Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Fra’ Diavolo, eroe del XXI secolo

Posted by on Dic 22, 2017

Fra’ Diavolo, eroe del XXI secolo

Il mito Fra’ Diavolo permane nell’identità locale: i giornali consacrano innumerevoli articoli al soggetto. L’azione di Michele Pezza, patriota italiano, si inscrive anche, in Europa, nella corrente delle resistenze nazionali alla Rivoluzione francese. I transalpini fecero impiccare il Pezza. Ora essi sono consapevoli di aver avuto torto e testimoniano il rispetto e l’alta considerazione per quest’uomo.

Profili contorti, i fucilati del 3 maggio 1808 hanno fatto il giro del mondo. Poniamo la questione attorno a noi: “Quale Paese invaso da Napoleone ha reagito con una rivolta popolare ? ” La risposta è immediata : “La Spagna”. Goya ha ben lavorato illustrando, con potente drammaticità, l’insurrezione della capitale spagnola contro i francesi di Napoleone e l’esecuzione notturna dei rivoltosi da parte dei soldati di Joachim Murat.

Anche Terra di Lavoro si è sollevata contro la Grande Armata. Chi lo sa ? Nell’ultimo secolo, questa epopea è stata conosciuta dall’Europa intera, è stata descritta dal Dumas padre e dal Nodier. Chi se lo ricorda ? Michele Pezza è scomparso nel dimenticatoio della storia ? Non in Italia, in ogni caso, dove rappresenta una figura nazionale, specialmente nell’ex reame di Napoli, dove la sua memoria è tenuta con fedeltà, con fervore, grazie alle sue eroiche azioni contro le truppe del tiranno d’Europa.

Questa pagina nascosta della storia napoletana esige di essere esumata per far conoscere il rivoltoso del 1799 e del 1806, che non è solo un emblema del passato, ma un testimone dell’attualità. In quegli anni un esercito di contadini ha tenuto testa, per parecchi mesi, a dei generali dello spessore di Championnet. Tali operazioni superano l’ordine dell’anèddoto.

Straordinario destino quello del sellaio di Itri, diventato colonnello e duca di Cassano allo Ionio, molto amato dalla regina di Napoli, Maria Carolina di Asburgo.

Per la sua natura di contadino, dalle maniere rustiche, legato alla pietà religiosa più tradizionale, quest’uomo ha suscitato il biasimo (era un fanatico accusano alcuni) o i sarcasmi dei suoi detrattori. Al contrario, il Pezza ha raccolto gli elogi di tanti personaggi altolocati e di libero pensiero.

Si ha il diritto di abbandonare “ Fra’ Diavolo” all’oblìo ? Un uomo che combatteva per Dio, il re e la terra natìa. Il nemico, per lui, era non solo l’invasore, ma anche lo spirito della Rivoluzione, veicolato dalle truppe napoleoniche. Nel Meridione d’Italia, dal cattolicesimo profondo, dal lealismo monarchico intenso, l’insurrezione contro Napoleone si accorda con un aspetto misconosciuto della storia delle resistenze alla Rivoluzione in Europa.

Che si disprezzi questo movimento giudicandolo retrogrado, che lo si rispetti o che lo si ammiri, tutto vale ancora meglio dell’indifferenza o del silenzio. Poche le opere consacrate a quegli avvenimenti, eccetto studi parziali o sommari. “Vita ed imprese del colonnello Michele Pezza, detto Fra’ Diavolo” di Alfredo Saccoccio vuole riparare un’ingiustizia facendo conoscere compiutamente il lealista aurunco e gli orrori: ogni persona trovata con il fucile in mano è immediatamente giustiziato, passato a fil di spada, annegato, carbonizzato sotto il suo tetto, scorticato e spezzettato a sciabolate. I Turchi non fecero peggio dei soldati francesi, che impiccarono agli alberi i contadini, alcuni dei quali ebbero la lingua o le mani tagliate.

Napoleone, vincitore di tante battaglie, conserva una spina nel cuore, la Terra di Lavoro. Una combriccola di ribelli vi fa la legge, rifiuta di abbassare le armi, sfida la Grande Armata. E’ insopportabile per il Corso. Occorre finirla. E, innanzitutto, evitare ogni pubblicità a questa miserabile insurrezione, di cui parlano tutti i giornali europei. Questo dà agli insorti un’importanza che essi non avrebbero senza questi articoli.

Una volta catturato, “Fra’ Diavolo” ha perso il suo combattimento, ma vuole vincere ora la comparizione dinanzi al Giudice eterno. Durante il trasferimento dal carcere a Piazza Mercato, accompagnato da un prete, incrocia dei prigionieri, che, ginocchioni, implorano la sua benedizione. Si sparge la voce che Michele Pezza viene portato al patibolo. Allora salgono da decine di gole cantici vecchi come la Campania. L’itrano prega sempre: la Madonna della Civita, S. Giuseppe, S. Michele Arcangelo, S. Francesco di Paola e tutti i santi venerati nella sua terra. Un ultimo pensiero per la moglie Fortunata Rachele Geltrude, per i figli Carlo e Maria Clementina, la luce dei suoi occhi, per le sue montagne, per i suoi amici, per i suoi fratelli d’armi. Però il suo spirito è già lontano. Addio, mondo spregevole.

Al prete il condannato affida il suo rosario e il suo crocifisso. Egli rifiuta di avere gli occhi bendati. Un ultimo saluto verso la lontananza, verso Terra di Lavoro. 11 novembre 1806, alle ore tredici, Michele Pezza è morto. Da allora egli prendeva posto nella storia e nella memoria degli uomini, molti dei quali avevano per lui una sorta di venerazione.

 

Al di là della leggenda

 

L’uomo Pezza ? Egli è conosciuto da lungo tempo. Sono stati consultati tutti gli archivi, numerosi biografi hanno rivolto la loro attenzione sul suo destino. Faccia oscura, faccia luminosa, la visione è fissata. Come giudicare il Pezza ? Egli ha espresso evidenti qualità strategiche, ma soprattutto morali. In primo luogo, la sua bontà: egli faceva curare dal medico Sisto Manzi i feriti francesi. E’ un esempio. Ce ne sarebbero altri dieci di esempi di questo aspetto della sua personalità.

Il suo coraggio lo aveva spinto sul proscenio della scena, quale capo di contadini, che difendevano i loro particolarismi, i loro costumi, le loro franchigie, contro nemici venuti a distruggere questo ordine su cui si fonda l’anima del regno di Napoli. Questo compito lo aveva accettato senza ricalcitrare, ma senza la minima ambizione: occorreva servire il reame e combattere contro la filosofia ugualitaria, individualista e laica nata nel secolo dei Lumi, lui che aveva una visione del mondo gerarchica, comunitaria e cattolica.

Occorre ancora ammirare la forza delle sue certezze. La sua fede cristiana, innanzitutto. Senza dubbio attingeva la sua origine dal carattere della sua terra. Da sottolineare il suo attaccamento ai Borbone, spinto fino al candore. Michele Pezza ha mantenuto questa fedeltà fino alla fine, battendosi con ogni energia ed offrendosi in nome dei suoi principii. Ciò impone il rispetto. Rari sono gli uomini che assumono tutte le loro convinzioni: egli fu di quelli.

Ora sarebbe il caso di far riposare il Pezza nella sua terra. Perché non esumare le sue spoglie dalla fossa comune della chiesa di S. Maria “Succurre Miseris”, in Napoli, dandogli un posto d’onore ? Il fanatismo, certe volte, non ha limiti, per cui “Fra’ Diavolo” è un morto senza tomba, nell’abisso dell’ignoto.

Il nome di “Fra’ Diavolo” è associato all’idea di libertà e al combattimento contro la tirannia, come ora il nome di Che Guevara. Sin dal 1806, la popolarità di Michele Pezza aveva oltrepassato la sua terra natìa. Britanniche, tedesche o francesi, le gazzette avevano seguito la sollevazione di Terra di Lavoro, manifestando la propria simpatia per questa “jacquerie” antinapoleonica. Terra di Lavoro ispirerà parecchi autori, Charles Nodier in testa. E’ una vera e propria infatuazione, che cede il passo, negli storici napoleonici, ad una animosità veemente, ad acerbe accuse. Crudeli, fanatici, selvaggi, arretrati, vittime dell’oscurantismo clericale, manipolati dagli inglesi, così sono dipinti da pennivendoli, antichi e moderni, il Pezza e i suoi compagni, mentre essi combattevano per le libertà della loro regione, per la difesa della loro religione, in nome di Ferdinando IV. Di queste amabilità è cosparso il giudizio del loro avversari, che, per vecchie passioni antiborboniche, hanno trovato gusto a deformare la realtà storica, inquinata, da capo a fondo, da un invincibile spirito di parte, per cui ci sentiamo di affermare, senza ombra di dubbio, che “Fra’ Diavolo” è completamente estraneo a certe turpitudini e che non ha bisogno neppure della catinella d’acqua di Ponzio Pilato per lavarsene le mani. Egli resta un legittimista che inalberò la questione di identità e di orgoglio nazionale contro l’arbitrario e dispotico regime napoleonico instaurato nel reame di Napoli; un difensore che lottò con tutte le forze spedendo parecchi francesi nel regno di Plutone, il dio greco degli inferi.

 

Alfredo Saccoccio

 

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