo

Rachele Fortunata di Franco

Gennaro Di Franco

Mattia Cesarini

Capodieci

Usuraio

Ricco sfondato

Trovatore

Tre dame francesi

Insorti militarizzati

 Guardie

Voci

                                                      SCENA PRIMA             

 Un gruppo di insorti

La scena si presenta a ridosso di una montagna, con alberi fronzuti in una spianata, alla cui sinistra si vedono delle tende, con in mezzo una maggiore, le quali  danno l’idea di un accampamento tra monti boscosi, in mezzo ai quali passa una gola di strada rotabile, di fronte alla quale, a destra di chi scende, sorge un fortino sui ruderi del tempio di Apollo, sulla strada Appia, Il gruppo è stanziato sulla spianata, che forma quasi un posto avanzato. Esso si compone  di un capodieci, con dieci dipendenti, stanziati nel forte di S. Andrea.

   Capodieri – E’alba che ci desta dal sonno con i suoi raggi dorati e con il canto degli uccelli e ci richiama alla vita di rischi contro i francesi e di rapine contro gli usurai ed i ricchi sfondati, che poi vanno a finire a favore della classe più povera di questo o di quel paese.

   Un dipendente – Il nostro sonno, pur su terreno aspro, riesce dolce dietro la stanchezza che si sente, tanto più che viene carezzato dalla brezza notturna e mattutina, interrotto, di tanto in tanto, da qualche schioppettata di avviso delle sentinelle, che stanno di vedetta su per questi monti e nei boschi.

   Un altro – E’ la nostra una vita di pericoli, ma anche di divertimento, specialmente quando si fanno certi salassi, non tanto alle borse dei ricchi, ma a quelle degli usurai. Questi piangono e singhiozzano  peggio dei fanciulli, ai quali si toglie dalle mani un prezioso giocattolo.

   Un altro – Il bello è che egli, il mostro capo non se ne serve per lui, ma, dopo che ci ha sfamati  e aver regalato a noi qualche gruzzoletto a sufficienza, il rimanente lo impiega a creare doti a ragazze da marito, povere e tradite, obbligando, con certi modi persuasivi, i traditori a sposarle senza indugio.   Un altro – Ricordi come pose alle strette quel ricco e bizzarro giovanotto, che, dopo lusinghe e promesse, voleva piantare in asso quella povera ed orfana donzella.

   Un altro –  Ed avrebbe messo in atto la minaccia del taglio delle orecchie, se non avesse sposata quella disgraziata.

Un altro – E vi par poco di quello scapestrato, ventenne, che voleva tenergli testa, mentre faceva il buono alla povera amante per abbandonarla ? Fra’ Diavolo lo fece legare ad un tronco  d’albero e dargli scudisciate  da orbo fino a che egli dovette promettere di sposarla e la sposò per davvero.

   Tutti – E’ un uomo di cuore il nostro Fra’ Diavolo e non la cede a nessuno. Quando vede un povero o un infelice, si spoglierebbe del suo mantello verde, che tiene tanto caro.

   Un altro – La compassione lo attrae e la pietà lo vince in tutti questi casi, anzi non ne lascia uno insoddisfatto.

   Tutti – Perciò è amato dovunque si accampa.

   Trovatore  (cantando, mentre si sveglia) Voglio cantare una canzone alla mia bella, che sta al balcone.

   Tutti – Si sveglia il trovatore.

   Uno di essi – O bel trovatore, improvvisa e cantaci un inno.

   Trovatore – Non sto in vena.

   Un altro – Già il dormiglione non sta in vena, dopo un sonno sì lungo che ti darebbe durato fino a mezzogiorno !

   Trovatore – Nessuno ricorda poi che mi è toccato un doppio turno di sentinella, che mi ordinò il nostro capo per prevenirci degli assalti dei francesi e dai lupi, che mandavan cupi urli.

   Un altro – Allora quegli urli famelici che echeggiavano tra le montagne, coperte di neve, avranno dovuto accendere il tuo poetico estro.

   Trovatore – Già con il pericolo di essere divorato. Ti si schiantava il core a sentirli.

   Capodieci – Ma su,  fa’  presto, cantaci qualcosa che interrompa la nostra monotonìa, poiché i francesi non si fanno vedere e non si sente, da tempo, il sibilo delle pallottole rintronare, con il loro scoppio, in questi monti. Perciò nel canto tuffoiamo la nostra tristezza, tanto più che è l’ora di bere il dolce liquore.

   Trovatore – Allora ripetiamo il solito inno che composi per noi (si stabiliscono in circolo, mettendo in mezzo il trovatore).

   Trovatore – Pronti, avanti.

   Tutti – Non siamo briganti, neppur masnadieri,

              del re e della croce   noi siamo guerrieri,        

             sfidiamo la morte, le truppe straniere,

            che fanno la vita d’Italia scadere.

                                            Con forza e valore di fervida fé,

                                           pugniamo a difesa del nostro buon re.

            Lo sfregio del Galli ricorda ancor Roma,       

           che Brenno respinse. Pur vinta, non doma,

           risorse qual era la forte città,

          che eterna regina del mondo sarà.

                                           Con forza e valore di fervida fé,

                                          pugniamo a difesa del nostro buon re.

         La terra dell’Etna, che il mare circonda.

        Il suol del Vesuvio.che è terra feconda,

      son nostri possessi, come ogni costiera,

      che voce non tiene di lingua straniera.

                                          Con forza e valore di fervida fè,

                                          pugniamo a difesa del nostro buon re.

   Trovatore – Il canto è bello, ma la pugna è più bella, per la salute della patria e del re contro lo straniero.

                                                             SCENA SECONDA

     F ra’ Diavolo e suddetti personaggi.                       

   Tutti si dispongono in linea con il saluto militare.

   Fra’ Diavolo – Bravi : la diligenza, o  miei fidi, uccide la negligenza; il canto, la noia.

   Tutti – E’ vero, comandante.

   Fra’ Diavolo – State pure il libertà !

   Tutti cessano dal saluto.

   Fra ‘ Diavolo – La prontezza fa bene alla nostra vita, che i francesi qualificano, a torto, vita di briganti. L’allegria fa buon sangue, dandoci lena e forza a noi soldati del ripristino dell’altare e del trono. La nostra volontà ci tiene alla disciplina, che io, per primo, rispetto ed osservo, perché essa, che costituisce l’unione, fa la forza.

                                                  SCENA TERZA

         Altri insorti e suddetti personaggi

 Capo (salutando militarmente e a distanza) Abbiamo caccia squisita di belle colombe del Reno, che sono più saporite di quei vini, se si potessero gustare.

   Fra’ Diavolo – Taci, o chiacchierone (ridendo). Sarebbe davvero una bella caccia, se suffragasse i miei denti, che l’umido dei monti e dei boschi rende molesti a se stessi.

   Dama  – Eccoci sotto la vostra protezione, o generale !

   Fra’ Diavolo – Non ancora generale, ma colonnello. Ma che dico ? Brigante, grassatore e peggio presso i francesi … presso i vostri connazionali … e i giacobini d’Italia ! …

   Dame – Non si dica neppure.

   Fra’ Diavolo – Prova oggi ne darò a mio senno ed a mio giudizio. Così vi confermerò che sono, per davvero, il brigante Fra’  Diavolo.

   Dame – Parole di bocca, non di cuore.

   Fra’  Diavolo – Vedrete ? Ebbene incomincio  e voi con schiettezza rispondete alle mie domande, che formeranno il cosiddetto interrogatorio.

   Dame – Siamo pronte s rispondere con sincerità.

   Fra’ Diavolo – E voi, o miei fidi, per dare una buona lezione all’imprudenza di queste signore, che sanno le nostre contrade piene di briganti e  si affidano, incaute, a girarvi sole per trovare in noi dei cavalieri serventi, non dei briganti che rapinano e poi uccidono, ridendo e cantando.

   Dame – L’esordio ci piace.

   Fra ‘ Diavolo – Non così il finale !

   Dame – Più o meno, a seconda della vostra bizzarria, se non erriamo.

   Fra‘ Diavolo – Ora rispondete con precisione e verità. Nulla mi dovete nascondere, altrimenti peggio per voi. Chi vi spinge così sole a viaggiare ? L’amore,

  grande, dolce parola, se esce dal cuore, ma perfida se dalla sola bocca ! Per  chi vi azzardate all’avventura di essere uccise ?

   Dame – Per i nostri giovani sposi di stanza a Capua.

   Fra’ Diavolo – Non pensate ai pericoli che correte per queste vie e per uomini perversi come siamo noi briganti ?

   Dame – L’ansia e l’amore non guardano al rischio.

   Fra’ Diavolo – Io comprendo quale e quanto desiderio vi mosse. Tuttavia fa d’uopo rassegnarsi alla mia sentenza, di cui  non mancano gli esecutori in questi brutti ceffi, compreso me, che sono il giudice supremo, senza appello e senza complimenti, neanche verso il sesso gentile.

   Dame –Siamo pronte a sopportare tutto.

   Fra’ Diavolo – Rispondete sempre in coro per farmi dispetto ? Allora tacete ed ascoltate il finale. O miei briganti, siate di scorta a sì belle dame sino ai paraggi di Capua. Usate gentilezza di modi e cortesia di lingua. Non ardisca alcuno di azzardare parola che non sia di riguardo e di rispetto. I miei ordini si eseguono a puntino, se non si voglia incorrere  nell’ira mia e nella più severa punizione.

   Dame – Grazie, o generale. Le vostre generosità e cortesie saranno conosciute pure in Francia …

   Fra ‘  Diavolo – Per farmi perseguitare peggio dai vostri francesi, che, tra i monti e il piano o anche negli assedi, io attendo a pie’ fermo. A voi, o gentili dame , i miei saluti ed ossequi (le dame danno la mano a Fra’ Diavolo, licenziandosi con graziosi inchini).

                                            SCENA TERZA

     Fra’ Diavolo solo.

   Fra’ Diavolo – A che mi varranno queste maniere cavalleresche e questi miei generoso gesti ? Non saranno mai  memorabilie di alto significato, né degni di storia. I francesi da una parte ed i nostri giacobini dall’altra diranno e scriveranno vituperio di me, gettando l’abominio sul mio nome e mettendomi alla pari con i  più tristi e feroci briganti ! Appena qualche uomo di buonsenso, paragonando le mie imprese di legittimista, che combatte pro aris et focis, saprà strappare  quel velo di infamia, questo marchio  di fuoco rovente sulla mia fronte ! Ma altri, accecati dalla passione e dal furore di parte  ne inventeranno delle bella sul conto mio. Ad esempio, mi calunnieranno di essere stato un discolo seminarista, un sacerdote sacrilego o un monaco schiaffeggiatore ed omicida, uno spostato, un adultero che profana  e stupra le monache e che incendia conventi e monasteri ! Pronio e Mammone, di fronte a me, saranno, più che agnelli, santi ! Oh, umana nequizia ! Tu, o Fra’ Diavolo, segui la tua via e cammina diritto sul sentiero intrapreso.  Non  ti preoccupare del futuro o dell’attuale giudizio degli uomini, che tengono bordone alla vile politica dei francesi. Invece  spera e  attieniti a quello di Dio, che non ha fronzoli di malignità e di vendetta.

                                           SCENA QUARTA

     Un capodieci , Fra’ Diavolo, usuraio, marchese de Guasperis.

   Capodieci – Generale, ecco un ricatto di merli, da  spiumare, cioè un ricco sfondato ed usuraio- strozzino.

   Fra’ Diavolo – Bella preda ! Il salasso che opereremo, servirà un po’ per i nostri bisogni  in queste contingenze in cui versiamo  ed il rimanente per le necessità dei poveri, per le doti delle donzelle povere e per soccorsi agli orfani, che hanno diritto alla vita, anch’essi !

   Capodieci – Eccoveli entrambi.

   Fra’ Diavolo – Incominciamo dal più in mali arnesi.

   Usuraio – Per carità, signor Generale, abbiate pietà di me e lasciatemi libero per i fatti miei. Sono uscito di casa per elemosinare la giornata !

   Fra’ Diavolo – Mi congratulo teco, o Bartuccini. Ti avvezzi ad arte leggiera !

   Usuraio (tra sè) Sa pure il mio cognome, questo demonio di Fra’  Diavolo ! Ora sì che sto fresco con questi chiari di luna !

   Fra’ Diavolo –  Di bene in meglio : la sai lunga per rintracciare la via di accumular quattrini, anche elemosinando, mentre non ti contenti neppure del cento per cento, del mille per cento e delle cambiali a babbo morto ! Perciò vale la pena che versi per ora la taglia di ventimila scudi.

   Usuraio – Voi scherzate ? Sarebbe  meglio per questo signore, ma non per me, povero uomo che elemosina la vita ( additando il ricco) !

   Fra’ Diavolo – Non ho tempo da perdere. Taci. A voi, o marchese de Guasperis, io tasso una taglia di diecimila scudi.

   Marchese de Guasperis – Potrò dare un acconto di cinquemila scudi per ora.

   Fra’ Diavolo – Il resto a due giorni, senza bisogno di guardie d’onore, anche di lontano. Potete consegnare il denaro al cassiere, dietro ricevuta a rimborso, nel ritorno del nostro re nel suo regno.  Va’ in fondo al bosco solito.

   Marchese – Vado ad eseguire l’acconto dal cassiere (esce).  

                                                           SCENA QUINTA

       Fra’‘ Diavolo,usuraio e  guardie

   Fra’  Diavolo – A te ora, o vampiro di un usuraio, sbrighiamoci, perché, te lo ripeto, non ho tempo da perdere.

   Usuraio – Non ho la croce di un baiocco ! (Si inginocchia piangendo )  Per carità, la miseria…non mi dà … pace … né tregua … Io sono un povero … e  vado … di paese …in paese … elemosinando … così campo … la vita.

   Fra’  Diavolo – Meno ciarle e più fatti : devi ventimila scudi,non gemiti e pianti. Hai capito una buona volta ?

   Usuraio – Non posso … E’ una fortuna da gran signore. Questi cenci io porterei, se possedessi tante ricchezze ? Abbiate pietà di me !  O fatemi morire piuttosto1 (Piange)

   Fra’  Diavolo – Apri i tuoi forzieri ! Poi penserai a morire, o meno !

   Usuraio – Ma qui nulla io ho. Potrei vedere, a casa e vi porterò quel poco che mi sarà dato di raggranellare alla meglio !

   Fra’ Diavolo – Ho capito. Povero uomo !  Lo si interni nella grotta di Monte Cristo. Vi si tenga legato a pie’ di una colonna di stalattiti e trattato a pane ed acqua fino a che, dopo lungo digiuno ed una buona dose di nerbate adatte, rientri in senno. Frattanto dorma sulla nuda terra.

   Usuraio – Eccovi cento scudi,  che tengo in questa saccoccia.

   Fra’ Diavolo – Son pochi. Quante vedove hai dissanguato e ridotto alla miseria.

   Usuraio –  Allora duecento ! Non posso do più. Ve lo giuro per tutti i santi !

   Fra’ Diavolo – Ma che stiamo a giocar di gara ? Lo si perquisisca bene in quell’angolo (le guardie lo conducono nel luogo indicato da Fra’ Diavolo e lo perquisiscono, mentre egli piange e grida strepitosamente).   Usuraio – No, qui voi mi fate male ! Non mi strappate i pantaloni. Fate stare a posto le brachette ! Non mi toccate questo cinto, che mi tiene, diritti e non pieghevoli i fianchi e i lombi al busto !

   Guardie – Corbezzoli, come è pieno questa cinta di scudi sonanti e di polizze di valore in corso !

   Fra’ Diavolo – Contate il danaro e gli si dia una nerbata per ogni cento scudi in computo delle sue bugie e dei poveri pupilli gettati sul lastrico, diseredandoli per prestiti prematuri all’età.

Usuraio – Usatemi pietà e compassione. Almeno una per ogni mille scudi. Eppure sono troppo le nerbate…

   Guardie – Sono ventunomila scudi di oro di nuovo conio, oltre alle polizze.

   Fra’ Diavolo Gli si diano soltanto ventuno nerbate. Gli si restituiscano mille scudi e sia internato nella grotta di Monte Cristo, nostro quartiere generale, e vi si custodisca per otto giorni senza uscita. Quando gli si concederà la libertà, avrà gli occhi bendati fino a strada battuta. Studierò le polizze per l’uso da farsi. In quanto alle nerbate, ordino di dargliene tre al giorno, a deretano scoperto. Il trattamento del cibario gli sia reso a suo piacimento. Allontanatelo ( le guardie eseguono). A te, o capodieci, ricordo di usare la stessa precauzione della benda nell’andata, con giri e rigiri,da disorientarlo del sito.

   Capodieci – Non tralascerò  nulla di intentato (va via con il saluto militare).  

                                             SCENA SESTA

       Marco Cesarini e compagni, una signorina ed un signore sequestrati.

      Cesarini – Abbiamo buona pesca in una lampreda. Avremo da fare- E’ proprio bella ! Avrà da godere in mezzo a noi.

   Fra’ Diavolo –Ha gli occhi scintillanti di Rachele! (tra sè)

   Signorina  (a Fra’ Diavolo) O mio bel signore, salvatemi dalle impudenze di questo satiro maligno, che non mi dà un momento di pace.

   Fra’ Diavolo – Ti salverò ben io, o signorina.

   Cesarini – Prenderai con me un granchio, questa volta, o Fra’  Diavolo.

   Fra’ Diavolo – Non stancare la mia pazienza, che già repressa, diventa furore, o vigliacco, omicida di imbelli femmine !

   Cesarini – E se la stancassi ?

   Fra ‘ Diavolo – Troveresti il padrone, che ti darà una lezione per tutta la vita.

   Puh! Puh! …

   Fra ‘ Diavolo – Prendi (gli dà  uno schiaffo che lo stende sl suolo).

   Cesarini (fa per rialzarsi, volendo reagire, ma viene frenato dai suoi compagni).

   Fra ‘ Diavolo – Lasciatelo che venga perché gli romperò anche le ganasce.

   Cesarini – Abusi del tuo potere; io  ti ucciderà questa sgualdrina (fa l’atto, ma viene disarmato in un attimo da Fra’ Diavolo).

    Fra ‘ Diavolo – Lo si arresti e si conduca nella grotta di Monte Cristo, dove gli siano tagliate le mani, a ricordo della marchesa Rappini, che egli volle barbaramente uccidere, pur vedendo, dal petto nudo, che era una donna che implorava la vita.

   Cesarini – Sotto il tuo comando.

   Fra ‘ Diavolo –Alla mia insaputa e di tua piena ferocia, o infame assassino !

   Cesarini – Comandavo io la piazza di Itri ed ella non volle accondiscendere alle mie voglie. Fu giustizia la mia !

   Fra ‘ Diavolo – Giustizia  che copre d’infamia i difensori dell’altare e del trono e che fa raccapricciare ogni cuore.

   Cesarini – Ma che non appaga le nostre brame (viene  portato via).

   Fra ‘ Diavolo – Toglietemi dinanzi codesta vergogna della mia massa di combattenti, codesto schifoso rettile.

   Cesarini (viene trascinato a forza) Me la pagherai, se scapperò ! …

   Signorina – Grazie, o bel signore di cortesia e d’amore. Quel brutto ceffo, lungo il percorso, mi ha torturato l’anima con le oscene sue pretese e con le sue minacce di uccidere mio zio e di disonorarmi a furia di violenza, come diceva l’iniquo.

   Fra ‘ Diavolo – Ah, il miserabile ! … Il mostro di empietà !

   Lo zio – Noi vi dobbiamo la vita e l’onore.

   Voci – All’armi !

   Altre voci – All’armi !

   Fra ‘ Diavolo – Ecco il vostro salvacondotto per Itri. Andrete dalle mie sorelle. Lì mi attenderete. Vi condurrò io stesso a Napoli.

   Voci – Il nemico si appressa.

   Fra ‘ Diavolo – Fuoco di fila su tutta la linea tra i due monti. Io, con il mio moschetto, tra i miei fucilieri, mi getterò nel più fitto della mischia e vincerà  ancora qui Fra’ Diavolo contro la Francia, che vuole aggiungere ai dolori d’Italia vilipendio maggiore, lusingando i popoli con il palladio della libertà contro religione e trono ! Viva re Ferdinando ! Viva la fede !

                                              ATTO TERZO

      Personaggi

   Michele Pezza o Fra’ Diavolo

   D. Rachele Fortunata di Franco, orfana di Aniello

   D. Anna Conte, vedova di Aniello di Franco

   D. Gennaro Di Franco, zio di D. Rachele Fortunata Di Franco

   D. Mariano Face, aiutante di campo di Fra‘ Diavolo

   D. Giovanni Merluzzi

   D. Carlo De Bellis

   D. Giuseppantonio Pezza

  D. Nicola Pezza

   D. Francescantonio Pezza

   D. Domenico Pezza, nipote

   D. Alessandro Abruzzese

   D. Clemente Addessi

    Winkler,

   Pasquale Cairo

   Signori e signorine

 Inviato del re     

          Gli invitati sono, quasi tutti, in uniforme da ufficiali, come sono in effetti. Si sentono voci di popolo fuori scena.

                                                     SCENA PRIMA

      La cena di questo atto succede in un’ampia sala del Palazzo di Aniello Di Franco, dimora della vedova, D. Anna Conte, e di D. Rachele Fortunata Di Franco, in una popolosa via dei quartieri superiori di Toledo, dove sono frequenti gli schiamazzi del popolimo.

   Anna – Ho vissuta inon costernazione, per un mese di assenza della mia unica figlia, che è la delizia  e la gioia dell’anima mia ! In questo frattempo,  che mi sembra  un secolo lungo ; lungo di desiderio e di ansia, priva di notizie di lei e di mio fratello. Mi si fanno innanzi  mille dubbi, uno più atroce dell’altro. In questi tempi torbidi e  nefasti, in cui la rivoluzione e la guerra, la reazione e la repressione  sconvolgono ogni ordine di sicurezza, io mi smarrisco e tremo. Anzi pavento un’imminente disgrazia     di sangue ! Ma quello che mi ha sorpreso in questo mentre  e che ci tormenta immensamente è la comparsa di un cappuccino sulla soglia della porta di casa mia,il quale, con un fare  misterioso, fissandomi negli occhi, si chiese: se mia figlia, che aveva vista per Napoli, fosse rincasata.  Restai interdetta  e non seppi cosa rispondere con un pianto di emozione, come quando si intravvede una cosa cara che tosto si perde di vista, senza averne più visione ! Ero io in tale stato, quando quel  monaco con cinismo soggiunse: “la ricondurrò qui. Vuoi farla  mia sposa ?” rispondo io. Egli, di rimando, aggiunse: “ebbene sarà mia!” E perplessa, agitata e convulsa, come presa da delirio, maledicendo il sacrilegio, io gli ripetevo con indignazione: “Mai ! Mai !” Immediatamente egli chiude l’uscio e scompare, ridendo.  Intanto vado, per altra porta, ad incontrare mio fratello. Tutto allegro e giulivo,, come per darmi una buona nuova ! Io lo affronto con rimproveri e minacce dicendogli con impeto :” Salva mia  figlia !”  “ Salva mia figlia “ ” Ma, o caso inaudito ! Mio fratello fece orecchi da mercante ! Indispettita, gli do addosso : lo avrei accecato con le mie unghia, se egli, a tempo,,, non si fosse schermito, afferrandomi per le mani e conducendomi . a forza, nel vano di una finestra, dove mi dice :  “guarda! “” guarda!”Guardo e vedo, biancovestita. Con l’abito da  sposa, mia figlia sotto il braccio di un colonnello in grande uniforme, Che vista ! Che gioia !Oh,mia bella figlia ! Poco mancò che la commozione  non mi uccidesse !Però mi cagiona tante sciagure. Mio fratello se la rideva sgangheratamente, dicendomi : “Hai visto cosa  ti ha saputo fare tua figlia ?”  Così, di riflesso, gli risposi : “E tu sei complice di lei !  Ma in tutto ciò quello che già risalta è che  io mi avvedo che mio fratello vestiva con gala, come per una solennità di festa. 

                                              SCENA SECONDA

         Popolo che passa cantando a festa:

                            E’ venuto Fra’ Diavolo,

                            ha portato i cannoncini,

                           pe’ ammazzà ‘ li giacobini :

                           Ferdinando è il nostro re.

                                              E’ finita la libertà :

                                            viva Dio e sua Maestà ! “

                                           SCENA TERZA                                

Alcune signore

  1 – Permettete, o Donna Anna Conte, di congratularci con voi per il matrimonio di vostra figlia. Iddio la benedica di tanta buona sorte. .Lo sposo è un bel giovane. E’ vero che ha uno sguardo fiero, ma il suo viso eè di un’espressione dolce ed  il suo aspetto attira simpatia e fiducia.

   2 – E’  una coppia indovinata per età e bellezza.

   Don Aniello  tra sè9 Esse possono giudicare, io no. Questa volta mia figlia me l’ha fatto un brutto tiro ! … Non me lo aspettavo !

   3 – Perché, o D. Anna, non rispondete ? Sono momenti, codesti, , di taciturnità ? …Vi dovreste, invece, animare di brio, di gioia alla felicità di vostra figlia

   D. Anna – La gioia che sento mi rende muta, non mi dà parola, né mi dà agio  di dove incominciare nella mia allegrezza, che tutta mi investe e mi inebria in una festa di incanto.

   Tutte Per una madre è una grande soddisfazione codesta !

   1 – Vedere moglie legittima la propria figli sotto il braccio di un colonnello e giovanissimo, deve essere la migliore consolazione di questo mondo per una madr, tutta amore !

   Tutte – I nostri auguri più sinceri a voi ed agli sposi.

   D. Anna – Li gradisco di cuore, o mie buone amiche, dicendovi che io non bramo e non agogno altro per mia figlia, che il Sommo Iddio faccia più bella, per lunghi anni, insieme con lo sposo del suo cuore, sotto la santa benedizione sua, che è luce d’amore.

   Tutte – E’ proprio l’augurio di una madre che rivive nella figlia.

   2 – Diverso, oh quanto, da quello di una matrigna, che se fosse anche di zucchero, è sempre, poi, amara !

   Tutte – Oh ! … oh ! si fa dello strepito in strada ! ( si affaccia ad una finestra) Vedo dalla chiesa, in fondo alla via, uscire gli  sposi con il corteo nuziale, avviandosi per questa volta.

   2 – Io proporrei di celarci per ricambiare di sorprese la sposa, la quale ce l’ha suonata di soppiatto, sposando a nostra insaputa, senza neppure un cenno di partecipazione.

   D. Anna – Ben pensato. Ebbene, restate qui, in questa sala da pranzo.

   Tutte (eseguono il passaggio) Voi non l’avvisate, però.

                                        SCENA QUARTA

D. Anna Conte e don Gennaro Di Franco.

   D. Gennaro – O mia buona, direttissima cognata.

   D. Genn.  – Bravo il mio caro cognato. Gli consegno mia figlia nubile e bella ed essa ritorna sposa…

   D. Gennaro  E più  bella ! Sono combinazioni di questa vita.

   D. Anna – Come te la sai cavare !

   D. Gennaro – Per ora è più interessante quello che ti vado a dire. Tu ascoltami e fanne tesoro del mio avviso, che ti metterà in guardia di qualunque sorpresa.

   D. Anna – Vi sarà sorpresa maggiore di quella patita ?

   D. Gennaro – Può darsi. Lo sposo ha dei tratti geniali. Tu, perciò, statti sulle tue.

       Hai capito ? Uomo avvisato, mezzo salvato. Questo detto corre anche per le donne. Però non devi mostrartene avvertita, né prevenuta.

   D. Anna – Starò in attesa dell’esito. Tu, però, non tardare allo ammiccarmi, vedendomi vacillare nella prova.

   D. Gennaro – Lo farò con prudenza. Tu userai tutti i mezzi a prima ed a seconda vist, da non sembrarne edotta. Non vi farei una bella figura, se ti dessi per avveduta. Correrei il rischio di ogni beffa, se non di scherno, di uomo leggero.

   D. Anna – Saprò recitare la mia parte.

   D. Gennaro –  Intanto vado ad ordinare che si apra l’ingresso a due battenti di questa sala, ben ampia. Vale per il corteo nuziale degli uomini, come il salottto per le signore (Va via).

                                        SCENA QUINTA

       D. Anna sola.

   D. Anna – Sicché dovrò subire un’altra sorpresa ? Non basta quello dello sposalizio di mia figlia ? Mio fratello, invece di mettermi a parte di questo avvenimento, mi viene ancora  a parlare di sorpresa ! Almeno mi avesse accennato in che consiste. Starò in guardia, con l’osservare fissamente gli occhi di mio fratello per non soffrire di qualche terribile commozione ! Mi aiuterò alla meglio ! Ma già un mormorìo di gente occupa la sottostane via … Un grido si leva … nella  foga del popolo … che  sembra tumulto … ma è entusiasmo … è giubilo …

   Voci di fuori  (Frattanto dalle parole “un grido” a quella “è giubilo”, precisamente nei puntni sospensivi, va gridato: “ Evviva gli sposi e cantato : “ Si mandi a Fra’ Diavolo, / che tanto in guerra vale, / a dir che venga a Napoli / 7 a far da generale. )  

                                                     SCENA SESTA

    Sposi, corteo e suddetti personaggi.

D. Anna – Ohimè ! Mia figlia sotto al braccio di quel monaco che mi disse  : “ Ebbene, sarà mia ! “

   Le signore ( che escono dalla camera. Oh, che scandalo … oh,, che scandalo ! Sposarsi un monaco ?

   Rachele – Perdonami, o madre mia :ecco il mio sposo.

   D. Anna  – No, perché il tuo matrimonio non è benedetto da Dio !

   Fra ‘ Diavolo – Lo promisi, dicendo : “ Ebbene, sarà mia !” Ho mantenuto la promessa. Ora è mia, o mamma.

   D. Anna – Mamma ?  Giammai ! Giammai !

   Fra ‘ Diavolo – Allora  abbandonerò tua figlia ?

   D. Anna – Abbandonala pure. Non vegga più quel saio, che riempi di sacrilegio, involgendovi questa disgraziata di mia figlia. Ahi, sventura ! Sposare un monaco !

   Fra ‘ Diavolo – Se così non fosse ?

   D. Anna – Chi lo garantisce ?

   Fra Diavolo (svestendosi da monaco, comparisce  da colonnello) Io, Michele Pezza, Fra’ Diavolo !

   D. Anna – Ora sì: ti riconosco per figlio.

   Gli sposi (si inginocchiano dinanzi alla madre)  Benedici, o mamma !

   D. Anna (abbracciando entrambi ) Nel santo nome di Dio e della Madonna vi benedico, o figli miei !

   Gli astanti (prorompono in applausi).

   D. Gennaro – Le signore sono pregate di passare nel salotto, dopo la distribuzione dei confetti; gli uomini di rimanere in sala.

   Tutti – I nostri migliori auguri, o gentili sposi.

   Gli sposi (distribuendo i confetti) Grazie, grazie !  (Le donne rientrano nel salotto).

                                                          SCENA OTTAVA

       Fra ‘ Diavolo e gli uomini.

   Fra ‘ Diavolo – A voi, D. Carlo de Bellis e d: Giovanni Merluzzi, favoritemi da ganimedi, in questo convito. Portando in giro dolci, liquori e vini.

   Uno – Ferve in noi, o colonnello, il desiderio di ascoltare, di tua bocca, la storia della tua vita in questa festa delle tue ben auspicate nozze, ma appena dopo  questo splendido convito.

   Fra ‘ Diavolo – La mia storia è brutta come la notte buia, in cui lampeggia appena qualche sprazzo di luce. Mi presterò, ad intervalli, se piacerà.

   Invitato – Piace ? Saranno sprazzi di luce che diradano le tenebre.

   Fra ‘ Diavolo –  Gli autori che causarono la nascita del brigante Fra’ Diavolo di Itri sono Francesco Pezza ed Arcangela Matrullo, non poveri, avendo sparsi al sole terreni ed una casa che guarda, in bel sito, il mare di Gaeta.  Né vivevano alla giornata.

   Invitato – Oh, quante bugie per far nero il bianco !

   Fra  ‘  Diavolo – Mio padre commerciava in cereali, olio e vino tra Campodimele, Lenola, Pico, S. Giovanni incarico, Vallecorsa, Terracina e Sonnino.  Padre di dodici figli, di ambo i sessi, non aveva bisogno di terzi, ad onta che io, discolo ed irrequieto, da fanciullo, con le mie  monellerie e con i miei malestri, lo abbeverassi di noie, di dispiaceri  e di dispendio  di danaro presso la giustizia per pugni e ferite.

   Invitato – Povero genitore !

   Fra ‘ Diavolo – Vivrebbe ancora, nonostante le mie risse e le mie violenze in giovinezza, se i francesi non me lo avessero ucciso ! Indi a non molto lo seguì , di crepacuore, la  povera madre mia !  !Entrambi stravedevano per me, pur correggendomi fino in gioventù, al suon di nerbate ! O, avessi allora compreso quanto comprendo ora, non avrei dato loro tanti dolori !

   Invitato –  Troppo tardi arriva il ravvedimento e la resipiscenza !

   Fra ‘ Diavolo – Se i figli agissero con senno, sotto la disciplina dei genitori, ne conseguirebbero bene sopra bene !  Non mi frenai e  feci di peggio uccidendo, in rissa, il promesso sposo della perla di Itri, che respinse, più volte, il mio amore e poi  il fratello dell’ucciso, che aveva minacciato di togliermi la pelle.

   Invitato – Come sfuggiste alla forza pubblica ?

   Fra ‘ Diavolo – Fuggendo sui monti e dentro i boschi.

   Invitato – Sicchè la tua fu una vita randagia ?

   Fra ‘ Diavolo – Peggio ancora ! Sfidai mille disagi e pericoli. La giustizia mi faceva stare in vedetta, non dandomi mai posa..

   Invitato – Come scansasti le persecuzioni e gli agguati ?

   Fra ‘ Diavolo – Il mio sonno era leggero, leggero, come il volo della farfalla.  Quando mi prendeva l’insonnia, mi divertivo , per da timore ai gendarmi e lucro a me, con il richiamo dei lupi, incitandone gli urli della femmina in calore e del maschio, attirandoli al tiro della mia infallibile carabina, che faceva miracoli ad ogni colpo.

   Invitato – Tu che ne facevi di quelle carogne ?

   Fra ‘ Diavolo – Le mandavo in giro, tramite i pastori, per i paesi, con lo scopo di raccogliere i premi dai Comuni e dei doni dai privati, poiché quelle uccisioni giovano alla pastorizia.

   Invitato – Ed il prodotto ?

   Fra’ Diavolo – Lo dividevo tra essi e me in uguali proporzioni. Così acquisii favori e protezione, che mi vennero pure dalla difesa dei deboli e delle donzelle contro le seduzioni dei ricchi e dei prepotenti. Né davo, dietro fatti accertati, mai scampo ai loro seduttori.

   Invitato – In questo modo tu dominavi e nessuno ardiva tradirti.

   Fra’ Diavolo – Così diedi campo  a mio padre di farmi entrare nella vita militare, che mi pose in carreggiata, trovando con gioia il mio pabulo, il mio alimento, che agognavo sin dall’infanzia, sotto il nostro legittimo re, che i francesi, a guida dell’iusurpatore dei regni, tentano di detronizzare, ma sarà per essi un osso duro questo nostro sovrano !

   Invitato – Si dice, invece, di Napoleone che sia un devastatore, anzi un distruttore, con i francesi suoi, di tutti gli Stati d’Europa, anzi del mondo.

   Fra ‘ Diavolo – I popoli piangono per le cruenti guerre, come gli imperi, i regni ed i paesi. Così Itri piange, per prepotente rappresaglia, la distruzione dell’eremo di S. Cristoforo, della chiesa di S. Marco, del convento di S. Francesco, dell’archivio della collegiata di S. Michele Arcangelo e di quello comunale ! Nonostante questi sfregi, un nyucleo di itrani  piantò l’albero della libertà presso S. Francesco per orge, baldorie, pur sapendo della strage di sessanta itrani in paese, dell’eccidio su fuggiasche monache del convento di S. Martino e dell’oscenità contro ritrose donzelle. Ma, vivaddio,vi fu, tra di esse, D. Maria Civita Di Mascolo, una mano benedetta, che, con un colpo di stanga, accoppò uno di questi satiri per difendere l’onor suo ! Ecco, dunque, da chi mi viene il nome di brigante ! Brigante ! Sì rosseggiano le mie mani di sangue umano, ma non di sangue innocente. Oh Vedete voi, lì. In fondo l’ombra di mio padre. Sì, del padre mio, ucciso dai francesi, che mi chiede sangue e vendetta ! Ancora avrai sangue e vendetta, o padre mio, da saziare appieno l’anima tua !

    Tutti – Egli delira ?

   Fra ‘ Diavolo – No, è la rabbia che mi invade le vene e i polsi e che mi apre  un vulcano qui di odio contro i francesi, che mi chiamano brigante.      

                                                SCENA OTTAVA

   D. Rachele Fortunata Di Franco e suddetti personaggi.

   D. Rachele – Che hai, o mio dolce sposo ? Perché soffri così da farmi piangere ?

   Fra’ Diavolo  – Quel mio giuramento incombe, come un peso enorme, sul mio cuore e mi darà tormento fino a quando non l’avrò compiuto contro i francesi !

   D. Rachele – Ah, sposo mio ! Come ti batte il cuore in sì convulsa maniera, come ti si offusca la mente. Eccomi, a te vicina, o anima dell’anima mia ! Senti quanto io ti amo ed ardentemente ti amo, con tutte le fiorze dell’anima mia e con tutti i palpiti del mio cuore.

   Fra’ Diavolo – Scusami, o graziosa regina del mio cuore. Fu un delirio, un vaniloquio, che hanno alterato il sistema nervoso, con ripercussione al cervello, per l’idea fissa, che mi agita, di vendicare mio padre, barbaramente ucciso, con percosse dai francesi, che hanno cuore di iena, mente di assassini senza pietà e senza religione. Essi ne risponderanno al Padreterno.

   D. Rachele – Oggi, giorno di festa per i nostri cuori, scarta codesta idea dominante e sollevami con il sorriso del tuo amore !

   Fra’ Diavolo – Hai ragione: oggi deve essere tutto tuo, come del pari gli altri giorni della nostra vita, quando il servizio  militare non impera.

   D. Rachele – Tu, fulmine in guerra, tu luce in amore, siami di conforto ed io ti sarò di consolazione.

   Fra’ Diavolo – O nia gioia e mia felicità, io son commosso, io son contento della tua gentilezza e cortesia e del tuo olezzante amore. Io ti amo più dei miei 1700 fucilieri, di questi eroi di ogni valore.

                                                          SCENA NONA

      Inviato del re e suddetti personaggi.

   Inviato del re – Onorate in me l’inviato speciale di S. M. Ferdinando IV, il nostro re, che Iddio protegga e feliciti per il bene dei suoi sudditi fedeli.

   Tutti  ( con un salto di prammatica gridano ) Evviva il nostro re.

   Inviato del re  – A voi, o colonnello, D. Michele Pezza, duca di Cassano allo Ionio, presento questa reale ordinanza.

   Tutti – Leggetela, o duca di Cassano allo Ionio.

   Fra’ Diavolo – “In nome di S. M. Ferdinando IV, re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, ecc., si ordina a D. Michele Pezza, comandante generale del regno, di tenere il comando dell’ala sinistra con 12.000 uomini dell’esercito di S. M. che marcia verso Roma”.

   Tutti – Noi applaudiamo al tuo meritato onore, o duca di Cassano allo Ionio !

   D. Rachele – Io pure condivido teco la tua gioia, ma il mio povero cuore è colmo di mestizia per la tua partenza, che mi allontana da te, o amor mio !

   Fra’ Diavolo – Non piangere ! Non si addice il pianto alla consorte di un soldato, che , il brando in alto, può dire : “A Roma !” A Roma per la pace d’ Italia!”

                                                 Personaggi

 Michele Pezza o Fra’ Diavolo

D. Rachele Fortunata Di Franco

D. Mariano Face

Ciarlatano

Michele Di Nicola, di Fondi

Ufficiali, tra i quali il tenente D. Domenico Pezza.

Fucilieri

Un caporale

 Due promessi sposi

Donzelle e giovani

                                                       ATTO QUARTO

                                                      SCENA PRIMA

    Un ciarlatano, tra un gruppo di garzoni e donzelle.

   La scena si svolge in Albano, precisamente nel piazzale, dove ora sorge il monumento al generale Menotti Garibaldi, Questo piazzale trovasi in Albano verso Ariccia, ma appartiene al primo Comune per territorio e per giurisdizione, anche per  maggiore vicinanza e per periferia, trovandosi nella circonferenza di Albano, la quale si avvicina maggiormente ad Ariccia per il celebre Ponte di Sisto V. Nel piazzale si innalza, nel centro, l’albero della libertà, tra bandiere e festoni, che sventolano su archi di mirto e di quercia, simboli di bellezza e di forza.

     Ciarlatano – Chi  sono, mi chiederete ? Ve lo dirò chiaro e tondo, una volta che   m’introduco in mezzo a voi, senza invito e senza vostro preventivo permesso.

   Tutti – Siete il ben accetto, tuttavia.

   Ciarlatano – Grazie. Mi chiamano ciarlatano, ma non credete a certe tonache nere, che dicono : “ la vipera morde il ciarlatano”. Io  non intendo ingannare altri per non rimanere ingannato io stesso. D’altronde, come argomento della vostra riunione qui, la verità si fa strada da sè e la bugia  ha le gambe corte.

 O baldi garzoni, o belle donzelle, che godete all’ombra dell’albero della libertà, non come ritiro nell’ozio, al suono dell’umile zampogna, ma al suon di flauti e di viole, con l’energia dell’essere, è bene che qui, con il canto sulle labbra, balliate la danza dell’amore, che Dedalo inventò per la sua Arianna ? In tal modo si gusta  la gioia della vita. Questa virtù innata nei cuori la chiesa dei preti inaridisce e strozza in fantastiche preghiere e penitenze. Perché costoro, al pari dei signori feudatari del Medio Evo, si arrogano tuttora lo strano diritto delle prelibazioni.  Ma questo albero li disinganna a partit.o Gli inglesi, aspri nemici della libertà e del progresso di ogni altro popolo, credevano di averlo troncato a Boston, ma rigermogliò, glorioso e forte, dalla guerra dell’ indipendenza americana , che ebbe pieno trionfo da Giorgio Washington, l’eccelso fondatore della Repubblica degli Stati Uniti, il più saggio, il più probo degli uomini che abbiano mai governato una nazione. Ora quest’albero, che rialza la coscienza al vero e che educa la mente al libero pensiero, ci invita al canto ed al ballo,intrecciando insieme concenti e parole.

   Tutti – Cantiamo e balliamo, la vita s’infiora, la morte scolora il nostro avvenire.

   Ciarlatano – Bravi ! Questa è la  leggenda della vita espressa in quattro senari. Ora, su  altro ritmo, canteremo due strofe, che avranno, nel finale, uguali  ritornelli. Io vi insegnerò le parole e la musica, che darà cadenza anche al ballo. Attenti, dunque. Seguitemi in do :

  I° Balliamo sotto l’albero             2° Qui i nostri matrimoni    

     Che spande libertà.                      vogliam benedire.

     Fan festa qui con giubilo             Lungi da preti e monaci,                                      

    E gioventù e beltà.                        sapremo poi morire.     

                    Viva la libertà,                        Viva la libertà,     

                    che limiti non ha !                  che limiti non ha !

   Immediatamente a questo canto, si ode il suono dei tamburi e di trombe, a marcia forzata, e di campane a stormo.

   Ciarlatano – Quale avvenimento straordinario è mai questo ?

   Tutti – Sarà il rinforzo dei francesi, nostri liberatori.

   Ciarlatano – Non credo. Le chiese dei preti non sarebbero a festa (tra sè). Avrò tempo di cambiar casacca ? Di camuffarmi da sanfedista ? Per  fortuna, mi trovo due coccarde ,una del papa e l’altra del re Borbone !  Giova,  in certe circostanze, essere previdente e fare gazzarra a tempo debito !

   Tutti – Avete perduto lo scilinguagnolo tutto insieme ?

   Ciarlatano – E’ momento di pensare, non di parlare, a tanto scalpore improvviso ! (Tra sè) Mo’ me le applico queste due coccarde, svignandomela da una tale compagnia di matti (va via).

   Il suono di sopra prosegue  ancora e vi si aggiunge, di fuori la scena, questo canto, al cessare dei tamburi e delle trombe :

                                          Fra’ Diavolo di alto aspetto

                                          guerreggia in suo cammino

                                          con spada e con moschetto,

                                          siccome un paladino

                                          per l’amor della fé,

                                          per l’onor del suo re.

   Tutti – Scappiamo, scappiamo ! Sono i briganti di Fra’ Diavolo !

   Alcuni – L’assassino dei Francesi ! Che dobbiamo fare ?

   Uno – Metterci in salvo fuggendo da questo luogo.

   Un altro – Io resto (gli altri si sbandano  nella fuga, per timore.)

.Donzella – Io pure con te,  o Gino mio ! Moriremo insieme.

   Un altro – Oh ! Le nostre anime, allora sanguinanti di

 martirio e circonfuse d’amore, non si lasceranno mai, mai più !

   Frattanto cessa il suono  e delle trombe e ricomincia il canto della marcia :

                                           Fra ‘ Diavolo guerrigliero

                                           sui monti e campi aperti

                                          pugna superbo e fiero,

                                          covrendosi di merti

                                          per l’amor della fé,

                                          per l’onor del suo re.

   Fra ‘ Diavolo – Prima e seconda Divisione: Alt ! pied arm ! Ufficiali superiori a rapporto. A voi altri prudenza e disciplina.  Tremate per ogni saccheggio vietato alle Reali truppe. Ordine di severe punizioni contro chi vi attenta.  Facciamarm ! Sciogliete le righe !

   Quanto sopra si svolge fuori scena, con il frastuono che avviene nello scioglimento delle truppe.

                                                           SCENA SECONDA

            Fra’  Diavolo, ufficiali superiori e suddetti personaggi.

   Fra’‘ Diavolo – Ah ! Ah ! Anche qui l’albero della libertà ! Codesta è un’abominazione, un’iniquità maggiore di ogni sacrilegio ! Una deturpazione alle tombe di Ascanio e degli Orazi !

   Ufficiale – Che va punita con la più crudele e spietata morte.  

   I due – E morte cerchiamo e sepoltura sotto questo albero.

   Fra’ Diavolo – Codesta sacrilega audacia mi indispettisce al punto da volervi uccidere di mia mano.

   I due – Siamo pronti, non indugiate oltre.

   Fra’ Diavolo – La vostra intrepidezza mi piace e vi salva la vita. Siate, dunque, sposi felici. Eccovi il vostro salvacondotto.

   Uno degli uffciali (tra sè) Bontà eccessiva, che confina con l’ingiustizia !

   I due – Noi vi benediremo nella nostra felicità! (vanno via).                                           

                                      SCENA TERZA

         Fra’ Diavolo, ufficiali e soldati.

   Soldati (che conducono il ciarlatano) Generale, abbiamo qui condotto chi se la dava a gambe  per lasciare il paese, nonostante egli abbia le due coccarde sul petto.

   Fra’ Diavolo – Chi siete ? Subito date le vostre generalità, con il passaporto in regola.

   Ciarlatano – Sono un gentiluomo di Marino, in viaggio di diporto. Che passaporto devo presentare ?

   Fra ‘ Diavolo – Di Marino o no, fa d’uopo mostrarlo.

   Ciarlatano – Io mi chiamo Dionigio  Cassasentenza di Francesco, buon cristiano ed osservante cattolico, apostolico romano, ma in disdetta con la fortuna !

   Fra’ Diavolo – Credi tu di caramellarmi ? Perquisitelo !

   Soldati – Sarà eseguito.

   Ciarlatano – Per carità, risparmiate un povero padre.

   Soldati – Ecco delle carte.

   Ciarlatano – Io tremo tutto, pur essendo cose da nulla.

   Fra’‘ Diavolo – Le leggerò attentamente. Ah! Ill propagandista di alberi di libertà !

   Ciarlatano – Pietà di me ! La necessità mi costringeva a quel mestiere per dar pane ai miei miseri figli.

   Fra’ Diavolo – Ecco come si spiega codesta tua terzana. Ora, con i miei soldati, demolisci quel cosone, scandalo permanente contro il buoncostume e la nostra religione. 

   Ciarlatano – Eseguirò con tutta premura bruciando anche questi geroglifici.

   Fra’ Diavolo – Troppo tardi ! Sia battuto ed appianato il terreno  e vi si passi il fuoco. Costui sia tradotto in prigione, in attesa del giudizio del Consiglio di guerra.

   Ciarlatano – Ohimè ! Deh, per  pietà, lasciatemi vivere ! Chi mi regge ? Io muoio ! (Sviene)

   Fra’ Diavolo – Ecco come finiscono questi mangiapreti ! Si tolga quello ingombro. E l’ordine mio sia eseguito in tutto e per tutto.

 (I  soldati lo trasportano fuori,eseguendo il comando di Fra’ Diavolo.

                                                           SCENA QUARTA

Donna  Rachele Fortunata, D. Mariano Face, Fra’ Diavolo e soldati.

   Fra’ Diavolo – Oh, la benvenuta mia consorte ! Brava ! Hai fegato.

   D. Rachele – O mio dolcissimo sposo, per te sento di sfidare ogni rischio.

   Don Mariano – Mi sento orgoglioso, o generale, di condurti, sana e salva, la tua gentile signora.

   Fra’ Diavolo – Grazie, o D. Mariano Face. Non poteva essere affidata a migliore gentiluomo, di cui abbonda la nostra Divisione.

   D. Rachele – Oh, la mia contentezza nel ritrovarmi tra le tue braccia !

   Fra’ Diavolo – Tu sei l’angelo del mio cuore, il fiore più bello e più soave, che profuma di gioia e d’amore l’anima mia.

   D. Rachele – Rinfranca il tuo cuore ed anche il mio con una buona azione.

   Fra’  Diavolo – In che, o mia signora ?

   D. Rachele – In generosità e in perdono non ci si perde mai.

   Fra’ Diavolo – Spiegami il tuo desiderio, che io appagherò subito.

   D. Rachele – Lascia in libertà quel disgraziato di ciarlatano, che si avventurò ad essere tale per amor dei figli, allo scopo di non vederli soccombere d’inedia. Io stessa ho udito gridarlo disperatamente, mentre lo si introduceva in carcere, turbandolo in modo strano il timore della morte.

   Fra’ Diavolo – Ebbene, ti sia concesso. Ordina tu stessa la sua liberazione.

   D. Rachele – Grazie, o mio marito, grazie.

   Fra’  Diavolo – Grazie a te, che mi inciti ad opere  generose.   

      Fa parte, quasi in principio, della scena quinta.     

.    D. Rachele – Per  ordine di mio marito, sia liberato il ciarlatano. Tu, o nipote, D Domenico Pezza, danne l’annuncio al posto di guardia, perché sia piena l’esecuzione.

   D. Domenico Pezza – Eseguirò con piacere, o zia, il comando (Va via. Veste da tenente dei fucilieri).

   D. Rachele – Lontano da te, o Michele, il mio cuore era straziato da terribili pensieri, che mi facevano piangere  e tremare  dei tuoi pericoli e delle vicende di guerra. Vorrei anch’io addestrarmi alle armi e starti sempre al fianco.

   Fra’ Diavolo – Oh, la bella e cara mia amazzone, unica mia gioia, unica mia felicità, nata per i baci, come potresti reggere alle lotte di Marte ?

   D. Rachele – Tu, terribile e bello, nella pugna e nei trionfi delle tue battaglie, mi daresti lena e coraggio.

   Fra’ Diavolo – Allora saresti,  anche tu, una brigantessa per  quei mascalzoni di francesi, che uccisero il mio vecchio ed infermo genitore. Ahimè ! Ahimè! Quei francesi del primo pedonaggio, da fantaccino, hanno rovinata l’anima mia ! Ma cadrà su loro completa la mia tremenda vendetta ! Che Dio  fulmini tutti i francesi! 

   D. Rachele – O sposo mio, non commuoverti a tal punto, non rattristarti così al fianco mio. Io non resisto al tuo giusto dolore, al tuo più giusto risentimento, che mi straziano mente e cuore.      

                                                         SCENA QUINTA

   Un gruppo di fiucilieri e suddetti personaggi.

   Capitano – Gemerale, l’alloggio è pronto  e poco dista da qui e guarda al lago tra questi amenissimi colli di àere pura e salubre.

   Fra’ Diavolo – D. Mariano Face, prego di dare gli opportuni ordini per la situazione delle Reali Truppe.

   D. Mariano – Tutto è già a posto.

     Fra’ Diavolo – Bravo. Tu previeni con zelo i miei desideri. Ne terrò encomio solenne nell’ordine del giorno.

   D. Mariano – Mi adatto alla meglio.

   Fra’ Diavolo – Ora e sempre io poggio su di te, né mi smentirò  giammai. Ti lascio  con il mio più cordiale saluto, per dare riposo alla donna del mio cuore (va via, mentre due fucilieri in  armi si muovono per accompagnarlo).

                                                      SCENA SESTA

      D. Mariano Face ed alcuni fucilieri.

   D. Mariano – Egli, per quanto è severo, per altrettanto è gentile per chi cammina,

    diritto, sulla via del dovere.

   Un fuciliere – Povero chi storce, chi devia dalla direzione giusta ! Bacchetta e     fucilazionii  fanno furore, senza misericordia !

   Un altro fuciliere – Talvolta vi sono certi esseri, che, nel vino e per istinto malvagio, danno un filo da torcere ai nemici, ad onta della severità del nostro generale.

   Don Mariano – I francesi e i giacobini scrivono la prima parte e non la seconda, per tramandare quella ai posteri, con gravi e tristi aggiunte ed imposture.

   Un altro fuciliere – O tacciono o cancellano dallo scritto la piena verità.

   D. Mariano – Se le città, i paesi e le frazioni, gli innocenti fanciulli e vecchi, con le vittime di oltraggi e di stupri, parlassero il linguaggio della verità, allora le iniquità e le infamie  della nostra plebaglia raccogliticcia  sembrerebbero peccati di anacoreti. I francesi hanno l’aria dell’invenzione per coprire le loro scellerataggini, sotto il manto delle smaglianti vittorie di Napoleone, l’uomo fatale, che non rispetta né re, né papi.

   Fuciliere – Fortunato duce di guerra, che stermina città e nazioni e va lodato  per servo encomio.

                                                   SCENA SETTIMA

   Fra’ Diavolo e suddetti personaggi.

Fra’ Diavolo – Sempre a posto il mio bravo D. Mariano Face e solerte nei suoi doveri.

   D: Mariano – Come mi spetta di norma.

   Fra’ Diavolo – Ben risposto. Come di te, così vado superbo delle Reali Truppe, dove emergono soldati ed ufficiali della borghesia e dell’aristocrazia, veri legittimisti.

   D. Mariano – Queste tengono al prestigio del proprio valore e della propria cortesia, con integrità di carattere e di servizio.

   Fra’ Diavolo – Se così tenessero queste due classi alla loro coerenza, dovrebbero , in gran copia, accrescere le nostre file per dimostrarsi grate realmente   ai benefici di Carlo III e  di Ferdinando IV, dandone prova con il loro maggiore arruolamento.

   D. Mariano – Purtroppo l’egoismo vince ogni nobile sentimento, il quale rimane virtù di pochi !

   Fra’ Diavolo – Ed io, per ragione di numero, mi trovo alle strette di ricorrere alla marmaglia, che in certi eccessi la più oculata e severa disciplina non frena.  Né le fucilazioni imposte alle masse facinorose, ai ladri e grassatori, arruolati su due piedi, fanno effetto e temenza di arrestare le loro infami manovre, che ripugnano al mio stato di servizio. Ma quello che è peggio, che più mi addolora, sta che il mestiere delle armi viene sfruttato anche vilmente dalle truppe regolari napoletane, nonostante i rigori e le fucilazioni imposte dal generale Burckhardtd, mentre i russi sono inappuntabili. Tutto questo farà sì che la storia di parte raccolga il cattivo e scarti il buono, per gettare  sul mio nome obbrobrio ed infamia, onde farmi confermare la cattiva fama  di brigante in tutta la sua estensione.

   D. Mariano – Ma non sarà mai opera perduta, la tua. Il buio non vince la luce, né l’impostura la verità. Tu sei riuscito, con il tuo esempio e con la tua  eloquenza, a frenare la massa delle tue truppe raccogliticce, nelle brute veglie, dal saccheggio e dalla sfrenata ingordigia del sangue e dalla turpe vaghezza delle donne altrui. Sarà opera perduta la nuova idea  che hai di assicurare la  pace dell’Italia e di  esaltare la nostra santa Chiesa?

   Fra’  Diavolo – La passione non distingue il bene dal male. Io sarò chiamato sempre  e peggio  il brigante Fra’ Diavolo ! Sarò l’odio delle genti, il terrore dei fanciulli !

   D. Mariano – Non sempre gli oppressori troveranno menzogne da stampare contro i fatti delle tue prodezze. Chi può negare le tue virtù militari dispiegate in cento piccole e grosse mischie su per i monti e non di rado nel piano contro i francesi di piene schiere agguerrite in tutto ? La storia, per la passione di parte, che genera non solo l’odio, ma anche la persecuzione, potrà adulterare la verità, ma non cancellare quello che trovasi scolpito sulle mura della città di Sora, di Gaeta, la piccola Gibilterra, e sulle eterne mura di Roma, con perizia e strategia in Amantea, presa, dopo ostinati combattimenti, scacciandone i polacchi, alleati dei francesi..

   Fra’ Diavolo – Di questa canaglia, che dovrebbe sapere che io difendo una causa santa, quella del re legittimo delle Due Sicilie, contro gli stranieri che invasero la mia patria per depredarla, saccheggiarla, manometterla!  Uccidermi il padre mio! E’ da allora che io faccio il mio dovere di soldato e di cittadino  contro i francesi, violatori di ogni legge umana e divina ! Ebbene, questa canaglia, autrice di ogni enormità, si arroga il diritto di infamarmi con il nome di brigante, per chiudermi l’avvenire di ogni gloria. Oh, mia legione della vendetta ! Oh, miei soldati della morte ! Il vostro ed il mio eroismo  a che varranno, se una fitta tela di calunnie coprirà d’infamia il nostro avvenire ?

   D. Mariano – L’avvenire sta nelle mani di Dio, il quale ritempra anche il passato e perdona le iniquità dei popoli.

   Fra’ Diavolo – Il mio passato di violenza ! Di rapine ! In seguito alla violenta morte del padre mio! Ahi ! Perché non ho la potenza di uccidere dal primo all’ultimo francese ? Darei l’anima mia al diavolo, se lo potessi fare !

   D. Mariano – Lascia stare il diavolo. Tieniti a quanto hai fatto e farai ancora. Né guardare a quello che ti rimorde, ma a quello che rallegra. Pensa, invece, a quando tu, abbattuto, sorgevi temuto e bello, facendo fischiare, a ciel sereno, le pallottole  del tuo moschetto  sui francesi, o quando tu, vestito alla moda, con gentile aspetto e con nobil fare, di persona, nata tra grandi dovizie di stirpe patrizia, entravi in alte ed aristocratiche  società, in fortezze ed in arsenali per scoprire segreti di servizio e di Stato. Ma ciò che più meraviglia sono le tue misteriose trasformazioni: da baldo giovane a vecchio cadente, da poderoso facchino a storpio mendicante, da curvo monaco a brillante ufficiale che fa gli occhi di triglia a leggiadra signora di qualche pezzo grosso dello Stato Maggiore. Da passatore poi del fiume Sato Stefano a pilota nel mare di Sperlonga per sorprendere, come pirata audace, in alto mare, la corrispondenza nemica.

   Fra’ Diavolo – Sai, o mio caro Don Mariano Face, o mio prode Aiutante di campo, che hai l’arte di ammaliarmi ?

                                                    SCENA OTTAVA

     Guardie, Michele di Nicola e suddetti personaggi.

 Guardie – Generale, abbiamo sorpreso Michele di Nicola, di Fondi, soprannominato “er barozzaro”, proprietario di terre feconde, rannicchiato su un secolare albero, tra i folti e frondosi rami, osservare e spiare i nostri movimenti con questo binocolo, che gli abbiamo sequestrato per  forza, mentre egli usava violenza contro di noi, al punto di doverlo ridurre all’impotenza. Il sito prescelto ha una vera importanza dal punto di vista militare,da cui nulla resta inesplorato ad occhio umano.

   Michele Di Nicola – Deh, pietà ti prenda, se non di me, dei miei sette figli, che io  volevo lasciare talmente ricchi da poter pareggiare, essi, con i signori più facoltosi  del paese. 

   Fra’ Diavolo – Ah ! Perciò tu, a somiglianza del funebre gufo, ti divertivi a fare la spia, onde prenderti meglio l’agio di prepararmi il sonno del buio eterno !

   Michele di Nicola – Deh, o Don Mariano Face, salvateni voi ! (piange)

   Fra’ Diavolo – Toglietemi codesto vigliacco dalla mia  presenza.

   Michele  Di Nicola – Ma salvatemi la vita, per carità !

   Fra’ Diavolo – Sia trasportato e fucilato senza indugio, laddove era l’albero della libertà, o miei esploratori.

   Michele Di Nicola (trasportato, piangendo, esclama) Oh, mia moglie ! Oh, miei poveri figli !

   Fra’ Diavolo – Se fossi stato povero, ti avrei salvato !

                                              SCENA NONA

        Cursore e suddetti personaggi.

   Cursore – Mi presento senza annunzio e senza permesso, come usa fare ogni cursore, per bisogna di importanza.

   Fra’ Diavolo – Ebbene, compi pure il tuo mandato, perché Fra’ Diavolo ti ascolta con piacere.

   Cursore – Il gonfaloniere di questa città si pregia, per la verità, inviare al comandante delle Reali Truppe di S. M., Ferdinando IV, questo attestato, dolente con gli altri sottoscrittori di non averlo  steso in pergamena per il tempo ristretto.

   Fra’ Diavolo (lo legge) “Sia salute e lode a Don Michele Pezza, Fra’ Diavolo, comandante dell’ala sinistra dell’ esercito di s. M. , Ferdinando IV (in  12 imila militi delle Reali Truppe), che, per l’esaltazione della chiesa e per la pace dell’Italia, marcia alla conquista di Roma, perché  egli, non così altri, nelle sue tappe preservò questa città dal saccheggio ed eccidio, dimostrandosi prode nelle imprese, severo nella disciplina e gentile nel comando. Albano 10 dicembre 1799 – Il gonfaloniere – C. De Angelis” – Seguono altre ventidue firme.

   Grazie ai gentili assertori della mia irreprensibile condotta verso questa città prediletta, di aere puro e di gloriose tradizioni, di persone leali e distinte, che hanno in pregio la verità nella sinteresi della loro coscienza.

   D. Mariano – In codesto attestato risplende, in tutta la sua evidenza, il vero, che confuta la calunnia del generale Diego Naselli.

   Fra’ Diavolo – La calunnia, presto o tardi, precipita nel vortici dell’oblìo, ma la verità, luce di Dio, sorge a galla e cammina sulle onde dei mari, a somiglianza dell’arca della Madonna della Civit,a del mio paese.

                                           ATTO QUINTO

                                          Scena prima

                                              Personaggi

 Michele  Pezza, detto Fra’ Diavolo

D. Matteo Barone

D. Nicola Barone

Francesco Fusco

Capraia con capra e vacca

 Guardie provinciali nazionali

La capraia trovasi in una piazza, quasi all’entrata di Baronissi, dove, di fronte, trovasi, seduto entro il limitare della porta, D. Matteo Barone, farmacista, disposto come per aspettare degli avventori.  In questo mentre non si vede, in quel presso,  anima viva. Tra i due personaggi, ciascuno per il fatto  suo  ed anche per la loro situazione, non c’è colloquio di sorta. Il farmacista, pur controllando le ricette con il ricettario, volge, di tanto in tanto, lo sguardo, o meglio occhieggia la capraia. Questa resta indifferente, pensando al suo mestiere, come dal suo soliloquio.

   Capraia – Mungo non la vacca, ma la capra, perché da questa mi viene del latte squisito, come del miele, non così dell’altra, che dà, invece, un latte tutto burroso, che vale più per il formaggio che per bevanda, dove abbonda il fiore grasso o la panna, quella sostanza bianca, o giallastra, untuosa, che galleggia sulla superficie del latte e non poca crema o fior di latte fermenta il burro e vi nasce la caseina, cioè sostanza che costituisce la base di ogni formaggio. Tale questo addiviene, previa immersione del coagulo, altrimenti detto presame o caglio, che rappiglia il latte, rendendolo cacio, che prende forma, a seconda del cascino. Ma chi vuol vendere, e far bene ai suoi avventori, latte buono e puro deve preservarlo dall’acqua e proteggerlo, in principal modo, dagli acidi e tenere anche in mente che, per quanto è male cavalcar la capra, per altrettanto è buona muungerla  all’alba, come io uso fare, tutti i giorni.

                                                     SCENA SECONDA

       Capraia e Fra’ Diavolo , travestito da pastore,  dall’apparente età di 50 anni.

 Fra’  Diavolo – Ehi, buona donna, che fai qui, sola ? Che attendi ?

 Capraia – Che avanzi l’alba e venga il giorno per vendere il latte, che  testè ho                                    munto da questa capra, che me ne dà a iosa.

   Fra’ Diavolo – Me ne daresti un sorso, o Maria Longoni ?

   Capraia – Perché no ? Questo è del migliore . Serviti. A tuo bell’agio.

   Fra’ Diavolo – E’ davvero eccellente ! Tieni e  ricordati di me !

   Capraia – Mi paghi troppo bene ! Generoso del pari era Fra’ Diavolo ! Oh, quante povere donzelle egli dotò per maritarle e quante altre strappò  al disonore ! Ed io pure ne fui  di queste ultime ! Egli cacciò la fregola dalla di testa del mio sposo, che voleva lasciarmi in asso, dopo aver ottenuto l’intento ! Ma un bel giorno me lo vedo mogio, mogio, rinnovarmi i suoi sorrisi, le sue carezze e poi  chiedermi : quando vuoi sposarmi ? A tempo debito, gli rispondo. Non passarono i giorni fatali ed il nostro matrimonio fu compiuto. Intanto, un giorno della nostra luna di miele, sento dirmi da lui, “. che hai a che fare con Fra’ Diavolo ?” In contraccambio, in verità nulla. Compresi.

   Fra’ Diavolo – Sicchè  sei riconoscente, tu, a Fra’ Diavolo ?

   Capraia – Oh, quanto e poi quanto !

   Fra’ Diavolo – Se ti venisse e ti stesse presente di persona ?

Capraia – Impazzirei di piacere !

   Fra’ Diavolo (togliendosi la barba posticcia) Eccolo.

   Capraia Oh ! Tu, o mio benefattore ! (Fa per inginocchiarsi), ma egli glielo impedisce, ricomponendosi  nella barba e nella parrucca).

   Fra’ Diavolo – Taci. Accorcia la lingua, se non vuoi che questa batta dove il dente duole.

   Capraia – Tacerò per sempre, anche a costo della  mia vita, se occorra.

                                                SCENA TERZA

   D. Matteo Barone e in suddetti personaggi.

   D. Matteo – (aprendo la farmacia e fermandosi sulla soglia dell’uscio) Oh, la capraia non lascia quasi albeggiare e corre ai dolci acquisti.

   Capraia – Ah ! Ah ! Il farmacista celia !  Ben sai chi sono io.

   Fra’ Diavolo – Vorrei,o signore, il favore di un farmaco, che sani una ferita a lembi, più di punta che di taglio, penetrante in cavità, senza lesione degli organi vitali, ma non ferale, né molto profonda.

   D. Matteo – A base di olio bollente ?

   Fra’ Diavolo – Piuttosto.

   D. Matteo – Vado a preparare la  tua mescola. (Tra sè) Quel vestimento non si adatta al linguaggio ! Tu puoi attendere, tanto più che ti lascio in buona compagnia.

   Fra’ Diavolo – Io non mi muovo.

   D. Matteo – Fai bene. Fra poco completerò il tuo desiderio (entra in farmacia).

   Capraia – Vado anch’io (va via).

   Fra’ Diavolo – Addio, o buona capraia.

                                              SCENA QUARTA

               Fra’ Diavolo solo.

   Fra’  Diavolo – Ahi, fatale sconfitta “ Ahi, tristo Boiano ! Qui cadde ogni mia virtù di invincibile guerriero, pur moltiplicando i Fra’ Diavoli in Boiano, Morcone, Benevento, Montesarchio, Avella, Lettere, Cervara, Arce, Pastena la Rocca, Maranola, Roccaguglielma, per gli Appennini, per le montagne dell’Abruzzo, per la Calabria ! Dov’era Fra’ Diavolo ? I torrenti erano in piena, impraticabili i sentieri, il terremoto sussultava di leggere scosse, i tuoni ruggivano, i fulmini lampeggiavano abbattendo alberi secolari e ruderi di vecchi casolari ! Dov’era Fra’ Diavolo ?  Dovunque ardeva la mischia ! Il mio nome era addossato sui miei più bravi e più prodi ufficiali ! La caccia all’uomo seguì ad oltranza, ad opera di sei generali, cioè Duhesme, Tesson, Valentin, Forastier, Dombrowski e D’Espagne, fino a quando fu dato il mandato al maggiore Hugo di braccarmi senza pace, per tratturi e boschi ! Costui, in verità, non mi ha dato un istante di requie !  Con un altro non sarei stato vinto. Ogni prodezza fu vana ! Oh, mie glorie perdute ! Oh, regno sventurato di qua del Faro !

                                              SCENA QUINTA

   Francesco Fusco e Fra’ Diavolo.  

Fra’ Diavolo – Dove vai così solo, o   Francesco  Fusco ?

   Francesco Fusco –  Ah, generale, la tua voce ti tradisce ! Rendila meno maschia e meno imperiosa e diversa da quella del tuo comando.

   Fra’ Diavolo – Gradisco il consiglio, ma dove vai ?

   Francesco Fusco – In cerca di una sfuggita. In questi paraggi non ho rinvenuto ancora un nascondiglio.

   Fra’ Diavolo – E’ meglio cercarlo altrove. Se ti riuscisse noleggiare un veicolo qualunque, sarebbe tanto di guadagnato.

   Francesco Fusco –   Ho visto poc’anzi un calesse fermato non molto lungi.

   Fra’ Diavolo – Allora approfitta dell’occasione propizia,  se si fa in tempo.

   Francesco Fusco – Corro subito a rintracciarlo e ritornerò a spron battuto.

   Fra’ Diavolo – Domani, prendendo Salerno di soppiatto, valicheremo per la Sicilia, dal nostro legittimo re.

   Francesco Fusco – Vado e ritorno, spero,con buon esito (va via),

                                                   SCENA SESTA

   Fra’ Diavolo – Il farmacista ritarda ancora ! Entrerei in farmacia, se non mi facesse impressione di trovarmi rinchuso tra quattro mura, con il rischio di rimanervi in trappola. Vi farei la morte del topo ! Quanto più piccoli sono i locali, come una qualunque bottega, tanto più riesce difficile uscirne, quando, all’improvviso, si chiude l’ingresso, specie con la taglia di 17.OOO ducati che pesa sul mio capo ! Ira di Dio, un’opera santa e patriottica era la mia contro lo straniero, che contamina tutto e tutto corrompe “ Oh, cupidigia umana !

                                                    SCENA SETTIMA

           Francesc Fusco  e Fra’ Diavolo.

   Francesco Fusco – Eccomi di ritorno. Facciamo presto  a partire.

   Non attendo altri che il farmacista per la medicina.

   Francesco Fusco – Allora attendo anch’io.

   Fra’ Diavolo – No.  Vattene più presto che puoi, onde impedire una repentina partenza senza di noi. Io ti seguirò tosto.

   Francesco Fusco – Vado ( va via).

                                                      SCENA OTTAVA

    Fra’ Diavolo solo.

   Fra’ Diavolo – Mi insospettisce questa lunga assenza del farmacista. Qui mi sento meno libero che in Castel Sant’Angelo, dopo il mio arresto di Albano, per invidia di Don Diego Naselli. Di là ebbi la ventura di scapparmene, gettandomi, a nuoto, poi nel Tevere. Qui mi sento impacciato, in una preoccupazione indicibile, peggiore di quando preparavo gli assalti sanguinosi di Capri, di Palinuro e di Licosa, le sorprese sulle isole di Ponza, Ventotene e Santo Stefano e peggiore di quando facevo la spola tra i gioghi di Acqua Fondata, Venafro  ed Isernia o di quando mi internavo negli Abruzzi e nelle Calabrie, gareggiando, ogni ora, con i miei germani, Don Vincenzo, Don Giuseppe e Don Nicola, di valore e di audacia,  nelle movimentate guerriglie contro i francesi e  i giacobini. Allora felicitavo con le mie imprese il cuore del mio legittimo sovrano. Ora tradito, vinto e reietto, vado ramingo in cerca di uno sbocco al mare ! Oh. Maledetto fuoco, che, contro il mio avviso e comando, acceso nei dintorni di Castellammare di Stabia, svelò la nostra posizione. Fu l’ora più tragica della nostra esistenza, tra l’incessante fuoco del nemico, che ci avvolgeva nelle sue spire, e la natura sconvolta dall’uragano !

                                                 SCENA NONA

   Farmacista e Fra’ Diavolo.

   Farmacista – L’unguento è pronto. Ora mostrami la ferita, perché te la medicherò  io e ti farò provare tosto la sua efficienza ed efficacia.

   Fra’ Diavolo – Ma non sono io il ferito.

   Farmacista – Nel tuo rifiuto io vi leggo un mistero, se non sei tu il ferito.

   Fra’ Diavolo – Mistero ! Ma che vai sognando ?

   Farmacista – Allora tu sei Fra’ Diavolo ?

   Fra’ Diavolo – E Fra’ Malora !

   Farmacista – Fra’ Diavolo o Fra’ Malora che sia, fermati (Lo prende per il petto). Guadagno 17.000 ducati !

   Fra’ Diavolo – No, per Dio !  (lo abbatte al suolo).

   Farmacista – Aiuto ! Datemi soccorso ! Guardie, arrestatelo. E’ Fra’ Diavolo. Gli pesa sulle spalle una grossa taglia.

   Fra’ Diavolo – Ahi ! Schifoso di un traditore ! (dandogli un calcio). Se avessi avuto un pugnale, io, a quest’ora, ti avrei scannato, come un vil montone

                                                      SCENA DECIMA

   D. Nicola Barone, Fra’ Diavolo,

   D. Nicola Barone  (afferra, con le guardie, Fra’ Diavolo) Rispondi a me. Donde vieni ?

   Fra’ Diavolo – Dalle Calabrie.

   D. Nicola Barone – Dove vai ?

   Fra’ Diavolo – A Napoli.

   D. Nicola Barone – Le carte ?

   Fra’ Diavolo – Non me le trovo sulla persona.

   D. Nicola Barone – Ebbene, seguici.

   Fra’ Diavolo – Ma dove ?

   D. Nicola Barone – A Salerno, per dar esatto conto dell’esser tuo e dell’oltraggio fatto al basso ufficiale, Don Matteo Barone, delle guardie provinciali. Là sapremo chi sei. Or vieni e cammina.

   Fra’ Diavolo – Vengo, sì, vengo. Ma tu che, invece di medicine, vendi un tuo simile per ingordigia d’oro, possa tu, dove cerchi opulenza e ricchezza, trovare rovina e distruzione, nella maledizione degli uomini e di Dio. Ti sia poi questo sputo, che ti imprimo in faccia, incancellabile marchio d’onta e di infamia !

   Fra’ Diavolo  fu trascinato a Salerno come una belva in cattività.

                                                   EPILOGO    

                                                 Personaggi

Michele Pezza, detto Fra’ Diavolo

 Don Francesco Lauria, avvocato difensore

Presidente e giudici della Commissione Straordinaria,, un cancelliere

D. Rachele Fortunata di Franco, due figli di Fra’ Diavolo

 D. Christophe Saliceti, Ministro di  Stato

Confratelli della Congregazione dei Bianchi della  Giustizia

Un confessore, un usciere, alcune guardie e  un pubblico

                                           SCENA PRIMA

                                   Confessore e Fra’ Diavolo

Aula della Corte di giustizia, dove funziona, per il caso in esame, la Commissione straordinaria per il  giudizio sommario contro D. Michele Pezza, Fra’ Diavolo, colonnello degli insorti, duca di Cassano allo Ionio, il quale, pur difeso dal valentissimo avvocato, D.  Francesco Lauria, contro ogni legge divina ed umana, specie quella internazionale sulla buona guerra, fu condannato alla forca questo re dei guerriglieri, per opera del re Joseph Buonaparte, che tradì la  giustizia, per timore del fratello, Napoleone I. L’aula è fornito degli arredi e mobili necessari per i giudici, il giudicabile, i gendarmi, gli avvocati ed il pubblico.

  I Buonaparte ne vollero la morte, come i francesi e francesizzanti l’immeritata infamia di “brigante” !

Fra’ Diavolo – Grandi sono i peccati miei e più che mai quelli della mia giovinezza !

   Confessore – Ma infinita è la misericordia di Dio verso chi si pente !

   Fra’ Diavolo – Potrò sperare salvezza, se questo peccatore che sono combatteva sul piano e sui monti e in boschi, tra villaggi e tra convogli, e saccheggiava e distruggeva, con lo scopo di  cacciar via dal regno lo straniero e di riportare sul trono Ferdinando IV, il legittimo re delle Due Sicilie e  di salvare la patria dalla rivoluzione francese ?

 Confessore – Iddio misura le intenzioni dei popoli in rivendicazione dei conculcati diritti ed usa misericordia sui loro campioni. A te, eroe e patriota, siano di esempio Saul e Sansone.

 Fra’ Diavolo – Entrambi finirono male. Forse per il loro orgoglio ?

 Confessore – Chi può penetrare nei fini imperscrutabili del Signore ? Noi mortali dobbiam chinare la fronte e dire, con Giobbe : “Sia fattala tua volontà, o Signore “’

 Fra’ Diavolo – Sì, sia fatta la volontà tua nell’opera della tua redenzione, o Dio mio, o mio Salvatore !

 Confessore – Coraggio e fede in Gesù Cristo, nostro Redentore. Ritornerò a tempo, o fratello (va via). 

                                                      SCENA SECONDA

Fra’ Diavolo solo.

   Fra’ Diavolo – Sei sola, anima mia, nel dolore di rimpiangere il tuo perduto ideale, la tua disfatta impresa, la passione del tuo perdurato valore per il trono e per l’altare. Tanta e sì bella impresa trovarono le Fosse Caudine, indi il fatale

 incontro di Eboli, che determinò la mia rovina | Onde non ti è dato più di esultare, o anima mia, dei miei trionfi nelle guerriglie insurrezionali, che assumevano l’azione di persistente guerra, la quale, nella valle di Boiano, dopo scontri vinti a Vinchiaturo, il limite  convenzionala tra l’ Appennino centrale e meridionale, si chiuse con la mischia accanita e disperata, durata sei ore, da rendersi una vera e finale battaglia, sotto una pioggia torrenziale, tra fulmini e tuoni spaventosi e tra scosse di terremoto nella piena del fiume Calore, del fiume Biferno e dei torrenti. Intanto il maggiore Sigisbert Hugo, per trenta giorni, uno peggiore dell’altro, mi premeva ai fianchi ed alle spalle ! Indarno mi aggirai per i monti di Cerreto Sannita e di Guardia Sanframondi, nel Beneventano, con le mie comparse e scomparse strategiche di un ardita e nuova tattica, che non frastornò  la pertinacia del mio avversario, né valse a stancare la truppa regolare al comando di quel demonio di Hugo. Ben a ragione, qui, in questa gabbia di ferro, ora piango lacrime di sangue, come piansi, quando nascosi, sotto terra, le due bandiere, quella borbonica e quella inglese, donatemi dal mio grande amico, il commodoro Sidney Smith. Oh, la grande gioia che gongolò nell’anima mia, quando seppi comandare, sotto di lui, una flottiglia nel primo sbarco ad Amantea, inseguendo i francesi sin presso le terre di Carolei e di Lago, nel Cosentino ! Ahimè, quella gioia, dal 29 giugno al 31 ottobre 1806, doveva cambiarsi in acerbo e crudelissimo dolore. Oh, la grande mia sventura, che compirà l’opera sua !

                                                       SCENA TERZA

Due confratelli della Congregazione dei Bianchi della Giustizia e Fra’ Diavolo.

   Confratelli – Alla tua chiamata, siamo accorsi. Che brami da noi ?

   Fra’ Diavolo – Siete cortesi nell’assistermi dal primo all’ultimo istante, nel momento estremo della ioa vita, in cui la creatura dovrà presentarsi al Creatore con pentimento e rassegnazione.

   Confratelli – Cureremo con zelo il nostro dovere. Tu tieni fede in Dio.

   Fra’ Diavolo – Non ho paura della morte, che ho sfidato in mille guise, ma temo dei delitti della mia giovinezza !

   Confratello – Spera nel Figlio di Dio, che volle morire in croce per i peccati nostri. Sii certo, intanto, che noi non ti lasceremo neppure per un attimo, se, contro i nostri pronostici, ci sia la sentenza (vanno via).

                                                         SCENA QUARTA

Il Ministro Christophe Saliceti e Fra’ Diavolo.

   Saliceti – S. M. il re Joseph Bonaparte mi manda ad offrirti il grado di colonnello di gendarmeria, confermandoti titoli, pensioni ed ogni altro diritto acquisito, purché ti  obblighi solamente a mantenere l’interna tranquillità del regno. Generosità maggiore non potevi sperare.

   Fra’  Diavolo – Prima di tradire il mio legittimo sovrano, affronterò ben mille morti, sapendo affrontare le vie della morte, non del tradimento.

   Saliceti – Allora  non ti resta che la forca.

   Fra’ Diavolo – Qualunque sia la condanna e comunque l’esecuzione, non muterò  sentimento. Tu lascia in pace chi sta preparandosi a morire da cristiano, chi seppe combattere contro lo straniero per il suo re e per la sua patria (con una torva occhiata e con atto di disdegno, gli addita di uscir via).

                                              SCENA QUINTA

Don Francesco Laurìa  e Fra’’ Diavolo.

   Don Laurìa – Eccomi a te, o amico. La difesa, non lunga né breve,  scritta in tutti i  suoi tratti più salienti e necessari, è già esibita in giustizia, essendo il giudizio sommario, contro ogni diritto umano e divino.

   Fra’ Diavolo – Grazie, o valentissimo avvocato. Iddio ti rimeriti della tua buona azione di aver preso a cuore la mia difesa senza guardare ad ostacoli né alla calunnie gettate sulle mie imprese.

   Don Laurìa – La calunnia soffia, ma la verità canta in tutta evidenza.

   Fra’ Diavolo – Non quando la rabbia infamatrice dei francesi e dei suoi aderenti, con la falce della prepotenza, taglia corto ogni canto strozzando la  voce più chiara di questo mondo, per farmi cantare il “miserere” dell’infamia e maledire le mie imprese contro lo straniero.

   Don Laurìa –  Invece verrà il tempo non lontano in cui le mie evidenti ragioni si rifaranno strada e ti si canterà l’inno delle tue lodi. Tu non hai l’aria del malfattore, ma dell’eroe.

   Fra’ Diavolo –  Forse dopo che passerò, per lunghi anni, come il peggiore dei briganti, escludendosi la parte migliore,che mi spinse all’insurrezione contro lo straniero.

    Don Laurìa – Può darsi. Tuttavia ritengo che la storia, libera da ogni passione, darà campo alla verità dei tuoi ideali. L’amor di patria e la vendetta del figlio, che, se il Cristo divinamente la vieta, la natura ammette.

    Fra’ Diavolo – Furono distrutti questi ideali dalla mia sconfitta nella valle di Boiano.

   Don Laurìa – Quella fu una difesa in un accerchiamento di ferro del maggiore Hugo, degna del re dei guerriglieri, qual sei, che scenderà, accolta, come una gloria, dalla posterità, quando rifulgerà, completa, l’opera del tuo valore.

   Fra’ Diavolo – Misero regno delle Due Sicilie, sei a tal punto, che devi annoverare a gloria la mia distruzione. A che non venne la morte che sfidai in ogni modo ? Non temo la morte, ma  l’ obbrobrio che mi assegnerà la Commissione straordinaria della Ruota Grande della Regia  Camera , con la condanna sulla forca !

   Don Laurìa –  Non malaugurare a tuo danno. Spera nella giustizia, che dovrà tener conto della mia difesa e del tuo diritto.

   Fra’ Diavolo – Non mi lusingo. Potrò sperare solamente nella misericordia di Dio, non nella giustizia umana, asservita a chi regna.   

                                              SCENA SESTA

Donna Rachele con due figli  e Fra’ Diavolo.

   Donna Rachele – Oh, ammara vista ! Oh ,funesta  gabbia, che racchiude la più grave, la peggiore mia sventura e che uccide nel mio cuore ogni speranza d’amore ed ogni gioia dei nostri figli !

   Fra’ Diavolo – O dilettissimi figli, o soavi frutti della donna del mio amore, non posso stringervi al mio petto e divorarvi di baci, per questi ferri, che spezzerei, se potessi. Tu, o Carlo, fortezza del mio cuore, baciami, baciami, e baciami ancora; tu pure, o Clementina, bellezza dell’anima mia, baciami, baciami e baciami ancora !

   Figli – Babbo, o babbo caro, baciaci sempre, sempre così, con quella rabbia di tutto il tuo amore.

   Donna Rachele – O valoroso avvocato, salvami mio marito ! Io non voglio perderlo. Salvalo ! Salvamelo tu !

    Don Laurìa –  Coraggio, o donna, farò più del possibile per salvarlo.

   Donna Rachele – O mio gentile consorte, o anima dell’anima mia, in quale stato ti rivedo ! (Piange) Oh, potessi, con la mia morte, salvarti, non tarderei un secondo.

   Fra ‘ Diavolo – Fatti animo e guardami bene in viso, dove non esiste traccia di debolezza, né di avvilimento. Sii forte al pari del tuo sposo.

   Donna Rachele – Io, nell’ansia dei miei timori, quando ti battevi, moltiplicandoti, dai monti al piano e viceversa, non presentivo questo triste presagio ! (Piange) Questa sciagura, immensa, irreparabile e terribile quanto il destino.

   Fra’ Diavolo –  E’ la sorte di chi combatte, pro aris et focis contro lo straniero.

   Donna Rachele – Ahimè, misera e derelitta  donna ! Indarno invocherò, o mio dolcissimo sposo,le tue carezze, le tue blandizie, i baci tuoi ! Indarno questi poveri figli del nostro amore chiameranno in aiuto dei loro bisogni e piangeranno meco, notte e giorno, vivendo una vita disperata, sotto la rovina dei nostri cuori !

   Fra’ Diavolo – Taci, per carità, tu con il tuo dolore, con il tuo ininterrotto pianto, mi schianti, mi strazi il cuore, demolisci il mio coraggio, facendomi pensare che devo violentemente abbandonare tanto bene, che mi rende appieno felice, o moglie mia ! Abbi coraggio e forza.

   Donna Rachele – Basta una parola, un solo detto, un accenno, che non ti mostri restìo a qualche senso generoso del nemico, a qualche  proposta di grazia!

   Fra’ Diavolo – Tenteresti di insinuarmi una viltà, tu, moglie di Fra’ Diavolo ? Se insistessi ancora per poco, perderei di te ogni pregio, non curerei il tuo pianto e ti maledirei.

   Don Rachele – Taccio, non ti adirare. Farò quello che vuoi.

   Fra’ Diavolo – Non più pianto. Da me impara ed insegna ai nostri figli di non vendere senno  e braccia allo straniero.

   Don Laurìa – O uomo, o soldato, degno di ammirazione, tu ben meriti dalla patria.

                                                          SCENA OTTAVA

Usciere, presidente della Commissione Straordinaria, Fra’ Diavolo, Don Laurìa, Donna Rachele.

Usciere – La Corte.

Presidente – L’annunzio di rito al pubblico, usciere, bandisci.

Usciere – E’ aperta  l’udienza.

 Presidente – Avvocato della difesa a posto. Imputato in piedi. Le tue generalità.

Fra’ Diavolo – Michele Pezza, Fra’ Diavolo, nato in Itri addì 7 aprile 1771, da Francesco e da Arcangela Matrullo, duca  di Cassano allo Ionio, colonnello in servizio del mio re, Ferdinando IV, il solo ed unico sovrano del Regno delle Due Sicilie.

 Presidente – Sii sobrio di frasi, che hanno fatto il tempo loro.

Fra’ Diavolo – Non nella storia.

 Presidente Sai di che ti si accusa ?

 Fra’ Diavolo – Di prigionìa di guerra.

Presidente – No, di reati contro lo Stato.

 Fra’ Diavolo A pro del trono e dell’altare, o meglio a pro della Patria, per il ripristino del Regno delle Due Sicilie  al vero e legittimo re (comincia ad intonare l’inno ufficiale dei Sanfedisti).

Presidente – Quel santo nome non profanare di patria.

Fra’ Diavolo –  Io profano solamente chi serve con l’ingegno e con le braccia lo straniero, come fate voi.

Presidente – Taci, arrogante.

Fra ‘ Diavolo – Tacerò solo quando non si maligni sulle mie imprese e si cessi dalle calunnie e dai vili insulti, che non soffrirò mai, neppure sotto la mannaia.

Presidente – Tu, più di tutto, frena l’ardito labbro, considerando che ti trovi dinanzi al tuo giudice, non dinanzi ad un avversario della tua risma.

Fra’ Diavolo – Frenerò il mio labbro, se si ripiegherà dalle equivoche allusioni.

Don Laurìa — Giovano, in un retto giudizio, prudenza e calma, che rileva l’imparzialità e toglie ogni prevenzione da parte del magistrato, in cui deve dominare serenità di spirito e magnanimità di cuore, onde allontanare dal giudicabile ogni fatuo sospetto ed ogni sinistra supposizione.

Banditore – Ogni formalità dell’atto è chiusa.

Presidente – Si apre il processo contro l’imputato.

Fra ‘ Diavolo – Io sono un prigioniero di guerra, in seguito a leali combattimenti per la causa del mio re e della patria.

 Don Laurìa – Questa è la tesi principale della difesa, che ho sottoposto alla Commissione Straordinaria, costituita in Ruota Grande della Regia Camera.

Presidente – Pur letta ed esaminata, con accurato studio,l’abbiamo qui presente la vostra forte e dotta difesa.

  Don Laurìa – Crederei opportuno, in proposito, di leggerla in udienza, ampliandola in alcune ragioni più salienti, che avvantaggiano, ad evidenza, il mio difeso nel diritto della rivoluzione dei popoli contro vecchi e nuovi Stati.

Presidente – Se questo non fosse giudizio sommario…

Fra’ Diavolo – Che io non accetto e che subisco appena, poiché è non il diritto, ma la forza che pervade contro di me.

Presidente – Insegui il colonnello Monard sul diritto, che ti arrogasti, di visitarlo nel letto, di nottetempo, e, braveggiando, senza però fargli del male, di invitarlo per un pranzo nei boschi.

Fra’ Diavolo – Fu cortesia.

Presidente – Bella cortesia di salire le altrui finestre !

Fra’ Diavolo – Secondai il suo desiderio di conoscermi di persona.

Don Laurìa – Prego di entrare nel soggetto principale del processo, senza divagare negli accessori, o Presidente.

Presidente – Michele Pezza, Fra’ Diavolo, che cosa puoi opporre, in difesa, contro le accuse di proditorii assalti, di stragi, a ferro e a fuoco, e di incendio contro indifese  città e borgate di qua dal Faro e sullo Stato romano ? Ed in Itri le carrozze precipitate da Santo Spirito  nel torrente ?

Fra’ Diavolo – Menzogne ed esagerazioni dei francesi e dei giacobini. Le scelleratezze punii ben io.

Presidente – Ne puoi addurre la prova ?

Fra’ Diavolo – Mille la storia imparziale ne addurrà, in base al mio stato di servizio confermando che amore di patria mi guidò in audace guerra contro lo straniero. Io, come agitatore, le masse disciplinate in eserciti, con sagacia ed ordine, e come guerrigliero combattei in campi aperti e su per i monti con i miei arditi volontari, più saldi degli stessi veterani. Allora brandii l’arma del mio re ed alzai la voce della sommossa a danno dei francesi, che uccisero il padre mio e che a sacco e a fuoco, per cinque giorni, depredarono il mio paese ferendo e massacrando vecchi e donne, a fil di spada. E gli stupri ? E le violenze carnali ? E le monache benedettine di S.  Martino , derubate di diciottomila ducati, dopo lo scempio consumato ?

Presidente – Credi di commuovere con codesti rilievi, invece di provare, come è tuo dovere, se  intendi sfuggire la condanna.

Fra’ Diavolo – La prova sta nei fatti, che hanno lasciato tracce incancellabili e che occhio umano osserva  ancora.

Presidente – Tu, alla prova, vuoi accampare le provocazioni con sottile  sofisma. Esse soltanto attenuano, in minima parte, i tuoi reati, non li distruggono dalla loro base e dalle rovine apportate dai tuoi misfatti.

Don Laurìa – La narrativa non soffre interruzioni, che prevengono la sentenza, turbando l’animo dello  imputato.

Fra’ Diavolo – Sono reati i fatti d’armi,  tra sconfitte e vittorie,  da me compiuti da  Itri a Gaeta e Maranola, il mio quartier generale. A S. Marco subisco una sconfitta. Non mi perdo d’animo e proseguo, dal Garigliano a Pontecorvo, Cassino e Sora. Poi mi imbarco a Scauri per  Napoli.

 Presidente – Dove cercasti di sedurre Luigia Sanfelice.

Fra’ Diavolo –  Cercai di salvarla, essendo amica di mia moglie.

Don Laurìa – Ciò che non trovasi in accusa non va redarguito.

 Segui, nel tuo dire, o imputato.

Fra’ Diavolo – Da Sperlonga scendo ad Ischia, a Ponza, a Ventotene e a Palmarola. Passo a Palermo tra le ostili squadre e ritorno a Napoli, acclamato duce.

Presidente – Per consolarla, in quei momenti di tripudio e di strage, con le indisciplinate truppe di Ruffo, quando, a sei grana al rotolo, si vendeva la carne dei repubblicani!

Don Laurìa – Codesto è un sistema che divaga dall’accusa.

Presidente – A te, dunque avanti, o imputato.

Fra’ Diavolo – Ripresi la mia attività da colonnello, per ordine del mio re, nella Regia Divisione, marciante verso Roma. Dalla Sicilia passo per Capri, percorro il Mar Tirreno e sbocco nel mio quartier generale. Da Itri marcio su Velletri ed Albano, dispiegando parte del mio esercito per San Giovanni Incarico, Ceccano e Veroli, con l’ordine di convergere su Roma, la città dei papi.

Presidente – Dove il saccheggio raggiunse larghe proporzioni.

Fra’ Diavolo- Che io contrastai, venendo a colluttazione con i più temerari e con severe punizioni, che fanno epoca e danno esempio. D’altronde, presso il mio re, fui giustificato a fior di evidenza.

Don Laurìa – Spero che sia l’ultima digressione dalla rubrica del reato.

 Presidente – Imputato, continua il racconto, che pare sia alla fine.

Fra’ Diavolo – Il malgoverno francese solleva ogni contado nel regno ed io, per ordine del mio re, devo soccorrere gli Abruzzi, le Puglie  e le Calabrie, dove fan man bassa improvvisati Fra’ Diavoli, di cattiva risma. Percorro il Molise con le mie “Legioni della vendetta e della morte”. Qui  mi attendeva la fatale e maledetta Boiano, che mi rese prigioniero di guerra !

Presidente – A te il generoso re Giuseppe Bonaparte concede impiego di colonnello di gendarmeria nella Polizia dello Stato, se scarti codesta divisa.

Fra’ Diavolo – Sfido ben mille morti, anziché tradire il mio re.

Donna Rachele – Ahi, marito mio !

Figli – Ah, padre !

Fra’ Diavolo – Tacete. Mai lo farò !

Presidente – Avvocato, le vostre conclusioni.

Don Laurìa – In base alla mia comparsa, alla quale  interamente mi riporto, tenendo a tutte le ragioni di diritto e di fatto, senza rinunzia implicita ed esplicita e con ogni riserva di legge, concludo che il mio difeso, Michele Pezza, dei furono Francesco ed Arcangela Matrullo, da Itri, duca di Cassano allo Ionio, colonnello, comandante di Divisione del Regio Esercito Borbonico, merita di essere trattato da prigioniero di guerra, quale soldato ed ufficiale di anteguerra e di guerra in attività di servizio. Ogni condanna sarebbe aperta ingiustizia.

Usciere – La Corte si ritira.

                                                     SCENA NONA

Fra’ Diavolo, don Laurìa, i figli di Fra’  Diavolo, D. Rachele.

Fra’ Diavolo – Avvocato, o Don Francesco Laurìa, o carissimo amico mio, grazie, addio. Ricordati di Fra’ Diavolo.

   Don Laurìa – Per sempre, durante la vita, o amico mio.

   Fra’ Diavolo – Voi, o miei poveri figli, venite a ricevere la mia benedizione…gli ultimi baci del padre vostro !

Figli – Ah, padre ! Ah, padre !

Fra’ Diavolo – E tu, o moglie mia, o dolcezza del mio cuore, ricambia il mio ultimo bacio.

 Donna Rachele – Non l’ultimo.

Fra’ Diavolo – O refrigerio di quest’anima, che era assetata di gloria e di vendetta, tu sei acqua viva  come in leone, quando arde d’ira, nell’eccesso della sua rabbia, o quando, ferito a morte, langue d’amore !Donna  Rachele – O mio gentil signore, o specchio radioso del mio petto, che rifletti tutti i palpiti del mio cuore e tutti i sentimenti dell’anima mia, sappi che io ti amo con la stessa intensità d’amore di quel giorno del nostro primo bacio ! Da ora in poi dovrò piangere che ti perdo per  sempre !

 Fra’ Diavolo –  Riversa questo amore sui nostri figli, che educherai alla fede ed alla patria contro ogni straniero.

                                                         SCENA  DECIMA

Usciere, presidente della Commissione Straordinaria, Don Laurìa, Fra’ Diavolo, la Corte.

 Usciere – La Corte.

 Presidente  – In nome della legge, si condanna Michele Pezza, Fra’ Diavolo, a morire sulla forca senza diritto d’appello.

Donna Rachele  (Scarmigliata ) Dio ! Dio mio ! (cade pesantemente al suolo, priva di sensi).

Fra’ Diavolo – Aiutatela…

Presidente – Silenzio. Il cadavere, indossante l’uniforme di colonnello dell’esercito  borbonico, con il brevetto di duca di Cassano allo Ionio sospeso al collo, sia esposto al pubblico, per ventiquattro ore, sulla piazza del Mercato di Napoli, nel giorno 11 novembre 1806.

Don Laurìa – Non conforme a giustizia la sentenza, che condanna a morte un brillante ufficiale, una grande figura di partigiano, un tipo leale di legittimista, il re dei guerriglieri, ricevuto dalla regina Maria Carolina, a Palermo, con tutti gli onori. avendo capito che egli rappresentava la forza del suo regno, per cui gli donò un anello, che Mlchele Arcangelo ha conservato sempre con amore, ed una bandiera ricamata dalla sue mani, per esprimere al  colonnello  la sua gratitudine per la sua fedeltà e per il suo eroismo.

     Fra’ Dia volo – E’ dolce. è sublime morire per il mio re e per la patria, onde io vado sereno al martirio, sicuro che verrà giorno, in cui voi Francesi, che uccideste il padre mio e che gettaste di qua dal Faro l’onta e il vituperio, sarete cacciati dal nostro bel regno, come belve selvagge, e sarà riconosciuto eroe e premiato dalla Storia il figlio della nobil terra d’Itri.

                                                 FINE

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