FRA DIAVOLO E LA REPUBBLICA PARTENOPEA 1799 (4^ PARTE)
Di là poi passò in Albano, e formò quartiere quattordeci miglia distante da Roma, e prese tutti i migliori posti dividendo la sua truppa per poter battere l’infame nemico, né da quel punto s’ intese più perdita dell’armi napolitane, non tralasciando giorno e notte di andare con 100 uomini alle porte di Roma, e dentro la città di notte per regolar le sue mire, ma non si son rischiati mai i Francesi e Patriotti uscir fuori, e che se lui avesse avuto un altro migliaio di persone avrebbe pigliato Roma per assalto, ma anche per andar di concerto con Rodio non li riuscì, come si rileva da una lettera da lui scritta al 31 agosto
[f. 29] da lui scritta e fatta in Velletri per Napoli al suo strettissimo amico che il pensiere [aveva] avuto e l’impegno di queste notizie raccogliere, e formarne questo scritto.
In quell’istante giunse il generale Boccard in Grotta Ferrata con 3.000 uomini di linea con artiglieria e cavalleria, e li scrisse lettera che si fusse portato colà, dove subito andiede, e volle saper da lui lo stato di Roma, lo che da lui li fu partecipato in tutto, come ancora li fu detto che quando voleva assaltar Roma era pronto, mentre anche la fortezza di Fiumicino e quella di S. Michele l’aveva già presa per assalto con 13 uomini ed aveva fatto otto prigionieri, ed ora non facea passar persona alcuna per detto fiume per cui non vi è chi li faccia ostacolo. Dopo giorni tre lo mandò di nuovo a chiamare, e li disse che si è fatto armistizio con dirli che non andasse più verso Roma, il seguente giorno lo mandò di nuovo a chiamare, e li disse che l’ avesse scelto 1.000 uomini i migliori che aveva, e che avesse avanzato alla volta di Roma, e che si era già fatta la capitolazione
[f. 30] e che si avesse presa consegna delle tre Porte, cioè porta S. Giovanni, porta Maggiore e porta S. Paolo, e fusse andato senza artiglieria e cavalleria, e subito fu eseguito.
Di fatti la notte di S. Michele compleando [sic] del suo nome, 29 settembre 1799, per strade disperse di campagne a gran stento, e passare a guazio [sic] una fiumara, sempre temendo di tradimento si presentò alla porta di S. Giovanni con 600 uomini de suoi, dicendo viva il Re, li fu risposto avanzi, si prese la consegna della artiglieria francese per mano de suoi artiglieri dicendo a i suoi non dubitate, che se moro io morirete voi, e così avanzando si trovarono al far del giorno dentro la porta di Roma, il mercoledì appresso si prese il Castel S. Angelo.
Mentre stava in dette Porte ebbe la disgrazia di farsi male ad un piede per causa del cavallo, e mandò a dire al Generale Boccardi che volea andar dentro Roma per guarirsi, perchè colà stava in aria cattiva; il sopraddetto Generale gli disse che avesse [f. 31] sofferto altri giorni, che quando lui stava alle porte, esso era sicuro nella Città. Nel mentre stava lui alla porta di S. Giovanni, venne una donna e li consegnò un anello, che era della Maestà della Reina [sic], a cui lui subito fece la ricevuta; dopo d’aver ciò saputo il Generale Boccardi li mandò a chieder l’anello, ma da lui li fu risposto che si volea fare un preggio di consegnarlo colle proprie mani alla Maestà della Regina. Dopo quattro giorni gli mandò ordine che avesse acquartierato fuori le Porte la sua gente colla proibizione che nessuno potesse entrar nella Città (per cui non dovette far poco per frenare la sua gente che si lagnavano [sic], che dopo aver rischiato la vita per qualche tradimento a prender le Porte li era proibito di veder Roma) e lui gli rispose sarebbe meglio riunir tutta la gente per ogni cautela, e per esser pronto ad ogni cenno e comando del sudetto Generale; li fu tutto accordato e radunò tutta la gente in Albano con farli capire essere aria migliore.
A capo di pochi giorni si mandò a prendere 100 uomini di Cavalleria de suoi
[f. 32] che venivano comandati da un certo D. Antonio Caprara; giunti che furono in Roma gli chiamò per passar revista, ma il fatto si fu che furono dissarmati [sic] e levati i cavalli, e li fu detto chi di essi volesse servire da soldato, ma nessuno si offerì, ed il comandante Caprara li condusse presi nel Castel S. Angelo. Dopo pochi altri giorni si mandò a pigliare tutta la sua Artiglieria, cioè a 10 ottobre 1799, ed ancora con questi fece l’istesso Cioè che il Comandante di detta Artiglieria avesse servito da Sergente nell’istessa; vedendo questo altri soldati di Cavalleria tutti si disertarono per non vedersi togliere i cavalli e le armi, e poi li fece mancare il pre [sic], cioè la paga ai soldati, e li mantenne così per giorni 12. I quali vedendosi così trattati si disertarono la maggior parte, poi li scrisse lettera in nome di Naselli, che da Albano si fusse conferito in Roma, per dare conto della robba de Giacobbini, che lui aveva presi per mantenimento della truppa, che l’ avesse portato l’anello che lui teneva, e li mandò la patente da Colonnello, che
[f. 33] Sua Maestà si era benignata mandarli.
Mentre stava una mattina per portarsi in Roma, vennero in quell’istante mille e cinquecento uomini di fantaria [sic] e cavallaria, e portavano due pezzi di cannoni, ad ore 10 della notte si presentò da lui un Maggiore con una lettera che diceva che si fusse portato in Roma con una porzione di quella Cavalleria, siccome obbedì, mentre il resto de’ soldati arrestavano tutta la sua truppa per condurla in Roma. Quando fu alla metà della strada s’incontrò col generale Boccardi, che dimandò di nuovo l’anello (e lui rispose, la lingua batte, dove il dente duole) e l’intimò ancora l’arresto, come di fatti si fu; mentre stava nel Castel S. Angelo li portareno carcerati tutti i suoi soldati. Avendo lui ammirato questo indebito arresto scrisse al Generale Naselli per saper la causa del suo arresto, gli fu risposto che era per ordine di Boccardi, allora lui scrisse al sudetto, e li fu risposto che lo sapeva Naselli.
Allora ciò sentendo, e non potendo soffrire l’invettive de Giacobbini contro il [f. 34] Sovrano in mezzo a i quali l’avevano posto nel Castello, e l’oppressione de suoi, che con tanto zelo avevano difeso la Corona, li parse di bene fuggire dal Castello con un concettoso modo, e dalla porta di Roma in Itri 83 miglia in circa ci pose meno di ore 10, sotto un cielo che diluviava con crepar due cavalli, non ostante un rigoroso arresto per tutti li passi contro di lui.
Si portò in Palermo da Sua Maestà, ma dopo la terza volta che si era partito da Napoli per essere stato due volte respinto per il mare contrario, dove arrivato con acclamazione del popolo e [di] tutti i signori palermitani, che si affollavano per vederlo la sera con i lumi alla mano a 4 gennaro 1800. A far del giorno si presentò dagli amabilissimi Sovrani, che fu con grande applauso e festa ricevuto; al che lui presentò l’anello alla Maestà della Regina, la quale non solo li disse che se l’avesse goduto, perché preso in guerra in memoria della vittoria contro i Francesi, ma ben’anche si benignò donarli un altro anche superbo e prezioso, acciò si fusse ricordato sempre della sua Real Persona, con dirli che
[f. 35] questi regali si fanno a voi, come persona distinta, non già ad altri.
E che tanto fu l’onore che ebbe dai Sovrani, quanto da tutta la Reai Famiglia, che quante grazie li domandò, niente li fu negato, così ancora dal Capitan Generale Acton43, ed altri superiori, e da tutta la popolazione siciliana fu ricevuto distintamente, con essere il primo giorno obligato a mangiare in tavola di Nelson Ammiraglio inglese, e per lo spazio di due mesi da tutti i Consoli delle nazioni obligato a pranzo. La prima sera all’Opera fu ammirato con riguardar sempre la sua persona, per cui li convenne non andarci più; più volte al festino publico da Sua Maestà fu distinto, ed al baciamano, ed altre funzioni publiche, fu dalla Regina a chiare voci, da altri signori distinto, e complimentato dicendo così meritano essere trattati da [i] Sovrani i fedeli vassalli, e zelanti veri dell’onor di Dio, e del loro Re.
Finis
1 Archives Nationales, Paris, 381 AP4, dossier 4, Ministère de la Police générale 1806-1808, Pièces diverses. Il frontespizio reca la seguente soprascritta in francese e con caligrafia diversa: «Faits historiques des campagnes de Fra Diavolo rédigés par lui même, et trouvé dans ses papyers lors du sequestre de ses bons. Julliet 1806». La traduzione fedele della scritta è: . Le rare modifiche al testo del manoscritto, atte a facilitare la lettura, hanno interessato alcuni capoversi e qualche punteggiatura: alcuni periodi particolarmente lunghi e ricchi di subordinate sono stati spezzati, col sostituire il punto al punto e virgola. Tra parentesi quadre è indicato il numero dei fogli del manoscritto, che nell’originale non reca nessuna numerazione.
2 Questo periodo è in parte cancellato e sostituito a margine da frasi similari, ma scritte con altra calligrafia e grammaticalmente scorrette e dialettali: «Avendo indeso D. Michele Pezza alias Fra diavolo che li nimici Frangesi si noldravano nel regno subito comingiò affare unione».
3 A margine è stato aggiunto con calligrafia diversa: «perchè era fatto l’armistizio», con riferimento all’armistizio stipulato a Sparanise il 12 gennaio 1799.
4 Innanzi vi è scritto mille e cinquecento, ma è cancellato.
5 Nota a margine: «che segui il giorno de’ 4 agosto», con riferimento però, evidentemente, all’ingresso degli anglo-borbonici nella piazza, perché la capitolazione fu stipulata il 30 luglio.
6 Postilla a margine: «privata».
7 Un esemplare a stampa del proclama, conservato dalla famiglia Pezza, fu ripr¬dotto da B. Amante..


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